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23.1.08

Green Google, la nuova frontiera del web

Da Internet all'energia verde. Google segue un percorso ormai sempre più battuto a Silicon Valley, dove le aziende che si occupavano di Net Economy sono passate in massa ai pannelli fotovoltaici o alle auto elettriche. Sole, vento, maree, biomasse, tutto quel che può servire a sospingere il pianeta senza bruciare combustibili fossili fa boom in Borsa come ai tempi del lancio di Netscape. Così, dopo aver rivoluzionato il web e mentre cerca di dare l'assalto alla telefonia facendo tremare i giganti del settore, il numero uno dei motori di ricerca si avventura in una nuova iniziativa strategica che potrebbe lasciare un segno profondo anche nel mondo delle energie rinnovabili: è il progetto RE<C (renewable energy cheaper than coal), un'iniziativa volta a generare elettricità da fonti rinnovabili a un costo inferiore rispetto all'elettricità prodotta dal carbone, il combustibile fossile più conveniente sul mercato. Un'impresa ciclopica, dato che al momento le fonti rinnovabili non sono competitive nemmeno con il barile a cento dollari, se si fa eccezione per la più matura, l'eolico, che presenta però altre controindicazioni di non poco conto.


Il progetto Recharge IT. Il debutto di Google nel panorama delle fonti rinnovabili arriva a pochi mesi dal lancio del concorso per l'auto pulita, un premio che aveva dato un primo segnale della direzione intrapresa dall'azienda di Mountain View. L'estate scorsa Sergei Brin e Larry Page avevano offerto dieci milioni di dollari per aiutare lo sviluppo della tecnologia ibrida, quella che abbina al tradizione motore a scoppio la propulsione elettrica e che ha fatto la fortuna della Toyota. Con il progetto "Recharge IT", il colosso del web punta a mettere a punto un sistema di ibrido plug-in, cioè una vettura che oltre a limitare il consumo di benzina utilizzando un motore elettrico caricato internamente, può attaccarsi alla presa della corrente per ricaricare le batterie. In questo modo l'autonomia in modalità elettrica arriverebbe a quasi 100 chilometri, mentre le vetture in commercio, come la Prius, si limitano a sfruttarla per brevi tratti, concentrando gli sforzi quando sono in coda nel traffico, dove di solito avvengono i maggiori sprechi di carburante. Anche su questo fronte i nodi da sciogliere non sono pochi. Le auto con il plug-in sono ancora in un fase sperimentale: i rischi più grandi nell'attaccare la macchina alla presa elettrica li corrono le batterie, che riducono così in maniera drastica il loro ciclo di vita. Inoltre se l'energia elettrica viene prodotta da centrali a carbone, di cui la California è piena, il vantaggio ambientale è pari a zero. Toccherà agli esperti dell'Electrical Power Research Institute, del Rocky Mountain Institute e della università del Delaware , che hanno ricevuto i finanziamenti, cercare la soluzione giusta. Le prime sei macchine sono già pronte per trasportare gli impiegati nel "campus" di Mountain View, ma la flotta crescerà fino a raggiungere le cento unità.


Il progetto RE<C. Google prevede di focalizzare le ricerche sullo sviluppo di tecnologie per la produzione di energia termo-solare o eolica e sulla realizzazione di sistemi geotermici.
Per progredire il più velocemente possibile in questo nuovo e insidioso mercato, a Mountain View hanno deciso di procedere come al solito: gli investimenti sulla ricerca (che avverrà negli stabilimenti di ricerca e sviluppo di Google) e le acquisizioni delle realtà più innovative in campo energetico. La costola filantropica dell'azienda (google.org) si preoccuperà infatti di acquisire le migliori start-up del settore. E sta già collaborando con due di queste. La eSolar, che ha sviluppato un sistema di specchi per concentrare l'energia solare e generare così il vapore per alimentare dei generatori elettrici. E la Makani Power, che sta lavorando allo sviluppo di particolari turbine che catturano i venti, più violenti e costanti, presenti in alta quota. Centinaia di milioni di dollari verranno spesi per assoldare esperti di energie alternative. "Nel tempo, grazie alla costruzione di data center efficienti, abbiamo acquisito conoscenze, esperienza e comprensione profonda delle strutture a uso intensivo di energia su vasta scala", ha detto Larry Page lanciando il progetto. "Vogliamo applicare la stessa creatività e innovazione alla sfida per la produzione di elettricità rinnovabile a livello globale e a costi inferiori rispetto a quella generata dal carbone".


Effetto serra. Il carbone è la fonte primaria di energia per molti Paesi e fornisce il 40% di elettricità del mondo. L'effetto serra causato dalle sue emissioni nell'atmosfera rappresenta una delle più grandi sfide per l'ambiente. Produrre elettricità da fonti rinnovabili, più economica di quella generata dall'impiego del carbone, avrebbe un effetto dirompente sul mercato dell'energia, portando a una riduzione decisiva delle emissioni di gas che alimentano l'effetto serra nel mondo. Una riduzione che finora tutte i sistemi coercitivi sperimentati, dal Protocollo di Kyoto alle varie carbon tax, non sono riusciti ad ottenere. "Siamo interessati - ha precisato Page - a sviluppare nuove tecnologie competitive a livello di costi e rispettose dell'ambiente. Pur essendo consapevoli dell'esistenza di alcune tecnologie molto promettenti, crediamo che ce ne siano molte altre da scoprire e realizzare". Page ha confermato che "l'obiettivo è realizzare 1 gigawatt di capacità di energia rinnovabile più economica del carbone e siamo ottimisti sul fatto che ciò possa avvenire nel giro di pochi anni e non di decenni". "Se saremo in grado di raggiungere questo obiettivo - ha concluso Page - e le tecnologie per la produzione di energia rinnovabile su larga scala risulteranno più economiche di quelle adottate per la produzione di energia dal carbone, il mondo avrà la possibilità di coprire una porzione importante del fabbisogno di elettricità attraverso fonti rinnovabili, riducendo in modo significativo le emissioni di anidride carbonica". Ma l'ecologia non esclude il guadagno.


Ecologia e business.
Il motivo alla base di RE<C è chiaro: Google possiede molti data center, in cui vengono svolte tutte le operazioni necessarie all'erogazione di servizi online. I costi energetici dei data center sono una delle voci più incidenti sul bilancio aziendale e non è un mistero che la grande G scelga i Paesi in cui insediare i propri centri di elaborazione dati in larga misura in base al costo dell'energia elettrica. Per avere un termine di paragone, si pensi che un data center composto da diecimila server consuma energia quanto un comune di mille abitanti. Lo scorso anno Google aveva fatto scalpore annunciando che un maxi impianto fotovoltaico sarebbe stato installato sulla sede di Mountain View: circa 300 mq per una potenza di 1,6 MW, sufficiente per soddisfare un terzo del fabbisogno di energia dei dipendenti e ammortizzare le spese energetiche. Se gli investimenti nella ricerca di energia rinnovabile avranno buon esito il ritorno sarà notevole. Non è un caso infatti che altre aziende hi-tech si stiano muovendo nella stessa direzione. HP ha installato un impianto a energia solare da un megawatt nello stabilimento di San Francisco.


Black Google. Ma in rete c'è anche chi si è divertito a fare le pulci a Google: se avesse una schermata nera, anziché bianca, per visualizzarla servirebbero 59 watt, invece dei 74 necessari per il bianco, afferma Mark Ontkush di Boston, sul suo blog EcoIron. Una idea che, fatti due calcoli, corrisponderebbe ad un risparmio mondiale di 8.3 MWh al giorno, circa 300.000 dollari in un anno. ma c'è chi è passato dalle parole ai fatti, realizzando "nerogoogle" (www.nerooogle.com), versione dark del motore di ricerca.

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Green Google, la nuova frontiera del web

Da Internet all'energia verde. Google segue un percorso ormai sempre più battuto a Silicon Valley, dove le aziende che si occupavano di Net Economy sono passate in massa ai pannelli fotovoltaici o alle auto elettriche. Sole, vento, maree, biomasse, tutto quel che può servire a sospingere il pianeta senza bruciare combustibili fossili fa boom in Borsa come ai tempi del lancio di Netscape. Così, dopo aver rivoluzionato il web e mentre cerca di dare l'assalto alla telefonia facendo tremare i giganti del settore, il numero uno dei motori di ricerca si avventura in una nuova iniziativa strategica che potrebbe lasciare un segno profondo anche nel mondo delle energie rinnovabili: è il progetto RE

21.1.08

L'Eni muove sull'Alto Adriatico

Messo in sicurezza il «tesoro del Caspio» con l' accordo su Kashagan, intascata la presenza in Russia con la spartizione degli asset Yukos per conto di Gazprom, acquisiti i giacimenti in Congo e in Turkmenistan di Maurel & Prom e di Burren, quelli di Dominion nel Golfo del Messico, i campi gelati in Alaska, quale sarà la nuova frontiera dell' Eni nel mondo? L' Africa, l' Asia, i Caraibi? Macché: l' Alto Adriatico. Con i suoi 30 miliardi di metri cubi di gas già accertati e almeno 100 miliardi stimati, la porzione di Adriatico che si estende fra Chioggia e il Delta del Po, fino alla linea mediana di confine con la Croazia, potrebbe diventare l' Eldorado del gas italiano, se fosse possibile sfruttarlo. Per ora, tutta la zona a Nord del parallelo del Po di Goro è off limits per paura che le estrazioni di gas possano causare l' abbassamento della costa (il fenomeno è chiamato «subsidenza»), già minacciata dall' erosione. Ma con l' inserimento nel decreto Milleproroghe di un provvedimento che impone un parere scientifico in tempi brevi sulla consistenza di questi timori, finalmente il nodo dell' Alto Adriatico sta per essere sciolto. Il via libera è bipartisan: la riapertura della questione, accolta dal governo nel decreto, è stata firmata dal segretario del gruppo Pd alla Camera Erminio Quartiani e dal collega Stefano Saglia, responsabile energia di An. Concordano Sviluppo Economico e Ambiente. «Se si escludono problemi di subsidenza - conferma il ministro Alfonso Pecoraro Scanio - non c' è motivo di bloccare le estrazioni». Naturalmente, precisa Pecoraro, «la difesa dell' assetto idrogeologico dell' Alto Adriatico è prioritaria». Ma «si devono contemperare le esigenze dell' ambiente con le necessità dell' approvvigionamento». Proprio dalla carenza di gas evidenziata in questi ultimi anni discende l' interesse crescente nei confronti del tesoro sommerso in Adriatico. Un tesoro che si era già tentato di estrarre in passato. Tra il ' 67 e il ' 94 si spesero 425 miliardi di lire per le perforazioni esplorative. Ma la memoria delle inondazioni del Polesine, con le conseguenti accuse all' Eni di aver causato abbassamenti del terreno estraendo metano nelle zone colpite, rallentò e poi bloccò tutto. Nel novembre 2000 il ministero dell' Industria emana un decreto che autorizza l' Eni a installare alcune piattaforme. Ma si fa appena in tempo a mettere i giacimenti in produzione che arriva il sequestro della magistratura. Tutti i vertici dell' Eni e alcuni funzionari del ministero vengono rinviati a giudizio con l' accusa di «tentata inondazione». Nel 2002 il governo Berlusconi ha esteso i divieti a tutto il Golfo di Venezia. Il discorso sembrava chiuso. Ma ora si riapre. La nuova commissione ha pochi mesi di tempo per pronunciarsi. E bisogna fare presto, perché nel frattempo c' è già qualcun altro che ha cominciato a sfruttare i giacimenti in Alto Adriatico, sulla sponda di fronte. La stessa Eni, in joint venture paritetica con la società di Stato croata Ina, è andata a estrarre quel gas al largo di Pola. Due giacimenti, Ivana e Katarina, sono già in produzione e convogliano quasi due milioni di metri cubi di gas al giorno verso il mercato italiano. Un altro, Annamaria, entrerà in produzione nel 2009. Per l' Eni, assetata di riserve in un mondo dove ormai le compagnie petrolifere nazionali lasciano agli stranieri soltanto gli spiccioli, la mossa è ragionevole. «Siamo andati lontano per cercarle, queste riserve», dice Paolo Scaroni, anche se «può sembrare paradossale, se si considera che - a differenza della Francia o della Spagna - l' Italia è un Paese petrolifero». Ora, dopo le ultime acquisizioni, la pipeline degli investimenti del cane a sei zampe è quasi vuota. Che sia giunto il momento di estrarre il tesoro nascosto in casa?

11.1.08

Rosabeth Moss Kanter

Pochi guru del management si sono confrontati in maniera così approfondita con il cambiamento come Rosabeth Moss Kanter. Non il cambiamento pianificato dalle grandi corporation per seguire le evoluzioni del mercato, ma quello anarchico e creativo, che parte dal basso e si sparge come un virus, precedendo le indicazioni del mercato. Solo con un' azienda capace di operare sull' orlo del caos si può sopravvivere al ritmo sempre più rapido del mondo moderno, ha detto Moss Kanter nei suoi libri più famosi, da "Quando i giganti imparano a danzare" (Edizioni Olivares) a "Confidence" (Guerini e Associati). Lo stesso vale per un Paese come gli Stati Uniti, la più grande azienda in crisi con cui Moss Kanter si sia mai confrontata. Nel suo ultimo libro, "America the Principled" (Crown Business), la Grande Dame della gestione aziendale si lancia su un piano del tutto nuovo e quanto mai attuale.
L' azienda America è in crisi, sull' orlo della recessione. Si possono applicare le tecniche di buon management anche a un Paese?
«Certamente. Nel nostro caso sarebbe una benedizione, perché negli ultimi sette anni si è fatto esattamente il contrario. La naturale autostima degli americani è stata sopraffatta dalla retorica della paura. Al contrario, per far prosperare un' azienda, e anche un Paese, ci vuole fiducia in se stessi. Quando cominciamo a chiuderci, la competitività ne risente subito, sia a livello aziendale che a livello di sistema Paese, perché i punti forti dell' impresa americana sono l' innovazione e l' intraprendenza, non la manodopera a buon mercato. Innovazione e intraprendenza hanno bisogno di una mente aperta, di gente capace di sfidare i paradigmi e di fare qualcosa di nuovo, non di ripetere il passato».
Nel suo libro lei parla di un passaggio ulteriore, dopo la trasformazione dei dipendenti delle grandi multinazionali da colletti blu a colletti bianchi.
«Siamo già passati attraverso l' evoluzione della produzione dal manifatturiero al terziario. Anche quel poco che è rimasto di manifatturiero è fortemente dominato dalla tecnologia e dalla componente creativa. Ora, quello che vediamo nascere in quest' epoca è un nuovo tipo di terziario, ancora più evoluto rispetto alla prima ondata».
Lei la chiama economia del camice bianco. Che cosa intende?
«Il camice bianco è un simbolo per descrivere un' economia che trae valore dalle nuove scoperte della scienza e della tecnica. Le scienze della vita stanno diventando molto importanti per il business, insieme alle nuove tecnologie ambientali. Gli imprenditori ormai si basano molto sulla gente capace di scoprire nuove cose e quindi con un alto livello di istruzione».
Quale la differenza rispetto all' economia dei colletti bianchi?
«L' economia del camice bianco è diversa dal terziario della prima ondata, perché si basa molto di più su istituzioni fondamentalmente non-profit come le università, i laboratori scientifici, gli ospedali. In questa economia si stringono continuamente partnership tra aziende con università e si creano start-up con fondi federali. Insomma è un modo di fare business molto più complesso e articolato dei precedenti, che crea forti interdipendenze fra il pubblico e il privato».
Lei lo chiama capitalismo "value-based", basato sui valori...
«Esattamente: il business è sempre più mirato a fare del bene alla gente. Questo tipo di terziario è molto concentrato sui servizi sanitari, sulle tecnologie verdi, tutto quello che serve per mantenere in salute le persone e il pianeta. E' su questi temi che vedo il futuro della grande impresa, ma per promuoverli ci vuole molto ottimismo, grande apertura alle menti migliori che vengono dall' estero, università sempre più competitive. Gli Stati Uniti devono stare attenti a non restare indietro».