Pagine

Visualizzazione post con etichetta nucleare. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta nucleare. Mostra tutti i post

27 maggio 2011

Da Berlino il segnale della ritirata all'industria nucleare

Con la decisione di abbandonare il nucleare entro il 2022, il governo di Angela Merkel ha messo una pietra tombale sull'atomo europeo: otto centrali tedesche chiuderanno immediatamente, sei entro il 2021 e tre l'anno successivo. Subito dopo, gli svizzeri hanno deciso l'uscita dal nucleare entro il 2034 e l'abbandono dei progetti di costruzione di tre nuove centrali. Gli inglesi hanno messo un freno alla realizzazione dei loro nuovi reattori. Gli italiani andranno a referendum il 12-13 giugno e l'esito si può già dare per scontato, vista l'aria che tira e la facilità di ritirarsi da un progetto mai realizzato.

La prima reazione dall'industria è stata quella di E.on: durissima. Farà causa al governo di Berlino chiedendo un congruo risarcimento. "La compagnia si aspetta adeguate compensazioni", ha detto un portavoce, aggiungendo che i danni sono calcolabili "in una somma a due cifre in miliardi di euro". Rwe, per parte sua, ha fatto sapere che "si stanno considerando azioni legali". Con le sue quote negli 11 reattori nucleari tedeschi in cui è presente, E.on avrebbe potuto produrre 1.271 terawattora di qui alla fine del ciclo di vita previsto: come dire che solo con quelli avrebbe potuto mandare avanti l'Italia intera per quattro anni. Ripercussioni si cominciano a vedere anche sulla strategia internazionale delle aziende tedesche: Siemens, che ha appena sofferto una batosta da 648 milioni di multa per la rottura della joint-venture nucleare con la francese Areva, ha deciso di uscire anche dall'accordo con il colosso russo dell'atomo Rosatom, che aveva firmato due anni fa.

In Giappone, l'effetto Fukushima si fa sentire su Toshiba, casa madre insieme a Westinghouse del reattore AP1000, grande rivale dell'Epr francese: il campione tecnologico giapponese ha annunciato un ridimensionamento delle attività nucleari a favore delle rinnovabili e delle smart grid. "Se tutti nel mondo sono contrari all'atomo non ha senso continuare a dire che questa tecnologia sarà il pilastro della nostra strategia", ha dichiarato il presidente di Toshiba, Norio Sasaki, aggiungendo che "ci vorrà del tempo per capire esattamente quale sarà il nuovo quadro internazionale". Il gruppo ha reso noto che l'obiettivo di 39 ordini per altrettanti reattori AP1000 slitterà di due anni fino al marzo 2016. Sasaki ha precisato che gli ordini per i quattro AP1000 da realizzare in Cina non subiranno ritardi, ma potrebbero slittare di 2-3 anni i tempi di approvazione dei progetti negli Usa e in altri Paesi. Toshiba si concentrerà di conseguenza su nuovi settori come le rinnovabili, le smart grid e le batterie, per i quali stanzierà 700 miliardi di yen (oltre 6 miliardi di euro). Più in dettaglio, ha spiegato Sasaki, 350 miliardi di yen saranno investiti nel solare, idroelettrico, geotermico ed eolico, 800 miliardi nei motori elettrici a bassi consumi, negli inverter e nelle batterie e 900 miliardi nelle smart grid.

La svolta della Merkel ha travolto anche il mercato europeo della CO2, dove i prezzi sono schizzati in alto fino a 17 euro la tonnellata, partendo dal presupposto che la chiusura dei reattori tedeschi rimetterà in gioco il carbone polacco e il gas russo, causando un marcato aumento delle emissioni di anidride carbonica e quindi del valore dei certificati relativi. La Germania ha solo sei mesi per evitare il blackout estivo, che nelle condizioni attuali risulterebbe inevitabile. E quindi dovrà mettere rapidamente in piedi un'alternativa, non certo affidandosi alle fonti rinnovabili. La Francia stessa è preoccupata dall'improvviso venir meno dell'energia d'importazione tedesca, che colpisce il sistema francese proprio in un momento di grave siccità, di cui soffrono anche i sistemi di raffreddamento dei reattori. La Commissione Europea, a sua volta, non è stata particolarmente entusiasta della decisione unilaterale di Berlino, che non tiene conto delle ricadute infrastrutturali per l'Europa, come ad esempio nuovi gasdotti o elettrodotti intercontinentali. Ma l'addio al nucleare della locomotiva tedesca è ormai deciso e resterà un punto di svolta nella strategia energetica del Vecchio Continente.


26 aprile 2011

Costi più alti per i reattori dopo Fukushima

La frenata del nucleare dopo il terremoto in Giappone è cominciata in Germania: 7 reattori spenti da un giorno all'altro per la moratoria di tre mesi imposta dalla cancelliera Angela Merkel. Poi il ripensamento si è esteso alla Svizzera, che ha bloccato i suoi piani di appalto per due nuovi reattori, destinati a sostituirne altri due, ormai prossimi alla pensione. I quattro reattori in programma nel Regno Unito procedono, ma subiranno dei rallentamenti per lo slittamento da giugno a settembre dell'autorizzazione da parte del ministero della Sanità e dell'Ambiente. Da noi, invece, la rinascita nucleare sembra definitivamente bloccata, dopo la moratoria del programma atomico del governo e l'azzeramento del referendum di giugno.

Per la Germania, la Svizzera e il Regno Unito si tratta di numeri importanti: i tedeschi coprono con il nucleare il 22% del proprio fabbisogno energetico, gli svizzeri il 40% e i britannici il 18%. Nel breve periodo, sostiene J.P. Morgan, la chiusura dei reattori costerà a E.on e Rwe 360 milioni di euro ciascuna in termini di minori profitti, ma nel medio termine le perdite dovrebbero essere compensate dall'aumento dei prezzi all'ingrosso dell'elettricità, che sono già saliti del 12%. Per l'Italia, invece, non è un grande sforzo, visto che il nucleare non ce l'abbiamo e l'energia è già più cara del 20-25% rispetto alle medie europee.

Se anche la battuta d'arresto fosse temporanea, resta il fatto che gli "stress test" su cui si è impegnata l'Europa, per verificare lo stato di salute dei 143 reattori attivi nell'Unione, faranno salire i costi di gestione di questi impianti. Perfino i francesi, che coprono con il nucleare l'80% del proprio fabbisogno energetico e quindi non possono certo permettersi ripensamenti, hanno convenuto, per bocca del numero uno di Edf, Henri Proglio, che "gli standard e le procedure dovranno essere armonizzati a livello europeo". E i primi contraccolpi del ripensamento tedesco stanno arrivando sul mercato delle fusioni: Siemens vuole disdire l'accordo di joint venture siglato due anni fa con il colosso nucleare russo Rosatom. 

La reazione europea si rispecchia sul piano internazionale: la Cina, impegnata in un gigantesco programma nucleare con 27 nuovi reattori, sui 62 in costruzione nel mondo intero, ha congelato le procedure di approvazione dei nuovi progetti. Non a caso, il capo dell'Agenzia Internazionale dell'Energia, Nobuo Tanaka, ha parlato di un possibile ridimensionamento per la quota di produzione elettrica da fonte nucleare, oggi al 14% nel mondo e prevista in crescita al 16% nel 2030. "Costruire nuovi reattori potrà comportare, d'ora in poi, costi maggiori o tempi più lunghi", ha detto Tanaka. "Questo significa che le nostre previsioni di crescita per la fonte nucleare potrebbero essere ridimensionate". Di conseguenza, le quotazioni dell'uranio sono cadute, insieme ai titoli delle società minerarie come Cameco, Rio Tinto o Bhp Billiton. Anche le azioni delle compagnie elettriche internazionali impegnate sul fronte nucleare perdono terreno.

Negli Stati Uniti, il ministro dell'Energia Steven Chu ha assicurato che l'amministrazione Obama manterrà i suoi impegni. Ma a questo punto tutti gli occhi sono puntati sulla nuova strategia energetica tedesca, che verrà annunciata entro metà giugno. Il Fraunhofer Institut sostiene che abbandonare il nucleare richiederebbe investimenti per 245 miliardi di euro. I dubbi dei politici sono fortissimi, come ha espresso chiaramente il ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble: "La domanda è: come si esce dal nucleare in modo accettabile da un punto di vista economico? E soprattutto, chi sostiene il costo di un'uscita anticipata: il contribuente o il consumatore?". I settori produttivi più energivori - tra cui la meccanica, la chimica e la siderurgia - sono preoccupati. Ma se anche un Paese manifatturiero come la Germania dovesse decidere di fare a meno del nucleare, il futuro di questa fonte sarebbe davvero segnato.


24 aprile 2011

L'atomo? In Germania sta morendo e in UK è in prognosi riservata

Il nucleare? "In Germania sta morendo e anche nel Regno Unito mi sembra in prognosi riservata". E' mesto Nick Butler, capo della strategia di Bp per vent'anni e consigliere del Labour in materia energetica, oltre che presidente del King's Policy Institute al King's College di Londra. "Questa decisione tedesca è molto destabilizzante per tutto il mercato: se si vogliono contenere le emissioni, non si può rinunciare al nucleare", aggiunge Butler, a margine dell'Utilities and Energy Conference, il convegno annuale di Accenture sulle stretgie energetiche, che quest'anno si è tenuto ad Amsterdam.

Che ne sarà dei programmi nucleari dei Paesi emergenti?

"Quelli resteranno. Cina e India andranno avanti, non possono continuare a basarsi solo sul carbone, sarebbe una scelta davvero troppo inquinante. Hanno molto bisogno di aumentare in fretta la produzione elettrica con una fonte più pulita e il nucleare per ora è l'unica possibilità. Amplieranno anche la produzione elettrica da fonti rinnovabili, ma con quelle non si può mandare avanti l'industria manifatturiera".

Però continueranno a crescere...

"Non c'è dubbio. Le fonti pulite sono ancora troppo care, ma offrono un grande vantaggio, soprattutto per i Paesi industrializzati, che si dibattono in questa ripresa senza occupazione: creano posti di lavoro. Inoltre aumentano la sicurezza energetica, riducendo le importazioni di petrolio".

E il gas?

"E' il grande vincente. Ormai la competizione più accanita sul mercato energetico è 'gas contro gas', non gas contro gli altri".

In che senso?

"Nel senso di gas naturale liquefatto contro gas distribuito via tubo. Con lo sfruttamento dei giacimenti di shale gas è cresciuta enormemente la competitività del gas naturale liquefatto, che alla lunga è destinato a prevalere. Prima del terremoto in Giappone si era già visto che il trend è questo. Superato lo scossone, i prezzi torneranno giù e sarà il gas naturale liquefatto a guidare le quotazioni".

E il petrolio?

"Anche le quotazioni del petrolio sono irrealistiche e scenderanno sotto i cento dollari al barile. Ma il petrolio resta una fonte troppo instabile e pericolosa. Non dimentichiamo che tra i Paesi esportatori di petrolio ci sono solo tre democrazie: Norvegia, Canada e Brasile. L'Europa deve assolutamente ridurre la sua dipendenza dal petrolio, sviluppando una politica comune molto più concentrata sulla sicurezza energetica".

Come?

"Diversificando il più possibile le fonti, compreso il nucleare, e i Paesi fornitori. Investendo nelle nuove tecnologie pulite. Riducendo i consumi con l'efficienza energetica".


1 aprile 2011

Radiazioni mediatiche: perché il nucleare fa più paura?

Per giorni e giorni, la copertura mediatica del terremoto in Giappone si è concentrata quasi esclusivamente sul rischio nucleare. Poi, quando il rischio si è attuenuato, il disastro è sparito dalle pagine dei giornali. "Questo tipo di copertura ci dice molto di più su noi stessi che sull'incidente di Fukushima", spiega David Spiegalhalter, autorità internazionale in materia di percezione pubblica del rischio, di cui è professore a Cambridge.

Da statistico, non può far altro che appellarsi ai numeri. E porta il classico esempio di Chernobyl, dove i morti attribuiti direttamente all'incidente dall'ultimo rapporto dell'Onu (febbraio 2011) risultano 64. "Si stima che 17 milioni di persone siano state esposte alle radiazioni dovute all'incidente di Chernobyl, ma non più di 2000 si sono ammalate di cancro, avendo consumato cibo contaminato per colpa delle informazioni false fornite dalle autorità dopo l'incidente", fa notare Spiegelhalter. E' un bilancio drammatico, ma molto più contenuto di quanto ci si aspettasse. Niente a che fare con altri disastri industriali, come quello del 2 dicembre 1984 a Bhopal, in India, dove la nuvola di gas fuoriuscita da una fabbrica di pesticidi fece 3.787 vittime. Oppure con gli infiniti incidenti legati al mondo dell'energia, dalle decine e decine di stragi nelle miniere di carbone (a Benxihu, in Cina, nel 1942 morirono in 1549) al crollo della diga del Vajont, con 1917 vittime.

D'altra parte, pochi sembrano preoccuparsi delle radiazioni naturali cui si espone, sotto forma di gas radon, chiunque risieda nella parte occidentale dell'Inghilterra: "Le stime mediche attribuiscono a questo fenomeno oltre mille morti di cancro all'anno", rileva. Idem dicasi per le radiografie. Si calcola che le radiazioni erogate da una Tac siano equivalenti alla dose assorbita da chi si trovava a due chilometri e mezzo dal centro dell'esplosione di Hiroshima. "Visto che ogni anno negli Stati Uniti si somministrano più di 70 milioni di Tac, il National Cancer Institute calcola che 29mila americani si ammaleranno di cancro a causa delle radiazioni ricevute nell'arco di un solo anno", precisa Spiegelhalter.

Sia nell'uno che nell'altro caso, le conseguenze sono ben più devastanti di quelle causate dal più grave degli incidenti in tutta la storia del nucleare civile. Perché nessuno se ne cura? In questa materia, evidentemente, la percezione cambia molto a seconda del modo in cui le radiazioni si diffondono. "Gli psicologi hanno speso anni per identificare i fattori che ci portano a una marcata sensazione di vulnerabilità e una fuga radioattiva da un impianto nucleare li tocca tutti. E' un rischio invisibile, misterioso e incomprensibile, associato a conseguenze terribili come il cancro o le malformazioni congenite. Sembra innaturale". Se le radiazioni le abbiamo scelte noi, le percepiamo come un rischio calcolato. "Ma se le radiazioni vengono da un incidente che ci è stato imposto contro la nostra volontà, ci sentiamo molto più vulnerabili". Di conseguenza, Spiegelhalter è convinto che i principali effetti per la salute dovuti a un incidente nucleare siano psicologici. Per contrastarli, l'unica salvezza è la corretta comunicazione: "Un flusso costante d'informazioni obiettive è fondamentale per smontare l'ansia". Un messaggio che purtroppo, anche questa volta, sembra cadere nel vuoto.


21 marzo 2011

Dopo Fukushima, riscossa del gas naturale liquefatto

Il Giappone piange sulle macerie del terribile disastro, ma Peter Voser, numero uno di Royal Dutch Shell, non ha potuto reprimere un sorriso annunciando l'invio, già in corso, delle prime forniture straordinarie di gas naturale liquefatto verso i terminali di rigassificazione di Tokyo. Il colosso anglo-olandese sarà il primo ad approfittare del rimbalzo del prezzo del gas, che in pochi giorni è schizzato in su del 12%, mentre le quotazioni dell'uranio crollavano del 20%. Ma non sarà certamente l'ultimo. Gazprom e Qatargas si sono messi subito a disposizione e schiere di trader sono già in caccia di navi gasiere in giro per il mondo, il cui carico possa essere dirottato sul Giappone.

Il trend sul mercato delle materie prime rispecchia il panico scatenato dall'incidente nucleare di Fukushima. In particolare, salgono i prezzi sulla piazza del National Balancing Point inglese, uno dei principali punti di negoziazione europei, considerato il mercato di riferimento per il Gnl, un idrocarburo liquido ottenuto raffreddando a -162° il gas naturale appena estratto, per poi poterlo trasportare liberamente via nave. Nel 2010, l'Europa ha ricevuto 76 miliardi i metri cubi di questo gas, di cui 26 a destinazione flessibile. Quest'anno, Deutsche Bank prevede che verranno dirottati dall'Europa al Giappone fra i 5 e i 12 miliardi di metri cubi, mandando in orbita i prezzi europei. Tokyo è il primo importatore mondiale di gas naturale liquefatto - con cui alimenta un terzo del suo imponente sistema elettrico - e ne avrà ancora più bisogno nei prossimi mesi: solo per rimpiazzare la produzione di Fukushima dovrebbe aggiungere quest'anno 12 miliardi di metri cubi di Gnl agli 88 miliardi importati nel 2010, già una cifra da record. Ma la rivoluzione che si sta profilando sul mercato delle materie prime energetiche va al di là del problema giapponese.

La chiusura di 7 centrali in Germania, il ripensamento degli svizzeri sui 2 reattori in progetto, il congelamento delle 23 centrali in costruzione in Cina e degli 11 previsti in Russia non depongono a favore di una grande crescita del nucleare nel prossimo futuro. A tutto vantaggio del gas, oltre che del carbone e delle fonti rinnovabili. "Un evento come questo potrebbe riagganciare al petrolio il prezzo europeo del gas, che si era staccato dalla cavalcata del greggio", ha spiegato Simon Henry, direttore finanziario di Shell, presentando la strategia della major. Nell'ultimo anno, infatti, le quotazioni del gas si erano disaccoppiate dal petrolio grazie a un surplus di offerta, derivato dalle abbondanti estrazioni di gas non convenzionale che hanno inondato di metano a buon prezzo il mercato americano, liberando vasti volumi di Gnl per il resto del mondo. Si era interrotto così un legame storico, con il petrolio in continua turbolenza per le tensioni geopolitiche e il gas al bello stabile. Ma ora il rimbalzo dei prezzi indica una netta inversione di tendenza, alla luce della reazione emotiva che sta bloccando in tutto il mondo i programmi nucleari esistenti.

"Se davvero dovessimo andare verso un mondo senza il nucleare, il gas sarebbe senz'altro la soluzione più efficiente per sostituire quella quota di produzione elettrica", spiega Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia. In base ai suoi calcoli, studiati per CorrierEconomia, bisognerebbe estrarre globalmente 1000 miliardi di metri cubi di gas in più da qui al 2020 per "tappare il buco" lasciato aperto dal tramonto dell'atomo. Una quantità gigantesca, quasi equivalente alla produzione combinata di Stati Uniti e Russia, le due grandi potenze gasiere del mondo. "Più plausibile sarebbe uno scenario in cui la quota del nucleare venisse coperta al 40% dal gas, al 40% dal carbone e al 20% dalle fonti rinnovabili", commenta Tabarelli. Ma anche così, si tratterebbe di estrarre quasi 300 miliardi di metri cubi di gas e oltre 500 milioni di tonnellate di carbone in più. "Sotto il profilo ambientale, sarebbe un disastro", ammette Tabarelli, ricordando le 300mila vittime annuali attribuite all'inquinamento delle 400 centrali a carbone cinesi. Già la chiusura di 7 reattori tedeschi rischia di causare problemi enormi alla Germania, cui mancherà di colpo quasi un decimo della produzione di energia elettrica. Con cosa sostituirla? "Il gas sarebbe la soluzione meno inquinante, ma più cara. Il rischio è invece che si ricorra all'economica ma pestilenziale lignite", precisa.

E le fonti rinnovabili? Anche per loro il disastro giapponese può rappresentare una bella spinta. Nei giorni immediatamente successivi, mentre tutte le Borse cadevano, i titoli delle compagnie legate al solare o all'eolico hanno preso il volo. Fra i produttori di turbine e aerogeneratori, Nordex è salita del 19 per cento, Broadwind Energy del 24. Nel solare, la tedesca SolarWorld ha guadagnato il 23 per cento, l'americana Sunpower l'11, la Suntech il 10, First Solar l'8, invertendo una serie nera dovuta al taglio dei sussidi statali europei e in particolare italiani. Fra le società nostrane, splende Enel Green Power, che ha in programma investimenti per 6,4 miliardi nelle fonti rinnovabili, da qui al 2015. Ma corrono anche Kerself, KR Energy, Kinexia, Falck e Alerion. A livello globale, l'indice dell'energia pulita, l'S&P Global Clean Energy Index, ha registrato un balzo del 6 per cento. Potrebbere essere la riscossa per un settore sempre troppo dipendente dagli incentivi pubblici.


19 marzo 2011

A Tokyo un terzo dei livelli di radioattività medi di Roma

Fra le news dell'ambasciata italiana a Tokyo, ne segnalo una particolarmente interessante:

"Una squadra altamente specializzata della Protezione Civile italiana, composta di sei tecnici ed esperti, e’ operativa da questa mattina presso l’Ambasciata al fine di fornire orientamento e supporto alle attivita’ che la Sede diplomatica sta mettendo in atto a tutela della collettivita’ italiana in Giappone.

Le prime rilevazioni dei livelli di radioattivita’ sono state effettuate a partire dall’aeroporto di Narita, lungo il tragitto verso Tokyo e sul tetto dell’Ambasciata.

I valori della radioattivita' di fondo misurata in tutti i punti di rilevazione sono del tutto compatibili con quelli forniti dalle Autorita’ giapponesi e riportate sui siti istituzionali (tra cui quello del Governo Metropolitano di Tokyo che pubblica ogni ora i dati della radioattivita' massimo/ minimo/ media, sul sito del Tokyo Metropolitan Institute of Public Health http://113.35.73.180/monitoring/index.html).

Inoltre, avendo la possibilita' di effettuare una misura spettroscopica, i tecnici hanno avuto la possibilita' di ESCLUDERE la presenza di radiazione proveniente da isotopi radioattivi (NON ci sono isotopi artificiali, ossia quelli che possono essere stati prodotti in un reattore nucleare).

I valori in questione sono dell’ordine di 0.04 microsievert/ora, circa un terzo del valore di radioattivita' ambientale tipico della citta' di Roma (0.25 microsievert/ora). Tali risultanze portano al momento ad escludere qualunque rischio di contaminazione in corso a Tokyo".

Questa rilevazione risale alla sera del 16 marzo (ore 22.30 locali), il giorno dopo la quarta e ultima esplosione, che ha causato un picco di radioattività attorno alla centrale.

Le rilevazioni sono state ripetute tutti i giorni, fino ad oggi (lì è notte ora) e hanno dato esattamente gli stessi risultati.

 


16 marzo 2011

Giappone: dallo tsunami alla fusione del nocciolo

La crisi nucleare giapponese si aggrava. Dopo le esplosioni verificatesi nei reattori 1 e 3 della centrale di Fukushima Daiichi, con relativa fuoriuscita di radioattività, è ora il surriscaldamento del reattore 2 a tenere il mondo con il fiato sospeso.

In questa unità, l'ultima esplosione non ha fatto saltare il tetto come negli altri casi e quindi potrebbe aver danneggiato le strutture interne di contenimento. L'acqua di mare che viene pompata continuamente per raffreddare il nocciolo, infatti, sparisce a una velocità superiore rispetto ai normali tempi di evaporazione, di conseguenza c'è il sospetto di una perdita dalla camera interna del reattore. L'altra ipotesi è che la temperatura sia talmente alta all'interno da far evaporare l'acqua molto più in fretta del previsto.

L'esplosione è da ricondursi, come negli altri casi, alla tendenza dell'acqua a dividersi in ossigeno e idrogeno, in presenza di metallo. L'idrogeno può esplodere al contatto con l'aria esterna, quando viene sfiatato per diminuire la pressione. Ma da qui a danneggiare la camera interna del reattore, ce ne corre. Il combustibile nucleare è contenuto in un rivestimento, che a sua volta è alloggiato in un cilindro d'acciaio chiamato "vessel". Attorno a questo c'è un'altra struttura blindata di cemento armato di spessore notevole, che resiste anche alle bombe atomiche. Poi c'è una terza barriera, a prova di bomba, che racchiude tutta l'area nucleare nel cemento armato speciale spesso un paio di metri. L'esplosione dell'idrogeno è avvenuta all'esterno di queste tre barriere.

L'azienda elettrica Tepco e l'Agenzia per la sicurezza nucleare nipponica (Nisa) ritengono che le strutture di contenimento del reattore non siano state danneggiate, ma è stato comunque chiesto l'aiuto dell'Agenzia internazionale dell'energia atomica. Secondo la Nisa, le possibilità di un'estesa fuga di vapore radioattivo dalla centrale sono "estremamente basse", mentre l'Aiea ha per il momento classificato l'incidente di Fukushima al livello 4 della scala Ines (nessuna contaminazione radioattiva dell'ambiente circostante ma danni a cose e persone a diretto contatto con la camera di sicurezza del reattore).

In realtà, dopo l'ultima esplosione questa classificazione non è più corretta, perché sono stati registrati livelli pericolosi di radioattività nel giro di 30 chilometri dalla centrale e picchi anomali anche a Tokyo, a 250 chilometri di distanza, seppure non pericolosi per la salute umana.

Nel cuore del reattore, intanto, la temperatura continua a salire. L'azienda elettrica Tepco ha ammesso che il processo di raffreddamento non si è ancora stabilizzato e quindi le barre di combustibile del reattore 2 sono state esposte per tre volte, con inizio di fusione del nocciolo. Probabilmente anche nelle unità 1 e 3 le barre sono state esposte per un certo tempo. Bisognerebbe sapere quanto tempo è durata l'esposizione per capire se siamo arrivati alla fusione del nocciolo. Questo avviene se il sistema di raffreddamento non riesce a star dietro alle perdite d'acqua dovute all'evaporazione (o altro) e la temperatura all'interno del vessel diventa così alta da danneggiare o disallineare le barre di uranio e grafite spesse un centimetro, che bombardate di neutroni producono calore. La fissione allora diventa incontrollata e nel giro di qualche ora porta alla fusione. "Non possiamo controllare se sta accadendo, ma è probabile", ha detto il capo di gabinetto del governo di Tokyo, Yukio Edano.

Una fusione del nocciolo non è ancora la peggiore delle ipotesi. Nel caso dell'incidente di Three Mile Island, il nocciolo fuso è rimasto all'interno del vessel, senza far danni all'esterno. Con la fusione, però, le barre di uranio possono raggiungere temperature fino a duemila gradi, nel qual caso potrebbero bucare le barriere di contenimento e sprofondare nel terreno, rilasciando nell'ambiente quantità massicce di materiale radioattivo. Questa è la peggiore delle ipotesi. Sarebbe la prima volta nella storia. Per evitarlo, bisogna puntare a riprendere il controllo del processo di raffreddamento, sperando che le barriere di contenimento tengano fino a quando la temperatura nel vessel comincerà a diminuire. E' quello che i tecnici giapponesi stanno cercando di fare.


13 marzo 2011

Rischio nulceare giapponese: il mistero della fusione del nocciolo

La peggiore delle ipotesi? Fusione del nocciolo con esplosione del reattore. In questo caso la fuoriuscita di materiale radioattivo sarebbe inevitabile e massiccia. Un'ipotesi teorica, mai accaduta nella storia del nucleare civile. Nell'incidente di Three Mile Island, nel 1979, si arrivò alla fusione del nocciolo. Ma senza danni, perché il reattore rimase perfettamente integro. Dalla centrale non uscì nulla e tutto il materiale sta ancora chiuso lì dentro, annegato in un sarcofago di cemento. A Cernobyl non si arrivò mai alla fusione del nocciolo, ma ci fu un'esplosione da cui fuoriuscì una parte del combustibile radioattivo. Le conseguenze furono molto più gravi, come sappiamo.

Nel caso di Fukushima Daiichi, non sappiamo ancora con certezza come stiano le cose. L'agenzia di sicurezza nucleare giapponese sostiene che le quattro centrali più vicine all'epicentro del terremoto siano state subito spente e nega la fusione del nocciolo nell'unità numero 1 della centrale di Fukushima. L'esplosione, dovuta a un problema al sistema di raffreddamento, dovrebbe avere intaccato solo le pareti esterne della centrale, non il reattore. Ma la fuoriuscita di cesio indica che ci sia stata una fusione di combustibile, anche se probabilmente non del nocciolo. E quindi resta un'incongruenza fra quanto dichiarato e l'evidenza dei fatti.

La centrale di Fukushima è un bestione composto da 6 unità per quasi 5 gigawatt di potenza: potrebbe soddisfare da sola un decimo del fabbisogno italiano di energia elettrica. Costruita nel '66, la centrale utilizza dei reattori Bwr (Boiling Water Reactor) costruiti da General Electric, Toshiba e Hitachi. Il nocciolo di un reattore Bwr può essere immaginato come la resistenza elettrica che scalda l'acqua in un comune bollitore da cucina: è immerso nell'acqua e diventa molto caldo. L'acqua lo raffredda e allo stesso tempo trasporta via il calore, di solito sotto forma di vapore, per far girare delle turbine che generano elettricità. Se l'acqua smette di fluire, abbiamo un problema. Il nocciolo si surriscalda e sempre più acqua si trasforma in vapore. Il vapore causa una forte pressione nella camera interna del reattore, un contenitore sigillato. Se il nocciolo - composto principalmente di metallo - diventa troppo caldo, tande a sciogliersi e alcune componenti possono infiammarsi.

Nella peggiore delle ipotesi, il nocciolo si scioglie completamente e buca il fondo della camera interna, cadendo sul pavimento della camera di contenimento, un altro contenitore sigillato. Questo è progettato apposta per evitare che il contenuto del reattore penetri all'esterno. Il danno a questo secondo contenitore può essere anche grave, ma in linea di principio dovrebbe poter evitare una fuga radioattiva nell'ambiente circostante. L'espressione "in linea di principio", però, è sempre relativa. I reattori sono progettati per avere diversi livelli di sicurezza, in modo da far scattare un'altra procedura se la prima fallisce. Ma quel che è successo a Fukushima dimostra che non sempre si riesce a mantenere il controllo del sistema. Il terremoto ha fatto spegnere automaticamente i reattori in funzione, ma ha anche tolto la corrente alle pompe che facevano fluire l'acqua di raffreddamento del nocciolo. I generatori diesel si sono attivati per ovviare al blackout, ma sono partiti con un'ora di ritardo rispetto all'interruzione di corrente, non si sa perché. Questo ha scatenato il surriscaldamento del reattore.

Nel caso di Three Mile Island, non si è arrivati alle estreme conseguenze, perché la camera di contenimento ha tenuto. A Cernobyl, un reattore considerato inaccettabile in base agli standard occidentali proprio per la mancanza di sistemi multipli di sicurezza, la fuoriuscita di materiale radioattivo avvenne a causa dell'esplosione, che scagliò in aria il combustibile nucleare, non in seguito a una fusione.

Nel caso di Fukushima Daiichi, il monitoraggio dell'International Atomic Energy Agency (il braccio di sicurezza nucleare delle Nazioni Unite) ci dice che il reattore è stato spento subito. Ma il riscaldamento continua attraverso la reazione nucleare, che ci mette molto tempo prima di esaurirsi. Non possiamo sapere se la drammatica esplosione cui abbiamo assistito attraverso le riprese televisive abbia davvero intaccato solo le pareti esterne della centrale. L'unica fuoriuscita radioattiva di cui siamo a conoscenza è derivata dalla necessità di sfiatare la pressione che si era creata nella camera di contenimento. Questa manovra, resasi necessaria per contenere il surriscaldamento, dovrebbe far uscire solo isotopi radioattivi che decadono rapidamente, prodotti dall'acqua di raffreddamento. Resta da spiegare la presenza di isotopi di cesio. Questi sono prodotti dalla reazione nucleare del nocciolo e dovrebbero restare confinati all'interno del reattore. Se sono stati registrati all'esterno della centrale, vuol dire che il nocciolo ha cominciato a disintegrarsi.

 


4 gennaio 2011

I cinesi avanzano verso il nucleare autofertilizzante

Gli scienziati cinesi avrebbero inventato una nuova tecnologia per lo sfruttamento del combustibile nucleare esaurito. L'annuncio è stato dato dalla televisione di Stato, senza offrire ulteriori dettagli tecnici: si sa soltanto che la nuova tecnologia esce dai laboratori della China National Nuclear Corporation, nel deserto del Gobi, dopo decenni di sperimentazioni. Il salto tecnologico, sostiene la Cctv, consentirà all'industria nucleare cinese di soddisfare il fabbisogno di combustibile nucleare per secoli. "La Cina ha riserve accertate di uranio che dovrebbero durare solo da 50 a 70 anni", ma con questa scoperta il periodo di copertura si allunga "a 3.000 anni".

L'annuncio arriva proprio mentre i cinesi avanzano rapidamente nel loro enorme programma di sviluppo del nucleare civile. Attualmente sono in costruzione sei reattori AP1000, con tecnologia Toshiba-Westinghouse di terza generazione, cui collabora anche l'italiana Ansaldo, in due siti diversi, Sanmen e Haiyang. I primi quattro, da 1100 megawatt ciascuno, saranno operativi fra il 2013 e il 2014 e ce n'è un'altra cinquantina in programma in giro per il Paese. Pechino vorrebbe raggiungere una capacità nucleare da 70 a 80 gigawatt entro il 2020, equivalente a tutta la capacità elettrica installata in Italia. E se va avanti a questo ritmo, è probabile che centrerà l'obiettivo: i tempi normali di costruzione di un reattore sono 4-5 anni, ma l'alacrità cinese non ha limiti. E' quindi comprensibile la preoccupazione del governo di Pechino per gli approvvigionamenti di combustibile: la Cina produce attualmente circa 750 tonnellate di uranio l'anno, ma la domanda potrebbe aumentare fino a 20.000 tonnellate entro il 2020.

Se davvero gli scienziati cinesi sono riusciti a mettere a punto una tecnologia di riutilizzo del combustibile nucleare più avanzata di quelle già sfruttate in Occidente, hanno scoperto la pietra filosofale del nucleare civile.

Ma non è chiaro a cosa si riferisse l'annuncio televisivo. Il riprocessamento del combustibile, infatti, è un sistema già conosciuto e praticato dall'industria nucleare occidentale: solo il 3-4% del combustibile usato una volta non si può più riutilizzare, il restante 96% viene riciclato. I due principali siti europei di riprocessamento sono La Hague in Francia e Sellafield in Inghilterra. Se i cinesi sono andati oltre, per ora non è dato sapere. In Occidente, l'industria nucleare lavora già da anni a vari tipi di reattori autofertilizzanti, macchine progettate per ottenere un rapporto di conversione maggiore di uno, cioè per produrre più materiale fissile al loro interno di quanto ne consumino. I rapporti di conversione tipici dei prototipi autofertilizzanti sono attorno a 1,2, mentre quelli dei reattori di prima e seconda generazione sono di 0,6.

La terza generazione, quella attualmente in costruzione, arriva a rapporti di 0,7-0,8. La tecnologia più promettente in questo senso è il reattore autofertilizzante a ciclo torio-uranio, proposto dal Nobel Carlo Rubbia per superare il problema delle riserve limitate di uranio: il torio è un combustibile nucleare molto abbondante in natura e non c'è bisogno di arricchirlo prima di usarlo. Un reattore al torio avrebbe anche il vantaggio di non generare plutonio (elemento tossicissimo e sfruttabile a scopi militari), ma di essere comunque in grado di "bruciarlo".


21 luglio 2010

No alle scorie nucleari italiane nello Utah

No alle scorie nucleari italiane nello Utah. Energy Solutions, azienda con sede a Salt Lake City che opera in tutto il mondo nel settore nucleare, ha deciso di rinunciare al programma di smaltimento delle scorie italiane nello Utah e ha comunicato che potrebbe dirottare le scorie verso un centro di smaltimento in Italia. Peccato che a un quarto di secolo dalla fine del nucleare italiano non ne abbiamo ancora istituito uno e non siamo ancora riusciti a smaltire nemme lo scorie di allora.

L'azienda dello Utah aveva provato a importare 20.000 tonnellate di rifiuti radioattivi italiani. Dopo il trattamento circa 1.600 tonnellate sarebbero state portate nella discarica dell'azienda nel deserto dello Utah, l'unica discarica di materiali a basso livello di radioattività degli Stati Uniti.

L'idea ha però incontrato la ferma opposizione dei repubblicani dello Utah, che hanno spinto l'approvazione di una legge che vieta l'importazione di scorie radioattive straniere.

Nella stessa Ue, del resto, domina l'orientamento che le scorie nucleari siano un problema della politica nazionale e che quindi ogni Stato dovrebbe stoccarle all’interno dei propri confini. Ne è convinto il commissario Ue all’Energia, Guenther Oettinger, che in una recente intervista rilasciata a Financial Times Deutschland ha definito l’esportazione dei rifiuti nucleari “scandalosa”, chiedendo agli operatori di provvedere al più presto alla creazione di depositi sicuri. Non solo. Secondo il commissario andrebbe esclusa ogni ipotesi di stoccaggio in siti comuni o la loro esportazione al di fuori della Ue (citando come esempio l’ipotesi di un sito in Russia), sottolineando quanto sia pericoloso il commercio di rifiuti in generale e di quelli radioattivi in particolare.


11 maggio 2010

Caro Partito Democratico, sostieni il nucleare

Una settantina tra universitari, parlamentari, imprenditori e giornalisti chiedono al segretario del Partito Democratico di non escludere l'opzione del ritorno all'energia nucleare: questa è la lettera aperta, pubblicata dal Riformista http://www.ilriformista.it/stories/Prima%20pagina/223074/ «L'energia nucleare, quasi ovunque, nel mondo industrializzato è vista come un'insostituibile opportunità che contribuisce alla riduzione del peso delle fonti fossili sulla generazione di energia elettrica, compatibile con un modello di sviluppo ecosostenibile», si legge nella lettera, firmata, tra gli altri, dall'oncologo Umberto Veronesi, dall'astronoma Margherita Hack, dal fisico Carlo Bernardini, dall'ex presidente dell'Enel (e in passato di Legambiente) Chicco Testa e dall'ex ministro del Lavoro Tiziano Treu.L'appello a Bersani «Sebbene la legge che reintroduce la possibilità di utilizzo del nucleare contenga forzature e punti sbagliati e ci siano limiti nell'azione di governo per la realizzazione dell'annunciato programma nucleare, riteniamo che non sia in alcun modo giustificata l'avversione al reingresso dell'Italia nelle tecnologie nucleari», dice ancora l'appello, che chiede a Bersani «di garantire che le sedi nazionali e locali del Pd, gli organi di stampa, le sedi di riflessione esterna consentano un confronto aperto e pragmatico». «Riterremmo innaturale e incomprensibile ogni chiusura preventiva su un tema che riguarda scelte strategiche di politica energetica, innovazione tecnologica e sviluppo industriale così critiche e con impatto di così lungo termine per il nostro Paese». Per i firmatari dell'appello pro atomo «importiamo più dell'80% dell'energia primaria di cui abbiamo bisogno, principalmente, da paesi geopoliticamente problematici. Produciamo l'energia elettrica per il 70% con combustibili fossili. Circa il 15 la importiamo dall'estero e prevalentemente di origine nucleare... Con le rinnovabili, se escludiamo l'idroelettrico... produciamo circa il 6%. L'energia solare per la quale sono stati investiti fino a ora circa 4 miliardi, ben ripagati dai generosi incentivi concessi fino a oggi dal sistema elettrico italiano, contribuisce al nostro fabbisogno elettrico per lo 0,2%».

1 maggio 2010

Piccolo è bello: scende in campo il nucleare tascabile

Piccolo è bello. Il nucleare 2.0 esce dai laboratori di ricerca e fa il primo botto in Borsa, con l'annuncio dell'alleanza fra Bill Gates e Toshiba per costruire il primo “reattore portatile”, partendo dalla tecnologia sviluppata da Nathan Myhrvold, l'ex capo tecnologico di Microsoft. Sull'onda della notizia, pubblicata dal quotidiano giapponese Nikkei, il titolo Toshiba ha chiuso con un balzo del 3,6% alla Borsa di Tokio, in controtendenza sul resto del listino. La partnership fra il miliardario filantropo e l'azienda giapponese, infatti, potrebbe essere decisiva per quel segmento dell'industria nucleare che sta tentando di miniaturizzare i reattori, tagliando i costi e rendendo sempre più trascurabile il problema delle scorie radioattive.

TerraPower, lo spin out atomico della galassia di Myhrvold, che fa capo a Bill Gates, ha in mente di utilizzare come combustibile nel suo Traveling Wave Reactor (Twr) proprio le pastiglie di uranio esaurito, senza necessità di ricaricarlo per decenni. In questo modo si estenderebbero di centinaia di anni le riserve di uranio a disposizione dell'umanità. Toshiba, da parte sua, è la più avanzata delle grandi società nucleari nella realizzazione di reattori compatti: il suo prototipo 4S (Super-Safe, Small, Simple), che può operare senza interruzione per 30 anni, punta a ottenere in autunno il via libera da parte delle autorità Usa per poter iniziare la costruzione del primo reattore nel 2014. I giapponesi contano di poter sfruttare circa l'80% delle tecnologie usate dal 4S anche per il Twr, mentre resta da risolvere il nodo del combustibile. Ma Toshiba e TerraPower non sono le uniche aziende a muoversi su questo terreno. Il piccolo reattore mPower della Babcock & Wilcox sarà probabilmente il primo a vedere la luce negli Stati Uniti, dove tre grandi utilities - Tennessee Valley Authority, First Energy e Oglethorpe Power - hanno firmato il mese scorso un accordo per la sua realizzazione e hanno già avviato le procedure per ottenere la certificazione dalla National Regulatory Commission. Il reattore ha una capacità di 125-140 megawatt, circa un decimo di quelli grandi. Ma il costo è in proporzione: 750 milioni di dollari (550 milioni di euro), contro i 5-10 miliardi di dollari di un reattore dai 1100 megawatt in su. Il piccolo mPower ha anche il vantaggio di dimezzare i tempi di costruzione e non ha bisogno della presenza di grandi masse d'acqua, per cui può essere installato anche nell'arido West. E' pensato per essere interrato e ricaricato ogni cinque anni: diminuisce ulteriormente il rischio di incidenti. E può essere utilizzato in forma modulare: una centrale prevista inizialmente per pochi reattori può aumentarne gradualmente il numero a seconda delle necessità. Infine può stoccare per l'intero arco del suo funzionamento, 60 anni, le scorie che produce. NuScale ha progettato un prototipo con una potenza ancora più ridotta, sui 45 megawatt, e sta per chiedere la certificazione. Hyperion, una start up che sfrutta un brevetto dei laboratori nucleari di Los Alamos, punta addirittura su un “reattore portatile” da 25 megawatt, da spostare con un pickup, che può dare energia a 20mila famiglie. E ha già firmato un accordo per esportarlo in Russia. E' chiaro che i mini-reattori approfitteranno dei 54 miliardi di dollari stanziati dal presidente Barack Obama per rimettere in moto l'industria nucleare americana. E presto ce li ritroveremo anche da questa parte dell'Atlantico.


8 marzo 2010

Le piccole imprese alla sfida del nucleare

La sfida del nucleare si riaffaccia sul panorama industriale italiano. Piccole e grandi, le imprese della penisola non vogliono perdere l'occasione della rinascita dell'atomo, in patria e all'estero. Dopo vent'anni di sonno, oggi ci sono 53 centrali nucleari in costruzione nel mondo, di cui 4 di terza generazione, due in Europa di tecnologia francese e due in Cina di tecnologia nippo-americana. Un primo censimento è stato fatto il mese scorso dall'Enel e da Confindustria, che ha ospitato in un meeting ad hoc 351 imprese già qualificate o interessate alle qualifiche per lavorare nel nucleare. I grandi gruppi - come Saipem, Maire Tecnimont, Techint, Ansaldo - che hanno continuato a operare nel nucleare all'estero dopo lo stop italiano del 1987, si contano sulle dita di due mani. Ma fra le piccole e medie ce n'è almeno una trentina già qualificate e molte altre che avrebbero tutte le carte in regola per mettere a disposizione della rinascita atomica la loro professionalità nella componentistica, nell'elettronica, nei cementi di alta qualità, negli acciai speciali. Per la realizzazione di un impianto di terza generazione di tecnologia francese, si prevede un investimento di 4-4,5 miliardi di euro, di cui solo la metà è destinato alla cosiddetta isola nucleare, che comprende il reattore e gli apparati connessi, come i generatori di vapore, le sale controllo, gli impianti di sicurezza. Il resto va nell'isola convenzionale, che raccoglie i sistemi di conversione in elettricità - turbine, alternatori, ausiliari - dell'energia termica sviluppata dal reattore, e per un 20% nelle opere civili. In tutti e tre questi ambiti ci sono imprese italiane che già contribuiscono alla realizzazione del primo reattore francese di terza generazione, in costruzione a Flamanville, in Normandia: dal gruppo Aturia al gruppo Belleli, da Mangiarotti Nuclear a Tectubi (nell'articolo qui accanto), da Fomas alle Acciaierie Valbruna, da Forgiatura Modena a Sesia Fucine, tanto per citarne alcune. Molte di loro erano rimaste al palo con la conclusione della prima avventura nucleare italiana e si stanno attrezzando per partecipare alla rinascita dell'atomo. Mangiarotti Nuclear, ad esempio, ha ereditato il know-how nucleare con l'acquisizione della fabbrica di componenti ex-Breda, poi Ansaldo, della Bicocca a Milano, che ora vorrebbe trasferire nel nuovo stabilimento di Monfalcone, pronto entro la fine dell'anno. Impianti di dimensioni importanti come i generatori a vapore che costruiva l'ex Breda sono molto pesanti e il gruppo Mangiarotti ha investito 100 milioni per trasferire la produzione sul mare, da dove spera sarà più facile vincere le gare di appalto. La brianzola Fomas, da parte sua, ha investito 250 milioni per ampliare 4 siti produttivi, di cui 2 in Italia, uno in Cina e uno in India, per star dietro alle commesse di forgiati destinati al circuito primario e secondario nelle centrali nucleari di tutto il mondo, dalla Francia alla Svezia, dalla Cina agli Stati Uniti. Nel Vicentino è nato addirittura un polo nucleare con tre imprese già qualificate, Forgital Italy di Velo d'Astico, Acciaierie Valbruna e Safas di Vicenza, grazie alla lunga tradizione nella lavorazione dei metalli e a un'esperienza consolidata nel comparto energetico e in settori contigui, come l'aerospaziale, in cui la qualità delle leghe e la precisione realizzativa sono fondamentali. Ma la rivoluzione in corso non investe solo il mondo del manifatturiero. Il ritorno del nucleare ha vaste ripercussioni di sistema, dalla ricerca alla formazione, fino a tutti i servizi collaterali. In prima linea c'è l'Enea, con il commissario Giovanni Lelli, che si candida a certificare il nucleare italiano, offrendo alle imprese italiane le sue strutture altamente specializzate per le prove di qualificazione nucleare di componenti e sistemi da installare nelle centrali. Sul piano nucleare italiano, dopo il via al decreto sui criteri per i siti, aleggia ancora l'incertezza politica. La guerra governo-Regioni infuria a colpi di ricorsi alla Consulta e tra gli stessi amministratori di centro-destra la linea prevalente è quella del "sì, ma non qui". Si compatta, a maggior ragione, l'opposizione: il "no" va da Rifondazione fino al referendum no nukes dell'Italia dei Valori, attraversando anche uomini del Pd, come Pier Luigi Bersani, che antinuclearisti non sono. Passate le regionali se ne parlerà con meno intralci? Certo è che la difficile corsa nel labirinto normativo è molto in ritardo. Lo statuto dell'Agenzia per la sicurezza nucleare, che doveva essere varato entro il 15 novembre, non si è ancora visto. E manca anche il nome del presidente. La posa della prima pietra entro fine legislatura, cioè entro il 2013, diventa sempre più improbabile. Ma se alla fine i quattro reattori Enel-Edf dei progetti governativi venissero davvero realizzati, nonostante l'opposizione e i ritardi, si parla di 16-18 miliardi d'investimento, di cui almeno 12 potrebbero andare in commesse alle aziende italiane. Per la seconda cordata, interessata a realizzare l'altra metà del programma nucleare del governo, i tempi sono ancora più lunghi, ma già diversi colossi elettrici si sono dichiarati interessati, dalla tedesca E.on alla milanese A2A. L'ipotesi della seconda cordata è una scelta politica importante, perché consentirebbe di diversificare le imprese e le tecnologie adottate. L'asse italo-francese si basa sul reattore Epr da 1600 megawatt, progettato da Areva (il braccio nucleare di Edf) e già in costruzione in Normandia, con la partecipazione dell'Enel. La seconda cordata, invece, potrebbe adottare la tecnologia di terza generazione nippo-americana, l'AP1000 di Westinghouse, in cui Ansaldo svolge un ruolo centrale.

6 marzo 2010

Patrick Moore: da Greenpeace all'atomo

"All'inizio degli Anni '70, quando ho contribuito a fondare Greenpeace, credevo che l'energia atomica fosse sinonimo di olocausto nucleare. E così la pensavano i miei compagni. Ora, a distanza di trent'anni, il mio punto di vista è cambiato e ritengo che tutti i militanti del movimento ambientalista dovrebbero aggiornare il loro. Perché il nucleare potrebbe essere la sola fonte energetica in grado di salvare il nostro pianeta dall'inquinamento e dai cambiamenti climatici". Patrick Moore, che negli anni Settanta e Ottanta fece di Greenpeace il riferimento mondiale del movimento ambientalista e poi saltò il fosso, passando dalla parte dei fautori dell'atomo, è il capostipite di una specie nuova: quella del "verde nuclearista" che va dall'inventore della teoria di Gaia, James Lovelock, fino al promotore del casalingo referendum italiano dell'87, Chicco Testa. Moore e Testa, infatti, si sono dati appuntamento la settimana scorsa a Roma per la prima uscita pubblica da sinistra in favore del ritorno italiano al nucleare.
Perché ha cambiato idea?
"Pensavamo all'atomo come alla fine dell'umanità. Una paura che nel '79 si è avverata con l'incidente nucleare dell'impianto di Three Mile Island, in Pennsylvania. Ma a ben guardare, quella è una storia di successo: le strutture di cemento dell'impianto hanno impedito qualsiasi fuga di radiazioni, sia all'interno che all'esterno. Non ci sono stati morti nè feriti, fra gli operai come fra gli abitanti della zona. E l'ambiente non ha subito alcun danno. In 50 anni di utilizzo di questa fonte energetica, in Nord America non c'è mai stato alcun problema vero. Proviamo a confrontare questo dato con i danni all'ambiente e alle persone causati in 50 anni dal carbone o dal petrolio".
E Chernobyl?
"Chernobyl è frutto della grave irresponsabilità e della pessima qualità tecnica prodotta da un sistema ormai in decomposizione come quello sovietico, che infatti dopo tre anni si è sfaldato. Comunque anche un disastro come Chernobyl non è niente al confronto dei 5mila minatori che muoiono ogni anno nel mondo".
Quindi vede con favore la nuova svolta dell'amministrazione Obama?
"Il presidente Obama ha espresso un concetto molto importante: basterà una delle prime due centrali che verranno costruite in Georgia per tagliare 16 milioni di tonnellate all'anno di CO2 rispetto a un impianto equivalente a carbone, è come togliere 3,5 milioni di veicoli dalle strade. Il nucleare può fornirci già oggi tutta l'energia elettrica di cui abbiamo bisogno senza danneggiare l'ambiente. Negli Usa, il 20% del fabbisogno elettrico è assicurato da 103 reattori nucleari e l'80% delle persone che vivono nel raggio di 10 chilometri dicono di non avere alcuna preoccupazione".
E perché non possiamo andare avanti con i combustibili fossili?
"Le oltre 600 centrali elettriche a carbone americane producono il 36% di tutte le emissioni di CO2 negli Usa, il 10% delle emissioni mondiali. E' questa la prima causa dell'effetto serra e dei cambiamenti climatici. Quanto al petrolio e al gas naturale, oltre a inquinare sono già oggi troppo costosi e lo diventeranno sempre di più".
Ma non è meglio puntare su eolico e fotovoltaico?
"Non scherziamo. Gli impianti eolici e fotovoltaici non forniscono neanche l'1% dell'energia elettrica mondiale, sono costosissimi e offrono un'erogazione intermittente e scarsamente prevedibile. Al momento attuale non possono certamente essere considerati un'alternativa alle fonti fossili. Il 99% dell'elettricità pulita nel mondo viene prodotta da centrali nucleari e idroelettriche".
E lo smaltimento delle scorie radioattive?
"Se tutta l'elettricità che serve per l'intera esistenza di un individuo venisse dall'energia atomica, le tanto temute scorie starebbero dentro una lattina di Coca-Cola e solo una loro traccia avrebbe una lunga vita radioattiva. Quelle che impropriamente vengono definite scorie sono in realtà, per la gran parte, combustibili nucleari che contengono ancora energia e dopo essere stati utilizzati per un ciclo possono essere riciclati e riutilizzati".
E quel che resta alla fine del riciclo?
"Dev'essere conservato come un'importante risorsa per il futuro. Le ricerche per arrivare ai reattori autofertilizzanti, che riutilizzano tutto il combustibile producendone addirittura di nuovo, sono a buon punto e quando saranno concluse, anche quei residui radioattivi ci torneranno utili. Del resto già oggi gli Stati Uniti stanno riutilizzando per usi civili 12.000 testate nucleari acquistate dall'ex Unione Sovietica. E ne riutilizzeranno molte di più negli anni a venire".

10 febbraio 2010

Mille green jobs tra nucleare e rinnovabili

Crisi o non crisi, l'energia elettrica gira sempre. Crescono soprattutto le fonti rinnovabili e il nucleare, ma anche gli altri impianti e le reti elettriche si sviluppano di continuo. Per dare energia alle case degli italiani e al sistema industriale, servono ingegneri, tecnici e anche economisti destinati alle strutture commerciali. Assumono sia i grandi operatori che le piccole aziende specializzate nell'energia distribuita, dal fotovoltaico alle pompe di calore. Nelle fonti rinnovabili, il solo settore fotovoltaico avrà bisogno di 20mila addetti quest'anno, secondo uno studio dell'università di Padova, per usufruire degli incentivi in scadenza. Nel nucleare, il piano atomico italiano potrebbe creare almeno duemila posti di lavoro, senza contare l'indotto. Ma i tecnici più specializzati mancano all'appello, soprattutto nell'impiantistica nucleare: l'università italiana non riesce a star dietro alla domanda. “Il nostro candidato ideale ha conseguito la laurea con ottimi voti, ha una buona conoscenza della lingua inglese, una spiccata propensione all'innovazione e una buona capacità di muoversi in contesti multiculturali e in evoluzione”, spiega Monica Procaccianti, responsabile dell'Enel per la selezione e i rapporti con le università. “Nel 2009 sono state assunte circa 1000 persone in azienda, per i tre quarti giovani neolaureati e neodiplomati. Quest'anno prevediamo numeri analoghi. Il nostro obiettivo è continuare a inserire forze giovani, con la finalità di avviarli alle diverse professioni, offrendo loro l'opportunità di confrontarsi con un business sfidante in un contesto multinazionale”. Il gruppo Enel ha 85mila dipendenti a livello globale, di cui 38mila in Italia. I titoli di studio più gettonati sono, per le lauree, prevalentemente quelle in ingegneria ed economia, mentre per i diplomi quelli a indirizzo tecnico (periti elettrici, elettronici, meccanici). “Verosimilmente – aggiunge Procaccianti - gli inserimenti andranno a rafforzare alcune aree tecniche su cui abbiamo già investito significativamente in termini di capitale umano, in particolare quella nucleare, dell'impiantistica e delle energie rinnovabili, dove prevediamo di ricercare anche persone con skill professionali consolidati da esperienze lavorative svolte tanto in Italia quanto all'estero”. I professionisti senior, esperti di macchinari specifici o di impiantistica nucleare, sono i più difficili da trovare per l'ex monopolista elettrico. Su 11mila laureati in ingegneria sfornati ogni anno dai nostri atenei, gli ingegneri elettrici o nucleari sono una frazione minuscola, poche centinaia. Di conseguenza, l'Enel cerca di spingere gli universitari in questa direzione, con borse di studio e premi di laurea per giovani studenti in ingegneria nucleare ed energetica con un ottimo curriculum, provenienti dai Politecnici di Milano e Torino, dalla Sapienza di Roma e dalle università di Pisa e di Palermo. “Proseguiranno inoltre le ricerche sia nelle altre funzioni legate al nostro core business, come l'energy managment, le aree tecniche della generazione e della distribuzione dell'energia, sia in funzioni di staff, soprattutto in ambito amministrazione, pianificazione e controllo”, precisa Procaccianti. Tra gli altri operatori, continuano le assunzioni in Edison, dove entrano forze nuove al ritmo di 280-300 all'anno, anche qui prevalentemente ingegneri, su quasi 4mila dipendenti complessivi. In formazione, Edison investe oltre 2 miliardi all'anno. Edf, che in parte controlla Edison, ma ha anche una presenza autonoma in Italia, assume prevalentemente sviluppatori di parchi eolici, l'area in cui sta crescendo di più. Sorgenia, che nel 2009 ha fatto una cinquantina di assunzioni, avvicindandosi a quota 400 dipendenti, inserisce forze nuove soprattutto nelle fonti rinnovabili e in nuove aree di business come l'estrazione e produzione di idrocarburi, oltre che nel potenziamento della divisione commerciale. In considerazione della crescita della società, Sorgenia ha creato da pochi mesi la funzione di direttore del personale: il responsabile, Luigi Maienza, arriva dall'Eni.

15 novembre 2009

Italia campo di battaglia per i big del nucleare

La seconda avventura italiana nel nucleare si va facendo affollata. Dopo la definizione della prima cordata Enel-Edf, che punta a costruire in Italia quattro reattori per oltre 6.000 megawatt di potenza complessiva, sono partiti i grandi lavori attorno a una seconda cordata, che potrebbe comprendere il colosso tedesco E.on e il gruppo francese GdfSuez, tutti e due navigatori di lungo corso nel mercato del nucleare civile. Per raggiungere l'obiettivo del governo di una quota del 25% di energia elettrica da fonte nucleare sul fabbisogno italiano, infatti, i 6000 megawatt di Enel-Edf non bastano, ne servirà almeno il doppio. Resta quindi ampio spazio per un secondo consorzio. E resta spazio anche all'interno del consorzio Enel-Edf, che sarà controllato al 51% dai due partner originari, ma accoglierà altri investitori con quote minori. Tra questi, la prima candidata è Edison. “Vogliamo avere una quota di nucleare proporzionale alla nostra quota di produzione elettrica sul mercato italiano”, ha detto il numero uno di Edison Umberto Quadrino. Il che significa che la società di Foro Buonaparte ha in progetto d'investire almeno 4 miliardi di euro nel consorzio guidato da Enel-Edf, per una partecipazione corrispondente al 20% dell'intera società. E.on e GdfSuez, invece, hanno aperto un tavolo di lavoro sulla seconda tranche di centrali. “Ma dobbiamo prima vedere – spiega una fonte interna a E.on – le condizioni regolatorie delineate nei decreti attuativi previsti per febbraio, che stabiliranno i criteri per l'individuazione dei siti. Per concretizzare il nostro interesse deve emergere un forte consenso dall'opinione pubblica italiana su questo percorso”. Gérard Mestrallet, presidente e ad di GdfSuez, ha confermato a sua volta l'interesse “a entrare nel nucleare italiano”, con partner sia locali che europei. Ma è chiaro che i due colossi europei sono preoccupati dalle resistenze dell'opinione pubblica ai piani governativi italiani e in ogni caso avrebbero bisogno di un partner locale per partecipare più agevolmente alla spartizione della torta. Per GdfSuez potrebbe essere più facile, avendo già una stabile partnership con Acea, ma si parla anche di A2A e i giochi sono ancora aperti. Sia E.on che GdfSuez, intanto, hanno scommesso sul programma di sviluppo nucleare inglese. E.on ha appena vinto insieme a Rwe la gara per la realizzazione di ben 6000 megawatt nucleari su due siti, Wylfa e Oldbury, per un investimento complessivo di oltre 15 miliardi. GdfSuez, con Iberdrola e Scottish and Southern Energy, ha vinto l'appalto per una centrale da 3600 megawatt a Sellafield. Mentre l’Italia ha scelto per il ritorno al nucleare una soluzione verticale, basata su un accordo intergovernativo con la Francia, cui è seguita un’intesa tecnologica tra le compagnie di bandiera dei due Paesi, la Gran Bretagna ha optato per un approccio diametralmente opposto: prima ha selezionato i siti in cui realizzare le nuove centrali e poi ha bandito una gara internazionale tra aziende elettriche. In questo modo, i concorrenti hanno già la certezza di avere un sito a disposizione. Ora che gli impianti da realizzare sono stati assegnati, i consorzi investitori metteranno in gara i vari specialisti nel cuore della centrale, principalmente la francese Areva e la nippo-americana Westinghouse, per scegliere quale tecnologia utilizzare nell'isola nucleare. Per quanto riguarda l'Italia, la polemica sulle tecnologie è già scoppiata da tempo. Enel e Edf contano di replicare qui il reattore Epr che stanno costruendo insieme a Flamanville, con tecnologia Areva. Anche GdfSuez ha messo le mani avanti: sì al nucleare italiano, ma solo con l'Epr di Areva, non con l'Ap1000 di Westinghouse, Mestrallet lo ha detto chiaro. Il governo italiano, però, ha stretto anche un accordo con Washington sulla cooperazione industriale nel nucleare civile, che sembrava preludere allo sbarco di tecnologia americana nella penisola. L'Italia ha un interesse in più sull'utilizzo dei reattori Ap1000, perché Ansaldo ha la licenza Westinghouse e quindi qualsiasi commessa ai nippo-americani ci ritorna in tasca attraverso Finmeccanica. Ansaldo non sembra invece avere molte chance di entrare nell'isola nucleare dell'Epr di Areva, con cui ha aperto un contenzioso piuttosto vivace: mentre i legami con Westinghouse sono considerati “soddisfacenti dal punto di vista industriale e commerciale, con Areva le intese sono ancora insoddisfacenti”, ha detto l'amministratore delegato di Finmeccanica Pierfrancesco Guarguaglini nel corso di una recente audizione alla Commissione Industria del Senato. E' ancora tutto da vedere se Finmeccanica riuscirà a entrare nelle commesse per il nucleare di casa nostra.

Le 32 aziende italiane con le mani nell'atomo

Nel cantiere con vista sull'oceano di Flamanville, in Normandia, non c'è solo Enel a costruire insieme a Edf il primo reattore nucleare europeo di terza generazione: sono ben 32 le imprese italiane impegnate nella realizzazione dell'Epr e un'altra ventina sta lavorando al reattore gemello finlandese, in costruzione a Olkiluoto. “La realizzazione di un impianto di queste dimensioni – spiega Livio Vido, direttore Ingegneria e Innovazione di Enel - richiede competenze vaste e complesse”. Su un costo totale di 4-4,5 miliardi di euro, la metà è imputabile alla cosiddetta “isola nucleare”, che comprende il reattore vero e proprio, i generatori di vapore e i pressurizzatori interni al contenitore principale, oltre agli impianti di sicurezza di prima istanza e alla sala manovre. Un altro 30% è imputabile all'isola convenzionale, che contiene i sistemi relativi alla conversione in energia elettrica del calore sprigionato dal reattore, come in tutte le centrali termoelettriche convenzionali: turbina, alternatore e tutti gli ausiliari. Il resto serve per le opere civili. Le 32 imprese italiane, da Ansaldo a Dalmine, da Belleli a Mangiarotti, sono sub-fornitori dei contrattisti principali di Edf: Areva per l'isola nucleare e Alstom per la sala macchine. Il drappello più nutrito è quello lombardo, con 18 aziende coinvolte, altre 4 sono venete, 4 friulane, 4 emiliane, una piemontese e una umbra. Forniscono forgiati di turbina e componenti dell'isola nucleare, dal pressurizzatore alle pompe agli scambiatori, tutti al top degli standard di settore, per rispondere alle regolamentazioni più stringenti cui sono sottoposte le parti esposte alla radioattività del nucleo. E inoltre: serbatoi, tubazioni, apparecchiature in pressione e altre apparecchiature meccaniche per l'isola convenzionale. “Il grosso del lavoro, quasi il 30%, va in forniture meccaniche”, precisa Vido, che è impegnato in prima persona nella realizzazione dell'Epr francese e anche sulla prospettiva di riproporre la stessa tecnologia in Italia, nei quattro reattori che si candida a costruire sempre in partnership con Edf. “Si tratta di un programma infrastrutturale da 16-18 miliardi di euro, con pochi precedenti nella storia del nostro Paese per dimensione dell'investimento”, fa notare Vido. Gli uomini Enel già inseriti nelle strutture di Edf dedicate all'Epr sono una sessantina su oltre 500. “Questo training sul campo – spiegano dall'Enel – è volto a ricreare le competenze e i profili professionali in grado di gestire l'intero ciclo di vita di un impianto, che oggi ci mancano. Ci tornerà utile per formare le squadre direttive che poi andranno a gestire le operazioni nei cantieri italiani”. E in ogni caso gli accordi con Edf prevedono un'opzione Enel per partecipare alla realizzazione dei prossimi 5 reattori Epr in Francia, opzione già esercitata sul primo della serie, quello di Penly.

20 ottobre 2009

Torna di moda anche in Italia l'impiantistica nucleare

Si torna sui banchi per prendere una specializzazione che in Italia fino a poco tempo fa non apriva alcuna prospettiva: impiantistica nucleare. Invece stavolta c'è la certezza del posto assicurato. A Genova, il nuovo master in Scienze e tecnologie degli impianti nucleari, che prende il via oggi con il test di ammissione, offre ai venti prescelti una garanzia all'80% di essere assunti subito dalle aziende partner dell'iniziativa, fra cui Ansaldo e D'Apollonia. A Pisa, il nuovo master in Tecnologie degli impianti nucleari, diretto da Giuseppe Forasassi, dà una garanzia altrettanto sicura, considerato il livello degli insegnanti: i 20 studenti che riusciranno a entrare potranno accedere facilmente alle nuove posizioni che si aprono nel settore (i termini di ammissione scadono il 30 ottobre). A Bologna, il master in Progettazione e gestione di sistemi nucleari avanzati, inaugurato l'anno scorso in collaborazione con Enel e Edison, si ripete quest'anno. E poi c'è il master storico in Tecnologie nucleari a Pavia. I candidati ideali per queste specializzazioni sono gli ingegneri nucleari usciti dai sei corsi di laurea rimasti in vita in Italia dopo lo stop al nucleare di oltre vent'anni fa: Torino, Milano, Padova, Pisa, Roma e Palermo, raggruppate nel Consorzio Interuniversitario per la Ricerca Tecnologica Nucleare. Anche nei sei corsi di laurea, che sfornano un centinaio di laureati all'anno, spira aria di boom. Il Politecnico di Milano sta investendo ben 12 milioni di euro nei nuovi laboratori nucleari in via di realizzazione alla Bovisa: un edificio di tre piani oltre a un bunker per gli esperimenti con la radioattività. Basta dare un'occhiata alla rinascita in giro per il mondo per capire da cosa dipende questo balzo. Areva ha lanciato quest'anno una campagna assunzioni per 12.000 persone e Westinghouse prevede di reclutare 1.200 persone all'anno nei prossimi 5 anni. Ma anche le prospettive di riaprire un capitolo nucleare in Italia attirano gli studenti. Ansaldo Nucleare, partner nel nuovo master di Genova, conta si assumere dai 20 ai 30 neolaureati all'anno. Il braccio atomico di Finmeccanica, con uno staff di 200 specialisti in impianti nucleari, ha un accordo con Westinghouse per condividere gli appalti di reattori AP1000 e si candida per l'altra metà della torta italiana. Sulla prima metà punta già Enel (in consorzio con Edf), che sta ricostruendo la sua squadra nucleare e ha già assorbito 150 specialisti, assegnati ai progetti in corso in Francia e in Slovacchia. “Ma in prospettiva contiamo di raddoppiare questo numero”, spiega Giancarlo Aquilanti, numero uno della nuova squadra atomica dell'Enel. Solo per partecipare alla costruzione dell'Epr (European Pressurized Reactor) a Flamanville, in Normandia, l'Enel ha piazzato una sessantina di specialisti in loco. “Questo training sul campo – precisa Aquilanti – è volto a ricreare le competenze e i profili professionali in grado di gestire l'intero ciclo di vita di un impianto, che oggi ci mancano. Ci tornerà utile per formare le squadre direttive che poi andranno a gestire le operazioni nei cantieri italiani”.

19 luglio 2009

Rinascita nucleare? Location, location, location...

Rinascita nucleare. E' la parola d'ordine lanciata a livello globale dall'Economist nel 2007, la stessa ripresa dal Ddl Sviluppo appena approvato dal Senato italiano. Ora ci sono 45 reattori in costruzione in giro per il mondo, mentre nel nostro Paese il governo si è dato sei mesi per decidere dove mettere le nuove centrali e il sito di stoccaggio delle scorie. Ma emergono subito i primi ostacoli. In Europa, il primo reattore di terza generazione, in costruzione in Finlandia, subisce un ritardo dopo l'altro. In Italia, la collocazione delle centrali non sarà affatto semplice. Dopo una prima apertura, sia il presidente veneto Giancarlo Galan che il siciliano Raffaele Lombardo, si sono fatti più cauti. Il Veneto ne parlerà solo dopo una dettagliata anamnesi tecnico-scientifica e la Sicilia si appellerà in ogni caso a un referendum popolare. Gli esperti, intanto, puntano il dito su Montalto di Castro, al confine tra Lazio e Toscana, come primo sito da prendere in considerazione: lì stava sorgendo l'ultima centrale nulceare italiana, mai terminata a causa dello stop all'atomo dopo il referendum dell'86 e poi riconvertita dall'Enel alla tecnologia policombustibile, ora datata e antieconomica. Sul problema stanno lavorando i dieci "saggi" incaricati dal governo, da Adriano De Maio a Luigi De Paoli, da Giuseppe De Rita ad Alberto Lina. Vedremo che cosa ci diranno. Nell'attesa, sono le imprese interessate a esporsi di più. A2A, insieme a Edison, è fra le più attive. "In Italia esistono le condizioni per una ripresa - spiega Silvio Bosetti, direttore di EnergyLab e molto vicino a Giuliano Zuccoli, oltre che a.d. delle ex municipalizzate di Como e Monza - ma occorre che queste siano concretizzate attraverso immediate, intelligenti e ponderate azioni di governance del sistema: integrare l’assetto normativo e legislativo, costituire l’Agenzia per la sicurezza, gestire le ricadute sul mercato elettrico, garantire i profili di competitività, allinearsi negli accordi internazionali sulle tecnologie e sulla gestione del ciclo dei rifiuti, favorire la diffusione e crescita delle competenze, aprire e garantire opportunità per l’industria e l’ingegneria nazionale, facilitare un'adeguata attività di divulgazione pubblica e individuare delle compensazioni per il territorio". Come dire, bisogna ricostruire un sistema industriale che non c'è più. Ma il punto più dolente sono gli aspetti economico-finanziari. Se serviranno, come dicono gli analisti, almeno 10 reattori per centrare l'obiettivo del 25% di produzione elettrica tracciato dal governo, chi li finanzierà? E con quali effettive convenienze per gli investitori? "Per gli aspetti economici - fa notare Bosetti - sono disponibili i primi studi, che documentano la percorribilità degli investimenti e la competitività del kilowattora da fonte nucleare con quello prodotto da altre fonti, in particolare dalle centrali a combustibile fossile. Gli operatori industriali europei sono pronti a entrare sul mercato nazionale. Il recente accordo tra Enel e Edf apre sicuramente la strada, con la presenza annunciata del maggior player mondiale del settore". Il credit crunch, però, non aiuta. "Altro discorso riguarda l’impegno finanziario, essendo iniziative di investimento ad altissima intensità di capitale. Qui occorre un approccio adeguato ai finanziamenti, che sono oggettivamente ingenti. Il costo del denaro è una variabile molto significativa e determinante i risultati degli investimenti. Un possibile modello economico e industriale è quello dei consorzi, un modello utile anche a valorizzare le principali aziende energetiche locali (Acea, A2A, Hera, Iride...) così come già accade in Finlandia o Germania". In pratica, le municipalizzate lombarde vorrebbero replicare il modello seguito in Finlandia, dove si è costituita una società senza scopo di lucro, la Tvo, per costruire la nuova centrale di Olkiluoto. La Tvo è un consorzio fra sessanta azionisti, operatori elettrici e industriali della carta, che si sono impegnati a ritirare a prezzo di costo tutta l'energia prodotta, per soddisfare il proprio fabbisogno. Così hanno abbattuto il rischio di mercato e sono riusciti a farsi finanziare l'investimento dalle banche all'80%, con un tasso molto contenuto. Ma anche lassù non tutto sta filando liscio, tanto che l'entrata in funzione della centrale continua a slittare. Ora si parla, forse, del 2012.

17 settembre 2008

Rentrée nucleare

La rentrée nucleare del governo riparte dal nodo dell'Authority: che sia un'Autorità di regolamentazione o un'Agenzia di controllo, come indicano gli ultimi orientamenti, il nuovo organismo destinato a segnare il punto di partenza della roadmap post-referendaria è stato conteso per tutta l'estate fra i due ministeri dello Sviluppo Economico e dell'Ambiente. Alla fine l'ha spuntata Stefania Prestigiacomo, dicono le ultime indiscrezioni, in base al ragionamento che “chi promuove le iniziative in materia non può essere lo stesso che le controlla”. Il nuovo organismo, elemento fondamentale della riscrittura normativa per le autorizzazioni, sarà basato sul nucleo centrale dell'Apat (ex Enea Disp, poi Apat, ora Ispra) con qualche apporto da parte dell'Enea e dovrebbe lievitare da un nocciolo duro iniziale di una cinquantina di esperti a un organico di trecento persone. Al vertice, un consiglio di cinque membri, compreso il presidente. Sull'assetto e la collocazione istituzionale dell'agenzia si è cominciato a discutere fin dal famoso annuncio del ministro Claudio Scajola, che lo scorso maggio aveva dato come obiettivo “la posa della prima pietra di un gruppo di centrali nucleari entro la fine di questa legislatura”, ovvero il 2013. A quattro mesi di distanza, questo è il primo passo avanti nella direzione indicata. E l'intesa non è ancora formalizzata. Ma il problema fondamentale, più che la collocazione istituzionale, sarà la composizione. Al momento attuale il dipartimento nucleare ex Apat è composto da una cinquantina di tecnici, in maggioranza bene avviati verso la pensione. L'impoverimento di competenze colpisce tutti gli organismi attivi sul mercato dell'atomo, compresa la Sogin, che pure sta investendo molto sulla valorizzazione delle risorse umane. “L'Agenzia potrebbe essere una buona occasione per costruire una nuova generazione di professionisti del nucleare, di cui presto ci sarà molto bisogno, senza cannibalizzare le risorse esistenti”, commenta l'ad Massimo Romano. Necessità che salta all'occhio anche al ministero dello Sviluppo Economico, dove le grandi manovre per il riassetto sono riprese a pieno ritmo dopo la battuta d'arresto dovuta ai rilievi del Consiglio di Stato. Il nuovo dipartimento dell'Energia, articolato in tre direzioni generali (Nucleare e Rinnovabili, Risorse Minerarie ed Energetiche, Infrastrutture e Sicurezza), dovrebbe essere varato in tempi brevi con un Dpr. Da qui partirà la nuova strategia energetica, che dovrà affrontare una serie di nodi stralciati dalla manovra, dai criteri di localizzazione dei siti alle misure compensative per le popolazioni interessate, dalla tipologia degli impianti nucleari ai requisiti per la costruzione e l'esercizio.L'altro fronte caldo, che non sembra avviato a soluzione, è la concertazione sul deposito nazionale delle scorie. Nel documento messo a punto dal gruppo di lavoro tra governo ed enti locali si attribuisce a Palazzo Chigi il potere di procedere da solo, qualora non si raggiunga l’intesa sul sito. E ci sono già le prime ribellioni: la Puglia, ad esempio, non ci sta. Sembrano le prove generali per quando si passerà a parlare di centrali.