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6 giugno 2005

Italia-Ucraina, il patto d'acciaio

Chi l' ha detto, che in Europa per l' acciaio non c' è futuro? L' accordo di collaborazione fra l' italiana Duferco e l' Industrial Union of Donbass, che sarà firmato venerdì a Kiev alla presenza del premier ucraino Yulia Timoshenko, di Gianfranco Fini, Adolfo Urso e dell' amministratore delegato di Sviluppo Italia, Massimo Caputi, dimostra il contrario. Con l' incrocio di partecipazioni fra il gruppo Duferco di Bruno Bolfo e il primo produttore ucraino di acciaio, si gettano le basi per un nuovo modello di mantenimento delle attività siderurgiche in un' economia sviluppata. Unendo la produzione di acciaio grezzo in Est Europa, competitiva, con l' attività di trasformazione e distribuzione ad alto valore aggiunto dell' Europa occidentale. Le due aziende, dopo avere già collaborato alla privatizzazione della siderurgia ungherese con il consorzio Dunaferr, venerdì concluderanno una joint venture fra l' impianto ucraino di colate continue di Dneprovsk e lo stabilimento Duferco di Giammoro in Sicilia, prima linea di produzione italiana di travi d' acciaio per le costruzioni. Con lo scambio di partecipazioni, che comporta un investimento da 35 milioni per gli ucraini a Giammoro e di 25 milioni per l' azienda italiana a Dneprovsk, Duferco si assicura l' esclusiva della produzione del colosso ucraino, l' unico nella regione mineraria del Donbass a continuare indisturbato la sua attività dopo la rivoluzione degli arancioni, grazie agli ottimi rapporti del suo presidente Sergey Taruta con il nuovo presidente ucraino, Viktor Yuschenko. «Lo stabilimento di Dneprovsk - spiega Antonio Gozzi, amministratore delegato di Duferco con Massimo Bolfo, responsabile del trading, in cui la Duferco è leader mondiale - si affaccia sul fiume Dnepr e quindi l' acciaio viene caricato direttamente sulle navi che lo portano in Sicilia attraverso il Mar Nero e il Mediterraneo». Nell' impianto di Giammoro, che sorge sul mare a 20 chilometri da Messina, sono in via di costruzione le banchine adatte a ricevere le grandi navi ucraine. L' accordo - reso possibile anche dal supporto di Sviluppo Italia - avrà una ricaduta sulla competitività dello stabilimento e sulla crescita in occupazione. «Per sfruttare le forniture dall' Ucraina - aggiunge Gozzi - è previsto un ampliamento del laminatoio e la realizzazione di un grande centro di lavorazione per l' acciaio nelle costruzioni». Proprio dall' esigenza di potenziare le forniture per l' edilizia, uno dei pochi settori che non si possono delocalizzare, nasce quest' operazione, in controtendenza rispetto a quello che sembrava il declino ormai inarrestabile del settore, con le chiusure di Thyssen Krupp a Terni e il passaggio della Lucchini alla russa Severstal. «Ormai siamo alla delocalizzazione selvaggia verso i Paesi del terzo mondo - commenta Gozzi, che insegna Economia e gestione delle imprese logistiche all' università di Genova -. Ma attenzione a non esagerare: su alcune produzioni la delocalizzazione è antieconomica, perché i costi e i tempi di trasporto contano». Non che Duferco rifugga dalla delocalizzazione: l' azienda di Bolfo - che nel 2004 ha prodotto 6,3 milioni di tonnellate di acciaio e ne ha commercializzati 16, con un giro d' affari di 6,8 miliardi di dollari e un utile netto di 270 milioni - è presente in 40 Paesi con 11mila dipendenti ed è il primo investitore industriale italiano in Russia con la sua Viz Stahl di Ekaterinburg. «Ben venga la delocalizzazione intelligente - puntualizza Gozzi -, non solo mirata alla ricerca di manodopera a basso costo: in Est Europa, dove abbiamo stabilimenti in 11 Paesi, abbiamo imparato molte cose. A Ekaterinburg abbiamo una produzione avanzatissima di lamierino magnetico con tecnologia russa: per noi è stata un' avventura basata sull' innovazione. E anche un' opportunità per creare un avamposto commerciale in un luogo straordinario, a cavallo fra l' Europa e l' Asia, sugli Urali». Non a caso la Duferco di Ekaterinburg è diventata l' impresa chioccia di uno dei distretti italiani all' estero recentemente avviati, con il sostegno del ministero delle Attività produttive. Attorno alla sua sede si sono installate imprese italiane dei settori più diversi, dal biomedicale (Esaot) alle vernici (Stoppani), dalla meccanica ai tubi. Sempre in joint venture con aziende locali. «Se si vuole arrestare il declino delle esportazioni - fa notare Gozzi - bisogna sfruttare meglio l' antico spirito dei fondaci, con cui le nostre repubbliche marinare creavano le loro reti all' estero». Senza dimenticare la produzione in Italia, quando ne vale la pena.

29 maggio 2005

Pubblicità in fuga dal piccolo schermo?

Il programma s'interrompe, parte lo spot pubblicitario. Bidop. Bidop. Bidop. Questo è il rumore di un videoregistratore digitale quando salta uno spot: per l'industria televisiva, è un rumore che fa accapponare la pelle. Più che un segno di pacifico nomadismo, assomiglia al grido di guerra dei nuovi barbari. Le tecnologie digitali, già temutissime rivali, non si limitano più a erodere l'audience televisiva dirottando il pubblico verso nuovi media, ma passano ormai ad attaccare il cuore stesso del business: la pubblicità. Le implicazioni del salto dello spot sono devastanti: la percezione dell'inutilità degli annunci televisivi sta già avendo le prime ricadute sulle attribuzioni dei budget pubblicitari. E quando questa perdita di efficacia comincerà a essere documentata, l'effetto domino potrebbe essere repentino. In un settore basato su costi fissi come quello televisivo, anche un piccolo calo degli introiti pubblicitari può causare notevoli danni ai profitti, innescando un circolo vizioso che passa per il taglio al budget dei programmi e finisce nell'ulteriore perdita di audience. TiVo e compagni potrebbero diventare la killer application (nel senso letterale del termine) che farà pendere la bilancia dai media tradizionali, finanziati e controllati dai pubblicitari, verso i nuovi media, finanziati e controllati dai consumatori. Per ora, i videorecorder digitali che consentono il salto dello spot (oltre il 70% dei loro possessori li usano così) possono vantare una penetrazione del 10% negli Usa e del 15% in Giappone, mentre in Europa sono su percentuali ancora molto modeste. Ma i ritmi di crescita stanno accelerando. E cominciano a uscire i primi studi che mettono seriamente in dubbio l'efficacia della pubblicità televisiva, in particolare per i marchi più maturi dei beni di largo consumo. "Negli ultimi cinquant'anni, le emittenti hanno ricavato una sorta di tassa fissa dalle aziende produttrici di beni di largo consumo. Ma ho l'impressione che siamo entrati in una nuova fase, in cui queste aziende si stanno accorgendo che gli spot televisivi non funzionano più", spiega Andrew Shore, analista di Deutsche Bank e autore dello studio più approfondito sul rendimento della pubblicità televisiva per i marchi maturi. "Le spese di questo tipo - secondo Shore - sono la prossima voce destinata a cadere sotto la scure delle grandi multinazionali". Non stiamo parlando di noccioline: dei 500 miliardi di dollari spesi quest'anno nel mondo in pubblicità, circa il 40% finirà in spot televisivi. Ma per i colossi americani dei beni di largo consumo la "tassa alle tv" arriva al 60% di tutte le spese pubblicitarie, cioè circa 12 miliardi l'anno scorso. E secondo lo studio di Shore, gran parte di questi soldi è stata spesa a vuoto. Dopo aver esaminato la ricaduta degli investimenti pubblicitari televisivi sull'aumento dei volumi e degli utili nei principali 23 marchi dei prodotti di largo consumo lungo un arco di tre anni, Shore sostiene infatti che quegli spot hanno prodotto un ritorno positivo solo nel 18% dei casi sul breve termine e nel 45% dei casi sul lungo termine. Nella migliore delle ipotesi, quindi, meno della metà di quei soldi valeva la pena di essere spesa. Un'affermazione ardita, che non tutti condividono. Secondo Robert Heath, docente di marketing all'università di Bath, è riduttivo calcolare le ricadute della pubblicità televisiva in base al puro e semplice ritorno sull'investimento: "Anche quando sono deliberatamente ignorati, i messaggi pubblicitari televisivi vengono comunque assorbiti a livello inconscio. E siccome la memoria implicita dura molto più a lungo della memoria esplicita, le immagini che associamo a un marchio, una volta imparate non si dimenticano più". Ma il tentativo di Shore di calcolare in maniera più precisa le ricadute degli investimenti pubblicitari in tv suscita il plauso di molte aziende. Jim Stengel, capo del marketing di Procter & Gamble (principale inserzionista Usa con 2,8 miliardi spesi in pubblicità l'anno scorso), tuona: "Muoviamo 500 miliardi di dollari all'anno con meno disciplina e meno dati di quanti ne abbiamo in mano per decidere se spendere centomila dollari in altri settori". P&G è l'unica casa produttrice di beni di largo consumo che ha cominciato recentemente a usare dei modelli basati sulle vendite per stimare il ritorno sugli investimenti nelle campagne pubblicitarie e anche dai suoi calcoli emergono forti dubbi sull'efficacia degli spot televisivi tradizionali. Già solo l'avvento della tv via cavo, con la conseguente frammentazione dell'audience (vent'anni fa le "big three" Abc, Nbc e Cbs avevano l'80% dell'audience, oggi il 40%) sta rendendo la pubblicità televisiva obsoleta. Figurarsi l'arrivo dei videoregistratori digitali. Ma se è vero che gli spot tradizionali non funzionano più, quali sono le alternative? Per trovare altri canali bisogna fare i conti con la proliferazione dei media. I ragazzini americani passano ormai oltre 7 ore alla settimana alla consolle dei videogiochi, i quattro quinti delle famiglie hanno un allacciamento a Internet, di cui un quarto a banda larga (sarà la metà nel 2008) e un altro quarto ad alta velocità. Ne approfittano le pubblicità interattive, in cui si può rispondere a determinati segnali nei programmi tv attraverso il telecomando, un telefonino o Internet. Si usano gli sms per far partire campagne di marketing virale. Si mettono provocazioni in rete con metodi da guerilla marketing. Chuck Fruit, capo del marketing di Coca-Cola, ha recentemente dichiarato l'intenzione di abbandonare la tv per portare le bollicine fra i giovani con il cinema, la musica, i videogiochi, attraverso il product placement. Nel 2004 la spesa di Coca-Cola in pubblicità televisiva è scesa del 60%. Nel frattempo, il gigante di Atlanta ha aperto delle aree chiamate Coke Red Lounge nei centri commerciali, dove si può sentire musica o vedere un film e dove i giovani possono rilassarsi con un bicchiere di Coca-Cola in mano. Lo stesso ha fatto anche la Campbell, aprendo una catena di Soup Sanctuaries, dove offre una minestra rigenerante ai forzati dello shopping. La promozione attraverso esperienze positive s'inserisce perfettamente nel tentativo di vendere uno stile di vita più che un prodotto. Aziende come Estée Lauder o Starbucks si basano su questa concezione già da anni: sono molto parche nelle spese pubblicitarie e fanno piuttosto assegnamento sull'esperienza positiva dei clienti e sul loro passaparola. L'anno scorso Amazon ha bloccato una campagna televisiva giudicata inefficace e da allora si basa su promozioni dirette o su incentivi come la spedizione gratuita per attirare clienti. Di qui a soppiantare la tv, naturalmente, c'è tantissima strada da fare. Ma la fuga dal piccolo schermo è già cominciata. Bidop.

9 maggio 2005

Scaroni e Mincato: carbone contro gas

Il caro vecchio metano, a cui tutti gli italiani sono abituati? O il carbone nero e polveroso, ma tanto più economico? Per non parlare del nucleare, che tutti rimpiangono ma nessuno vuole? La scelta su quale fonte puntare in Italia per la generazione elettrica del futuro si sta compiendo adesso. Se n' è accorto Paolo Scaroni, amministratore delegato di Enel, che nel suo ultimo piano strategico ha annunciato l' intenzione di raddoppiare da qui al 2008 la capacità di generazione elettrica da carbone dell' operatore dominante sul mercato italiano. Se n' è accorto anche Vittorio Mincato, che da molti mesi batte la grancassa contro il carbone a favore del gas naturale, di cui guarda caso detiene il monopolio. E se n' è accorta la gente di Civitavecchia, dove Enel vuole riconvertire a «carbone pulito» una vecchia centrale a olio combustibile (Torre Valdaliga), non più competitiva e sostanzialmente ferma. Nei piani dell' ex monopolista, ai 2 mila megawatt di Torre Valdaliga dovranno aggiungersi almeno i 2.600 di Porto Tolle e altri 1.200 di Rossano Calabro, per permettere all' Enel di rimpiazzare quasi del tutto, da qui al 2010, il problematico e caro olio combustibile. La scelta è molto importante, se è vero, come risulta da uno studio del ministero delle Attività produttive, che nel giro di 15 anni il fabbisogno di energia elettrica degli italiani è destinato a crescere del 25%. «Le fonti che sceglieremo per coprire la nuova domanda e per sostituire le vecchie centrali obsolete saranno determinanti per la formazione del prezzo dell' energia elettrica nei prossimi decenni», fa notare Giordano Serena, presidente di Assoelettrica. Mentre gli altri operatori italiani costruiscono quasi solo comode centrali a gas, Enel è sempre più concentrata sull' aspetto del taglio dei costi: da un lato con il nucleare all' estero, visto che in Italia le barriere sono insuperabili, e dall' altro con il carbone al posto dell' olio, enti locali permettendo. «Andiamo verso una dipendenza eccessiva del nostro sistema elettrico dal gas - commenta il presidente di Enel, Piero Gnudi -. Se vogliamo modificare la struttura dei costi dell' energia dobbiamo fare largo uso del carbone, vittima di pregiudizi». Oltre all' assenza di energia nucleare, la principale anomalia italiana è proprio l' uso limitato del carbone, che non supera il 13% della produzione elettrica, mentre l' Europa si basa per almeno due terzi sull' accoppiata nucleare e carbone. Se la strategia di Enel andrà in porto, l' uso del carbone in Italia crescerà al 24% (contro un 31% di media europea) e il riequilibrio del mix di combustibili potrebbe far scendere del 20-25% il prezzo dell' energia in Italia, oggi di gran lunga il più elevato d' Europa. Ma le resistenze sono fortissime, come dimostra l' irritata reazione di Mincato, che ha insistito più volte a favore del gas: secondo il numero uno di Eni, il carbone «non è poi così economico come qualcuno crede», ed è comunque incompatibile con i vincoli ambientali imposti dal protocollo di Kyoto. «È inutile - commenta Serena - mettere a confronto le strategie di Scaroni e Mincato. Il core business dell' uno è produrre energia, dell' altro è vendere idrocarburi. Ognuno fa il suo mestiere». E sullo sfondo incombe la stretta finale sulle nomine ai vertici delle due aziende di Stato, che radicalizza le rivalità, anche perché Scaroni è considerato un pretendente al trono di Mincato. Stavolta è proprio il petroliere a ergersi a paladino dell' ambiente: «Per ridurre la Co2 - sostiene Mincato - la strada più efficace resta la progressiva sostituzione del carbone e dell' olio combustibile con il gas naturale». E Legambiente, con il suo pregiudiziale «no al carbone», gli dà ragione, scatenando fortissime resistenze locali ai piani di riconversione di Enel. Ma è proprio su questo punto che arrivano le contestazioni più dure dal fronte pro-carbone. Come ha dimostrato Enel portando gli amministratori locali di Porto Tolle a visitare le più avanzate centrali a carbone del mondo, ad Haramachi in Giappone e a Mai Liao nell' isola di Taiwan, il carbone non è più quello di una volta. Rispetto a una centrale a olio, il carbone pulito riduce l' inquinamento del 70%. Restano, è vero, le emissioni di anidride carbonica. «Ma per fare un confronto fra gas e carbone - sostiene Andrea Clavarino, presidente di Assocarboni - bisogna prendere in esame anche le emissioni precombustione, che nei giacimenti di gas da cui si approvvigiona Eni sono altissime». Non a caso, da quando il governo norvegese ha imposto una carbon tax sull' industria estrattiva, nei giacimenti di gas del Mare del Nord si sta sperimentando il sequestro geologico della Co2 in strati acquiferi profondi, che potrebbe risolvere il problema. Anche per il carbone. «Se funzionerà il sequestro geologico della Co2 - dice Clavarino - il carbone avrà fatto bingo...».

11 aprile 2005

La pacchia è finita: l'acciaio è cinese

Dopo tre anni di festa, il comparto siderurgico allaccia le cinture in previsione di un' inversione di tendenza dei prezzi. E lancia l' allarme sui primi segnali di declino del primato italiano nei prodotti di alta qualità. «La domanda cinese sta calando e la loro produzione ormai supera il fabbisogno interno», commenta Antonio Gozzi, presidente degli elettrosiderurgici (Aie) e amministratore delegato della filiale italiana del gruppo Duferco, il maggior commerciante indipendente d' acciaio nel mondo. La Cina, che aveva innescato la corsa dei prezzi con la sua fame d' acciaio, quest' anno ne produrrà 350 milioni di tonnellate (un sesto del mercato mondiale) e potrebbe diventare esportatore netto: lo conferma uno studio dell' Iron and Steel Statistics Bureau, un centro di analisi londinese, da cui emerge che l' export cinese ha già superato l' import nell' ultimo trimestre 2004. Il sorpasso, destinato a consolidarsi quest' anno e a sconvolgere gli equilibri mondiali fra domanda e offerta, è legato al rallentamento dell' economia, provocato dal governo. «Il boom delle costruzioni in Cina, tipico di un' economia in via di sviluppo, ha profondamente influenzato il mercato mondiale dell' acciaio e ora che sta rallentando ne risentiremo - spiega Gozzi -. In un settore frammentato e non oligopolistico come quello dell' acciaio, del resto, è inevitabile un andamento ciclico, che segua gli sbalzi della congiuntura». Stando ai dati del ministero del commercio di Pechino, nel corso del 2004 l' import è calato del 21%, a 29,3 milioni di tonnellate, mentre l' export ha raggiunto i 14,2 milioni di tonnellate, un balzo del 104,6%. Quest' anno, l' export dovrebbe superare l' import di circa 5 milioni di tonnellate, anche se il governo sta cercando di frenare questo trend, con un taglio delle agevolazioni fiscali concesse agli esportatori. Gli esperti si attendono la prima caduta consistente dei prezzi dopo l' estate, a circa tre anni dall' inizio della lunga salita, in cui i laminati d' acciaio sono passati dai 195 dollari a tonnellata dell' inizio 2002 agli attuali 585 dollari. Eurofer, la confederazione dei produttori europei, già il mese scorso aveva ammonito contro i rischi di una sovrabbondanza di offerta. E Arcelor, il numero uno europeo dell' acciaio, ha appena annunciato una riduzione della produzione di un milione di tonnellate: la domanda europea infatti sta calando del 14% in questo primo semestre dell' anno, a causa dell' alto livello delle scorte. Ma il gigante asiatico sta invadendo anche il mercato degli acciai speciali, a lungo presidio quasi inespugnabile della siderurgia italiana: nel 2004 l' incremento dell' import sul 2003 per l' acciaio inox è stato del 47,2%, per il magnetico del 70%. «Proprio gli acciai la cui tecnologia avanzata finora aveva fatto ritenere che fossero al riparo dal fenomeno della concorrenza dei Paesi extra Ue», rileva l' ultimo rapporto di Federacciai. Evidentemente il contenuto tecnologico non basta più a compensare il gap di costo rispetto alla Cina, ma anche alla Russia o all' Ucraina. In volumi, gli acciai speciali rappresentano una nicchia della siderurgia italiana, ma producono una fetta importante dei profitti delle aziende. Basta guardare alla produzione della Lucchini, appena passata alla russa Severstal, o della tedesca ThyssenKrupp, che basa proprio sull' acciaio inox la sua strategia nel polo di Terni. Sugli inossidabili puntano anche alcune acciaierie medio-piccole, come la vicentina Acciaierie Valbruna o la valdostana Cogne Acciai Speciali, le bresciane Aso Siderurgica e Italfond, o la Rodacciai di Lecco. «È evidente - fa notare Federacciai - che ogni differenziale di qualità dovrà purtroppo misurarsi con situazioni di mercato a costo del lavoro inferiore, anche dieci volte, a quello praticato sul mercato nazionale». Unica difesa, il monitoraggio attento dell' import per rilevare eventuali fenomeni di dumping, che Eurofer potrebbe chiedere alla Commissione europea, così come stanno già facendo gli Stati Uniti.

21 marzo 2005

Karl-Heinz Grasser

Se l' Austria avesse ancora un impero, Karl-Heinz Grasser sarebbe un ufficiale di Sua Maestà. Alto, abbronzato e sempre inappuntabile, il giovane ministro delle Finanze austriaco è considerato il «duro» dell' Ecofin. Con il suo piglio militaresco tiene testa ai nemici e ne infilza sette in un colpo: la sua strenua difesa dei parametri di Maastricht e il suo accanimento contro la richiesta franco-tedesca di seppellire gli automatismi nella procedura di sanzionamento sono ormai leggendari. «Niente compromessi - ribadisce deciso - con chi vuole infrangere la promessa di stabilità e di crescita stipulata con 300 milioni di cittadini europei». Da lui e dall' altro rigorista, il collega olandese Gerrit Zalm, dipende la decisione dell' Ecofin di non annacquare il famigerato tetto del 3% per il rapporto deficit/Pil con troppe eccezioni, riducendo la lista stilata dal premier lussemburghese Jean-Claude Juncker a una vaga indicazione di massima. Ma di nemici ne vengono sempre fuori altri. Nessun uomo politico europeo spacca i fronti come lui. A Bruxelles, fra i colleghi ministri, ha fama di vanitoso e irascibile. In Austria gli rinfacciano alcune operazioni finanziarie disinvolte. Gli industriali tedeschi invece lo amano alla follia e lo vorrebbero tutto per loro. Fra i vari litiganti, il golden boy dell' Austria Felix prospera. Ormai da cinque anni il 36enne Grasser gestisce con grande successo le finanze della repubblica alpina. Da un deficit che superava il 2% nel 2000, il carinziano ha subito puntato al pareggio di bilancio, raggiunto l' anno dopo. Arrivato lì, ha cominciato a tagliare le tasse e a riformare il sistema pensionistico. «Ci siamo posti tre obiettivi: il pareggio di bilancio, il taglio delle tasse e l' aumento delle spese in ricerca e sviluppo, formazione e infrastrutture. E li abbiamo perseguiti con decisione in questi cinque anni, senza sconfinare a destra o a sinistra», osserva Grasser. Il miracolo gli è riuscito perché ha approfittato degli anni di vacche grasse per mettere in piedi quelle riforme che gli altri Paesi europei stanno tentando di fare adesso, nel bel mezzo della crisi, spinti dagli obblighi del Patto di stabilità. Non a caso, in Austria, di crisi si parla poco: dopo tutto questo lavoro ora ci si gode i primi effetti delle riforme sulla crescita, che quest' anno dovrebbe attestarsi sul 2,4%, al di sopra delle medie europee. E si attende ancora di vedere l' effetto della rivoluzione fiscale, entrata in vigore dal primo gennaio di quest' anno. «Con l' ingresso dei Paesi dell' Est nell' Unione Europea, l' Austria si è trovata di fronte due opzioni - spiega Grasser -. Potevamo aspettare di veder andare via le nostre imprese verso Paesi con una politica fiscale molto più favorevole della nostra, oppure affrontare la questione in anticipo e avviare una riforma radicale delle imposte societarie. Abbiamo preferito scegliere la seconda strada e dare un taglio netto, non una limatina come sta cercando di fare in questi giorni il cancelliere Gerhard Schroeder». Dal primo gennaio, Vienna ha tagliato le tasse sui profitti aziendali dal 34 al 25% e consente, come ulteriore asso nella manica, di portare in deduzione le spese di filiali collocate all' estero. «In questo modo - commenta Grasser - invitiamo le grandi imprese non solo ad investire da noi, ma anche a trasferire qui il quartier generale, le teste pensanti». I primi risultati già si cominciano a vedere: secondo uno studio dell' Austrian Business Agency, nel 2004 gli insediamenti societari dall' estero sono cresciuti del 30% rispetto all' anno precedente, in previsione della riforma fiscale. Dalla Germania il flusso è particolarmente massiccio, ma anche dall' Italia si muove qualcosa. «Con la nostra posizione centrale rispetto ai nuovi Paesi dell' Unione - specifica Grasser - e con un diritto societario favorevole, il segreto bancario, la sicurezza e la qualità della vita, stiamo cercando di fare concorrenza alla Svizzera nei confronti della grande impresa». Non a caso i lavoratori austriaci, praticamente privi di tutela contro il licenziamento, godono di un tasso di disoccupazione fra i più bassi d' Europa (5,8%). Del resto Grasser, di grande impresa, se ne intende. Rampollo di un grosso concessionario d' automobili di Klagenfurt, dopo una fulminante carriera politica a fianco del campione della destra austriaca, il governatore carinziano Joerg Haider, nel ' 98 Grasser ha piantato il suo mentore e la sua poltrona di segretario del partito liberale per passare all' industria privata, diventando vice presidente della Magna, il colosso della componentistica del miliardario austro-canadese Frank Stronach. Lì ha gestito per due anni gli 81 mila dipendenti di Stronach ma, dopo un' effimera ricomposizione con Haider, già nel 2000 è diventato il più giovane ministro delle Finanze della storia austriaca. Quando si è sciolta la coalizione tra cristiano-democratici e liberali, che aveva portato Haider al governo e l' Austria alla berlina in Europa, Grasser è semplicemente rimasto al suo posto di ministro come indipendente, abbandonando definitivamente il controverso compagno di strada, ormai diventato un peso. Da allora ha continuato a governare a fianco del cancelliere Wolfgang Schuessel, attraversando con disinvoltura più di uno scandalo. A colpi di energy drinks e buone relazioni internazionali, tra una scalata dello Stephansdom e una relazione con la regina dei cristalli Fiona Swarovski, Grasser è corteggiato dalla stampa seria e dalla yellow press con identica devozione. Per ora i suoi abili equilibrismi sembrano funzionare abbastanza bene, a tutto vantaggio del suo Paese. L' Austria? «Una storia di successo sensazionale», dice lui.

14 marzo 2005

Ma quale bolla, in Italia manca il gas

Una settimana di freddo intenso è bastata per mettere in crisi le forniture nazionali di metano: in quattro giorni di maltempo l' Italia ha bruciato l' 8% delle riserve strategiche, 400 milioni di metri cubi di gas stoccati durante l' estate in giacimenti sotterranei, da usare soltanto in caso d' emergenza. «Il provvedimento del ministro Marzano dimostra che c' è bisogno di una maggiore quantità di gas e di una vera liberalizzazione a monte, come diciamo da anni - rileva Mauro D' Ascenzi, presidente di Federgasacqua, l' associazione che riunisce i distributori locali del gas - Il prezzo di questa carenza finiscono per pagarlo i consumatori anche nelle bollette. Se si vogliono diminuire le tariffe, l' unica vera soluzione è aumentare la quantità e l' accesso al gas liberalizzato». Altro che bolla del gas: «La tesi sostenuta da Vittorio Mincato non sta in piedi - puntualizza D' Ascenzi - come s' è visto in questi giorni d' emergenza. Sul mercato italiano non si rischia un eccesso di disponibilità, semmai una carenza grave, anche mettendo in conto i 6,5 miliardi di metri cubi di capacità di trasporto in più promessi dall' Eni». Su questo punto concordano anche l' Antitrust e l' Autorità di Sandro Ortis che già l' anno scorso, a conclusione di un' indagine comune, avevano contestato duramente la tesi di Mincato, con precisione profetica. È «purtroppo evidente - conferma oggi il presidente Ortis - che non ci troviamo nella ' bolla di gas' anche recentemente paventata». Occorre dunque «assicurare presto, per ragioni di sicurezza e per lo sviluppo di un mercato efficiente, una capacità d' offerta adeguatamente superiore alla domanda», ammonisce Ortis, ricordando fra l' altro la sua richiesta per la «terzietà di Snam Rete Gas e degli stoccaggi Stogit». In prospettiva, le carenze sul mercato del gas rischiano d' interferire anche con il corretto funzionamento del mercato elettrico. «In Italia la domanda di metano cresce molto rapidamente, circa del 4% l' anno, perché il gas è più efficiente per alimentare le centrali e inquina meno dell' olio combustibile - fa notare Sergio Garribba, direttore generale del ministero delle Attività Produttive. Tutte le prossime centrali elettriche - circa 8 mila megawatt già in costruzione e oltre 10 mila approvati ma non ancora cantierizzati - andranno a gas e quindi da qui al 2006 il fabbisogno aumenterà di molto. Ma l' offerta è ferma da anni. Da un lato la produzione domestica cala: l' anno scorso dalle profondità dell' Adriatico e della pianura padana sono stati estratti soltanto 13 miliardi di metri cubi (un miliardo in meno dell' anno prima), sugli 80 miliardi che l' Italia ha consumato. Dall' altro lato l' importazione è quasi ferma, da quando Eni ha congelato il potenziamento dei suoi gasdotti per timore di generare un eccesso di metano. Proprio su questo aspetto si concentra l' inchiesta per abuso di posizione dominante appena aperta dall' Antitrust contro il cane a sei zampe, accusato di una vera manovra ostruzionistica per strozzare quattro concorrenti. In previsione del potenziamento in seguito congelato, Edison Gas, Compagnia italiana del gas, Bridas Energy International e World Energy si erano aggiudicate le gare avviate dall' Eni in base alle norme antitrust per ospitare nei suoi tubi il loro gas, comperato direttamente in Algeria, ma poi si sono viste negare il diritto di trasportare il metano, già ottenuto con un primo contratto a valere dal 2007, per presunte irregolarità procedurali. E quindi sono rimaste al palo. Come loro, tutti gli altri operatori dipendono dalla buona volontà dell' Eni per approvvigionarsi, passando sui suoi gasdotti. «Costruitevi i vostri tubi», tuona Mincato. Ma il presidente Ortis si spinge oltre e sostiene che l' Eni, nel privatizzare la rete, dovrebbe conferirvi i metanodotti esteri: il tubo che attraverso l' Austria si collega alla rete siberiana, quello verso l' Olanda, il Transmed verso l' Algeria e il metanodotto libico, appena entrato in funzione. La preoccupazione di Ortis è che il possesso d' infrastrutture estere consenta all' Eni di mantenere comunque il controllo del mercato italiano, anche dopo l' uscita dal capitale di Snam Rete Gas. Un' altra soluzione, molto caldeggiata dal ministero, è lo sviluppo di nuovi terminali di rigassificazione, adatti all' importazione per nave di gas naturale liquefatto (Gnl), che oggi in Italia può essere ritrasformato in metano soltanto nell' impianto Snam di Panigaglia, in Liguria. «Il Gnl alla fine diventa metano - precisa Garribba - ma è una commodity un po' diversa, tant' è vero che il suo prezzo non è direttamente legato a quello del petrolio come il metano via gasdotto. Arrivando via nave, consente una maggiore diversificazione delle fonti: a seconda del fabbisogno si possono ordinare più o meno carichi e se non lo si trova in Nigeria o in Qatar si può ricorrere alle forniture dalla Malesia o dal Messico». I due impianti più vicini alla realizzazione sono la piattaforma ideata da Exxon Mobil e Qatar Gas (45%-45%) in alleanza con Edison (10%) a Porto Viro, nell' alto Adriatico, che ha ricevuto l' autorizzazione in novembre, e quella al largo di Livorno progettata da Falck e Belleli in collaborazione con Amga, che riceverà l' autorizzazione ad aprile. Il loro completamento andrà a tutto vantaggio della concorrenza sul mercato italiano e le conseguenze sui prezzi si faranno sentire. Ma si tratta comunque di tempi lunghi. «Nel frattempo - commenta D' Ascenzi - gli italiani rischiano di vedersi presentare un conto ancora più salato delle bollette attuali. Non sarebbe giunto il momento di ripensare ai meccanismi individuati per arrivare a una liberalizzazione, rilanciando il processo di aggregazione e di riorganizzazione del mercato?»

7 marzo 2005

Il signore dei call center

Alla fine l' ha spuntata lui. Il caso Finsiel - aperto a fine novembre dal gruppo Telecom, stufo di aspettare la realizzazione del mitico polo informatico italiano - si è chiuso con la vittoria di Alberto Tripi, 65 anni, il signore dei call center, che si è aggiudicato la società informatica per 165 milioni, soffiandola sotto il naso ad Accenture. «Insieme, Cos e Finsiel formano il più grande gruppo italiano di information technology, con 13 mila dipendenti e un giro d' affari superiore a 800 milioni», commenta soddisfatto l' ingegnere romano, che ha fondato Cos (call center e servizi informatici), nell' 83, dopo aver lavorato per 17 anni all' Ibm. L' imprenditore non è nuovo a questi exploit: già al momento di cedere Athesia (3 mila dipendenti), la società che gestisce i call center del gruppo Telecom, Marco Tronchetti Provera si era rivolto a lui. E non gli aveva lesinato il suo appoggio quando, l' estate scorsa, l' ingegnere che presiede Federcomin (associazione confindustriale delle aziende della comunicazione), si era messo in lizza per la poltrona di numero uno degli industriali di Roma, contro Luigi Abete. Vista sotto questa luce, la conclusione del caso Finsiel non stupisce, soprattutto se si aggiunge che Tripi gode anche della stima incondizionata di Bruno Ermolli, che ha seguito la vendita per Telecom. Ma il presidente di Federcomin non piace soltanto al superconsulente caro a Berlusconi. Ha ottimi rapporti con il clan dell' Ibm, dal ministro dell' Innovazione Lucio Stanca in là. E nel ' 96 fu lui a fornire un tetto alla campagna elettorale di Romano Prodi, in uno splendido palazzo romano a piazza Santissimi Apostoli. Con la politica conviene sempre andare d' accordo... Anche in ambiente sindacale, Tripi ottiene vasti consensi con i suoi modi accattivanti: «Per Finsiel - azzarda l' ingegnere - non sono previsti tagli, anzi. Avremo bisogno di tutti i 4 mila dipendenti attuali e anche di qualcuno in più per affrontare le grandi sfide che ci vengono incontro». Le sfide per Finsiel, in effetti, sono molte. Per un' azienda che - come dice Tripi - all' estero «è nulla», la prima sfida sarà cominciare a guardarsi intorno. Cosa che l' ingegnere a quanto pare sta già facendo, se è vero che si profila un accordo con una multinazionale ben rappresentata in Italia, ma molto forte sui mercati europei, per sprovincializzare un po' il profilo dell' azienda. «Cos è già presente - sottolinea Tripi - in molti Paesi, dalla Tunisia all' Argentina: qui porteremo i servizi Finsiel». L' ingegnere vuole sfruttare la presenza di Cos nei trasporti, dove ha già accordi con Alitalia, Fiat e Ferrovie, e nella pubblica amministrazione, dove Finsiel è molto forte, allargando poi il raggio d' azione della società anche alle piccole e medie imprese. Le tappe che si profilano sono l' integrazione delle due aziende rimescolando la catena di controllo societario, la creazione di filiali all' estero focalizzate sui settori di specializzazione e infine l' approdo in Borsa, con l' aiuto del partner Interbanca, che in quell' occasione potrebbe uscire dalla newco. La ristrutturazione dovrebbe durare un triennio e punta a raggiungere un miliardo di ricavi. «Ma noi - specifica Tripi - non andremo in Borsa per scappare: della nostra quota non metteremo in vendita nulla».

Piol: "L'informatica italiana rovinata dalla politica"

C' era una volta la grande informatica italiana, rappresentata dai due colossi Olivetti e Italsiel, progenitrice di Finsiel, che oggi si appresta a passare di mano da Telecom Italia al gruppo Cos dell' imprenditore romano Alberto Tripi: un passaggio importante per un settore ormai sull' orlo della crisi di nervi. Ma qual è il quadro in cui si consuma questa svolta? «Dopo la crisi di Olivetti, purtroppo dell' informatica italiana è rimasto ben poco», commenta Elserino Piol, uno dei pionieri dell' elettronica nostrana e del venture capital nel settore hi-tech, autore di un libro dal titolo emblematico, Il sogno di un' impresa, dedicato alla parabola di Ivrea. «Anzi - aggiunge Piol - si può dire che nell' hardware non sia rimasto proprio niente». Nel software e nei sistemi, invece, sopravvive un esercito di 13-15 mila imprese, soprattutto distributori, integratori e piccole software house. Ma di realtà strutturate, con un numero di addetti sufficiente a fare innovazione in proprio, anche qui resta poco. A parte Finsiel (4 mila addetti), Engineering (3 mila), Elsag (2.800) e Datamat (1.750), tutti gli altri gruppi medio-grandi hanno ceduto il passo alle multinazionali estere, come Ibm, Eds, Sap, Siemens e naturalmente Getronics, che si porta dentro quanto resta di Olivetti. Il 2004, in particolare, è stato un annus horribilis per il settore: da Finmatica, recentemente fallita, a Finmek, passando per Oli.it, le amministrazioni controllate non si contano. Sotto il profilo dell' occupazione, questo significa un' emorragia continua di posti di lavoro. Non a caso l' Italia si colloca al quart' ultimo posto in Europa, con il 3,9%, per numero di addetti del settore «It» sul totale della forza lavoro, contro una media europea del 5,5% e contro il 9% della Svezia, l' 8,5% della Danimarca, il 7% dell' Olanda. Solo Spagna, Portogallo e Grecia vengono dopo di noi. E l' emorragia di posti di lavoro continua: nel 2005, infatti, si va incontro a un taglio del 2% alle spese della pubblica amministrazione, previsto nella Finanziaria, che si rifletterà immediatamente sulla spesa informatica. «L' industria informatica italiana - spiega Piol - è troppo legata alle commesse pubbliche, è rimasta ancorata al vecchio sistema monopolistico, in cui il rapporto con il mondo politico era più importante della competitività. Ma con l' avvento delle gare pubbliche le cose cambiano. Come si spiega la crescita di Accenture, Cap Gemini o Eds, che in pochi anni sono diventate dei colossi? Hanno riempito il vuoto lasciato dalle aziende nostrane». Ora che Finsiel è stata rilevata dal gruppo Cos di Alberto Tripi, che l' ha sottratta all' abbraccio di Accenture, si potrebbe sperare in un' inversione di tendenza... «Certo è sempre meglio che sia rimasta in mano italiana piuttosto che diventare una divisione di Accenture - commenta Piol - ma bisogna vedere quali saranno le linee di sviluppo. Se si tratta semplicemente di darle una risistemata per portarla in Borsa è un conto, se invece si riesce ad attirare un nuovo management e a renderla competitiva, la sfida si fa interessante». Per Piol il caso Finsiel non è un discorso nuovo: era vicepresidente e direttore operativo del gruppo Olivetti quando nel 1992 la società passò dall' Iri alla Stet, invece che fondersi con Olivetti come lui aveva caldeggiato per anni. «Cedendo Finsiel alla Stet - ricorda Piol - vennero risolti i problemi finanziari, ma finì in un gruppo che si occupava di un business del tutto estraneo, dove fu marginalizzata fin dall' inizio, progressivamente subordinata al management di Telecom e fortemente demotivata. Tant' è vero che allora Finsiel costò alla Stet 750 miliardi di lire, mentre ora vale molto meno». La fusione con Olivetti, che allora era nella top ten mondiale dell' informatica (alla fine degli anni' 80 aveva addirittura superato Siemens), avrebbe creato una potenza informatica italiana di primo piano sul panorama globale. «Ma una fusione pubblico-privato di quelle dimensioni avrebbe comportato una gestione del personale e delle risorse molto diversa - sottolinea Piol - e i politici che si sono messi di mezzo lo sapevano. Finsiel non avrebbe più potuto servire per assumere i figli dei ministri o dei sottosegretari». La crisi di Ivrea, però, non dipese solo dalla politica, ma anche dagli assalti di Carlo De Benedetti alla Société Générale de Belgique o alla Mondadori ... «Le difficoltà di Olivetti - specifica Piol - come di tutte le altre aziende del settore in quel periodo, derivarono dalla progressiva riduzione dei margini. Per limitare lo strapotere dell' Ibm, infatti, negli anni Ottanta tutti noi produttori cominciammo a supportare standard alternativi, così il baricentro dell' industria informatica su spostò verso sistemi aperti che costavano di meno. Questo mise molto in difficoltà Ibm ma anche il resto del settore ne soffrì, perché sotto l' ombrello dei margini Ibm (oltre il 50%), in fondo si lavorava comodi. All' improvviso, nell' 89, i margini per i pc scesero anche sotto il 20% e i contraccolpi sui bilanci furono disastrosi. Per questo Olivetti si spostò verso le telecomunicazioni». Ma l' operazione Omnitel e Infostrada, con la successiva scalata a Telecom, finì per spazzare via il resto. «Non sarei però pessimista sul destino dell' informatica italiana - dice Piol -. Nuovi treni per l' innovazione sono pronti a partire: basta salirci sopra. Stm, Pirelli e Finmeccanica stanno lì a dimostrarlo. L' Italia dovrebbe adottare un politica tecnologica verticale, cioè mirata alle principali aree d' innovazione, come ad esempio il Wi-Fi o il WiMax. L' importante è non piegarsi ai desiderata degli incumbent, che hanno interesse a ritardare l' ingresso nel mercato di queste innovazioni dirompenti».

28 febbraio 2005

Strozzature nella rete

Per abbattere il prezzo dell' energia in Italia non basta aumentare la produzione: bisogna ampliare la rete di trasmissione. È quello che sta cercando di fare Luca D' Agnese, numero uno del Grtn, il gestore della rete nazionale, che sta per chiudere già questa settimana l' operazione di fusione con Terna - la società proprietaria della rete, quotata lo scorso giugno - a cui dovrà conferire entro la fine di aprile oltre il 70% dei dipendenti e tutte le attività di strategia industriale. Al Grtn propriamente detto resterà soltanto l' attività d' intermediazione finanziaria: la gestione dei certificati verdi e dell' energia Cip6 (con un giro d' affari di circa 5 miliardi) e le due società controllate Acquirente Unico (intermediario per il mercato vincolato) e Gestore del mercato elettrico (società madre della Borsa elettrica), con un giro d' affari di altri 7 miliardi. Ma per ora la strategia di sviluppo della rete è il punto su cui l' attività del Grtn resta focalizzata, anche per l' estrema urgenza degli interventi programmati. «Recuperare un ritardo infrastrutturale di decenni non è facile, soprattutto con i problemi autorizzativi che ci troviamo a dover affrontare tutti i giorni - spiega D' Agnese -. Del resto, con 20 mila megawatt di centrali elettriche autorizzate e 10 mila in cantiere, se la rete non cresce, tutto questo lavoro non servirà a nulla». E il rischio di blackout incombe. Secondo i piani del ministero delle Attività Produttive, le nuove centrali in costruzione dovrebbero consentire di abbassare del 20% il costo della produzione elettrica in Italia, attualmente il più alto d' Europa. Entro il 2009 il parco di produzione italiano dovrebbe raggiungere una potenza complessiva di 62-64 mila megawatt (contro i 53 mila attuali). Ma la maggior parte delle centrali in costruzione è collocata a Nord-Ovest o a Sud-Est del Paese: «Se fra questi due estremi non ci saranno collegamenti adeguati - fa notare D' Agnese - le strozzature nella rete impediranno di trasmettere l' energia prodotta là dove serve». Già oggi, ci sono aree che producono molta più energia di quanta ne consumino, come la Calabria, ma non possono trasmetterla alle regioni fortemente deficitarie, come la Campania, per le carenze delle infrastrutture di rete. Ad esempio la centrale elettrica di Rossano Calabro non può essere utilizzata a pieno ritmo per la debolezza della linea di trasmissione Rizziconi-Laino, un unico filo che serve tutta la punta dello stivale, collegandola poi con la Sicilia. E due dei nuovi impianti in cantiere sono proprio da quelle parti: Edison sta costruendo ad Altomonte e a Simeri Crichi. «Il potenziamento della linea Rizziconi-Laino è considerato fra i più urgenti - commenta D' Agnese - e dovrebbe essere completato entro sei mesi». Anche dalle centrali pugliesi attorno a Brindisi e a Taranto non si può mandare energia in Campania perché manca la linea di collegamento, la famosa Matera-Santa Sofia: i cantieri sono fermi da dieci anni per l' opposizione degli abitanti di Rapolla, un paese in provincia di Potenza sul cui territorio la linea doveva passare. E ben presto la situazione sarà ancora più grottesca, perché fra i nuovi impianti in costruzione ce n' è un altro a Brindisi, un colosso da 1.170 megawatt di Enipower. Ora le autorità si sono messe d' accordo per un tracciato alternativo, che allunga la linea di quasi 20 chilometri, e i lavori dovrebbero essere terminati nella primavera del 2006. Ma da qui ad allora in Campania l' energia continuerà a costare di più. «Le resistenze locali alla costruzione d' infrastrutture come le linee elettriche - spiega D' Agnese - derivano da preoccupazioni legittime, ma spesso finiscono per perdere di vista le esigenze della comunità: nei centri abitati non si può perché sono abitati, nelle zone non abitate non si può perché sono paradisi incontaminati. Bisognerà pur trovare un modo per mettersi d' accordo». E visto che l' approccio dall' alto non funziona, il Grtn sta sperimentando una tecnica diversa: prima incrocia le necessità della rete con le incompatibilità ambientali per trovare il tracciato ottimale e poi mette attorno a un tavolo le parti coinvolte, per cercare di capire quali sono le preoccupazioni locali. «Con questo sistema - aggiunge D' Agnese - cerchiamo d' integrare meglio lo sviluppo della rete elettrica con le altre caratteristiche del territorio, individuando le alternative accettabili quando il progetto è ancora a uno stadio iniziale». E i primi frutti si vedono. Dopo un decennio di stasi, in cui la rete elettrica italiana è andata addirittura indietro (dal ' 95 ad oggi sono stati dismessi 39 chilometri di rete, contro i quasi 400 costruiti nel decennio precedente), si ricomincia a costruire. La linea S. Fiorano-Robbia, appena completata, è il primo nuovo elettrodotto d' interconnessione con l' estero realizzato dopo quasi vent' anni: l' ultima linea entrata in servizio sull' arco alpino, la Rondissone-Albertville fra Italia e Francia, risale all' 86. Prossima tappa, sul fronte dell' interconnessione con l' estero è il collegamento con la Slovenia e le sue centrali nucleari, da Udine a Okroglo, nella valle della Sava. Sul territorio nazionale, oltre a quelli citati, altri punti dolenti da risolvere in fretta sono in Lombardia (Turbigo-Rho), in Puglia (Foggia-Benevento) e il collegamento con la Sardegna, dove la diffusione dell' eolico, per definizione instabile, richiede un grande sviluppo della rete. In complesso il piano quinquennale del Grtn, con un investimento da 1,7 miliardi di euro, prevede una quindicina d' interventi, di cui otto molto urgenti per garantire la copertura del fabbisogno al 2010. In questo modo si alzeranno i costi di trasmissione, ma verranno eliminate le congestioni nella rete, che tengono i prezzi artificialmente alti. E dopo non ci saranno più scuse.

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Cabir, Lasco e l'anno dei virus mobili

In principio c'era Cabir. Ma il primo virus dei cellulari, comparso la scorsa estate, ha già un successore, ancora più pericoloso: lo chiamano Lasco. E non sarà certamente l'ultimo della serie. Il rapporto annuale di Ibm sulla sicurezza, uscito la settimana scorsa, ha eletto il 2005 ad “anno dei virus mobili”: man mano che aumenta la convergenza fra telefonini e computer, dice Ibm, crescerà anche la loro diffusione. Per ora sono esposti al virus solo gli utenti di smart phone e di telefonini di terza generazione su cui gira il sistema operativo Symbian (una delle piattaforme dominanti, usata da Nokia, Ericsson, Samsung, Panasonic, Siemens...). Un pubblico limitato, che non supera il 5% del popolo globale dei cellulari. Ma Symbian è la piattaforma che cresce più rapidamente e qualche giorno fa ha stretto un'alleanza con la rivale PalmSource per consentire una maggiore interoperabilità fra i loro apparecchi. L'epidemia dunque rischia di allargarsi in fretta. Guardiamo all'evoluzione di Cabir. Il virus – ormai diffuso sia in Europa che negli Stati Uniti e in Estremo Oriente – è stato configurato da un gruppo di hacker noto come “29A” per saltare da un cellulare all'altro utilizzando la connessione wireless Bluetooth. Se un telefono infetto arriva a una decina di metri da un altro apparecchio dotato di una connessione Bluetooth in modalità attiva, Cabir lo scopre e lo attacca. Una volta infettato, il virus può bloccare buona parte delle funzionalità dell'apparecchio. Lasco è simile a Cabir, ma ha un raggio d'azione più ampio: oltre che attraverso la connessione wireless, riesce a diffondersi anche tramite gli allegati trasmessi da un palmare a un altro. Per chi vuole evitare un incontro ravvicinato con il baco, l'unico consiglio è di tenere spenta la connessione Bluetooth nei momenti in cui non serve. Lasco è stato sviluppato da un programmatore brasiliano di 32 anni, Marcos Velasco, che gli ha prestato il suo cognome, poi abbreviato in Lasco o Lasco.A dal popolo degli hacker. Da qualche settimana il virus si può comunemente scaricare dal suo sito: http://www.velasco.com.br/. Basta scorrere tutta la homepage e cliccare sull'ultima voce: “download aqui”. Velasco, che campa della sua piccola azienda di software, abita a Volta Redonda, una città industriale a Ovest di Rio de Janeiro. Ha due bambini e una vasta collezione di vecchi computer, con cui vorrebbe un giorno allestire un museo. Ama i film con molti effetti speciali e gli piacerebbe scrivere un libro sui virus. Evidentemente di virus se ne intente, a giudicare dai commenti degli esperti sul suo interessante prodotto. “Si tratta di un vero virus, che funziona molto bene”, ha dichiarato preoccupato Mikko Hypponen, direttore della ricerca antivirus per F-Secure, una società finlandese leader in questo campo. “Il Cabir di Velasco – ha aggiunto Hypponen – è molto più virulento della versione originale, sviluppata da 29A. E' il primo virus per cellulari capace di infettare anche i file di sistema”. Per di più Velasco ha messo il suo codice in rete, consentendone l'uso al primo che passa. La diffusione del problema viene limitata dalla frammentazione del mercato: tra Symbian, Blackberry, Palm e PocketPc ci sono differenze tali da non consentire al virus di passare da un sistema all'altro. Ma la crescente penetrazione di Symbian e la progressiva omogeneizzazione dei diversi sistemi mano a mano che il mercato cresce sono i presupposti migliori per risvegliare l'interesse degli hacker. Non ci vorrà molto per cominciare a vedere in giro bachi ben più distruttivi, capaci di trafugare dati o di generare telefonate verso numeri speciali, con effetti immaginabili sulla bolletta. Gli ingredienti per cominciare una battaglia che potrebbe lasciare sul terreno morti e feriti, oltre a danni miliardari, ci sono tutti.

Strozzature nella rete

Per abbattere il prezzo dell' energia in Italia non basta aumentare la produzione: bisogna ampliare la rete di trasmissione. È quello che sta cercando di fare Luca D' Agnese, numero uno del Grtn, il gestore della rete nazionale, che sta per chiudere già questa settimana l' operazione di fusione con Terna - la società proprietaria della rete, quotata lo scorso giugno - a cui dovrà conferire entro la fine di aprile oltre il 70% dei dipendenti e tutte le attività di strategia industriale. Al Grtn propriamente detto resterà soltanto l' attività d' intermediazione finanziaria: la gestione dei certificati verdi e dell' energia Cip6 (con un giro d' affari di circa 5 miliardi) e le due società controllate Acquirente Unico (intermediario per il mercato vincolato) e Gestore del mercato elettrico (società madre della Borsa elettrica), con un giro d' affari di altri 7 miliardi. Ma per ora la strategia di sviluppo della rete è il punto su cui l' attività del Grtn resta focalizzata, anche per l' estrema urgenza degli interventi programmati. «Recuperare un ritardo infrastrutturale di decenni non è facile, soprattutto con i problemi autorizzativi che ci troviamo a dover affrontare tutti i giorni - spiega D' Agnese -. Del resto, con 20 mila megawatt di centrali elettriche autorizzate e 10 mila in cantiere, se la rete non cresce, tutto questo lavoro non servirà a nulla». E il rischio di blackout incombe. Secondo i piani del ministero delle Attività Produttive, le nuove centrali in costruzione dovrebbero consentire di abbassare del 20% il costo della produzione elettrica in Italia, attualmente il più alto d' Europa. Entro il 2009 il parco di produzione italiano dovrebbe raggiungere una potenza complessiva di 62-64 mila megawatt (contro i 53 mila attuali). Ma la maggior parte delle centrali in costruzione è collocata a Nord-Ovest o a Sud-Est del Paese: «Se fra questi due estremi non ci saranno collegamenti adeguati - fa notare D' Agnese - le strozzature nella rete impediranno di trasmettere l' energia prodotta là dove serve». Già oggi, ci sono aree che producono molta più energia di quanta ne consumino, come la Calabria, ma non possono trasmetterla alle regioni fortemente deficitarie, come la Campania, per le carenze delle infrastrutture di rete. Ad esempio la centrale elettrica di Rossano Calabro non può essere utilizzata a pieno ritmo per la debolezza della linea di trasmissione Rizziconi-Laino, un unico filo che serve tutta la punta dello stivale, collegandola poi con la Sicilia. E due dei nuovi impianti in cantiere sono proprio da quelle parti: Edison sta costruendo ad Altomonte e a Simeri Crichi. «Il potenziamento della linea Rizziconi-Laino è considerato fra i più urgenti - commenta D' Agnese - e dovrebbe essere completato entro sei mesi». Anche dalle centrali pugliesi attorno a Brindisi e a Taranto non si può mandare energia in Campania perché manca la linea di collegamento, la famosa Matera-Santa Sofia: i cantieri sono fermi da dieci anni per l' opposizione degli abitanti di Rapolla, un paese in provincia di Potenza sul cui territorio la linea doveva passare. E ben presto la situazione sarà ancora più grottesca, perché fra i nuovi impianti in costruzione ce n' è un altro a Brindisi, un colosso da 1.170 megawatt di Enipower. Ora le autorità si sono messe d' accordo per un tracciato alternativo, che allunga la linea di quasi 20 chilometri, e i lavori dovrebbero essere terminati nella primavera del 2006. Ma da qui ad allora in Campania l' energia continuerà a costare di più. «Le resistenze locali alla costruzione d' infrastrutture come le linee elettriche - spiega D' Agnese - derivano da preoccupazioni legittime, ma spesso finiscono per perdere di vista le esigenze della comunità: nei centri abitati non si può perché sono abitati, nelle zone non abitate non si può perché sono paradisi incontaminati. Bisognerà pur trovare un modo per mettersi d' accordo». E visto che l' approccio dall' alto non funziona, il Grtn sta sperimentando una tecnica diversa: prima incrocia le necessità della rete con le incompatibilità ambientali per trovare il tracciato ottimale e poi mette attorno a un tavolo le parti coinvolte, per cercare di capire quali sono le preoccupazioni locali. «Con questo sistema - aggiunge D' Agnese - cerchiamo d' integrare meglio lo sviluppo della rete elettrica con le altre caratteristiche del territorio, individuando le alternative accettabili quando il progetto è ancora a uno stadio iniziale». E i primi frutti si vedono. Dopo un decennio di stasi, in cui la rete elettrica italiana è andata addirittura indietro (dal ' 95 ad oggi sono stati dismessi 39 chilometri di rete, contro i quasi 400 costruiti nel decennio precedente), si ricomincia a costruire. La linea S. Fiorano-Robbia, appena completata, è il primo nuovo elettrodotto d' interconnessione con l' estero realizzato dopo quasi vent' anni: l' ultima linea entrata in servizio sull' arco alpino, la Rondissone-Albertville fra Italia e Francia, risale all' 86. Prossima tappa, sul fronte dell' interconnessione con l' estero è il collegamento con la Slovenia e le sue centrali nucleari, da Udine a Okroglo, nella valle della Sava. Sul territorio nazionale, oltre a quelli citati, altri punti dolenti da risolvere in fretta sono in Lombardia (Turbigo-Rho), in Puglia (Foggia-Benevento) e il collegamento con la Sardegna, dove la diffusione dell' eolico, per definizione instabile, richiede un grande sviluppo della rete. In complesso il piano quinquennale del Grtn, con un investimento da 1,7 miliardi di euro, prevede una quindicina d' interventi, di cui otto molto urgenti per garantire la copertura del fabbisogno al 2010. In questo modo si alzeranno i costi di trasmissione, ma verranno eliminate le congestioni nella rete, che tengono i prezzi artificialmente alti. E dopo non ci saranno più scuse.

14 febbraio 2005

I rifiuti di Napoli nel parco del Vesuvio

Quale miglior destinazione, per 900 mila tonnellate all' anno di rifiuti organici secchi provenienti da sette impianti campani, del Parco del Vesuvio? Quello stesso Parco del Vesuvio attualmente al centro di un progetto di rilancio ambientale e turistico da 73 milioni di euro, lanciato dalla Regione Campania? Questa è la soluzione scelta dalle autorità competenti per liberare Napoli dalla montagna di immondizia che la sta soffocando, in mancanza di termovalorizzatori, bloccati manu militari dalla malavita locale. Secondo l' accordo firmato da Corrado Catenacci (commissario per l' emergenza rifiuti, le cui dimissioni dell' inizio di febbraio sono appena rientrate), Amilcare Troiano (presidente del Parco del Vesuvio), Fernando Fuschetti (responsabile del Corpo forestale) ed Eugenio Pugliese Caratelli (direttore del dipartimento d' Ingegneria civile all' università di Salerno), i rifiuti verranno depositati nelle cave dismesse sulle pendici del vulcano, già devastato da vent' anni di scempi edilizi. Un ennesimo caso in cui lo sfruttamento selvaggio delle risorse ambientali mette a rischio attrazioni turistiche di fama mondiale. «Lo smaltimento dei rifiuti sta diventando un problema gravissimo per il turismo, soprattutto al Sud», spiega Cristina Sassoon, responsabile dell' ufficio studi del Touring Club Italiano, che ha appena curato il primo Libro Bianco sul turismo sostenibile. Sassoon fa l' esempio di Ischia, uno dei casi studiati nel Libro Bianco, oberata da problemi di traffico e di gestione dei rifiuti che diventano esplosivi nei picchi stagionali. «Fra i più colpiti dal fenomeno sono i siti archeologici, come Pompei, che stanno diventando infrequentabili per questo motivo», spiega Sassoon. Dal Libro Bianco emerge in generale una scarsissima attenzione per l' eco-sostenibilità da parte delle imprese turistiche italiane, che rappresentano meno del 3% delle realtà certificate in campo ambientale nel nostro Paese. Uno dei problemi principali, per i paesaggi italiani, è l' abusivismo edilizio. In Sicilia, la zona più colpita dall' edilizia illegale è proprio la Valle dei Templi, patrimonio dell' umanità eppure non nostro: secondo l' ultimo censimento del fenomeno, sono 748 le opere abusive denunciate nell' area sottoposta a vincolo di inedificabilità assoluta. Ma è Triscina, a due passi da Selinunte, a detenere il record mondiale di impunità: il borgo di 5 mila case è completamente abusivo e conta ben 800 ordinanze di demolizione mai eseguite. La Sicilia figura in cima alla classifica di Legambiente per numero di abusi edilizi: le case illegali di cui si ha conoscenza nell' ultimo decennio sono oltre 70 mila. In complesso, la morsa di cemento dell' abusivismo soffoca un po' tutte le coste italiane: dai 50 mila metri cubi di costruzioni illegali nella riserva marina di Capo Rizzuto, in Calabria, all' ecomostro di Procchio sull' isola d' Elba, passando per la magnifica villa di Franco Zeffirelli a Positano, che domina la baia di Arienzo - la spiaggia dei mulini dove l' imperatore Tiberio macinava il suo grano - e continua ad ampliarsi illegalmente. Ma i due emblemi dell' arretratezza, il caos rifiuti e l' abusivismo edilizio, sono più devastanti al Sud: la metà dei mattoni fuorilegge si concentra in quattro regioni (Puglia, Calabria, Sicilia e Campania), mentre in nessun capoluogo del Sud la raccolta differenziata tocca il 15% e in quasi tutti è sotto il 10%.

1 febbraio 2005

Bloccato il programma Trade

Un progetto iscritto come strategico nel Piano nazionale della ricerca 2004-2006, che ha vinto un bando europeo consentendo all' Italia di entrare nel più prestigioso programma comunitario di ricerca sulla fissione nucleare, viene bloccato proprio mentre si parla di un possibile ritorno all' atomo. E il direttore generale dell' ente promotore di questo progetto, l' Enea, si rassegna di buon grado al ritiro dal programma europeo Ip Eurotrans «perché i costi a carico dell' Enea sono risultati incompatibili con le risorse finanziarie dell' ente». Del resto - si argomenta all' Enea in sintonia con il ministro dell' Ambiente Altero Matteoli, un antinuclearista convinto che ha insediato due consiglieri molto combattivi nel nuovo cda dell' ente - che cosa ne verrebbe all' Italia, ormai uscita dal nucleare, da una ricerca avanzata sull' incenerimento delle scorie radioattive? «Il progetto Ip Eurotrans - precisa il nuovo direttore generale dell' Enea, Giovanni Lelli - vale complessivamente 42,7 milioni di euro e la partecipazione Enea vale 6,9 milioni, di conseguenza la quota di finanziamento comunitario destinata all' Enea sarebbe stata soltanto di 3,4 milioni. Per poter acquisire questo finanziamento comunitario, l' Enea avrebbe dovuto completare il progetto Trade, il cui costo sarebbe rimasto a nostro carico per almeno 30 milioni di euro». Certo, si tratta di un bel peso sulle spalle di un ente che spende tre quarti del proprio bilancio solo per le retribuzioni del personale. Ma Lelli dimentica di citare i pre-accordi di intesa già firmati con i francesi del Cea, i tedeschi dell' Fzk e gli americani del Doe, che avrebbero contribuito al progetto Trade per almeno altri 10 milioni di euro. Queste intese internazionali sono attualmente sospese, così come il finanziamento europeo a Trade, che la Commissione non ha ancora riallocato, auspicando un rientro dell' Italia nel programma. Inoltre, proprio mentre Lelli scriveva alla Commissione per formalizzare il ritiro dell' Italia dal progetto Trade, il sincrotrone di Trieste riceveva 60 milioni di prestito dalla Banca europea per gli investimenti, che verranno impiegati per realizzare una sorgente di luce di nuova generazione. Due approcci radicalmente diversi al rilancio del sistema Paese. Giovanni Lelli, un veterano dell' Enea, è appena stato insediato dal cda dopo un lungo interim, contro il parere del presidente Carlo Rubbia, che puntava su una nomina di statura internazionale. La sua designazione chiude un balletto di direttori che durava da 4 anni. Lelli si era trovato a fare da traghettatore verso il nuovo assetto dell' ente, che nel frattempo era stato commissariato. Un anno fa, l' uscita dal commissariamento con la nomina di un cda e la conferma di Rubbia alla presidenza. Ma il nuovo cda, che dovrebbe essere composto da consiglieri con un background scientifico, è invece infarcito di nomine politiche. E con Rubbia è subito guerra. Lelli, facente funzioni di direttore, si trova fra l' incudine e il martello. Il contrasto Rubbia-cda si acuisce in ottobre, sul piano di riorganizzazione dell' ente, con cui si assesta uno schiaffo definitivo al Premio Nobel, assegnando solo 128 ricercatori (su 3 mila) al settore dei Progetti innovativi, che comprende tutte le aree a lui più care, dall' idrogeno al solare, al progetto Trade. Già da allora Rubbia comincia a dubitare della volontà dell' Enea di andare avanti su questo progetto faro, malgrado l' ok europeo. Proprio in mano a Lelli vengono affidati i destini di Trade, per convincere il cda a farlo passare. Ma al momento decisivo la pressione del ministero dell' Ambiente, con i due consiglieri Pierluigi Scibetta e Corrado Clini, lo induce a prendere un' altra strada. Il progetto viene bocciato. E in dicembre arriva la sua nomina definitiva. Ora il programma Ip Eurotrans - costruito tutto intorno al progetto italiano, grazie all' impulso di Rubbia - partirà con gli altri domini, mantenendo in stand by il finanziamento destinato al progetto Trade, nella speranza che nei meandri italiani della ricerca pubblica qualcuno ci ripensi.

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24 gennaio 2005

E' un telefonino, ma anche un portafoglio

Con i cellulari ormai si scattano foto, si naviga in rete, si ascolta musica. Perché non usarli anche come portafoglio digitale? La tecnologia esiste, in Giappone e in Corea si fa già, ma per essere accettato in Occidente il sistema ha ancora molta strada da fare. Alcuni degli ultimi cellulari – in particolare i Sony e i Nokia, due aziende che hanno scommesso da tempo su questo business – sono già dotati di un chip che consente di trasformarli in un portafoglio digitale. Caricati a dovere, questi telefonini possono assolvere al ruolo di una carta di credito semplicemente avvicinandoli a un parchimetro, a un distributore automatico di snack o a un registratore di cassa e dando l'indicazione dell'importo da pagare. Un'abitudine ancora sconosciuta in Occidente, ma il fenomeno merita una certa attenzione: secondo Juniper Research, infatti, il commercio tramite cellulare è destinato raggiungere un giro d'affari da 88 miliardi di dollari nel 2009. Resta il fatto che il chip da inserire nel telefonino è solo un lato dell'equazione: finché i commercianti non si decideranno ad investire nei lettori capaci d'interfacciarsi con questi cellulari e la tecnologia non sarà più diffusa, i consumatori non s'imbarcheranno in quest'avventura. I primi ad avviare un esperimento di massa sono stati i giapponesi di Ntt DoCoMo, che hanno lanciato in luglio diversi telefonini dotati del chip necessario a diventare un portafoglio digitale. Il servizio, chiamato I-Mode FeliCa, consente di registrare una certa cifra sul telefonino, che può essere poi usata per fare acquisti in diverse catene di grandi magazzini, da McDonald's o per comprare i biglietti dei treni e degli aerei di alcune compagnie. In Norvegia, la Telenor ha avviato un sistema analogo poche settimane fa. La tecnologia utilizzata è un'estensione del sistema Rfid (Radio Frequency Identification), un metodo di trasmissione dati a distanze modeste che viene già ampiamente applicato nella logistica della grande distribuzione. Il colosso olandese Philips è l'azienda produttrice più avanzata in questa tecnologia, chiamata Near Field Communication (Nfc) e ha annunciato all'inizio di quest'anno diversi accordi con Samsung, Sony e Nokia per inserire un chip Nfc in tutti i loro nuovi modelli. Oltre al protafoglio virtuale, gli analisti elencano miriadi di altre applicazioni, dalla registrazione della carta d'imbarco per abbreviare i tempi morti negli aeroporti all'archiviazione dei dati sanitari per portarseli sempre dietro. Ma ogni sistema di pagamento comporta una vasta rete di cooperazione fra soggetti diversi: la tecnologia Nfc richiede d'inserire un sistema di lettura specifico nei terminali dei negozi per la trasmissione dati delle carte di credito e quindi il coinvolgimento delle società di emissione delle carte, oltre che dei commercianti. Visa, che sta lavorando da due anni con Philips per sviluppare questo sistema, è il prima colosso del credito che si muove con decisione in questo senso. Secondo Debbie Arnold, vicepresidente di Visa e responsabile per i sistemi non convenzionali di pagamento, il portafoglio virtuale è una logica evoluzione sia per le carte di credito che per i telefonini. “In quest'epoca di trasmissione dati ad alta velocità, di cellulari sempre più potenti e di commercio virtuale sempre più diffuso, è molto strano che le alternative digitali ai contanti stentino ancora a prendere piede”, fa notare Arnold. Una spiegazione potrebbe essere la sicurezza. Che cosa succede quando un telefonino con migliaia di dollari registrati, o con altri dati riservati, va perso o viene rubato? Prima di affidarli al suo cellulare, l'utente vorrà almeno avere la certezza che l'accesso a questi dati non possa essere utilizzato da altri in maniera fraudolenta. Per ottenere questo risultato, alcuni produttori come Ericsson, Intel o Nokia stanno ricorrendo alla sicurezza biometrica e puntano su mini-scanner delle impronte digitali, talmente piccoli da poterli inserire in un telefonino. Così gli utenti saranno in grado di chiudere l'accesso ai dati e renderlo davvero esclusivo. Una soluzione che per ora resta però a livello sperimentale.

15 gennaio 2005

Covey: il segreto sta nella fiducia

Steven Covey racconta spesso questa storiella: "Una volta un padre mi disse: 'Non riesco a capire mio figlio, non mi sta mai ad ascoltare'. Allora io gli chiesi: 'Non riesci a capire tuo figlio perché lui non ti ascolta?' 'Esattamente', rispose. 'Proviamo di nuovo'. E ripetei: 'Non riesci a capire tuo figlio perché lui non ti ascolta?' 'E' quello che ho detto!' mi rispose. 'Pensavo che per capire qualcuno dovessi essere tu ad ascoltare lui', suggerii". La storiella del padre e del figlio illustra bene il quinto dei sette "comandamenti" di Covey: "Prima cerca di capire e poi di farti capire". Per arrivare alla produzione perfetta, una specie di Nirvana per il più noto guru americano della produttività, secondo Covey basta acquisire questa e le altre sei abitudini fondamentali: agisci deliberatamente, comincia sapendo già dove vuoi arrivare, metti le tue azioni in ordine d'importanza, organizzati in modo da beneficiare anche gli altri e non solo te stesso, cerca le sinergie, rinnovati continuamente. Sembrano luoghi comuni, ma per Covey sono sufficienti, se interiorizzati con metodo, a migliorare in maniera sostanziale la performance di chiunque in qualsiasi ambiente di lavoro (per non parlare della vita privata). E a giudicare dai suoi successi il metodo funziona. Covey è stato recentemente inserito dalla rivista Time nella lista dei 25 americani più influenti: fra i suoi clienti non ci sono solo grandi multinazionali come Wal-Mart, Toyota, Shell, Siemens, Nestlè e General Motors, ma anche leader politici come Kim Dae Jung, Vicente Fox, Margaret Thatcher o Bill Clinton. L'incrollabile fiducia di Covey nella capacità di reinventarsi, di rimettersi continuamente in discussione, di collaborare con gli altri, è un tratto tipicamente americano, difficile da applicare in contesti sociali diversi, dove la mobilità sociale e geografica è molto meno spiccata. Ma proprio per l'estrema rigidità degli ambienti di lavoro europei, la sfida di applicare anche da questa parte dell'Atlantico le regole di vita che il guru mormone cerca di insegnare ai suoi clienti diventa particolarmente attraente. Secondo un recente sondaggio di Harris Interactive, meno di metà (44%) dei dipendenti di una grande impresa hanno una comprensione chiara degli obiettivi ultimi della loro società. Solo uno su sei pensa che la società si sia data una meta precisa. Uno su cinque dichiara di sentirsi impegnato a raggiungerli e uno su dieci li condivide completamente. La maggior parte degli intervistati ammette di spendere oltre la metà del proprio tempo a sbrigare incarichi urgenti ma non realmente importanti. "Mettendo insieme questi dati - nota Covey - c'è poco da stupirsi che molte organizzazioni finiscano per perdere di vista le vere priorità e per mancare i propri obiettivi". In un'epoca caratterizzata dalla necessità per le aziende di crescere limitando i costi, liberare il potenziale umano già presente, ma imprigionato dalle carenze strategiche interne, può diventare una formidabile occasione di sviluppo. "Il più grande tesoro di un'azienda - spiega Covey - è quello che ha già: sono i suoi dipendenti. Basta riscoprirli e valorizzarli". Un altro punto fondamentale degli insegnamenti di Covey, l'importanza della fiducia all'interno delle grandi organizzazioni, suona molto attuale di questi tempi, sotto il segno di Enron e Parmalat. "Il costo della mancanza di fiducia in un'azienda è altissimo - commenta Covey - anche se risulta difficile quantificarne le ricadute sui risultati di bilancio". Alla platea del World Business Forum, Covey spiegherà com'è possibile interrompere il circolo vizioso delle emergenze continue, per rimettere a fuoco gli scopi più importanti su cui si deve incentrare l'attività di ogni individuo e di ogni team che faccia parte di una vasta organizzazione. Soprattutto in un'epoca di congiuntura stagnante, come quella che sta vivendo l'Europa in questi anni, si sente davvero il bisogno di rimettere ordine nelle priorità e di creare una cultura aziendale più vibrante. Riposizionare le proprie abitudini e scoprire il potenziale umano nascosto nelle pieghe della routine, che ci intontisce giorno dopo giorno, potrebbe essere un ottimo antidoto per scuotersi di dosso la sensazione di girare in tondo, che ormai opprime l'industria italiana.

12 gennaio 2005

La storia infinita delle scorie nucleari

Scanzano ha vinto la sua battaglia contro le scorie nucleari: non finiranno sepolte nelle miniere lucane di salgemma le migliaia di barre radioattive ancora stipate a Caorso, nel Piacentino, e nei depositi piemontesi di Saluggia. Dopo quasi vent'anni di “sonno”, la decisione di trasferire in Francia e in Gran Bretagna per il riprocessamento tutto il materiale fissile che ci è rimasto in eredità dall'esperienza nucleare, al modico prezzo di 300 milioni di euro, rappresenta una vittoria clamorosa per gli attivisti che hanno animato un anno fa la rivolta popolare contro la designazione di Scanzano Ionico come sito ideale per lo stoccaggio. Dopo la Sardegna, prima sede scelta dal governo per smaltire i 70 mila metri cubi di scorie radioattive prodotte dalla stagione italiana dell'atomo, la ribellione localistica contro i rifiuti scomodi è passata in Basilicata, per toccare anche Sicilia e Toscana, sull'onda delle voci che le vedevano come probabili localizzazioni alternative. Eppure l'energia atomica, fin che c'era, veniva utilizzata da tutti. Ma oggi è l'Italia intera, in ordine sparso, a rigettare l'ipotesi di ospitare sul proprio territorio le scorie derivate da quella produzione elettrica. Salvo poi riporsi il problema fra vent'anni, quando il materiale residuo verrà rispedito al mittente, a conclusione del riprocessamento. Con l'ordine impartito alla fine di dicembre dal commissario alla sicurezza nucleare Carlo Jean, che ha affidato alla Sogin il compito di svuotare i depositi italiani per dare avvio all'operazione, si dà per la prima volta ufficialmente ragione a chi punta sulla rissa per anteporre i veti locali all'interesse nazionale: la sindrome Nimby, acronimo inglese per "not in my backyard" (non nel mio cortile), ha colpito ancora. E non sarà l'ultima volta. Secondo il censimento del Nimby Forum, un progetto di monitoraggio promosso da Allea, oggi in Italia gli impianti fermi a causa di proteste di piazza sono 130, in aumento rispetto ai 92 casi contati sei mesi fa. Fra i più contestati sono i progetti nel campo dello smaltimento dei rifiuti: una trentina di impianti d'incenerimento ("termovalorizzatori" secondo la nuova definizione), destinati a bruciare i rifiuti ottenendo energia elettrica da vendere alla rete nazionale, sono bloccati dall'opposizione locale in giro per l'Italia. Quello di Acerra è il caso più eclatante: il cantiere avviato dal gruppo Impregilo alle porte di Napoli è fermo da anni grazie alle contestazioni e alle minacce personali, culminate alla fine dell'estate scorsa con l'occupazione delle strade e i blocchi dei collegamenti Roma-Napoli, con le posizioni barricadere del sindaco Espedito Marletta e con il blitz delle forze dell'ordine. Il commissario straordinario per l'emergenza rifiuti in Campania, Corrado Catenacci, aveva assicurato che in settembre avrebbe imposto la ripresa dei lavori, ma a tutt'oggi il cantiere è fermo, presidiato dalla polizia, e nessuno crede veramente che il termovalorizzatore si farà. "La malavita - sostiene Catenacci - è fortemente impegnata nel business delle discariche: se calcoliamo il valore degli appalti in tutta la regione, il giro d'affari su cui può contare il circuito malavitoso è di 500 milioni di euro l'anno, una cifra che la costruzione di termovalorizzatori prosciugherebbe". Ma la sindrome non colpisce solo il Sud: gli attivisti del comitato Nimby (niente a che fare con il Nimby Forum) hanno accumulato ormai quasi trecento giorni di digiuno per protestare contro la costruzione di un termovalorizzatore a Ischia Podetti, in Trentino. Problemi analoghi si riscontrano sulla costruzione di altre infrastrutture, dalle centrali elettriche agli elettrodotti, dai ripetitori telefonici ai porti turistici, dalle strade alle ferrovie. E' della settimana scorsa l'ennesimo appello degli enti locali contro la riconversione a carbone della centrale Enel di Civitavecchia, un'altra storia infinita che non accenna a risolversi, mentre 12mila megawatt di energia a basso costo restano bloccati a Nord delle Alpi dall'opposizione a 41 linee d'interconnessione transfontaliera. Un quarto di queste linee ad alta tensione attraverserebbero la Val Chiavenna e la Valtellina, dove gli elettrodotti si abbattono a colpi di cheddite, l'esplosivo da cava che la scorsa primavera ha abbattuto un pilone lungo la linea che scende dalla Svizzera, rischiando di colpire uno stabilimento Vallespluga. Nel campo della viabilità, i progetti colpiti e spesso affondati dalla sindrome Nimby non si contano: ultima vittima è la BreBeMi, la direttissima Milano-Brescia pensata per sgravare il tratto dell'A4 tra i due centri lombardi, congelata in dirittura d'arrivo, dopo cinque anni di dibattito, dalla nuova giunta provinciale perché presenterebbe problemi d'impatto ambientale. Fioriscono le proteste locali, con allegre grigliate sul tracciato autostradale e presidi in ogni paesino, contro le varie pedemontane in Piemonte, Lombardia e Veneto. E una discarica che non si vuole spostare blocca da sei mesi i lavori dell'alta velocità ferroviaria in Emilia-Romagna, su un tratto di 800 metri a Modena, dove le opere per la Tav sono già quasi ultimate.Resta da chiedersi: ha senso condurre le diatribe sulle opere pubbliche a colpi di risse, piazzate, manifestazioni e blocchi ai pubblici servizi? La vittoria di Scanzano dimostra di sì.

10 gennaio 2005

Sean Meehan

Sean Meehan è il Mike O'Leary del marketing: ai clienti – dice - non va dato un prodotto diverso da quello della concorrenza, ma migliore. E migliore in molti casi significa più semplice. In un'epoca senza fiato come la nostra, la gente ama chi le semplifica la vita. “Un servizio che funziona davvero, un'auto che non ti lascia in panne, un telefono facile da usare, un piano tariffario comprensibile a colpo d'occhio, sono questi i prodotti che fanno guadagnare quote di mercato”, spiega Meehan, di passaggio a Milano per presentare alla business community il suo libro Simply Better, in un forum promosso dall'Imd di Losanna in collaborazione con Gea. Pubblicato in settembre dalla Harvard Business School Press, Simply Better è scoppiato come una bomba nel mondo del marketing, dove da cinquant'anni si cerca di ammaliare la clientela presentando ogni novità come unica e inimitabile. “Ma la gente non cerca soluzioni rivoluzionarie, si accontenta di soluzioni migliori: un operatore che offre tariffe telefoniche al secondo invece che al minuto, una compagnia automobilistica che dà sei mani di vernice invece di cinque, un supermercato che ti fa fare la spesa online come se fossi nel negozio”. Back to basics è il mantra di Sean Meehan, docente di marketing all'Imd, e del suo co-autore Patrick Barwise, che insegna alla London Business School. Basta trattare i clienti come dei bambini, da affascinare con un branding mirabolante e con promesse fantasmagoriche, che spesso non vengono mantenute. “Smettiamo – martella Meehan – di puntare al colpo di fulmine, alla killer application, perché di occasioni così ne capitano davvero raramente. Cerchiamo invece di battere la concorrenza con un'offerta un po' migliore, rispondendo alle esigenze di base del cliente”. Un appello contro l'innovazione tecnologica? No, risponde Meehan, l'innovazione ci vuole. Ma bisogna aggiungere tecnologia solo lì dove serve, non tanto per fare. E soprattutto bisogna essere capaci di aggiungerla senza complicare la vita all'utente. “Altrimenti – chiarisce Meehan – meglio lasciar perdere”. Negli esempi che cita, da Toyota a Tesco, da Unilever a Cemex, la corsa alla semplicità ha sempre un impatto evidente sul conto economico. A differenza delle grandi strategie di marketing, i cui effetti sono spesso difficili da quantificare, Meehan si sforza di mettere sul tavolo numeri chiari: in questo senso il caso più emblematico è Orange. Nella storia della liberalizzazione britannica delle tlc, Orange e One2One hanno avuto contemporaneamente una licenza, sono state soggette alla stessa autorità regolatrice, hanno avuto entrambe una casa madre generosa alle spalle e capacità tecnologiche analoghe. Dieci anni dopo, sono passate di mano a distanza di sei mesi l'una dall'altra: Orange, quella delle tariffe al secondo, valeva 28 miliardi di euro e One2One neanche 10.L'attenzione alle necessità del cliente evidentemente paga. Ma come si fa a sapere che cosa vuole? “Basta mettersi nei suoi panni – suggerisce Meehan - provare i propri prodotti o i propri servizi mettendosi in fila con gli altri: in questo modo non sarà difficile scoprire le assurdità che gli vengono propinate tutti i giorni dai nostri stessi dipendenti”. Un esperimento scomodo e difficile, che evidentemente i grandi manager praticano sempre di meno: Michael O'Leary, il fondatore di RyanAir, è famoso per la sua mania di mischiarsi con la gente agli sportelli. E' lì che ha capito cosa volevano i passeggeri europei: volare a buon prezzo, senza tanti orpelli. Una constatazione banale, ma vincente. Come quelle di Meehan, un altro irlandese che rischia di fare epoca.

8 gennaio 2005

La dieta sul palmare

Dopo le feste, è tempo di rimettersi in forma. Per chi ha uno smart phone in tasca, può essere più facile. Una delle ultime novità in materia di diete tecnologiche è il programma prodotto della Weight Watchers in alleanza con Palm, che consente l'accesso via cellulare a tutti i dati relativi alla propria dieta, depositati in un elaboratore centrale. Weight Watchers On-the-Go, lanciato a metà dicembre, permette agli abbonati di consultare la lista dei cibi e di utilizzare una serie di strumenti interattivi per non perdere il conto dei punti mentre sono in giro. I fan della dieta Atkins, invece, dovranno attendere ancora qualche giorno. Atkins2Go, una guida ai carboidrati che misura anche l'aderenza alla tabella di marcia pasto per pasto, partirà alla fine di questo mese, con due versioni diverse sviluppate da NoviiMedia, una per i cellulari tradizionali e una più adatta agli smart phone. Atkins si sta mettendo d'accordo con i vari operatori mobili per consentire agli abbonati di pagare il servizio con un semplice sovrappiù sulla bolletta telefonica. E la mossa di Weight Watchers sta smuovendo tutto il mercato: anche South Beach Diet, una società specializzata in consigli nutrizionali meno famosa ma molto seguita negli Stati Uniti, si sta mettendo sulla stessa strada. Per gli appassionati di diete che sono spesso fuori casa, dunque, la vita si fa più facile. "Così non è più necessario portarsi dietro il solito libretto con la tabella di marcia e i valori nutrizionali dei vari cibi", spiega Scott Parlee, il responsabile del programma Weight Watchers On-the-Go. "Al ristorante o in palestra, ora gli abbonati possono controllare direttamente quanti punti ha perso o ha guadagnato e quali sono i cibi compatibili con il suo regime. Questo li spinge a non eccedere anche quando sono lontano da casa”, precisa Parlee. Soprattutto per chi viaggia molto, il cellulare o lo smart phone sono diventati compagni inseparabili: con il nuovo sistema non ci sono più scuse per uscire dai binari. La risposta delle “cavie” usata nel periodo dei test è stata entusiastica. Manager, viaggiatori di commercio o inviati, abituati a mangiare quasi sempre al ristorante, ora possono navigare in un database di 25mila voci, che classifica alimenti, ristoranti e cibi confezionati, in base al programma dell'abbonato. In pratica, è come avere un sistema di posizionamento veloce sul terreno accidentato del mangiare sano. Ma Weight Watchers non è la prima azienda a offrire contenuti di questo tipo sulle antenne dei telefonini: Handango, una società che vende applicazioni per cellulari e palmari, ha già venduto negli ultimi mesi 400mila programmi per maniaci della forma. Scaricare Diet & Exercise Assistant costa 20 dollari ed è ormai uno delle applicazioni più vendute: è specializzato nel monitoraggio della calorie assunte, che mette in relazione con quelle bruciate facendo del movimento. “Tutti i grandi consumatori di diete ormai sono sempre in giro con un cellulare o uno smart phone in tasca: un mercato gigantesco per questo tipo di contenuti”, commenta Clint Patterson, vice presidente di Handango. “Un cellulare – aggiunge Patterson - può gestire la tua dieta molto meglio di una moglie o un marito, perché è sempre con te”. Weight Watchers ha capito dal successo di Fandango che era ora di muoversi: uno degli scogli principali della dieta, infatti, è il lavoro di contabilità che si deve fare per seguirla. Un avido misuratore di calorie farebbe di tutto per liberarsi da questo lavoro e delle applicazioni capaci di svolgerlo al suo posto rappresentano un ottimo motivo per mettersi in linea con il cellulare. Lo stesso concetto si può applicare agli strumenti per facilitare l'esercizio fisico, come i vari apparecchi che aiutano gli appassionati dello jogging a misurare la propsia performance con un sistema di posizionamento satellitare Gps. La Nike ne ha lanciato uno qualche mese fa in partnership con Philips: MP3RUN, che misura i chilometri percorsi e anche il battito cardiaco. Tutti sistemi che potrebbero essere facilmente integrati in un cellulare e in alcuni casi sperimentali lo sono già. L'ampia area dei contenuti salutistici non è ancora diffusa in Europa, ma prima o poi lo sarà: non a caso il 60% dei decessi nel mondo industrializzato, secondo i dati dell'Oms, dipendono da malattie legate a una dieta poco sana o alla mancanza di esercizio.

5 gennaio 2005

Un bosco italiano sull'Orinoco

Lungo il basso corso dell'Orinoco, là dove le acque dell'immenso fiume venezuelano scorrono in mezzo alla savana dopo generazioni di deforestazione, sta nascendo un bosco italiano. "Per ora sono 1.500 ettari, su cui abbiamo avviato l'estate scorsa un progetto pilota di riforestazione, ma ci sono altri 10.000 ettari disponibili, dove incominceremo a piantare in primavera", spiega Luca Cidonio, finora l'unico imprenditore italiano sceso in campo sui "meccanismi flessibili" del protocollo di Kyoto, che con la ratifica del Parlamento russo sta per entrare in vigore. Uno dei meccanismi flessibili previsti dal protocollo, il Clean Development Mechanism (Cdm), consente alle imprese dei Paesi industrializzati di realizzare progetti che mirano alla riduzione delle emissioni di gas serra nei Paesi in via di sviluppo. Le emissioni tagliate grazie alla realizzazione dei progetti generano dei crediti, che possono essere utilizzati per l'osservanza degli impegni di riduzione assegnati a ogni impianto produttivo. Ma il requisito essenziale per partecipare a questo meccanismo è la definizione di un piano delle quote di emissione da assegnare a ogni stabilimento, che in Italia non è ancora finalizzato: il nostro piano, presentato a Bruxelles in luglio con tre mesi di ritardo, giace all'esame della Commissione europea, che la settimana scorsa ne ha autorizzati altri otto arrivando a quota sedici, corrispondenti a oltre 7.000 impianti produttivi (sui 12.000 europei). Il piano italiano è considerato molto controverso dalla direzione generale dell'Ambiente, perché sfora di circa cento milioni di tonnellate di anidride carbonica (575 milioni di tonnellate contro i 475 previsti) gli obiettivi prefissati. L'unico mezzo per rientrare nei limiti senza prendere la multa, sarà l'acquisto di quote di emissione all'estero. Ma non è ancora chiaro se e quando le imprese italiane potranno accedere agli scambi europei, che partiranno il 1° gennaio 2005 per i Paesi in regola con i piani di allocazione. I progetti di riforestazione sono fra i più tipici utilizzati per mettere in moto questo meccanismo e nei Paesi in via di sviluppo - dal Brasile alla Tanzania, dall'Indonesia all'Ecuador - ne sono già partiti parecchi. "Naturalmente l'impresa che si occupa della riforestazione – spiega Cidonio - deve rispettare una serie di parametri per generare crediti validi: da un lato la quantità di gas serra, in questo caso anidride carbonica, abbattuta nel corso del progetto dev'essere precisamente misurata e dall'altro lato dev'essere chiaro che il progetto, senza l'incentivo dei crediti, non sarebbe realizzabile”. In pratica, non si possono generare crediti semplicemente come effetto collaterale di una riforestazione che avverrebbe comunque per altri scopi commerciali. Per Cidonio, un ingegnere meccanico cresciuto nel gruppo Cir, la decisione di dedicarsi completamente a questo progetto è arrivata nel 2002, quando si sono chiariti i dettagli operativi per l'utilizzo della riforestazione nella generazione di carbon credits e si è cominciata a vedere una certa vitalità nello scambio di emissioni a livello mondiale. Appoggiandosi sulle attività del padre Pierfilippo a Caracas, dove opera da tempo nel settore alberghiero, Cidonio ha fondato in loco la Carbon Sinks de Venezuela e ha cominciato nel giugno 2003 a piantare i primi alberi vicino a Mapire, sull'Orinoco. “Qui la savana ha rimpiazzato ormai da anni le foreste, ricacciate indietro dalla pressione dell'uomo che taglia gli alberi per usarli come combustibile o per far pascolare il bestiame: ora noi abbiamo avviato la riforestazione con metodi molto diversi dalle piantagioni commerciali, cercando di rispettare la biodiversità. L'arco di crescita di queste piante sono 15 anni, nel corso dei quali vengono assorbite annualmente 400 tonnellate di anidride carbonica per ettaro, che generano 400 crediti di emissione”, precisa Cidonio. In accordo con la Banca Mondiale, che ha creato quattro diversi fondi per sostenere questo tipo di progetti (fra cui l'Italian Carbon Fund, finanziato dal governo italiano con 40 milioni di euro), la Carbon Sinks de Venezuela allargherà fra qualche mese la sua piantagione a circa 12mila ettari complessivi, un progetto di dimensioni ragguardevoli in confronto agli altri già in corso. L'anidiride carbonica assorbita da questi alberi, alle quotazioni attuali, costa circa 5 dollari a tonnellata. “Ma nei prossimi anni – sostiene Cidonio, confortato dal parere degli esperti in materia – le quotazioni sono destinate a salire parecchio”.Già oggi in Europa una tonnellata di anidride carbonica costa circa il doppio (10 dollari), mentre il governo russo ha più volte dichiarato di voler vendere i propri diritti di emissione a 70-100 dollari la tonnellata. Basta fare due conti per rendersi conto che lo sforamento previsto dal governo italiano potrebbe costare alle nostre imprese attorno ai 5 miliardi l'anno. Per i pionieri come Cidonio, tanto di guadagnato.

4 gennaio 2005

Bill Gross

Scommettere poco quando le probabilità di vincere sono basse, molto quando diventano più alte: nel lontano 1966, ai tavoli del blackjack dei casinò di Las Vegas, Bill Gross metteva in pratica, da giocatore professionista, le stesse tecniche che usa oggi per battere il mercato con i fondi obbligazionari di Pimco (Pacific Investment Management Company), una delle società di gestione del risparmio più grandi del mondo, con un patrimonio di quasi 400 miliardi di dollari.
Facile a dirsi, più difficile a farsi: può spiegare la sua tecnica un po’ più nei dettagli?
“Un portafoglio obbligazionario ha sempre una frontiera di efficienza strutturale e il tentativo di raggiungerla è allegoricamente imparentato con la ricerca della pietra filosofale, laddove il gestore invece di trasformare piombo in oro, cerca di aumentare il valore aggiunto sull’indice di riferimento, ma senza aumentare il rischio (qualificazione importantissima)”.
Come?
“Quando si vuole investire su un determinato mercato è molto importante basarsi su analisi approfondite dei trend macroeconomici: esaminare l’evoluzione demografica, il livello di globalizzazione, le attitudini dell’opinione pubblica. In questo modo di solito si riesce a battere la concorrenza. Ma la possibilità di compiere un errore c’è sempre. In particolare dopo l'11 settembre la scena internazionale è diventata molto più instabile e rischiosa. Qui entrano in gioco le capacità di innalzare una serie di difese, con cui sia possibile proteggere i risultati acquisiti e aumentare il valore aggiunto di un investimento anche quando i mercati sono fermi o quando il tocco magico sembra avervi abbandonato”.
Lei parla di struttura dell'investimento, un aspetto a cui solitamente si dà poca attenzione...
"Ma è un errore. E' chiaro che fa più notizia quando Pimco acquista 35 miliardi di Treasuries ed è più divertente parlare della visione lungimirante di Warren Buffett piuttosto che della struttura dei suoi investimenti. Ma il segreto di Warren Buffett non sta nel suo naso per i buoni affari, sta nella sua struttura. Scommettere sul cavallo vincente è solo la seconda parte di un investimento: identificare una struttura vincente, invece, è la prima parte, ma non se ne parla mai. La struttura di Warren Buffett è brillante, anche se a lui non piace pubblicizzarla. Ne ha gettate le basi quando ha cominciato a comprare compagnie assicurative, che offronco il vantaggio di utilizzare riserve non proprie sostanzialmente senza interessi. Quando Buffett ha comprato Geico e General Re stava comprando una struttura, cioè la possibilità di prendere a prestito a interessi zero e di utilizzare quei fondi dall'interno del bozzolo di una compagnia assicurativa. Combinando il suo fiuto con la sua struttura, non c'è da stupirsi che quell'uomo faccia i miliardi".
Anche Pimco ha una sua struttura...
"Naturalmente. La spiccata capacità di Pimco di battere il mercato viene in parte dalla nostra filosofia d'investimento, ma soprattutto dalla struttura. La mia struttura, in un certo senso, include l'abilità di vendere liquidità o volatilità di corto raggio e di aggiungere questi profitti al risultato finale. Dei 100 o 150 punti base che guadagnamo sul nostro punto di riferimento e che promettiamo ai clienti, almeno 30 o 40 vengono dalla struttura. Probabilmente la più importante decisione strutturale che un consulente può prendere per un cliente ha a che fare con le commissioni. In quest'epoca di rendimenti bassi, un 1% di commissioni può fare un'enorme differenza sul risultato finale. Se ci si muove in un ambiente finanziario dove azioni e obbligazioni non offrono rendimenti superiori al 5% l'anno, una commissione dell'1% rappresenta il 20% del rendimento. E' gigantesco".
Lei ha parlato di struttura anche come strategia difensiva. Quali sono le sue difese preferite?
“Le difese di Pimco si sono evolute nel corso degli anni, aggiungendo un tocco qui e uno là, man mano che si dimostravano capaci di generare profitti con continuità, per ottenere una struttura basata su principi fondamentali, quasi permanenti, capaci di andare oltre i cicli di 3-5 anni su cui si concentrano le nostre previsioni. La magia di una struttura davvero efficiente viene dalla sua capacità di restare valida nel tempo. Negli anni Cinquanta il premio Nobel Harry Markowitz ha tentato di estendere la frontiera dell’efficienza di un portafoglio azionario con la diversificazione. Noi stiamo facendo lo stesso con un portafoglio obbligazionario”.
Nella pratica?
“Reinventare la ruota non serve, ma la nostra struttura si basa sulla formazione nel tempo di tutta una serie di nuove ruote, fatte di materiali più moderni invece che di pietra. Alcune innovazioni finanziare ci sono sembrate inutili o persino dannose e infatti si sono ben presto schiantate, altre invece ci sono sembrate delle buone difese, dai futures agli swaps, da un moderato uso delle opzioni e della volatilità all’ingresso in un settore molto liquido come quello dei mercati emergenti".
Non può essere più preciso?
"No. Da un lato si tratta di aggiustamenti minimi affinati nel corso degli anni che sarebbe difficile descrivere, dall'altro i miei clienti non sarebbero contenti se andassi a raccontare a tutti i miei segreti. Posso dire solo questo: per aggiungere profitti permanenti senza aumentare i rischi bisogna individuare all'interno dell'indice stesso quegli elementi strutturali che assicurino nel tempo i risultati migliori in relazione al rischio e accentuarli, riducendo d'altro canto le strutture che vanno nella direzione opposta. In un certo senso è lo stesso sistema che usavo al tavolo del blackjack quando facevo il giocatore professionista, alla fine degli anni Sessanta: mi limitavo a piccole giocate quando le probabilità erano in favore del banco e le raddoppiavo, triplicavo o quadruplicavo quando le carte che erano rimaste nel mazzo mi favorivano..."

3 gennaio 2005

Aria di rifondazione all'Enea

Aria di rifondazione all'Enea. Sulla scia del riordino più generale della ricerca pubblica, l'Ente per le nuove tecnologie, l'energia e l'ambiente guidato dal fisico Carlo Rubbia, ridotto in pochi anni da cinquemila a tremila persone, riparte dalle applicazioni industriali e riarticola la sua attività su cinque dipartimenti: i progetti speciali, l'ambiente e lo sviluppo sostenibile, le tecnologie fisiche e la fusione, le tecnologie energetiche, i nuovi materiali. Ma soprattutto, affianca alla gestione scientifica di Rubbia un manager come Paolo Savona, appena nominato presidente del Comitato d'indirizzo e coordinamento dei progetti di industrializzazione dal ministro delle Attività produttive Antonio Marzano. Sarà questo comitato, composto da sette membri in rappresentanza di tutto il tessuto industriale e artigianale del Paese, a fare da cerniera di trasmissione con il mondo delle imprese e a indirizzare l'attività dei ricercatori a partire dal mercato. Con la conferma, dopo un lungo interim, di Giovanni Lelli a direttore generale dell'ente, l'ultimo consiglio d'amministrazione, tenutosi subito prima di Natale, può dire di aver varato la nuova navicella, sperando in un futuro meno conflittuale del passato. L'Enea, nato per guidare l'Italia nel mondo dell'energia atomica e più tardi riconvertito allo studio e alla diffusione delle energie alternative, ora affiancate dalle nuove tecnologie e dall'ambiente, negli ultimi quattro anni ha cambiato tre direttori generali. E da quando il Nobel per la fisica Carlo Rubbia si è insediato alla sua guida, nel '99, a più riprese ha rischiato lo smembramento in tre tronconi diversi, da accorpare in parte al ministero dell'Ambiente e in parte alle Attività produttive. Sullo stesso Rubbia, nominato presidente dal governo di Massimo D'Alema e confermato commissario dell'ente nel 2001 dal governo attuale, si sono abbattute diverse bufere politiche: prima con la bocciatura (non vincolante) della sua riconferma a presidente - concluso il commissariamento a fine 2003 - da parte della commissione Attività produttive della Camera, presieduta da Bruno Tabacci, e poi con la recente lettera di protesta "bipartisan" di tutto il parlamentino dell'Enea per chiedere la sua sostituzione. Non si sollevano dubbi, ovviamente, sulla statura scientifica del professore, ma sulle sue capacità manageriali. E' anche per questo che nel nuovo assetto si pone molto l'accento sulla necessità di mettersi in collegamento con il mercato e con le esigenze delle imprese. "Per un buon funzionamento dell'ente, è essenziale incentivare il processo di trasferimento tecnologico verso le imprese", spiega Cosimo Dell'Aria, rappresentante del ministro Marzano nel cda dell'Enea. "Con il nuovo regolamento - precisa Dell'Aria - che entrerà in vigore in gennaio dopo il parere del ministero, verranno modificati in maniera sostanziale i processi interni, introducendo un momento di decisione comune e una serie di scambi d'informazioni fra i vertici dell'ente, il Comitato d'indirizzo e il Consiglio scientifico, di cui dev'essera ancora completata la composizione". Entro le prime settimane dell'anno la nuova geografia dei poteri dell'Enea dovrebbe essere perfezionata con la nomina dei responsabili dei cinque dipartimenti e delle tre direzioni centrali. "Non appena la nuova struttura si sarà stabilizzata, procederemo alla costituzione di una holding, cui sarà affidata la gestione delle partecipazioni dell'Enea in aziende industriali", precisa Dell'Aria. A questa holding, di diritto privato, potranno essere trasferiti, anche dagli stessi ricercatori, titolarità e diritti di sfruttamento dei brevetti conquistati con le attività di ricerca. Ad oggi, l'Enea detiene quote in 14 società italiane e una estera, l'Eurodif, che ha sede in Francia e si occupa della produzione di uranio arricchito, oltre alle partecipazioni in una dozzina di consorzi.Malgrado la lunga fase di transizione, l'ente si è lanciato in questi anni in una serie di progetti all'avanguardia sul fronte delle fonti alternative: dal grande progetto Archimede sull'energia solare, recentemente avviato a Priolo (Sicilia) in partnership con Enel, al progetto Trade (Triga Accelerator Driven Experiment), un tentativo pilota di sperimentare l'incenerimento delle scorie nucleari, che Rubbia sta cercando di avviare al Triga, il piccolo reattore sperimentale della Casaccia, vicino a Roma. Sempre nei laboratori Enea della Casaccia, Rubbia ha avviato un altro progetto importante, il cui punto di partenza è è sempre l'energia solare concentrata per mezzo di specchi, come per Archimede, mentre quello di arrivo è l'idrogeno, ricavato direttamente dall'acqua, attraverso un processo termodinamico ad alta efficienza, brevettato recentemente. Questo processo permette di produrre e accumulare idrogeno a costi non molto più alti rispetto a quelli del gas naturale. L'opzione dell'idrogeno solare è la pietra filosofale del ventunesimo secolo: ricavare grandi quantità del prezioso gas direttamente dall'acqua, infatti, ci metterebbe a disposizione una fonte inesauribile di energia perfettamente pulita. E' lì che il Nobel Rubbia punta da molti anni.