14 maggio 2007
Manca acqua dolce? La si paghi salata
Emergenza sì, emergenza no. Il deficit idrico che si ripropone ormai tutti gli anni, con caratteri particolarmente drammatici questa primavera, rischia di finire in una farsa, con da una parte il consiglio dei ministri che proclama lo stato di crisi e dall' altra gli sberleffi di chi suggerisce: «Guardate il cielo, piove». Il governo - risponde Pier Luigi Bersani - si è accorto che piove. Ma non saranno certo due giorni di pioggia in più o in meno a risolvere un problema che sta diventando cronico. Nell' ultimo decennio si è registrato un calo del 20% della portata dei principali fiumi italiani, con relativa riduzione della produzione idroelettrica. E non sarà il pacchetto di risparmio predisposto dalla Protezione Civile sotto la spinta dell' emergenza a rimettere sui binari il treno deragliato dell' approvvigionamento idrico nazionale. La crisi però può mettere in luce un dato di fondo: l' acqua è un bene prezioso. E come tale va pagata. Solo così gli italiani - famiglie, agricoltori e industriali - smetteranno di sprecarla. «Bisogna adattarsi agli effetti di un clima sempre più arido - commenta Mauro D' Ascenzi, presidente di Federutility, l' associazione che raggruppa tutte le utility italiane operanti nel settore dell' acqua e del gas - passando dalla lunga tradizione di politica della domanda a una nuova stagione della pianificazione e gestione della risorsa disponibile». In pratica, se i bacini naturali non sono più efficienti come una volta, è l' efficienza dell' uomo che deve sopperire alla loro funzione. «L' acqua, che un tempo veniva raccolta dai nevai e dai ghiacciai durante l' inverno e poi rilasciata a poco a poco nella stagione calda in cui più serve all' uomo, ora dev' essere raccolta e conservata da noi - sostiene D' Ascenzi -. Va distribuita in modo corretto senza disperderla e utilizzata con parsimonia, contenendo i consumi e incrementando l' efficienza degli usi». A partire da un settore strategico come quello agricolo, principale colpevole e al tempo stesso vittima di questa crisi. L' agricoltura in Italia si beve 20 miliardi di metri cubi all' anno di acqua, ossia il 49% del totale disponibile, una percentuale altissima (e probabilmente sottostimata), che ci pone ben oltre la media europea del 30%. Al secondo posto c' è l' industria che usa il 21%, quindi la rete civile per il 19%, infine il settore energetico, che tra produzione idroelettrica e raffreddamento delle centrali arriva all' 11%. L' utilizzo irriguo, oltre a prelevare di più, è anche quello che restituisce meno acqua all' ambiente, attorno al 50% rispetto al 90% che ritorna disponibile dopo gli usi civili e industriali. A prezzi irrisori. I cittadini italiani la pagano 52 centesimi di euro al metro cubo, la metà della media europea, ma sempre più del prezzo stracciato fatto agli agricoltori, che spendono fino a 100 volte di meno. E solo in pochi casi vengono fatturati i reali consumi agricoli: su 190 consorzi di bonifica, solo 10 li contabilizzano, mentre tutti gli altri fanno pagare un forfait annuo sulla base della tipologia di colture e degli ettari. Un sistema che non incentiva certo un consumo improntato al risparmio. La proposta che tutti gli esperti mettono al primo punto di una nuova politica dell' acqua, dunque, è la revisione completa del sistema di tariffazione. «Altro che acqua libera per tutti!», è la critica di Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente e autore di un prezioso libro bianco sull' emergenza idrica, a uno slogan spesso ripetuto nei raduni ambientalisti. «Anzi - insiste Ciafani - qui ci vuole un affondo della forza pubblica contro chi scava pozzi abusivi attingendo alle falde nel sottosuolo senza pagare un centesimo; ci vuole un censimento preciso dei pozzi, come prescritto dalla legge Galli del ' 94, mai applicata. Serve un meccanismo di premi e penalizzazioni che valorizzi le esperienze virtuose e gravi sui consumatori più grandi, come nel caso delle aziende d' imbottigliamento delle acque minerali, che pagano meno di un centesimo al metro cubo una risorsa che, messa in vendita sugli scaffali di un supermercato, a noi costa 500-1.000 volte di più, garantendo ai produttori profitti da capogiro». Stesso discorso sui consumi agricoli. «Bisogna cambiare - precisa Ciafani - il sistema della vendita a forfait, garantita dalla quasi totalità dei consorzi di bonifica». Solo così si spingeranno gli agricoltori a ripensare il sistema d' irrigazione, quasi totalmente fondato sulla modalità a pioggia, per riconvertirlo ai sistemi di microirrigazione e a goccia, che possono garantire almeno il 50% del risparmio di acqua utilizzata. «Per compiere questa piccola rivoluzione - propone Ciafani - il mondo agricolo dev' essere incentivato, magari con strumenti di agevolazione fiscale simili a quelli che promuovono l' efficienza energetica nell' ultima Finanziaria». E poi bisogna avviare lo sfruttamento per usi agricoli o industriali delle acque reflue, che oggi vanno perse. Per mettere in piedi questo sistema, ampiamente diffuso in altri Paesi mediterranei come la Spagna, bisogna anzitutto modificare il decreto del ministero dell' Ambiente, che nel 2003 ha fissato limiti alla carica batterica mille volte più stringenti rispetto a quelli previsti dall' Oms, impedendo in sostanza il riutilizzo. Un nuovo meccanismo di prezzo s' impone anche per la rete idrica ad uso civile, ridotta a un colabrodo che lascia per strada il 42% dell' acqua immessa (il primato è di Cosenza con il 70%). Per ripararla servono soldi. «Da dove vengono? Che io sappia - è la spiegazione di D' Ascenzi - o vengono dalle tasse o da un inasprimento delle tariffe. Bisogna industrializzare l' intero settore. Chi avvertirà di più la crisi idrica quest' estate non saranno le aree dov' è piovuto di meno, ma quelle dove l' acqua non è stata "industrializzata". In alcune zone c' è un sacco d' acqua eppure la gente muore di sete. In California piove molto meno che in Sicilia, ma hanno quantità incredibili d' acqua per attività irrigue».
Acqua: serve una vera Authority
La consapevolezza passa per la trasparenza. «Ma se i dati sul sistema idrico non ci sono, come fanno a essere trasparenti?». Questo, secondo Roberto Passino, nuovo presidente del Comitato di vigilanza sull' acqua per il ministero dell' Ambiente, è il problema fondamentale. Passino, che è anche direttore dell' Istituto di ricerca sulle acque al Cnr, ne sa qualcosa: «L' ultimo quadro aggiornato del fabbisogno lo abbiamo fatto noi dell' istituto nel ' 99 - dice -. Una ricerca molto approfondita, ma anche quella basata su stime, mai su dati a consuntivo, perché gran parte dei consumi non si pagano o vengono pagati a forfait. Dopo di che, il nulla. Come si può pensare di governare un sistema su queste premesse?». Appunto. A lei la risposta. «Non si può. Del resto, manca un' Authority unitaria, come quella per l' energia. Il sistema idrico è frammentato e difficile da controllare. La struttura dell' approvvigionamento potabile, che pure soffre di innumerevoli allacciamenti abusivi e falle di ogni tipo, è l' unica di cui si può tracciare un perimetro relativamente preciso, se non altro perché gestita da aziende che hanno interesse a farsi pagare. Ma interessa meno del 20% del sistema». E il resto? «Il grosso del nostro patrimonio idrico è dato in concessione ai consorzi di bonifica, per soddisfare le esigenze irrigue degli agricoltori. Ma il sistema normativo che ha istituito i consorzi risale agli anni Trenta, quando si voleva incentivare l' uso dell' acqua per modernizzare un' agricoltura ancora arretrata, basandosi su una risorsa abbondante, anzi eccessiva. Erano gli anni in cui le pompe idrovore bonificavano le paludi della Pianura Padana aspirando l' acqua dalla terra e scaricandola nel Po. Oggi succede l' esatto contrario, con le chiatte che aspirano l' acqua del Po e la indirizzano verso i terreni agricoli». Senza monitoraggio? «Nella maggior parte dei casi, le tariffe non sono a consumo e quindi non c' è ragione di misurare precisamente i prelievi. I dati sul fabbisogno degli agricoltori sono stimati su parametri soggettivi e probabilmente riduttivi rispetto alla realtà. E se gli acquedotti italiani perdono il 40% dell' acqua prelevata alla fonte, non è nemmeno immaginabile la quantità di perdite delle reti irrigue. Per non parlare dei prelievi abusivi, che nel settore agricolo sono all' ordine del giorno, come anche negli usi industriali». I pozzi non vanno autorizzati? «Certamente. Ma da quando la legge Galli ha imposto il censimento dei punti di prelievo sotterraneo, nel ' 94, tutti si sono affrettati a costruirne di abusivi. Da allora ad oggi la scadenza delle notifiche è stata prorogata per otto volte in sordina, inserendo la norma in provvedimenti omnibus per mimetizzarla. Come con i condoni edilizi, questo modo di procedere incentiva gli abusi». E dunque? «Dunque non si conoscono i punti di prelievo sotterraneo e questo è uno dei motivi della crisi strutturale del sistema. I dati di utilizzo devono essere riordinati e monitorati. In questo modo si incentiverebbe anche l' uso di tecniche d' irrigazione più efficienti. Non dimentichiamo che la madre delle grandi imprese specializzate nelle tecnologie dell' acqua è la normativa restrittiva imposta nei loro Paesi d' origine. La necessità di diventare efficienti aguzza l' ingegno». Ma i titolari delle concessioni dovranno pur pagare un canone. «È un canone ridicolmente basso, che non supera l' 1% del prezzo finale agli utenti. Perdipiù molti consorzi di bonifica fanno anche commercio dell' acqua che hanno in concessione, vendendo l' utilizzo di acqua agricola per altri scopi: ad esempio la produzione elettrica, con ottimi profitti». Basterebbe aumentare il canone... «Non è così semplice. Occorre soprattutto rivedere i concetti che stanno alla base delle concessioni, rispettando le compatibilità economiche dei concessionari. Non bisogna dimenticare che anche queste concessioni, come tutte le altre in vigore in Italia, devono essere governate dai concedenti, non dai concessionari. Questo è un concetto che negli anni si è un pò perso di vista». Santuari difficili da smantellare? «I santuari vanno toccati e nella revisione del decreto ambiente, ora allo studio del ministro, ci sono diverse proposte radicali sulla gestione dell' acqua. Il sistema idrico italiano ha già dato troppo da mangiare oltre che da bere. Ora è arrivato il momento di cambiare questa cultura dei grandi finanziamenti e dei grandi sprechi per dedicarsi un po' all' efficientamento delle strutture che ci sono già. L' acqua in Italia c' è, basta smettere di rubarla e di buttarla via».
7 maggio 2007
Pippo Ranci
La rivoluzione del 1° luglio, terzo e ultimo atto della liberalizzazione elettrica, con l' apertura del mercato a 28 milioni di nuovi clienti, si avvicina a grandi passi. Ma noi rischiamo di presentarci nudi alla meta. «A meno di due mesi dalla scadenza non si sente nell' aria il clamore degli eserciti che ammassano le truppe, anzi, ho la netta impressione che questa data storica finirà per cadere nel vuoto». Lo prevede Pippo Ranci, professore di economia politica alla Cattolica e primo presidente dell' Authority per l' energia dal ' 96 al 2003, che sarà anche uno dei protagonisti del forum «Economia e società aperta», dove interverrà nell' incontro del 9 maggio su «Energia e sostenibilità alla Casa dell' energia». Ranci è stato uno degli attori principali nella liberalizzazione del mercato elettrico italiano, avviata con il decreto Bersani nel ' 99, e ha seguito da vicino le prime tappe della rivoluzione. Che adesso gli appare un po' appannata. Finalmente, dal 1° luglio, tutte le famiglie italiane potranno scegliersi il proprio fornitore, valutando le varie offerte contrapposte. La liberalizzazione dei grandi clienti, dalle utenze industriali in giù, ha portato l' Enel a scendere fino al 12% di questo mercato.
Pensa che anche sull' ultima tranche, controllata dall' Enel all' 80%, possa succedere qualcosa di simile? «Lo escludo. Al momento attuale mancano gli strumenti per consentire ai consumatori di scegliere il migliore offerente e mancheranno le offerte commerciali da mettere a confronto. I margini di profitto sono bassi e le imprese di vendita non hanno una tradizione di furiosi combattimenti, come si è visto sul fronte del gas».
Che cosa intende per strumenti? «Prendiamo la situazione del Regno Unito. Gli strumenti di questo mercato, l' unico veramente libero in Europa insieme agli scandinavi, sono la concorrenza, la trasparenza commerciale e l' informazione. Lì sono partiti dieci anni prima di noi, nell' 89, con la Thatcher. Hanno utilizzato un sistema più radicale, spezzettando l' ex monopolista in diverse aziende per sviluppare subito la concorrenza. Dopo dieci anni hanno dato la libertà di scegliere a tutti gli utenti, come sta succedendo da noi adesso, mantenendo delle tariffe di salvaguardia per tre anni in modo da accompagnare le famiglie con prudenza verso la liberalizzazione. Ora il mercato è maturo e funziona molto bene».
In pratica? «In pratica sono 400mila i clienti - corrispondenti al 2% dei contratti - che cambiano fornitore ogni mese. I due terzi, secondo un sondaggio, lo fanno per risparmiare sul prezzo. Le offerte sono pubbliche e facilmente confrontabili, basta andare sul sito del regolatore, che pubblica i prezzi correnti in ogni zona e ha calcolato come il passaggio dall' operatore dominante al più conveniente su piazza comporti in media un 10% di risparmio. I consumatori vanno sul mercato e comprano quello che gli conviene di più, scegliendo liberamente se farsi guidare dal prezzo oppure da altri vantaggi, come la garanzia del marchio, la comodità della bolletta unica, l' energia verde. I pacchetti di energia si acquistano perfino al supermercato...».
Non stupisce che nel Regno Unito la liberalizzazione abbia portato a un crollo verticale dei prezzi. In Italia che cosa manca per arrivare a una situazione di quel tipo? «Gli inglesi hanno avuto il coraggio di fare le cose in maniera più radicale. Ma anche partendo da una situazione più ambigua come la nostra, con il tempo, possiamo arrivare a un buon risultato. Il primo passo da affrontare subito è la riforma delle tariffe, che il governo continua a rimandare. Arrivare al 1° luglio con milioni di utenti che beneficiano della tariffa sociale pur non soffrendo un reale disagio economico significa minare alla base l' avvio della liberalizzazione, perché nessuno potrà offrire tariffe più convenienti di quella».
Quindi? «La tariffa sociale dev' essere per pochi e legata all' indicazione di un reale disagio economico, non basata sul livello dei consumi, che è un dato ingannevole: oggi si premia il single che porta le camicie in lavanderia e si punisce la famiglia numerosa che deve fare una lavatrice al giorno. Avevamo già tentato a suo tempo di affrontare l' argomento, subito dopo l' avvio della prima apertura del mercato nel ' 99, ma sono misure che escono dall' ambito di pertinenza dell' Authority e i politici fanno resistenza. È una riforma impopolare, perché nel passaggio ci sarà un numero elevato di utenti che avrà un aumento percentuale forte, quindi si rischia una sollevazione. Per questo sarebbe stato opportuno metterla in cantiere ben prima del 1° luglio, in modo da informare bene la gente e dar tempo alle famiglie di abituarsi al nuovo sistema».
E come andrebbe strutturato il nuovo sistema? «Abbiamo il vantaggio sull' Europa dei contatori digitali, che ormai l' Enel ha installato quasi dappertutto e anche le altre aziende stanno adottando su indicazione dell' Authority. Sfruttiamoli! Con l' aiuto della tecnologia si possono concedere delle tariffe agevolate fuori dalle ore di punta, che potrebbero alleviare il colpo per più danneggiati. Bisogna accelerare al massimo l' introduzione dei contatori digitali. Così si potrà approfittare della prossima tappa della liberalizzazione per avviare una fase transitoria incentrata sulle tariffe orarie».
Come vede il ruolo dell' Acquirente unico, il fornitore di ultima istanza che oggi approvvigiona le famiglie? «Va eliminato. La funzione dell' Acquirente unico è già svolta dal mercato all' ingrosso, che da noi funziona abbastanza bene. Basterebbe potenziare la Borsa elettrica, sviluppando i prodotti derivati, che riducono il rischio di mercato e favoriscono la nascita di soggetti più giovani, disposti a sfruttare le opportunità della liberalizzazione».
Per andare fino in fondo con la liberalizzazione bisognerebbe anche potenziare le interconnessioni con l' estero... «Non c' è dubbio. Bisogna dare una spinta alle merchant lines, che ora sono bloccate. Solo così potremo approfittare del mix di generazione europeo, più equilibrato del nostro. Ma ognuna di queste misure da sola non basta, vanno messe in atto tutte insieme, altrimenti non serviranno a nulla».
1 maggio 2007
Risparmio energetico, due pesi e due misure
In questo momento il mio pc consuma più di 150 watt, una volta e mezzo la potenza elettrica che potrei produrre pedalando con lena, pari a quella generata da un metro quadrato di fotocellule in pieno sole. Semplicemente per registrare quali tasti sto battendo. La stessa attività viene svolta da un palmare con un consumo di energia cento volte inferiore. Evidentemente la riduzione dei consumi energetici degli apparati elettronici va avanti a due velocità: quelli attaccati alla rete sprecano a piene mani, quelli che vanno a batteria risparmiano. Ci preoccupiamo di avere frigoriferi di classe A, pubblicizziamo ai quattro venti le lampade a basso consumo, ma abbiamo dimenticato d'imporre gli stessi standard a televisori, apparecchi hi-fi e computer.
Basta un led per sprecare. La posizione di stand-by, con la spia luminosa accesa, comporta in genere un assorbimento di 2 watt all'ora, che moltiplicato per 20 (le ore della giornata durante le quali tv o hi-fi potrebbero essere spenti) e per 365 giorni l'anno totalizza un consumo di 14,6 kilowattora. Se i 14,6 kilowattora si moltiplicano per 21 milioni di famiglie, si ottiene un consumo di 306 milioni di kilowattora, per una spesa di 55 milioni di euro. E questo solo per un singolo apparecchio elettronico. Se si estende il calcolo a tutti i "punti luminosi" che restano sempre accesi nelle case degli italiani, la voragine si allarga. Per non parlare dei pc, domestici o aziendali, lasciati accesi anche di notte, che mettono in moto regolarmente il sistema di ventilazione 24 ore su 24. Considerando che l'energia consumata da 15 pc provoca emissioni di Co2 pari a quelle di un'automobile e che 30 miliardi di kilowattora vengono sprecati ogni anno solo dai pc che non vengono spenti a fine giornata, se ne deduce che una semplice dimenticanza fornisce un contributo non da poco all'effetto serra.
Ma questo è solo un esempio di sprechi evitabili. Se anche l'umanità si dimostrasse improvvisamente più virtuosa e spegnesse tutte le lucine rosse che le capitano a tiro, resta il fatto che la pervasività dell'information technology incide sempre di più sui consumi elettrici del pianeta. Secondo uno studio recente di Lawrence Koomey, professore a Stanford e ricercatore del Lawrence Berkeley National Laboratory (Berkeley Lab), la quantità di elettricità consumata dai server mondiali è raddoppiata nel quinquennio 2001-2005 ed è destinata ad aumentare di un altro 75% entro il 2010. Globalmente, nel 2005 i server hanno consumato tanta energia da inghiottire l'intera capacità di generazione di una batteria di centrali elettriche da 141.000 megawatt. Considerando che un gruppo termoelettrico raramente supera i 400 megawatt di potenza e di solito una centrale ne contiene due, per mandare avanti i server di tutto il mondo ci sono volute almeno 180 centrali elettriche nel 2005. La bolletta elettrica dei server mondiali ha superato così i 7 miliardi di dollari.
Lo studio di Koomey, sponsorizzato dal produttore di microprocessori Advanced Micro Devices, sta facendo il giro dei board mondiali, che ormai cominciano a rendersi conto di quanto cara gli costi la bolletta elettrica delle apparecchiature informatiche utilizzate in azienda. Molto di più del costo stesso degli apparecchi. "Generalmente - spiega Koomey - il budget dedicato all'information technology è separato dagli altri e chi lo gestisce non ha nessun incentivo a comprare macchine più efficienti, perché la bolletta elettrica non arriva a lui. Le aziende scoprono il problema solo se il responsabile dell'information technology e quello delle spese di gestione si mettono intorno allo stesso tavolo, un caso che succede raramente".
Un collega di Koomey al Berkeley Lab, John Busch, ha calcolato che il consumo totale di energia causato da apparecchi elettronici negli Stati Uniti supera i 70 terawattora all'anno, equivalente al consumo residenziale complessivo di energia elettrica delle famiglie italiane (industrie escluse). Per produrre tutta questa energia si emettono 50 milioni di tonnellate di anidride carbonica all'anno. Secondo le sue stime, un terzo di questi consumi potrebbero essere tagliati usando in maniera capillare piccoli accorgimenti di power management già noti. Busch sta lavorando con le aziende produttrici di hardware a un progetto finanziato dal governo federale e dalla potente California Energy Commission, mirato ad aumentare i loro standard di efficienza, introducendo minime variazioni ai propri prodotti. Un progetto di cui alla lunga anche noi godremo gli effetti, visto che anche noi compriamo prevalentemente prodotti di aziende che hanno sede da quelle parti. Ma le difficoltà incontrate da Busch a entrare nei processi di produzione sono notevoli e i tempi sono lunghi.
Negli ultimi anni una certa consapevolezza si è sviluppata anche nelle aziende produttrici di server: Intel, ad esempio, invece di rincorrere solo processori più veloci, che consumano sempre più energia, si è posta anche una serie di obiettivi da raggiungere nel campo dell'efficienza, imponendosi un benchmark di performance per watt molto ambizioso. Ma vaste inefficienze, secondo Koomey, sono ancora ampiamente tollerate nel settore. L'unico deterrente è la limitazione della potenza disponibile. "Negli stabilimenti - puntualizza Koomey - spesso c'è solo una certa potenza disponibile e quindi gli uomini dell'informatica non possono continuare ad aggiungere all'infinito server inefficienti alla loro collezione. Devono mettersi a ragionare in termini di risparmio. Ma non certo per una consapevolezza ambientale o per contenere la bolletta. Solo per un limite fisico imposto agli impianti".
30 aprile 2007
Edison cerca petrolio. Con uomini Eni
Con Sameh Fahmi, potente ministro egiziano del petrolio, Pietro Cavanna si dà del tu. E infatti è dall' Egitto che parte la nuova strategia di Edison negli idrocarburi. Con due concessioni petrolifere, in cui la società di Foro Buonaparte è operatore: una nel Deserto occidentale, diventato ormai il secondo sito egiziano di produzione dopo il golfo di Suez, e l' altra nel Mediterraneo. Anche in Costa d' Avorio, dove si comincia a estrarre in giugno, e al largo del Senegal gli italiani sono operatori, cioè controllano il giacimento con una quota di maggioranza. Cinque permessi di ricerca sono stati appena vinti in Norvegia. Più concentrate sul fronte del gas le concessioni conquistate in Algeria e in Qatar, la prima come soci di minoranza della spagnola Repsol e la seconda della compagnia americana Anadarko. L' attività frenetica all' ombra della Madonnina, in coincidenza con le grandi manovre per la fusione del suo azionista Aem con Asm, segnala il ritorno di Edison all' oro nero. Con dietro la potenza finanziaria di Electricité de France, in Italia sta nascendo una seconda, piccola Eni. Ed è proprio dall' Eni che sono stati strappati alcuni degli attori di questa svolta: oltre a Pietro Cavanna, ex braccio destro di Stefano Cao nella caccia ai giacimenti del cane a sei zampe e da poche settimane responsabile idrocarburi in Foro Buonaparte, c' è Luciano Sgubini, ex direttore generale «gas and power» all' Eni e ora consulente speciale dell' amministratore delegato per lo sviluppo del settore gas. Due acquisti importanti, che segnalano lo slancio di Edison ad attrezzarsi come braccio armato nell' upstream della più grande compagnia elettrica del mondo. Una strategia mirata in primo luogo a soddisfare a prezzo di costo la domanda di materia prima generata dalle proprie centrali, ma non solo. Il business dell' oro nero, che piace tanto agli investitori, fa sempre bene a qualsiasi bilancio. Il problema sono i tempi lunghi. Ma ora che sono finiti gli anni dell' incertezza, Edison può guardare lontano. «L' obiettivo è di portare la nostra produzione da 1,5 miliardi di metri cubi all' anno a 2,6 miliardi», spiega Michel Cremieux, direttore operativo di Edison. E la rinnovata centralità dello sviluppo strategico nel settore idrocarburi implica un significativo sforzo in termini di investimenti: 2,6 miliardi di euro nei prossimi cinque anni, quasi il 60% del totale della spesa prevista dal piano industriale. Di questi, oltre 1,5 miliardi sarà destinato alla ricerca e sfruttamento di giacimenti: 350 milioni nelle attività di esplorazione, 750 per la produzione da riserve esistenti e 500 per le nuove scoperte. Che indubbiamente ci saranno, se la caccia scatenata negli ultimi mesi continuerà con questo ritmo. «Oltre all' Italia, dove i giacimenti ormai si stanno lentamente esaurendo e dove ci sono gravi difficoltà autorizzative, le nostre attività di esplorazione si concentreranno nel bacino del Mediterraneo, dalla Croazia all' Egitto, passando per Algeria e Libia, in Africa Occidentale e nel Mare del Nord», illustra Pietro Cavanna. Parallelamente allo sviluppo dell' upstream, Edison è molto impegnata nelle infrastrutture di approvvigionamento. Con la costruzione di un terminale di rigassificazione al largo di Rovigo, del gasdotto Galsi dall' Algeria e dell' Igi dalla Grecia, Foro Buonaparte conta di espandere la propria disponibilità di gas da 13 a 23 miliardi di metri cubi all' anno. «Puntiamo a coprire con il nostro gas il 20% della domanda italiana», precisa Cremieux. E il primo pezzo di questa espansione sarà operativo l' anno prossimo, con il completamento della piattaforma di rigassificazione in Alto Adriatico.
26 marzo 2007
Operatori telefonici contro Internet providers
Per il riassetto di Telecom Italia si augura l' ingresso di azionisti lungimiranti, al governo rivolge la critica di prendere provvedimenti che alla fine rischiano di ritorcersi contro i cittadini. Elserino Piol, pioniere della concorrenza nelle telecomunicazioni, non risparmia critiche a nessuno. I soggetti interessati a Telecom Italia ormai sono una miriade, dai partner stranieri, industriali o finanziari, agli italiani, da César Alierta a Roberto Colaninno, da Intesa SanPaolo a Deutsche Bank. Su quale scommette? «Il problema non è chi, ma come. Chiunque decida d' investire i propri soldi in Olimpia, deve mettersi calmo e guardare al lungo periodo: se si continua a spremere il limone come si è fatto finora, si rischia di farlo seccare». Piol, partito giovanissimo subito dopo la guerra da un paesino del Bellunese per fare l' operaio in Olivetti, dove ha anche perso due dita al tornio, si è fatto largo in fretta a Ivrea e ha giocato un ruolo chiave nell' apertura del mercato delle telecomunicazioni, disegnando le strategie di Carlo De Benedetti nel settore, come primo presidente sia di Omnitel che di Infostrada. Da quando è uscito da Olivetti come vicepresidente, nel ' 96, si occupa a tempo pieno di venture capital sui versanti più innovativi, con la sua Pino Partecipazioni. Ora, dopo il passaggio delle consegne in Elitel, si gode una meritata vacanza. Ma è già pronto per nuove battaglie. Qual è il fronte più caldo? «Le compagnie telefoniche vanno incontro alla concorrenza sempre più agguerrita delle Internet company, che stanno convergendo sulla telefonia, e dovranno affrontare grossi investimenti nella banda larga per competere in maniera efficace: se Telecom Italia sarà costretta a incanalare i suoi utili nelle tasche degli azionisti per far fronte alla loro pesante situazione debitoria, come sta facendo adesso, dove andrà a recuperare le risorse finanziarie per investire nella banda larga?» Potrebbe vendere i gioielli che ha in Brasile o in Germania per finanziare i nuovi investimenti. «Ma sarebbe una follia: l' internazionalizzazione è indispensabile per crescere e andrebbe semmai ampliata, non tagliata». Niente di meglio dell' ingresso di un partner estero, allora? «Dipende: se il partner è interessato solo alle operazioni estere piuttosto che alla compagnia nel suo complesso, come Telefonica, si rischia di fare un buco nell' acqua». E quindi? «Paradossalmente, meglio un partner pronto a impegnarsi pesantemente in prima persona che una partecipazione marginale: tra un partner straniero che entra al 20%, condizionando comunque la strategia, e un altro che vuole fondersi, sarebbe preferibile il secondo». Scenari ipotetici... «Ipotetici ma importanti per capire qual è la discriminante di fondo. Sostituire gli azionisti senza cambiare la strategia non servirà a nulla: finché dovrà farsi carico del debito di Olimpia, Telecom Italia combatterà la sua battaglia con un braccio legato dietro la schiena. Per ovviare a questo problema, chiunque entri nell' azionariato deve avere un orizzonte di lungo periodo. Un fondo di private equity, ad esempio, potrebbe andare benissimo. O un altro player disposto a impegnarsi a fondo sul lungo periodo. Gli attori di questa commedia devono prendere atto della grande ebollizione cui sta andando incontro il mercato». Le sembra che l' ex monopolista non sappia difendersi da solo? «Telecom Italia è un' azienda sana, non tanto diversa dagli altri player europei, ma ha un grosso handicap: il debito di Olimpia. Deve poter combattere senza handicap. Solo così potrà diventare il nuovo polo di aggregazione delle tecnologie portanti per il Paese. Dopo la scomparsa di Olivetti non c' è più nessuno che svolga questo ruolo, di driver per l' innovazione e lo sviluppo. E si vede». Cioè? «L' Italia manca di centri tecnologici. Manca di centri di sviluppo di sistemi. Se solo le piccole e medie imprese potessero accedere al database di Telecom Italia per comprare software on demand su alcune applicazioni, tanto per fare un esempio, questo metterebbe in moto un circolo virtuoso di non poco conto. Anche le altre compagnie, alla lunga, cercherebbero di sfruttare questo mercato, mettendo in circolazione nel Paese una ricchezza tecnologica di grande valore». Ma il governo sta lì apposta per mettere in moto circoli virtuosi di questo tipo. O no? «Al governo manca completamente la consapevolezza dello scenario competitivo. Sembra quasi che chi agisce sul fronte delle tlc non abbia presente il panorama complessivo di mercato». Faccia un esempio. «Prendiamo il taglio ai costi di ricarica. In pratica si tratta di un intervento governativo sulla composizione delle tariffe, che non darà certamente una spinta alla concorrenza, ma semmai il contrario: compagnie come Wind o 3 rischiano di essere spazzate via da queste restrizioni. Se non ci saranno abbastanza risorse per sviluppare la banda larga, la concorrenza rischia di essere penalizzata. Così, alla lunga finiremo per ottenere l' effetto contrario: invece di scendere, le tariffe saliranno». E la portabilità del numero? «Anche qui, non bisogna limitarsi a vedere solo i due grandi protagonisti in campo, Vodafone e Telecom Italia: quali saranno gli effetti di questa limitazione, alla lunga, sugli operatori più piccoli?» Altri esempi? «La riforma dei tetti pubblicitari. Guardando un pò più in là, va calcolata anche l' incidenza sul mercato delle Internet company, che si basano quasi completamente sulla pubblicità: allora ci si accorge che il business pubblicitario non sta crescendo abbastanza in fretta per supportare anche loro. In pratica, questo fronte cresce in sottrazione rispetto a quello che c' è già, non in aggiunta. E allora che senso ha la fissazione di tetti pubblicitari ancora più restrittivi?» Insomma, il governo non ne fa una giusta? «Sulle questioni importanti, è latitante. Si parla tanto di WiMax, ma continuano a mancare le regole e quindi il mercato non si sviluppa. Eppure è da anni ormai che tutti gli operatori del settore chiedono una regolamentazione chiara delle frequenze». Per lanciare un dibattito su questi temi, si è perfino imbarcato, per la prima volta in vita sua, nella pubblicazione di una nuova rivista, Release, che comincerà a uscire alla fine di marzo. Servirà? «Lo spero proprio. Non è possibile che in Italia si faccia un gran parlare dei dettagli irrilevanti e si ignorino le questioni serie: fra i costi di ricarica dei telefonini e le regole per la banda larga sul mobile, qual è la questione più importante? La seconda naturalmente. Ma regolatori e ministri parlano solo della prima».
19 marzo 2007
Il risveglio globale dell'atomo
A trent' anni dal referendum che ha messo la parola fine al contrastato sviluppo di un comparto nucleare made in Italy, si manifestano anche da noi, come nel resto dell' Europa antinuclearista, i primi segnali di risveglio. L' Enel, dopo aver comprato quattro reattori in Slovacchia, sta per metterne in cantiere altri due, con un investimento da un miliardo e mezzo, e viene riaccolta così nella World association of nuclear operators, da cui era uscita. Le gare d' appalto sono imminenti e tutta la costellazione dei nuclearisti italiani - da Ansaldo Nucleare ad Ansaldo Camozzi, da Sogin a Techint - ha un piede sull' acceleratore. Nell' opinione pubblica, intanto, si fanno largo i primi ripensamenti sull' opportunità di privare ancora a lungo il nostro Paese, unico fra i grandi del mondo, di questa fonte di energia così importante, che copre il 28 per cento dei consumi elettrici europei. Così come gli svedesi, che avevano deciso di fermare tutte le centrali nel 2011 ma ora hanno cambiato idea e si apprestano a potenziarle, anche il 56 per cento degli italiani si è dichiarato favorevole, in un recente sondaggio, a un ritorno al nucleare sul nostro territorio. «Paradossalmente, è l' opinione pubblica europea a trainare i politici in questa direzione», spiega Alessandro Clerici, presidente onorario del World energy council in Italia e responsabile del gruppo di lavoro europeo sul ruolo del nucleare. Sia nei Paesi dove la corsa al nucleare è già ricominciata, come in Francia, in Finlandia, in Slovacchia o in Romania, sia dov' è ancora ferma come in Germania, la principale motivazione addotta dai cittadini favorevoli all' atomo è la sua sostenibilità ambientale, molto maggiore delle fonti fossili. «Chiunque voglia combattere l' inquinamento e l' effetto serra - commenta Clerici - non può prescindere dal nucleare, una fonte priva di emissioni e al tempo stesso competitiva con i combustibili fossili». Per di più l' utilizzo massiccio di petrolio e gas, praticato in Italia per compensare la mancanza del nucleare, ci espone a un' estrema volatilità dei prezzi e a una grave dipendenza da Paesi tutt' altro che amichevoli. Le riserve dell' opinione pubblica non sono più concentrate sul pericolo di gravi incidenti, come ai tempi di Chernobyl, ma sul problema del collocamento delle scorie più radioattive, quelle che non possono essere riprocessate. «Nessuno si rende conto, però, che questo tipo di scorie ha un volume molto ridotto e quindi non ha senso pensare a depositi Paese per Paese: bisogna individuare un certo numero di siti europei, in grado di ospitare anche le scorie dei Paesi più piccoli, come ad esempio la Slovenia o la Croazia, che hanno una piccola centrale in comune e in teoria dovrebbero costruire ognuna un mini-cimitero nucleare: assurdo», fa notare Clerici. Dal rapporto del Wec, che servirà anche alla Commissione Europea come base per la futura politica energetica continentale, emerge chiaramente che le potenzialità del nucleare potranno essere sfruttate al meglio solo rafforzando la collaborazione europea e applicando economie di scala all' interno dei singoli Paesi. «Abbiamo messo attorno a un tavolo tutti i maggiori operatori del settore e abbiamo concluso che la nuova generazione di reattori, di cui si sta già costruendo il primo esemplare in Finlandia, sarà ancora più competitiva della vecchia - precisa Clerici - soprattutto se produttori e grandi consumatori riusciranno a consorziarsi fra di loro per firmare contratti di lungo periodo, che abbattano il rischio dell' investimento iniziale». Com' è successo in Finlandia. Calcolando i costi di una centrale di terza generazione come quella in costruzione a Olkiluoto, dalla nascita alla morte, compreso il tasso interno di rendimento che va conteggiato per ogni investimento operato in regime di libero mercato, si arriva a un prezzo dell' elettricità a bocca di centrale di 3 cent a kilowattora, contro i 7 della media italiana. Su questi numeri va calcolato il taglio secco che il nucleare porterebbe alla nostra bolletta elettrica. «Ma attenzione - ammonisce Clerici - per parlare di atomo bisogna costruire un sistema, non una centrale sola. Con tre centrali uguali, si risparmia un terzo del costo di un impianto singolo. Il mondo industriale italiano lo sa e questa è la direzione che dovrebbe prendere»
12 marzo 2007
La mia Africa, la mia Olivetti
Il riscatto dell' Africa passa attraverso una rivoluzione informatica. Per Musikari Kombo, ministro keniota degli affari regionali e candidato alle presidenziali di dicembre, è una convinzione che viene da lontano, visto che ha passato gli anni Ottanta a vendere agli africani i primi computer, targati Olivetti. E da quell' epoca gli è rimasta l' abitudine di venire tutti gli anni in vacanza in Puglia, incrociando il flusso dei milanesi diretti a Malindi. «Erano anni difficili - ricorda Kombo - quando in Kenia c' era ancora la dittatura e il livello di conoscenza delle nuove tecnologie era molto basso. Ora le cose sono cambiate». A vederle con gli occhi dell' osservatore esterno, veramente non pare. Ma il ministro cresciuto alla scuola di Adriano Olivetti è un ottimista convinto come quando, nel ' 64, sull' onda dell' indipendenza conquistata da poco, appena diciassettenne era andato a iscrivere i suoi alla nuova anagrafe concepita da Jomo Kenyatta, dando il suo primo nome, Kombo, come cognome per tutti quanti, che secondo la tradizione Bantu non avevano un nome di famiglia. L' ottimismo gli è servito anche in seguito. «Quando ho incominciato a importare computer dall' italia, solo due bambini kenioti su dieci avevano mai messo le mani su un pc, oggi sono almeno sette o otto», precisa. Resta ancora enorme la differenza fra città e campagne: quei sette/otto bambini sono sicuramente dei cittadini. Ecco perché il programma di sviluppo tecnologico del suo ministero è mirato soprattutto alle aree rurali. «Bisogna offrire maggiori opportunità ai ragazzi che non vivono in città - sostiene Kombo - perché possano svilupparsi al meglio senza doversi spostare». Pur essendo un continente ancora rurale, l' Africa, con il suo debito estero di 379 dollari a persona, ha oggi il tasso più alto di inurbamento al mondo (5% annuo) e se le attuali tendenze alla fuga dalle campagne non saranno invertite da nuove politiche di sviluppo del territorio, è destinata a diventare il regno delle bidonville. Se già oggi il 72% dei cittadini africani vive in baraccopoli, il 24% della popolazione urbana non ha accesso all' acqua e il 20% alle fognature, che accadrà se questo fenomeno non verrà rallentato? «Per questo è importante pensare in maniera diversa all' urbanizzazione e alle filiere produttive», ad esempio con la costruzione di nuovi centri urbani piccoli, da realizzare in aree agricole per stemperare la corsa verso le metropoli. L' urgenza di un simile ripensamento discende anche dalle mutazioni climatiche in arrivo: pur essendo il minor consumatore di energia al mondo, l' Africa risulta il continente più esposto alle conseguenze del riscaldamento del clima, anche perché un cittadino su sette dipende da colture legate alle piogge. La riduzione di portata dei laghi Ciad e Vittoria minaccia già oggi l' irrigazione e la produzione di energia in tutta l' Africa centro-orientale. Senza contare i drammi prodotti dall' interazione tra le epidemie: un cittadino keniota su dieci è sieropositivo e di questi otto su dieci hanno anche la tubercolosi. «Certo è una situazione difficile - ammette Kombo - ma non impossibile da risolvere: l' importante è smettere di cercare aiuti dall' estero e cominciare a cercare soluzioni interne. Ai problemi dati dalla colonizzazione, che ci ha lasciati poveri d' infrastrutture produttive e tutti rivolti all' esportazione a basso prezzo delle nostre materie prime, ora si sono aggiunti i problemi dei governi successivi, formalmente indipendenti ma in realtà estremamente dipendenti dagli aiuti occidentali. Basti immaginare che il bilancio keniota è sussidiato al 93% dall' estero. Con tutte le risorse che abbiamo». Risorse difficili da sfruttare per la corruzione rampante che impesta tutta la società, fin nelle transazioni più banali. «La corruzione è uno dei problemi principali da risolvere: per combatterla bisogna liberalizzare, far uscire i pochi servizi che abbiamo dalle mani dei funzionari statali, stimolare la nascita di una nuova generazione d' imprenditori», sostiene Kombo, memore dei suoi esordi imprenditoriali sotto l' egida dell' Olivetti. Basta vedere cos' è successo nella telefonia mobile: «Finché Safaricom (consociata del monopolista statale Telekom Kenya) è stata l' unico provider, i costi erano proibitivi e il servizio disastroso, ma quando è arrivato un secondo provider, KenCell, in sei mesi i prezzi si sono ridotti a un decimo e i cellulari hanno cominciato a diffondersi». Le riforme per incentivare lo sviluppo di un' imprenditorialità innovativa africana, secondo Kombo, sono addirittura più urgenti della soluzione dei problemi strutturali di base, come le ampie aree rurali non cablate e prive persino di energia elettrica, le linee telefoniche carenti (una telefonata dalla Costa d' Avorio al vicino Ghana deve passare per Parigi) o i costi sproporzionati dell' hardware rispetto al bassissimo reddito pro capite dei kenioti. Sbloccati gli ostacoli allo sviluppo della libera iniziativa locale, il resto verrà da sé. E non importa se gli aiuti occidentali arrivano con il contagocce. «I programmi di sostegno nascono e muoiono con chi li ha generati, ma se l' Africa troverà le forze per fare da sola, nessuno potrà fermarla».
20 febbraio 2007
Nuove tecnologie al servizio del pianeta
Per quanto tempo ancora avremo energia? Dipende da come la utilizziamo. Su questo concetto si fondano le campagne per il risparmio energetico del governatore della California Arnold Schwarzenegger e le "lenzuolate" del ministro Pier Luigi Bersani, le ricerche della Toyota sui veicoli ibridi e il boom delle fonti energetiche rinnovabili. In tutti questi campi, l'innovazione tecnologica ha dato e darà un contributo chiave allo sviluppo sostenibile del pianeta. Le imprese, gli enti locali e le associazioni impegnati nella riduzione dei consumi energetici, fanno ampio uso di mezzi informatici per conseguire i propri obiettivi e monitorare i risultati.
Nell'ultimo decennio, l'introduzione di tecnologie digitali ha portato a progressi spettacolari sul fronte dell'efficienza energetica, sia nel campo della produzione elettrica che in quello dei trasporti. La progressiva sostituzione delle vecchie centrali a olio combustibile e a gas con le nuove a ciclo combinato, che producono elettricità insieme a calore, ha portato a un raddoppio dell'efficienza e a un dimezzamento delle emissioni. Lo stesso processo è in corso nell'industria automobilistica, che sforna veicoli sempre più sofisticati, come le auto ibride, in grado di abbassare moltissimo i consumi alternando automaticamente il motore a scoppio con quello elettrico. Ma è nel settore della domotica che l'ICT applicata all'energia ha segnato una vera e propria rivoluzione dei consumi. L'architettura bioclimatica, che si sta affermando soprattutto in Germania, in Francia e nel Regno Unito, ma comincia a far capolino anche in Italia, ha bisogno delle tecnologie informatiche per coordinare i vari sistemi di riscaldamento e raffrescamento.
In Italia si consumano circa 185 milioni di tonnellate di idrocarburi all'anno, 10 litri al giorno pro-capite. Questo fabbisogno è coperto per l'85% da importazioni, con una spesa di 11,7 miliardi di euro, che grava sulla nostra bilancia commerciale. Di tutti gli idrocarburi bruciati in Italia, 28 milioni di tonnellate sono da attribuire agli usi residenziali delle famiglie, corrispondenti al 16% del totale. Il riscaldamento a sua volta rappresenta la voce di gran lunga più pesante sui consumi energetici delle famiglie (68%) e costituisce oltre la metà delle spese di gestione per la casa degli italiani. Inoltre, mentre il totale nazionale dei consumi energetici mostra tassi d'incremento minori all'1% annuo, il settore residenziale aumenta i propri consumi del 2%, con una progressiva perdita di efficienza.
Per il riscaldamento si bruciano ogni anno circa 14 miliardi di metri cubi di gas, 420mila tonnellate di gasolio, oltre a 2,4 milioni di tonnellate di combustibili solidi, soprattutto legna e un po' di carbone. Così facendo si riversano nell'aria 380.000 tonnellate di sostanze inquinanti, come ossidi di azoto e monossido di carbonio. Dopo il traffico, il riscaldamento è la maggiore causa d'inquinamento delle nostre città. Le caldaie sono responsabili del 20% circa delle emissioni di PM10 in una città come Milano, molto di più nei mesi freddi d'inverno. Oltre alle sostanze propriamente dette inquinanti, con il riscaldamento si riversano nell'atmosfera tonnellate di anidride carbonica (CO2), sostanza che contribuisce all'effetto serra. La combustione di un litro di gasolio produce circa 2,65 kg di CO2. Ciò vuol dire che una casa di 200 metri quadri che consuma 30 litri di gasolio al metroquadro in un anno butta in atmosfera quasi 8 tonnellate di CO2. L'Italia con l'adesione al protocollo di Kyoto si è fissata obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2 del 6,5% entro il 2012 rispetto ai valori registrati nel 1990. Ma per ora le emissioni italiane di CO2 non accennano a diminuire, al contrario continuano ad aumentare.
Gli edifici italiani presentano uno dei maggiori consumi specifici per metro al giorno, a parità di temperatura. Questo significa che il nostro patrimonio residenziale è tra i più inefficienti d'Europa. In pratica, è chiaro che il processo di riscaldamento e raffrescamento non è gestito correttamente. Lo spazio per migliorare, dunque, è molto ampio.
Nella casa intelligente l'automazione, le tecnologie per il risparmio energetico e per la comunicazione si sposano per ottimizzare le sinergie tra i sistemi e per ottenere il massimo comfort rispettando l’ambiente. Nella realizzazione dell’edificio bioclimatico si presta particolare attenzione ai materiali impiegati e alla coibentazione. I climatizzatori a pompa di calore - che sfruttano la differenza di temperatura del sottosuolo per scaldare e raffrescare gli ambienti - provvedono sia al riscaldamento invernale sia alla climatizzazione estiva. Il principio di funzionamento della pompa di calore e la gestione autonoma di ogni singola macchina consentono un risparmio energetico del 40-45% rispetto agli impianti tradizionali. Una pompa di calore produce anche l'acqua calda sanitaria a temperatura di utilizzo, risparmiando fino al 50% sui consumi rispetto ad altri sistemi. Se poi si aggiunge un impianto solare e fotovoltaico sul tetto, tutta l'energia necessaria alla vita quotidiana, compresa quella per l'illuminazione e gli elettrodomestici, viene generata sul posto e il sistema diventa completamente autosufficiente. L'abbinamento di questi impianti con dispositivi di controllo e programmazione dà come risultato una casa energeticamente molto efficiente, che si adatta con flessibilità alle esigenze sempre variabili dei suoi abitanti.
In questo tipo di edifici l'automazione non viene solo concepita come l'applicazione di una serie di apparecchiature per "motorizzare" porte, tende e illuminazione, ma si cerca di privilegiare il concetto di controllo, di comunicazione e d'integrazione tra i sistemi. La presenza di tecnologie digitali rende la casa facile da gestire e soprattutto aperta alle continue innovazioni. La combinazione di calore terrestre, solare termico ed energia fotovoltaica con i più moderni componenti per facciate e la distribuzione dell'energia all'interno degli edifici consente già ora di fornire l'approvvigionamento energetico necessario a un'abitazione di circa 200 metri quadri semplicemente mediante l'impiego di energie rinnovabili. 8 tonnellate all'anno di CO2 risparmiate.
5 febbraio 2007
Guerra degli acquedotti: attacco alle privatizzazioni
La battaglia per l' acqua diventa sempre più politica. «L' acqua è come l' aria, è un bene comune e non va privatizzato», dice il ministro dell' Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio, inserendosi nella guerra in corso fra Rifondazione e la Margherita sul ddl Lanzillotta di liberalizzazione dei servizi locali. «Ma a differenza dell' aria - spiega più pacatamente Mauro D' Ascenzi, presidente di Federutility - l' acqua non arriva da sola nelle case, dev' essere incanalata e depurata con massicci investimenti in infrastrutture che costano molti soldi. O ce li mette lo Stato o si deve consentire a società industriali, pubbliche o private che siano, di organizzare un servizio secondo criteri di produttività ed efficienza. Per fare questo, però, mancano i margini: le tariffe italiane sono le più basse d' Europa». S' innesca così un circolo vizioso: il servizio costa poco per cui è scadente, ma proprio per questo non si può far pagare di più. E via con l' acqua minerale, di cui noi italiani siamo i maggiori consumatori d' Europa. Giocando sull' equivoco tra la materia prima acqua, che appartiene per legge al demanio pubblico, e la gestione delle infrastrutture che la trasportano, si può arrivare molto lontano. Nichi Vendola è arrivato ad affidare l' Acquedotto Pugliese, il più grande d' Europa, al guru dell' acqua «bene comune» Riccardo Petrella, salvo poi dimissionarlo a fine anno per manifesta incapacità gestionale, ma ribadendo nel contempo «l' immutata mission dell' Acquedotto Pugliese, ovvero la pubblicizzazione dell' acqua, così come previsto anche nel programma elettorale della coalizione di governo». Sulle barricate dell' «acqua pubblica» e gratuita, Vendola si trova in buona compagnia: da Franco Giordano a padre Alex Zanotelli, dall' Arci alle Acli, dall' Associazione Italia-Nicaragua alla diocesi di Termoli, da Mani Tese alla Rete Lilliput, dal Wwf a Pax Christi, dalla Fiom ai Cobas. Tutti insieme nel comitato promotore del progetto di legge d' iniziativa popolare per la «ripubblicizzazione dell' acqua», che viene proposto in questi giorni all' attenzione degli italiani con migliaia di banchetti. Di più. «Basta parole: moratoria subito!» si legge nel sito del Forum italiano dei movimenti per l' acqua, che chiede di bloccare anche i processi di liberalizzazione già in corso, in primis quello di Palermo, dove si è impedito più volte a colpi di blocchi stradali lo svolgimento della gara di affidamento dei servizi idrici provinciali, conclusa faticosamente la settimana scorsa. «Il problema fondamentale - dice D' Ascenzi - è che la gestione tradizionale delle risorse idriche regge un sistema clientelare basato sulla diffusa illegalità, soprattutto nel Sud, dove le reti non a caso fanno acqua da tutte le parti. L' Acquedotto Pugliese, che serve milioni di persone senza far pagare loro un centesimo di acqua e ne impiega migliaia, ai tempi del manuale Cencelli equivaleva a un ministero, tanto era il peso elettorale delle sue clientele». È soprattutto in difesa di questo sistema che a 12 anni dal varo della legge Galli di riforma dei servizi idrici, largamente inapplicata, si ritorna a mettere in discussione i principi della libera concorrenza. E così, mentre in Europa crescono i grandi gruppi specializzati nella gestione efficiente delle risorse idriche - da Veolia a Suez, a Thames Water - in Italia le utility restano frammentate e gestite in economia. Per la gioia dei signori delle autobotti.
Acqua: Milano prima o poi in mani straniere
I consulenti sono al lavoro per raggiungere l' equilibrio fra le partecipazioni azionarie di Milano e Brescia nella grande multiutility del Nord, che si va formando con la promessa di nozze entro l' autunno fra Aem e Asm. Un rompicapo non da poco, visto che Brescia controlla quasi il 70% della sua ex-municipalizzata, mentre Milano solo il 42,2% della sua. «La soluzione migliore - spiega Luigi Prosperetti, economista della Statale e consulente del primo governo Prodi sulla liberalizzazione dei servizi pubblici locali - sarebbe l' incorporazione nella nuova società anche della gestione dei rifiuti e del ciclo idrico milanese, che darebbe più peso al Comune nella fusione e maggiore omogeneità alle attività delle due utility». Prosperetti era vice presidente di Aem quando fu avviata la sua privatizzazione, nel lontano ' 93, e fin da quel momento aveva caldeggiato insieme a Marco Vitale, allora assessore al Bilancio, l' incorporazione del ciclo idrico in Aem. Quattordici anni dopo A quattordici anni di distanza si continua a parlarne, malgrado la rapida evoluzione del quadro competitivo a livello nazionale ed europeo. Oggi si tratterebbe di trasferire a un' azienda quotata la proprietà di due Spa a capitale interamente pubblico: l' Azienda Milanese Servizi Ambientali (Amsa) e la Metropolitana Milanese (MM), cui la giunta Albertini ha affidato nel 2003 la gestione del ciclo idrico. «Speriamo che stavolta il sindaco Letizia Moratti ce la faccia», si augura Prosperetti. Ma non sembra probabile. A livello comunale infuriano le accuse di voler «privatizzare l' acqua». E i gendarmi comunitari della concorrenza non vedrebbero certamente di buon occhio, oggi, un conferimento del ciclo idrico senza gara. Lanfranco Senn, economista della Bocconi e nuovo presidente della Metropolitana Milanese, se ne rammarica. Cicli Si è perso molto tempo? «Troppo. Oggi l' assegnazione del ciclo idrico ad Aem senza metterlo in gara sarebbe impensabile. E al di là delle risse ideologiche che ne deriverebbero, mettendo sul mercato l' acqua di Milano, considerata un fiore all' occhiello delle utilities italiane, non è affatto detto che l' Aem vinca la gara». Del resto le gare si fanno apposta perché vinca il migliore... «Il problema è che ormai siamo entrati in un circolo vizioso. Da un lato è evidente che i servizi locali dalla gestione privata hanno tutto da guadagnare: così si evitano, almeno in parte, le faide di carattere personale, le appartenenze ideologiche, le protezioni clientelari tipiche del pubblico. I privati sono molto più bravi ad applicare la best practice nella gestione: le economie di scala, il controllo di qualità, la selezione del personale, il livello del management sono quasi sempre migliori. Quindi per gli utenti il cambio è vantaggioso e alla lunga è lì che andremo a parare, alla privatizzazione». E allora perché non farla subito? «Ci sono ostacoli politici e c' è appunto il circolo vizioso di cui parlavo. Se è vero che il punto d' arrivo è la privatizzazione, è anche vero che in Italia abbiamo perso una ventina d' anni per far crescere dei player capaci di competere a livello europeo e globale. Mentre noi dormivamo, i francesi, gli inglesi e i tedeschi andavano avanti. Ora giocano sulle eccellenze che hanno sviluppato e sono capaci di muovere grandi interessi finanziari: le banche scommettono su di loro, non su di noi. In Italia non è remunerativo scommettere sulle utility e così mancano fondi per fare investimenti. Insomma, tutto il sistema è bloccato. C' è poco da stupirsi, poi, se sono sempre loro a vincere le gare». Lei mi sta dicendo che non possiamo mettere i nostri servizi locali sul mercato perché finirebbero per essere mangiati dai francesi o dai tedeschi? E quindi, dopo aver perso vent' anni nelle dispute ideologiche, ora ne perdiamo altri venti perché gli altri sono diventati più bravi di noi? «In pratica, oggi il problema da porsi è: arrivati a questo punto, la strada per la riqualificazione dei servizi passa attraverso fasi o bisogna fare un salto?» Me lo dica lei... «Dal punto di vista giuridico, la privatizzazione non è strettamente necessaria. Ma è anche vero che se non diamo uno scossone la via all' efficienza sarà molto lunga...». Quindi? «Il primo passo è politico. Per noi esperti è facile indicare la strada, ma è la politica che deve tradurre la teoria in pratica. Il caso del ddl Lanzillotta è un classico esempio di un Paese che fa ancora dell' ideologia il criterio delle sue scelte. L' esclusione dell' acqua dalle liberalizzazioni dei servizi locali è un passo anacronistico, un cedimento politico che ci costerà caro. Inglesi, tedeschi, francesi e perfino gli spagnoli sono più pragmatici. Per riuscire a competere sul piano internazionale, bisogna uscire dall' approccio ideologico e far crescere un approccio pragmatico alla gestione del patrimonio pubblico». Come risolvere questo blocco? «Bisogna sfatare il mito del privato assetato di guadagni e dedito di principio al ladrocinio. È evidente che l' acqua è un bene pubblico e devono averla tutti, così come l' energia devono averla tutti. Ma non è detto che un ente pubblico sia più efficace di un privato a soddisfare questa legittima esigenza dei cittadini, così come non è detto che lo sia per l' energia, per il gas, per il telefono, per i treni o per gli aerei. Capisco che sull' acqua possa insorgere qualche timore in più, ma basta mettere in piedi dei contratti di gestione fatti bene, sotto rigoroso controllo pubblico, per garantire a tutti che al centro del processo ci sia l' interesse dell' utente». Ora però lei non è più solo un esperto, ha anche un incarico operativo... «Sempre all' interno di un' azienda che è al cento per cento del Comune di Milano». Avrà ben riflettuto sulle linee strategiche da prendere... «Per dare un ritorno agli investimenti, bisogna alzare il livello della gestione. Ed è quello che cercheremo di fare. Ma la buona volontà a livello locale non basta. È Roma che deve darsi il più velocemente possibile un percorso pragmatico che ci consenta di crescere a livello di sistema, come hanno fatto gli inglesi e i francesi. Altrimenti sarà inutile lamentarsi se l' acqua di Milano passerà prima o poi in mani straniere».
Acqua: in Puglia via alla ri-pubblicizzazione
Dice: «Il mio Acquedotto Pugliese nasce sotto la bandiera della ri-pubblicizzazione e finché sarò presidente, la privatizzazione non si farà». Da oggi Nichi Vendola mette Ivo Monteforte ad agitare quella bandiera. Un bel salto. Dopo le dimissioni di Riccardo Petrella, docente di Mondializzazione all' Università Cattolica di Lovanio e illustre no-global dell' acqua, la presidenza del più grande acquedotto d' Europa, il terzo del mondo, viene affidata all' ingegnere idraulico Ivo Monteforte, direttore generale dell' Azienda Servizi di Pesaro. La ri-pubblicizzazione del gigantesco ente - che attraversa quattro regioni con 20 mila chilometri di tubi ed è diventato società per azioni nel ' 99, grazie a un mutuo ventennale di 392 miliardi di lire a carico dello Stato, concesso dal governo D' Alema - è stata il cavallo di battaglia elettorale del governatore. Appena eletto, nell' aprile 2005, Vendola ha fatto il bel gesto di affidare la presidenza a Petrella, con il mandato di mettere fine alla «gestione economicistica» dell' industriale della pasta Francesco Divella, chiamato a gestirlo dall' allora governatore di centro-destra Raffaele Fitto, nella prospettiva di una futura privatizzazione. Ma il professore no-global, che doveva fare marcia indietro, si è scontrato con qualche difficoltà. «L' Acquedotto Pugliese è un colabrodo», spiega Renato Scognamiglio, l' amministratore delegato che ha combattuto per quasi un anno e mezzo con le manie ideologiche di Petrella e alla fine si è dimesso anche lui per incompatibilità con l' impostazione del governatore. «In Puglia - precisa Scognamiglio - c' è una crisi idrica macroscopica e metà dell' acqua che raccogliamo va persa: bisogna avviare un enorme intervento per la ricerca delle perdite e per la riabilitazione delle reti. Ed è quello che ho cercato di fare, con un intervento da 150 milioni di euro, che avrebbe potuto ridurre le perdite della metà». Ma Petrella era fissato con la ri-pubblicizzazione dell' ente. «Ri-pubblicizzare - è la tesi del guru dell' acqua intesa come "bene comune" - significa che non solo la proprietà delle infrastrutture e delle reti deve essere pubblica, ma lo deve essere anche la gestione dei servizi idrici. Pertanto, se la gestione è stata affidata a un soggetto di natura giuridica privata, quale una società per azioni, come è il caso dell' Acquedotto Pugliese, ripubblicizzare implica dare la gestione dell' acqua a un soggetto di natura giuridica pubblica. Non sono riuscito, in diciotto mesi, a far accettare dalla Regione Puglia l' idea di costituire un gruppo di lavoro incaricato di esaminare e proporre delle soluzioni». Pari e patta. «Resta ancora da chiedersi - commenta Scognamiglio - come si fa a uscire dalla logica clientelare degli investimenti senza svincolarsi dalla longa manus degli enti locali. Duole dirlo, ma nel corso di questi diciotto mesi il principale impedimento a una corretta gestione del patrimonio pubblico è venuta proprio dalle "lista della spesa" dei Comuni: da un lato chiedono investimenti per favorire questo o quel politico locale, dall' altro nessuno tappa le falle vere e d' estate l' acqua arriva a singhiozzo nelle case». Il vero problema, paradossalmente, è abbandonare la caccia al contributo pubblico. «Nessuno si pone il problema - fa notare amareggiato Scognamiglio - se un certo lavoro serve agli utenti». Incanalare l' acqua è molto più difficile che incanalare i fondi.
Acqua: in Sicilia rivolta anti-sabauda
In principio c' era la siccità. Siccità per modo di dire: la Sicilia dispone di una trentina d' invasi con la capacità di almeno un miliardo di metri cubi d' acqua. Ognuno dei suoi 5 milioni di abitanti potrebbe farci lunghe abluzioni. Ma ci sono invasi senza condotte, condotte senza invasi, autorizzazioni che mancano, collaudi parziali, tanto che una parte dell' acqua raccolta viene scaricata direttamente in mare. Fatto sta che nel 2002 Palermo rimane quasi completamente senz' acqua per un mese intero. Cattedrale occupata, guerriglia per le strade. Per l' emergenza idrica ci vuole un commissario, nella persona del governatore Totò Cuffaro. Ma Cuffaro non è solo: la struttura organizzativa è formata da 62 componenti, di cui 47 a tempo pieno, per non parlare dei consulenti e della commissione tecnica. In complesso, gli enti siciliani che si occupano di raccogliere e distribuire l' acqua, in parte commissariati o in liquidazione, sono una miriade: Eas, Esa, genio civile, consorzi di bonifica, enti locali e via enumerando. Tutti pubblici. Ma l' erogazione a giorni alterni continua a essere normale. «La popolazione siciliana in generale soffre della mancanza d' acqua, ma continua a prevalere una minoranza che vuole mantenere le cose come stanno, perché su queste disfunzioni si basa una fiorente economia collaterale», spiega Paolo Romano, ad della Società Metropolitana Acque Torino e anche di Acque Potabili (controllata da Smat insieme all' ex municipalizzata di Genova), che si è appena aggiudicata per 30 anni la gestione del servizio idrico nella provincia di Palermo, dopo un anno di barricate. «Noi però - fa notare con lieve accento sabaudo, che certo non lo aiuterà nella sua missione - vogliamo superare le disfunzioni, con una serie d' interventi infrastrutturali molto rapidi, anche grazie a 130 milioni di fondi europei che stavano per perdersi a causa dei ritardi nell' affidamento». Non sarà facile recuperare la situazione: nell' ottantina di Comuni che Acque Potabili andrà a servire, ce ne sono molti dove l' acqua esce dai rubinetti non più di un paio di volte alla settimana, con perdite del 50-60%, che spesso dipendono da allacciamenti abusivi. «Cercheremo di correggere morosità e abusivismi - precisa Romano - perché la nostra è una finalità imprenditoriale. Ma è sbagliato dire che siamo "dei privati": Acque Potabili è pubblica al 70% e Smat al 100%. Abbiamo un piano industriale da oltre 850 milioni di euro, di cui quasi 300 nei primi 5 anni, che realizzeremo mantenendo la tariffa media d' ambito attorno a 1,2-1,3 euro al metro cubo, com' è oggi». Strano. Nel suo grido di guerra contro l' invasore piemontese, combattuto a colpi di blocchi stradali che hanno impedito più volte lo svolgimento della gara, il padre comboniano Alex Zanotelli scrive a tutti i sindaci: «A Palermo si rischia di trasformare un bene così essenziale come l' acqua in merce» e ancora «per la nostra gente vuol dire che le bollette dell' acqua cresceranno del 100 o 200% e a chi si rifiuta di pagare verrà tagliata l' acqua». «Per questo le chiediamo - scrive Zanotelli - che quando i sindaci della provincia di Palermo si riuniranno lei si opponga alla privatizzazione dell' acqua in corso e voti a favore dell' acqua pubblica gestita da una società a totale capitale pubblico sotto l' occhio vigile dei cittadini». Che dire? Sarà sicuramente molto dura.
29 gennaio 2007
Fred Turner
Un modello insulare, in cui prevale la creatività individuale ma le singole posizioni sono molto più fragili, se confrontate con quelle dei lavoratori dipendenti inseriti nelle organizzazioni gerarchizzate degli anni Cinquanta e Sessanta. "E' questa - secondo Fred Turner, autore di From Counterculture to Cyberculture (Chicago University Press) e docente a Stanford - la principale eredità del pensiero controculturale sessantottardo, sfociato poi nella rivoluzione digitale degli anni Novanta". Un'eredità controversa, che Turner ha studiato a fondo fin dalla nascita di Silicon Valley e oggi si rifiuta di celebrare acriticamente, com'è ormai diventato usuale nella mitologia della nuova frontiera cibernetica.
Le piace quest'uomo nuovo emerso dalla rivoluzione hi-tech? "Il problema non è tanto se piace o non piace a me, quanto se piace a se stesso. O meglio, se questa organizzazione magmatica e flessibile dei processi produttivi riesce a soddisfare le necessità economiche e sociali di vaste masse di lavoratori che ormai ne sono coinvolte. E se non è così, come si può fare a migliorarla. Mi pare che sotto la patina dorata del mito, sia questo aspetto di critica sociale che manca".
Critica sociale? "Sì, chiamiamola proprio così. Sulla nuova era digitale si sono scritte e dette molte frasi iperboliche. Ne ricordo una per tutte, coniata dalla leggendaria guru di Silicon Valley, Esther Dyson: "Il ciberspazio è il paese della conoscenza e l'esplorazione di questo paese può diventare la missione più elevata per un'intera società". Ma com'è possibile che tanta gente si sia fatta prendere dalla frenesia letteraria della nuova frontiera, paragonando una serie di macchine collegate fra di loro a un nuovo paesaggio, a un luogo diverso dalla realtà? Quando smetteremo di parlare a vanvera, scopriremo che il ciberspazio non è affatto un luogo diverso, ma fa parte della stessa banale realtà concreta in cui ci muoviamo tutti. Solo con la mente sgombra di miti potremo confrontarci con le ricadute di queste tecnologie e i nuovi modelli organizzativi che ne derivano".
All'atto pratico? "E' molto semplice: negli ultimi vent'anni è scomparsa una certa organizzazione sociale e ne è sorta un'altra. E' scomparso l'uomo-azienda, che passava la sua vita nella stessa compagnia più o meno dalla culla alla tomba, attraversando così gli alti e bassi della congiuntura, ed è nata una nuova generazione di lavoratori autonomi, che si muovono continuamente da un progetto all'altro a seconda delle esigenze produttive del momento. In pratica, le incertezze e i rischi del mercato sono stati scaricati in larga parte dalle spalle delle aziende a quelle dei lavoratori. Questo crea una maggiore libertà d'impresa, che naturalmente fa bene al ciclo produttivo, ma anche una serie di disguidi. Tanto per dirne uno, non è chiaro quanto a lungo sia possibile reggere uno stile di lavoro così instabile, affannoso nei periodi pieni, frustrante nei periodi morti. Sulle ansie e lo sfinimento derivanti da questo stile di vita è nata un'ampia fioritura letteraria: basta andarsela a leggere per capire che i tanto decantati lavoratori della conoscenza arriveranno agli anni della pensione (semmai ci arriveranno) molto meno rilassati dei baby boomers".
Insomma, sotto il mito si cela un incubo? "Non dico questo. Certo è che il mito andrebbe un po' sfatato. Tutti questi cowboy del ciberspazio sono molto interessanti e soddisfatti finché sono giovani, mobili, slegati da qualsiasi contesto sociale. Ma non appena cercano di uscire dalla disgregazione sociale e di riprendere possesso della loro vita concreta, stringendo dei legami con altre persone concrete, cominciano ad emergere i conflitti e si scopre che un sistema di produzione di questo tipo ammette solo una dedizione totale".
Ma se la nuova frontiera elettronica è davvero così invivibile, da dove nasce il mito? "La retorica della frontiera elettronica può essere spiegata in vari modi. Da un lato il ritorno di un'ideologia pionieristica tipica dell'immaginario americano, di cui anche la controcultura californiana degli anni Sessanta e Settanta era imbevuta. Dall'altro lato lo sforzo deliberato dell'industria elettronica di abbellire con qualche svolazzo filosofico le nuove esigenze produttive. Infine c'è da dire che il ciberspazio è davvero un luogo affascinante, pieno di nuove opportunità. Basta non farsi abbagliare, restare con i piedi per terra e prenderlo per quello che è: un mercato come un altro, con tutti i suoi pregi e difetti, i suoi vantaggi e le sue trappole".
Dominare la rete e non farsi dominare, dunque. Ma come? "Innanzitutto riconnettendo i due domini, quello della realtà e quello della rete. L'idea di poter trasformare la società basandosi solo sulla comunicazione e non sulla politica è un'illusione pericolosa. La società si regge sulle istituzioni e la rete non può farne a meno: la suggestione individualistica e anarchica portata avanti da molti protagonisti del web, convinti che basti un blog a cambiare il mondo, va sfatata. Andiamo a vedere come sono finite tutte le proteste virtuali organizzate con grandi sbandieramenti contro la guerra in Iraq: risultati zero. Bisogna uscire dall'autismo e dal narcisismo dei bloggers e riconnettere la rete alle istituzioni".
Ma come si fa a dare un ruolo pubblico alla rete? "Si tratta innanzitutto di uscire dagli spazi virtuali e costruire spazi reali di coscienza civica, in cui includere le reti virtuali come una parte di questa nuova realtà. Se continueremo a rinchiuderci negli spazi angusti della cibercultura, rischiamo di uscire definitivamente dal mondo della politica. E questo significa diventare irrilevanti".
8 gennaio 2007
Aem e Asm fidanzate con poca Letizia
Si ode a Milano uno squillo di tromba, a Brescia risponde uno squillo e la battaglia è servita, con Giuliano Zuccoli nei panni di Filippo Maria Visconti e Renzo Capra del conte di Carmagnola. I preparativi alle nozze Aem-Asm, che sembravano procedere spediti, si stanno incagliando sui nodi del concambio e della governance. Già a partire dalla presentazione del piano industriale della superutility da 9 miliardi di euro - definito dai bresciani «condizione necessaria ma certamente non sufficiente per la conclusione dell' eventuale progetto d' integrazione» - si era capito che la trattativa si stava sfilacciando. Riserve Le riserve di Asm, considerata un' azienda modello nel panorama delle utility italiane, sono soprattutto di tipo gestionale. Pionieri nella termovalorizzazione e nel teleriscaldamento, i bresciani hanno appena conquistato a New York il titolo di «migliore sistema del mondo» nel loro settore, trattando 760 mila tonnellate di rifiuti l' anno e producendo energia per il fabbisogno di 170 mila famiglie, oltre al riscaldamento per 130 mila abitazioni. «Andando a nozze con l' Aem, Asm corre un rischio gravissimo di mettere a repentaglio queste eccellenze», commenta Giulio Sapelli, ex presidente di Meta Modena, rifacendosi alla recente esperienza di fusione con Hera: «Ci vogliono grandi sinergie industriali e compatibilità gestionali per giustificare una fusione del genere, ma soprattutto maggiore chiarezza negli incastri societari». Sapelli si riferisce al problema delle relazioni fra Aem e Edf, che oggi condividono il controllo di Edison, seconda compagnia elettrica italiana. Edison è in mano al 70% di una holding paritetica tra Edf e Delmi, società di cui a sua volta Aem ha il 51% (il resto è spartito fra l' emiliana Enia, l' altoatesina Sel e soci finanziari), ma i francesi hanno anche una partecipazione diretta in Edison del 17%. Per ora la gestione è paritetica, ma in realtà Edf consolida il 50% di Edison e Aem ha, di fatto, poco più del 15. «Per unirsi con Asm - precisa Sapelli - Aem dovrebbe prima liberarsi dalla subalternità a Edf». Tra due anni «È vero che sull' operazione Aem-Asm incombe il nodo della governance di Edison - ribatte Andrea Gilardoni, docente Bocconi ed esperto di gestione delle utility - ma si tratta di un nodo destinato a sciogliersi nel giro di due anni, quando scadranno i patti parasociali alla base dell' alleanza tra Edf e Aem. Proprio per questo le nozze fra Aem e Asm vanno celebrate prima: per gli italiani sarà tanto di guadagnato presentarsi a quella scadenza con le spalle più larghe». Secondo Gilardoni, anzi, l' operazione Aem-Asm è ancora troppo timida: «Queste nozze dovrebbero essere solo il primo passo per arrivare a un' alleanza ancora più vasta, che potrebbe includere anche Hera». Per competere su un mercato dell' energia diventato ormai globalizzato, in pratica, bisogna puntare a costruire una Rwe italiana: «Solo con un peso specifico di quelle dimensioni si raggiungerebbe la massa critica adatta per tener testa alle altre utility europee». E chi mette i bastoni fra le ruote anche a questo primo passo, sostiene Gilardoni, «si assume una gravissima responsabilità nei confronti dei consumatori e del Paese». Più che i bastoni, nelle ultime settimane sono i coltelli che volano. A parte le perplessità dei bresciani, le maggiori difficoltà stanno sorgendo proprio a Milano, sul fronte interno. In casa Aem si respira aria costruttiva e si ribadisce l' intenzione di andare fino in fondo. Ma le discrepanze fra l' approccio del sindaco Letizia Moratti e di Giuliano Zuccoli, presidente e ad di Aem (oltre che presidente di Edison), sono sempre più marcate. Una frattura che pone un problema di governance non indifferente. Su questo tema, la Moratti ha spiegato che l' obiettivo è solo «di essere garanti verso i cittadini per dare loro servizi migliori a prezzi più competitivi». Ma la definizione del peso delle due amministrazioni comunali nella nuova superutility non è un nodo facile da sciogliere, perché la quota di Aem controllata da Milano (43,2%) è ben inferiore a quella di Brescia in Asm (69,2%). Anche se Asm vale complessivamente meno di Aem, l' obiettivo di un concambio alla pari resta lontano da raggiungere: nelle condizioni attuali, Brescia verrebbe a detenere nel nuovo gruppo una quota del 28%, mentre Milano avrebbe il 25%. E a Milano c' è già chi teme questo squilibrio in termini di controllo: «Non finiremo mica per farci governare dai bresciani?» Difficile rispondere a queste pretese campanilistiche con un neutro: governerà chi è più bravo e offre maggior valore aggiunto agli utenti. Incorporazione Il problema si potrebbe evitare con l' incorporazione in Aem del ciclo idrico (MM) e dei rifiuti (Amsa), in modo tale da creare massa e da rendere i modelli di business delle due società più compatibili. Ma anche questa operazione incontra notevoli difficoltà: il ciclo idrico è stato già escluso dal perimetro della fusione, mentre l' Amsa dovrebbe essere incorporata nelle prossime settimane. Basterà? Sul fronte della governance la scelta sembra indirizzata verso il sistema dualistico alla tedesca, con la presidenza del consiglio di sorveglianza a Renzo Capra e la presidenza del consiglio di gestione e il ruolo di ad a Giuliano Zuccoli. Ma sulle cariche operative girano già anche altri nomi, come quello dell' ad di Fastweb Stefano Parisi, ex direttore generale di Confindustria. E non c' è dubbio che proprio su questo punto potrebbe incagliarsi tutto il meccanismo. A meno che i due sindaci, Letizia Moratti e Paolo Corsini, non riescano a prendere per le corna il toro che sta già scappando.
7 gennaio 2007
Counterculture to cyberculture
Le pagine sono ingiallite, piene di indirizzi e numeri di telefono ormai inutili, infarcite di prodotti caduti in disuso, pervase da un afflato ideale dal sapore antico. Ma il "Whole Earth Catalog" - particolarmente nella sua ultima versione del '71 ("The Last Whole Earth Catalog"), che ha venduto un milione di copie e vinto il National Book Award - potrebbe essere la via più diretta per capire il Web 2.0. Che c'entrano le giacche di renna stile cowboy, i libretti d'istruzioni per allevare api o coltivare marijuana, con le ultime sfide tecnologiche del ventunesimo secolo? Che legame può esistere fra Internet, nata dai laboratori del ministero americano della Difesa, e l'idealismo romantico degli anni Sessanta, profondamente contrario alla modernità e alle sue macchine? Il ponte che unisce l'enciclopedia della controcultura hippy e la moderna rivoluzione cibernetica si chiama Stewart Brand. E' su questa figura chiave del pensiero anarchico e comunitario americano che s'incentra il bellissimo "From Counterculture to Cyberculture" (Chicago University Press) di Fred Turner, direttore del dipartimento di Comunicazione alla Stanford University ed ex giornalista del Boston Globe.
Brand e compagni, che negli anni Sessanta avevano sintetizzato lo spirito dei tempi con il loro "Whole Earth Catalog", hanno continuato a tessere la loro rete fra le comuni delle colline a Nord di San Francisco e Silicon Valley fino a ripetere il miracolo nei primi anni Ottanta, con la nascita del Whole Earth 'Lectronic Link (Well), mitico precursore di Internet. Il network elettronico consentiva ai suoi membri di discutere attraverso una forma di messaggistica istantanea tutti gli argomenti che stavano loro più a cuore, dagli sviluppi della tecnologia all'ultimo disco dei Grateful Dead. Facciamo un altro salto di vent'anni ed è facile capire che cosa ne è stato di Well: oggi è il Web 2.0. In questo vasto arco di tempo la figura di Stewart Brand emerge puntualmente al centro degli incroci più interessanti fra utopia e bit, fornendo un contributo decisivo alla visione della tecnologia come uno strumento potenzialmente controculturale. Man mano che i computer diventano più piccoli e flessibili, più diffusi e interconnessi, dal network raccolto attorno al Whole Earth Catalog si sviluppa prima il Whole Earth 'Lectronic Link, poi il Global Business Network, paladino della New Economy, infine la rivista "Wired", Bibbia della comunità open source. E Brand è sempre lì a tirare le fila sulle barricate anti-gerarchiche, impegnato a trasferire gli ideali comunitari dall'utopia sessantottarda alla realtà della comunità peer-to-peer.
Non è l'unico, naturalmente. Il matematico Norbert Wiener, il designer Buckminster Fuller, il filosofo Marshall McLuhan gettano le basi teoriche del movimento. E attorno a Brand gravitano altre figure importanti, come il primo direttore di "Wired" Kevin Kelly, lo scrittore Howard Rheingold, la giornalista Esther Dyson. Theodore Roszak, guru della controcultura e dell'ambientalismo americano, diventa un acceso sotenitore della causa degli hacker come simboli del dissenso e dell'antiautoritarismo moderno. Timothy Leary, paladino delle droghe psichedeliche negli anni Sessanta, oggi definisce il pc "l'Lsd degli anni Novanta". John Perry Barlow, paroliere dei Grateful Dead, ha chiamato la comunità virtuale "l'ultimo grido delle comuni di frontiera". Lo stesso Steve Jobs ha creato e promosso Apple presso i suoi fan con l'immagine di un'impresa controculturale. E il motto di Google, "Don't be evil", è un chiaro riferimento agli ideali dei figli dei fiori. Ma il ruolo di Brand è senza dubbio il più centrale, sempre in testa rispetto agli altri per l'intero percorso. E oggi il suo messaggio è sulla bocca di tutti, dalle aule del Congresso ai piani alti delle multinazionali, dagli alberghi di Davos ai testi sacri del management.
Lo stesso Turner non è l'unico ad aver esplorato le connessioni fra controcultura e cybercultura. Già un decennio fa il sociologo Mark Dery aveva suggerito nel suo libro "Escape Velocity" che la rivoluzione dei pc poteva essere chiamata anche "Counterculture 2.0". Un'altra versione della stessa storia è stata scritta da John Markoff - giornalista del New York Times famoso per una serie di articoli sulla caccia e la cattura del famoso hacker Kevin Mitnik - in "What the Dormouse Said: How the 60th Counterculture Shaped the Personal Computer" (Viking). E perfino in Italia Enrico Beltramini si è cimentato nell'arte dei paralleli con "Hippie.com" (Vita e Pensiero). Ma l'opera di Turner riesce ad esaurire l'argomento per il rigore straordinario delle argomentazioni e la dovizia di riferimenti e di particolari.
Resta da chiedersi, al di là delle origini teoriche, quali sono le conseguenze pratiche di quest'associazione per noi oggi. La prima ricaduta pratica è la velocità. Alla luce di queste motivazioni, risulta molto più comprensibile il ritmo frenetico dell'innovazione nel mondo peer-to-peer. E' chiaro che diventa più facile innovare se alla base c'è una passione utopistica, non solo un generico desiderio di successo. Guidati da un ideale collaborativo, diventa più facile mettere in rete gratuitamente il proprio software. E se alla fine qualcun altro riesce ad arrivare più lontano utilizzando le nostre risorse non ci si sente defraudati. Con alle spalle un network di questo tipo, si fa meno fatica anche superare la perdita delle vecchie sicurezze: l'uomo nuovo uscito dal terremoto della New Economy non si aspetta più una vita tranquilla, da dipendente della stessa corporation dalla culla alla tomba, ma una storia professionale frammentata e flessibile, sempre in movimento, dentro e fuori da progetti e team temporanei, in un processo di constante auto-educazione. Cambiando l'ambiente imprenditoriale, cambia di conseguenza anche il ruolo del governo, cui viene affidato sempre più il ruolo di regolatore in questa ondata di liberalizzazioni. Trasformazioni che conosciamo già, ma lette attraverso la storia di Stewart Brand prendono un sapore diverso, un vago aroma di cannabis...
18 dicembre 2006
La battaglia delle tariffe elettriche
Un centinaio di grossisti contro 160 distributori, tra cui una decina di grandi, per contendersi quasi 35 milioni di clienti. Sono queste le forze in campo, comprese le svariate posizioni che si sovrappongono da una parte e dall' altra, per la madre di tutte le battaglie sul mercato elettrico italiano. Data d' inizio del match, luglio 2007, quando scatterà la liberalizzazione completa di tutte le utenze, anche quelle domestiche. Ma le grandi manovre sono già cominciate da tempo, con l' assalto dei lobbisti di entrambe le parti alle stanze del potere. E lo scontro è destinato a durare anni. «Come in tutte le grandi gare podistiche, prenderemo velocità solo nel 2008», prevede Francesco Starace, responsabile Enel del mercato. Dal punto di vista puramente quantitativo, in realtà il grosso del mercato è già liberalizzato: al contrario del mercato del gas, sull' energia elettrica l' Italia ha scelto la strada di una vera apertura alla concorrenza. Dal ' 99, quando il decreto Bersani ha segnato l' inizio di questo processo, il 60% dei clienti industriali ha cambiato fornitore. Meglio di noi hanno fatto soltanto il Regno Unito e la Scandinavia. Di conseguenza, su un consumo complessivo di 185 terawattora l' anno, 135 sono già «liberi». «In questo mercato - spiega Starace - la quota dell' Enel si è ridotta a meno del 15%». Da luglio potranno cambiare fornitore anche le famiglie, che rappresentano un parco consumi di 60 terawattora l' anno. I restanti 90 terawattora fanno capo al cosiddetto «popolo delle partite Iva», che è già libero di cambiare fornitore da quasi due anni, ma finora l' ha fatto solo in misura irrisoria. Dal punto di vista numerico, invece, il parco clienti che si apre il prossimo luglio è immenso: sui 35 milioni di utenti elettrici italiani, finora solo 500mila hanno scelto il mercato libero. Gli altri, di cui 7 milioni già «eleggibili», sono ancora legati al loro fornitore originario. Su questo mercato, l' Enel mantiene una quota dell' 80%. Il resto è suddiviso fra le varie municipalizzate, in primis Acea di Roma, Aem Milano, Aem Torino, Hera di Bologna... Dall' altra parte della barricata, i contendenti si chiamano Eni, Edison, Sorgenia del gruppo Cir, le varie estere Rezia, Egl, Eon e una vasta costellazione di trader che comprano e vendono alla Borsa elettrica cercando così il loro profitto: ne sono registrati un centinaio. Tutti questi soggetti potrebbero tentare di fare concorrenza agli incumbent, ma è dubbio quanto gli convenga scendere in campo, nella situazione attuale. «Stiamo cercando di favorire la libera competizione e offrire agli utenti una reale possibilità di cambiare fornitore, ma sarebbe tutto più facile se arrivassimo all' appuntamento con una struttura di mercato più efficiente», spiega il presidente dell' Authority Sandro Ortis. Per avvicinarsi a quest' obbiettivo, le riunioni si susseguono furiosamente. «Dobbiamo istituire entro luglio un servizio di salvaguardia e un fornitore di ultima istanza, per scongiurare interruzioni delle forniture causate da eventi contingenti, come fallimenti di società o simili. Dobbiamo cambiare il sistema di tariffe agevolate, individuando una fascia sociale davvero più bisognosa, da sostenere con prezzi più bassi. Dobbiamo considerare l' ipotesi di un servizio di maggior tutela per i clienti più vulnerabili, quelli domestici, che potrebbe essere affidato all' Acquirente Unico», elenca Ortis. Poi c' è la struttura delle tariffe, che oggi concede all' attività commerciale un margine talmente risicato da diventare insostenibile. E infine l' accessibilità dei dati: chi conosce il profilo di carico e le abitudini di consumo dei clienti, ha una marcia in più decisiva. «Ma abbiamo bisogno del perimetro normativo», insiste Ortis. «Dal 1° luglio - concorda il presidente dell' Acquirente Unico, Nando Pasquali - non si potrà più parlare di cliente vincolato. Ma la domanda è: come accompagnare questa moltitudine verso il mercato libero?» La risposta sta nel governo e nel Parlamento, che ancora non si sono pronunciati, mettendo in difficoltà i nuovi entranti alla ricerca di una strategia commerciale. Non per mancanza di attenzione a questo tema, ma semmai il contrario: «Ognuno tira dalla sua parte», dicono gli insider. E gli interessi in gioco sono giganteschi. Il nodo principale, su cui infuria la battaglia dei lobbisti, sta nella struttura delle tariffe: anche se la liberalizzazione dovrebbe eliminare la tariffa regolata, è chiaro che nel mercato elettrico finirà come in quello del gas. «Stabiliremo un meccanismo di price cap: più su di così non si può andare», precisa Ortis. E da lì in giù, vinca il migliore: chi riesce ad essere più efficiente e offre i prezzi più bassi, rastrella il maggior numero di clienti. Il problema è che l' attuale struttura tariffaria premia il produttore e il distributore, ma penalizza il venditore. «Facendo un calcolo a spanne - fa notare Massimo Orlandi, capo di Sorgenia - su 45 euro all' anno per cliente, 25 vanno a remunerare il servizio di misura, 17 quello di trasporto e meno di 3 il commerciale: quindi i primi 42 euro resterebbero nelle tasche dell' incumbent e nelle mie tasche ne arriverebbero meno di 3. Ma con 3 euro per cliente non ci pago nemmeno i francobolli per le bollette...» In pratica, l' attività di vendita non è quasi remunerata e pochi nuovi entranti saranno pronti a sviluppare un servizio commerciale capace di reggere l' impatto del mass market, visti i margini risicatissimi. «L' utente domestico non è un cliente facile: pretende, protesta, telefona», commenta Starace, che lo conosce bene. Chi se lo prenderà?
11 dicembre 2006
Bruciamo più gas, ne arriva sempre meno
Tranquilli. Inverno mite, ovvero emergenza gas scongiurata. Sembra logico, ma spesso l' apparenza inganna. Come in questo caso. È vero che gli stoccaggi sono attrezzati meglio dell' anno scorso, grazie all' intervento del ministro Pier Luigi Bersani, ma è anche vero che i tubi sono sempre quelli e l' export russo continua a calare, mentre la sete di metano degli italiani cresce. Il calo di forniture sul confine orientale, da una media del -4,2 per cento sui primi dieci mesi dell' anno, è schizzato a un -19,9 per cento in ottobre. L' inverno russo è cominciato. Le ultime stime ministeriali, d' altra parte, prevedono un incremento complessivo della domanda di circa 3 miliardi di metri cubi di gas per quest' inverno, che diventeranno 4 miliardi nel 2007-2008. È una sete che non c' entra nulla con le temperature, calde o fredde che siano, ma con la produzione elettrica, che in Italia si sta spostando massicciamente dall' olio combustibile al metano, senza calmieri. «Rispetto all' anno scorso, quest' anno abbiamo ben tre centrali termoelettriche in più, per 2.500 megawatt complessivi, che bevono ognuna 4-5 milioni di metri cubi di gas al giorno», spiega Davide Tabarelli di Nomisma Energia. Da una parte queste nuove centrali risolvono il problema della carenza nella generazione italiana, ma dall' altra incrementano i consumi di gas. Tanto è vero che nell' aumento del fabbisogno previsto per quest' inverno, la quota destinata a usi civili è quasi irrilevante: solo 300 milioni di metri cubi, contro i 2,6 miliardi legati all' entrata in funzione dei nuovi impianti di generazione elettrica. Non a caso il ministro Bersani continua a ripetere che «bisogna cominciare a mettere un tetto all' utilizzo del gas per l' energia elettrica». Messo così, è un invito difficile da tradurre in pratica, considerando che siamo in regime di libero mercato. «La corsa al gas italiana - conferma Riccardo Monti del Boston Consulting Group - ci porterà quest' anno, secondo i nostri calcoli, a una carenza di un miliardo abbondante di metri cubi di gas entro la fine dell' inverno». Ma il problema non è solo italiano. «La corsa al gas sta portando a un raddoppio della domanda in tutta Europa - precisa Monti - mentre la produzione interna è in drastico calo: nel giro di una decina d' anni l' import di gas dovrà essere triplicato per coprire il nostro fabbisogno, ma non sembra che la Russia sia in grado di star dietro a questo ritmo di crescita, perché anche la loro domanda interna sta aumentando». Il ministro dell' Economia della Federazione russa, German Gref, nei giorni scorsi, ha lanciato per primo l' allarme sul deficit incombente: «Il mercato interno avrà bisogno da solo di 26-27 miliardi di metri cubi di gas in più, mentre le nostre proiezioni indicano una crescita di 21 miliardi di metri cubi supplementari». Gref ha detto apertamente di non avere idea di dove si possano trovare le risorse necessarie per colmare il deficit, che ha origine nella scarsa attenzione prestata in questi anni da Gazprom all' estrazione di gas e al potenziamento dei metanodotti. «Si sono talmente concentrati sul vendere, vendere, vendere, che si sono dimenticati di produrre», commenta Tabarelli. Gazprom non ha nessun interesse a mettere la crisi nero su bianco, ma basta osservare i numeri per notare le coincidenze: nei primi dieci mesi del 2006 l' export di gas dalla Russia è calato del 4,3 per cento rispetto all' anno scorso, fino a un crollo del 10,7 per cento in ottobre, corrispondente al crollo dell' import ai nostri confini orientali. Eppure, sottolinea il resoconto del ministero dello Sviluppo Economico, la tendenza al rialzo dei prezzi del gas russo sui mercati internazionali (+51,3 per cento in media mensile) avrebbe dovuto favorire le esportazioni. Questo conferma che il deficit è strutturale, non congiunturale. La falla per ora non si nota, ma non bisogna farsi ingannare dal clima mite: «Siamo sul filo del rasoio», ripete Bersani. E non si vedono soluzioni reali all' orizzonte: di nuovi gasdotti si parla da anni - dall' Igi per importare il gas turco passando per la Grecia, al Galsi per importare altro gas algerino attraverso la Sardegna - ma i tempi sono lunghi, così come anche per i terminali di rigassificazione. Gli interventi per affrontare l' emergenza possono essere solo difensivi: l' utilizzo degli stoccaggi strategici e le misure per la riduzione della domanda, comprese le interruzioni ad alcuni utenti industriali, sono già programmati. Gli stoccaggi di modulazione sono stati incrementati di 600 milioni di metri cubi rispetto all' anno scorso. Nuove concessioni sono in esame nei vecchi giacimenti esauriti, da Alfonsine a Conegliano, ma nessun aumento significativo di capacità di stoccaggio è previsto fino al 2011. A tutto vantaggio di Gas Plus, la società di Fidenza appena andata in Borsa col botto, che si profila come la nuova regina degli stoccaggi. Già prenotati da Gazprom con un accordo blindato per distribuire il suo gas direttamente ai clienti finali italiani. Quale gas, non si sa.
13 novembre 2006
Il triangolo della morte di Acerra
Lo chiamano «il triangolo della morte». Nel territorio compreso fra Nola, Acerra e Marigliano, l' indice di mortalità per tumore al fegato ogni 100 mila abitanti sfiora il 36 per cento, contro una media nazionale del 14. Migliaia di persone sono esposte a sostanze altamente tossiche da decenni. La criminalità organizzata ha fatto dello smaltimento illegale dei rifiuti un vero business, attraverso il controllo di 5 mila discariche illegali, dove le immondizie vengono regolarmente bruciate a cielo aperto. Tutto è contaminato: gli agenti inquinanti, come la diossina, sono ben al di sopra dei livelli consentiti nell' aria, nell' acqua e nei prodotti della terra. Ma Acerra scende in piazza e si ribella a un solo mostro: il termovalorizzatore. Per dare agli operai accesso al sito dove dev' essere costruito, ci sono voluti quattro anni di battaglie e la mobilitazione di migliaia di poliziotti. E intanto la camorra fa i suoi affari. Valanga di voti Il senatore di Rifondazione comunista Tommaso Sodano, professione agronomo, è stato eletto nel collegio di Pomigliano-Acerra con una valanga di voti dopo essere salito sulle barricate insieme al sindaco Espedito Marletta (anche lui di Rifondazione) per bloccare l' impianto deciso nel ' 97 dal commissario Antonio Rastrelli come primo tentativo di risolvere l' emergenza rifiuti campana. Ora presiede la Commissione ambiente del Senato. Il presidente dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio, salernitano, definisce la costruzione dell' impianto «un accanimento inspiegabile». Ora è ministro dell' Ambiente. Ma i rifiuti non si dissolvono nell' aria, non possono mai essere riciclati completamente. Anche nei sistemi più avanzati, almeno la metà va smaltita in qualche altro modo: bisogna scegliere fra il termovalorizzatore e la discarica. I partner europei hanno scelto i termovalorizzatori, al momento attuale in Europa occidentale se ne stanno costruendo una cinquantina e le discariche ormai non ci sono più. In Danimarca vengono inceneriti ogni anno 600 chili di rifiuti per abitante, in Svizzera 400, in Olanda e Svezia 350, in Francia più di 200 (vedi tabella in basso, ndr). In Italia siamo a quota 60. Fisia Babcock, la società di Impregilo che ha vinto nel ' 99 la gara d' appalto per i due termovalorizzatori campani, quello di Acerra e quello di Santa Maria La Fossa (Caserta), ne ha in costruzione 12, sparsi fra Germania, Svezia, Finlandia, Danimarca, Olanda e Francia. L' ultimo, a Riihimäki nel sud della Finlandia, è entrato in produzione in 28 mesi. In Campania, se d' ora in poi il cantiere non subirà altri attacchi come quello recente dei disoccupati organizzati, l' impianto di Acerra sarà operativo il prossimo autunno, a otto anni dal conferimento dell' incarico. Quello di Santa Maria La Fossa non è nemmeno cominciato e attende la firma del ministro Pecoraro Scanio sulla valutazione d' impatto ambientale. «Ci avevano scritto in luglio che l' avremmo avuta nel giro di una settimana - riferiscono alla Protezione Civile - la stiamo ancora aspettando». L' impianto L' impianto di Acerra, anche quando sarà a regime, non risolverà il problema della Campania: delle 8 mila tonnellate di rifiuti prodotti ogni giorno dai suoi abitanti, ne può incenerire solo 2 mila, che bruciando produrranno due milioni e mezzo di kilowattora, quanto basta per alimentare una cittadina di medie dimensioni. Il resto, finché non si avvia una raccolta differenziata com' era scritto nel piano e non è mai stato fatto, continuerà ad andare in discarica. Ma in provincia di Napoli le montagne di monnezza si accatastano per le strade e non si riesce più a trovare nemmeno le discariche, legali o illegali. «Quando hai l' urgenza di decongestionare - sussurrano alla Protezione Civile - ricorri a chiunque ti offra una soluzione». Ma la soluzione non c' è. «Siamo costretti ad incontrarci clandestinamente nelle prefetture - confidano - perché i sindaci hanno paura di essere linciati se offrono un terreno». Tant' è vero che Guido Bertolaso, l' uomo forte della Protezione Civile nominato un mese fa nuovo commissario dopo tre governatori e cinque prefetti, già minaccia le dimissioni. Mancano i fondi per gestire l' emergenza, figurarsi per superarla: lo sbilancio mensile dell' attività del commissario oscilla fra i 5 e i 10 milioni di euro. «Se non paghiamo i debiti pregressi - spiegano alla protezione Civile - tutte le porte si chiudono: non riusciamo nemmeno più a esportare i rifiuti all' estero per problemi di costi e anche spedirli nelle altre regioni sta diventando problematico». Dopo la richiesta d' aiuto lanciata da Bertolaso il 14 ottobre solo due regioni, il Piemonte e l' Emilia-Romagna, hanno dato la loro disponibilità.
6 novembre 2006
La concorrenza vola con il vento
Gli investimenti globali nell' energia pulita, tratta da fonti rinnovabili come il sole o il vento, sono più che raddoppiati negli ultimi due anni, arrivando a superare i 63 miliardi di dollari. E sono destinati a crescere almeno di un altro trenta per cento l' anno prossimo. Il settore è in pieno boom: beneficia da un lato dei progressi tecnologici che migliorano l' efficienza delle nuove fonti, dall' altro del caro-greggio, che abbatte il gap con i costi di generazione da fonti tradizionali. Ma il differenziale non è del tutto colmato e l' energia pulita ha ancora bisogno di essere incentivata per crescere. «In Italia, ad esempio, per raggiungere l' obiettivo comunitario, fissato al 22% della nostra produzione complessiva di energia al 2010, dovremo spendere circa due miliardi di euro all' anno in sussidi alla costruzione di impianti solari, eolici e via dicendo», spiega Andrea Bollino, presidente del Gestore dei servizi elettrici (Gse), che occupa un ruolo centrale nella promozione delle fonti rinnovabili, con il mercato dei certificati verdi e l' incentivazione del fotovoltaico. Ma gli italiani - si è chiesto Bollino - sarebbero disposti a pagare direttamente una parte di questi sussidi, a condizione di finanziare in questo modo la crescita di un settore capace di ridurre la nostra dipendenza dagli idrocarburi? E in che misura? La risposta - presentata da Bollino alla conferenza mondiale dell' International Association for Energy Economics di Ann Harbor, dov' è stato eletto presidente per l' anno prossimo - è abbastanza stupefacente: gli italiani sarebbero disposti a sobbarcarsi direttamente circa un terzo del costo complessivo dei sussidi. In base a un sondaggio condotto dall' Eurisko per la prima volta in Italia, si è scoperto infatti che gli utenti elettrici sarebbero pronti a pagare in media 5 euro in più a bolletta per finanziare l' energia verde, quindi 30 euro all' anno. «Moltiplicato per 21 milioni di utenze familiari, si arriva a 660 milioni, cioè quasi un terzo dei 2 miliardi che servono per arrivare in tempo al nostro target», conclude Bollino. Un supporto straordinariamente deciso, tenuto conto del fatto che la fattura energetica in Italia è già ben più alta che all' estero. «Questo significa - commenta Bollino - che le fonti rinnovabili hanno un sostegno dal mercato ben più alto di quanto si creda, basterebbe farle conoscere meglio: si è visto anche dalla valanga di richieste che ci sono arrivate per gli incentivi al fotovoltaico». Purtroppo andate in gran parte a vuoto, data l' inadeguatezza del sistema. La crescita delle energie alternative, del resto, darà anche una spinta alla libera concorrenza. E quindi, alla lunga, i rincari verrebbero compensati. Bollino paragona la nascita di un sistema di generazione nuovo, parallelo a quello tradizionale, allo sviluppo della telefonia mobile. «Così come lo sviluppo degli operatori mobili ha dato una spinta alla deregulation nelle tlc - prevede Bollino - per il mercato dell' energia il nuovo fronte sono le rinnovabili, che introducono nuovi player in un sistema ingessato come quello attuale, ancorato alle vecchie fonti, dove prevalgono inevitabilmente gli ex monopolisti». Non a caso le nuove imprese, capaci di trasformare il sole e il vento in energia, sono oggetto di un' euforia borsistica ormai da molti paragonata alla bolla Internet. Il New Energy Fund di Merrill Lynch, considerato uno degli indici più rappresentativi del mercato, è cresciuto del 202 per cento in tre anni. Grazie al boom degli investimenti, l' innovazione rende le tecniche di utilizzo delle fonti rinnovabili sempre più remunerative. E gli analisti calcolano che in zone molto ventose, come la Sardegna, un parco eolico installato sulla terraferma sia già in grado di reggersi sulle proprie gambe. Da qui a rinunciare completamente ai sussidi, ce ne corre. Ma è il primo passo verso una svolta.
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