6 giugno 2005
Italia-Ucraina, il patto d'acciaio
29 maggio 2005
Pubblicità in fuga dal piccolo schermo?
9 maggio 2005
Scaroni e Mincato: carbone contro gas
11 aprile 2005
La pacchia è finita: l'acciaio è cinese
21 marzo 2005
Karl-Heinz Grasser
14 marzo 2005
Ma quale bolla, in Italia manca il gas
7 marzo 2005
Il signore dei call center
Piol: "L'informatica italiana rovinata dalla politica"
28 febbraio 2005
Strozzature nella rete
Per abbattere il prezzo dell' energia in Italia non basta aumentare la produzione: bisogna ampliare la rete di trasmissione. È quello che sta cercando di fare Luca D' Agnese, numero uno del Grtn, il gestore della rete nazionale, che sta per chiudere già questa settimana l' operazione di fusione con Terna - la società proprietaria della rete, quotata lo scorso giugno - a cui dovrà conferire entro la fine di aprile oltre il 70% dei dipendenti e tutte le attività di strategia industriale. Al Grtn propriamente detto resterà soltanto l' attività d' intermediazione finanziaria: la gestione dei certificati verdi e dell' energia Cip6 (con un giro d' affari di circa 5 miliardi) e le due società controllate Acquirente Unico (intermediario per il mercato vincolato) e Gestore del mercato elettrico (società madre della Borsa elettrica), con un giro d' affari di altri 7 miliardi. Ma per ora la strategia di sviluppo della rete è il punto su cui l' attività del Grtn resta focalizzata, anche per l' estrema urgenza degli interventi programmati. «Recuperare un ritardo infrastrutturale di decenni non è facile, soprattutto con i problemi autorizzativi che ci troviamo a dover affrontare tutti i giorni - spiega D' Agnese -. Del resto, con 20 mila megawatt di centrali elettriche autorizzate e 10 mila in cantiere, se la rete non cresce, tutto questo lavoro non servirà a nulla». E il rischio di blackout incombe. Secondo i piani del ministero delle Attività Produttive, le nuove centrali in costruzione dovrebbero consentire di abbassare del 20% il costo della produzione elettrica in Italia, attualmente il più alto d' Europa. Entro il 2009 il parco di produzione italiano dovrebbe raggiungere una potenza complessiva di 62-64 mila megawatt (contro i 53 mila attuali). Ma la maggior parte delle centrali in costruzione è collocata a Nord-Ovest o a Sud-Est del Paese: «Se fra questi due estremi non ci saranno collegamenti adeguati - fa notare D' Agnese - le strozzature nella rete impediranno di trasmettere l' energia prodotta là dove serve». Già oggi, ci sono aree che producono molta più energia di quanta ne consumino, come la Calabria, ma non possono trasmetterla alle regioni fortemente deficitarie, come la Campania, per le carenze delle infrastrutture di rete. Ad esempio la centrale elettrica di Rossano Calabro non può essere utilizzata a pieno ritmo per la debolezza della linea di trasmissione Rizziconi-Laino, un unico filo che serve tutta la punta dello stivale, collegandola poi con la Sicilia. E due dei nuovi impianti in cantiere sono proprio da quelle parti: Edison sta costruendo ad Altomonte e a Simeri Crichi. «Il potenziamento della linea Rizziconi-Laino è considerato fra i più urgenti - commenta D' Agnese - e dovrebbe essere completato entro sei mesi». Anche dalle centrali pugliesi attorno a Brindisi e a Taranto non si può mandare energia in Campania perché manca la linea di collegamento, la famosa Matera-Santa Sofia: i cantieri sono fermi da dieci anni per l' opposizione degli abitanti di Rapolla, un paese in provincia di Potenza sul cui territorio la linea doveva passare. E ben presto la situazione sarà ancora più grottesca, perché fra i nuovi impianti in costruzione ce n' è un altro a Brindisi, un colosso da 1.170 megawatt di Enipower. Ora le autorità si sono messe d' accordo per un tracciato alternativo, che allunga la linea di quasi 20 chilometri, e i lavori dovrebbero essere terminati nella primavera del 2006. Ma da qui ad allora in Campania l' energia continuerà a costare di più. «Le resistenze locali alla costruzione d' infrastrutture come le linee elettriche - spiega D' Agnese - derivano da preoccupazioni legittime, ma spesso finiscono per perdere di vista le esigenze della comunità: nei centri abitati non si può perché sono abitati, nelle zone non abitate non si può perché sono paradisi incontaminati. Bisognerà pur trovare un modo per mettersi d' accordo». E visto che l' approccio dall' alto non funziona, il Grtn sta sperimentando una tecnica diversa: prima incrocia le necessità della rete con le incompatibilità ambientali per trovare il tracciato ottimale e poi mette attorno a un tavolo le parti coinvolte, per cercare di capire quali sono le preoccupazioni locali. «Con questo sistema - aggiunge D' Agnese - cerchiamo d' integrare meglio lo sviluppo della rete elettrica con le altre caratteristiche del territorio, individuando le alternative accettabili quando il progetto è ancora a uno stadio iniziale». E i primi frutti si vedono. Dopo un decennio di stasi, in cui la rete elettrica italiana è andata addirittura indietro (dal ' 95 ad oggi sono stati dismessi 39 chilometri di rete, contro i quasi 400 costruiti nel decennio precedente), si ricomincia a costruire. La linea S. Fiorano-Robbia, appena completata, è il primo nuovo elettrodotto d' interconnessione con l' estero realizzato dopo quasi vent' anni: l' ultima linea entrata in servizio sull' arco alpino, la Rondissone-Albertville fra Italia e Francia, risale all' 86. Prossima tappa, sul fronte dell' interconnessione con l' estero è il collegamento con la Slovenia e le sue centrali nucleari, da Udine a Okroglo, nella valle della Sava. Sul territorio nazionale, oltre a quelli citati, altri punti dolenti da risolvere in fretta sono in Lombardia (Turbigo-Rho), in Puglia (Foggia-Benevento) e il collegamento con la Sardegna, dove la diffusione dell' eolico, per definizione instabile, richiede un grande sviluppo della rete. In complesso il piano quinquennale del Grtn, con un investimento da 1,7 miliardi di euro, prevede una quindicina d' interventi, di cui otto molto urgenti per garantire la copertura del fabbisogno al 2010. In questo modo si alzeranno i costi di trasmissione, ma verranno eliminate le congestioni nella rete, che tengono i prezzi artificialmente alti. E dopo non ci saranno più scuse.
Etichette: rete
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Strozzature nella rete
14 febbraio 2005
I rifiuti di Napoli nel parco del Vesuvio
1 febbraio 2005
Bloccato il programma Trade
Un progetto iscritto come strategico nel Piano nazionale della ricerca 2004-2006, che ha vinto un bando europeo consentendo all' Italia di entrare nel più prestigioso programma comunitario di ricerca sulla fissione nucleare, viene bloccato proprio mentre si parla di un possibile ritorno all' atomo. E il direttore generale dell' ente promotore di questo progetto, l' Enea, si rassegna di buon grado al ritiro dal programma europeo Ip Eurotrans «perché i costi a carico dell' Enea sono risultati incompatibili con le risorse finanziarie dell' ente». Del resto - si argomenta all' Enea in sintonia con il ministro dell' Ambiente Altero Matteoli, un antinuclearista convinto che ha insediato due consiglieri molto combattivi nel nuovo cda dell' ente - che cosa ne verrebbe all' Italia, ormai uscita dal nucleare, da una ricerca avanzata sull' incenerimento delle scorie radioattive? «Il progetto Ip Eurotrans - precisa il nuovo direttore generale dell' Enea, Giovanni Lelli - vale complessivamente 42,7 milioni di euro e la partecipazione Enea vale 6,9 milioni, di conseguenza la quota di finanziamento comunitario destinata all' Enea sarebbe stata soltanto di 3,4 milioni. Per poter acquisire questo finanziamento comunitario, l' Enea avrebbe dovuto completare il progetto Trade, il cui costo sarebbe rimasto a nostro carico per almeno 30 milioni di euro». Certo, si tratta di un bel peso sulle spalle di un ente che spende tre quarti del proprio bilancio solo per le retribuzioni del personale. Ma Lelli dimentica di citare i pre-accordi di intesa già firmati con i francesi del Cea, i tedeschi dell' Fzk e gli americani del Doe, che avrebbero contribuito al progetto Trade per almeno altri 10 milioni di euro. Queste intese internazionali sono attualmente sospese, così come il finanziamento europeo a Trade, che la Commissione non ha ancora riallocato, auspicando un rientro dell' Italia nel programma. Inoltre, proprio mentre Lelli scriveva alla Commissione per formalizzare il ritiro dell' Italia dal progetto Trade, il sincrotrone di Trieste riceveva 60 milioni di prestito dalla Banca europea per gli investimenti, che verranno impiegati per realizzare una sorgente di luce di nuova generazione. Due approcci radicalmente diversi al rilancio del sistema Paese. Giovanni Lelli, un veterano dell' Enea, è appena stato insediato dal cda dopo un lungo interim, contro il parere del presidente Carlo Rubbia, che puntava su una nomina di statura internazionale. La sua designazione chiude un balletto di direttori che durava da 4 anni. Lelli si era trovato a fare da traghettatore verso il nuovo assetto dell' ente, che nel frattempo era stato commissariato. Un anno fa, l' uscita dal commissariamento con la nomina di un cda e la conferma di Rubbia alla presidenza. Ma il nuovo cda, che dovrebbe essere composto da consiglieri con un background scientifico, è invece infarcito di nomine politiche. E con Rubbia è subito guerra. Lelli, facente funzioni di direttore, si trova fra l' incudine e il martello. Il contrasto Rubbia-cda si acuisce in ottobre, sul piano di riorganizzazione dell' ente, con cui si assesta uno schiaffo definitivo al Premio Nobel, assegnando solo 128 ricercatori (su 3 mila) al settore dei Progetti innovativi, che comprende tutte le aree a lui più care, dall' idrogeno al solare, al progetto Trade. Già da allora Rubbia comincia a dubitare della volontà dell' Enea di andare avanti su questo progetto faro, malgrado l' ok europeo. Proprio in mano a Lelli vengono affidati i destini di Trade, per convincere il cda a farlo passare. Ma al momento decisivo la pressione del ministero dell' Ambiente, con i due consiglieri Pierluigi Scibetta e Corrado Clini, lo induce a prendere un' altra strada. Il progetto viene bocciato. E in dicembre arriva la sua nomina definitiva. Ora il programma Ip Eurotrans - costruito tutto intorno al progetto italiano, grazie all' impulso di Rubbia - partirà con gli altri domini, mantenendo in stand by il finanziamento destinato al progetto Trade, nella speranza che nei meandri italiani della ricerca pubblica qualcuno ci ripensi.
Etichette: ricerca
24 gennaio 2005
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4 gennaio 2005
Bill Gross
Facile a dirsi, più difficile a farsi: può spiegare la sua tecnica un po’ più nei dettagli? “Un portafoglio obbligazionario ha sempre una frontiera di efficienza strutturale e il tentativo di raggiungerla è allegoricamente imparentato con la ricerca della pietra filosofale, laddove il gestore invece di trasformare piombo in oro, cerca di aumentare il valore aggiunto sull’indice di riferimento, ma senza aumentare il rischio (qualificazione importantissima)”.
Come? “Quando si vuole investire su un determinato mercato è molto importante basarsi su analisi approfondite dei trend macroeconomici: esaminare l’evoluzione demografica, il livello di globalizzazione, le attitudini dell’opinione pubblica. In questo modo di solito si riesce a battere la concorrenza. Ma la possibilità di compiere un errore c’è sempre. In particolare dopo l'11 settembre la scena internazionale è diventata molto più instabile e rischiosa. Qui entrano in gioco le capacità di innalzare una serie di difese, con cui sia possibile proteggere i risultati acquisiti e aumentare il valore aggiunto di un investimento anche quando i mercati sono fermi o quando il tocco magico sembra avervi abbandonato”.
Lei parla di struttura dell'investimento, un aspetto a cui solitamente si dà poca attenzione... "Ma è un errore. E' chiaro che fa più notizia quando Pimco acquista 35 miliardi di Treasuries ed è più divertente parlare della visione lungimirante di Warren Buffett piuttosto che della struttura dei suoi investimenti. Ma il segreto di Warren Buffett non sta nel suo naso per i buoni affari, sta nella sua struttura. Scommettere sul cavallo vincente è solo la seconda parte di un investimento: identificare una struttura vincente, invece, è la prima parte, ma non se ne parla mai. La struttura di Warren Buffett è brillante, anche se a lui non piace pubblicizzarla. Ne ha gettate le basi quando ha cominciato a comprare compagnie assicurative, che offronco il vantaggio di utilizzare riserve non proprie sostanzialmente senza interessi. Quando Buffett ha comprato Geico e General Re stava comprando una struttura, cioè la possibilità di prendere a prestito a interessi zero e di utilizzare quei fondi dall'interno del bozzolo di una compagnia assicurativa. Combinando il suo fiuto con la sua struttura, non c'è da stupirsi che quell'uomo faccia i miliardi".
Anche Pimco ha una sua struttura... "Naturalmente. La spiccata capacità di Pimco di battere il mercato viene in parte dalla nostra filosofia d'investimento, ma soprattutto dalla struttura. La mia struttura, in un certo senso, include l'abilità di vendere liquidità o volatilità di corto raggio e di aggiungere questi profitti al risultato finale. Dei 100 o 150 punti base che guadagnamo sul nostro punto di riferimento e che promettiamo ai clienti, almeno 30 o 40 vengono dalla struttura. Probabilmente la più importante decisione strutturale che un consulente può prendere per un cliente ha a che fare con le commissioni. In quest'epoca di rendimenti bassi, un 1% di commissioni può fare un'enorme differenza sul risultato finale. Se ci si muove in un ambiente finanziario dove azioni e obbligazioni non offrono rendimenti superiori al 5% l'anno, una commissione dell'1% rappresenta il 20% del rendimento. E' gigantesco".
Lei ha parlato di struttura anche come strategia difensiva. Quali sono le sue difese preferite? “Le difese di Pimco si sono evolute nel corso degli anni, aggiungendo un tocco qui e uno là, man mano che si dimostravano capaci di generare profitti con continuità, per ottenere una struttura basata su principi fondamentali, quasi permanenti, capaci di andare oltre i cicli di 3-5 anni su cui si concentrano le nostre previsioni. La magia di una struttura davvero efficiente viene dalla sua capacità di restare valida nel tempo. Negli anni Cinquanta il premio Nobel Harry Markowitz ha tentato di estendere la frontiera dell’efficienza di un portafoglio azionario con la diversificazione. Noi stiamo facendo lo stesso con un portafoglio obbligazionario”.
Nella pratica? “Reinventare la ruota non serve, ma la nostra struttura si basa sulla formazione nel tempo di tutta una serie di nuove ruote, fatte di materiali più moderni invece che di pietra. Alcune innovazioni finanziare ci sono sembrate inutili o persino dannose e infatti si sono ben presto schiantate, altre invece ci sono sembrate delle buone difese, dai futures agli swaps, da un moderato uso delle opzioni e della volatilità all’ingresso in un settore molto liquido come quello dei mercati emergenti".
Non può essere più preciso? "No. Da un lato si tratta di aggiustamenti minimi affinati nel corso degli anni che sarebbe difficile descrivere, dall'altro i miei clienti non sarebbero contenti se andassi a raccontare a tutti i miei segreti. Posso dire solo questo: per aggiungere profitti permanenti senza aumentare i rischi bisogna individuare all'interno dell'indice stesso quegli elementi strutturali che assicurino nel tempo i risultati migliori in relazione al rischio e accentuarli, riducendo d'altro canto le strutture che vanno nella direzione opposta. In un certo senso è lo stesso sistema che usavo al tavolo del blackjack quando facevo il giocatore professionista, alla fine degli anni Sessanta: mi limitavo a piccole giocate quando le probabilità erano in favore del banco e le raddoppiavo, triplicavo o quadruplicavo quando le carte che erano rimaste nel mazzo mi favorivano..."