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1 maggio 2010

Piccolo è bello: scende in campo il nucleare tascabile

Piccolo è bello. Il nucleare 2.0 esce dai laboratori di ricerca e fa il primo botto in Borsa, con l'annuncio dell'alleanza fra Bill Gates e Toshiba per costruire il primo “reattore portatile”, partendo dalla tecnologia sviluppata da Nathan Myhrvold, l'ex capo tecnologico di Microsoft. Sull'onda della notizia, pubblicata dal quotidiano giapponese Nikkei, il titolo Toshiba ha chiuso con un balzo del 3,6% alla Borsa di Tokio, in controtendenza sul resto del listino. La partnership fra il miliardario filantropo e l'azienda giapponese, infatti, potrebbe essere decisiva per quel segmento dell'industria nucleare che sta tentando di miniaturizzare i reattori, tagliando i costi e rendendo sempre più trascurabile il problema delle scorie radioattive.

TerraPower, lo spin out atomico della galassia di Myhrvold, che fa capo a Bill Gates, ha in mente di utilizzare come combustibile nel suo Traveling Wave Reactor (Twr) proprio le pastiglie di uranio esaurito, senza necessità di ricaricarlo per decenni. In questo modo si estenderebbero di centinaia di anni le riserve di uranio a disposizione dell'umanità. Toshiba, da parte sua, è la più avanzata delle grandi società nucleari nella realizzazione di reattori compatti: il suo prototipo 4S (Super-Safe, Small, Simple), che può operare senza interruzione per 30 anni, punta a ottenere in autunno il via libera da parte delle autorità Usa per poter iniziare la costruzione del primo reattore nel 2014. I giapponesi contano di poter sfruttare circa l'80% delle tecnologie usate dal 4S anche per il Twr, mentre resta da risolvere il nodo del combustibile. Ma Toshiba e TerraPower non sono le uniche aziende a muoversi su questo terreno. Il piccolo reattore mPower della Babcock & Wilcox sarà probabilmente il primo a vedere la luce negli Stati Uniti, dove tre grandi utilities - Tennessee Valley Authority, First Energy e Oglethorpe Power - hanno firmato il mese scorso un accordo per la sua realizzazione e hanno già avviato le procedure per ottenere la certificazione dalla National Regulatory Commission. Il reattore ha una capacità di 125-140 megawatt, circa un decimo di quelli grandi. Ma il costo è in proporzione: 750 milioni di dollari (550 milioni di euro), contro i 5-10 miliardi di dollari di un reattore dai 1100 megawatt in su. Il piccolo mPower ha anche il vantaggio di dimezzare i tempi di costruzione e non ha bisogno della presenza di grandi masse d'acqua, per cui può essere installato anche nell'arido West. E' pensato per essere interrato e ricaricato ogni cinque anni: diminuisce ulteriormente il rischio di incidenti. E può essere utilizzato in forma modulare: una centrale prevista inizialmente per pochi reattori può aumentarne gradualmente il numero a seconda delle necessità. Infine può stoccare per l'intero arco del suo funzionamento, 60 anni, le scorie che produce. NuScale ha progettato un prototipo con una potenza ancora più ridotta, sui 45 megawatt, e sta per chiedere la certificazione. Hyperion, una start up che sfrutta un brevetto dei laboratori nucleari di Los Alamos, punta addirittura su un “reattore portatile” da 25 megawatt, da spostare con un pickup, che può dare energia a 20mila famiglie. E ha già firmato un accordo per esportarlo in Russia. E' chiaro che i mini-reattori approfitteranno dei 54 miliardi di dollari stanziati dal presidente Barack Obama per rimettere in moto l'industria nucleare americana. E presto ce li ritroveremo anche da questa parte dell'Atlantico.


28 aprile 2010

Acqua azzurra, azienda chiara

Un essere umano su otto, quasi un miliardo di persone, non ha acccesso a fonti pulite di acqua. Il 40% della popolazione mondiale, 2 miliardi e mezzo di persone, vive in luoghi privi di sistemi fognari. Un milione e mezzo di bambini all'anno, quattromila al giorno, muoiono di malattie derivate dall'acqua contaminata. Noi occidentali, intanto, chiamiamo l'idraulico per potenziare il getto della doccia. E guai se al bar manca il soft drink della marca che preferiamo. Ma per le aziende che sfruttano il nostro rapporto con l'acqua, o la utilizzano come materia prima, il problema della responsabilità sociale e ambientale, nei confronti di questa risorsa preziosa e sempre più scarsa, si pone. Le riflessioni aziendali sulla sostenibilità del business, dunque, sono ormai all'ordine del giorno in tutti i settori, ma nel caso di produzioni attinenti all'acqua, che siano rubinetti o aranciate, si declinano con particolare attenzione a questo elemento fondamentale per la vita dell'uomo e del pianeta. "Con una popolazione mondiale in forte crescita, è chiaro che i sistemi mirati al risparmio idrico saranno sempre più importanti. Da un lato, l'urbanizzazione dell'Asia è galoppante. Qui la carenza d'acqua e la qualità delle forniture stanno diventando un problema enorme. Dall'altro lato, un crescente numero di persone vuole dei bagni ben disegnati e cerca sollievo nel wellness. In entrambi i contesti, per noi l'utilizzo efficiente delle risorse e l'impegno a favore di un'edilizia sostenibile sono fondamentali", spiega Albert Baehny, ad della svizzera Geberit, leader europea nei servizi igienici e fin dalla fondazione, nel 1874, all'avanguardia nelle tecnologie idriche. Come noto, proprio i servizi igienici sono all'origine dei principali sprechi d'acqua nel mondo occidentale ed è quindi naturale che le aziende leader in materia di sciacquoni, sifoni e tubature si pongano seriamente questo problema e cerchino soluzioni innovative. Ma non solo i giganti sono fortemente impegnati sul fronte del risparmio idrico. Azzurra, una piccola azienda di Civita Castellana, ha messo a punto in questi anni un sistema che garantisce lo scarico di tutti i suoi wc con 4,5 litri d'acqua al massimo, il che consente un risparmio pari a 18mila litri in un anno rispetto ai sistemi tradizionali. Ancora più estremo il risparmio con le ultime due linee di prodotto, Thin e Jubilaeum, appena presentate, che garantiscono uno scarico efficace con soli 2,7 litri e un risparmio di 31mila litri all'anno, corrispondenti a ben tre anni del fabbisogno minimo d'acqua per un individuo medio. In materia di rubinetteria, l'attenzione è ancora più marcata. La tedesca Hansgrohe, leader mondiale nei sistemi per la doccia, è stata fra le prime aziende europee a far rientrare nella sua mission la ricerca di soluzioni tecnologiche mirate al risparmio idrico. Hansgrohe si considera a tutti gli effetti specializzata in ogni momento del nostro rapporto quotidiano con l'acqua: dall'erogazione all'utilizzo, fino al riciclo. "E' importante utilizzare al meglio l'acqua che abbiamo a disposizione, imparare a risparmiarla e a rispettarla, senza perdere di vista il benessere e il comfort che ci regala", spiega Maurizio Lunardi, ad di Hansgrohe Italia. Sul fronte del risparmio idrico, il suo pezzo forte è la tecnologia EcoSmart, grazie alla quale è possibile limitare la portata di rubinetti e docce, aumentando al contempo il volume dell'erogazione, grazie a speciali diffusori che incamerano particelle d'aria nell'acqua, rendendo il getto più vaporoso e confortevole. EcoSmart utilizza inoltre un meccanismo di precisione che risponde in modo flessibile alla pressione dell'acqua, consentendo di ridurre il consumo idrico. Con questo sistema, da gennaio tutta la rubinetteria Hansgrohe ha ridotto la portata d'acqua dai normali 13 litri a 5 litri al minuto. Un grande impegno sul fronte della responsabilità sociale verso la materia prima che utilizzano emerge anche dalle aziende produttrici di soft drink. Coca-Cola, ad esempio, si propone di restituire alle comunità locali e alla natura l'equivalente quantità di acqua utilizzata nelle sue bevande e nei suoi processi produttivi. La strategia per il raggiungimento di questo scopo include la riduzione dell'aqua utilizzata in produzione, la sua completa restituzione all'ambiente per il sostegno della vita acquatica e dell'agricoltura, il rifornimento di bacini d'acqua e programmi idrici locali sostenibili. In più, il progetto Rain (Replenish Africa Initiative), finalizzato a raccogliere fondi per rendere migliore la vita di milioni di bambini africani dando loro accesso all'acqua potabile nelle scuole e fornendo servizi igienico-sanitari adeguati, è stato lanciato da Coca-Cola nel marzo 2009 con un impegno finanziario di 30 milioni di dollari, per la durata di 6 anni. "Il progetto Rain si fonda sulla lunga e importante storia di Coca-Cola per la tutela mondiale dell'acqua", spiega Rodolfo Echeverria, ad di Coca-Cola Italia. Grazie alla costruzione di pozzi, di servizi igienico-sanitari migliori e a programmi educativi mirati, si prevede di distribuire acqua potabile e impianti igienici ad almeno 2 milioni di persone in Africa entro il 2015. Pepsi, da parte sua, non si tira indietro: PepsiCo Foundation ha impegnato oltre 15 milioni di dollari in diverse iniziative per offrire acqua potabile e servizi igienici a varie comunità nei Paesi in via di sviluppo. Le sue iniziative raggiungeranno entro il 2011 un milione di persone in tutto il mondo, dal Ghana alla Cina, dal Brasile all'India. "Per ogni litro di acqua che utilizziamo - promette Pepsi, come Coca Cola - vogliamo restituirne uno al pianeta". Nestlé Waters, attraverso le controllate Sanpellegrino e Levissima, è particolarmente impegnata in Italia. Con oltre 700 sorgenti, il nostro Paese rappresenta oggi, infatti, il primo produttore al mondo di acqua minerale. Un patrimonio di eccezionale importanza che Sanpellegrino vuole salvaguardare attraverso lo sviluppo di una serie di progetti, finalizzati da un lato alla tutela e valorizzazione della risorsa acqua, dall'altro alla riduzione dell’impatto ambientale nei processi produttivi e distributivi. Così, negli ultimi 3 anni l'azienda è riuscita a ridurre i volumi complessivi di acqua utilizzata nei processi di produzione del 40% e nel frattempo ha promosso in Italia il progetto Wet (Water Education for Teachers) presso le scuole di primo grado, che ha coinvolto complessivamente 192mila studenti, per sostenere i principi di consumo responsabile delle risorse idriche anche presso le nuove generazioni. Dall'estate 2007, inoltre, attraverso il brand Levissima, il gruppo ha intrapreso un progetto di ricerca sulle Alpi Lombarde in collaborazione con la Statale di Milano, finalizzato alla quantificazione delle perdite idriche causate dalla fusione glaciale e alla formulazione di concrete proposte di mitigazione degli effetti del riscaldamento atmosferico sui ghiacciai alpini. La ricerca ha preso avvio dalle cime montuose della Valdidentro in Valtellina, dove nasce Levissima, con particolare attenzione al ghiacciaio Dosdè.

26 dicembre 2008

Cabir, Lasco e l'anno dei virus mobili

In principio c'era Cabir. Ma il primo virus dei cellulari, comparso la scorsa estate, ha già un successore, ancora più pericoloso: lo chiamano Lasco. E non sarà certamente l'ultimo della serie. Il rapporto annuale di Ibm sulla sicurezza, uscito la settimana scorsa, ha eletto il 2005 ad “anno dei virus mobili”: man mano che aumenta la convergenza fra telefonini e computer, dice Ibm, crescerà anche la loro diffusione. Per ora sono esposti al virus solo gli utenti di smart phone e di telefonini di terza generazione su cui gira il sistema operativo Symbian (una delle piattaforme dominanti, usata da Nokia, Ericsson, Samsung, Panasonic, Siemens...). Un pubblico limitato, che non supera il 5% del popolo globale dei cellulari. Ma Symbian è la piattaforma che cresce più rapidamente e qualche giorno fa ha stretto un'alleanza con la rivale PalmSource per consentire una maggiore interoperabilità fra i loro apparecchi. L'epidemia dunque rischia di allargarsi in fretta. Guardiamo all'evoluzione di Cabir. Il virus – ormai diffuso sia in Europa che negli Stati Uniti e in Estremo Oriente – è stato configurato da un gruppo di hacker noto come “29A” per saltare da un cellulare all'altro utilizzando la connessione wireless Bluetooth. Se un telefono infetto arriva a una decina di metri da un altro apparecchio dotato di una connessione Bluetooth in modalità attiva, Cabir lo scopre e lo attacca. Una volta infettato, il virus può bloccare buona parte delle funzionalità dell'apparecchio. Lasco è simile a Cabir, ma ha un raggio d'azione più ampio: oltre che attraverso la connessione wireless, riesce a diffondersi anche tramite gli allegati trasmessi da un palmare a un altro. Per chi vuole evitare un incontro ravvicinato con il baco, l'unico consiglio è di tenere spenta la connessione Bluetooth nei momenti in cui non serve. Lasco è stato sviluppato da un programmatore brasiliano di 32 anni, Marcos Velasco, che gli ha prestato il suo cognome, poi abbreviato in Lasco o Lasco.A dal popolo degli hacker. Da qualche settimana il virus si può comunemente scaricare dal suo sito: http://www.velasco.com.br/. Basta scorrere tutta la homepage e cliccare sull'ultima voce: “download aqui”. Velasco, che campa della sua piccola azienda di software, abita a Volta Redonda, una città industriale a Ovest di Rio de Janeiro. Ha due bambini e una vasta collezione di vecchi computer, con cui vorrebbe un giorno allestire un museo. Ama i film con molti effetti speciali e gli piacerebbe scrivere un libro sui virus. Evidentemente di virus se ne intente, a giudicare dai commenti degli esperti sul suo interessante prodotto. “Si tratta di un vero virus, che funziona molto bene”, ha dichiarato preoccupato Mikko Hypponen, direttore della ricerca antivirus per F-Secure, una società finlandese leader in questo campo. “Il Cabir di Velasco – ha aggiunto Hypponen – è molto più virulento della versione originale, sviluppata da 29A. E' il primo virus per cellulari capace di infettare anche i file di sistema”. Per di più Velasco ha messo il suo codice in rete, consentendone l'uso al primo che passa. La diffusione del problema viene limitata dalla frammentazione del mercato: tra Symbian, Blackberry, Palm e PocketPc ci sono differenze tali da non consentire al virus di passare da un sistema all'altro. Ma la crescente penetrazione di Symbian e la progressiva omogeneizzazione dei diversi sistemi mano a mano che il mercato cresce sono i presupposti migliori per risvegliare l'interesse degli hacker. Non ci vorrà molto per cominciare a vedere in giro bachi ben più distruttivi, capaci di trafugare dati o di generare telefonate verso numeri speciali, con effetti immaginabili sulla bolletta. Gli ingredienti per cominciare una battaglia che potrebbe lasciare sul terreno morti e feriti, oltre a danni miliardari, ci sono tutti.

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1 settembre 2005

Codice a barre contro "radio tag": non c'è gara

Il codice a barre può fare molte cose per un tubetto di dentifricio, ma non può rivelare al padrone del negozio la sua provenienza o il suo sapore, né comunicargli quando è stato tirato giù dallo scaffale o se qualcuno sta cercando di rubarlo. Inoltre il codice a barre è capace di dire tutto quello che sa solo se messo faccia a faccia con un lettore, a pochi centimetri di distanza. Mai potrebbe farlo senza tirare fuori il tubetto di dentifricio dal carrello del supermercato e men che meno al buio, cioè attraverso una confezione già incartata o uno strato di ghiaccio, condensa, sporco. Le etichette intelligenti dotate di un minuscolo chip chiamato radio tag, invece, sono capaci di fare tutto ciò. Ecco perché sono avviate a sostituire i codici a barre. Gillette ha già cominciato a inserire queste etichette intelligenti in tutti i suoi prodotti (pare ne abbia ordinate un miliardo al produttore, Alien Technology) e Wal-Mart, il più grande dettagliante del mondo, ha deciso d'imporre ai suoi primi cento fornitori l'uso dei radio tag in tutta la catena logistica entro la fine di quest'anno, mentre gli altri 12mila fornitori avranno tempo fino alla fine dell'anno prossimo per adeguarsi. Anche in Europa le più grosse catene di supermercati, come Tesco e Metro, stanno sperimentando: Metro ha inaugurato qualche mese fa a Rheinberg, vicino a Duesseldorf, un negozio tutto basato su questa tecnologia e Tesco ha fatto lo stesso a Hazel Grove, vicino a Manchester. Non stupisce la previsione dell'istituto di ricerca Vdc, secondo cui il mercato dei radio tag sta crescendo del 25% all'anno. E nemmeno l'ottimismo di Kevin Ashton, direttore dell'AutoID Center del Massachusetts Institute of Technology (punto di riferimento centrale dello studio su questa tecnologia nel mondo), che calcola "venti miliardi di tags in uso entro il 2006 e mille miliardi entro il 2010". In realtà la tecnologia alla base dei radio tag, chiamata Radio Frequency Indentification e abbreviata in RFID, è già in uso da anni a monte dei supermercati, sotto diverse forme di applicazioni industriali. I sistemi anti taccheggio, ad esempio, sono uno degli usi più comuni, ma anche il Telepass si basa sullo stesso concetto: un circuito radio ridotto ai minimi termini che nella sua forma più tipica dispone di un'antenna ricevente, un trasmettitore, una batteria e una memoria. Nati dalla ricerca militare nei primi anni del dopoguerra, questo tipo di apparecchi - molto più voluminosi e costosi di un radio tag - vengono usati in tutto il mondo per identificare oggetti in transito, ad esempio per localizzare vagoni merci sulla rete ferroviaria o colli sui tapis roulant di un centro d'interscambio logistico, per definire con esattezza il contenuto di un container o di un camion anche mentre questo è in movimento, per dialogare con le componenti di una catena di montaggio nell'industria automobilistica… Il salto di qualità che sta segnando il passaggio dell'RFID dalle applicazioni industriali a quelle retail dipende dalla progressiva miniaturizzazione del chip, che ora non ha più nemmeno bisogno di una batteria perché sfrutta direttamente il segnale radio inviato dal lettore per attivarsi. L'assenza di batterie garantisce ai radio tag passivi una durata illimitata, un peso irrisorio e un costo minimo (dai 5 ai 50 centesimi di euro a seconda della capienza). Il chip, non più spesso di un capello, viene incastonato tra due fogli di carta insieme a un'antenna sottilissima - avvolta a spirale attorno al microprocessore - per produrre un'etichetta non più grande di quella del codice a barre. Anzi, al momento attuale viene spesso incastonato nella stessa etichetta del codice a barre, per consentire una doppia lettura. Ma in teoria potrebbe venire immesso direttamente nel ciclo produttivo, ad esempio inserendolo nel tessuto dei capi di abbigliamento (come ha fatto Prada nel suo famoso megastore interattivo di Soho, a Manhattan). E' proprio questo che preoccupa le associazioni impegnate sul fronte della tutela della privacy, che temono scenari alla "Grande Fratello" con milioni di chip inseriti in tutti i prodotti di consumo, capaci di comunicare alle case di produzione tutti i nostri movimenti, gusti e abitudini. Katherine Albrecht, fondatrice e presidente di Caspian (Consumers Against Supermarket Privacy Invasion and Numbering), ha lanciato una vera e propria crociata contro i radio tag negli Stati Uniti, sostenendo (forse a ragione) che non solo Gillette ma molti altri produttori la utilizzano già da tempo in gran segreto per controllare meglio i propri canali di vendita e scatenando una profonda diffidenza nei consumatori per questa nuova tecnologia. "Una lattina di aranciata sarà il nuovo volto nascosto del Grande Fratello", ammonisce la Albrecht. La risposta di Ashton e compagni alle critiche della vestale della privacy sono prudenti, ma ferme: "I chip più pervasivi saranno quelli più economici, cioè quelli senza batteria, il che riduce drasticamente a meno di cinque metri la distanza da cui un oggetto può essere tracciato. Sarà quindi impossibile per i produttori seguire i loro prodotti fin dentro le nostre case. Ma anche se fosse possibile, come potrebbero seguire miliardi di tag e riuscire a dare un senso a questa enorme massa d'informazioni?" Malgrado ciò, l'AutoID Center consiglia ai suoi clienti, cioè a tutte le grandi multinazionali dei prodotti di consumo, da Procter & Gamble a Unilever, di informare sempre con accuratezza in quali prodotti è inserito un radio tag e di offrire alla gente la possibilità di neutralizzarli con un apparecchio che potrebbe essere collocato all'uscita di ogni supermercato.

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