18 gennaio 2012
La bolletta è sempre più verde? Ma i dati non sono realistici
FONTI - "Per giudicare quant'è verde un produttore, l'unico parametro serio è analizzare con quali fonti alimenta le sue centrali, che siano gas, petrolio, carbone, acqua, vento o sole", commenta Davide Tabarelli, di NomismaEnergia, che ha stilato la graduatoria. Non sempre, però, il merito di produrre energia pulita risulta evidente. A partire dalla prossima bolletta, grazie a una delibera dell'Authority, il consumatore che compera energia verde dovrà ricevere l'indicazione del mix di fonti energetiche utilizzato per la sua fornitura, oltre all'informazione sul mix tecnologico complessivo dell'energia venduta, già obbligatoria nei confronti di tutti i clienti. Il nuovo provvedimento fa parte di un insieme di regole a favore della trasparenza, promulgate dall'Autorità presieduta da Guido Bortoni per garantire che l'energia elettrica acquistata come "verde" sia effettivamente prodotta con fonti rinnovabili e non venga commercializzata più volte. Ma questo dato, che i consumatori potranno leggere in bolletta, è facilmente manipolabile perché non rispecchia la produzione effettiva delle singole aziende, che possono gonfiarlo comprando quote di energia verde sul mercato.
QUOTE - "La certificazione dell'energia immessa in rete come rinnovabile è un dato teorico, perché gli elettroni sono tutti uguali, non cambiano colore a seconda della fonte di origine", spiega Gerardo Montanino, direttore operativo del Gestore Servizi Energetici. Il Gse è l'unico ente di certificazione delle garanzie d'origine dell'energia venduta ai consumatori e in questa veste garantisce che "la composizione del mix medio nazionale utilizzato per la produzione dell'energia elettrica immessa nel sistema italiano nel 2010" comprenda un 35,2% di fonti rinnovabili. Da cosa dipende la discrepanza fra le due quote, quella del 22,8% pubblicata dallo stesso Gse nel Bilancio elettrico italiano e quella indicata nel Mix medio nazionale? Soprattutto dalle importazioni di energia dall'estero. Importazioni che, pur provenendo prevalentemente da Paesi dove la fonte dominante è il nucleare (75% in Francia e 40% in Svizzera), sono misteriosamente certificate dai rispettivi operatori di rete all'80% da fonti rinnovabili. Il che aggiunge di colpo alla produzione nazionale di energia verde, arrivata nel 2010 a 76 terawattora, altri 35 terawattora importati: quasi il 50% in più.
DISTORSIONE - "La qualifica di quell'energia come rinnovabile è discutibile e rappresenta una grave distorsione del mercato", commenta Tabarelli. In più, le aziende elettriche possono arricchire le loro credenziali verdi acquistando quote di produzione dagli operatori specializzati in eolico o fotovoltaico. Così il mix di energia venduta sul mercato libero dall'Enel, ad esempio, si fregia di un 72,5% proveniente da fonti rinnovabili, quando la produzione verde effettiva del gruppo in Italia si aggira sul 38%, composto da un 30,2% di idroelettrico e un 7,6% di altre rinnovabili. Percentuale comunque molto alta rispetto alla media italiana e agli altri produttori, ma ben lontana da quel 72% certificato in bolletta. "Le quote che acquistiamo dagli altri produttori non sono altro che una testimonianza in più della nostra politica di attenzione alle fonti verdi", spiega Gianfilippo Mancini, capo dell'energy management del gruppo. Non è solo greenwashing? "No, perché in questo modo contribuiamo alla crescita delle fonti pulite nel sistema elettrico italiano", fa notare Mancini.
VIRTUOSI - Ma gli esperti da quest'orecchio non ci sentono. "Nella graduatoria delle società più virtuose, non prendiamo neanche in considerazione gli scambi di tipo commerciale certificati dal Gse", precisa Tabarelli. Resta da chiedersi che senso ha imporre l'obbligo di pubblicare in bolletta il mix energetico del fornitore, se poi le informazioni presentate rischiano di essere fuorvianti per il consumatore medio, che non ha certo l'occhio per distinguere i dati della produzione industriale da quelli commerciali. "A quel punto, sarebbe quasi meglio non dire nulla", commenta Alessandro Marangoni di Althesys, casa madre dell'indice Irex, sull'andamento in Borsa delle imprese quotate specializzate in fonti rinnovabili. L'intento dell'Authority non era certamente quello di confondere le idee ai clienti, ma semmai di chiarirle.
8 maggio 2011
Piccole biomasse crescono
Ci sono biomasse e biomasse. Dal cippato ricavato dai resti legnosi del taglio del bosco alle canne dei fossi distillate per produrre carburanti futuristici, dai rifiuti solidi urbani al biogas. In questo comparto una forma di energia antichissima, ricavata dalla combustione del legno, incontra la ricerca più avanzata nelle procedure più diverse di sfruttamento, dalla conversione termica a quella chimica o biochimica. Si tratta quindi di un mondo molto variegato, in cui spesso la sostenibilità cozza con gravissimi problemi d'inquinamento. La combustione del legno, senza filtri, è considerata una delle principali cause di morte da inquinamento in Africa, tanto che ad esempio la Regione Lombardia vieta da anni tassativamente l'utilizzo di stufe e caminetti nei Comuni al di sotto dei 300 metri di altitudine. La produzione dell'olio di palma, invece, è responsabile di vaste deforestazioni nelle aree tropicali. E i biocarburanti tratti da coltivazioni in concorrenza con la produzione alimentare non sono considerati sostenibili in prospettiva. Ma se gestite nella maniera corretta, le biomasse possono avere un ruolo determinante nel mix energetico: la loro modulabilità si integra benissimo con la discontinuità di solare ed eolico, permettendo così di abbandonare progressivamente le fonti fossili.
Particolarmente emblematico è il caso della Mossi & Ghisolfi, il campione italiano dei biocarburanti di seconda generazione, che ha appena inaugurato in Piemonte il primo impianto mondiale per la produzione industriale su grande scala di bioetanolo dalla canna dei fossi, quindi non in competizione con le colture alimentari. La struttura, che sarà capace di produrre 40mila tonnellate all'anno di bioetanolo, deriva da una lunga ricerca condotta dalla famiglia Ghisolfi per arrivare a utilizzare un materiale povero e pienamente sostenibile, come la canna Arundo donax, per produrre biocarburanti.
In Italia, nell'arco temporale compreso tra il 1999 e il 2009, il parco impianti a biomasse è cresciuto in maniera considerevole: il tasso medio annuo di crescita è stato pari al 10,4% per la numerosità e al 14,8% per la potenza installata, secondo l'ultimo rapporto del Gestore dei Servizi Energetici. Questa crescita è stata caratterizzata da una dimensione media, in termini di potenza, sempre più consistente: gli impianti nel 1999 avevano potenza installata media pari a 3,2 megawatt, cresciuta fino a 4,8 megawatt nel 2009. La produzione totale negli ultimi 10 anni è aumentata del 410% con un tasso di crescita medio annuo del 17,7%, ma nell'ultimo anno il balzo è stato di oltre il 27%. La spinta si evidenzia in particolar modo per le biomasse solide, grazie all'avvento dei meccanismi di incentivazione. Compresi i rifiuti urbani, le biomasse solide pesano per il 62% del totale della potenza installata e nel 2009 hanno prodotto oltre 4.400 gigawattora. Biogas e biocombustibili liquidi hanno invece prodotto rispettivamente circa 1.700 e 1.400 gigawattora.
10 novembre 2010
EcoRegion, il software per misurare le emissioni comunali
Uno strumento innovativo per riuscire a quantificare e spiegare le emissioni di CO2, primo passo per limitarle in ambito urbanistico, di politica dei trasporti e non solo: è il software ECORegion, adottato in questi mesi da un numero crescente di amministrazioni per preparare i propri bilanci delle emissioni di CO2 su base locale, e riconosciuto dall'Unione Europea come strumento ufficiale del Patto dei Sindaci, l'accordo di collaborazione tra le realtà europee più virtuose per raggiungere gli obiettivi del Pacchetto 20-20-20. Un progetto di respiro internazionale che parla italiano, perché l'attuale versione del software è stata elaborata nella sede di Alleanza per il Clima, a Città di Castello, ed è stata poi sviluppata e testata da 9 amministrazioni locali: i Comuni di Bolzano, Genova, Jesi, Modena, Reggio Emilia, Schio, le Province di Ancona e Roma e la Regione Emilia-Romagna.
5 luglio 2010
Via alla rete euromediterranea Transgreen
Il ministro dell’Ecologia e
dell’Energia francese, Jean-Louis Borloo, ha sancito oggi la nascita di
Transgreen, consorzio d’imprese voluto da Parigi che svilupperà una rete
di elettrodotti sottomarini nel Mediterraneo per portare in Europa
l’energia rinnovabile prodotta in Africa. Nella capitale
francese, 12 aziende tra cui l’italiana Prysmian hanno firmato
l’accordo costitutivo della partnership industriale che studierà la
fattibilità e realizzerà la super-rete.
Oltre a Prysmian, a Transgreen hanno aderito Abengoa, Alstom, Areva, Atos, Origin, Cdc Infrastructure, Edf, Nexans, Ree, Rte, Siemens e Veolia. I 12 partner, cui potranno unirsi altre aziende europee e della sponda sud del Mediterraneo, faranno capo a un’entità giuridica comune, che avrà per obiettivo lo studio degli aspetti tecnici, industriali, economici, finanziari, regolatori e istituzionali del progetto.
Inizialmente costituito per 3 anni, Transgreen si inserisce nel quadro del Piano Solare Mediterraneo - che include tra l’altro il progetto Desertec - e lavorerà a stretto contatto con le autorità dei Paesi coinvolti, la Commissione europea, la comunità scientifica, le banche di sviluppo e le organizzazioni non governative.
La milanese Prysmian (ex Pirelli Cavi), leader mondiale dei sistemi in cavo interrato e sottomarino per la trasmissione di energia, è anche tra i fondatori del gruppo industriale per la super-rete europea per l’eolico offshore Friends of the Supergrid.
3 giugno 2010
La spazzatura viaggia sotto terra a 70 km all'ora
Niente cassonetti, niente camion dei rifiuti. E niente monnezza per le strade. Com'è possibile? A Stoccolma e a Barcellona hanno già scoperto il trucco, ora la tecnologia Automatic Waste System potrebbe arrivare anche da noi, attraverso i fratelli Beretta e la loro Oppent, leader in Italia della movimentazione automatizzata.
Il sistema è relativamente semplice e assomiglia a quello della vecchia
posta pneumatica: la spazzatura viene risucchiata a 70 chiometri all'ora
attraverso tubazioni metalliche sotto vuoto, convogliata nei centri di
raccolta, compressa e inscatolata in container, pronti per il trasporto al
trattamento finale. Può essere applicato a un palazzo solo, a un quartiere o a
una città intera. In Italia il primo centro residenziale che si doterà della
tecnologia Oppent è l'Eurosky Tower, il più alto grattacielo di Roma in
costruzione all'interno dell'Europarco, ideato da Franco Purini come un modello
di efficienza energetica. Ma c'è una settantina di progetti residenziali dove
si sta prendendo in considerazione questa tecnologia, da Porta Nuova e City
Life a Milano all'Umberto I di Mestre, passando da Bagnoli Futura a Napoli.
"Per gli insediamenti nuovi, la realizzazione è più semplice, le stazioni
di partenza si inseriscono direttamente nel corpo dell'edificio, così i rifiuti
non escono mai all'aperto", spiega Alberto Beretta, amministratore
delegato di Oppent. Così il sistema è nato, quarant'anni fa in Svezia, dove fu
applicato per la prima volta ai quartieri popolari costruiti alla periferia di
Stoccolma. Così viene sviluppato oggi in Corea del Sud, dove una legge impone
ai costruttori di prevedere un impianto di raccolta automatizzata per ogni
nuovo edificio residenziale. "Laggiù c'è un vero e proprio boom, ne stiamo
installando diversi, perché il governo non vuole farsi travolgere
dall'inurbamento galoppante", precisa Beretta.
Ma lo stesso sistema può essere applicato anche a insediamenti già
esistenti o addirittura antichi, come si sta facendo a Barcellona, dove si
costruisce un impianto all'anno, con l'obiettivo di coprire tutta la città. In
Italia c'è il caso del comune piemontese di Venaria Reale, poco più di
diecimila abitanti e oltre un milione di visitatori all'anno, attirati
soprattutto dalla Reggia Sabauda: qui è in corso una gara per automatizzare
completamente la raccolta rifiuti. "In questo caso le stazioni di partenza
dovranno essere ubicate a livello stradale, ma funzioneranno nello stesso modo:
i sacchetti cadono per gravità e si depositano sulle valvole alla base, dove
comincia il tubo di trasporto pneumatico. Arrivate a un certo livello di
riempimento, le valvole si aprono e i tubi aspirano i rifiuti fino alla
centrale di raccolta, lì c'è una macchina che espelle l'aria, la filtra e la fa
uscire pulita. Poi i rifiuti vengono compattati automaticamente e inseriti nel
container fino a quando è saturo". Per un comune come Venaria Reale
bastano due centrali di raccolta, che di solito si cerca di collocare fuori dal
centro urbano, per evitare il passaggio dei camion. "In ogni caso - precisa
Beretta - si tratta di normali camion portacontainer, non di camion della
spazzatura, che sono molto più pesanti e rumorosi, e ne bastano pochi perché la
spazzatura è già stata raccolta e compressa".
I vantaggi sono evidenti. Da un lato spariscono i cassonetti, dall'altro i
camion. Drastica riduzione delle emissioni per i trasporti, quindi, e anche
dell'inquinamento acustico. Miglioramento del decoro urbano, anche nel caso
della raccolta porta a porta, che spesso significa montagne d'immondizie per strada
nelle ore notturne. E incentivazione della raccolta differenziata. "Dalle
indagini svolte a livello internazionale si evince che un sistema automatizzato
spinge gli utenti a un maggiore rispetto delle regole, se non altro perché
hanno l'impressione di un maggiore controllo", fa notare Beretta. In
prospettiva, c'è anche il vantaggio di un risparmio per le casse del comune,
che non dovrà più comprare costosissimi camion dei rifiuti e non avrà più
bisogno di tutto il complesso sistema di raccolta.
1 giugno 2010
I big del solare calano sul Belpaese
26 maggio 2010
Da Goteborg a Los Angeles, le banchine diventano elettrificate
28 aprile 2010
Acqua azzurra, azienda chiara
26 aprile 2010
Eco-fronte del porto: il traffico marittimo si fa verde

25 aprile 2010
A Genova l'import-export non ha più bisogno di carta
A Venezia si punta a emissioni zero
A La Spezia i container si muoveranno su rotaia
31 dicembre 2008
La rivoluzione colturale parte dalle città
Etichette: ambiente
30 dicembre 2008
Kyoto ama l'ambiente ma fa soffrire il Pil
Etichette: kyoto
12 giugno 2006
Sulle rinnovabili il modello è tedesco
Bene il gas, ma ci vogliono anche le fonti rinnovabili. Per Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto Club, associazione d' imprese ed enti impegnati sul fronte delle energie alternative, il mix italiano di generazione elettrica ha enormi potenzialità su questo fronte, che non vengono sfruttate. Ma fra neanche un anno e mezzo il nostro sistema energetico arriverà al dunque. Nel 2007, infatti, Kyoto presenta il conto e per l' industria italiana sarà un conto salato. Spiega Silvestrini: «Bruciando idrocarburi, il nostro sistema industriale - in primo luogo le imprese produttrici di energia elettrica - produce 120 milioni di tonnellate all' anno di anidride carbonica in più rispetto al limite che ci è stato assegnato. Se facciamo il conto complessivo sui primi 5 anni del protocollo, sono 600 milioni di tonnellate. Di questi, circa un terzo potrebbe essere ridotto con i provvedimenti già varati e noi riteniamo che un altro terzo si dovrebbe riuscire ad abbattere con ulteriori misure di efficienza energetica. Il resto andrà comprato sul mercato dei certificati di emissione: calcolando un prezzo medio di 15 euro a tonnellata, già molto ottimistico, la spesa si aggira sui 3 miliardi di euro. Ma perché non metterli in Italia - si chiede Silvestrini - invece che andare a spenderli all' estero?». Basterebbe un minimo di programmazione per far nascere anche qui, come in Germania o in Danimarca, una filiera delle fonti rinnovabili potenzialmente molto redditizia. «Sul fotovoltaico, dopo il decreto d' incentivazione in conto energia, qualcosa si sta già muovendo: ci sono aziende produttrici straniere che vengono a chiedermi informazioni per un possibile investimento in Italia. Ma l' obiettivo di raggiungere i 1000 MW fotovoltaici entro il 2015 è troppo basso. Per ora solo 340 MW sono stati autorizzati, a fronte di una valanga di richieste. Basterebbe alzare l' obiettivo, e magari ridimensionare un pò l' incentivazione per non sforare il budget, per creare i presupposti all' insediamento di produttori di pannelli sul nostro territorio, dando vita a un' industria di questo tipo, com' è già successo in Germania». Ma in Italia non c' è solo il sole. «Le resistenze all' eolico di alcune regioni, come Sardegna e Puglia, andrebbero corrette con un sistema di "burden sharing": ogni regione dovrebbe essere obbligata a dare il suo contributo alla costruzione di un sistema di fonti rinnovabili. Se non vuole l' eolico, scelga qualcos' altro, dal solare alle biomasse, ce n' è per tutti. Dire no e basta non dovrebbe essere consentito». Un sistema che potrebbe aiutare molto alcuni settori in crisi. «Guardiamo ad esempio alla conversione della produzione agricola dal food al non food che si è scatenata in Germania: con gli alti prezzi del petrolio, l' entrata in vigore del protocollo di Kyoto e la fine della Pac, la politica agricola comunitaria, le fonti rinnovabili sono state una manna per i contadini in cerca di nuove fonti di reddito: ospitare aerogeneratori o pannelli fotovoltaici, produrre biomasse o biocarburanti per la generazione elettrica o il trasporto sta salvando un settore in crisi».
Etichette: fonti rinnovabili
1 settembre 2004
Varese Ligure, campione di ecologia
Nella battaglia contro l'effetto serra, l'Italia ha già una schiera di vincitori: da Aosta a Siena, da Rimini a Jesolo, da Cavriago a Laigueglia, tutte amministrazioni locali che hanno ottenuto una certificazione ambientale riconosciuta a livello europeo, con cui si attesta il loro spiccato impegno sul fronte dello sviluppo sostenibile. Negli enti locali certificati, in tutto una quarantina di Comuni e Provincie, vivono un milione e mezzo di fortunati italiani, che si godono il talento dei propri amministratori nella raccolta differenziata dei rifiuti, nell'ottimizzazione delle risorse idriche, nella prevenzione del dissesto geologico, ma soprattutto nella generazione di energia da fonti rinnovabili. La loro associazione si chiama Qualitambiente ed è presieduta da Maurizio Caranza, ex sindaco del primo Comune europeo a ottenere una certificazione ambientale: Varese Ligure. Oggi Maurizio Caranza è l'assessore all'Ambiente di Varese Ligure, il borgo rurale più virtuoso dell'Unione europea. In dieci anni il Comune dell'entroterra spezzino, che attinge il proprio fabbisogno energetico unicamente da fonti rinnovabili, ha fermato lo spopolamento, triplicato il turismo, creato 140 nuovi posti di lavoro, raggiunto il 95% di agricoltura biologica ed è diventato il simbolo di una Liguria "pulita" che cerca d'invertire la rotta dopo anni caratterizzati da una disordinata crescita turistica e urbanistica. "Varese Ligure era un paese che stava morendo, ora è risorto", spiega Caranza, che pochi mesi fa ha ricevuto a Berlino dalle mani della commissaria Loyola De Palacio il premio dell'Unione europea Promote 100, riservato al comune rurale europeo che ha eseguito il più completo e originale progetto di sviluppo sostenibile. La storia recente del borgo spezzino, dove gli abitanti vivono sparsi in 27 frazioni dediti a pastorizia, agricoltura, commercio e turismo, è segnata da premi e certificazioni: Iso 14001, Emas e Promote 100 i più recenti. "Dieci anni fa - racconta Caranza - Varese non lo conoscevano neppure alla Spezia, era destinato a morire per spopolamento. Ci siamo dati da fare e puntando tutto sull'ambiente abbiamo ribaltato la situazione. Oggi la popolazione è stabile, con 15 nascite l'anno, e c'è anzi un piccolo afflusso di famiglie e aziende agricole attirate dall'aria buona e dalla natura incontaminata. Il turismo vive 6 mesi su 12, produciamo latticini, carne e verdure in eccedenza, tutto rigorosamente biologico". Per di più oggi Varese Ligure detiene anche il record di "supernonni": sono otto gli anziani di età compresa tra i 100 e i 103 anni e ben trenta quelli che oscillano tra i 90 e i 100, su un totale di 2.400 abitanti. Da qui i riflettori puntati sul borgo dell'alta Val di Vara da parte dei ricercatori dell'università di Bologna impegnati, per conto della Commissione Europea, in uno studio su undici paesi dell’Unione con alto tasso di longevi. L’immunologo Claudio Franceschi, che sta studiando i supernonni varesini, ritiene che la longevità sia determinata per il 75% dall’ambiente e per il 25% da fattori genetici.E qui l'ambiente è davvero ideale per vivere a lungo. Oggi Varese Ligure produce 4 milioni di Kw con due generatori eolici e ne sta installando altri due per raddoppiare le capacità dell'impianto. Un sistema fotovoltaico produce altri 23.000 Kw. E tutte insieme le installazioni consentono un taglio alle emissioni di ben 9,6 tonnellate di anidride carbonica. Solo l'impianto eolico fa risparmiare 8 tonnellate di anidride carbonica (presto saranno raddoppiate). "Inoltre con l'eolico - spiega Caranza - guadagnamo 30.000 euro l'anno grazie a un accordo con l'azienda pubblica Acam che gestisce l'impianto". Tutta la popolazione è coinvolta in questa sorta di esperimento virtuoso: i negozi, le locande, le piccole aziende e le cooperative hanno tutte la certificazione ambientale di qualità. Facendo gioco di squadra sotto l'attenta regia di Caranza, il paese ha così ridotto la produzione di rifiuti a 350 kg a testa contro i 530 di media della provincia, e ha incrementato la raccolta differenziata fino al 25% del totale. Inoltre 1.600 ettari di terre sono dedicati alla produzione biologica di carni e latticini, grazie all'allevamento di 2000 capi tra bovini e caprini. "Sono stato fortunato - racconta Caranza - perché da quando abbiamo ottenuto i primi risultati, tutti hanno cominciato a cercarmi per fare da cavia, dalla Regione al ministero dell'Ambiente. Abbiamo sperimentato il biologico, varie raccolte differenziate di rifiuti, il risparmio energetico, la produzione di energia da fonti rinnovabili". E i risultati sono sotto gli occhi di tutti.
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