28 novembre 2011
La Cina fa shopping nel Regno Unito, l'Italia resta scettica
12 settembre 2011
A Marcoule salta un inceneritore, non una centrale nucleare
3 maggio 2011
Era al 34° piano della South Tower l'11/9/01: oggi festeggia
La morte di Osama Bin Laden regala uno sprint di breve durata ai mercati mondiali, che preferiscono mantenere un atteggiamento prudente, anche per timore di rappresaglie incombenti. Ma le ricadute sul lungo periodo potrebbero essere più significative, secondo Ruggero De Rossi, gestore a Wall Street, definito 'genio dei bond' dall'autorevole settimanale americano Barron's per le ottime performance del suo fondo Tandem Global Partners.
L'11 settembre del 2001 lei si trovava nella Torre Sud, la seconda a essere colpita ma la prima a crollare dopo l'attacco terroristico. Che effetto le fa questo epilogo?
"E' stato ucciso il leader di un'organizzazione criminale che ha massacrato tremila civili, morti bruciati davanti ai miei occhi quel mattino. Per fortuna noi dell'Oppenheimer Fund lavoravamo al 34° piano e quindi siamo riusciti a scappare in tempo, ma tutti quelli più sfortunati che lavoravano ai piani alti, oltre il 75°, sono rimasti intrappolati e sono morti. Vederli bruciare vivi nel rogo delle torri è stato terribile".
Ha festeggiato la morte di Bin Laden?
"Certamente, ma non tanto per la soddisfazione di veder soccombere un nemico, che pure considero giustificata, quanto per celebrare il coronamento di una lunga battaglia, costata dieci lunghi anni di sacrifici colossali. La fine di questa battaglia ha un valore simbolico non indifferente, ma soprattutto un valore economico".
In che senso?
"Se riusciremo a uscire dall'Afghanistan, risparmieremo centinaia di miliardi di dollari all'anno. Il 19% del bilancio americano è destinato alle spese per la difesa e una fetta cospicua di queste spese va nell'impegno in Afghanistan. Se questi soldi venissero risparmiati e potessero essere in parte investiti nella ricerca e sviluppo di energie alternative, sarebbe un enorme vantaggio, sia per il bilancio federale che per il futuro dell'economia americana. Inoltre la vittoria su Al Qaeda darà una mano alla popolarità del presidente Obama, che potrà essere più facilmente rieletto. Questo è positivo per l'economia americana, visto che la sua amministrazione applica una politica economica molto espansiva, mentre i repubblicani stanno spingendo per i tagli di bilancio".
Un altro effetto potrebbe essere un calo del prezzo del petrolio...
"Senza dubbio. La sconfitta di Al Qaeda riduce il rischio geopolitico, che si ripercuote anche sulle quotazioni del greggio. Alla lunga, quindi, il prezzo del petrolio dovrebbe diminuire e anche questo andrà a tutto vantaggio dell'economia".
Nel breve termine, però, si rischiano rappresaglie...
"Può essere che gli uomini di Al Qaeda sopravvissuti al loro leader vogliano dimostrare che anche senza Bin Laden sono in grado di dar fastidio all'Occidente, ma non credo che riusciranno a sferrare attacchi di grandi dimensioni. In questi dieci anni la potenza militare di Al Qaeda è molto diminuita. Innumerevoli leader terroristici sono stati uccisi e moltissimi complotti sono stati sventati. Resta però il rischio di qualche attentato, su questo non ci sono dubbi".
19 marzo 2011
A Tokyo un terzo dei livelli di radioattività medi di Roma
Fra le news dell'ambasciata italiana a Tokyo, ne segnalo una particolarmente interessante:
"Una squadra altamente specializzata della Protezione Civile italiana, composta di sei tecnici ed esperti, e’ operativa da questa mattina presso l’Ambasciata al fine di fornire orientamento e supporto alle attivita’ che la Sede diplomatica sta mettendo in atto a tutela della collettivita’ italiana in Giappone.
Le prime rilevazioni dei livelli di radioattivita’ sono state effettuate a partire dall’aeroporto di Narita, lungo il tragitto verso Tokyo e sul tetto dell’Ambasciata.
I valori della radioattivita' di fondo misurata in tutti i punti di rilevazione sono del tutto compatibili con quelli forniti dalle Autorita’ giapponesi e riportate sui siti istituzionali (tra cui quello del Governo Metropolitano di Tokyo che pubblica ogni ora i dati della radioattivita' massimo/ minimo/ media, sul sito del Tokyo Metropolitan Institute of Public Health http://113.35.73.180/monitoring/index.html).
Inoltre, avendo la possibilita' di effettuare una misura spettroscopica, i tecnici hanno avuto la possibilita' di ESCLUDERE la presenza di radiazione proveniente da isotopi radioattivi (NON ci sono isotopi artificiali, ossia quelli che possono essere stati prodotti in un reattore nucleare).
I valori in questione sono dell’ordine di 0.04 microsievert/ora, circa un terzo del valore di radioattivita' ambientale tipico della citta' di Roma (0.25 microsievert/ora). Tali risultanze portano al momento ad escludere qualunque rischio di contaminazione in corso a Tokyo".
Questa rilevazione risale alla sera del 16 marzo (ore 22.30 locali), il giorno dopo la quarta e ultima esplosione, che ha causato un picco di radioattività attorno alla centrale.
Le rilevazioni sono state ripetute tutti i giorni, fino ad oggi (lì è notte ora) e hanno dato esattamente gli stessi risultati.
16 marzo 2011
Tokyo alla paralisi energetica: il contributo dei rigassificatori
Un drastico programma di riduzione dei consumi elettrici è partito immediatamente dopo il terremoto di venerdì in Giappone e durerà settimane, se non mesi, coinvolgendo tutta la popolazione del Nord, fino a Shizuoka, 200 chilometri a Sud di Tokyo. Sul fronte industriale, i blackout programmati coinvolgono soprattutto l'industria automobilistica (Toyota, Nissan e Honda hanno chiuso gli stabilimenti) e informatica (Panasonic, Sony e Toshiba sono ferme), ma anche le altre. Difficile dire quanto durerà il blocco. Con 11 reattori fermi su 54, di cui alcuni talmente danneggiati da dover chiudere per sempre, è chiaro che ci vorrà tempo per tornare alla normalità.
Il Giappone, con 279 gigawatt di potenza installata, è il terzo consumatore di elettricità al mondo, dopo gli Usa e la Cina, ma è un Paese povero di risorse naturali e soddisfa un quarto della sua domanda elettrica attraverso il nucleare. Con 54 reattori, per complessivi 49 gigawatt, è la terza potenza mondiale nel nucleare civile, dopo gli Stati Uniti e la Francia. Sul fronte dei combustibili fossili, è il terzo consumatore di petrolio, dopo gli Stati Uniti e la Cina, e il secondo importatore netto, ma solo il 10% del suo sistema elettrico va a olio combustibile. E' il primo importatore mondiale di gas naturale liquefatto (Lng) e di carbone, con cui manda avanti oltre metà del suo sistema elettrico. Il rimanente 10% è coperto dall'idroelettrico e da altre fonti rinnovabili.
Ma il terremoto e lo tzunami di venerdì scorso non hanno abbattuto solo una parte del sistema nucleare: hanno anche travolto una grande diga - il cui crollo ha spazzato via 1800 case a valle - che supportava una centrale idroelettrica da 300 megawatt. Per fortuna la parte principale delle risorse idroelettriche giapponesi è localizzata al Centro-Sud del Paese, altrimenti il tributo di vite umane sarebbe stato ancora più alto. E' stata chiusa anche la centrale elettrica di Kashima, con oltre 4 gigawatt installati una delle più grandi centrali ad olio combustibile del mondo. E hanno dovuto fermarsi cinque raffinerie, con una capacità complessiva di 1,2 milioni di barili di greggio al giorno. In complesso, si calcola che manchi all'appello circa un quarto del fabbisogno elettrico nazionale.
Sono ancora attivi, invece, i terminali di rigassificazione, per cui il Giappone sta aumentando l'import di gas naturale liquefatto per compensare i blocchi dei reattori nucleari con le centrali a gas. Gazprom ha già promesso una fornitura extra di 200mila tonnellate di gas naturale liquefatto e altre forniture sono in arrivo dai mercati europei. Se il sistema produttivo giapponese riuscirà a rimettersi in moto in tempi brevi sarà solo grazie a questi impianti, che consentono una grande flessibilità di approvvigionamento. In Italia, dove dipendiamo da quattro tubi - tutti di proprietà dell'Eni - per le forniture di gas, questa flessibilità ce la sognamo.
13 marzo 2011
Rischio nulceare giapponese: il mistero della fusione del nocciolo
La peggiore delle ipotesi? Fusione del nocciolo con esplosione del reattore. In questo caso la fuoriuscita di materiale radioattivo sarebbe inevitabile e massiccia. Un'ipotesi teorica, mai accaduta nella storia del nucleare civile. Nell'incidente di Three Mile Island, nel 1979, si arrivò alla fusione del nocciolo. Ma senza danni, perché il reattore rimase perfettamente integro. Dalla centrale non uscì nulla e tutto il materiale sta ancora chiuso lì dentro, annegato in un sarcofago di cemento. A Cernobyl non si arrivò mai alla fusione del nocciolo, ma ci fu un'esplosione da cui fuoriuscì una parte del combustibile radioattivo. Le conseguenze furono molto più gravi, come sappiamo.
Nel caso di Fukushima Daiichi, non sappiamo ancora con certezza come stiano le cose. L'agenzia di sicurezza nucleare giapponese sostiene che le quattro centrali più vicine all'epicentro del terremoto siano state subito spente e nega la fusione del nocciolo nell'unità numero 1 della centrale di Fukushima. L'esplosione, dovuta a un problema al sistema di raffreddamento, dovrebbe avere intaccato solo le pareti esterne della centrale, non il reattore. Ma la fuoriuscita di cesio indica che ci sia stata una fusione di combustibile, anche se probabilmente non del nocciolo. E quindi resta un'incongruenza fra quanto dichiarato e l'evidenza dei fatti.
La centrale di Fukushima è un bestione composto da 6 unità per quasi 5 gigawatt di potenza: potrebbe soddisfare da sola un decimo del fabbisogno italiano di energia elettrica. Costruita nel '66, la centrale utilizza dei reattori Bwr (Boiling Water Reactor) costruiti da General Electric, Toshiba e Hitachi. Il nocciolo di un reattore Bwr può essere immaginato come la resistenza elettrica che scalda l'acqua in un comune bollitore da cucina: è immerso nell'acqua e diventa molto caldo. L'acqua lo raffredda e allo stesso tempo trasporta via il calore, di solito sotto forma di vapore, per far girare delle turbine che generano elettricità. Se l'acqua smette di fluire, abbiamo un problema. Il nocciolo si surriscalda e sempre più acqua si trasforma in vapore. Il vapore causa una forte pressione nella camera interna del reattore, un contenitore sigillato. Se il nocciolo - composto principalmente di metallo - diventa troppo caldo, tande a sciogliersi e alcune componenti possono infiammarsi.
Nella peggiore delle ipotesi, il nocciolo si scioglie completamente e buca il fondo della camera interna, cadendo sul pavimento della camera di contenimento, un altro contenitore sigillato. Questo è progettato apposta per evitare che il contenuto del reattore penetri all'esterno. Il danno a questo secondo contenitore può essere anche grave, ma in linea di principio dovrebbe poter evitare una fuga radioattiva nell'ambiente circostante. L'espressione "in linea di principio", però, è sempre relativa. I reattori sono progettati per avere diversi livelli di sicurezza, in modo da far scattare un'altra procedura se la prima fallisce. Ma quel che è successo a Fukushima dimostra che non sempre si riesce a mantenere il controllo del sistema. Il terremoto ha fatto spegnere automaticamente i reattori in funzione, ma ha anche tolto la corrente alle pompe che facevano fluire l'acqua di raffreddamento del nocciolo. I generatori diesel si sono attivati per ovviare al blackout, ma sono partiti con un'ora di ritardo rispetto all'interruzione di corrente, non si sa perché. Questo ha scatenato il surriscaldamento del reattore.
Nel caso di Three Mile Island, non si è arrivati alle estreme conseguenze, perché la camera di contenimento ha tenuto. A Cernobyl, un reattore considerato inaccettabile in base agli standard occidentali proprio per la mancanza di sistemi multipli di sicurezza, la fuoriuscita di materiale radioattivo avvenne a causa dell'esplosione, che scagliò in aria il combustibile nucleare, non in seguito a una fusione.
Nel caso di Fukushima Daiichi, il monitoraggio dell'International Atomic Energy Agency (il braccio di sicurezza nucleare delle Nazioni Unite) ci dice che il reattore è stato spento subito. Ma il riscaldamento continua attraverso la reazione nucleare, che ci mette molto tempo prima di esaurirsi. Non possiamo sapere se la drammatica esplosione cui abbiamo assistito attraverso le riprese televisive abbia davvero intaccato solo le pareti esterne della centrale. L'unica fuoriuscita radioattiva di cui siamo a conoscenza è derivata dalla necessità di sfiatare la pressione che si era creata nella camera di contenimento. Questa manovra, resasi necessaria per contenere il surriscaldamento, dovrebbe far uscire solo isotopi radioattivi che decadono rapidamente, prodotti dall'acqua di raffreddamento. Resta da spiegare la presenza di isotopi di cesio. Questi sono prodotti dalla reazione nucleare del nocciolo e dovrebbero restare confinati all'interno del reattore. Se sono stati registrati all'esterno della centrale, vuol dire che il nocciolo ha cominciato a disintegrarsi.
10 marzo 2011
Fotovoltaico: il rischio è finire come la Spagna
Il rischio è sotto gli occhi di tutti. Il fotovoltaico italiano potrebbe finire come quello spagnolo.
In Spagna le tariffe incentivanti troppo generose hanno finito col drogare il mercato, facendo crescere il settore del fotovoltaico e il costo pubblico degli incentivi a ritmi non sostenibili, tanto che il governo, nel 2009, è dovuto correre ai ripari. «Le tariffe sono state abbassate con effetto retroattivo – ha spiegato l'esperto spagnolo David Perez, di Eclareon, al convegno di stamattina Governare la crescita del fotovoltaico, organizzato dal Kyoto Club – e sono stati introdotti dei tetti alla potenza incentivabile». L'effetto sul mercato è stato quello di un vero e proprio blocco, tanto che il giro d'affari del fotovoltaico spagnolo è passato dai 18 miliardi di euro del 2008 ad appena 650 milioni nel 2010, con la perdita di un terzo dei posti di lavoro del settore. Una vera e propria ecatombe, simile allo scenario che potrebbe aprirsi in Italia dopo l'approvazione del decreto Romani.
Ma da oggi si è accesa una protesta unitaria delle principali categorie di produttori (Aper, Assosolare, AssoEnergie Future, Gifi/Anie, Anev, Ises Italia) contro il provvedimento di riordino del sistema. Cuore delle azioni di protesta è stato il teatro Quirino a Roma, dove c'erano 2.000 persone tra cui anche il segretario del Pd Pier Luigi Bersani. La contrarietà al provvedimento è arrivata anche in rete: dal collegamento via web tv con il teatro romano (in streaming con 450 micro-emittenti) all'apertura del sito www.sosrinnovabili.it (60.000 contatti in 4 giorni), fino alle condivisioni su Facebook per oltre 50.000 contatti e 8.000 sostenitori in poche ore, testimonianze su Skype e oltre 45.000 e-mail di protesta inviate al governo. I produttori chiedono essenzialmente di correggere il provvedimento approvato dal governo la scorsa settimana: in particolare di cancellarne la retroattività, considerata illegittima. Ma soprattutto, in vista dell'incontro di martedì 15 marzo convocato dal ministro dello Sviluppo Economico Paolo Romani, chiedono di poter sedere al tavolo insieme con banche e Confindustria. Altrimenti, meditano su una manifestazione di piazza e non nascondono l'intenzione di considerare ''tutte le vie legali per far decadere questo decreto incostituzionale'', ricorrendo dal ''Tar, alla Corte costituzionale, alla Corte di giustizia Ue'', senza escludere la possibilità di ''avviare una class action''.
Gli effetti prodotti dal decreto che blocca gli incentivi al fotovoltaico al 31 maggio sono già evidenti, con le banche che ritirano i finanziamenti e i cantieri che chiudono. Ma è solo l'inizio. ''Sarebbe come chiudere la Fiat - ha detto Angelo Bonelli, presidente dei Verdi - si mandano di botto a casa 140.000 persone''. Intanto la Aecos, un'azienda della Sardegna con 30 dipendenti, porta la protesta anti-decreto sul tetto del proprio stabilimento, dove da tre giorni si alternano i lavoratori. ''Siamo soprattutto venditori e agenti bloccati - spiega Giampiero Pittorra, titolare dell'impresa - mentre mandiamo avanti il più possibile il lavoro degli installatori'' per tentare di anticipare a maggio ''le commesse previste per agosto ed oltre'' pari a ''1 megawatt'' che tradotti sono tra ''i 2 e i 3 milioni di euro''.
La ricetta per evitare un blocco analogo a quello che ha afflitto il mercato iberico, però, esiste. Prevede un taglio sostanziale degli incentivi (almeno del 20-30%) da programmare sul medio e lungo periodo, sul modello di quanto accade in Germania. «Il sistema tedesco – ha spiegato Alex Sorokin, di Interenergy, al convegno del Kyoto Club – funziona col meccanismo della feed-in-tariff: lo stato riconosce al produttore di energia fotovoltaica un certo incentivo, ma a questo non si aggiunge anche il prezzo di mercato dell'elettricità, come avviene in Italia. In questo modo, il costo complessivo per la collettività si riduce, e il rischio di “bolle” e specluazioni è inferiore». Gli imprenditori scelgono se incassare gli incentivi oppure vendere l'energia al prezzo di mercato, quando questo si rivela più conveniente. Questa, però, non è l'unica differenza rispetto al modello di casa nostra. «Le tariffe incentivanti tedesche – ha aggiunto Sorokin – si abbassano gradualmente in proporzione alla crescita del mercato e al calo dei prezzi degli impianti». La legge che regola il sistema feed-in-tariff tedesco viene revisionata ad intervalli regolari di quattro anni, garantendo in questo modo una certa stabilità al meccanismo e rassicurando gli operatori sulle possibilità di rientro degli investimenti.
Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, è scettico, da parte sua, sull'adeguatezza dell'obiettivo che l'Italia si è data in materia di sviluppo dell'energia solare. «Gli 8 Gigawatt di potenza fotovoltaica che il nostro Paese aveva scelto come target per il 2020 rappresentano una soglia fin troppo cautelativa, soprattutto se confrontati con i 52 Gw della Germania». Secondo Tabarelli, accontentarsi di un risultato del genere impedirebbe all'Italia di rispettare l'impegno assunto in sede comunitaria: soddisfare, entro il 2020, il 17% del consumo nazionale di elettricità con energia da fonti rinnovabili.
9 marzo 2011
Fotovoltaico: cancellato per decreto
Domani alle 9.30 le associazioni che rappresentano il settore delle fonti rinnovabili (Aper, Assosolare, Anev, AssoEnergie Future, Gifi, Ises Italia) incontrano imprese e cittadini al teatro Quirino di Roma per spiegare gli effetti immediati del decreto ammazza-rinnovabili e per rilanciare una "collaborazione paritaria tra il governo e l’industria per una legislazione finalizzata alla reale promozione delle rinnovabili in Italia che dia certezze nel lungo periodo".
Già venerdì il ministro Paolo Romani incontrerà tutti gli operatori del settore: "Massimo in due settimane vogliamo produrre un provvedimento che dia certezze al settore, in modo che le nostre banche, i nostri imprenditori e i nostri produttori abbiano la possibilità di investire in base a quanto consentito e consentibile da parte dei cittadini", ha dichiarato nel corso dell'audizione in Commissione Industria del Senato.
Ma il decreto ha già fatto effetto, prima ancora di essere pubblicato in Gazzetta Ufficiale. Le banche hanno immediatamente tirato i remi in barca e tutti i progetti in corso si sono fermati, con danni colossali ai soggetti coinvolti e la prospettiva reale di perdere l'unico settore in forte crescita nel panorama industriale italiano, così com'è successo in Spagna.
In una lettera aperta al Presidente del Consiglio dal titolo Cancellati per Decreto, pubblicata oggi in uno spazio pubblicitario su diversi quotidiani, quindici imprese del settore "che impiegano centinaia di lavoratori e hanno circa 1,3 miliardi di euro investiti in impianti che entreranno in esercizio oltre il 31 maggio 2011" polemizzano duramente con il governo: "Se si vogliono cambiare le regole, che lo si faccia ma qualsivoglia cambiamento non deve avere alcun impatto retroattivo e sui lavori in corso".
Così non è, grazie alle gravi incongruenze contenute nel decreto e messe in luce dall'avvocato Paolo Falcione di DLA-Piper anche in una lettera diretta al presidente Giorgio Napolitano, per invitarlo a non firmare una normativa palesemente illegittima. Ma il suo appello è caduto nel vuoto.
"Il comma 9-bis - spiega Falcione - pone come data di scadenza del 3° Conto Energia il 31 maggio 2011. Termine che si pone in palese violazione dell’art. 41 della Costituzione che tutela l’iniziativa economica privata, in quanto le decisioni di investimento relative al 3° Conto Energia sono state fatte facendo affidamento su un regime adottato nell’agosto 2010 ed entrato in vigore il 1° gennaio 2011 e previsto fino a tutto il 2013. E se è vero che l’ammissione all’incentivo è ex post rispetto all’allacciamento, non per questo si può ledere l’affidamento degli investitori: infatti essi si assumono il rischio costruzione, ma non di repentino mutamento del quadro legislativo. La norma rasenta la modifica retroattiva di regimi di incentivazione, regolarmente sanzionata come illegittima dal Consiglio di Stato".
Per di più, il decreto impone che il quarto Conto Energia venga adottato in tempi strettissimi, entro il 30 aprile 2011, ma se ciò non avverrà per ritardo o perché cadrà il governo prima, il comma 9-bis è indipendentemente idoneo a bloccare l’attuale 3° Conto Energia.
"Da ultimo - precisa Falcione - il quarto Conto Energia si baserebbe su scaglioni annuali di potenza massima incentivabile. Si deve allora ipotizzare che si torni ad una ammissione ante costruzione, altrimenti non sarebbe un regime di incentivo ma una sorta di roulette russa, in cui ogni primo gennaio si riparte da zero in un meccanismo di chi prima arriva meglio alloggia, che in Italia, per esperienza, incentiva solo la corruzione".
4 dicembre 2010
Acqua all'arsenico? Un rischio che si poteva evitare
In tutto sono 1 milione gli italiani interessati dai valori fuori legge di arsenico, distribuiti tra Lombardia, Trentino Alto Adige, Toscana, Umbria e soprattutto Lazio, dove si trovano 91 dei 128 comuni con valori oltre i limiti Ue. Ma il Ministro della Salute Ferruccio Fazio stima in circa 100mila le persone "a cui potrebbe essere precluso da subito l'uso potabile dell'acqua distribuita a causa della presenza di valori di arsenico superiore a 20 microgrammi per litro". Gli altri 900mila cittadini, che bevono acqua con valori di arsenico fra 10 e 20 microgrammi al litro, potranno, almeno temporaneamente, continuare ad avvelenarsi. L'Unione Europea, infatti, ha detto "no" alla terza richiesta italiana di deroga dai livelli fissati da Bruxelles (pari a 10 microgrammi per litro) per i valori superiori ai 20 microgrammi, concedendo una proroga solo per i valori più bassi, tra 10 e 20 microgrammi.
Ma dal 2001, quando sono entrati in vigore i limiti Ue, a oggi la presenza dell'arsenico nell'acqua si poteva facilmente evitare. Lo conferma Maurizio Pettine, direttore dell'Istituto di Ricerca sulle Acque del Consiglio Nazionale delle Ricerche. ''Da un punto di vista tecnologico non ci sono problemi a eliminare dall'acqua l'arsenico, che spesso è contenuto nel terreno per cause naturali. Gli acquedotti, nel caso non riuscissero miscelare l'acqua fuori norma con un'altra fonte più pura in modo da far rientrare i valori entro i limiti, potrebbero adoperare unità aggiuntive di trattamento già sperimentate e di facile utilizzo'', spiega Pettine.
L'arsenico è un elemento tossico che può comportare rischi per la salute umana fino ad indurre alterazioni cancerogene. Il rischio varia in funzione delle dosi assunte in relazione al peso corporeo e dei tempi di esposizione. ''L'Organizzazione mondiale della sanità suggerisce come dose tollerabile 2 microgrammi per chilo di peso corporeo", precisa Pettine. "Per cui, ad esempio, una persona di 70 chili che assuma 2 litri di acqua al giorno contenenti 50 microgrammi di arsenico per litro (5 volte in più del limite consentito), ingerirà complessivamente 100 microgrammi della sostanza, ovvero 1,4 microgrammi per chilo del proprio peso corporeo. Questa dose è inferiore a quella massima indicata, la quale però dovrebbe essere assicurata anche considerando un'ulteriore esposizione attraverso il cibo''.
Diverso il discorso per i più piccoli: ''Un bambino di 20 chili che beva 1 litro di acqua al giorno con 50 microgrammi di arsenico per litro, ne assumerà 2,5 microgrammi per ogni chilo del suo peso, superando così lo standard consigliato. Il rischio è più preoccupante, quindi, man mano che diminuisce il peso dell'individuo. Ovviamente i limiti imposti per le concentrazioni degli elementi tossici nell'acqua distribuita per il consumo umano devono essere tali da garantire le categorie di persone più vulnerabili''.
19 luglio 2010
L'acqua a referendum? Pubblica o privata, basta che arrivi!
Acqua pubblica o privata? L'acqua è una risorsa limitata e, in alcune aree del mondo, scarsa. La quota di esseri umani a corto di acqua era dell'8% (500
milioni) all'inizio del secolo e sarà del 45% (4 miliardi) nel 2050. Ma questa carenza
non è uguale dappertutto: 9 Paesi hanno la fortuna di controllare il 60% della disponibilità globale di acqua dolce e tra questi solo Brasile, Canada, Colombia, Congo, Indonesia e
Russia ne hanno davvero in abbondanza. Cina e India, con oltre un terzo della
popolazione mondiale, devono accontentarsi del 10% dell'acqua dolce e stanno esaurendo le riserve presenti nel sottosuolo. Lo stesso accade in molte grandi città: l'acqua
di Città del Messico viene al 70% da una falda che sarà esaurita nel giro
di un secolo al ritmo di estrazione attuale, tanto che la città sta
sprofondando per l'assottigliarsi della falda. Situazioni simili si trovano a Bangkok, Buenos Aires e anche a
Barcellona.
In Italia ci si preoccupa di altro: ben due referendum sono in preparazione sul tema, ma nessuno dei due parla di come incentivare l'utilizzo sostenibile dell'acqua con adeguate normative. Oltre un milione di firme sono state raccolte dal comitato Acqua Pubblica e saranno depositate oggi in Cassazione per indire un referendum abrogativo di tutte le norme che hanno sancito l'apertura ai privati nel settore dei servizi idrici, dalla legge Galli in poi. Antonio Di Pietro, da parte sua, sta raccogliendo le firme per un referendum contro il decreto Ronchi, che accentua l'approccio di mercato, imponendo entro il 2013 agli enti pubblici di scendere sotto il 40% del capitale delle società che gestiscono servizi pubblici essenziali, quindi anche le reti idriche.
Tutti e due i referendum ignorano il problema di fondo: gli acquedotti italiani sono un colabrodo e quasi metà dell'acqua che si mette in rete va sprecata nelle perdite (42% in media). In vaste aree del Paese i rubinetti buttano acqua poche ore alla settimana e quindi l'acqua è "privatizzata" per forza: bisogna comprarla dalle autobotti, spesso gestite dalla malavita organizzata, o in bottiglia. Ma nessuno si preoccupa di questa situazione da Terzo Mondo. Anzi, ben vengano le autobotti che portano soldi nelle tasche della mafia. Ben vengano i buchi nei tubi, che spesso servono per attingere abusivamente. Viva l'acqua pubblica, possibilmente gratuita. E continuiamo a farci del male.
Nessuno valuta che per evitare gli sprechi e far uscire acqua potabile dai rubinetti c'è bisogno di impianti di depurazione, distribuzione e misura funzionanti,
che costano. Per coprire questi costi, dare un prezzo adeguato all'acqua
consumata è il modo più equo, altrimenti vanno nella fiscalità generale e il poveretto che consuma due litri d'acqua al giorno sovvenziona il riccone
che si riempie la piscina. Quindi l'acqua non può essere "gratuita", come blatera da anni Riccardo Petrella, guru dell'acqua libera, chiamato incautamente da Nichi Vendola a presiedere l'Acquedotto Pugliese e ben presto cacciato per manifesta incapacità.
L'acqua, dunque, va pagata. O meglio: le infrastrutture che servono per incanalarla, pulirla e distribuirla vanno pagate. Gli italiani la pagano in media 1,1 euro al metro cubo, contro 2 in
Spagna e 5 in Germania. Ma che il sistema sia pubblico
o privato è indifferente: basta che funzioni su regole di mercato. Ci sono sistemi gestiti da enti pubblici in giro per il mondo che funzionano benissimo, perfino in Africa. Altri malissimo, come nel disastro dei rifiuti campani. Con i privati di solito ci sono maggiori garanzie di buona gestione, per ovvi motivi economici, ma non è un passaggio obbligatorio.
Per mantenere l'acqua nel sistema pubblico non servono referendum: basterebbe pagare le bollette e vigilare sull'impiego di quei soldi nella manutenzione dei tubi, non per foraggiare le tasche di questo o quel politico, di questo o quel mafioso, così come succede oggi, senza alcuna obiezione da parte dei promotori dei referendum. L'apertura ai privati discende dalla banale constatazione che il pubblico in Italia fa acqua da tutte le parti, per l'appunto. E che il sistema, così com'è adesso, non funziona.
Resta importante chiarire che l'acqua gratuita incentiva sempre lo spreco, non il risparmio, e quindi aggrava il problema delle carenze idriche.
7 luglio 2010
La rete mobile rischia il collasso: bella scoperta!
«E’ tre anni che lo ripeto: la rete mobile rischia il collasso».
Maurizio Decina, docente di telecomunicazioni al Politecnico di Milano e principale esperto di tlc in Italia, è stato il primo a lanciare l’allarme.
Adesso sembra che anche l’Authority venga sulle tue...«Per forza: il traffico su banda larga in Italia raddoppia ogni anno. Era già chiaro da anni che prima o poi ci saremmo trovati in un’emergenza. Gli altri Paesi ci hanno pensato prima: francesi, inglesi e americani hanno già messo all’asta le frequenze tv inutilizzate per darle alla banda larga. Il governo tedesco ha appena incassato 4,4 miliardi di euro per 72 megahertz di banda larga, le stesse risorse di spettro che avevo proposto anni fa di mettere a disposizione della rete mobile».
Un bel vantaggio per le casse dello Stato.
«E’ quello che dico anch’io. Con la crisi che c’è, perché non mettere in vendita le licenze? Già allora avevo previsto un incasso analogo a quello messo a segno dai tedeschi. Sarebbe un guadagno per lo Stato e un vantaggio per i cittadini, che con l’attuale saturazione non riescono a navigare. Ora sembra che il vento stia girando, ma bisogna vedere che tempi ci sono. I tedeschi hanno fatto le gare in sei mesi e avranno a disposizione le nuove risorse di spettro entro la fine di quest’anno. In Italia, quanto ci metteremo?»
E’ così urgente?
«Bisogna farcela entro l’estate del 2012, se non si vuole andare al collasso. Abbiamo due anni, non dovrebbe essere difficile. Ma se si continua a rimandare per non togliere alla tv nemmeno le frequenze che le emittenti non riescono a utilizzare...»
Ora però Calabrò propone qualcosa di più rispetto a quello che avevi proposto tu anni fa.
«Calabrò ha detto che il governo potrebbe mettere a gara una banda molto più larga: parla addirittura di 300 megahertz entro il 2015. In pratica, propone di assegnare alla banda larga mobile le frequenze tv liberate con il passaggio al digitale terrestre. Alcune, già nel breve periodo. E le altre entro il 2015, come richiesto anche dalla Commissione Europea».
E’ fattibile?
«Tecnicamente si può fare tutto, se c’è la volontà politica. Non c’è dubbio che sarebbe un gran vantaggio per il Paese dare fiato alla banda larga mobile, dove il traffico cresce in maniera esponenziale».