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28 aprile 2011

Un nuovo attore si affaccia sul mercato del gas

Il grande vincitore, dopo Fukushima, è il gas naturale. I primi effetti di breve termine si sono già sentiti sui mercati internazionali, con l'impennata dei prezzi nelle scorse settimane. Ma anche sul lungo periodo, la battuta d'arresto del nucleare beneficerà le grandi major del settore e i Paesi ricchi di metano, come il Qatar, dove Shell sta costruendo un gigantesco impianto per esportare gas naturale liquefatto (Gnl) via nave, o l'Australia, dove sono in via di realizzazione diversi terminali di liquefazione, come quello di British Gas nel Queensland. Ian Cronshaw, direttore dell'Agenzia internazionale dell'energia, ha reso noto che nel 2010 il commercio mondiale di Gnl è arrivato a 300 miliardi di metri cubi, il 20% in più rispetto al 2009. Anticipando il rapporto Golden Age of Gas, che sarà presentato il prossimo 6 giugno, Cronshaw ha precisato che in Cina il consumo di Gnl è salito dai 70 miliardi di metri cubi del 2007 a quasi 110 l'anno scorso, mentre in Europa, nonostante la crisi economica, la domanda è cresciuta del 30%, toccando i 90 miliardi di metri cubi. In complesso, la previsione è che il 21° secolo sarà l'era del gas, così come il 20° è stato l'era del petrolio.

La sfida, per le major mondiali, è riuscire a produrre abbastanza gas da soddisfare la domanda: tutte hanno annunciato negli ultimi mesi significativi aumenti degli investimenti dedicati a esplorazione e produzione, ma il problema è ottenere l'accesso a nuove riserve. La via maestra, scelta da diverse compagnie occidentali, è quella delle alleanze sempre più strette con i petrolieri di Stato dei Paesi produttori. Bp, ad esempio, sta tentando di entrare nel gigante russo Rosneft, con scarso successo, per ora, a causa di precedenti accordi con un'altra società, che ostacolano questa fusione. Eni e PetroChina hanno firmato un memorandum per una serie di iniziative congiunte sia in Cina che a livello internazionale. Paolo Scaroni, numero uno dell'Eni, si è detto convinto che il mercato del gas cinese sia uno dei più promettenti del mondo: "Il gas rappresenta oggi il 3% dei consumi della Cina, quindi insignificante, ma se la Cina vuole ridurre le emissioni di CO2 c'è un solo modo per farlo: più gas e meno carbone".

Un nuovo attore, nel frattempo, si sta affacciando sul mercato globale del gas e presto potrebbe competere con i grandi esportatori: gli Stati Uniti. Le nuove tecnologie di estrazione del gas da formazioni argillose, chiamate scisti, hanno liberato il potenziale di crescita del cosiddetto shale gas, che in pochi anni ha saturato il fabbisogno americano di metano e ora comincia ad abbondare, tanto che diversi player stanno progettando impianti di liquefazione, da Freeport Lng a Cheniere Energy, per avviarne l'esportazione su vasta scala. Ai prezzi attuali, il gas americano è molto conveniente rispetto a quello europeo e fa gola ai Paesi importatori. Gli analisti stimano che ce ne sia più che a sufficienza, sia per dare energia alla prevedibile ripresa dell'economia Usa, sia per esportarlo all'estero.

Resta il fatto che la nuova tecnologia, finora utilizzata prevalentemente negli Stati Uniti, non ci metterà molto a diffondersi. Già diverse major si sono comprate l'accesso al mercato americano e al relativo know-how, entrando in piccole compagnie locali, come l'Eni nella texana Quicksilver Resources. Ora sono attrezzate per dare il via allo sfruttamento dei giacimenti europei, concentrati soprattutto in Polonia e nel bacino del Baltico. "Si ritiene che in Europa ci siano abbondanti riserve di shale gas, noi ci crediamo e abbiamo cominciato un'esplorazione in Polonia”, ha detto Scaroni, precisando che le attività nel gas non convenzionale polacco si baseranno "sulle tecnologie apprese con l'acquisto della statunitense Quicksilver".

Non è chiaro quanto shale gas sia estraibile in Europa, ma secondo un primo report del Cera - la società di Daniel Yergin, autore del celebrato The Prize sulla storia delle fonti fossili - le nostre potenzialità non sono inferiori a quelle americane. Lo studio, appena uscito, stima che nei prossimi 10-15 anni l'Europa potrà produrre gas non convenzionale da un minimo di 60 miliardi di metri cubi a un massimo di 200 miliardi l'anno, più di quanto si produca oggi in Nord America. Lo stesso ministero dell'Energia americano conferma questi dati in un recentissimo rapporto, dove si leggono alcuni numeri incoraggianti: le riserve tecnicamente recuperabili di shale gas sono stimate in 187mila miliardi di metri cubi, che amplierebbero del 40% le riserve mondiali di gas. Di questi, 25mila miliardi sarebbero recuperabili nel sottosuolo americano e il resto in altri 34 Paesi del mondo, tra cui Cina (36mila miliardi), Argentina (22mila miliardi), Sud Africa (14mila miliardi), Polonia (5mila miliardi) e Francia (altri 5mila). L'Italia non è citata nel rapporto, che considera trascurabili le sue riserve di shale gas. Complessivamente, il governo americano stima in 17mila miliardi di metri cubi le riserve europee di gas non convenzionale, un bacino di tutto rispetto, di poco inferiore a quello statunitense. 


26 aprile 2011

Costi più alti per i reattori dopo Fukushima

La frenata del nucleare dopo il terremoto in Giappone è cominciata in Germania: 7 reattori spenti da un giorno all'altro per la moratoria di tre mesi imposta dalla cancelliera Angela Merkel. Poi il ripensamento si è esteso alla Svizzera, che ha bloccato i suoi piani di appalto per due nuovi reattori, destinati a sostituirne altri due, ormai prossimi alla pensione. I quattro reattori in programma nel Regno Unito procedono, ma subiranno dei rallentamenti per lo slittamento da giugno a settembre dell'autorizzazione da parte del ministero della Sanità e dell'Ambiente. Da noi, invece, la rinascita nucleare sembra definitivamente bloccata, dopo la moratoria del programma atomico del governo e l'azzeramento del referendum di giugno.

Per la Germania, la Svizzera e il Regno Unito si tratta di numeri importanti: i tedeschi coprono con il nucleare il 22% del proprio fabbisogno energetico, gli svizzeri il 40% e i britannici il 18%. Nel breve periodo, sostiene J.P. Morgan, la chiusura dei reattori costerà a E.on e Rwe 360 milioni di euro ciascuna in termini di minori profitti, ma nel medio termine le perdite dovrebbero essere compensate dall'aumento dei prezzi all'ingrosso dell'elettricità, che sono già saliti del 12%. Per l'Italia, invece, non è un grande sforzo, visto che il nucleare non ce l'abbiamo e l'energia è già più cara del 20-25% rispetto alle medie europee.

Se anche la battuta d'arresto fosse temporanea, resta il fatto che gli "stress test" su cui si è impegnata l'Europa, per verificare lo stato di salute dei 143 reattori attivi nell'Unione, faranno salire i costi di gestione di questi impianti. Perfino i francesi, che coprono con il nucleare l'80% del proprio fabbisogno energetico e quindi non possono certo permettersi ripensamenti, hanno convenuto, per bocca del numero uno di Edf, Henri Proglio, che "gli standard e le procedure dovranno essere armonizzati a livello europeo". E i primi contraccolpi del ripensamento tedesco stanno arrivando sul mercato delle fusioni: Siemens vuole disdire l'accordo di joint venture siglato due anni fa con il colosso nucleare russo Rosatom. 

La reazione europea si rispecchia sul piano internazionale: la Cina, impegnata in un gigantesco programma nucleare con 27 nuovi reattori, sui 62 in costruzione nel mondo intero, ha congelato le procedure di approvazione dei nuovi progetti. Non a caso, il capo dell'Agenzia Internazionale dell'Energia, Nobuo Tanaka, ha parlato di un possibile ridimensionamento per la quota di produzione elettrica da fonte nucleare, oggi al 14% nel mondo e prevista in crescita al 16% nel 2030. "Costruire nuovi reattori potrà comportare, d'ora in poi, costi maggiori o tempi più lunghi", ha detto Tanaka. "Questo significa che le nostre previsioni di crescita per la fonte nucleare potrebbero essere ridimensionate". Di conseguenza, le quotazioni dell'uranio sono cadute, insieme ai titoli delle società minerarie come Cameco, Rio Tinto o Bhp Billiton. Anche le azioni delle compagnie elettriche internazionali impegnate sul fronte nucleare perdono terreno.

Negli Stati Uniti, il ministro dell'Energia Steven Chu ha assicurato che l'amministrazione Obama manterrà i suoi impegni. Ma a questo punto tutti gli occhi sono puntati sulla nuova strategia energetica tedesca, che verrà annunciata entro metà giugno. Il Fraunhofer Institut sostiene che abbandonare il nucleare richiederebbe investimenti per 245 miliardi di euro. I dubbi dei politici sono fortissimi, come ha espresso chiaramente il ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble: "La domanda è: come si esce dal nucleare in modo accettabile da un punto di vista economico? E soprattutto, chi sostiene il costo di un'uscita anticipata: il contribuente o il consumatore?". I settori produttivi più energivori - tra cui la meccanica, la chimica e la siderurgia - sono preoccupati. Ma se anche un Paese manifatturiero come la Germania dovesse decidere di fare a meno del nucleare, il futuro di questa fonte sarebbe davvero segnato.


24 aprile 2011

L'atomo? In Germania sta morendo e in UK è in prognosi riservata

Il nucleare? "In Germania sta morendo e anche nel Regno Unito mi sembra in prognosi riservata". E' mesto Nick Butler, capo della strategia di Bp per vent'anni e consigliere del Labour in materia energetica, oltre che presidente del King's Policy Institute al King's College di Londra. "Questa decisione tedesca è molto destabilizzante per tutto il mercato: se si vogliono contenere le emissioni, non si può rinunciare al nucleare", aggiunge Butler, a margine dell'Utilities and Energy Conference, il convegno annuale di Accenture sulle stretgie energetiche, che quest'anno si è tenuto ad Amsterdam.

Che ne sarà dei programmi nucleari dei Paesi emergenti?

"Quelli resteranno. Cina e India andranno avanti, non possono continuare a basarsi solo sul carbone, sarebbe una scelta davvero troppo inquinante. Hanno molto bisogno di aumentare in fretta la produzione elettrica con una fonte più pulita e il nucleare per ora è l'unica possibilità. Amplieranno anche la produzione elettrica da fonti rinnovabili, ma con quelle non si può mandare avanti l'industria manifatturiera".

Però continueranno a crescere...

"Non c'è dubbio. Le fonti pulite sono ancora troppo care, ma offrono un grande vantaggio, soprattutto per i Paesi industrializzati, che si dibattono in questa ripresa senza occupazione: creano posti di lavoro. Inoltre aumentano la sicurezza energetica, riducendo le importazioni di petrolio".

E il gas?

"E' il grande vincente. Ormai la competizione più accanita sul mercato energetico è 'gas contro gas', non gas contro gli altri".

In che senso?

"Nel senso di gas naturale liquefatto contro gas distribuito via tubo. Con lo sfruttamento dei giacimenti di shale gas è cresciuta enormemente la competitività del gas naturale liquefatto, che alla lunga è destinato a prevalere. Prima del terremoto in Giappone si era già visto che il trend è questo. Superato lo scossone, i prezzi torneranno giù e sarà il gas naturale liquefatto a guidare le quotazioni".

E il petrolio?

"Anche le quotazioni del petrolio sono irrealistiche e scenderanno sotto i cento dollari al barile. Ma il petrolio resta una fonte troppo instabile e pericolosa. Non dimentichiamo che tra i Paesi esportatori di petrolio ci sono solo tre democrazie: Norvegia, Canada e Brasile. L'Europa deve assolutamente ridurre la sua dipendenza dal petrolio, sviluppando una politica comune molto più concentrata sulla sicurezza energetica".

Come?

"Diversificando il più possibile le fonti, compreso il nucleare, e i Paesi fornitori. Investendo nelle nuove tecnologie pulite. Riducendo i consumi con l'efficienza energetica".


20 aprile 2011

Chicco Testa: "Sconfitto il nucleare, vincono le fonti fossili"

Bloccare il nucleare non significa aprire la strada a un modo bello e pulito di produrre energia. Al contrario, significa bruciare sempre più combustibili fossili. Questa è la convinzione di Chicco Testa, ex presidente dell'Enel e antinuclearista pentito.

Una volta ancora l'Italia decide il suo futuro energetico sull'onda dell'emozione scatenata da un incidente. Quali sono le conseguenze dello stop al programma nucleare?

"Il blocco del programma nucleare porterà da un lato a una nuova vittoria delle fonti fossili (carbone, gas e petrolio), dall'altro lato a una sconfitta dei consumatori e dell'ambiente. Le fonti fossili, infatti, presentano tre rischi gravi: il rischio di prezzo, che aumenta a dismisura a ogni crisi geopolitica; il rischio di approvvigionamento, come dimostrato dai blocchi del gas russo qualche anno fa o di quello libico oggi; il rischio ambientale, con l'inquinamento e l'effetto serra causati bruciando questo tipo di combustibili".

Ma l'alternativa al nucleare non sono le fonti rinnovabili?

"Non è vero. Al momento attuale i combustibili fossili contribuiscono alla produzione di elettricità nel mondo per il 66%. Quindici anni fa era il 63%. In 15 anni hanno aumentato la loro quota di 3 punti percentuali, a discapito delle altre fonti, su una torta totale che è aumentata del 50%. Le fonti rinnovabili, invece, sono aumentate solo dello 0,2% (zero virgola due), passando dal 19,7% al 19,9%".

Com'è possibile, con tutti gli investimenti fatti nel sole e nel vento?

"Molto semplice. Sole e vento sono cresciuti, arrivando, insieme alla geotermia, all'1,8% della produzione elettrica totale. Ma in compenso la produzione idroelettrica ha perso l'1,6%. E continuerà a perdere, temo, perché ormai sono pochi i grandi bacini idroelettrici che si realizzano nel mondo. Risultato finale: l'energia elettrica si fa sempre di più con i combustibili fossili. Il carbone da solo fa più del 40%, con un aumento in 15 anni di 2 punti percentuali. E sono stati 15 anni in cui non si è fatto altro che parlare di Kyoto e di effetto serra. Bel risultato".

Quindi l'alternativa nucleare-rinnovabili è una bufala?

"Certo. Naturalmente questi numeri non li troverete mai nelle pubblicazioni ostili al nucleare. Per esaltare le performance delle rinnovabili si citano i numeri della potenza installata, dimenticando di dire che l'energia non è potenza, ma il prodotto fra la potenza e le ore di effettivo funzionamento. In Italia, mediamente, 1200 per il sole e 2000 per il vento, su 8700 ore che ci sono in un anno. I miei amici ambientalisti questi numeri preferiscono non vederli, come preferiscono non vedere le decine di miliardi di incentivi, che vengono concessi alle fonti rinnovabili per contribuire con qualche esiguo punto percentuale al fabbisogno elettrico italiano".

Ma che senso ha continuare questa discussione, dopo che l'incidente giapponese ha condannato il nucleare?

"Vediamo allora qualche altro numero, preso questa volta da un rapporto congiunto dell'Unione Europea e dell'Oms. Numero di morti per unità di energia elettrica prodotta, dalle diverse fonti. Carbone: 161 per ogni miliardo di kilowattora. Nucleare: meno di 1. Il carbone, sempre lui, con cui si fa il 40% dell’energia elettrica mondiale, è responsabile di più di 1 milione (1.000.000) di morti all'anno. Nemmeno Greenpeace è capace di sostenere che l'energia nucleare ne ammazza di più".

Conclusioni: la produzione elettrica si è fatta, si fa e si farà sempre di più con i combustibili fossili?

"Esatto. La domanda di energia elettrica continuerà a crescere, il nostro prossimo futuro sarà dominato dai combustibili fossili, continueremo ad avere 1 milione di morti all'anno per l'inquinamento da essi prodotto, pagheremo l'energia sempre più cara, sarà ancora più difficile ridurre le emissioni di CO2, pagheremo in Italia 6 miliardi di euro l'anno di incentivi alle rinnovabili per 20 anni. Ne vale la pena?"


18 aprile 2011

Hera a confronto con il territorio in una chat online sul bilancio

Il bilancio di sostenibilità di Hera è online e per la prima volta un'utility italiana si apre al confronto aperto con i cittadini con una chat sui temi del bilancio. Mercoledì 20, dalle 16.30 alle 19, sarà possibile porre domande a tecnici e dirigenti dell’azienda, che attraverso una semplice interfaccia grafica risponderanno in tempo reale.

Il bilancio di sostenibilità è per Hera il momento più importante di rendicontazione e confronto con il territorio: complessivamente, nel 2010 la ricaduta economica sul territorio servito è stata di oltre 1,6 miliardi di euro, più 1,5% rispetto al 2009, di cui 223 nei 48 comuni della provincia di Bologna serviti.

Del miliardo e 600 milioni, Hera ne ha distribuiti oltre 800 ai principali interlocutori (azionisti, lavoratori, pubblica amministrazione, comunità locale, azienda), di cui il 10% ai soci pubblici e privati a titolo di utili e il 15% in imposte, tasse e canoni agli enti del territorio. I restanti 848 milioni (64% del valore economico del totale delle forniture) sono andati alle aziende fornitrici di Hera.

Gli investimenti operativi nel 2010 sono stati 346 milioni, di cui un quarto circa destinati al ciclo idrico integrato. Una quota significativa è stata investita anche nelle infrastrutture di smaltimento dei rifiuti, tra cui in primo luogo i termovalorizzatori. Questo impiego di risorse sta dando oggi un ritorno positivo, sia per quanto riguarda l'energia prodotta (che passa dai 486 GWh del 2009 agli oltre 525 GWh del 2010), sia dal punto di vista del ridotto livello di emissioni, che sono ormai circa 10 volte inferiori ai limiti fissati dalla legge. 


13 aprile 2011

Boom d'installazioni, ma la filiera del solare non decolla

Il 2010 è stato l'anno del boom per il fotovoltaico italiano. Il Solar Energy Report del Politecnico di Milano indica un installato 2010 pari a 2.100 megawatt (+192% rispetto al 2009), ma se venissero effettivamente allacciati tutti gli impianti candidati a beneficiare del decreto “Salva Alcoa”, che ha prorogato fino a fine giugno 2011 il regime incentivante 2010, si arriverà ad oltre 6.000 megawatt di nuova potenza, con una crescita del 740% sul 2009.

Il volume d’affari generato dal settore è stato compreso fra i 7,6 miliardi di euro (se si considerano gli impianti effettivamente allacciati entro il 31 dicembre 2010) e i 21,5 miliardi di euro (tenendo conto anche di tutti gli impianti che possono beneficiare del “Salva Alcoa”): un incremento del 162 e 700% rispettivamente nel confronto con il 2009.

Il rapporto registra anche lo sviluppo della filiera industriale del fotovoltaico, con un numero di imprese (circa 800) salito del 13% rispetto all’anno precedente e un numero di occupati che ha ormai raggiunto i 18.500 e addirittura i 50.000 considerando l’indotto. Il peso delle aziende italiane ha superato quota 42% dei margini generati, rispetto al 28% di due anni fa. Ma resta comunque largamente minoritario rispetto ai competitor esteri, soprattutto nella parte alta della filiera, come si può vedere nel grafico seguente, tratto dal rapporto del Politecnico:

 


11 aprile 2011

Il costo in bolletta delle rinnovabili: non diamo i numeri!

Continua la diatriba sul peso in bolletta elettrica degli incentivi alle rinnovabili. Per il Kyoto Club le cifre fornite qualche settimana fa dal governo, che si accinge ad emanare il decreto con i nuovi incentivi per il fotovoltaico, erano improbabili: 10-20 miliardi di euro che cittadini e imprese sborsavano per sostenere le energie rinnovabili.

Kyoto Club ha già chiarito che nel 2010 il totale dei costi per le rinnovabili in bolletta era pari a 2,7 miliardi di euro e che oltre 3 miliardi invece andavano per oneri “impropri”, quali Iva non dovuta, smaltimento del vecchio nucleare, agevolazioni tariffarie per le ferrovie. Circa 2 miliardi sono da attribuire – spiega Kyoto Club – per il mancato collegamento elettrico tra Calabria e Sicilia e per i contratti che prevedono la cosiddetta “interrompibilità” a favore dei grandi consumatori di energia.

L’associazione è tuttavia consapevole che il peso degli incentivi per le rinnovabili in bolletta sarà in sensibile crescita nel 2011, soprattutto a causa dell’exploit del fotovoltaico degli ultimi mesi dello scorso anno e per gli impianti fotovoltaici del cosiddetto decreto “salva Alcoa” che potranno usufruire delle tariffe 2010. Va anche fatto presente però che il governo non dovrebbe dimenticare quei 40 miliardi di euro regalati negli ultimi 10 anni a petrolieri e produttori di energia elettrica da fonti fossili grazie al Cip6.

Per Francesco Ferrante, vice presidente di Kyoto Club, “sono proprio i grandi consumatori di energia che in questi giorni stanno diffondendo dati non corretti sull’alto costo dell’elettricità per colpa del sostegno alle rinnovabili”, per indurre il governo a tagliarli drasticamente.

Ferrante ritiene però che l’assunto da cui partono i grandi consumatori non sia del tutto corretto: nel confronto con i loro concorrenti europei, infatti, l’unico settore che ha motivo di lamentarsi è quello delle piccole imprese che consumano relativamente poca energia elettrica e che la pagano circa il 20% in più della media europea e circa il 5% in più dei tedeschi; i cittadini invece pagano il 15% in più degli europei, ma il 15% in meno dei tedeschi; mentre i grandi consumatori pagano addirittura il 10% in meno dei loro colleghi tedeschi.

Il confronto con la Germania è giustificato non solo perché quello è il paese leader in Europa, ma anche perché tra i paesi europei è quello più simile al nostro per quanto riguarda il peso dell’industria manifatturiera sul sistema economico.

Questo è il grafico elaborato da Kyoto Club su dati Eurostat, che illustra il costo 2010 in euro per ogni 100 kWh, sulla base di differenti scaglioni di consumi elettrici:

 


05 aprile 2011

Pronti, via: un'altra corsa per gli incentivi al solare

Un mercato stop-and-go. Con la frenata del nucleare e le turbolenze libiche sugli idrocarburi, l'attenzione degli investitori si concentra sul solare italiano, dopo il blocco degli ultimi mesi. Gli operatori sono sulla linea di partenza per acchiappare i nuovi incentivi, il cui varo è previsto a giorni. Ma la bolla del fotovoltaico rischia di riprendere a gonfiarsi.

"La corsa disordinata alle tariffe più generose, che si è scatenata nel primo periodo di transizione a fine 2010 e ha causato l'impennata dei costi del solare sulle bollette degli italiani, rischia di ripetersi ora nel passaggio alla nuova incentivazione", prevede Vittorio Chiesa dell'Energy & Strategy Group del Politecnico di Milano. Nelle stime del Politecnico, l'incidenza del solare in bolletta potrebbe arrivare quest'anno ai 2,4 miliardi previsti dall'Authority in bolletta e lievitare già l'anno prossimo a 4-4,5 miliardi. Di conseguenza, l'impegno che lo Stato si sarà assunto a fine 2012, prevedendo 10 gigawatt installati, arriverà complessivamente a 48 miliardi spalmati su vent'anni, periodo di durata degli incentivi. Con un'incidenza, negli anni 2013-2033, di 3,5-4 euro al mese per la famiglia media. In complesso, il messaggio è unanime: gli incentivi al fotovoltaico vanno ridotti, anche perché lo sviluppo di questa fonte è in anticipo sulla tabella di marcia degli obiettivi che ci eravamo posti al 2020 (8 gigawatt e siamo a 7), mentre altre fonti rinnovabili sono rimaste indietro, come l'eolico, che dai 6 gigawatt attuali dovrebbe arrivare a 13. Le nuove tariffe sono in discussione in questi giorni tra i vari ministeri: tutto sta a vedere come verranno ridotte, non solo quanto.

La base della discussione è la proposta avanzata da Confindustria, che ipotizza di aggiungere altri 2 gigawatt all'anno fino ad arrivare a un peso massimo di 6 miliardi di euro in bolletta a fine 2016, con 18 gigawatt installati, dagli 8 previsti a fine 2011. In questo modo l'impegno complessivo lieviterà da 48 a 63 miliardi attualizzati, con un'incidenza di 5,2 euro al mese per la famiglia media nel periodo 2016-2036, secondo i calcoli della squadra di Chiesa (tenendo conto che dal 2028 in poi le uscite annue diminuiranno, con la fine dell'incentivazione degli impianti installati nel 2007). Il problema è che la proposta di Confindustria prevede una riduzione molto graduale delle tariffe incentivanti nel periodo transitorio dal 1° giugno al 31 dicembre 2011, rendendole in alcuni casi addirittura più generose rispetto a quelle precedenti, che si volevano tagliare. "Abbiamo previsto incentivi generosi in questa fase perché ci sono tanti cantieri aperti e la riduzione di mese in mese dovrebbe spingerli a chiudere rapidamente", spiegano in Confindustria.

Alla prova dei fatti, un sistema di questo tipo potrebbe scatenare un'altra corsa disordinata per inserirsi nella finestra mensile più generosa e soprattutto per rientrare nella quota annuale. "Se non verrà messo in piedi un meccanismo che automatizzi le riduzioni degli incentivi, agganciandole al raggiungimento di una certa quota d'installazioni, ma senza tetti annuali, come in Germania, ci sarà sempre una corsa per cogliere la finestra più favorevole e continueremo ad avere un mercato stop-and-go, che non fa bene a nessuno", ribatte Chiesa. Alla base della corsa ad arraffare quel che si può c'è l'incertezza normativa, che caratterizza il mercato dagli ultimi mesi del 2010, quando il governo concesse anche agli impianti fuori tempo massimo una proroga di sei mesi, per accedere alle tariffe più favorevoli dell'incentivazione precedente. In quei pochi mesi sono stati installati, secondo i dati comunicati dal Gestore dei Servizi Energetici, quasi 4 gigawatt di pannelli, più dell'intero parco fotovoltaico italiano installato fino ad allora. Uno sproposito (con qualche irregolarità di mezzo, che sta già emergendo). Per rimediare allo scivolone del 2010, il governo ha anticipato a fine maggio 2011 la scadenza degli incentivi, inizialmente prevista per il 31 dicembre 2013. Ma la pezza si è rivelata peggiore del buco: le banche, irritate dall'incertezza, hanno ritirato i finanziamenti e il comparto si è bloccato, con 50mila posti di lavoro che traballano. "Il mercato è rimasto paralizzato dal decreto varato a inizio marzo, che ha cancellato inaspettatamente gli incentivi senza spiegare cosa succede dal 1° giugno in poi", fa notare Chiesa. Ora il governo promette l'avvio dei nuovi incentivi in tempi brevi: forse già questa settimana, ha detto il ministro Stefania Prestigiacomo. Stavolta però è importante fare bene, non solo fare in fretta, perché queste cifre ce le porteremo dietro per vent'anni. E sono cifre importanti.


01 aprile 2011

Radiazioni mediatiche: perché il nucleare fa più paura?

Per giorni e giorni, la copertura mediatica del terremoto in Giappone si è concentrata quasi esclusivamente sul rischio nucleare. Poi, quando il rischio si è attuenuato, il disastro è sparito dalle pagine dei giornali. "Questo tipo di copertura ci dice molto di più su noi stessi che sull'incidente di Fukushima", spiega David Spiegalhalter, autorità internazionale in materia di percezione pubblica del rischio, di cui è professore a Cambridge.

Da statistico, non può far altro che appellarsi ai numeri. E porta il classico esempio di Chernobyl, dove i morti attribuiti direttamente all'incidente dall'ultimo rapporto dell'Onu (febbraio 2011) risultano 64. "Si stima che 17 milioni di persone siano state esposte alle radiazioni dovute all'incidente di Chernobyl, ma non più di 2000 si sono ammalate di cancro, avendo consumato cibo contaminato per colpa delle informazioni false fornite dalle autorità dopo l'incidente", fa notare Spiegelhalter. E' un bilancio drammatico, ma molto più contenuto di quanto ci si aspettasse. Niente a che fare con altri disastri industriali, come quello del 2 dicembre 1984 a Bhopal, in India, dove la nuvola di gas fuoriuscita da una fabbrica di pesticidi fece 3.787 vittime. Oppure con gli infiniti incidenti legati al mondo dell'energia, dalle decine e decine di stragi nelle miniere di carbone (a Benxihu, in Cina, nel 1942 morirono in 1549) al crollo della diga del Vajont, con 1917 vittime.

D'altra parte, pochi sembrano preoccuparsi delle radiazioni naturali cui si espone, sotto forma di gas radon, chiunque risieda nella parte occidentale dell'Inghilterra: "Le stime mediche attribuiscono a questo fenomeno oltre mille morti di cancro all'anno", rileva. Idem dicasi per le radiografie. Si calcola che le radiazioni erogate da una Tac siano equivalenti alla dose assorbita da chi si trovava a due chilometri e mezzo dal centro dell'esplosione di Hiroshima. "Visto che ogni anno negli Stati Uniti si somministrano più di 70 milioni di Tac, il National Cancer Institute calcola che 29mila americani si ammaleranno di cancro a causa delle radiazioni ricevute nell'arco di un solo anno", precisa Spiegelhalter.

Sia nell'uno che nell'altro caso, le conseguenze sono ben più devastanti di quelle causate dal più grave degli incidenti in tutta la storia del nucleare civile. Perché nessuno se ne cura? In questa materia, evidentemente, la percezione cambia molto a seconda del modo in cui le radiazioni si diffondono. "Gli psicologi hanno speso anni per identificare i fattori che ci portano a una marcata sensazione di vulnerabilità e una fuga radioattiva da un impianto nucleare li tocca tutti. E' un rischio invisibile, misterioso e incomprensibile, associato a conseguenze terribili come il cancro o le malformazioni congenite. Sembra innaturale". Se le radiazioni le abbiamo scelte noi, le percepiamo come un rischio calcolato. "Ma se le radiazioni vengono da un incidente che ci è stato imposto contro la nostra volontà, ci sentiamo molto più vulnerabili". Di conseguenza, Spiegelhalter è convinto che i principali effetti per la salute dovuti a un incidente nucleare siano psicologici. Per contrastarli, l'unica salvezza è la corretta comunicazione: "Un flusso costante d'informazioni obiettive è fondamentale per smontare l'ansia". Un messaggio che purtroppo, anche questa volta, sembra cadere nel vuoto.