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24 settembre 2007

Aem-Edison: "Riaccendiamo i reattori"

Uno studio di fattibilità per rilanciare il nucleare in Italia. Una base tecnico-scientifica, da cui partire qualora il Paese decidesse di riaprire il discorso sull' atomo. Edison e Aem Milano hanno cominciato a lavorarci già da un po' , insieme con i cinque atenei milanesi e la Regione Lombardia. «Non vogliamo scavalcare la politica», precisa Giuliano Zuccoli, presidente di Edison e numero uno della nuova maxi-utility del Nord che unisce Aem con Asm Brescia. E spiega: «Vogliamo solo dare un contributo alla battaglia contro le emissioni nocive degli idrocarburi e contro il caro-energia, che attanaglia il sistema industriale italiano. Siamo convinti che l' atomo sia la via più realistica, al momento attuale, per alleviare entrambi i problemi». In pratica, si tratta di rispondere a una serie di quesiti ingegneristici, geologici e finanziari, per offrire una possibile soluzione sulla scelta degli impianti, dei siti e dei costi che andrebbero affrontati nell' eventuale ricostituzione di un sistema nucleare italiano. Un compito di non poco momento, ma essenziale per gettare le basi di un ragionamento obiettivo, che potrebbe aiutare la politica a superare le paure scatenate dall' incidente di Chernobyl e sfociate nel referendum anti-atomo dell' 87. «Per una volta, lasciamo parlare gli ingegneri», invita Zuccoli. Ma Edison - in cui Aem è partner dei francesi di Edf, grandi esperti di nucleare - non ha alcuna intenzione di riprendere il discorso da sola: «Ci vuole un consorzio di operatori per avviare questo progetto seriamente - fa notare Zuccoli - ed è quello che stiamo cercando di costituire». Dal punto di vista dei costi, ma anche sotto il profilo politico, la scelta del consorzio è inevitabile. «Puntiamo a seguire il modello finlandese - ipotizza Zuccoli - dove si sta costruendo, con tecnologia francese, la prima centrale nucleare europea di nuova generazione, proprio con l' obiettivo di abbattere le emissioni nocive». L' esperienza finlandese parte dalla fondazione di una società senza scopo di lucro cui partecipano 60 imprese della domanda e dell' offerta, impegnandosi a prelevare tutta l' energia prodotta dal nuovo impianto di Olkiluoto con dei contratti di lungo termine. Questo accordo ha annullato il rischio di mercato dell' operazione, consentendo di ottenere dalle banche un finanziamento a tasso molto favorevole. Così, malgrado il costo alto dell' impianto (stimato in quattro miliardi), si abbatte di molto il prezzo finale dell' energia: a Olkiluoto il megawattora costerà circa 30 euro, contro i 40-42 stimati da Edf per il nuovo reattore in progetto a Flamanville, in Normandia, e contro un prezzo medio di 75 euro sulla Borsa elettrica italiana. «Naturalmente, nello studio di fattibilità terremo conto delle strutture che ci sono già - ragiona Zuccoli - e anche del know-how che si è costruito nelle zone dei primi quattro reattori italiani di Trino Vercellese, Caorso, Latina e Garigliano, non ancora smantellati». Ma il punto dolente è un altro: «In Italia non esiste un sito nazionale di stoccaggio delle scorie radioattive e questo è un problema che va risolto, con un esame geologico approfondito della penisola per individuare la posizione più adatta». Lo studio di fattibilità si occuperà anche di questo, malgrado le analisi geologiche già portate a termine, che hanno indicato come sito ideale quello di Scanzano Jonico, poi abbandonato sull' onda delle resistenze locali. «Abbiamo ben presenti le forti resistenze a cui andremo incontro - ammette Zuccoli - ma non per questo siamo disposti a mettere la testa nella sabbia: che cosa sarà dell' Italia fra dieci anni, senza il nucleare? Avremo più inquinamento e più incertezze nell' approvvigionamento di energia rispetto ai nostri partner europei. Per non parlare dei prezzi del kilowattora, che resteranno altissimi. Le fonti rinnovabili sono un bel sogno, ma sono ancora troppo poco sviluppate per risolvere questi problemi in tempi brevi». Basterà uno studio, per dare le risposte ai resistenti?

21 settembre 2007

Michael Hoffman

Non sempre l' etica negli affari si può imporre con delle leggi, per quanto stringenti. Situazioni come quella dei giocattoli cinesi di Mattel, del latte artificiale Nestlé per i bambini africani o delle protesi Dow Corning al silicone sono talmente delicate da gestire che le regole scritte spesso non aiutano. «In molti casi le peggiori decisioni del management s' inseriscono in un' area grigia e a prima vista possono sembrare perfettamente legittime: solo in seguito si scopre che invece hanno causato gravi danni». Per questo Michael Hoffman, guru bostoniano dell' etica aziendale, è convinto che un Ethics Officer, più sensibile alle sottili distinzioni fra giusto e sbagliato, dovrebbe essere chiamato automaticamente a partecipare alle decisioni dei vertici aziendali.
Come si costruisce una cultura etica che impedisca disastri come quello capitato alla Mattel o alla Dow Corning?
«Ci dev' essere una rete capillare di controlli interni, con ispettori che visitino gli impianti anche di sorpresa, senza alcun preavviso, per verificare che i prodotti siano appropriati. I controlli devono essere estesi a tutta la produzione, anche all' estero. E questa è la parte più difficile, in particolare quando si ha a che fare con Paesi complicati come la Cina. Ma ci vogliono soprattutto delle persone che tirino le fila di questa rete e abbiano la capacità d' interfacciarsi sia con la produzione che con i decisori, con chi ha il potere di assumere e licenziare il top management».
Quindi con il consiglio d' amministrazione...
«Esattamente. E' ormai una quindicina d' anni che le corporation americane hanno creato la figura del Chief Ethics Officer (EO), una guida strategica e operativa che deve vigilare sulla conformità dell' operato dell' azienda alle buone regole di condotta etica. Ma in generale l' EO fa parte del management e viene ascoltato solo raramente dal consiglio d' amministrazione. Questo crea un chiaro conflitto d' interesse: da un lato l' EO non ha l' autorità sufficiente per imporsi sul top management, dall' altro lato è molto difficile per lui giudicare e denunciare la condotta morale di chi, come l' amministratore delegato, ha il potere di assumerlo e licenziarlo. Ecco perché io propongo che l' EO sia messo in relazione diretta con il consiglio, a cui dovrebbe poter riportare direttamente, quasi come un revisore dei conti».
Ma per questo non ci sono già le normative anti-frode come la Sarbanes-Oxley?
«Le leggi di questo tipo sono sempre utili. Più ancora della Sarbanes-Oxley, che si rivolge solo alle società quotate, sono state utili le Federal Sentencing Guidelines for Organizations, che hanno imposto una serie di regole contro le truffe finanziarie, le molestie sessuali, i prodotti pericolosi. Le aziende non sono costrette a seguirle, ma in pratica lo fanno perché se succede un guaio il giudice ne tiene conto. Se le FSGO vengono applicate a puntino, in caso di denuncia la magistratura tende a perseguire i singoli manager, ma non la società».
Dunque le regole sono importanti...
«Importanti ma non decisive. Non dimentichiamo che Enron, ad esempio, aveva un codice etico lungo 72 pagine. "Scripta manent", dicono. Ma in questo caso non è servito a nulla. Non sono determinanti le dichiarazioni scritte, ma le persone. La cultura dell' etica deve partire dai valori, non dagli obblighi».
Il problema è che i manager in generale non sono concentrati sull' etica ma sul business.
«E' uno sbaglio, perché l' etica porta business. Compriamo più volentieri i prodotti di una società che tratta bene i suoi dipendenti, che non sporca l' ambiente, che non dà in giro bustarelle...».
L' etica nel business può diventare uno strumento di marketing?
«Spero qualcosa di più, ma anche. E' importante però che le belle cose propagandate nelle pubblicità siano vere al cento per cento, altrimenti rischiano di diventare controproducenti».

14 settembre 2007

Compagnie petrolifere a corto di uomini

Ma il petrolio non era agli sgoccioli? Si fa per dire: le riserve conosciute dureranno almeno altri quarant' anni e quelle sconosciute chissà... Sia come sia, l' industria petrolifera con annessi e connessi prospera ormai da tre-quattro anni, con le quotazioni del greggio messe al bello stabile e margini sempre più appetitosi. Gli investimenti per cercare oro nero e altri idrocarburi - dagli scisti bituminosi al gas naturale - oltre i confini del possibile, nei territori più freddi e nei mari più profondi, stanno diventando remunerativi e il boom di esplorazione e produzione cresce di giorno in giorno. Tutta la filiera ne sta beneficiando, dai servizi di mappatura e di progettazione agli studi geologici per gli scavi, dai tubi per il trasporto ai servizi ambientali, fino alla cantieristica e alla raffinazione. Unico limite: le risorse umane. «Ci servono specialisti ma fatichiamo a trovarli: il mercato del lavoro è talmente tirato che ormai i grandi operatori sono costretti a richiamare gli esperti più anziani dalla pensione», si lamenta Dario Scaffardi, direttore generale di Saras. E in tutto il settore si sente la stessa musica. «Quella che manca di più è la fascia mediana, già abbastanza esperta da assumere responsabilità strategiche ma non ancora a livello di top management», spiega Andrea Magnabosco, uno dei pochi headhunter italiani specializzati nel settore, responsabile della divisione engineering di Hays. Il problema parte da un dato di fondo: l' industria petrolifera esce da oltre un decennio di vacche magre, con il prezzo del greggio schiacciato sotto i trenta dollari al barile e a tratti addirittura sotto i dieci, da fine anni Ottanta a fine anni Novanta. «In questo lasso di tempo - spiega Magnabosco - c' è stato un blocco totale. Nessuno assumeva, nessuno formava nuovi quadri intermedi, il settore era paralizzato». Lo sfruttamento degli idrocarburi più difficili da trovare non era remunerativo e quindi l' esplorazione si è fermata, pochissimi giacimenti sono stati scoperti, la produzione ristagnava. Ma l' economia continuava a correre e a bruciare petrolio nei suoi ingranaggi. Dopo l' attacco alle Torri Gemelle è iniziata una lenta risalita, spinta dalle turbolenze geopolitiche e soprattutto dalla crescente domanda asiatica. Dal 2005 le quotazioni del greggio oscillano fra i 50 e i 70 dollari al barile, con punte - come in questi giorni - oltre i 75. E gli esperti prevedono che rimarranno a lungo su questi livelli. «Da allora si è rimesso tutto in moto, ma questo è un business ad alta specializzazione e il periodo di stasi ha creato un vuoto generazionale fra gli anziani esperti e i giovani neolaureati, che diventa sempre più difficile da colmare», sostiene Magnabosco. Non a caso il gruppo della famiglia Moratti, specializzato nella raffinazione, quest' anno ha dovuto richiamare dalla pensione una decina di esperti, per attività di coordinamento nella gestione di importanti commesse. «In particolare le figure di cantiere, costrette a trascorrere gran parte dell' anno in lunghe trasferte internazionali, si fanno sempre più rare», conferma Scaffardi. «Rispondiamo alle tensioni del mercato con la formazione interna, affiancando le nuove leve ai nostri grandi specialisti, ma anche con campagne di reclutamento all' estero, ad esempio in Turchia e Romania», spiega Antonio Vietti, direttore risorse umane di Foster Wheeler, multinazionale americana specializzata nella progettazione e costruzione di grandi impianti nel settore petrolifero, chimico, farmaceutico, alimentare e di produzione di energia. «Puntiamo molto a far crescere le persone dall' interno», ribatte Patrizia Bonometti, direttore risorse umane di Tenaris Europa, il maggior produttore e fornitore a livello globale di tubi e servizi per l' esplorazione e la produzione di petrolio e gas. «Abbiamo un programma interno abbastanza completo, che ci evita di andare sul mercato del lavoro per trovare profili già formati», sostiene Bonometti. Nella società controllata dalla famiglia Rocca il primo mese di formazione di base dei giovani neolaureati si svolge in Argentina e continua poi per due anni nella sede di provenienza. «Investiamo molto sulle nuove leve e in questo modo si crea un forte senso di appartenenza», commenta Bonometti. Il rischio di farsi portar via un giovane formato all' interno, dunque, si mantiene entro limiti accettabili. Ma con l' aria che tira sul mercato, anche ingegneri, chimici e geologi possono diventare mercenari.

10 settembre 2007

Emergenza rifiuti: Bassolino ci guadagna

Spariti i cumuli d'immondizie per le strade, roghi sempre più rari, ma l´emergenza in Campania non è finita: il sequestro cautelare, che ha bloccato le casse di Fibe, controllata da Impregilo, rischia d'interrompere il ciclo dei rifiuti e di fermare i lavori per il termovalorizzatore di Acerra, quasi pronto, mentre le discariche avviate dal nuovo commissario, Alessandro Pansa, saranno presto sature. La risposta di Impregilo si chiama Bruno Ferrante, ex prefetto di Milano, ex candidato sindaco, ex commissario anti-corruzione al Viminale, oggi presidente di Fibe e Fibe Campania, le due società accusate di aver gestito per anni un appalto che, secondo i giudici napoletani, "già sapevano di non poter rispettare". "Ma il problema di fondo è un altro: qualcuno ha interesse a mantenere l'emergenza rifiuti, perché ci guadagna. Del resto, se c'è bisogno di un commissario dal '94 e ancora oggi non si riesce a implementare un piano di smaltimento datato 2000, vuol dire che c'è qualcosa che non va. Il ciclo non è tanto complicato da realizzare, in altre regioni le difficoltà sono state affrontate e superate senza drammi. Qui invece è tutto fermo da oltre dieci anni", sostiene Ferrante. Con una produzione regionale di circa 7.500 tonnellate al giorno e un costo di smaltimento di 7,7 centesimi al chilo, è facile intravvedere la dimensione economica della questione. Il settore rifiuti in Campania rappresenta una delle più grosse aree d'affari di tutto il Mezzogiorno, gestita in larga parte nell'illegalità. Aprire l’accesso al settore privato rappresenta una scommessa importante per il potere politico regionale. In pratica, Fibe è accusata di non aver confezionato bene il combustibile da rifiuti, le famose ecoballe, che sarebbero di cattiva qualità e quindi impossibili da bruciare. Nell'ambito della stessa inchiesta, Antonio Bassolino, commissario dal 2000 al 2004, è stato rinviato a giudizio per truffa ai danni dello Stato. Ma il fallimento, più che tecnico, sembra squisitamente politico. La peculiarità del ruolo di Fibe sta scritta nel contratto di assegnazione: tutte le immondizie prodotte in Campania vanno consegnate ai sette impianti di produzione di ecoballe, dove Fibe ne diviene proprietaria. Da qui vanno smistate, in parte verso i termovalorizzatori, paralizzati dai moti di piazza, e in parte nei siti di stoccaggio che Fibe ha proposto a decine, ma sono sempre stati scartati dal commissariato. L'accumulo di rifiuti negli impianti di produzione ha causato la crisi del sistema. E' evidente la convenienza di Impregilo a portare a termine l'incarico assegnatole in Campania, così come ha fatto in altri 500 siti in giro per il mondo, tra cui nel 2006 a Wuppertal in Germania, a Joenkoeping in Svezia e a Kyoto in Giappone. L'energia prodotta da rifiuti è rivendibile a non meno di 18 centesimi a kilowattora: con le quote disponibili, si arriverebbe a 100mila euro giornalieri medi. Per lo smaltimento del resto, Fibe doveva percepire un compenso pari a circa 5 dei 7,7 centesimi al chilo di partenza. Un volume d'affari di 350mila euro giornaliseri. Perché rinunciare a tutto questo bendiddio?È qui che emerge l'inconciliabilità di due visioni opposte del ciclo dei rifiuti. Da una parte, quella del commissariato Bassolino che promuoveva una presenza massiccia del sistema pubblico. Dall'altra, quella della giunta precedente che aveva previsto e disegnato una delega più libera al sistema privato. Il gettone di presenza mensile incassato da Bassolino per fare il commissario era di 10.000 euro. Il nuovo commissario, il prefetto Alessandro Pansa, eredita oltre 600 milioni di debiti.

7 settembre 2007

Caos da scrivania? Fa bene agli utili

C' è il minicaos: uno scaffale in un angolo dell' open space, un tabellone pieno di bigliettini, un cassetto nascosto. C' è il caos verticale. Il disordine viene impilato per sembrare armonioso, ammonticchiando in perfetto equilibrio riviste, documenti, grafici e fotografie alla rinfusa. C' è il caos cumuliforme: nel vasto mucchio selvaggio che si allarga sulla scrivania finiscono seppelliti dossier interi, cartelle d' archivio insieme a oggetti di cancelleria e bucce d' arancia. C' è il caos satellitare, quello che viene esiliato lontano, in magazzini esterni all' ufficio per carenza fisica di spazio. E poi c' è il caos ciclico, quello che monta e rifluisce come una marea a intervalli regolari, settimanali, stagionali o perfino annuali, a seconda dei ritmi del lavoro. In ognuno di questi casi c' è sempre un capoufficio, un partner, un collega che cerca di porre rimedio, di contenere o in casi gravi di fare piazza pulita. E' opinione diffusa che un tavolo disordinato danneggi l' efficienza e molte corporation - da General Motors a Ups, passando per Ibm - impongono ai dipendenti la cosiddetta Clean Desk Policy, con tanto di premi e sanzioni rigorose per i trasgressori. Ma i risultati? «In realtà è illusorio pensare di poter eliminare completamente il disordine e molti studi dimostrano che l' ordine imposto dall' alto può addirittura danneggiare la produttività», spiega Maria Vittoria Giusti, psicologa del lavoro e partner nella società di ricerca del personale Mindoor. «Per produrre qualcosa di valido bisogna mettere in moto un processo creativo - fa notare Giusti - che non parte mai dall' ordine». Semmai l' ordine meticoloso può servire come struttura di contenimento a chi si senta insicuro oppure per dare serenità a un capo che si ferma all' apparenza. Ma la sua utilità non è affatto dimostrata. Anzi. Da un sondaggio della società americana PsyMax Solutions risulta chiaro il collegamento fra scrivania caotica e stipendio alto, che relega gli ordinati a un salario inferiore ai 35mila dollari all' anno. Ma allora a che servono gli organizzatori professionali, che ormai nascono come funghi? Negli Stati Uniti sono già 4.000 aziende, riunite nella National Association of Professional Organizers, che sguinzagliano in giro per il Paese squadre lautamente pagate, capaci di fare piazza pulita in poche ore di interi paesaggi cognitivi, radendo selvaggiamente al suolo elaborate montagne di carta e preziose miniere di sapere. Ma anche in Europa l' industria degli organizzatori professionali prospera. Si racconta di un' azienda di Francoforte messa in ginocchio dal passaggio di un simile ciclone: per mesi i dipendenti non sono stati più capaci di trovare le loro carte. Eric Abrahamson, professore alla Columbia University e autore di «A Perfect Mess» (Little, Brown & Co) va ancora più in là: il caos, assicura, fa bene alla produzione. Il disordine, dice Abrahamson, è robusto e adattabile. Il disordine è inclusivo, poiché abbraccia ogni sorta di elementi casuali. Il disordine è narrativo: si può imparare molto sulla gente dai suoi detriti, mentre l' ordine è un libro sigillato. Il disordine è naturale, accade da solo. Invece per mettere ordine ci vuole tempo e fatica. Tempo e fatica sprecati, sostiene Abrahamson: in base ai suoi calcoli, chi ha un tavolo vuoto impiega il 36 per cento di tempo in più per recuperare il materiale che gli serve. E cita la famosa frase di Albert Einstein, re dei creativi disordinati: «Se una scrivania stracarica indica una mente stracarica, che cosa indica una scrivania vuota?»

3 settembre 2007

Islanda e Italia, unite dalla geotermia

Un buco profondo quattro-cinque chilometri per scaldare e illuminare un' intera nazione: in Islanda, terra di vulcani, ci sono vicini. In Italia, invece, si procede a fatica. Il Paese natale dell' energia geotermica, partita con Francesco De Larderel agli inizi del Novecento, oggi fa molta resistenza, anche se l' Enel ce la mette tutta per sfruttare una delle fonti rinnovabili più ricche e promettenti che abbiamo a disposizione. I giacimenti di «petrolio bianco» sono facili da individuare, perché di solito si accompagnano a manifestazioni superficiali come fumarole, geyser o sorgenti d' acqua calda, fenomeni attribuiti dagli antichi a divinità sotterranee e utilizzati già da etruschi e romani per le loro terme. «In certe regioni della terra, dove le placche tettoniche confinano tra di loro e dove le forze geologiche spostano in superficie le masse magmatiche, il calore sprigionato dal centro del pianeta arriva a portata di mano, offrendoci una delle poche fonti rinnovabili costanti, a differenza del sole e del vento, di cui è nota l' estrema instabilità», spiega Gennaro De Michele, responsabile della ricerca Enel. Da qui il grande interesse di questa risorsa, che l' Italia possiede in quantità, soprattutto in Toscana, Lazio, Campania e Sardegna. Il centro nevralgico dello sfruttamento è nella zona boracifera di Larderello, in Toscana, dove le centrali geotermiche dell' Enel producono circa 5 miliardi di kWh l' anno, coprendo oltre un quarto del fabbisogno regionale, l' 1,5% dei consumi elettrici italiani. L' Italia è al quarto posto nel mondo - dietro a Stati Uniti, Filippine e Messico - per la produzione geotermoelettrica. Ma basta guardare al Nord Atlantico per capire quanto si potrebbe fare di più. In Islanda l' energia geotermica copre al 95% il riscaldamento delle famiglie, delle serre per la floricoltura e delle vasche per l' itticoltura, oltre a una bella fetta del fabbisogno elettrico. Ma non basta: gli islandesi hanno sviluppato nuove tecnologie per catturare il calore della terra anche là dove non arriva in superficie, trivellando a profondità di chilometri, in prossimità delle camere magmatiche. Da lì prevedono di estrarre tanta energia da liberare completamente il Paese dalla schiavitù degli idrocarburi. È questo il sogno di Gudmundur Friedleifsson, dell' Iceland GeoSurvey, il massimo esperto islandese di geotermia e responsabile del Deep Drilling Project. «L' Italia e l' Islanda - commenta Friedleifsson, che conosce bene il nostro Paese - si somigliano per l' intensa attività vulcanica, ma si differenziano per l' utilizzo delle fonti geotermiche: mentre l' Italia si trova in forte deficit energetico, l' Islanda ha eliminato il problema utilizzando a fondo questa risorsa straordinaria». «In Italia la sperimentazione è più difficile - spiega De Michele - perché i campi geotermici stanno in zone molto popolate». Ad esempio il Monte Amiata, dove lo sfruttamento di questa risorsa è bloccato dalla resistenza dei gruppi ambientalisti. Nel quinquennio 2007-2012 l' Enel progetta di costruire, con quasi 500 milioni d' investimento, cinque nuovi impianti geotermici, di cui quattro nelle zone storiche e uno sull' Amiata, dove però gli ambientalisti sostengono che la geotermia nuoce alla salute dei cittadini. «In realtà - controbatte De Michele - lo sfruttamento della geotermia non produce sostanze inquinanti né aumenta le emissioni di anidride carbonica rispetto a quelle già presenti allo stato naturale, mentre le acque reflue vengono reiniettate nel sottosuolo per mantenere stabile il ciclo e quindi non hanno alcun impatto ambientale». Non a caso il futuro della geotermia si sta giocando lontano dall' Italia: a Soulz, nella fossa tettonica del Reno fra Strasburgo e Karlsruhe, una delle zone più densamente popolate d' Europa, è in corso di realizzazione un prototipo industriale che punta a sfruttare il calore della terra anche lì dove mancano depositi naturali di acqua, allargando quindi di molto le possibilità di applicazione. L' acqua, in questo caso, viene iniettata dall' alto in pozzi profondi cinque chilometri, dove si scalda e risale in superficie lungo altri pozzi per poi venire impiegata come fluido energetico. La sperimentazione della tecnologia HDR (Hot dry rock), finanziata dall' Unione Europea e dal governo svizzero, va avanti da dieci anni e sarà completata l' anno prossimo, con l' entrata in produzione di un impianto da 6 megawatt. Da qui in poi, la strada è segnata: sfruttando questa potenzialità l' Europa potrebbe ottenere da una fonte stabile e inesauribile l' equivalente di tutta la sua produzione nucleare. Ma non sul Monte Amiata.

23 agosto 2007

Africa, un cavo sottomarino contro la fame

Un’ora di connessione in un Internet Café di Nairobi può costare un mese di stipendio a un ragazzo kenyota. Per non parlare dell’utilizzo a livello di business: connettere un call-center con 25 postazioni costa 17mila dollari al mese in Kenya, contro i 6-900 richiesti in India. In Africa Orientale sono tutti d’accordo sul fatto che la banda larga porti sviluppo, ma è dal lontano 2003 che i vari progetti si trascinano da un veto politico all’altro. Ora, forse, siamo arrivati alla resa dei conti. Per ampliare l’offerta, fino ad oggi tutta basata sul cavo sottomarino SAT-3 che scende giù dalla penisola iberica lungo la costa atlantica fino al Sud Africa, bisogna posare altri 13mila chilometri di cavo sottomarino lungo la costa orientale, con diverse derivazioni, per collegare Sud Africa orientale, Madagascar, Mozambico, Tanzania, Kenya e India occidentale all’Europa, cui è destinato l’85% del traffico africano. Progetti per portare a termine l’impresa ce ne sono quattro o cinque, ma è chiaro che solo uno sopravviverà, quello capace di arrivare a destinazione prima degli altri. Quando la prima dorsale in fibra ottica sarà posata, il mercato - ora affamatissimo - verrà immediatamente modificato dalla nuova realtà. Il cavallo vincente sembrerebbe Seacom, l’ultimo arrivato: un consorzio fondato da una serie di manager di Sithe Global - un operatore energetico controllato all’80% da Blackstone - ma in cui il gruppo americano di private equity finora non ha messo un dollaro. Il management è supportato da investitori kenyoti, sudafricani ed europei che hanno cospicui interessi nel continente nero, con una serie di altri progetti in corso del valore di 5 miliardi di dollari. Seacom ha tentato di coinvolgere anche il governo di Nairobi, per ora senza successo. Il Kenya, infatti, partecipa già a due diversi progetti concorrenti. The East African Marine Cable System (Teams), che dovrebbe collegare il Kenya con gli Emirati Arabi Uniti seguendo in parte lo stesso itinerario del cavo di Seacom, è stato lanciato l’anno scorso. E’ a questo progetto che Seacom vorrebbe associarsi. L’Eastern African Submarine Cable System (Eassy), invece, è un consorzio concepito nel lontano 2003 all’East African Business Summit, che dovrebbe collegare i Paesi dell’Africa Orientale tra di loro, fermandosi al Sudan. Da lì in poi, bisognerebbe comprare capacità da altri operatori internazionali per connettersi all’Europa. Il cavo dovrebbe essere finanziato dai diversi operatori telefonici nazionali, ma questo modello non ha ancora trovato abbastanza sponsor disposti a imbarcarsi nell’impresa. Anche perché assomiglia molto al modello del SAT-3, che controlla la dorsale occidentale e consente l’acquisto di capacità solo a un singolo operatore per Paese, mantenendo quindi un sistema monopolistico, con evidenti conseguenze sui prezzi. Parallelamente a Eassy, è nato un consorzio formato dalla New Partnership for Africa’s Development (Nepad), che mira ad evitare il problema dei prezzi alti progettando la costruzione di un’infrastruttura faraonica, in mare e a terra, con finanziamenti pubblici. Ad oggi, il protocollo d’intesa sulla Nepad Broadband Infrastructure è stato firmato, ma non ratificato, solo da 12 dei 23 Paesi partecipanti al Nepad. Il Kenya non ha firmato. Ma intanto il Nepad combatte da anni una guerra sotterranea contro Eassy, con il risultato di rendere ancora più problematico ogni sforzo di cablaggio. A questo punto il vantaggio di Seacom sta tutto nella sua stabilità finanziaria e nel fatto di aver già sottoscritto per prima un contratto con Tyco, una delle uniche tre aziende a livello globale capaci di posare un cavo di questa portata con le loro navi super-attrezzate. Tyco assicura che il collegamento di Seacom sarà operativo dal primo trimestre del 2008, mentre Teams e Eassy parlano del dicembre 2008, ma nessuna delle due ha ancora firmato un contratto di appalto. Questo particolare può sembrare trascurabile, ma con la crescita precipitosa della domanda di fibra ottica sottomarina, ormai il mercato è dominato dai tre venditori: Alcatel, Nec e Tyco. Dallo scorso dicembre, infatti, sono in via di posa ben tre cavi sottomarini attraverso il Pacifico - due fra la Cina e gli Stati Uniti e uno di collegamento con l’Australia - e due dai Caraibi al Nord America. Di conseguenza, chi non ha già firmato un contratto con una delle tre compagnie, difficilmente vedrà la sua infrastruttura completata entro la fine del prossimo anno. Un buon motivo per non credere alle promesse dei due consorzi. E per aprire all’offerta di associarsi rivolta da Seacom al governo di Nairobi.

18 luglio 2007

Locatelli: "E' guerra contro le merchant lines"

Arenati sul Carso della burocrazia, in una guerra di trincea dove tutti si sparano addosso, ma non riescono ad avanzare di un millimetro. Nemmeno le merchant lines di Gianni Locatelli, giornalista di lungo corso (negli anni Ottanta diresse il “Sole 24 Ore”) e oggi presidente di Trafigura Italia, filiale italiana di un gruppo inglese da 30 miliardi di dollari specializzato nel trading dei combustibili e sbarcato a Milano con la liberalizzazione. A cosa servono delle linee d'interconnessione? "Ad arricchire l'offerta, aumentare la concorrenza e importare energia un po' più conveniente della nostra. Sulle Borse estere l'energia costa il 20-30% in meno rispetto all'Italia, comprarla lì è un bell'affare. Per di più, importando energia già pronta, in genere con cavi invisibili su tracciati di pochi chilometri, si evita di costruire in Italia impianti che qui non si riescono a fare, come le centrali nucleari". Va bene, sono utili al Paese. E a voi? “Siamo dei trader, compriamo e vendiamo energia sulla Borsa elettrica italiana e su quelle straniere come Powernext. Ma per ridurre i rischi un trader deve verticalizzare la sua attività, con un po' di produzione o una linea d'importazione dedicata, senza oneri di trasmissione. Una centrale a ciclo combinato a gas l'abbiamo già vicino a Gorizia, un'altra la stiamo costruendo a Greve in Chianti. In contemporanea lavoriamo sulle linee d'interconnessione”. Ma... “Siamo alle prese con gli ostacoli più incredibili. Abbiamo in piedi tre progetti diversi, tutti sul confine orientale che è il più attraente dal punto di vista dei prezzi: due con la Slovenia e uno con la Croazia, con cavi interrati o sottomarini, quindi l'impatto ambientale è minimo. Eppure non andiamo né avanti né indietro”. In che senso? “I rapporti con il territorio sono buoni, i Comuni interessati al tracciato sono d'accordo, ma abbiamo grosse difficoltà con la Regione e con i gestori della rete. Fra Terna e Eles, il gestore sloveno, è in corso un rimpallo kafkiano, in cui ognuno dice: non ti possiamo dare il via se non hai avuto prima il via dal nostro omologo. E noi lì a cercare di farli parlare fra di loro. Sembra quasi che facciano apposta a non tirare su il telefono per mettere i bastoni fra le ruote”. E va avanti così da molto tempo? “Siamo stati fra i primi a proporre delle linee d'interconnessione con la Slovenia e la Croazia, i nostri sono fra quei 42 progetti autorizzati con la prima normativa, nel 2002. Quindi è cinque anni che ci lavoriamo”. E la Regione? “Anche dalla Regione ci sono fortissime resistenze. Fino a un paio di anni fa, sembrava tutto tranquillo: il presidente Riccardo Illy si era dimostrato addirittura favorevole e ci aveva ricevuti insieme ad Acegas, l'utility triestina con cui siamo in partnership. Poi si è arenato tutto. Non riusciamo nemmeno a farci rispondere dall'assessore competente, Lodovico Sonego: gli ho scritto due lettere, una a metà marzo e una a metà aprile, per chiedere un incontro. Non ha risposto a nessuna delle due. Se andiamo avanti così perderemo un'altra estate. Bisognerebbe vincolare gli enti locali a dare il loro parere in tempi congrui”. Non è un problema solo vostro... “Me ne rendo conto, ma non mi consola. Se almeno dicessero chiaro che queste linee non si possono fare, rivolgeremmo i nostri investimenti da un'altra parte. Non si può bloccare delle imprese per anni senza spiegare perché”. E' così per tutte le infrastrutture. “A maggior ragione dovrebbero essere contenti di avere una linea elettrica, con un bassissimo impatto ambientale, piuttosto che una centrale a carbone. Cosa c'è di più pulito di una linea ad alta tensione? Non sporca, non comporta l'importazione di carburante, diminuisce l'impatto degli impianti di produzione. Mi sembra che dovrebbe suscitare solo reazioni positive”.

Terna non vuole concorrenza dai privati

All'inizio erano 42. Poi, come i piccoli indiani, si sono parecchio sfoltiti e oggi ne è rimasta una decina. Ma a cinque anni di distanza da quel primo censimento, solo uno dei progetti di linee elettriche private d'interconnessione con l'estero (le cosiddette merchant lines) sta per andare in porto, quello delle Ferrovie Nord, soggetto privato fino a un certo punto, visto che è controllato al 58% dalla Regione Lombardia. Gli altri sono ancora in alto mare. E non sembrano vicini all'approdo. Ma la spinta di queste imprese a investire negli allacciamenti della rete italiana con il resto d'Europa non è solo un interesse privato. Per l'energia, infatti, in Italia è sempre rischio blackout: due gocce di pioggia non risolvono la siccità e il caldo sempre più africano delle nostre estati, oltre a strangolare la produzione, fa volare i consumi, mettendo in crisi interi distretti produttivi del Nord Est e della Lombardia. Il mix di generazione italiano, dominato ormai per due terzi dal gas naturale, continua a tenere i prezzi alti. Il carbone e il nucleare, con il loro effetto calmieratore, restano off-limits. Sviluppare le interconnessioni con l'estero, quindi, non rappresenta solo un'opportunità di business per le imprese, ma anche un fattore di maggiore sicurezza per l'intero sistema a corto di energia e un elemento di compensazione per gli squilibri della produzione interna. Comprare kilowattora a prezzi migliori sul mercato europeo può convenire alle aziende che realizzeranno gli elettrodotti, ma è anche un modo per rivitalizzare la concorrenza sul mercato italiano. “Qui continuiamo a costruire centrali a gas, ma non dimentichiamo che il 2006 è stato caratterizzato da un notevole incremento dei prezzi del greggio e conseguentemente del gas: la bolletta pagata dall’Italia per importazioni di materie prime energetiche ha superato i 50 miliardi di euro”, spiega Alessandro Clerici, responsabile della task force di Confindustria sull'efficienza energetica. Piuttosto che importare prodotti petroliferi cari e sporchi, sostiene Clerici, perché non importare energia già bell'e fatta, possibilmente da combustibili meno cari di quelli prevalenti in Italia, come ad esempio il nucleare o il carbone? E' lo stesso ragionamento delle imprese, da una parte compagnie energetiche impegnate a ottimizzare l'attività di trading, dall'altra manifatture energivore, che sperano così di tagliare un po' i costi della bolletta. Come il gruppo Burgo. “Con un fabbisogno di punta da 500 MW e 3 terawattora di consumi annuali – precisa Roberto Manzoni, energy manager del gruppo – è ovvio che la bolletta energetica per noi sia una delle principali preoccupazioni: attingiamo a tutte le fonti possibili, dall'autoproduzione al mercato elettrico, ma ormai in Italia il prezzo è dettato dalle quotazioni del gas e continua a salire”. Da qui i progetti d'interconnessione con l'estero. “Al confine con l'Austria abbiamo proposto un semplice cavo interrato da 300 MW lungo il tracciato dell'oleodotto transalpino – fa notare Manzoni - che sfrutta una galleria di nove chilometri per scavalcare le Alpi e quindi non ha alcun impatto ambientale, tant'è vero che tutte le amministrazioni locali interessate al tracciato sono d'accordo. Ma il progetto è arenato da un anno e mezzo sul tavolo della Regione, che non dà una risposta”. Forse perché sullo stesso tracciato, tra Somplago in Carnia e Wurmlach in Carinzia, c'è anche un altro progetto sponsorizzato da due imprese regionali, i gruppi Pittini e Fantoni, su cui l'assessore Lodovico Sonego sembra particolarmente impegnato, scontrandosi però con le amministrazioni locali, contrarie all'utilizzo di un elettrodotto aereo. Al ministero dello Sviluppo Economico, che ha l'ultima parola sui progetti d'interconnessione di questa portata, non possono far altro che attendere il parere regionale, obbligatorio. “Proprio perché ci rendiamo conto dell'esigenza delle imprese di comprare energia a prezzi migliori - puntualizza Sara Romano, direttore generale del ministero dello Sviluppo Economico - abbiamo accelerato il più possibile le disposizioni attuative del decreto Scajola, che permette agli investitori privati di realizzare linee d'interconnessione con l’estero e di avvalersi dell’esenzione dell’accesso a terzi, ma ci rendiamo conto che le troppe iniziative nel Nord Est stiano portando a delle difficoltà autorizzative. Da parte nostra, consideriamo questi progetti strategici per il Paese e cerchiamo di facilitarli in ogni modo”. Non sono dello stesso parere le imprese, preoccupate dall'onerosità delle ultime disposizioni in materia, che obbligano i proponenti a ottenere tutti i permessi di costruzione prima ancora di presentare la richiesta al ministero. Un procedimento che li costringe a sostenere costi notevoli, prima ancora di sapere se potranno tirare il loro cavo. Il sospetto è che malgrado l'apertura dello Sviluppo Economico, il governo voglia proteggere la rete pubblica, di proprietà di Terna (società quotata di cui lo Stato è il principale azionista), dalla concorrenza dei privati. Sul fronte svizzero, in effetti, non va molto meglio: a parte il caso un po' particolare delle Ferrovie Nord, già in fase di realizzazione, gli altri investitori per ora sono al palo. Edison, ad esempio, sta tentando da cinque anni di tirare una linea d'interconnessione da 200 MW, fra Tirano e Campocologno nei Grigioni. “Abbiamo ottenuto tutte le licenze di costruzione – spiega il direttore sviluppo Roberto Potì - e l'impianto sarebbe realizzabile già da un po' di tempo, contavamo di cantierizzarlo in marzo, ma ci manca l'accordo fra i due gestori di rete, Terna e il suo omologo svizzero, che devono definire la capacità di trasporto della linea. E' un anno che aspettiamo una risposta, l'impressione è che la nostra richiesta non sia in cima alle loro priorità. D'altra parte per noi questa esperienza è determinante: rappresenta un banco di prova per decidere se andare avanti con gli altri progetti che avevamo avviato”. “Ma quali bastoni fra le ruote”, rispondono da Terna. “Le difficoltà autorizzative affrontate dalle compagnie private sono analoghe a quelle che siamo costretti a superare anche noi. Basti pensare che per realizzare l'elettrodotto Matera-Santa Sofia ci abbiamo messo dieci anni. Per noi la fase di concertazione con le amministrazioni locali dura minimo 2-3 anni, cui poi bisogna aggiungere almeno altri 18 mesi di per le autorizzazioni vere e proprie. Quindi 4-5 anni solo per cantierizzare un progetto. Del resto per fare una centrale elettrica ci vogliono in media 4 anni di procedure autorizzative, quindi siamo nello stesso ordine. Il business delle infrastrutture in Italia è così, bisogna che i privati se ne rendano conto”. Parola di paladino della rete pubblica.

16 luglio 2007

Nucleare? Il modello giusto è finlandese

Nucleare, sì grazie. Nel dibattito sempre più acceso sull' eccessiva dipendenza del nostro Paese dagli idrocarburi, si stacca dal rumore di fondo una proposta: consorziamoci. Di fronte alle riserve del ministro dello Sviluppo economico Pier Luigi Bersani, che invita i nuclearisti a «fare due conti» invece di dare tutte le responsabilità agli ostacoli politici, per la prima volta alcuni industriali italiani scendono sul piano pratico, ispirandosi al modello finlandese, dove la corsa al nucleare è già ripresa da anni con un reattore in costruzione e altri due in progetto. «Un intervento di consorzio su uno o due impianti nucleari di nuova generazione in Italia mi sembra fattibile - propone Giuliano Zuccoli, presidente di Edison e capo operativo di Aem Milano, oltre che della nuova superutility del Nord insieme ad Asm Brescia -. Il mio gruppo - sostiene Zuccoli - sta cercando di raccogliere le compagnie elettriche su questo progetto. La logica suggerisce di unire le forze: ma ci vuole un consenso generalizzato, perché se qualcuno resta fuori si metterà a fare opposizione». Gli fa eco Giuseppe Pasini, amministratore delegato del gruppo Feralpi e presidente di Federacciai: «Qualsiasi iniziativa si apra sul nucleare, noi acciaieri saremo disponibili a partecipare, per abbattere i costi del kilowattora e aumentare la sicurezza degli approvvigionamenti». «Non si può puntare solo sulle fonti rinnovabili, ancora troppo poco efficienti - fa notare Pasini -. Ma per smussare l' opposizione dell' opinione pubblica al nucleare, basata su informazioni sbagliate, ci deve venire incontro la politica». La politica, per ora, sta a guardare. «Cominciare oggi da zero un programma nucleare - ipotizza Bersani - significherebbe mettere in bolletta una quota di prezzo molto alta: non si può discutere di nucleare, come di qualsiasi altro progetto, senza conti alla mano». È proprio questo che le imprese elettriche italiane e le industrie più energivore stanno facendo, insieme. Zuccoli vede bene il modello finlandese proprio per il vasto consenso che è riuscito a raccogliere nel Paese, dove le comunità locali si contendono i nuovi impianti, considerati un volano per lo sviluppo tecnologico del territorio. Un' alleanza di sessanta produttori, distributori e consumatori di elettricità ha consentito di finanziare la nuova centrale, che entrerà in funzione nel 2010, senza alcun costo aggiuntivo sulla bolletta elettrica e senza sussidi statali. «Solo un sodalizio di questo tipo può far uscire l' Italia dal vicolo cieco in cui si è cacciata, ma la scelta va fatta oggi, se non vogliamo che domani i nostri figli ci maledicano», insiste Zuccoli, che prevede uno scenario devastante per l' Italia da qui a dieci anni senza l' opzione nucleare: «Avremo molto più inquinamento che all' estero, l' energia sarà più cara e l' approvvigionamento più incerto». Per realizzare il suo progetto, Zuccoli punta alla collaborazione con partner internazionali: il pensiero è alla svizzera Atel, di cui Aem detiene il 5,8%, ma anche ai francesi di Edf, attraverso Edison. «Bisogna inserirsi nella rinascita del nucleare - sottolinea Zuccoli - ora che l' industria europea si sta muovendo per rimpiazzare le centrali obsolete, come in Francia o in Finlandia». La novità del modello finlandese sta nella capacità di coniugare i costi del nucleare con un sistema elettrico europeo pienamente liberalizzato, senza favoritismi da parte dello Stato o pianificazioni di stile sovietico. «L' esperienza finlandese - spiega Alessandro Clerici, presidente del gruppo di lavoro del World Energy Council sul futuro del nucleare in Europa e coordinatore della task force confindustriale sull' efficienza energetica - parte dalla fondazione di Tvo, formazione di una società senza scopo di lucro cui partecipano 60 imprese della domanda e dell' offerta, impegnandosi a prelevare ciascuna pro quota tutta l' energia prodotta dal nuovo impianto di Olkiluoto con dei contratti take or pay di lungo termine».

22 giugno 2007

Il boom del private equity: barbarians at the gate?

In The Manchurian Candidate, il film di Jonathan Demme, un fondo di private equity per la prima volta svolge la parte del cattivo, della potenza oscura che cospira per controllare il cervello del presidente degli Stati Uniti. Hollywood è un termometro accurato, non solo di ciò che è popolare, ma anche dei timori degli americani. I timori nascono dalla crescita smisurata di questo mercato (agli inizi degli anni Ottanta era quasi inesistente, oggi viene stimato sui 1.300 miliardi di dollari) e crescono confrontandosi con la sua stessa natura: non essendo in genere quotate, tranne Blackstone che ha appena compiuto il grande salto, le società di private equity sono poco trasparenti e inaccessibili ai comuni investitori. I loro padroni, volto nuovo del capitalismo americano, sabituati a muoversi in silenzio, non rilasciano interviste, spesso nessuno li ha mai visti in faccia. E navigano bene in quest'aura di mistero. Ma con le ultime operazioni, sono diventati troppo grossi per continuare a nascondersi. Cerberus si è appena comprato Chrysler. Colony Capital ha conquistato la libica Tamoil. La compagnia elettrica Txu è andata a Texas Pacific (pretendente anche di Alitalia nella prima fase) per 45 miliardi di dollari. Equity Office a Blackstone per 38 miliardi. Hospital Corporation of America, per 32 miliardi, a Kohlberg Kravis Roberts. Queste operazioni battono il record segnato dalla famigerata vendita della Nabisco a Kkr per 30 miliardi nel lontano '89 e rispecchiano il salto di qualità di un settore a lungo osteggiato ma ormai inarrestabile. "Barbarians at the Gate", il libro scritto dai giornalisti Bryan Burrough e John Helyar per raccontare l'acquisizione della Nabisco, all'incrocio fra il tramonto dell'edonismo reaganiano e le prime luci dell'alba delle dot-com, ha venduto milioni di copie e affibbiato per sempre il nomignolo di barbari ai fondi di private equity, definiti anche liberamente locuste o avvoltoi, a seconda delle situazioni. Ma ora che i barbari sono davvero alle porte, conviene andare più a fondo del semplice episodio di cronaca, perché ormai un euro ogni quattro spesi in acquisizioni viene da loro. Standard & Poor's calcola che nel 2006 le operazioni di private equity abbiano raggiunto un valore totale di 430 miliardi di dollari, più o meno equamente distribuiti fra America ed Europa. Nel 2001 erano a 40 miliardi in tutto. In Italia, a dire il vero, si è visto poco: appena 3,7 miliardi sui 220 spesi in Europa. Il bello, quindi, deve ancora venire. Ma indubbiamente arriverà, con il consueto ritardo che ci caratterizza sempre. Già si è visto un primo assaggio con l'ingresso di Permira in Valentino, avviato verso il delisting. Basterà poco, quindi, per dipingerli al largo pubblico come una congiura dei potenti ai danni dei piccoli risparmiatori. Ma lungi dall'essere un'oscura forza del male, il private equity è un propellente essenziale, una componente fondamentale del miracolo americano degli ultimi quindici anni, con un aumento della produttività quasi doppio rispetto all'Europa. Per crescere è necessario cambiare. Nuove imprese devono nascere e le imprese esistenti devono ristrutturarsi o chiudere. In queste delicate fasi congiunturali, il modello di società a capitale diffuso presenta diversi svantaggi. L'incertezza è troppo elevata e le scelte da farsi troppo rischiose per affidarle al giudizio volubile del mercato azionario. È necessaria quindi una proprietà concentrata per far ricadere costi e benefici su chi fa queste scelte. E per finanziare la creazione o la ristrutturazione di un'impresa serve un investitore con sufficienti risorse per accompagnare l'impresa nei momenti difficili. Questo investitore deve anche avere la capacità e il tempo per consigliare l'impresa. Una volta questo mestiere era riservato ai super ricchi, ma non sempre costoro (soprattutto se hanno ereditato le loro fortune) hanno il fiuto per individuare gli investimenti più profittevoli. E in ogni caso il loro numero è limitato. Il private equity ovvia a questa carenza. Il private equity e il venture capital raccolgono da fondi pensione e investitori istituzionali le risorse da investire in società da ristrutturare e start up. Che gli investitori individuali ne siano generalmente esclusi non è un gran male, perché questi investimenti sono troppo rischiosi per il loro portafoglio. È grazie al private equity che nuove imprese come Apple e Microsoft, Netscape e Yahoo, Google e YouTube hanno avuto successo. E che gli Stati Uniti sono diventati leader nel settore informatico e in Internet, trasformandosi da obsoleto gigante industriale in potenza del terziario avanzato. Questo non significa che, come in tutti i mercati, non ci siano eccessi ed abusi. Nel venture capital, il pericolo maggiore sono gli eccessi. Alla fine degli anni Novanta l'enorme afflusso di fondi contribuì alla bolla speculativa: centinaia di milioni di dollari furono sprecati nell'illusione di creare il nuovo Amazon.com. Nel buyout market, quello su cui si muovono i fondi di private equity, il rischio più consistente è quello di abusi. Il caso più eclatante è quando una società quotata viene acquisita con l'appoggio del management. Grazie alle informazioni privilegiate di cui dispone il management, l'offerta di acquisto può essere formulata al momento in cui l'azienda è più sottovalutata dal mercato. Per evitare questo rischio esistono precise regole di disclosure, ma non sempre queste regole funzionano e il management - come sapientemente descritto nel libro di Burrough e Helyar - gode di un vantaggio significativo. Il rischio maggiore dei buyout fund, come sottolineato di recente dall'Economist, è per i suoi investitori. Uno studio di Steven Kaplan e Antoinette Schoar dimostra che, al netto delle commissioni, questi fondi rendono quanto l'indice di Borsa. Ma assumono molto più rischio. In media le imprese che compongono l'indice borsistico americano hanno un livello di debito pari al 30% del capitale investito. Mentre le imprese acquisite dai buyout fund hanno un debito pari all'80% del capitale. Le attività dei buyout fund sono quindi esposte alle fluttuazioni di mercato in misura più che doppia di un investimento nell'indice. È come se si comperasse l'indice di Borsa prendendo a prestito più di metà del capitale. Perché allora fondazioni, fondi pensioni, e celebri università continuano a investire nei buyout fund? Perché si trovano impossibilitate a effettuare direttamente investimenti così rischiosi. Quale fondazione potrebbe giustificare al suo consiglio di amministrazione di prendere a prestito per investire nell'indice? Il vantaggio dei buyout fund è che non sono costretti giornalmente a valutare a prezzi di mercato le loro partecipazioni: così facendo rendono più appetibili agli investitori istituzionali attività molto rischiose. Ma nonostante i benefici che hanno generato, i fondi di private equity restano sotto accusa. Forse per l'inquietante somiglianza di chi li controlla con i vecchi padroni delle ferriere, figli di quei robber barons che hanno dato origine al capitalismo moderno. I nuovi padroni sono gente schiva. Da Bill Conway e David Rubenstein, i pionieri di Carlyle, a Steve Schwarzman e Pete Peterson di Blackstone, da Henry Kravis e George Roberts di Kohlberg Kravis Roberts a Stephen Feinberg di Cerberus, passando per David Bonderman di Texas Pacific Group, sono quasi tutti cervelloni di umili origini, partiti dalla finanza pura per passare a occuparsi di management, con un occhio fisso ai profitti. Le loro passioni sono politically correct, anche se talvolta scivolano negli eccessi da parvenu. Bonderman e Schwarzman, ad esempio, condividono la passione per il rock: l'uno ha chiamato i Rolling Stones a suonare per il suo sessantesimo compleanno, l'altro Rod Stewart. Ma non è solo questo. Come ogni padrone delle ferriere che si rispetti, i nuovi robber barons non devono render conto a nessuno dei loro numeri e delle loro decisioni, essendo le loro aziende private, non quotate in Borsa e quindi non obbligate ad alcun tipo di trasparenza. Nei Paesi dove il capitalismo di mercato funziona e dove i padroni delle ferriere, pubblici o privati, non esistono più, è naturale che l'ascesa di questi signori faccia innervosire qualcuno. E' il modello basato sulle public companies, rese grandi dalla raccolta di capitali presso una miriade di risparmiatori passivi di lungo termine, che si ribella al proprio tramonto. Un modello che ha i suoi difetti, come tutti i sistemi maturi. Dove i padroni sono deboli, i manager sono spesso troppo forti. I loro compensi troppo alti. E le loro azioni troppo poco controllate. Da Enron a Parmalat, si è ben visto che anche le aziende quotate in Borsa possono sfuggire di mano. Ma è un modello che viene identificato da molti con un'epoca d'oro di crescita democratica delle società industrializzate. In Italia è tutta un'altra storia, perché grandi multinazionali sostanzialmente non ce ne sono, come dimostrato dall'ultimo rapporto dell'ufficio studi di Mediobanca. E quelle poche che abbiamo (Eni, Enel, Finmeccanica) comunque sono controllate dallo Stato o da singole grandi famiglie, come la Fiat. Il modello anglosassone delle public companies non ci ha mai intaccati. Quindi ben vengano i buyout fund. Non abbiamo niente da perdere e tutto da guadagnare.

10 giugno 2007

Le nuove Sette Sorelle

Nuove tecnologie, nuovi scenari. L'evoluzione dei mezzi di produzione migliora l'efficienza e sposta gli equilibri fra manifattura e terziario. Succede così in quasi tutti i settori, ma non nell'energia. Un campo ancora dominato dagli idrocarburi, dove la produzione invece che avanzare va indietro. Non per carenze tecnologiche, ma per motivi politici. La rinascita del nazionalismo nei Paesi petroliferi, dal Medio Oriente al Sudamerica, sta costando carissima al resto del pianeta: 2 miliardi e mezzo di dollari al giorno, centesimo più, centesimo meno. E' questa la differenza di prezzo che oggi paghiamo per soddisfare il fabbisogno quotidiano di petrolio dell'umanità, dopo quattro anni di caduta della produzione e di aumento costante delle quotazioni, che a metà 2003 si aggiravano sui trenta dollari al barile e oggi superano ampiamente i sessanta, senza grandi prospettive di riduzione nel prodssimo futuro. In quattro anni di trasformazione radicale dell'industria petrolifera, la bolletta energetica del pianeta è più che raddoppiata. Nell'ultimo decennio, addirittura, è quadruplicata. Ormai l'economia globale si è sintonizzata su questo aumento stratosferico, analogo a quello che causò la catastrofica crisi petrolifera a cavallo tra fine anni Settanta-inizio Ottanta, e lo dà quasi per scontato. Ma i motivi alla base di questo aumento pesano drammaticamente sulle prospettive future dell'economia mondiale, che non ha ancora trovato una valida alternativa al petrolio per mandare avanti i suoi ingranaggi. L'evoluzione a cui stiamo assistendo, infatti, non è ancora completa. In questi quattro anni un nuovo gruppo di compagnie petrolifere ha spazzato via i leader che avevano dominato il settore nel mezzo secolo precedente. Delle famose sette sorelle di matteiana memoria, oggi rimane ben poco. Nel processo di consolidamento avvenuto negli anni Novanta, la Standard Oil of New Jersey, la Standard Oil of New York e la Gulf Oil sono confluite nella ExxonMobil, la più potente di questo gruppo. La British Anglo-Persian Oil Company, oggi BP (Beyond Petroleum), viene per seconda. Poi c'è la ChevtonTexaco, in cui è confluita anche la Standard Oil of California. Infine la Royal Dutch Shell. Nomi ancora altisonanti, che Wall Street continua a riverire. Ma a ben guardare le sorelle superstiti sono da tempo in preda a una grave crisi d'identità. Questi quattro colossi, che nei primi anni Cinquanta facevano arrabbiare Enrico Mattei dettando le regole di un mercato che dominavano largamente, oggi producono complessivamente non più di un decimo degli idrocarburi mondiali e ne posseggono solo il 3 per cento delle riserve. Di conseguenza, non dettano più legge a nessuno. Malgrado siano le migliori sul mercato, sia dal punto di vista tecnologico che patrimoniale, sono costrette a chinare il capo di fronte ai vari tiranni che controllano le riserve mondiali e alle nuove dominatrici del settore, le compagnie petrolifere statali dei Paesi produttori. Le nuove sette sorelle, identificate in base ai livelli di produzione ma soprattutto alle riserve, appartengono a una categoria tutta diversa. Sono la saudita Saudi Aramco, la russa Gazprom, la cinese Cnpc, l'iraniana Nioc, la venezuelana Pdvsa, la brasiliana Petrobras e la malese Petronas. Tutte di proprietà statale, insieme controllano quasi un terzo della produzione mondiale d'idrocarburi e oltre un terzo delle riserve. Malgrado ciò, i loro guadagni sono notevolmente inferiori rispetto alle rivali indipendenti, che hanno una struttura integrata verticalmente tale da arrivare, con le loro raffinerie e le loro catene distributive, fino al consumatore finale. Ma anche questo rapporto è destinato a modificarsi nel tempo, con il declino delle riserve occidentali: quelle americane hanno raggiunto il loro picco nel '79 e da allora scendono, così come anche la produzione europea nel Mare del Nord. Nei prossimi trent'anni, secondo l'International Energy Agency, il 90 per cento delle nuove produzioni verrà dai Paesi in via di sviluppo. Una svolta fondamentale rispetto ai trent'anni passati, quando il 40 per cento delle nuove produzioni veniva dai Paesi industrializzati e andava ad arricchire le compagnie indipendenti. Saudi Aramco sarà la più attiva nelle nuove produzioni: il suo piano d'espansione prevede un aumento dell'output dagli attuali 11 milioni di barili al giorno (13 per cento del fabbisogno globale) a 15 milioni di barili. Con ciò, Riad consoliderà il suo ruolo di banchiere centrale del petrolio, in grado di aprire o chiudere i rubinetti dell'energia mondiale in base all'umore del momento. In verità, i sauditi siedono su un tale mare di riserve facili da raggiungere da giocare in un girone per conto proprio. Per gli altri non è tutto così facile. L'estrazione del petrolio, soprattutto in aree disagevoli come le acque profonde del Golfo del Messico o le zone artiche della Siberia, richiede delle capacità tecniche che non tutti hanno. Gazprom, ad esempio, non le ha. E non le avrà nemmeno nel prossimo futuro. Per non parlare di Nioc o di Petrobras. I governi che le controllano, infatti, tendono a incamerare gli utili succhiati dalle viscere della terra, per devolverli alle loro clientele politiche. In questo modo impediscono alle compagnie d'investire in know-how e tecnologia, riducendo gravemente le loro capacità di produzione. Nel 2006 il presidente venezuelano Hugo Chavez, che ha recentemente sbattuto fuori dal Paese l'Eni e la Total con una campagna di espropriazioni, ha speso i due terzi dei guadagni della Pdvsa (circa 7 miliardi) per i suoi programmi sociali. In Iran, la Nioc continua a importare gas nonostante controlli il più grande campo di gas del mondo, scoperto nel 1990 sotto il Golfo Persico: i fondi che le servirebbero per sviluppare l'estrazione devono essere incanalati nei sussidi che mantengono il prezzo della benzina a 10 centesimi di dollaro al litro nel Paese. Il piccolo Qatar, che controlla l'altra metà del campo sulla riva di fronte del Golfo, negli ultimi quindici anni è diventato una potenza mondiale nel gas liquefatto, sfruttando quelle riserve in maniera molto più imprenditoriale insieme a ExxonMobil. E il governo del Kuwait, che sta seduto su un mare di petrolio, quarto per riserve nel mondo, ha ammesso che non sarà in grado di aumentare la produzione senza la collaborazione tecnica delle compagnie occidentali. Esempi analoghi non si contano. In complesso, secondo i calcoli del Centre for Global Energy Studies di Londra, i fattori geopolitici legati al nazionalismo rampante in Iran, Nigeria, Russia, Kuwait e Venezuela hanno ridotto la produzione mondiale di idrocarburi di 7,8 milioni di barili al giorno dal 2000 a oggi, equivalenti al fabbisogno complessivo di Germania, Francia, Italia e Spagna. Ecco da dove viene l'aumento spropositato del prezzo del petrolio. E non è finita qui. Nel prossimo quarto si secolo, secondo le stime di Faith Birol dell'International Energy Agency, per adeguare le forniture alla crescita del fabbisogno mondiale sarebbero necessari 20mila miliardi d'investimenti, considerando anche la sete di energia delle potenze emergenti. Invece, andando avanti di questo passo, ci ritroveremo con un 20 per cento di petrolio in meno rispetto a quello che ci serve. Sembra una previsione azzardata, ma essendo l'industria petrolifera un pachiderma dai tempi lunghissimi, le stime di Birol sono perfettamente plausibili. E' molto difficile modificare un trend di questo tipo, dovuto alla politica e non alla tecnologia. Già oggi abbiamo perso troppo terreno, come si vede chiaramente dalle indicazioni del mercato. Perciò sarà bene che il mondo si attrezzi a sviluppare delle fonti alternative. O a ritornare al carbone.

4 giugno 2007

Nucleare: Romano riaccende la Sogin

Il destino di Arturo è segnato. Entrato in funzione a Caorso nel 1978 e spento nell' 87, dopo neanche un decennio di produzione elettrica nella campagna piacentina, 29 miliardi di kilowattora in tutto, l' ultimo reattore italiano da allora ha smesso di illuminare le nostre case ma ha continuato a essere curato da una nutrita truppa di tecnici. Nell' impianto, dopo vent' anni, sono ancora stoccate 190 tonnellate di combustibile irraggiato, destinate a essere trasferite in Francia per il riprocessamento, dopo la firma all' inizio di maggio dell' accordo con Areva. In una decina d' anni al posto della centrale dovrebbe ritornare un «prato verde». Come se l' esperienza nucleare fosse solo un brutto sogno da dimenticare. Ma è davvero così? Massimo Romano, l' uomo chiamato dal Tesoro a rivoltare Sogin come un calzino dopo gli scandali della passata gestione, non sembra per niente d' accordo. Concluso un decennio di lobbying per l' Enel, il potente responsabile degli affari istituzionali e delle strategie dell' ex monopolista elettrico è andato ora a guidare con il medesimo spirito combattivo la società pubblica cui è affidato lo smantellamento delle quattro centrali atomiche italiane di Trino, Caorso, Latina e Garigliano, oltre all' impianto di fabbricazione del combustibile di Bosco Marengo e i centri di ricerca ex Enea di Saluggia, Casaccia e Trisaia. Un salto mortale da un colosso multinazionale con 60mila dipendenti a un' aziendina di nicchia, in cui Romano vede però «grande potenziale». Sogin è l' unico strumento rimasto in mano al Paese per mantenere vivo il know how nucleare, raccolto in un quarto di secolo di attività, dall' entrata in funzione della centrale di Latina nel ' 64 al blocco dovuto al referendum dell' 87. Ma bisogna agire in fretta, prima che vada perso. «Sulla destinazione delle aree - spiega Romano - non spetta a Sogin decidere, come non spetta agli operatori industriali qualunque decisione relativa al ritorno al nucleare in Italia. Ma se un giorno si verificassero le condizioni per un ritorno, sarà determinante non aver disperso la vocazione industriale di alcune porzioni del territorio italiano che per decenni hanno sviluppato una cultura della convivenza con l' attività nucleare». Mantenere un piede nella porta, quindi, è la sua mission. Non sarà una mission impossible, ma quasi. Dopo un buco di vent' anni, in cui si sono spesi oltre 800 milioni di euro solo per il mantenimento in sicurezza dell' esistente, non è facile riprendere il filo del discorso. «Nel ciclo nucleare l' attività di decommissioning non ha minore dignità di quella relativa alla costruzione e all' esercizio degli impianti», precisa Romano. «Nei prossimi quindici anni, tenuto conto che molte centrali si avvicineranno a fine vita, questo mercato sarà ancora più significativo: Sogin e il sistema industriale italiano devono cogliere l' occasione per ritagliarsi uno spazio adeguato, in particolare in Russia e nei Paesi dominati dalla tecnologia russa, che rappresentano larga parte del mercato mondiale e dove operiamo già da anni sia in ambito civile che militare». È necessario però un ripensamento radicale del modello di business. Con 784 dipendenti e un giro d' affari di 121 milioni di euro, «non c' è dubbio che Sogin appaia ridondante in relazione alla sua missione e al fatturato realizzato», commenta Romano, soprattutto se la si confronta con i competitor esteri, dalla britannica Nda (1.417 milioni di fatturato con 220 dipendenti) alla belga Ondraf (100 milioni di fatturato con 62 addetti). Per non parlare dell' età media del personale: 57 anni i dirigenti, 50 i quadri (contro medie del settore di 50 e 47). Il riassetto punterà a fare in modo che anche in Italia «il decommissioning abbia costi e tempi allineati agli standard internazionali». A partire dal risanamento di Bosco Marengo, dove ci sono le condizioni per completare il lavoro in 24-30 mesi, dopo il lungo sonno delle autorizzazioni. «Sui ritardi accumulati, oltre alle difficoltà autorizzative, ha pesato una sostanziale ambiguità del modello di Sogin», ammette Romano. «Per rimettere in moto il processo - indica - alla cultura tecnica bisogna aggiungere una cultura gestionale che manca». Sarà sufficiente per risvegliare la bella addormentata nel bosco del nucleare italiano?

1 giugno 2007

Dale Jorgenson

Nel giugno del 2003 uscì su Harvard Business Review un articolo di Nicholas Carr intitolato "Perché l' IT non è più importante". Una bomba. Per l' industria americana, che sull' information technology aveva basato un balzo di produttività tale da indurre nel mite Alan Greenspan la convinzione di aver scoperto il moto perpetuo (ovvero la crescita senza inflazione), l' articolo di Carr fu a dir poco un insulto. Per Dale Jorgenson, uno dei massimi esperti mondiali di crescita e nuove tecnologie, non è solo un insulto ma un atto di pericolosa arroganza.
Dunque gli investimenti in information technology continuano a essere importanti per la competitività delle aziende?
«Molto importanti. L' information technology, particolarmente nei mercati dove non ha ancora dispiegato tutte le sue potenzialità, è un elemento di competitività essenziale. Rallentare il processo di svecchiamento, soprattutto nel settore dei servizi, dove l' Europa è molto indietro rispetto agli Usa, porterebbe a una deleteria involuzione».
Carr sostiene che l' IT è diventata ormai come l' elettricità o il telefono: qualcosa di cui non si può fare a meno, ma che non costituisce un vantaggio competitivo per nessuno.
«Un discorso di questo tipo può valere al massimo per gli Stati Uniti, dove l' utilizzo delle nuove tecnologie è talmente pervasivo da renderle scontate. In un mercato dove la disponibilità di risorse è tanto vasta, la risposta al problema posto da Carr sta nello "utility computing". I manager americani puntano sempre di più ad acquistare le risorse informatiche da un fornitore specializzato, come si fa con l' elettricità o con le tlc, anziché costruirsi la propria centrale interna. Questo consente alle imprese di consumare una quantità di risorse variabile a seconda delle necessità del business, con una tariffazione a consumo».
E in Europa?
«Ma in Europa e particolarmente in Italia, dove i servizi finanziari sono ancora erogati principalmente allo sportello e il commercio elettronico è ai primordi, è presto per porsi questo problema. Qui l' investimento in nuove tecnologie è ancora talmente basso e le opportunità di business per le imprese innovative talmente vaste, che vale la pena spingere l' acceleratore al massimo».
Che cosa emerge dai suoi studi sull' esperienza americana?
«Analizzando l' esperienza degli Stati Uniti nel mio ultimo libro "Produttività" (Mit Press), ho identificato nel mondo delle imprese quattro settori che producono IT, 17 settori che la utilizzano in maniera massiccia e 23 settori per cui non è un fattore essenziale. Da questo studio risulta che i settori produttori e grandi utilizzatori abbiano svolto un ruolo assolutamente sproporzionato nella crescita economica americana dell' ultimo decennio. Questi settori rappresentano soltanto il 30 per cento del Pil americano ma hanno contribuito a metà dell' accelerazione nella crescita. Nel contempo, emerge che le vaste disparità di crescita nell' ambito dei Paesi del G7 dipendono proprio dal diverso impatto dell' IT sulle singole economie».
Dunque la lentezza nella crescita europea discende dal minore utilizzo delle nuove tecnologie?
«Il balzo di produttività che ha sostenuto la crescita americana nel decennio 1995-2005 in Europa non c' è stato: qui la produttività è cresciuta della metà rispetto agli Usa. E in Italia ancora un po' di meno rispetto alle medie europee. E' chiaro che ci sia un legame fra questa differenza e il gap nella crescita economica fra le due sponde dell' Atlantico».
Da cosa dipende questa differenza?
«Per sfruttare a fondo le potenzialità delle nuove tecnologie ci vuole la libera concorrenza e quindi un mercato unico, dove le imprese possano muoversi senza barriere su tutto il continente e competere da pari a pari. E' questo che manca in Europa, soprattutto nell' ambito dei servizi. Per i consumatori è un danno colossale».
Ma sono proprio le imprese, spesso, a resistere alle liberalizzazioni. Basta guardare cos' è successo nel caso della direttiva Bolkestein...
«Solo gli incumbent resistono alle liberalizzazioni. Le altre imprese avrebbero tutto l' interesse a competere liberamente sull' intero continente: consentirebbe economie di scala gigantesche e un enorme efficientamento».
Ma spesso i nuovi entranti in un Paese sono gli incumbent in un altro e quindi si alleano fra di loro per mantenere le cose come stanno.
«Come dice un mio amico europeo, è una guerra di trincea. Stanare i privilegiati e farli sloggiare dalle loro posizioni è un processo lento, che va avviato il prima possibile. La direttiva europea passata in dicembre è un buon strumento, anche se ha annacquato la Bolkestein. Ma va implementata in fretta, altrimenti l' Europa continuerà a perdere terreno».

28 maggio 2007

L'outsourcing colpisce anche i servizi sanitari

Dalla periferia di Filadelfia, dove il Crozer-Chester Medical Center accoglie ogni giorno centinaia di pazienti, alle colline di Gerusalemme il passo è breve: se mai vi capitasse di essere ricoverati durante la notte nel gigantesco ospedale all'incrocio fra Pennsylvania, Delaware e New Jersey, con una sospetta appendicite o con qualche osso rotto, le vostre radiografie verrebbero esaminate dal dottor Jonathan Schlakman e colleghi nel Media Medical Imaging di Gerusalemme, all'altro capo del mondo. Per chi lavora su immagini o altre informazioni facilmente trasferibili in forma digitale, la distanza ormai non è più un problema. Al momento solo 35 serie di radiografie al giorno vengono trasmesse da Filadelfia a Gerusalemme, ma più cresce la paga dei radiologi americani e i turni notturni diventano un lusso per gli ospedali, più radiografie finiranno in Medio Oriente - dove un radiologo costa la metà e dove splende il sole quando è notte a Filadelfia - per decidere se è il caso di operare subito o no. Per ora Schlakman e compagni sono solo una manciata, ma lo sviluppo delle nuove tecnologie applicate alla medicina sembra destinato a trasformarli in una vasta schiera. La radiologia offshore è il primo esempio di telemedicina transcontinentale che potrebbe dare lo scrollone finale all'unità di luogo, tempo e spazio che fino ad oggi aveva caratterizzato il settore. Che bisogno c'è, infatti, di avere un radiologo a girarsi i pollici in ospedale, soprattutto di notte, quando si può far prima e risparmiare rivolgendosi a un radiologo indiano, sorta di traduzione medica dell'idraulico polacco? L'Europa, se si escludono alcuni timidi tentativi in Gran Bretagna, è per ora immune dalla versione offshore della telemedicina, riservata a reti diagnostiche che si arrestano ai confini nazionali. La stessa direttiva Bolkestein, dopo lungo protestare e mediare, si è fermata davanti al sacro tempio medico escludendo, di fatto, i servizi sanitari dalla liberalizzazione. Ma nel selvaggio West i puledri dell'outsourcing galoppano e sono ormai centinaia gli ospedali statunitensi e canadesi che esternalizzano servizi medici essenziali a società in Israele, India, Pakistan, Cina, Brasile e Australia. Tutto ciò che corre dentro un filo è passibile di outsourcing. Come riferisce Robert Wachter, del dipartimento di Medicina dell'Università della California a San Francisco, oltre all'interpretazione delle radiografie, “il fenomeno sta investendo le terapie intensive, gli interventi di chirurgia a distanza e le cosiddette trascrizioni mediche: le unità di terapia intensiva elettroniche, per esempio, consentono al medico di seguire il proprio paziente anche in remoto, osservando l'andamento dei parametri vitali e intervenendo in caso di bisogno direttamente via computer o allertando il personale residente”. Le trascrizioni mediche sono un caso ancora più peculiare di outsourcing. Da alcuni anni grosse compagnie forniscono a centinaia di ospedali nordamericani un servizio che consente ai medici di ottimizzare il proprio tempo. In che modo? Dettando casi clinici, diagnosi e prescrizioni a veri e propri scribi moderni, che si trovano dall'altra parte del globo e che devono avere pochi requisiti: comprendere lingua inglese e terminologia medica e, soprattutto, richiedere un compenso esiguo. Da dove parte la tendenza a delegare servizi medici all'esterno di un ospedale e addirittura fuori dai confini di uno Stato? Di certo uno dei complici è lo sviluppo tecnologico, che ha portato alla digitalizzazione della medicina, ma altrettanto importante è la convenienza economica: un radiologo indiano guadagna circa 25mila dollari l'anno contro i 350mila di un collega americano. Oltre al risparmio di soldi e tempo, il teleconsulto e la teleradiologia potrebbero aumentare la qualità delle prestazioni, diffondendo la pratica del secondo parere e consentendo a comunità non servite da ospedali specialistici di fare riferimento a centri di eccellenza. “Sono convinto che l’outsourcing in medicina non possa che migliorare il livello delle cure”, sostiene Paul Berger, un pioniere della teleradiologia, che ha fondato nel 2001 la NightHawk Radiology Services, leader americana dei servizi di radiologia notturna. Ma molti non sono del suo stesso parere. “Bisogna riflettere sulla qualità di queste prestazioni 'dislocate', che possono tradursi in un mero dumping in mano a operatori senza scrupoli”, sostiene Wachter. Il rischio di un declino qualitativo delle prestazioni mediche ha indotto il Congresso a consentire per legge il servizio medico in remoto solo a chi abbia ottenuto un'abilitazione professionale negli Stati Uniti. Tuttavia, si moltiplicano le segnalazioni di veri e propri ghost reader, ossia schiere di tecnici anonimi e meno qualificati che lavorerebbero a nome di pochi medici autorizzati a fornire teleconsulto. Anche la tutela della privacy rischia di uscire a pezzi dalla medicina 'dislocata', caratterizzata da flussi continui di dati clinici da una sponda all'altra dell'Oceano. Una legge bipartisan fatta approvare l'anno scorso da Hillary Clinton ha cercato di dare qualche regola rendendo obbligatorio il consenso dei malati a inviare i propri dati all'altro capo del mondo. Ma la tendenza sembra inarrestabile. E va ad alimentare l'emorragia di posti di lavoro nei servizi - non più solo nel comparto manifatturiero - dall'Occidente verso i Paesi in via di sviluppo. “Nel secolo scorso - spiega Brad Delong, docente di Economia a Berkeley - chi lavorava la terra o in una fabbrica sapeva di essere in competizione con i lavoratori di continenti lontani, sapeva che le dinamiche del mercato globale possono far sparire il vantaggio di mantenere in Occidente la produzione, spazzando via il suo lavoro e il sostentamento della sua famiglia. Oggi si sta aprendo un nuovo capitolo: i cavi in fibra ottica, i satelliti e Internet stanno assumendo il ruolo svolto nel secolo scorso dai grandi transatlantici, che hanno minimizzato il costo del trasporto delle merci. Tutti i compiti di back-office, di elaborazione dati, di servizio clienti, di programmazione informatica, tutte le mansioni tecniche che si basano su un supporto cartaceo ora si possono spostare verso continenti lontani, esattamente come nel secolo scorso si è spostata una parte dei posti di lavoro agricoli o manifatturieri”. Per Delong, acceso paladino della globalizzazione, in fondo non c'è niente di male, anzi: “Questa riallocazione di posti di lavoro finirà per diventare una straordinaria fonte di crescita per l'economia mondiale nelle prossime due generazioni”. Giusto. Ma come spiegarlo al giovane radiologo disoccupato di Siracusa?

25 maggio 2007

Sumitra Dutta

Internet, cellulari, nanotecnologie, biotecnologie, biocarburanti. Le ondate dell' innovazione, che crea il futuro distruggendo il passato, si susseguono a ritmi sempre più serrati. «Per crescere non si può continuare a fare le stesse cose, solo più intensamente. Spremere profitti sempre più esigui dall' attuale ventaglio di prodotti, servizi e processi è una strategia perdente». Sumitra Dutta, guru indiano dell' innovazione e vice preside dell' Insead di Fontainebleau, non ha dubbi: «Se vogliamo mantenere la nostra prosperità, il sistema produttivo deve puntare a creare qualcosa di nuovo», una tesi già sostenuta nei suoi best seller "The Bright Stuff" e "Embracing the Net". Dutta è una delle pochissime intelligenze asiatiche di punta approdate ai vertici di una business school in Europa continentale, dopo aver sperimentato in prima persona i processi aziendali americani in Schlumberger e in General Electric, oltre alla potenza di fuoco del sistema accademico d' oltreoceano con tre anni d' insegnamento alla Haas School of Business di Berkeley. Ora è molto impegnato nello sviluppo di una politica europea dell' innovazione e presiede il panel Innova della Commissione Europea. La sua ultima fatica si chiama Global Innovation Index, con cui ha cercato di quantificare precisamente la predisposizione dei singoli Paesi all' innovazione.
Con cinque Paesi nella Top Ten e 11 nei primi 20, l' Europa non è messa malissimo, ma resta ben distante dagli Usa nei singoli punteggi...
«Gli americani giocano in una lega a sé stante: godono di un ambiente ideale per stimolare l' innovazione e sono i più bravi a sfruttarla. Con l' eccellenza dei loro istituti di ricerca attraggono le menti migliori dal mondo intero, mobilitano i capitali necessari per mettere a frutto le loro idee e hanno i mercati più efficienti per farli circolare. In più, una massa di consumatori esigenti mantiene le aziende sempre sul chi vive. Malgrado ciò, si vede qualche crepa».
Dopo l' 11 settembre?
«Sì, le misure di sicurezza hanno aumentato la burocrazia e reso il sistema un po' meno fluido, quindi meno attraente. Nel contempo, le economie asiatiche sono molto cresciute e quindi offrono più opportunità alle menti che una volta emigravano per forza. Prendiamo ad esempio la mia classe: su 25 diplomati all' Indian Institute of Technology di Delhi, siamo finiti quasi tutti negli Stati Uniti. Oggi, a distanza di vent' anni, la stessa classe avrebbe destinazioni molto più variegate. In particolare, per quelli che vogliono sapere dove va il futuro, la destinazione è chiara: andate a Oriente».
E' un' indicazione anche per le aziende?
«Per tutti. Studenti, manager, imprenditori. L' Oriente sta prendendo velocità. Noi, come Insead, siamo molto più dinamici grazie al nostro campus a Singapore. Nel Global Innovation Index il Giappone, Singapore e Hong Kong si sono piazzati nella Top Ten. La Corea è al 19° posto. Ma è ancora più significativa l' avanzata dell' India e della Cina, a quota 23 e 29. La classe media di questi due Paesi sta entrando in un' area di benessere che potrebbe portarli a ridefinire i confini dell' innovazione. Già oggi la Cina ha 300 centri di ricerca, seconda solo agli Stati Uniti. E un' ambizione smisurata. Per le aziende internazionali la sfida globale più importante sarà di trovare il modo migliore per attingere a questa enorme forza trainante».
Ma l' Europa non doveva diventare "l' economia più competitiva e dinamica del mondo" entro il 2010, in base all' agenda di Lisbona?
«Il sistema produttivo europeo è meno sclerotico di quanto si creda, ma la distanza che lo separa dagli Usa è ancora vasta. Regno Unito a parte, il resto d' Europa è molto più chiuso all' apporto esterno di capitale umano. I mercati finanziari sono frammentati e il flusso dei capitali meno sviluppato. Resta il fatto che la Germania (seconda dopo gli Usa) è il primo Paese esportatore del mondo e il Regno Unito (terzo) ha una straordinaria capacità di attrarre talenti».
L' Italia, al 24° posto, subito dopo l' India e poco più su della Cina, è in una posizione piuttosto scomoda...
«L' Italia è un bellissimo Paese, ma non ha ambizioni. Sembra soddisfatta della sua inadeguatezza. La leadership è debole, mancano icone di successo. Se raccogliamo un gruppo di giovani per la strada e chiediamo: Chi è il Bill Gates italiano?, non ce lo sanno dire. Anzi, non capiscono bene il senso della domanda. Per superare l' impasse, ci vorrebbe una forte spinta da parte del governo. Ma nulla si ottiene senza fatica. No pain, no gain».

14 maggio 2007

Manca acqua dolce? La si paghi salata

Emergenza sì, emergenza no. Il deficit idrico che si ripropone ormai tutti gli anni, con caratteri particolarmente drammatici questa primavera, rischia di finire in una farsa, con da una parte il consiglio dei ministri che proclama lo stato di crisi e dall' altra gli sberleffi di chi suggerisce: «Guardate il cielo, piove». Il governo - risponde Pier Luigi Bersani - si è accorto che piove. Ma non saranno certo due giorni di pioggia in più o in meno a risolvere un problema che sta diventando cronico. Nell' ultimo decennio si è registrato un calo del 20% della portata dei principali fiumi italiani, con relativa riduzione della produzione idroelettrica. E non sarà il pacchetto di risparmio predisposto dalla Protezione Civile sotto la spinta dell' emergenza a rimettere sui binari il treno deragliato dell' approvvigionamento idrico nazionale. La crisi però può mettere in luce un dato di fondo: l' acqua è un bene prezioso. E come tale va pagata. Solo così gli italiani - famiglie, agricoltori e industriali - smetteranno di sprecarla. «Bisogna adattarsi agli effetti di un clima sempre più arido - commenta Mauro D' Ascenzi, presidente di Federutility, l' associazione che raggruppa tutte le utility italiane operanti nel settore dell' acqua e del gas - passando dalla lunga tradizione di politica della domanda a una nuova stagione della pianificazione e gestione della risorsa disponibile». In pratica, se i bacini naturali non sono più efficienti come una volta, è l' efficienza dell' uomo che deve sopperire alla loro funzione. «L' acqua, che un tempo veniva raccolta dai nevai e dai ghiacciai durante l' inverno e poi rilasciata a poco a poco nella stagione calda in cui più serve all' uomo, ora dev' essere raccolta e conservata da noi - sostiene D' Ascenzi -. Va distribuita in modo corretto senza disperderla e utilizzata con parsimonia, contenendo i consumi e incrementando l' efficienza degli usi». A partire da un settore strategico come quello agricolo, principale colpevole e al tempo stesso vittima di questa crisi. L' agricoltura in Italia si beve 20 miliardi di metri cubi all' anno di acqua, ossia il 49% del totale disponibile, una percentuale altissima (e probabilmente sottostimata), che ci pone ben oltre la media europea del 30%. Al secondo posto c' è l' industria che usa il 21%, quindi la rete civile per il 19%, infine il settore energetico, che tra produzione idroelettrica e raffreddamento delle centrali arriva all' 11%. L' utilizzo irriguo, oltre a prelevare di più, è anche quello che restituisce meno acqua all' ambiente, attorno al 50% rispetto al 90% che ritorna disponibile dopo gli usi civili e industriali. A prezzi irrisori. I cittadini italiani la pagano 52 centesimi di euro al metro cubo, la metà della media europea, ma sempre più del prezzo stracciato fatto agli agricoltori, che spendono fino a 100 volte di meno. E solo in pochi casi vengono fatturati i reali consumi agricoli: su 190 consorzi di bonifica, solo 10 li contabilizzano, mentre tutti gli altri fanno pagare un forfait annuo sulla base della tipologia di colture e degli ettari. Un sistema che non incentiva certo un consumo improntato al risparmio. La proposta che tutti gli esperti mettono al primo punto di una nuova politica dell' acqua, dunque, è la revisione completa del sistema di tariffazione. «Altro che acqua libera per tutti!», è la critica di Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente e autore di un prezioso libro bianco sull' emergenza idrica, a uno slogan spesso ripetuto nei raduni ambientalisti. «Anzi - insiste Ciafani - qui ci vuole un affondo della forza pubblica contro chi scava pozzi abusivi attingendo alle falde nel sottosuolo senza pagare un centesimo; ci vuole un censimento preciso dei pozzi, come prescritto dalla legge Galli del ' 94, mai applicata. Serve un meccanismo di premi e penalizzazioni che valorizzi le esperienze virtuose e gravi sui consumatori più grandi, come nel caso delle aziende d' imbottigliamento delle acque minerali, che pagano meno di un centesimo al metro cubo una risorsa che, messa in vendita sugli scaffali di un supermercato, a noi costa 500-1.000 volte di più, garantendo ai produttori profitti da capogiro». Stesso discorso sui consumi agricoli. «Bisogna cambiare - precisa Ciafani - il sistema della vendita a forfait, garantita dalla quasi totalità dei consorzi di bonifica». Solo così si spingeranno gli agricoltori a ripensare il sistema d' irrigazione, quasi totalmente fondato sulla modalità a pioggia, per riconvertirlo ai sistemi di microirrigazione e a goccia, che possono garantire almeno il 50% del risparmio di acqua utilizzata. «Per compiere questa piccola rivoluzione - propone Ciafani - il mondo agricolo dev' essere incentivato, magari con strumenti di agevolazione fiscale simili a quelli che promuovono l' efficienza energetica nell' ultima Finanziaria». E poi bisogna avviare lo sfruttamento per usi agricoli o industriali delle acque reflue, che oggi vanno perse. Per mettere in piedi questo sistema, ampiamente diffuso in altri Paesi mediterranei come la Spagna, bisogna anzitutto modificare il decreto del ministero dell' Ambiente, che nel 2003 ha fissato limiti alla carica batterica mille volte più stringenti rispetto a quelli previsti dall' Oms, impedendo in sostanza il riutilizzo. Un nuovo meccanismo di prezzo s' impone anche per la rete idrica ad uso civile, ridotta a un colabrodo che lascia per strada il 42% dell' acqua immessa (il primato è di Cosenza con il 70%). Per ripararla servono soldi. «Da dove vengono? Che io sappia - è la spiegazione di D' Ascenzi - o vengono dalle tasse o da un inasprimento delle tariffe. Bisogna industrializzare l' intero settore. Chi avvertirà di più la crisi idrica quest' estate non saranno le aree dov' è piovuto di meno, ma quelle dove l' acqua non è stata "industrializzata". In alcune zone c' è un sacco d' acqua eppure la gente muore di sete. In California piove molto meno che in Sicilia, ma hanno quantità incredibili d' acqua per attività irrigue».

Acqua: serve una vera Authority

La consapevolezza passa per la trasparenza. «Ma se i dati sul sistema idrico non ci sono, come fanno a essere trasparenti?». Questo, secondo Roberto Passino, nuovo presidente del Comitato di vigilanza sull' acqua per il ministero dell' Ambiente, è il problema fondamentale. Passino, che è anche direttore dell' Istituto di ricerca sulle acque al Cnr, ne sa qualcosa: «L' ultimo quadro aggiornato del fabbisogno lo abbiamo fatto noi dell' istituto nel ' 99 - dice -. Una ricerca molto approfondita, ma anche quella basata su stime, mai su dati a consuntivo, perché gran parte dei consumi non si pagano o vengono pagati a forfait. Dopo di che, il nulla. Come si può pensare di governare un sistema su queste premesse?». Appunto. A lei la risposta. «Non si può. Del resto, manca un' Authority unitaria, come quella per l' energia. Il sistema idrico è frammentato e difficile da controllare. La struttura dell' approvvigionamento potabile, che pure soffre di innumerevoli allacciamenti abusivi e falle di ogni tipo, è l' unica di cui si può tracciare un perimetro relativamente preciso, se non altro perché gestita da aziende che hanno interesse a farsi pagare. Ma interessa meno del 20% del sistema». E il resto? «Il grosso del nostro patrimonio idrico è dato in concessione ai consorzi di bonifica, per soddisfare le esigenze irrigue degli agricoltori. Ma il sistema normativo che ha istituito i consorzi risale agli anni Trenta, quando si voleva incentivare l' uso dell' acqua per modernizzare un' agricoltura ancora arretrata, basandosi su una risorsa abbondante, anzi eccessiva. Erano gli anni in cui le pompe idrovore bonificavano le paludi della Pianura Padana aspirando l' acqua dalla terra e scaricandola nel Po. Oggi succede l' esatto contrario, con le chiatte che aspirano l' acqua del Po e la indirizzano verso i terreni agricoli». Senza monitoraggio? «Nella maggior parte dei casi, le tariffe non sono a consumo e quindi non c' è ragione di misurare precisamente i prelievi. I dati sul fabbisogno degli agricoltori sono stimati su parametri soggettivi e probabilmente riduttivi rispetto alla realtà. E se gli acquedotti italiani perdono il 40% dell' acqua prelevata alla fonte, non è nemmeno immaginabile la quantità di perdite delle reti irrigue. Per non parlare dei prelievi abusivi, che nel settore agricolo sono all' ordine del giorno, come anche negli usi industriali». I pozzi non vanno autorizzati? «Certamente. Ma da quando la legge Galli ha imposto il censimento dei punti di prelievo sotterraneo, nel ' 94, tutti si sono affrettati a costruirne di abusivi. Da allora ad oggi la scadenza delle notifiche è stata prorogata per otto volte in sordina, inserendo la norma in provvedimenti omnibus per mimetizzarla. Come con i condoni edilizi, questo modo di procedere incentiva gli abusi». E dunque? «Dunque non si conoscono i punti di prelievo sotterraneo e questo è uno dei motivi della crisi strutturale del sistema. I dati di utilizzo devono essere riordinati e monitorati. In questo modo si incentiverebbe anche l' uso di tecniche d' irrigazione più efficienti. Non dimentichiamo che la madre delle grandi imprese specializzate nelle tecnologie dell' acqua è la normativa restrittiva imposta nei loro Paesi d' origine. La necessità di diventare efficienti aguzza l' ingegno». Ma i titolari delle concessioni dovranno pur pagare un canone. «È un canone ridicolmente basso, che non supera l' 1% del prezzo finale agli utenti. Perdipiù molti consorzi di bonifica fanno anche commercio dell' acqua che hanno in concessione, vendendo l' utilizzo di acqua agricola per altri scopi: ad esempio la produzione elettrica, con ottimi profitti». Basterebbe aumentare il canone... «Non è così semplice. Occorre soprattutto rivedere i concetti che stanno alla base delle concessioni, rispettando le compatibilità economiche dei concessionari. Non bisogna dimenticare che anche queste concessioni, come tutte le altre in vigore in Italia, devono essere governate dai concedenti, non dai concessionari. Questo è un concetto che negli anni si è un pò perso di vista». Santuari difficili da smantellare? «I santuari vanno toccati e nella revisione del decreto ambiente, ora allo studio del ministro, ci sono diverse proposte radicali sulla gestione dell' acqua. Il sistema idrico italiano ha già dato troppo da mangiare oltre che da bere. Ora è arrivato il momento di cambiare questa cultura dei grandi finanziamenti e dei grandi sprechi per dedicarsi un po' all' efficientamento delle strutture che ci sono già. L' acqua in Italia c' è, basta smettere di rubarla e di buttarla via».

7 maggio 2007

Pippo Ranci

La rivoluzione del 1° luglio, terzo e ultimo atto della liberalizzazione elettrica, con l' apertura del mercato a 28 milioni di nuovi clienti, si avvicina a grandi passi. Ma noi rischiamo di presentarci nudi alla meta. «A meno di due mesi dalla scadenza non si sente nell' aria il clamore degli eserciti che ammassano le truppe, anzi, ho la netta impressione che questa data storica finirà per cadere nel vuoto». Lo prevede Pippo Ranci, professore di economia politica alla Cattolica e primo presidente dell' Authority per l' energia dal ' 96 al 2003, che sarà anche uno dei protagonisti del forum «Economia e società aperta», dove interverrà nell' incontro del 9 maggio su «Energia e sostenibilità alla Casa dell' energia». Ranci è stato uno degli attori principali nella liberalizzazione del mercato elettrico italiano, avviata con il decreto Bersani nel ' 99, e ha seguito da vicino le prime tappe della rivoluzione. Che adesso gli appare un po' appannata. Finalmente, dal 1° luglio, tutte le famiglie italiane potranno scegliersi il proprio fornitore, valutando le varie offerte contrapposte. La liberalizzazione dei grandi clienti, dalle utenze industriali in giù, ha portato l' Enel a scendere fino al 12% di questo mercato.
Pensa che anche sull' ultima tranche, controllata dall' Enel all' 80%, possa succedere qualcosa di simile?
«Lo escludo. Al momento attuale mancano gli strumenti per consentire ai consumatori di scegliere il migliore offerente e mancheranno le offerte commerciali da mettere a confronto. I margini di profitto sono bassi e le imprese di vendita non hanno una tradizione di furiosi combattimenti, come si è visto sul fronte del gas».
Che cosa intende per strumenti?
«Prendiamo la situazione del Regno Unito. Gli strumenti di questo mercato, l' unico veramente libero in Europa insieme agli scandinavi, sono la concorrenza, la trasparenza commerciale e l' informazione. Lì sono partiti dieci anni prima di noi, nell' 89, con la Thatcher. Hanno utilizzato un sistema più radicale, spezzettando l' ex monopolista in diverse aziende per sviluppare subito la concorrenza. Dopo dieci anni hanno dato la libertà di scegliere a tutti gli utenti, come sta succedendo da noi adesso, mantenendo delle tariffe di salvaguardia per tre anni in modo da accompagnare le famiglie con prudenza verso la liberalizzazione. Ora il mercato è maturo e funziona molto bene».
In pratica?
«In pratica sono 400mila i clienti - corrispondenti al 2% dei contratti - che cambiano fornitore ogni mese. I due terzi, secondo un sondaggio, lo fanno per risparmiare sul prezzo. Le offerte sono pubbliche e facilmente confrontabili, basta andare sul sito del regolatore, che pubblica i prezzi correnti in ogni zona e ha calcolato come il passaggio dall' operatore dominante al più conveniente su piazza comporti in media un 10% di risparmio. I consumatori vanno sul mercato e comprano quello che gli conviene di più, scegliendo liberamente se farsi guidare dal prezzo oppure da altri vantaggi, come la garanzia del marchio, la comodità della bolletta unica, l' energia verde. I pacchetti di energia si acquistano perfino al supermercato...».
Non stupisce che nel Regno Unito la liberalizzazione abbia portato a un crollo verticale dei prezzi. In Italia che cosa manca per arrivare a una situazione di quel tipo?
«Gli inglesi hanno avuto il coraggio di fare le cose in maniera più radicale. Ma anche partendo da una situazione più ambigua come la nostra, con il tempo, possiamo arrivare a un buon risultato. Il primo passo da affrontare subito è la riforma delle tariffe, che il governo continua a rimandare. Arrivare al 1° luglio con milioni di utenti che beneficiano della tariffa sociale pur non soffrendo un reale disagio economico significa minare alla base l' avvio della liberalizzazione, perché nessuno potrà offrire tariffe più convenienti di quella».
Quindi?
«La tariffa sociale dev' essere per pochi e legata all' indicazione di un reale disagio economico, non basata sul livello dei consumi, che è un dato ingannevole: oggi si premia il single che porta le camicie in lavanderia e si punisce la famiglia numerosa che deve fare una lavatrice al giorno. Avevamo già tentato a suo tempo di affrontare l' argomento, subito dopo l' avvio della prima apertura del mercato nel ' 99, ma sono misure che escono dall' ambito di pertinenza dell' Authority e i politici fanno resistenza. È una riforma impopolare, perché nel passaggio ci sarà un numero elevato di utenti che avrà un aumento percentuale forte, quindi si rischia una sollevazione. Per questo sarebbe stato opportuno metterla in cantiere ben prima del 1° luglio, in modo da informare bene la gente e dar tempo alle famiglie di abituarsi al nuovo sistema».
E come andrebbe strutturato il nuovo sistema?
«Abbiamo il vantaggio sull' Europa dei contatori digitali, che ormai l' Enel ha installato quasi dappertutto e anche le altre aziende stanno adottando su indicazione dell' Authority. Sfruttiamoli! Con l' aiuto della tecnologia si possono concedere delle tariffe agevolate fuori dalle ore di punta, che potrebbero alleviare il colpo per più danneggiati. Bisogna accelerare al massimo l' introduzione dei contatori digitali. Così si potrà approfittare della prossima tappa della liberalizzazione per avviare una fase transitoria incentrata sulle tariffe orarie».
Come vede il ruolo dell' Acquirente unico, il fornitore di ultima istanza che oggi approvvigiona le famiglie?
«Va eliminato. La funzione dell' Acquirente unico è già svolta dal mercato all' ingrosso, che da noi funziona abbastanza bene. Basterebbe potenziare la Borsa elettrica, sviluppando i prodotti derivati, che riducono il rischio di mercato e favoriscono la nascita di soggetti più giovani, disposti a sfruttare le opportunità della liberalizzazione».
Per andare fino in fondo con la liberalizzazione bisognerebbe anche potenziare le interconnessioni con l' estero...
«Non c' è dubbio. Bisogna dare una spinta alle merchant lines, che ora sono bloccate. Solo così potremo approfittare del mix di generazione europeo, più equilibrato del nostro. Ma ognuna di queste misure da sola non basta, vanno messe in atto tutte insieme, altrimenti non serviranno a nulla».

1 maggio 2007

Risparmio energetico, due pesi e due misure

In questo momento il mio pc consuma più di 150 watt, una volta e mezzo la potenza elettrica che potrei produrre pedalando con lena, pari a quella generata da un metro quadrato di fotocellule in pieno sole. Semplicemente per registrare quali tasti sto battendo. La stessa attività viene svolta da un palmare con un consumo di energia cento volte inferiore. Evidentemente la riduzione dei consumi energetici degli apparati elettronici va avanti a due velocità: quelli attaccati alla rete sprecano a piene mani, quelli che vanno a batteria risparmiano. Ci preoccupiamo di avere frigoriferi di classe A, pubblicizziamo ai quattro venti le lampade a basso consumo, ma abbiamo dimenticato d'imporre gli stessi standard a televisori, apparecchi hi-fi e computer. Basta un led per sprecare. La posizione di stand-by, con la spia luminosa accesa, comporta in genere un assorbimento di 2 watt all'ora, che moltiplicato per 20 (le ore della giornata durante le quali tv o hi-fi potrebbero essere spenti) e per 365 giorni l'anno totalizza un consumo di 14,6 kilowattora. Se i 14,6 kilowattora si moltiplicano per 21 milioni di famiglie, si ottiene un consumo di 306 milioni di kilowattora, per una spesa di 55 milioni di euro. E questo solo per un singolo apparecchio elettronico. Se si estende il calcolo a tutti i "punti luminosi" che restano sempre accesi nelle case degli italiani, la voragine si allarga. Per non parlare dei pc, domestici o aziendali, lasciati accesi anche di notte, che mettono in moto regolarmente il sistema di ventilazione 24 ore su 24. Considerando che l'energia consumata da 15 pc provoca emissioni di Co2 pari a quelle di un'automobile e che 30 miliardi di kilowattora vengono sprecati ogni anno solo dai pc che non vengono spenti a fine giornata, se ne deduce che una semplice dimenticanza fornisce un contributo non da poco all'effetto serra. Ma questo è solo un esempio di sprechi evitabili. Se anche l'umanità si dimostrasse improvvisamente più virtuosa e spegnesse tutte le lucine rosse che le capitano a tiro, resta il fatto che la pervasività dell'information technology incide sempre di più sui consumi elettrici del pianeta. Secondo uno studio recente di Lawrence Koomey, professore a Stanford e ricercatore del Lawrence Berkeley National Laboratory (Berkeley Lab), la quantità di elettricità consumata dai server mondiali è raddoppiata nel quinquennio 2001-2005 ed è destinata ad aumentare di un altro 75% entro il 2010. Globalmente, nel 2005 i server hanno consumato tanta energia da inghiottire l'intera capacità di generazione di una batteria di centrali elettriche da 141.000 megawatt. Considerando che un gruppo termoelettrico raramente supera i 400 megawatt di potenza e di solito una centrale ne contiene due, per mandare avanti i server di tutto il mondo ci sono volute almeno 180 centrali elettriche nel 2005. La bolletta elettrica dei server mondiali ha superato così i 7 miliardi di dollari. Lo studio di Koomey, sponsorizzato dal produttore di microprocessori Advanced Micro Devices, sta facendo il giro dei board mondiali, che ormai cominciano a rendersi conto di quanto cara gli costi la bolletta elettrica delle apparecchiature informatiche utilizzate in azienda. Molto di più del costo stesso degli apparecchi. "Generalmente - spiega Koomey - il budget dedicato all'information technology è separato dagli altri e chi lo gestisce non ha nessun incentivo a comprare macchine più efficienti, perché la bolletta elettrica non arriva a lui. Le aziende scoprono il problema solo se il responsabile dell'information technology e quello delle spese di gestione si mettono intorno allo stesso tavolo, un caso che succede raramente". Un collega di Koomey al Berkeley Lab, John Busch, ha calcolato che il consumo totale di energia causato da apparecchi elettronici negli Stati Uniti supera i 70 terawattora all'anno, equivalente al consumo residenziale complessivo di energia elettrica delle famiglie italiane (industrie escluse). Per produrre tutta questa energia si emettono 50 milioni di tonnellate di anidride carbonica all'anno. Secondo le sue stime, un terzo di questi consumi potrebbero essere tagliati usando in maniera capillare piccoli accorgimenti di power management già noti. Busch sta lavorando con le aziende produttrici di hardware a un progetto finanziato dal governo federale e dalla potente California Energy Commission, mirato ad aumentare i loro standard di efficienza, introducendo minime variazioni ai propri prodotti. Un progetto di cui alla lunga anche noi godremo gli effetti, visto che anche noi compriamo prevalentemente prodotti di aziende che hanno sede da quelle parti. Ma le difficoltà incontrate da Busch a entrare nei processi di produzione sono notevoli e i tempi sono lunghi. Negli ultimi anni una certa consapevolezza si è sviluppata anche nelle aziende produttrici di server: Intel, ad esempio, invece di rincorrere solo processori più veloci, che consumano sempre più energia, si è posta anche una serie di obiettivi da raggiungere nel campo dell'efficienza, imponendosi un benchmark di performance per watt molto ambizioso. Ma vaste inefficienze, secondo Koomey, sono ancora ampiamente tollerate nel settore. L'unico deterrente è la limitazione della potenza disponibile. "Negli stabilimenti - puntualizza Koomey - spesso c'è solo una certa potenza disponibile e quindi gli uomini dell'informatica non possono continuare ad aggiungere all'infinito server inefficienti alla loro collezione. Devono mettersi a ragionare in termini di risparmio. Ma non certo per una consapevolezza ambientale o per contenere la bolletta. Solo per un limite fisico imposto agli impianti".