29.6.09
La rivoluzione colturale parte dalle città
28.6.09
Gli alberi hanno sete? Mandano un sms al contadino
Serre nel deserto, che utilizzano l'acqua di mare per irrigare i filari, dopo averla distillata con il calore del sole. Dispositivi che riescono a sfruttare la rugiada per placare la sete degli ortaggi. Sistemi di irrigazione “on demand”, con cui le piante lanciano l'allarme da sole. La ricerca sfrutta ogni filone per risparmiare acqua. Come nel caso di un circuito che misura la conduttività elettrica all'interno della pianta e quando scende troppo trasmette una richiesta d'intervento al contadino: in caso d'emergenza, anche un sms. “La conduttività è correlata alla presenza d'acqua e indica con precisione se la pianta è a secco”, spiega Eran Raveh del Volcani Institute, il più grande centro di ricerca agricola d'Israele. “In questo modo – precisa Raveh – gli agricoltori potranno risparmiare dal 30 al 40% di acqua”.
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Bioagricoltura e Ogm: un'alleanza che salverà il mondo?
Nell'orto botanico di Cascina Rosa, della Statale di Milano, cresce un melo più potente degli altri. E' stato creato per resistere alla melolonta, un elegante maggiolino che sta distruggendo i meli della Val d'Aosta. Le sue larve fanno strage delle radici e in breve tempo uccidono alberi di grande valore. Il melo valdostano così rischia l'estinzione, ma il suo omologo più resistente, costruito inserendo nel portainnesto un gene di Bacillus thuringiensis, è illegale in Italia. Non può essere piantato in terra e oggi non potrebbe nemmeno nascere, perché dal 2002 è bloccata anche la ricerca sugli Ogm, non solo la sperimentazione in campo. "In questo modo, per salvare il melo valdostano resta soltanto la chimica, ma anche quella in molti casi non basta: ci sono mele molto presenti sulle tavole degli italiani che subiscono ben 34 trattamenti antiparassitari all'anno, ma nessuno se ne preoccupa, invece dove gli Ogm sono legali, l'uso della chimica diminuisce drasticamente, come in Cina dove il cotone Ogm ha portato all'eliminazione quasi totale nell'uso di pesticidi, a tutto vantaggio della salute degli agricoltori e dei consumatori, per non parlare del risparmio sui costi di produzione", spiega Francesco Sala, il professore della Statale che ha creato i meli resistenti alla melolonta, inutilizzabili in Italia. "Le chiamano piante Frankenstein, ma mancano le prove che siano pericolose. Anzi, per la prima volta nella storia dell'agricoltura, gli ibridi prodotti con le biotecnologie devono essere sottoposti al vaglio di molte analisi scientifiche. Le piante utilizzate oggi in agricoltura, invece, non sono mai naturali, ma sono state selezionate senza tutti questi controlli. Per questo spesso sono più buone, ma più fragili dei loro antenati e hanno bisogno di interventi continui a base di pesticidi", precisa Sala. La situazione attuale dipende dalle condizioni storiche in cui si è sviluppata l'industria agraria nell'ultimo cinquantennio. La rivoluzione verde seguita alla seconda guerra mondiale ha contribuito a un enorme efficientamento delle tecniche agricole, ma alla perdita del 90% delle varietà di sementi utilizzate, rendendo gli agricoltori dipendenti da una o poche sementi, laddove un tempo ne usavano centinaia. Alla perdita di biodiversità, corrisponde la concentrazione dei produttori e rivenditori di sementi: nel 1990 le prime dieci società sementiere controllavano un quinto del mercato mondiale e nel 2000 il 32%, su un giro d'affari complessivo di 23 miliardi di dollari. Di pari passo, negli anni Settanta i produttori di pesticidi negli Usa erano 30, negli anni Novanta una decina. Sul fronte della ricerca, da un lato è cresciuta la genetica, che ha cercato di rendere le piante più resistenti dall'interno, ma nel contempo è cresciuta anche la chimica, da Montedison in poi, che punta allo stesso risultato con interventi esterni. Le multinazionali hanno utilizzato l'una e l'altra, creando un sistema integrato, fra sementi sterili, che devono essere ricomperate ogni anno, e trattamenti chimici mirati, a cui gli agricoltori non possono sottrarsi se entrano in quel sistema. "Alle multinazionali va sempre bene: se vogliamo gli Ogm ci danno gli Ogm, altrimenti ci danno i pesticidi, i loro guadagni li fanno comunque", commenta Sala. Per spezzare questo circolo vizioso, sta nascendo una rivoluzione verde 2.0, che punta a mettere a disposizione degli agricoltori le scoperte biotecnologiche, senza dover passare attraverso il sistema chiuso delle multinazionali. Richard Jefferson, un biologo australiano, ha fondato un movimento open source, Bios, che vorrebbe offrire al singolo gli strumenti di base per applicare da soli le biotecnologie, scegliendo liberamente l'approccio che preferisce. A chi è contrario agli Ogm si aprono così possibilità alternative d'intervento, come lo "smart breeding", una via di mezzo fra ingegneria genetica e selezione tradizionale. Con lo smart breeding si selezionano in laboratorio i geni da inserire per sviluppare determinate caratteristiche, si identifica la specie portatrice e poi si incrocia con la varietà locale usando le tecniche tradizionali. Il prodotto non è un Ogm e quindi non è brevettabile, ma la selezione è molto più rapida e precisa. In questo modo si potrebbe facilitare l'avvicinamento fra l'ingegneria genetica e l'agricoltura biologica, che molti genetisti considerano la carta vincente per il futuro. "L'agricoltura biologica ha dimostrato che è possibile ridurre drasticamente l'uso dei pesticidi", spiega Pamela Ronald, una genetista dell'Università della California a Davis, che ha isolato un gene capace di rendere il riso resistente a un batterio devastante per le risaie cinesi, brevettandolo e poi regalandolo a un gruppo di agronomi cinesi, che lo stanno inserendo nelle varietà ibride locali. "Ma le tecniche bio – aggiunge Ronald - presentano alcuni limiti invalicabili: molti parassiti e malattie delle piante non possono essere controllati con un approccio di questo tipo". Qui s'inserisce la prospettiva di un connubio con l'ingegneria genetica, che potrebbe diventare la soluzione migliore per saziare il mondo senza danneggiare l'ambiente.
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Fattorie verticali per sfamare l'umanità urbanizzata
Dickson Despommier è un microbiologo della Columbia University, che ha passato 27 anni a studiare le malattie trasmesse dai parassiti, come la malaria o la scabbia. Nel corso dei suoi studi ha capito che l'agricoltura, così come viene praticata oggi, è una delle cause principali di diffusione delle epidemie. Daqui nasce l'idea della fattoria-grattacielo: trasferire le coltivazioni al chiuso, in condizioni controllate, è un buon sistema per eliminare i fattori patogeni ambientali. Ma anche per ridurre l'impronta agricola delle città, che divora sempre più territorio. "L'impronta agricola di New York ha le dimensionidella Virginia", spiega Despommier. "Quella sarebbe l'estensione che si libererebbe coltivando il cibo dei newyorkesi dentro la loro città, in verticale", precisa. "Il territorio liberato dalle coltivazioni potrebbe essere restituito alle foreste, con grande vantaggio per il bilancio delle emissioni. I contadini guadagnerebbero crediti, che alla lunga fruttano più del mais, nello spirito del protocollo di Kyoto". Nel 2001, Despommier ha messo a lavorare un team di ricercatori per definire meglio i dettagli tecnici ed economici delle fattorie verticali, arrivando a concepire un grattacielo di 30 piani in grado di nutrire 50mila persone per tutto l'anno, senza pesticidi e inquinamento. Ora il suo progetto ha attirato l'attenzione di un gigante delle costruzioni come Arup, che vorrebbe realizzarlo nella prima eco-città cinese, e di diverse municipalità, da Chicago a Las Vegas, da Shanghai a Inchon, in Sud Corea.
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Bioagricoltura e Ogm: un'alleanza che salverà il mondo?
La rivoluzione colturale parte dalle città
Fattorie verticali per sfamare l'umanità urbanizzata
Gli alberi hanno sete? Mandano un sms al contadino
25.6.09
Wolfram Alpha e gli altri: il web semantico prossimo venturo
Trovare è sempre meglio di cercare. Ma per trovare nel mare magnum del web bisogna usare i termini giusti, in particolare se ci si avventura nel deep web, la rete profonda, quella dove neanche Google riesce a penetrare. Per quanto possa risultare difficile da credere, oltre i trilioni di pagine web indicizzate dall'algoritmo di Mountain View c'è un oceano di siti e informazioni che aspettano solo di essere catalogati e portati in superficie. L'attesa è legata non tanto a un difetto dei tradizionali motori di ricerca, quanto a una caratteristica intrinseca di internet. Per trovare i contenuti in rete si utilizzano dei web crawler, programmi-segugio che saltabeccano di collegamento in collegamento (hyperlink) in modo automatico, acquisendo una copia testuale di tutti i documenti visitati allo scopo di inserirla nell'indice di un motore di ricerca. Questi strumenti si sono rivelati inefficaci a scovare le risorse del deep web: non sono in grado di interrogare, per esempio, un database di una pagina dinamica, dato il numero infinito di termini che si potrebbero ricercare. In sostanza, riescono a sclafire solo la superficie, non vanno oltre la seconda domanda. Brightt, una società specializzata nell'indicizzazione di contenuti dinamci, valuta che gli attuali motori siano in grado di catalogare poco meno dell'1% dei contenuti presenti su internet. Ecco perché il web semantico resta una delle grandi promesse non mantenute della rete. Rendere internet un ambiente capace di fornire risposte evolute resta la sfida più difficile da raccogliere. Ma i malati di web continuano a provarci: Tim Berners-Lee insiste da anni su questo punto. Dagli ambienti che gli girano attorno nascono i nuovi software che tentano di addentrarsi nel deep web. Come ad esempio Kosmix (http://www.kosmix.com/), una start up che ha già ricevuto il sostegno di Jeff Bezos, nata per scavare laddove non c'è un collegamento ipertestuale. I crawler usati dai motori di ricerca convenzionali puntano a cercare l'ago nel pagliaio, mentre Kosmix cerca di esplorare il pagliaio. File Pdf, contenitori audio-video, banche dati ad accesso ristretto sono contenuti finora inaccessibili ai tradizionali crawler. A questo va aggiunto il fatto che il crawler è tutto sommato stupido. Non ragiona come un essere umano e non risponde alle domande formulate nel linguaggio corrente. Con gli attuali motori si inserisce una parola e il crawler scova tutte le pagine che contengono o sono collegate a quel termine. Ma le attuali tecnologie di ricerca non possono rispondere alle interrogazioni complesse, come la domanda: «Qual è il dottore migliore, vicino a casa mia, in grado di curare la tale malattia?» Per estrarre dei dati utili dal deep web, il software di ricerca deve analizzare i termini inseriti dall'utente e capire quali sono i database più utili per trovare informazioni relative a quei termini. Se per esempio un utente chiede “Rembrandt”, il software dovrebbe sapere quali banche dati contengono più informazioni sull'arte - dai cataloghi dei musei alle case d'asta – e che tipo di richieste verranno accettate da quelle banche dati. In questo spirito, una professoressa dell'università dello Utah, Juliana Freire, sta lavorando a un progetto molto ambizioso chiamato DeepPeep (http://www.deeppeep.org/), che punta a esplorare e indicizzare ogni banca dati presente sul web. Ma estrarre il contenuto da tutti questi database richiede una enorme capacità computazionale. Il modo più elementare sarebbe utilizzare per le proprie richieste tutte le parole del dizionario, ma DeepPeep ha già superato questo stadio e pone invece una serie di domande di base, con cui comincia a capire che tipo di database si trova di fronte, per poi scegliere dei termini di ricerca più mirati. Basandosi su questa analisi, il programma riesce a estrarre in media il 90% delle informazioni dalle banche dati che esplora. Il nuovo campo di ricerca aperto da questi pionieri ha già prodotto delle applicazioni interessanti. Wolfram Alpha (http://www.wolframalpha.com/), presentato all'università di Harvard a fine aprile, rappresenta un primo passo verso il web semantico. Per questo ha già sollevato un grande entusiasmo tra gli esperti: molti credono che questo nuovo motore di ricerca sarà una pietra miliare nell'evoluzione di internet e che diventerà un nuovo modello per utilizzare il computer per le ricerche in rete. Non contento di rispondere direttamente a delle domande come: “Quant'è alto il monte Everest?”, Wolfram Alpha genera una pagina molto chiara di informazioni con il soggetto richiesto, accompagnato anche da grafici e da tabelle. Ma la vera innovazione che porta questo nuovo motore di ricerca, è la capacità di trovare delle soluzioni a domande complesse in tempo reale. Stephen Wolfram, il suo inventore, è considerato una delle menti più acute e più stravaganti delle scienze matematiche. Figlio di ebrei tedeschi rifugiati in Inghilterra, enfant prodige della fisica delle particelle, laureato a 17 anni a Oxford, a 20 Wolfram aveva già ottenuto un dottorato al CalTech, ma l'anno dopo restava folgorato dall'informatica e in breve abbandonava la carriera accademica per dedicarsi ai computer. A meno di trent'anni era già miliardario, dopo aver sviluppato Mathematica, un package usato da tutti gli scienziati, gli ingegneri e i ricercatori del mondo per risolvere calcoli matematici complessi. Wolfram Alpha è stato sviluppato sulla base di Mathematica. Se gli domandate di “comparare l'altitudine dell'Everest con la lunghezza del Golden Gate Bridge”, ve lo dirà. Se volete sapere “che tempo faceva a Londra il giorno in cui il presidente Kennedy è stato assassinato”, il motore recupererà le informazioni e vi fornirà la risposta istantaneamente. Digitate “Re diesis maggiore" e vi farà ascoltare l'accordo. Se volete conoscere “la data della prossima eclisse solare su Chicago”, ve la indicherà.In occasione del lancio, Wolfram ha detto che voleva “rendere calcolabili le conoscenze che abbiamo accumulato nella nostra cività” e ha spiegato che il lancio di Wolfram Alpha non è che l'inizio del progetto. Il motore, ad accesso libero, basa le sue ricerche su internet e su delle banche dati inserite da privati e ci vorranno un migliaio di persone per tenerlo aggiornato con le ultime scoperte e informazioni. Considerando che Google e Microsoft (di cui è appena uscito Bing, un motore che ha le stesse ambizioni di Wolfram Alpha) si stanno muovendo entrambe in questa direzione, Wolfram Alpha potrebbe fare gola a molti. Wolfram ha già chiarito che non esclude la possibilità di alleanze o collaborazioni: “Vorremmo lavorare con tutte le società legate alla nostra attività. La ricerca, la narrazione, l'informazione sono complemetari a ciò che facciamo. Speriamo che ci saranno delle vere sinergie”.
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Wolfram Alpha e gli altri: il web semantico prossimo venturo
14.6.09
Via la cravatta per risparmiare energia
12.6.09
Tecnologie pulite, un mercato da 150 miliardi
Tecnologie pulite, un mercato da 150 miliardi
Sfida all'ultimo barile fra Est e Ovest
9.6.09
Il 15 giugno giornata mondiale del vento
5.6.09
I green jobs salveranno il mercato del lavoro?
Un potenziale occupazionale di 250mila posti di lavoro nel 2020 per le fonti rinnovabili, di cui oltre 77mila per l'eolico. E' questo il risultato di uno studio dello Iefe dell'università Bocconi sulle pospettive di sviluppo delle tecnologie rinnovabili, che fotografa l'Italia energetica del 2020 analizzando diversi scenari. Il risultato dello Iefe coincide a grandi linee con l'analisi dell'Anev, che valuta il potenziale occupazionale del vento in Italia attorno ai 66mila posti di lavoro al 2020, se si realizzeranno i 16.000 MW eolici che il nostro Paese potrebbe ospitare. I due studi s'inseriscono in un esercizio prospettico che hanno fatto in tanti: in un momento di cambiamenti epocali nell'organizzazione del sistema produttivo e di forte crisi economica come questo, sono cresciute le aspettative legate al ruolo positivo che l’innovazione tecnologica in campo energetico-ambientale può giocare sulla ripresa. Basti citare un recente rapporto curato dall’Unep, il Programma Ambiente delle Nazioni Unite, in cui si sottolinea come nei prossimi anni saranno soprattutto i green jobs ad ingrossare le fila dell’occupazione: solo nelle fonti rinnovabili, infatti, si passerà dagli attuali 2,3 milioni di occupati ad oltre 20 milioni di addetti nel 2030. Lo studio Iefe parte dalla considerazione che le politiche energetiche europee potranno garantire “un'opportunità di business e di sviluppo occupazionale per il nostro Paese” se gli sforzi si concentreranno sull'industria nazionale. L'Italia presenta infatti “buoni livelli di attrattività degli investimenti”, ma per farcela occorre eliminare alcune barriere: un “quadro regolatorio incerto e instabile” e “le difficoltà di gestione dei flussi elettrici, a fronte di problemi di congestione e di alcune rigidità delle reti di trasporto”. Poi c'è il fronte industriale. Gli impianti che sfruttano le energie rinnovabili nel nostro Paese sono in decisa crescita, in particolare eolico e fotovoltaico, ma in certi settori la filiera industriale non capitalizza i segmenti con maggiori margini di guadagno. E' per questo che occorre “sfruttare le risorse e le competenze già acquisite in altri settori manifatturieri (meccanica, automazione, elettrotecnica ed elettronica) per non lasciare il campo alle sole importazioni di apparati e componenti industriali degli impianti a fonti rinnovabili”. Per quanto riguarda l'eolico, in realtà, la fascia alta della filiera, quella che si occupa della produzione degli aerogeneratori, è già piuttosto ben rappresentata. Con il suo stabilimento di Taranto, in dieci anni di presenza in Italia il colosso danese Vestas ha prodotto più turbine di tutto il parco installato nel nostro Paese. Con un migliaio di occupati, i danesi rappresentano ormai un tassello molto importante nel panorama industriale pugliese. E ci sono altre due aziende, agli estremi opposti dello stivale - il gruppo Leitner a Vipiteno e il gruppo Moncada a Porto Empedocle – che hanno appena cominciato a produrre i primi aerogeneratori tutti italiani. Per non parlare della miriade di aziende meccaniche ed elettroniche che forniscono componenti molto importanti per il funzionamento dei grandi mulini. Non a caso, fra i professionisti “verdi” più ricercati nel mercato del lavoro, ci sono proprio il progettista meccanico e l'addetto al montaggio delle turbine. Due profili che le aziende fanno sempre più fatica a trovare.
Etichette: fonti rinnovabili
I green jobs salveranno il mercato del lavoro?
I due studi s'inseriscono in un esercizio prospettico che hanno fatto in tanti: in un momento di cambiamenti epocali nell'organizzazione del sistema produttivo e di forte crisi economica come questo, sono cresciute le aspettative legate al ruolo positivo che l’innovazione tecnologica in campo energetico-ambientale può giocare sulla ripresa. Basti citare un recente rapporto curato dall’Unep, il Programma Ambiente delle Nazioni Unite, in cui si sottolinea come nei prossimi anni saranno soprattutto i green jobs ad ingrossare le fila dell’occupazione: solo nelle fonti rinnovabili, infatti, si passerà dagli attuali 2,3 milioni di occupati ad oltre 20 milioni di addetti nel 2030.
Lo studio Iefe parte dalla considerazione che le politiche energetiche europee potranno garantire “un'opportunità di business e di sviluppo occupazionale per il nostro Paese” se gli sforzi si concentreranno sull'industria nazionale. L'Italia presenta infatti “buoni livelli di attrattività degli investimenti”, ma per farcela occorre eliminare alcune barriere: un “quadro regolatorio incerto e instabile” e “le difficoltà di gestione dei flussi elettrici, a fronte di problemi di congestione e di alcune rigidità delle reti di trasporto”. Poi c'è il fronte industriale. Gli impianti che sfruttano le energie rinnovabili nel nostro Paese sono in decisa crescita, in particolare eolico e fotovoltaico, ma in certi settori la filiera industriale non capitalizza i segmenti con maggiori margini di guadagno. E' per questo che occorre “sfruttare le risorse e le competenze già acquisite in altri settori manifatturieri (meccanica, automazione, elettrotecnica ed elettronica) per non lasciare il campo alle sole importazioni di apparati e componenti industriali degli impianti a fonti rinnovabili”.
Per quanto riguarda l'eolico, in realtà, la fascia alta della filiera, quella che si occupa della produzione degli aerogeneratori, è già piuttosto ben rappresentata. Con il suo stabilimento di Taranto, in dieci anni di presenza in Italia il colosso danese Vestas ha prodotto più turbine di tutto il parco installato nel nostro Paese. Con un migliaio di occupati, i danesi rappresentano ormai un tassello molto importante nel panorama industriale pugliese. E ci sono altre due aziende, agli estremi opposti dello stivale - il gruppo Leitner a Vipiteno e il gruppo Moncada a Porto Empedocle – che hanno appena cominciato a produrre i primi aerogeneratori tutti italiani. Per non parlare della miriade di aziende meccaniche ed elettroniche che forniscono componenti molto importanti per il funzionamento dei grandi mulini. Non a caso, fra i professionisti “verdi” più ricercati nel mercato del lavoro, ci sono proprio il progettista meccanico e l'addetto al montaggio delle turbine. Due profili che le aziende fanno sempre più fatica a trovare.
1.6.09
Il vento si prende la rivincita sull'oscurantismo snob
Ernesto Galli Della Loggia tuona contro la “lebbra eolica”. Alberto Asor Rosa plaude al “divieto di pala” proclamato da Volterra nel suo circondario. Vittorio Sgarbi si appella al capo dello Stato perché “intervenga contro lo stupro delle pale eoliche”. Raffaele Lombardo, governatore della Sicilia, annuncia fiero di essere riuscito “a fermare la macchina dell'eolico”. Ma anche il sindaco di Gela Rosario Crocetta, politicamente agli antipodi, dice che sul golfo di Gela, tra il petrolchimico, i pozzi e le trivelle, vuole gettare “uno sguardo pulito”, non offuscato dai mulini a vento che l'Enel progetta di piantare a quasi 6 (sei) chilometri dalla costa. “Vogliono rubarci anche la bellezza – rincara Sgarbi, sindaco di Salemi - l'ultima cosa che rimane alla Sicilia martoriata dalla mafia, dalla criminalità, dalla speculazione, dall’ignoranza”. Il più accanito di tutti è l'ex ministro dell'Ambiente Carlo Ripa Di Meana, che da anni ormai guida Italia Nostra in una crociata senza quartiere contro l'eolico, dalle Alpi alle Piramidi: “Le gigantesche centrali industriali eoliche, che si avvicinano ormai ai 150 metri di altezza, sono rovinose per il paesaggio italiano in ogni sua espressione: addosso alle sue città d'arte, come Perugia e Lecce, lungo le sue coste, come nel Golfo di Policastro e a Otranto, lungo i suoi crinali appenninici e domani lungo lo skyline delle Prealpi e delle Alpi”. Per loro e per molti altri, l'Italia dovrebbe bandire l'eolico dai suoi confini: un Paese de-eolicizzato. Ma non tutti la pensano così. Legambiente e Greenpeace hanno appena firmato un protocollo d'intesa con l'Associazione nazionale energia del vento, che raggruppa gli operatori dell'eolico in Italia, per il corretto inserimento degli impianti eolici nel paesaggio. "In assenza di una direttiva nazionale che desse dei criteri di limitazione, gli associati Anev si sono sempre autoregolamentati con una speciale attenzione nei confronti del territorio italiano, che presenta caratteristiche particolari, estetiche e orografiche", spiega Simone Togni, direttore generale dell'azzociazione. Ora questi criteri sono stati codificati meglio e condivisi con le associazioni ambientaliste. "L'intesa esclude la costruzione di parchi eolici da tutte quelle aree che, pur non essendo precluse dalla normativa vigente, sono di particolare pregio ambientale e paesaggistico. Impone l'utilizzo delle migliori tecnologie disponibili, quindi le più efficienti e silenziose. Obbliga alla minimizzazione degli impatti visivi e al ripristino totale dello stato dei luoghi al termine dei 15 anni di vita tecnica degli impianti", precisa Togni. Il protocollo d'intesa mette tutti i crociati della campagna anti-eolico di fronte alla realtà: le associazioni ambientaliste sono in maggioranza dalla parte delle pale. "Questo rispecchia la posizione prevalente nella popolazione: in generale l'accettazione dei nostri impianti è molto alta e non c'è un singolo progetto eolico che sia stato bloccato dalle proteste locali. Perfino il famoso caso del parco eolico di Scansano, portato davanti al giudice da un proprietario terriero del posto e da Italia Nostra, è finito in nulla e le pale continuano a girare come prima", sostiene Togni. Lo dimostrano i vari sondaggi d'opinione condotti sia dall'Anev che da fonti indipendenti, dove le percentuali di favorevoli alla costruzione di campi eolici, anche vicini a casa, si aggira sul 95%. Ma lo dimostra anche la popolarità dell'immagine delle pale, che vengono scelte come sfondo dalle pubblicità di tutte le più grandi case automobilistiche, dalla Toyota alla Bmw, e perfino dai cartelloni dei politici in campagna elettorale. Chi ha ragione, dunque? Chi spera di rastrellare consensi scagliandosi contro l'energia del vento o chi la utilizza per farsi pubblicità? "A giudicare dall'esito delle elezioni, si direbbe che i politici filo-eolico abbiano centrato l'obiettivo meglio degli altri", commenta Togni. Man mano che l'energia del vento si diffonde, anzi, sembra che la percezione migliori invece di peggiorare. Forse un giorno le pale saranno viste come i mulini a vento dell'Olanda, che ormai fanno parte del paesaggio e sono diventati un simbolo di civiltà.
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