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18 gennaio 2012

La bolletta è sempre più verde? Ma i dati non sono realistici

E' A2A la società elettrica più verde d'Italia, battendo sul filo di lana Enel. La maglia nera spetta, invece, a Eni e Acea. Il 39% dell'energia prodotta dall'utilitity milanese viene, infatti, da fonti rinnovabili. Enel arriva al 38%, mentre Eni e Acea sono quasi a zero. Le due società sul podio superano nettamente la media italiana: le fonti rinnovabili hanno coperto nel 2010 il 22,8% della domanda nazionale e nel 2011, in base ai dati preliminari del Gestore servizi energetici, il 24,8%.


FONTI - "Per giudicare quant'è verde un produttore, l'unico parametro serio è analizzare con quali fonti alimenta le sue centrali, che siano gas, petrolio, carbone, acqua, vento o sole", commenta Davide Tabarelli, di NomismaEnergia, che ha stilato la graduatoria. Non sempre, però, il merito di produrre energia pulita risulta evidente. A partire dalla prossima bolletta, grazie a una delibera dell'Authority, il consumatore che compera energia verde dovrà ricevere l'indicazione del mix di fonti energetiche utilizzato per la sua fornitura, oltre all'informazione sul mix tecnologico complessivo dell'energia venduta, già obbligatoria nei confronti di tutti i clienti. Il nuovo provvedimento fa parte di un insieme di regole a favore della trasparenza, promulgate dall'Autorità presieduta da Guido Bortoni per garantire che l'energia elettrica acquistata come "verde" sia effettivamente prodotta con fonti rinnovabili e non venga commercializzata più volte. Ma questo dato, che i consumatori potranno leggere in bolletta, è facilmente manipolabile perché non rispecchia la produzione effettiva delle singole aziende, che possono gonfiarlo comprando quote di energia verde sul mercato.
QUOTE - "La certificazione dell'energia immessa in rete come rinnovabile è un dato teorico, perché gli elettroni sono tutti uguali, non cambiano colore a seconda della fonte di origine", spiega Gerardo Montanino, direttore operativo del Gestore Servizi Energetici. Il Gse è l'unico ente di certificazione delle garanzie d'origine dell'energia venduta ai consumatori e in questa veste garantisce che "la composizione del mix medio nazionale utilizzato per la produzione dell'energia elettrica immessa nel sistema italiano nel 2010" comprenda un 35,2% di fonti rinnovabili. Da cosa dipende la discrepanza fra le due quote, quella del 22,8% pubblicata dallo stesso Gse nel Bilancio elettrico italiano e quella indicata nel Mix medio nazionale? Soprattutto dalle importazioni di energia dall'estero. Importazioni che, pur provenendo prevalentemente da Paesi dove la fonte dominante è il nucleare (75% in Francia e 40% in Svizzera), sono misteriosamente certificate dai rispettivi operatori di rete all'80% da fonti rinnovabili. Il che aggiunge di colpo alla produzione nazionale di energia verde, arrivata nel 2010 a 76 terawattora, altri 35 terawattora importati: quasi il 50% in più.
DISTORSIONE - "La qualifica di quell'energia come rinnovabile è discutibile e rappresenta una grave distorsione del mercato", commenta Tabarelli. In più, le aziende elettriche possono arricchire le loro credenziali verdi acquistando quote di produzione dagli operatori specializzati in eolico o fotovoltaico. Così il mix di energia venduta sul mercato libero dall'Enel, ad esempio, si fregia di un 72,5% proveniente da fonti rinnovabili, quando la produzione verde effettiva del gruppo in Italia si aggira sul 38%, composto da un 30,2% di idroelettrico e un 7,6% di altre rinnovabili. Percentuale comunque molto alta rispetto alla media italiana e agli altri produttori, ma ben lontana da quel 72% certificato in bolletta. "Le quote che acquistiamo dagli altri produttori non sono altro che una testimonianza in più della nostra politica di attenzione alle fonti verdi", spiega Gianfilippo Mancini, capo dell'energy management del gruppo. Non è solo greenwashing? "No, perché in questo modo contribuiamo alla crescita delle fonti pulite nel sistema elettrico italiano", fa notare Mancini.
VIRTUOSI - Ma gli esperti da quest'orecchio non ci sentono. "Nella graduatoria delle società più virtuose, non prendiamo neanche in considerazione gli scambi di tipo commerciale certificati dal Gse", precisa Tabarelli. Resta da chiedersi che senso ha imporre l'obbligo di pubblicare in bolletta il mix energetico del fornitore, se poi le informazioni presentate rischiano di essere fuorvianti per il consumatore medio, che non ha certo l'occhio per distinguere i dati della produzione industriale da quelli commerciali. "A quel punto, sarebbe quasi meglio non dire nulla", commenta Alessandro Marangoni di Althesys, casa madre dell'indice Irex, sull'andamento in Borsa delle imprese quotate specializzate in fonti rinnovabili. L'intento dell'Authority non era certamente quello di confondere le idee ai clienti, ma semmai di chiarirle.

8 maggio 2011

Piccole biomasse crescono

Ci sono biomasse e biomasse. Dal cippato ricavato dai resti legnosi del taglio del bosco alle canne dei fossi distillate per produrre carburanti futuristici, dai rifiuti solidi urbani al biogas. In questo comparto una forma di energia antichissima, ricavata dalla combustione del legno, incontra la ricerca più avanzata nelle procedure più diverse di sfruttamento, dalla conversione termica a quella chimica o biochimica. Si tratta quindi di un mondo molto variegato, in cui spesso la sostenibilità cozza con gravissimi problemi d'inquinamento. La combustione del legno, senza filtri, è considerata una delle principali cause di morte da inquinamento in Africa, tanto che ad esempio la Regione Lombardia vieta da anni tassativamente l'utilizzo di stufe e caminetti nei Comuni al di sotto dei 300 metri di altitudine. La produzione dell'olio di palma, invece, è responsabile di vaste deforestazioni nelle aree tropicali. E i biocarburanti tratti da coltivazioni in concorrenza con la produzione alimentare non sono considerati sostenibili in prospettiva. Ma se gestite nella maniera corretta, le biomasse possono avere un ruolo determinante nel mix energetico: la loro modulabilità si integra benissimo con la discontinuità di solare ed eolico, permettendo così di abbandonare progressivamente le fonti fossili.

Particolarmente emblematico è il caso della Mossi & Ghisolfi, il campione italiano dei biocarburanti di seconda generazione, che ha appena inaugurato in Piemonte il primo impianto mondiale per la produzione industriale su grande scala di bioetanolo dalla canna dei fossi, quindi non in competizione con le colture alimentari. La struttura, che sarà capace di produrre 40mila tonnellate all'anno di bioetanolo, deriva da una lunga ricerca condotta dalla famiglia Ghisolfi per arrivare a utilizzare un materiale povero e pienamente sostenibile, come la canna Arundo donax, per produrre biocarburanti.

In Italia, nell'arco temporale compreso tra il 1999 e il 2009, il parco impianti a biomasse è cresciuto in maniera considerevole: il tasso medio annuo di crescita è stato pari al 10,4% per la numerosità e al 14,8% per la potenza installata, secondo l'ultimo rapporto del Gestore dei Servizi Energetici. Questa crescita è stata caratterizzata da una dimensione media, in termini di potenza, sempre più consistente: gli impianti nel 1999 avevano potenza installata media pari a 3,2 megawatt, cresciuta fino a 4,8 megawatt nel 2009. La produzione totale negli ultimi 10 anni è aumentata del 410% con un tasso di crescita medio annuo del 17,7%, ma nell'ultimo anno il balzo è stato di oltre il 27%. La spinta si evidenzia in particolar modo per le biomasse solide, grazie all'avvento dei meccanismi di incentivazione. Compresi i rifiuti urbani, le biomasse solide pesano per il 62% del totale della potenza installata e nel 2009 hanno prodotto oltre 4.400 gigawattora. Biogas e biocombustibili liquidi hanno invece prodotto rispettivamente circa 1.700 e 1.400 gigawattora.


10 novembre 2010

EcoRegion, il software per misurare le emissioni comunali

Uno strumento innovativo per riuscire a quantificare e spiegare le emissioni di CO2, primo passo per limitarle in ambito urbanistico, di politica dei trasporti e non solo: è il software ECORegion, adottato in questi mesi da un numero crescente di amministrazioni per preparare i propri bilanci delle emissioni di CO2 su base locale, e riconosciuto dall'Unione Europea come strumento ufficiale del Patto dei Sindaci, l'accordo di collaborazione tra le realtà europee più virtuose per raggiungere gli obiettivi del Pacchetto 20-20-20. Un progetto di respiro internazionale che parla italiano, perché l'attuale versione del software è stata elaborata nella sede di Alleanza per il Clima, a Città di Castello, ed è stata poi sviluppata e testata da 9 amministrazioni locali: i Comuni di Bolzano, Genova, Jesi, Modena, Reggio Emilia, Schio, le Province di Ancona e Roma e la Regione Emilia-Romagna.


5 luglio 2010

Via alla rete euromediterranea Transgreen

Il ministro dell’Ecologia e dell’Energia francese, Jean-Louis Borloo, ha sancito oggi la nascita di Transgreen, consorzio d’imprese voluto da Parigi che svilupperà una rete di elettrodotti sottomarini nel Mediterraneo per portare in Europa l’energia rinnovabile prodotta in Africa. Nella capitale francese, 12 aziende tra cui l’italiana Prysmian hanno firmato l’accordo costitutivo della partnership industriale che studierà la fattibilità e realizzerà la super-rete.

Oltre a Prysmian, a Transgreen hanno aderito Abengoa, Alstom, Areva, Atos, Origin, Cdc Infrastructure, Edf, Nexans, Ree, Rte, Siemens e Veolia. I 12 partner, cui potranno unirsi altre aziende europee e della sponda sud del Mediterraneo, faranno capo a un’entità giuridica comune, che avrà per obiettivo lo studio degli aspetti tecnici, industriali, economici, finanziari, regolatori e istituzionali del progetto.

Inizialmente costituito per 3 anni, Transgreen si inserisce nel quadro del Piano Solare Mediterraneo  - che include tra l’altro il progetto Desertec - e lavorerà a stretto contatto con le autorità dei Paesi coinvolti, la Commissione europea, la comunità scientifica, le banche di sviluppo e le organizzazioni non governative.

La milanese Prysmian (ex Pirelli Cavi), leader mondiale dei sistemi in cavo interrato e sottomarino per la trasmissione di energia, è anche tra i fondatori del gruppo industriale per la super-rete europea per l’eolico offshore Friends of the Supergrid.


3 giugno 2010

La spazzatura viaggia sotto terra a 70 km all'ora

Niente cassonetti, niente camion dei rifiuti. E niente monnezza per le strade. Com'è possibile? A Stoccolma e a Barcellona hanno già scoperto il trucco, ora la tecnologia Automatic Waste System potrebbe arrivare anche da noi, attraverso i fratelli Beretta e la loro Oppent, leader in Italia della movimentazione automatizzata.


Oppent

Il sistema è relativamente semplice e assomiglia a quello della vecchia posta pneumatica: la spazzatura viene risucchiata a 70 chiometri all'ora attraverso tubazioni metalliche sotto vuoto, convogliata nei centri di raccolta, compressa e inscatolata in container, pronti per il trasporto al trattamento finale. Può essere applicato a un palazzo solo, a un quartiere o a una città intera. In Italia il primo centro residenziale che si doterà della tecnologia Oppent è l'Eurosky Tower, il più alto grattacielo di Roma in costruzione all'interno dell'Europarco, ideato da Franco Purini come un modello di efficienza energetica. Ma c'è una settantina di progetti residenziali dove si sta prendendo in considerazione questa tecnologia, da Porta Nuova e City Life a Milano all'Umberto I di Mestre, passando da Bagnoli Futura a Napoli. "Per gli insediamenti nuovi, la realizzazione è più semplice, le stazioni di partenza si inseriscono direttamente nel corpo dell'edificio, così i rifiuti non escono mai all'aperto", spiega Alberto Beretta, amministratore delegato di Oppent. Così il sistema è nato, quarant'anni fa in Svezia, dove fu applicato per la prima volta ai quartieri popolari costruiti alla periferia di Stoccolma. Così viene sviluppato oggi in Corea del Sud, dove una legge impone ai costruttori di prevedere un impianto di raccolta automatizzata per ogni nuovo edificio residenziale. "Laggiù c'è un vero e proprio boom, ne stiamo installando diversi, perché il governo non vuole farsi travolgere dall'inurbamento galoppante", precisa Beretta.


Ma lo stesso sistema può essere applicato anche a insediamenti già esistenti o addirittura antichi, come si sta facendo a Barcellona, dove si costruisce un impianto all'anno, con l'obiettivo di coprire tutta la città. In Italia c'è il caso del comune piemontese di Venaria Reale, poco più di diecimila abitanti e oltre un milione di visitatori all'anno, attirati soprattutto dalla Reggia Sabauda: qui è in corso una gara per automatizzare completamente la raccolta rifiuti. "In questo caso le stazioni di partenza dovranno essere ubicate a livello stradale, ma funzioneranno nello stesso modo: i sacchetti cadono per gravità e si depositano sulle valvole alla base, dove comincia il tubo di trasporto pneumatico. Arrivate a un certo livello di riempimento, le valvole si aprono e i tubi aspirano i rifiuti fino alla centrale di raccolta, lì c'è una macchina che espelle l'aria, la filtra e la fa uscire pulita. Poi i rifiuti vengono compattati automaticamente e inseriti nel container fino a quando è saturo". Per un comune come Venaria Reale bastano due centrali di raccolta, che di solito si cerca di collocare fuori dal centro urbano, per evitare il passaggio dei camion. "In ogni caso - precisa Beretta - si tratta di normali camion portacontainer, non di camion della spazzatura, che sono molto più pesanti e rumorosi, e ne bastano pochi perché la spazzatura è già stata raccolta e compressa".


I vantaggi sono evidenti. Da un lato spariscono i cassonetti, dall'altro i camion. Drastica riduzione delle emissioni per i trasporti, quindi, e anche dell'inquinamento acustico. Miglioramento del decoro urbano, anche nel caso della raccolta porta a porta, che spesso significa montagne d'immondizie per strada nelle ore notturne. E incentivazione della raccolta differenziata. "Dalle indagini svolte a livello internazionale si evince che un sistema automatizzato spinge gli utenti a un maggiore rispetto delle regole, se non altro perché hanno l'impressione di un maggiore controllo", fa notare Beretta. In prospettiva, c'è anche il vantaggio di un risparmio per le casse del comune, che non dovrà più comprare costosissimi camion dei rifiuti e non avrà più bisogno di tutto il complesso sistema di raccolta.


1 giugno 2010

I big del solare calano sul Belpaese

L'Italia è diventata l'Eldorado del solare in questi anni di super-incentivi e i big internazionali non se lo sono fatto dire due volte. Malgrado le incertezze normative, il Belpaese ha guadagnato un'altra posizione, passando al sesto posto nella classifica mondiale di Ernst & Young sui Paesi maggiormente attraenti per gli investimenti nelle fonti rinnovabili. In base all'ultima classifica, che abbiamo scalato dall'ottavo posto nel 2007 al settimo nel 2008 fino al sesto di oggi, l'Italia ha ottenuto infatti un indice complessivo pari a 60, contro il 70 degli Stati Uniti (primi classificati), il 67 della Cina, il 64 della Germania e il 61 dell’India. Non c'è da stupirsi, dunque, se i big mondiali del solare sbarcano in massa nel Belpaese. Il colosso tedesco E.on ha recentemente avviato le attività nel fotovoltaico in Francia e in Italia, dove ha messo in funzione lo scorso dicembre il suo primo parco in Sardegna, accanto alla centrale di Fiume Santo. "Il nostro obiettivo è di raggiungere 80 megawatt fotovoltaici entro l'anno prossimo, con progetti in varie regioni d'Italia", annuncia l'ad di E.on Italia Klaus Schaefer. Siemens scommette invece sul solare termodinamico a concentrazione, che in Italia sta diventando una filiera importante, con a capo l'avvenieristico stabilimento in costruzione in Umbria di Archimede Solar Energy, del gruppo Angelantoni, dove Siemens è entrata al 30%. La nuova fabbrica produrrà i tubi ricevitori per i sali fusi, su cui si concentra tutto il calore intensissimo generato dagli specchi ricurvi, di cui Archimede è l'unico produttore al mondo. SolarWorld, la più nota impresa del fotovoltaico in Germania - anche grazie all'esuberanza del suo principale azionista, Frank Asbeck, uno dei fondatori dei Verdi tedeschi - punta direttamente sul Vaticano: dopo aver donato alla Santa Sede un impianto che riscalda e illumina l'immensa aula dove il Papa, durante l'inverno, riceve ogni mercoledì migliaia di fedeli, ora è in pole position per il maxi impianto da 100 megwatt che il Vaticano intende realizzare a Santa Maria di Galeria. Ma sull'energia del sole non ci sono solo i tedeschi: il colosso russo Renova dell’imprenditore Viktor Vekselberg è entrato in Kerself con una quota del 15% attraverso la controllata Avelar Energy. "Consideriamo il fotovoltaico strategico e continueremo a crescere nel settore", ha annunciato recentemente l'ad di Avelar, Igor Akhmerov, ricordando che nel 2011 partirà la produzione dello stabilimento di moduli a film sottile da 120 megawatt l’anno che Renova sta realizzando nel polo tecnologico russo di Khimprom. SunTech, il gigante del fotovoltaico cinese, ha già al suo attivo parecchie grosse installazioni in Italia realizzate con i suoi moduli, fra cui l'impianto Statkraft di Aprilia da 3,3 megawatt, quello di Manifatture Sigaro Toscano a Lucca e un altro a Castel San Giovanni, e ne ha altri in pipeline. I norvegesi di Statkraft, primo gruppo europeo per la produzione di energia da fonti rinnovabili, sono sbarcati in sottotono, con un impianto da 3,3 megawatt a Latina, ma hanno già firmato un accordo con Solar Utility per l'acquisto di 8 impianti fotovoltaici in Puglia e progettano altri 40 megawatt entro fine anno. Sarà la spagnola Siliken a realizzare "chiavi in mano" il maxi-impianto fotovoltaico da 9,8 megawatt a Fiumicino per Fotowatio Renewable Ventures e Solesa Green Power. Sempre gli spagnoli di Fotowatio hanno appena annunciato la firma di un accordo da 125 milioni di euro con BP Solar per la costruzione in Italia di impianti per un totale di 37 megawatt. Anche canadesi e portoghesi stanno rafforzando la loro presenza in Italia: Canadian Solar ha annunciato un accordo per fornire già quest'anno 60 megawatt di moduli a Fire Energy Group per i mercati italiano, spagnolo e tedesco, mentre la portoghese Martifer Solar ha fatto sapere che realizzerà entro il terzo trimestre del 2010 altri due impianti nel Sud Italia da 4 e 2 megawatt. E sul fotovoltaico italiano punta anche il gruppo israeliano Gilatz, che ha firmato due lettere d'intenti per l'acquisto di 7 parchi solari per 25,8 milioni di euro, dopo i primi due già comprati all'inizio di quest'anno.

26 maggio 2010

Da Goteborg a Los Angeles, le banchine diventano elettrificate

Il cold ironing è un sistema già abbastanza diffuso in Europa e nel mondo, soprattutto fra quei porti che vogliono crescere senza danneggiare troppo l’equilibrio ambientale dell'area. Il primo porto a sfruttare l’elettrificazione delle banchine per alimentare le navi in sosta è stato quello di Goteborg, in Svezia, nel lontano 1999. Nello scalo svedese sono infatti presenti cinque banchine elettrificate in bassa e media tensione, con una potenza di 1,25 MW e una connessione a 6 o a 11 kv, che forniscono supporto ai traghetti della Dfds Tor Line e alle navi-container della cartiera Stora Enso. La cartiera ha ammodernato tutta la sua flotta ed è uno dei principali utilizzatori di questo nuovo trend. Le sue navi container, infatti, sfruttano anche le banchine elettrificate del porto di Lubecca, in Germania, a partire dal 2008, di quelli di Oulu, Kemi e Kotka in Finlandia e di quello di Zeebrugge, in Belgio. Dove arrivano anche i traghetti della Dfds Tor Line. Oltre all’Europa, l’unico altro posto dove il cold ironing ha preso piede fino ad oggi è il Nord America. Dal 2001 il porto di Juneau, in Alaska, si è dotato di una banchina elettrificata per le navi da crociera, utilizzata dalla Princess Cruise e dalla Holland America del gruppo Carnival. Sulla costa Ovest, invece, si sono attrezzate Los Angeles (dal 2004), Seattle (dal 2005) e lo scorso anno Vancouver. A Seattle e a Vancouver si appoggiano le navi crociera, mentre Los Angeles è il riferimento mondiale per la connessione di navi porta container: alle sue banchine elettrificate si connettono le navi della China Shipping e della Nippon Yusen.

28 aprile 2010

Acqua azzurra, azienda chiara

Un essere umano su otto, quasi un miliardo di persone, non ha acccesso a fonti pulite di acqua. Il 40% della popolazione mondiale, 2 miliardi e mezzo di persone, vive in luoghi privi di sistemi fognari. Un milione e mezzo di bambini all'anno, quattromila al giorno, muoiono di malattie derivate dall'acqua contaminata. Noi occidentali, intanto, chiamiamo l'idraulico per potenziare il getto della doccia. E guai se al bar manca il soft drink della marca che preferiamo. Ma per le aziende che sfruttano il nostro rapporto con l'acqua, o la utilizzano come materia prima, il problema della responsabilità sociale e ambientale, nei confronti di questa risorsa preziosa e sempre più scarsa, si pone. Le riflessioni aziendali sulla sostenibilità del business, dunque, sono ormai all'ordine del giorno in tutti i settori, ma nel caso di produzioni attinenti all'acqua, che siano rubinetti o aranciate, si declinano con particolare attenzione a questo elemento fondamentale per la vita dell'uomo e del pianeta. "Con una popolazione mondiale in forte crescita, è chiaro che i sistemi mirati al risparmio idrico saranno sempre più importanti. Da un lato, l'urbanizzazione dell'Asia è galoppante. Qui la carenza d'acqua e la qualità delle forniture stanno diventando un problema enorme. Dall'altro lato, un crescente numero di persone vuole dei bagni ben disegnati e cerca sollievo nel wellness. In entrambi i contesti, per noi l'utilizzo efficiente delle risorse e l'impegno a favore di un'edilizia sostenibile sono fondamentali", spiega Albert Baehny, ad della svizzera Geberit, leader europea nei servizi igienici e fin dalla fondazione, nel 1874, all'avanguardia nelle tecnologie idriche. Come noto, proprio i servizi igienici sono all'origine dei principali sprechi d'acqua nel mondo occidentale ed è quindi naturale che le aziende leader in materia di sciacquoni, sifoni e tubature si pongano seriamente questo problema e cerchino soluzioni innovative. Ma non solo i giganti sono fortemente impegnati sul fronte del risparmio idrico. Azzurra, una piccola azienda di Civita Castellana, ha messo a punto in questi anni un sistema che garantisce lo scarico di tutti i suoi wc con 4,5 litri d'acqua al massimo, il che consente un risparmio pari a 18mila litri in un anno rispetto ai sistemi tradizionali. Ancora più estremo il risparmio con le ultime due linee di prodotto, Thin e Jubilaeum, appena presentate, che garantiscono uno scarico efficace con soli 2,7 litri e un risparmio di 31mila litri all'anno, corrispondenti a ben tre anni del fabbisogno minimo d'acqua per un individuo medio. In materia di rubinetteria, l'attenzione è ancora più marcata. La tedesca Hansgrohe, leader mondiale nei sistemi per la doccia, è stata fra le prime aziende europee a far rientrare nella sua mission la ricerca di soluzioni tecnologiche mirate al risparmio idrico. Hansgrohe si considera a tutti gli effetti specializzata in ogni momento del nostro rapporto quotidiano con l'acqua: dall'erogazione all'utilizzo, fino al riciclo. "E' importante utilizzare al meglio l'acqua che abbiamo a disposizione, imparare a risparmiarla e a rispettarla, senza perdere di vista il benessere e il comfort che ci regala", spiega Maurizio Lunardi, ad di Hansgrohe Italia. Sul fronte del risparmio idrico, il suo pezzo forte è la tecnologia EcoSmart, grazie alla quale è possibile limitare la portata di rubinetti e docce, aumentando al contempo il volume dell'erogazione, grazie a speciali diffusori che incamerano particelle d'aria nell'acqua, rendendo il getto più vaporoso e confortevole. EcoSmart utilizza inoltre un meccanismo di precisione che risponde in modo flessibile alla pressione dell'acqua, consentendo di ridurre il consumo idrico. Con questo sistema, da gennaio tutta la rubinetteria Hansgrohe ha ridotto la portata d'acqua dai normali 13 litri a 5 litri al minuto. Un grande impegno sul fronte della responsabilità sociale verso la materia prima che utilizzano emerge anche dalle aziende produttrici di soft drink. Coca-Cola, ad esempio, si propone di restituire alle comunità locali e alla natura l'equivalente quantità di acqua utilizzata nelle sue bevande e nei suoi processi produttivi. La strategia per il raggiungimento di questo scopo include la riduzione dell'aqua utilizzata in produzione, la sua completa restituzione all'ambiente per il sostegno della vita acquatica e dell'agricoltura, il rifornimento di bacini d'acqua e programmi idrici locali sostenibili. In più, il progetto Rain (Replenish Africa Initiative), finalizzato a raccogliere fondi per rendere migliore la vita di milioni di bambini africani dando loro accesso all'acqua potabile nelle scuole e fornendo servizi igienico-sanitari adeguati, è stato lanciato da Coca-Cola nel marzo 2009 con un impegno finanziario di 30 milioni di dollari, per la durata di 6 anni. "Il progetto Rain si fonda sulla lunga e importante storia di Coca-Cola per la tutela mondiale dell'acqua", spiega Rodolfo Echeverria, ad di Coca-Cola Italia. Grazie alla costruzione di pozzi, di servizi igienico-sanitari migliori e a programmi educativi mirati, si prevede di distribuire acqua potabile e impianti igienici ad almeno 2 milioni di persone in Africa entro il 2015. Pepsi, da parte sua, non si tira indietro: PepsiCo Foundation ha impegnato oltre 15 milioni di dollari in diverse iniziative per offrire acqua potabile e servizi igienici a varie comunità nei Paesi in via di sviluppo. Le sue iniziative raggiungeranno entro il 2011 un milione di persone in tutto il mondo, dal Ghana alla Cina, dal Brasile all'India. "Per ogni litro di acqua che utilizziamo - promette Pepsi, come Coca Cola - vogliamo restituirne uno al pianeta". Nestlé Waters, attraverso le controllate Sanpellegrino e Levissima, è particolarmente impegnata in Italia. Con oltre 700 sorgenti, il nostro Paese rappresenta oggi, infatti, il primo produttore al mondo di acqua minerale. Un patrimonio di eccezionale importanza che Sanpellegrino vuole salvaguardare attraverso lo sviluppo di una serie di progetti, finalizzati da un lato alla tutela e valorizzazione della risorsa acqua, dall'altro alla riduzione dell’impatto ambientale nei processi produttivi e distributivi. Così, negli ultimi 3 anni l'azienda è riuscita a ridurre i volumi complessivi di acqua utilizzata nei processi di produzione del 40% e nel frattempo ha promosso in Italia il progetto Wet (Water Education for Teachers) presso le scuole di primo grado, che ha coinvolto complessivamente 192mila studenti, per sostenere i principi di consumo responsabile delle risorse idriche anche presso le nuove generazioni. Dall'estate 2007, inoltre, attraverso il brand Levissima, il gruppo ha intrapreso un progetto di ricerca sulle Alpi Lombarde in collaborazione con la Statale di Milano, finalizzato alla quantificazione delle perdite idriche causate dalla fusione glaciale e alla formulazione di concrete proposte di mitigazione degli effetti del riscaldamento atmosferico sui ghiacciai alpini. La ricerca ha preso avvio dalle cime montuose della Valdidentro in Valtellina, dove nasce Levissima, con particolare attenzione al ghiacciaio Dosdè.

26 aprile 2010

Eco-fronte del porto: il traffico marittimo si fa verde

Elettrificazione delle banchine per l’alimentazione delle navi in sosta. Mobilità il più possibile elettrica di passeggeri e merci. Produzione di energia con impianti fotovoltaici o eolici e illuminazione con tecnologia led. Miglioramento dell’efficienza energetica. Introduzione di sistemi telematici per fluidificare i traffici. Il porto - da sempre associato con acque inquinate, fumi pestilenziali, camalli arrabbiati e traffici loschi - si fa verde. E proprio perché fino ad oggi non ha attirato la stessa attenzione delle case o delle auto, potrebbe dare grandi soddisfazioni a chi sta tentando di dargli una ripulita. "In definitiva, l'80 per cento delle vendite di qualsiasi settore produttivo dipende dai porti, eppure i consumi portuali non vengono mai menzionati nel bilancio energetico delle grandi aziende", fa notare Henrik Kristensen, responsabile ambientale della Apm, il braccio portuale del gruppo Maersk, colosso danese dello shipping. Maersk è una delle compagnie che più si stanno impegnando sul fronte dell'efficienza. Fra le novità applicate dal suo operatore portuale, che ha come obiettivo il taglio di un quarto delle emissioni nel giro di tre anni, c'è un sistema di recupero dell'energia cinetica analogo al freno rigenerativo della Prius, ma su scala molto più vasta, che consente alle gru di accumulare energia mentre movimentano tonnellate di container e di restituirla alla rete come un generatore. Nel porto di Rotterdam, l'area concessa alla Apm ha già tagliato le sue emissioni del 45% con il passaggio all'energia del vento, generata da un parco eolico interno allo scalo, alla foce del fiume Maas, nella zona più esposta ai venti del Nord. E con il nuovo sistema regenerativo applicato alle gru, farà ancora meglio: nei test è stata ottenuta una riduzione dei consumi elettrici del 38 per cento. Non a caso Hutchison Wampoa ha equipaggiato così tutte le sue gru nello Yantian Terminal del porto di Shenzhen. Ma già l'utilizzo di energia elettrica, di qualsiasi fonte, al posto degli sporchissimi motori diesel che di solito alimentano le navi ferme in porto, è una buona notizia. Le banchine elettrificate si usano in Nord America nei porti di Los Angeles, Seattle, Juneau e Vancouver, in Europa a Goteborg, Lubecca, Zeebrugge e in tre porti finlandesi. In Italia, il primo scalo che utilizzerà l'elettrificazione delle banchine, consentendo così lo spegnimento dei motori ausiliari di bordo, sarà Civitavecchia. Il sistema di cold ironing, disegnato dall'Enel, verrà poi applicato anche a Venezia e La Spezia. Un'iniziativa importante, considerato che si tratta di strutture che accolgono un gran numero di navi da crociera e da trasporto. Grazie alla maggiore efficienza e ai sistemi di abbattimento delle emissioni presenti nelle centrali elettriche, il cold ironing permette, rispetto ai tradizionali generatori di bordo, una riduzione di oltre il 30 per cento delle emissioni di CO2 e del 95 per cento degli ossidi di azoto e del particolato, oltre all'azzeramento dell'inquinamento acustico. Il problema di base è che le navi non ancora predisposte a questo tipo di tecnologia dovranno pagare un costo di conversione che non è di certo irrisorio, si parla di cifre che vanno tra i 500 mila e il milione di euro per imbarcazione. E prima di decidere questo investimento gli armatori voranno sicuramente avere la possibilità di utilizzare il cold ironing in tutti i porti di attracco. Per facilitare la riconversione, quindi, la diffusione del sistema è fondamentale. Il passo successivo sarà imporre agli armatori l'uso di combustibili a basso tenore di zolfo (<0,1%), pena l'incremento delle tariffe. Infine, la realizzazione di impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili, per chiudere il cerchio.

25 aprile 2010

A Genova l'import-export non ha più bisogno di carta

L'ottica è quella della razionalizzazione. A Genova, gli spedizionieri di Spediporto sono stati i primi a prendere in considerazione le potenzialità dell'informatizzazione per rendere più efficiente il sistema portuale attraverso una riduzione della burocrazia cartacea, che intasa i movimenti delle merci fra agenti marittimi, terminalisti, trasportatori, spedizionieri, doganieri e finanzieri. Ogni container in arrivo via nave ha bisogno di 4-5 documenti prima di essere caricato su un camion e lasciare il porto: tutti questi documenti vengono usualmente redatti, controllati e trasferiti da un soggetto all’altro in modo manuale, con varie inefficienze, come errori nella stesura o perdita dei fascicoli, conseguente rallentamento nello svincolo delle merci e code infinite. Nei primi anni Duemila, il sistema era giunto al limite del collasso. L'autorità portuale prese la palla al balzo e avviò la rivoluzione tecnologica dello scalo: "Il passaggio dalla carta alla trasmissione telematica dei documenti è stato un progetto fortemente condiviso da tutte le componenti coinvolte", spiega Giorgio Cavo, ad di Hub Telematica, che insieme a Elsag Datamat ha progettato E-Port, il primo e unico sistema telematico in Italia volto ad assicurare la fluidificazione dei traffici portuali. "Ora abbiamo trasferito su un sistema web based tutti gli scambi di documentazione necessari per l'importazione delle merci e buona parte di quelli per l'export. Gli operatori devono trasmettere i loro documenti in un formato prefissato e il sistema è un grande concentratore di questi messaggi, che vengono smistati alle 'caselle' giuste in pochi secondi, consentendo di sincronizzare lo scambio di documenti fra tutti i soggetti coinvolti". Il risultato è che i tempi di transito al gate si sono ridotti da mezz'ora a una manciata di secondi, con un'uscita delle merci prevedibile al minuto. Niente più code di camion con il motore acceso a impestare l'aria dei genovesi. E niente più tempi morti per tutti gli operatori: grazie all’utilizzo di E-Port la capacità produttiva del terminal di Voltri è triplicata in soli 4 anni. Un'efficienza da fare invidia anche a Rotterdam.

A Venezia si punta a emissioni zero

Il porto di Venezia ha l’obiettivo di diventare il primo scalo "carbon neutral", riqualificando l’area portuale dal punto di vista energetico e procedendo lungo un percorso di tutela del porto e di tutta la laguna. Con oltre 2mila ettari di superficie, 30 chilometri di ormeggi, 205 chilometri di rete ferroviaria interna e 70 di rete stradale, 13 terminal commerciali, 10 industriali e uno crocieristico, gestiti da 5 mila addetti, 300 operatori portuali e 24 imprese terminaliste, il porto di Venezia è una delle più grandi "industrie del mare" della penisola. Con il passaggio di 541 navi da crociera e 25.2 milioni di tonnellate di traffico merci nel 2009, Venezia è oggi il primo home port del Mediterraneo per numero di croceristi movimentati nonché il primo porto container del Nord Adriatico. E non è tutto, perché a breve saranno realizzati nuovi progetti per l’ampliamento dell’area portuale, con acquisizioni in terraferma a Porto Marghera.Ma il primo obiettivo è l'elettrificazione delle banchine per alimentare le navi da crociera durante la sosta in porto, evitando le emissioni prodotte dai generatori di bordo. Il cold ironing è il primo tassello nel piano ambientale dell’Autorità Portuale di Venezia: ci sono progetti per il moto ondoso e le vibrazioni, per migliorare la qualità dell’aria e diminuire i rumori, per procedere a bonifiche ambientali e per gestire al meglio i rifiuti e l’acqua piovana. E ci sono altre iniziative energetiche, come il progetto pilota di una centrale elettrica alimentata ad alghe. Un progetto ambizioso, per cui sta partendo la prima sperimentazione sull’isola di Pellestrina con 5 o 6 bioreattori. Dopo la sperimentazione, la prima applicazione industriale potrebbe trovare sviluppo nell’isola di Tresse, con la costruzione di un impianto da 50 MW, pari alla metà della potenza necessaria agli abitanti del centro storico di Venezia.

A La Spezia i container si muoveranno su rotaia

Una nuova stazione marittima per il traffico passeggeri, che rappresenterà un volano per il rilancio del territorio e della sua economia. È il progetto di waterfront urbano, firmato dall’architetto José Maria Tomas Llavador, che interesserà a breve l’area portuale di La Spezia. Un impegno economico di oltre 250 milioni di euro, che rientra tra i tanti progetti in corso per la razionalizzazione delle aree mercantili dello scalo spezzino, tra cui la realizzazione di circa 200mila nuovi metri quadri per l’espansione del molo Garibaldi e la costruzione del terzo bacino a levante del porto. Grazie alla sua posizione geografica strategica, La Spezia è già oggi uno dei più importanti scali del Mediterraneo: con oltre un milione di contenitori movimentati all'anno è il secondo porto container in Italia, con un cluster che comprende tutti i più importanti settori dell’economia marittima, dal porto mercantile alla cantieristica, dalla nautica da diporto al turismo, fino alle attività legate all’acquacoltura. Con il progetto di "porto verde" l'autorità portuale non punta solo all'elettrificazione delle banchine, ma a un vero e proprio piano energetico portuale, che porti a una grande trasformazione complessiva del modo di produrre e consumare energia in porto. Altro importante obiettivo sarà il potenziamento del trasporto intermodale con l’intenzione di movimentare a mezzo ferrovia una quota del 50% del traffico contenitori, potenziando il terminal ferroviario nell’area retro-portuale di Santo Stefano Magra.

31 dicembre 2008

La rivoluzione colturale parte dalle città

Gli antichi greci ci insegnano che l'umanità deve la capacità di coltivare i campi alla generosità di una dea. I semi di grano donati da Demetra al suo sacerdote, perché li distribuisse sorvolando il pianeta in lungo e in largo sul suo cocchio alato, hanno rappresentato per millenni il simbolo stesso della civiltà. Ma da allora ad oggi, le cose sono molto cambiate. Le tecniche agricole sviluppate dalla civiltà neolitica - in realtà ben prima e ben più a Est dell'Olimpo, nella Mezzaluna Fertile mediorientale oltre diecimila anni fa - si sono trasformate in una delle principali fonti d'inquinamento del pianeta. La benedizione della dea ha consentito all'umanità di moltiplicarsi e di colonizzare tutte le terre emerse, ma in questo processo ha causato danni colossali all'ambiente in cui viviamo. La deforestazione e il degrado del suolo sono andati avanti per millenni. L'avvento, nella prima metà del secolo scorso, dell'agricoltura meccanizzata e delle monoculture, per far fronte all'impennata dei fabbisogni alimentari mondiali, ha raddoppiato l'approvvigionamento globale di grano, mais e riso, ma ha nettamente aggravato i danni ambientali, portando alla perdita di biodiversità, al crescente consumo di combustibili fossili, all'uso sempre più spinto di pesticidi, diserbanti e fertilizzanti chimici. Il livello di tossicità dell'industria agricola continua ad aumentare, man mano che le erbe infestanti e i parassiti diventano resistenti ai veleni. Queste dosi sempre più micidiali inondano l'ambiente a ogni acquazzone, degradando il suolo, "bruciato" dai fertilizzanti. Benché i pesticidi più pericolosi, tossici e a volte cancerogeni della prima metà del secolo scorso, siano stati pressoché eliminati dall'uso agricolo (ma il Ddt continua a essere usato nei Paesi in via di sviluppo), i loro effetti non sono stati del tutto rimossi e lo scolo di fertilizzanti, pesticidi e diserbanti resta la principale fonte di inquinamento delle acque. Ora il sistema si scontra con i suoi limiti: le terre sfuttabili a fini agricoli sono sostanzialmente esaurite e la popolazione mondiale continua a crescere. La prima crisi, dovuta all'aumento repentino dei prezzi dei cereali, è avvenuta l'anno scorso, con una serie di rivolte del pane in tutto il Sud del mondo. Se la curva demografica globale ci porterà, come dicono le previsioni, a 9 miliardi di individui entro il 2050, per soddisfare la fame dell'umanità dovremmo aggiungere alle superfici attualmente coltivate un'estensione equivalente a tutto il territorio del Brasile. Ma questa terra arabile non esiste. Di conseguenza, gli esperti sono concordi nel sostenere che da qui ad allora l'agricoltura dovrà cambiare radicalmente faccia. Su cosa si baserà la nuova rivoluzione verde? La via che porta all'agricoltura sostenibile passa inevitabilmente per l'economia della conoscenza. Da un lato la conoscenza genetica delle piante consentirà di introdurre delle modifiche per renderle naturalmente resistenti ai parassiti, che abbattono di un terzo la produttività agricola del mondo, malgrado l'utilizzo diffuso di pesticidi. Dall'altro lato le conoscenze tecniche sull'energia verde, sulla desalinizzazione e sull'irrigazione “on demand” potranno ridurre la dipendenza dell'agricoltura dai combustibili fossili e gli enormi sprechi di acqua, consentendo anche di far fiorire il deserto, com'è già avvenuto in Israele. Le conoscenze urbanistiche, infine, ci spingono sempre di più a concentrare gli insediamenti per limitare l'eccessiva dispersione umana sul territorio, con il suo relativo impatto ambientale, e questa tendenza coinvolge anche la produzione alimentare. Basta guardare come si distribuisce la popolazione mondiale per capire che l'agricoltura urbana è il nostro futuro. All'inizio dell'800 il 90% degli americani lavorava la terra. All'inizio del '900 era il 40% e oggi non arriva al 4%. Lo stesso trend si ripropone in tutti i Paesi industrializzati. Quest'anno, per la prima volta nella storia dell'umanità, oltre la metà della popolazione mondiale risulta concentrata nelle città. E le previsioni dicono che nel 2050 gli agglomerati urbani ospiteranno l'80% dell'umanità. Per alimentare tutta questa gente, quale sistema migliore di costruire in loco le fattorie dove cresceranno le piante e gli animali destinati a sfamarli? Con 170 grattacieli di 30 piani, a pianta quadrata di due ettari (l'equivalente di un isolato a Manhattan), Dickson Despommier, professore alla Columbia University, assicura di essere in grado di sfamare tutta New York. Lotti vacanti o inutilizzati di questa dimensione in città ce ne sono 1.200: lui li ha contati. Con le tecniche di coltivazione idroponica, l'illuminazione a Led e la somministrazione controllata dell'esatta quantità di umidità e nutrienti necessari, le fattorie verticali di Despommier potrebbero produrre raccolti a ciclo continuo tutto l'anno, 20 volte di più di un appezzamento di terreno paragonabile. Potrebbero riciclare l'acqua che la città butta via, filtrandola e rimettendola in circolazione. Potrebbero produrre con il sole, il vento e la biomassa di scarto tutta l'energia necessaria per far funzionare ogni fattoria a impatto zero. Si tratta solo di decidere chi riuscirà a conquistare quell'ufficio d'angolo al trentesimo piano, esposto a Sud, con vista sull'oceano: i pomodori o le fragole?

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30 dicembre 2008

Kyoto ama l'ambiente ma fa soffrire il Pil

Kyoto ama l'ambiente, ma fa soffrire il Pil. Le stime del suo impatto sui prezzi dell'energia e sulla crescita economica si sprecano. Secondo uno degli studi più recenti (condotto dalla società di analisi Global Insight per l'International Council for Capital Formation, noto think tank d'impostazione liberista basato a Bruxelles), la riduzione delle emissioni del 6,5% imposta dal protocollo potrebbe decurtare di mezzo punto percentuale il Pil italiano da qui al 2010 e di quasi 2 punti da qui al 2020. La stessa commissaria europea all'Energia e ai Trasporti, Loyola De Palacio, ha ammesso che "l'Italia ha un problema, se vuole mantenere la sua crescita e nel contempo rispettare gli impegni di Kyoto: già oggi deve importare parte dell'energia che usa". Secondo la commissaria le uniche due strade percorribili sono "le fonti rinnovabili o il nucleare". La De Palacio, com'è noto, propende per il nucleare. O meglio, considera l'opzione nucleare l'unica alternativa ai combustibili fossili fruibile nell'immediato. E non è l'unica: Tony Blair ha appena manifestato l'intenzione di ampliare il parco nucleare britannico (secondo in Europa solo a quello francese), proprio per rispettare i parametri di Kyoto senza rinunciare alla crescita. Ma l'Italia non può premere sul pedale del nucleare e quindi si trova di fronte a un dilemma: come ridurre le emissioni di anidride carbonica senza danneggiare l'economia? Un dilemma valido per tutti i Paesi industrializzati, ma particolarmente acuto nel contesto italiano, caratterizzato da una dipendenza dal petrolio molto più marcata e da un grave deficit di generazione elettrica, che già oggi causa bollette più alte del 20% rispetto alla media europea. Ecco perché Roma sta trascinando i piedi sul piano di allocazione nazionale delle quote di emissione, l'elemento fondamentale su cui si baserà l'applicazione in Europa del protocollo di Kyoto. "Se non ci si metterà d'accordo entro ottobre - commenta il direttore generale del ministero dell'Ambiente Corrado Clini, negoziatore italiano a Bruxelles - si potrebbe anche arrivare a una rottura e tutta la materia potrebbe tornare all'esame del Parlamento europeo". Non è la prima volta che Clini punta i piedi su Kyoto: nel maggio 2001, quando l'Unione Europea si apprestava a decidere l'applicazione unilaterale del protocollo e il governo Amato stava per passare la mano al governo Berlusconi, l'artefice della diplomazia ambientale italiana causò un mezzo incidente diplomatico, formalizzando a Bruxelles le riserve italiane - in netto contrasto con la posizione del ministro in carica Willer Bordon - e allineandosi in pieno con il programma elettorale della CdL, che definiva "devastanti per l’economia e l’occupazione" gli accordi di Kyoto. La stessa visione del governo Bush, contrario alla ratifica del protocollo firmato da Clinton nel '97. Ma subito prima di cedere la sua poltrona ad Altero Matteoli, Bordon diede la piena adesione dell’Italia al documento predisposto dall’Ue, con cui si sanciva la volontà dell’Unione di procedere unilateralmente all'applicazione di Kyoto. E infatti il protocollo è stato ratificato da tutti i Paesi europei entro il 2002 e nel 2003 è passata la direttiva sull'Emissions Trading, da cui discendono i piani nazionali di allocazione dei permessi di emissione. Oggi il ministero italiano dell'Ambiente ha una posizione formalmente diversa: "Non pensiamo di mettere in discussione - spiega Clini - l'obbligo dell'Italia di tagliare il 6,5% delle emissioni di anidride carbonica rispetto allo status quo del '90, come vuole Kyoto". Ma Roma ha sempre mantenuto le sue riserve, coalizzandosi con la Spagna e la Finlandia per tirare il freno sull'applicazione unilaterale del protocollo. A questo punto, l'Italia spera nell'avvicendamento ai vertici dell'Unione per evitare l'obbligo di applicare i tetti rigidi richiesti dalla direttiva sull'Emissions Trading, come risulta chiaro anche dal piano di allocazione delle quote che Clini ha presentato in luglio a Bruxelles. "E' necessario - puntualizza Clini - che vengano riconosciute le diverse condizioni di partenza dell'Italia rispetto agli altri Paesi europei: da un lato abbiamo un sistema industriale che ha già raggiunto un'elevata efficienza energetica, dall'altro lato abbiamo un grave gap da colmare tra domanda e offerta di energia, che gli altri Paesi non hanno. Non possiamo pianificare il blackout elettrico del Paese". Sui possibili aumenti della bolletta elettrica legati a Kyoto si è appena pronunciata anche l'Autorità dell'energia, difendendo il piano italiano presentato a Bruxelles e minacciando rincari nell'ordine del 5% o più, se si seguisse "una mera interpretazione letterale della direttiva europea". In pratica, l'Italia chiede all'Unione maggiore flessibilità: "Vogliamo evitare ad ogni costo che tutto si riduca a interventi unilaterali di sapore dirigistico". E non fa mistero di un certo scetticismo nei confronti del meccanismo su cui dovrebbe basarsi in mercato interno delle emissioni: "Posto un tetto di emissione - descrive Clini - ogni sito produttivo disciplinato dalla direttiva otterrà un certo numero di permessi, misurati in tonnellate metriche di anidride carbonica, che potranno essere scambiati con altri sotto forma di quote. I settori più coinvolti sono quello energetico, minerario, siderurgico, cartario, le raffinerie, i cementifici, le vetrerie, i prodotti ceramici e i laterizi. Se a fine anno un'azienda oltrepasserà il numero di permessi che le è stato assegnato, sarà passibile di sanzioni di 40 euro a tonnellata nel periodo 2005-2007 e di 100 euro dal 2008. Ma dove sono finiti i meccanismi di mercato?"Per di più Roma non vuole perdere di vista il contesto internazionale, anche per motivi economici: "Preferiamo puntare sui crediti derivanti da progetti realizzati in cooperazione con i Paesi dell'Europa orientale o con quelli in via di sviluppo - insiste Clini - dove i costi sono molto più contenuti. Il costo intereuropeo di una tonnellata di anidride carbonica varia dai 15 ai 40 dollari, mentre nei Paesi meno industrializzati si aggira sui 5 dollari. Abbiamo già aperto un fondo presso la Banca Mondiale, l'Italian Carbon Fund, fatto apposta per comprare crediti fuori dall'Europa. E abbiamo già chiarito a Bruxelles che il pieno recepimento in Italia della direttiva sull'Emissions Trading è fortemente legato all’approvazione della cosiddetta Linking Directive, che regolamenterà l’uso di questi crediti, favorendo il processo di internazionalizzazione delle imprese".

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12 giugno 2006

Sulle rinnovabili il modello è tedesco

Bene il gas, ma ci vogliono anche le fonti rinnovabili. Per Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto Club, associazione d' imprese ed enti impegnati sul fronte delle energie alternative, il mix italiano di generazione elettrica ha enormi potenzialità su questo fronte, che non vengono sfruttate. Ma fra neanche un anno e mezzo il nostro sistema energetico arriverà al dunque. Nel 2007, infatti, Kyoto presenta il conto e per l' industria italiana sarà un conto salato. Spiega Silvestrini: «Bruciando idrocarburi, il nostro sistema industriale - in primo luogo le imprese produttrici di energia elettrica - produce 120 milioni di tonnellate all' anno di anidride carbonica in più rispetto al limite che ci è stato assegnato. Se facciamo il conto complessivo sui primi 5 anni del protocollo, sono 600 milioni di tonnellate. Di questi, circa un terzo potrebbe essere ridotto con i provvedimenti già varati e noi riteniamo che un altro terzo si dovrebbe riuscire ad abbattere con ulteriori misure di efficienza energetica. Il resto andrà comprato sul mercato dei certificati di emissione: calcolando un prezzo medio di 15 euro a tonnellata, già molto ottimistico, la spesa si aggira sui 3 miliardi di euro. Ma perché non metterli in Italia - si chiede Silvestrini - invece che andare a spenderli all' estero?». Basterebbe un minimo di programmazione per far nascere anche qui, come in Germania o in Danimarca, una filiera delle fonti rinnovabili potenzialmente molto redditizia. «Sul fotovoltaico, dopo il decreto d' incentivazione in conto energia, qualcosa si sta già muovendo: ci sono aziende produttrici straniere che vengono a chiedermi informazioni per un possibile investimento in Italia. Ma l' obiettivo di raggiungere i 1000 MW fotovoltaici entro il 2015 è troppo basso. Per ora solo 340 MW sono stati autorizzati, a fronte di una valanga di richieste. Basterebbe alzare l' obiettivo, e magari ridimensionare un pò l' incentivazione per non sforare il budget, per creare i presupposti all' insediamento di produttori di pannelli sul nostro territorio, dando vita a un' industria di questo tipo, com' è già successo in Germania». Ma in Italia non c' è solo il sole. «Le resistenze all' eolico di alcune regioni, come Sardegna e Puglia, andrebbero corrette con un sistema di "burden sharing": ogni regione dovrebbe essere obbligata a dare il suo contributo alla costruzione di un sistema di fonti rinnovabili. Se non vuole l' eolico, scelga qualcos' altro, dal solare alle biomasse, ce n' è per tutti. Dire no e basta non dovrebbe essere consentito». Un sistema che potrebbe aiutare molto alcuni settori in crisi. «Guardiamo ad esempio alla conversione della produzione agricola dal food al non food che si è scatenata in Germania: con gli alti prezzi del petrolio, l' entrata in vigore del protocollo di Kyoto e la fine della Pac, la politica agricola comunitaria, le fonti rinnovabili sono state una manna per i contadini in cerca di nuove fonti di reddito: ospitare aerogeneratori o pannelli fotovoltaici, produrre biomasse o biocarburanti per la generazione elettrica o il trasporto sta salvando un settore in crisi».

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1 settembre 2004

Varese Ligure, campione di ecologia

Nella battaglia contro l'effetto serra, l'Italia ha già una schiera di vincitori: da Aosta a Siena, da Rimini a Jesolo, da Cavriago a Laigueglia, tutte amministrazioni locali che hanno ottenuto una certificazione ambientale riconosciuta a livello europeo, con cui si attesta il loro spiccato impegno sul fronte dello sviluppo sostenibile. Negli enti locali certificati, in tutto una quarantina di Comuni e Provincie, vivono un milione e mezzo di fortunati italiani, che si godono il talento dei propri amministratori nella raccolta differenziata dei rifiuti, nell'ottimizzazione delle risorse idriche, nella prevenzione del dissesto geologico, ma soprattutto nella generazione di energia da fonti rinnovabili. La loro associazione si chiama Qualitambiente ed è presieduta da Maurizio Caranza, ex sindaco del primo Comune europeo a ottenere una certificazione ambientale: Varese Ligure. Oggi Maurizio Caranza è l'assessore all'Ambiente di Varese Ligure, il borgo rurale più virtuoso dell'Unione europea. In dieci anni il Comune dell'entroterra spezzino, che attinge il proprio fabbisogno energetico unicamente da fonti rinnovabili, ha fermato lo spopolamento, triplicato il turismo, creato 140 nuovi posti di lavoro, raggiunto il 95% di agricoltura biologica ed è diventato il simbolo di una Liguria "pulita" che cerca d'invertire la rotta dopo anni caratterizzati da una disordinata crescita turistica e urbanistica. "Varese Ligure era un paese che stava morendo, ora è risorto", spiega Caranza, che pochi mesi fa ha ricevuto a Berlino dalle mani della commissaria Loyola De Palacio il premio dell'Unione europea Promote 100, riservato al comune rurale europeo che ha eseguito il più completo e originale progetto di sviluppo sostenibile. La storia recente del borgo spezzino, dove gli abitanti vivono sparsi in 27 frazioni dediti a pastorizia, agricoltura, commercio e turismo, è segnata da premi e certificazioni: Iso 14001, Emas e Promote 100 i più recenti. "Dieci anni fa - racconta Caranza - Varese non lo conoscevano neppure alla Spezia, era destinato a morire per spopolamento. Ci siamo dati da fare e puntando tutto sull'ambiente abbiamo ribaltato la situazione. Oggi la popolazione è stabile, con 15 nascite l'anno, e c'è anzi un piccolo afflusso di famiglie e aziende agricole attirate dall'aria buona e dalla natura incontaminata. Il turismo vive 6 mesi su 12, produciamo latticini, carne e verdure in eccedenza, tutto rigorosamente biologico". Per di più oggi Varese Ligure detiene anche il record di "supernonni": sono otto gli anziani di età compresa tra i 100 e i 103 anni e ben trenta quelli che oscillano tra i 90 e i 100, su un totale di 2.400 abitanti. Da qui i riflettori puntati sul borgo dell'alta Val di Vara da parte dei ricercatori dell'università di Bologna impegnati, per conto della Commissione Europea, in uno studio su undici paesi dell’Unione con alto tasso di longevi. L’immunologo Claudio Franceschi, che sta studiando i supernonni varesini, ritiene che la longevità sia determinata per il 75% dall’ambiente e per il 25% da fattori genetici.E qui l'ambiente è davvero ideale per vivere a lungo. Oggi Varese Ligure produce 4 milioni di Kw con due generatori eolici e ne sta installando altri due per raddoppiare le capacità dell'impianto. Un sistema fotovoltaico produce altri 23.000 Kw. E tutte insieme le installazioni consentono un taglio alle emissioni di ben 9,6 tonnellate di anidride carbonica. Solo l'impianto eolico fa risparmiare 8 tonnellate di anidride carbonica (presto saranno raddoppiate). "Inoltre con l'eolico - spiega Caranza - guadagnamo 30.000 euro l'anno grazie a un accordo con l'azienda pubblica Acam che gestisce l'impianto". Tutta la popolazione è coinvolta in questa sorta di esperimento virtuoso: i negozi, le locande, le piccole aziende e le cooperative hanno tutte la certificazione ambientale di qualità. Facendo gioco di squadra sotto l'attenta regia di Caranza, il paese ha così ridotto la produzione di rifiuti a 350 kg a testa contro i 530 di media della provincia, e ha incrementato la raccolta differenziata fino al 25% del totale. Inoltre 1.600 ettari di terre sono dedicati alla produzione biologica di carni e latticini, grazie all'allevamento di 2000 capi tra bovini e caprini. "Sono stato fortunato - racconta Caranza - perché da quando abbiamo ottenuto i primi risultati, tutti hanno cominciato a cercarmi per fare da cavia, dalla Regione al ministero dell'Ambiente. Abbiamo sperimentato il biologico, varie raccolte differenziate di rifiuti, il risparmio energetico, la produzione di energia da fonti rinnovabili". E i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

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