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23 agosto 2007
Africa, un cavo sottomarino contro la fame
Un’ora di connessione in un Internet Café di Nairobi può costare un mese di stipendio a un ragazzo kenyota. Per non parlare dell’utilizzo a livello di business: connettere un call-center con 25 postazioni costa 17mila dollari al mese in Kenya, contro i 6-900 richiesti in India. In Africa Orientale sono tutti d’accordo sul fatto che la banda larga porti sviluppo, ma è dal lontano 2003 che i vari progetti si trascinano da un veto politico all’altro. Ora, forse, siamo arrivati alla resa dei conti.
Per ampliare l’offerta, fino ad oggi tutta basata sul cavo sottomarino SAT-3 che scende giù dalla penisola iberica lungo la costa atlantica fino al Sud Africa, bisogna posare altri 13mila chilometri di cavo sottomarino lungo la costa orientale, con diverse derivazioni, per collegare Sud Africa orientale, Madagascar, Mozambico, Tanzania, Kenya e India occidentale all’Europa, cui è destinato l’85% del traffico africano. Progetti per portare a termine l’impresa ce ne sono quattro o cinque, ma è chiaro che solo uno sopravviverà, quello capace di arrivare a destinazione prima degli altri. Quando la prima dorsale in fibra ottica sarà posata, il mercato - ora affamatissimo - verrà immediatamente modificato dalla nuova realtà.
Il cavallo vincente sembrerebbe Seacom, l’ultimo arrivato: un consorzio fondato da una serie di manager di Sithe Global - un operatore energetico controllato all’80% da Blackstone - ma in cui il gruppo americano di private equity finora non ha messo un dollaro. Il management è supportato da investitori kenyoti, sudafricani ed europei che hanno cospicui interessi nel continente nero, con una serie di altri progetti in corso del valore di 5 miliardi di dollari. Seacom ha tentato di coinvolgere anche il governo di Nairobi, per ora senza successo. Il Kenya, infatti, partecipa già a due diversi progetti concorrenti. The East African Marine Cable System (Teams), che dovrebbe collegare il Kenya con gli Emirati Arabi Uniti seguendo in parte lo stesso itinerario del cavo di Seacom, è stato lanciato l’anno scorso. E’ a questo progetto che Seacom vorrebbe associarsi. L’Eastern African Submarine Cable System (Eassy), invece, è un consorzio concepito nel lontano 2003 all’East African Business Summit, che dovrebbe collegare i Paesi dell’Africa Orientale tra di loro, fermandosi al Sudan. Da lì in poi, bisognerebbe comprare capacità da altri operatori internazionali per connettersi all’Europa. Il cavo dovrebbe essere finanziato dai diversi operatori telefonici nazionali, ma questo modello non ha ancora trovato abbastanza sponsor disposti a imbarcarsi nell’impresa. Anche perché assomiglia molto al modello del SAT-3, che controlla la dorsale occidentale e consente l’acquisto di capacità solo a un singolo operatore per Paese, mantenendo quindi un sistema monopolistico, con evidenti conseguenze sui prezzi.
Parallelamente a Eassy, è nato un consorzio formato dalla New Partnership for Africa’s Development (Nepad), che mira ad evitare il problema dei prezzi alti progettando la costruzione di un’infrastruttura faraonica, in mare e a terra, con finanziamenti pubblici. Ad oggi, il protocollo d’intesa sulla Nepad Broadband Infrastructure è stato firmato, ma non ratificato, solo da 12 dei 23 Paesi partecipanti al Nepad. Il Kenya non ha firmato. Ma intanto il Nepad combatte da anni una guerra sotterranea contro Eassy, con il risultato di rendere ancora più problematico ogni sforzo di cablaggio.
A questo punto il vantaggio di Seacom sta tutto nella sua stabilità finanziaria e nel fatto di aver già sottoscritto per prima un contratto con Tyco, una delle uniche tre aziende a livello globale capaci di posare un cavo di questa portata con le loro navi super-attrezzate. Tyco assicura che il collegamento di Seacom sarà operativo dal primo trimestre del 2008, mentre Teams e Eassy parlano del dicembre 2008, ma nessuna delle due ha ancora firmato un contratto di appalto. Questo particolare può sembrare trascurabile, ma con la crescita precipitosa della domanda di fibra ottica sottomarina, ormai il mercato è dominato dai tre venditori: Alcatel, Nec e Tyco. Dallo scorso dicembre, infatti, sono in via di posa ben tre cavi sottomarini attraverso il Pacifico - due fra la Cina e gli Stati Uniti e uno di collegamento con l’Australia - e due dai Caraibi al Nord America. Di conseguenza, chi non ha già firmato un contratto con una delle tre compagnie, difficilmente vedrà la sua infrastruttura completata entro la fine del prossimo anno. Un buon motivo per non credere alle promesse dei due consorzi. E per aprire all’offerta di associarsi rivolta da Seacom al governo di Nairobi.
26 marzo 2007
Operatori telefonici contro Internet providers
Per il riassetto di Telecom Italia si augura l' ingresso di azionisti lungimiranti, al governo rivolge la critica di prendere provvedimenti che alla fine rischiano di ritorcersi contro i cittadini. Elserino Piol, pioniere della concorrenza nelle telecomunicazioni, non risparmia critiche a nessuno. I soggetti interessati a Telecom Italia ormai sono una miriade, dai partner stranieri, industriali o finanziari, agli italiani, da César Alierta a Roberto Colaninno, da Intesa SanPaolo a Deutsche Bank. Su quale scommette? «Il problema non è chi, ma come. Chiunque decida d' investire i propri soldi in Olimpia, deve mettersi calmo e guardare al lungo periodo: se si continua a spremere il limone come si è fatto finora, si rischia di farlo seccare». Piol, partito giovanissimo subito dopo la guerra da un paesino del Bellunese per fare l' operaio in Olivetti, dove ha anche perso due dita al tornio, si è fatto largo in fretta a Ivrea e ha giocato un ruolo chiave nell' apertura del mercato delle telecomunicazioni, disegnando le strategie di Carlo De Benedetti nel settore, come primo presidente sia di Omnitel che di Infostrada. Da quando è uscito da Olivetti come vicepresidente, nel ' 96, si occupa a tempo pieno di venture capital sui versanti più innovativi, con la sua Pino Partecipazioni. Ora, dopo il passaggio delle consegne in Elitel, si gode una meritata vacanza. Ma è già pronto per nuove battaglie. Qual è il fronte più caldo? «Le compagnie telefoniche vanno incontro alla concorrenza sempre più agguerrita delle Internet company, che stanno convergendo sulla telefonia, e dovranno affrontare grossi investimenti nella banda larga per competere in maniera efficace: se Telecom Italia sarà costretta a incanalare i suoi utili nelle tasche degli azionisti per far fronte alla loro pesante situazione debitoria, come sta facendo adesso, dove andrà a recuperare le risorse finanziarie per investire nella banda larga?» Potrebbe vendere i gioielli che ha in Brasile o in Germania per finanziare i nuovi investimenti. «Ma sarebbe una follia: l' internazionalizzazione è indispensabile per crescere e andrebbe semmai ampliata, non tagliata». Niente di meglio dell' ingresso di un partner estero, allora? «Dipende: se il partner è interessato solo alle operazioni estere piuttosto che alla compagnia nel suo complesso, come Telefonica, si rischia di fare un buco nell' acqua». E quindi? «Paradossalmente, meglio un partner pronto a impegnarsi pesantemente in prima persona che una partecipazione marginale: tra un partner straniero che entra al 20%, condizionando comunque la strategia, e un altro che vuole fondersi, sarebbe preferibile il secondo». Scenari ipotetici... «Ipotetici ma importanti per capire qual è la discriminante di fondo. Sostituire gli azionisti senza cambiare la strategia non servirà a nulla: finché dovrà farsi carico del debito di Olimpia, Telecom Italia combatterà la sua battaglia con un braccio legato dietro la schiena. Per ovviare a questo problema, chiunque entri nell' azionariato deve avere un orizzonte di lungo periodo. Un fondo di private equity, ad esempio, potrebbe andare benissimo. O un altro player disposto a impegnarsi a fondo sul lungo periodo. Gli attori di questa commedia devono prendere atto della grande ebollizione cui sta andando incontro il mercato». Le sembra che l' ex monopolista non sappia difendersi da solo? «Telecom Italia è un' azienda sana, non tanto diversa dagli altri player europei, ma ha un grosso handicap: il debito di Olimpia. Deve poter combattere senza handicap. Solo così potrà diventare il nuovo polo di aggregazione delle tecnologie portanti per il Paese. Dopo la scomparsa di Olivetti non c' è più nessuno che svolga questo ruolo, di driver per l' innovazione e lo sviluppo. E si vede». Cioè? «L' Italia manca di centri tecnologici. Manca di centri di sviluppo di sistemi. Se solo le piccole e medie imprese potessero accedere al database di Telecom Italia per comprare software on demand su alcune applicazioni, tanto per fare un esempio, questo metterebbe in moto un circolo virtuoso di non poco conto. Anche le altre compagnie, alla lunga, cercherebbero di sfruttare questo mercato, mettendo in circolazione nel Paese una ricchezza tecnologica di grande valore». Ma il governo sta lì apposta per mettere in moto circoli virtuosi di questo tipo. O no? «Al governo manca completamente la consapevolezza dello scenario competitivo. Sembra quasi che chi agisce sul fronte delle tlc non abbia presente il panorama complessivo di mercato». Faccia un esempio. «Prendiamo il taglio ai costi di ricarica. In pratica si tratta di un intervento governativo sulla composizione delle tariffe, che non darà certamente una spinta alla concorrenza, ma semmai il contrario: compagnie come Wind o 3 rischiano di essere spazzate via da queste restrizioni. Se non ci saranno abbastanza risorse per sviluppare la banda larga, la concorrenza rischia di essere penalizzata. Così, alla lunga finiremo per ottenere l' effetto contrario: invece di scendere, le tariffe saliranno». E la portabilità del numero? «Anche qui, non bisogna limitarsi a vedere solo i due grandi protagonisti in campo, Vodafone e Telecom Italia: quali saranno gli effetti di questa limitazione, alla lunga, sugli operatori più piccoli?» Altri esempi? «La riforma dei tetti pubblicitari. Guardando un pò più in là, va calcolata anche l' incidenza sul mercato delle Internet company, che si basano quasi completamente sulla pubblicità: allora ci si accorge che il business pubblicitario non sta crescendo abbastanza in fretta per supportare anche loro. In pratica, questo fronte cresce in sottrazione rispetto a quello che c' è già, non in aggiunta. E allora che senso ha la fissazione di tetti pubblicitari ancora più restrittivi?» Insomma, il governo non ne fa una giusta? «Sulle questioni importanti, è latitante. Si parla tanto di WiMax, ma continuano a mancare le regole e quindi il mercato non si sviluppa. Eppure è da anni ormai che tutti gli operatori del settore chiedono una regolamentazione chiara delle frequenze». Per lanciare un dibattito su questi temi, si è perfino imbarcato, per la prima volta in vita sua, nella pubblicazione di una nuova rivista, Release, che comincerà a uscire alla fine di marzo. Servirà? «Lo spero proprio. Non è possibile che in Italia si faccia un gran parlare dei dettagli irrilevanti e si ignorino le questioni serie: fra i costi di ricarica dei telefonini e le regole per la banda larga sul mobile, qual è la questione più importante? La seconda naturalmente. Ma regolatori e ministri parlano solo della prima».
28 marzo 2006
Twitter, usarlo e odiarlo è tutt'uno
Cos'è più di moda che usare Twitter? Odiare Twitter, naturalmente. Questo nuovo servizio online, come tutti i social network, permette di creare un profilo pubblico e di collegarsi ad altri utenti. La caratteristica principale è che l'aggiornamento del proprio profilo avviene tramite l'uso di micropost, messaggi di testo molto brevi, quasi fossero sms, che si possono ricevere su qualsiasi programma di chat o sul cellulare. Man mano che il servizio si diffonde, aumentano i micropost degli amici che ci aggiornano su quel che hanno mangiato a pranzo o su com'è andata la lezione di yoga. I più addicted possono mettere in rete anche quindici o venti post al giorno. Ed ecco che il servizio comincia a diventare un tormento, soprattutto se il terminale prescelto è il cellulare. Dice Dario Salvelli sul suo blog: "Twitter è quasi come un gioco e a volte è utile sapere cosa stanno facendo i nostri amici, ma rischia di diventare una brutta abitudine". Francesco Fullone, sul suo, ha già pronta una netiquette: "Twitter non si linka; su Twitter si parla in terza persona; l'inglese è opzionale, ma consigliato; Twitter non è un contatto IM normale, non spammatelo, state facendo broadcasting; su Twitter non si dialoga e non si risponde agli altri utenti, per quello ci sono gli IM o le mail; se proprio volete usare la notifica su SMS ricordatevi che pagate il costo di un SMS per ogni invio fatto, più followers avete più pagate; Twitter dà assuefazione, state attenti".
Per ora il fenomeno è limitato. A detta del suo inventore, il pioniere del Web 2.0 Evan Williams, Twitter ha solo 80mila utenti. In effetti, il servizio è partito l'estate scorsa, ma è decollato soltanto nelle ultime settimane. La tecno-kermesse South by Southwest, che ha animato Austin (Texas) dal 9 al 18 marzo, sembra sia stata il punto di svolta. Obvious, la start up di Williams, ha piazzato una serie di schermi nei punti strategici del festival, da cui si potevano leggere i messaggini postati dagli utenti di Twitter. Negli stessi giorni, Jonathan Schwartz ha consacrato Twitter come il nuovo YouTube. Il famoso blogger Robert Scoble si è dichiarato Twitter-dipendente. E il candidato presidenziale John Edwards ha cominciato a mettere in rete post del tipo: "Partito da Houston stamattina. Nel pomeriggio assemblea sui problemi della sanità a Council Bluffs, Iowa. Stasera sono a Des Moines". Nella settimana successiva il traffico sul server di Obvious è quasi raddoppiato. Potenza del marketing virale.
Ma Twitter è solo uno dei vari servizi gratuiti (come Dodgeball di Google) che collegano la messaggistica istantanea, la telefonia cellulare e il social networking. Twitter consente di mandare brevi messaggi, di 140 caratteri al massimo, a una rete di corrispondenti. Gli utenti devono specificare se vogliono essere contattati sul telefonino o sul pc con un servizio di messaggistica istantanea. Come tutti i sistemi di social networking, una volta aperta un'utenza si possono invitare gli amici a fare lo stesso oppure ci si può collegare agli utenti già registrati. C'è chi si collega solo a pochi corrispondenti, altri ne rastrellano decine. Ovviamente ogni utente ha la facoltà di bloccare un corrispondente indesiderato. Malgrado ciò, dopo una prima ondata di entusiasmo, già comincia a diffondersi il tedio. E la preoccupazione di fronte alle bollette del telefonino più pesanti del solito. L'invio dei post come SMS, infatti, non si paga a Twitter ma si paga al gestore mobile. Per circoscrivere la tempesta di messaggi, Scoble, che è collegato a oltre mille conoscenti, ha deciso di creare una seconda utenza chiamata "SilentScoble", dove si limita a cinque post al giorno. In un recente messaggio si lamentava: "E' difficile attenersi a cinque post..."
Resta da chiedersi: cosa vuole fare Twitter da grande? Più d'uno, evidentemente, si dev'essere posto questa domanda. Lo stesso Schwartz è in attesa di sviluppi, come risulta chiaro dal suo paragone fra Twitter e YouTube. "Anche YouTube era solo un gioco, finché qualcuno non se l'è comprato per un miliardo e mezzo di dollari", ha commentato riferendosi all'acquisizione di Google. Cominciano a spuntare le prime applicazioni, finalizzate a rendere Twitter qualcosa di più di un gioco: ad esempio un motore di ricerca oppure dei sistemi di localizzazione geografica per identificare dove si trova un certo utente. In attesa della killer application, attenzione alla prossima grandinata. Di messaggi.
19 dicembre 2005
La major del web si buttano sulla telefonia
Dopo Google e Yahoo, ora ci si mette anche Microsoft: è sfrenata la corsa al VoIP da parte delle major della rete, che s'inseriscono ormai senza tanti complimenti nel business delle compagnie telefoniche. Evoluzioni ed accordi commerciali si susseguono a ritmo giornaliero: l'ultimo in ordine di tempo riguarda la stretta di mano tra Microsoft e l'operatore statunitense Mci, che hanno annunciato in questi giorni un'alleanza per estendere il servizio di instant-messaging di MSN anche all'affollato mercato della telefonia via internet.In questo modo Microsoft accelera il suo ingresso concreto nel mercato telefonico, tallonando a ruota servizi come quelli forniti da Skype, Google e Yahoo, che da poco tempo ha aggiunto al proprio nome la dicitura "with voice", a conferma anche formale della propria intenzione di partecipare alla partita del VoIP. Rispetto alle altre offerte, però, Microsoft ha dalla sua l'alleanza con un colosso della telefonia: una differenza non da poco. Il nuovo servizio, che combina la rete a banda larga di MCI con il software di Microsoft, sarà chiamato MCI Web Calling for Windows Live Call e sarà reso disponibile nella prima metà del 2006 attraverso Windows Live Messenger, l'erede di MSN Messenger, che ha oltre 185 milioni di utenti attivi in giro per il mondo e compete direttamente con i servizi di messaggistica istantanea di Aol e Yahoo.Il primo passo della strategia di Microsoft per entrare nel mercato della telefonia via Internet è stata l'acquisizione, in settembre, di Teleo, una piccola software house di San Francisco che ha sviluppato un sistema paragonabile a quello di Skype, capace di collegare uno speciale apparecchio telefonico al proprio pc e di raggiungere con questo un qualsiasi telefono, fisso o mobile che sia. Il neonato servizio Google Talk, invece, richiede che entrambi i conversatori abbiano pc e cuffie.
L'accordo, stando a quanto dichiarato dalle due aziende, consentirà ai consumatori di effettuare chiamate al costo di 2,3 centesimi di dollaro al minuto (2 centesimi di euro). L'intenzione è di essere molto competitivi sul prezzo con le società presenti sul mercato: Skype, leader indiscusso di questo mercato, che è appena stato acquisito da eBay, offre chiamate per circa 2 centesimi di euro. Come i clienti di SkypeOut, anche gli utenti del servizio Microsoft/MCI dovranno comprare dei pacchetti prepagati e potranno eseguire chiamate a numeri fissi o mobili, cliccando dal pc sulla corrispondente voce nella loro lista di contatti. Al momento, Microsoft e MCI stanno testando una versione beta del servizio su diecimila utenti negli Stati Uniti, ma il test verrà presto esteso all'Europa in Francia, Germania, Regno Unito e Spagna. Certo è che potenzialmente Microsoft è in grado di diventare una stella di prima grandezza della telefonia, se davvero riuscirà a trasformare i quasi 200 milioni di utenti dei servizi Msn in altrettanti clienti del suo VoIP.
Il padre di Skype Niklas Zennström, svedese, 39 anni, geniale sviluppatore inviso ai potentati del copyright per aver lanciato qualche anno fa KaZaA (un sistema di condivisione di brani musicali scaricato da 370 milioni di persone), è convinto che la rivoluzione del VoIP sia destinata a sconquassare il mercato telefonico nel giro di pochi anni. Un'opinione certamente tendenziosa, ma non del tutto da buttar via. Skype è già stato scaricato 63 milioni di volte e sta affermandosi come l'offerta di comunicazione vocale con il più rapido tasso di crescita a livello globale (si prevede che raggiungerà i 240 milioni di utenti entro il 2008). E se anche Bill Gates si è lanciato in questo business, un motivo ci dev'essere.
Resta ancora da superare lo scoglio della qualità. Le chiamate via Internet, come sa bene chi le usa, costano poco visto che la voce viaggia sul web aggirando i costi delle teleselezioni nazionali e internazionali, ma la commutazione di pacchetto non è l’ideale per mantenere la fluidità della conversazione, che a seconda dello stato delle linee soffre di rantoli, mancamenti e ritardi più o meno consistenti. Il problema non affligge i pregiati (e costosi) sistemi VoIP aziendali, ma può diventare un vero fastidio per gli utenti casalinghi, che sono il pubblico a cui si rivolgono i servizi di Msn. Ma la tecnologia si sviluppa a passi da gigante e la banda larga si diffonde nelle case della gente, dunque è lecito aspettarsi qualità sempre migliori e pc-telefonate sempre più facili.
Se oggi come oggi la telefonata via Internet copre nicchie interessanti ma minoritarie di utenti e servizi, come le telefonate dirette “chiama con clic” dalle pagine web dei portali e dei siti di e-commerce, domani potrebbe davvero esplodere come servizio di massa. E Microsoft, come al solito, potrebbe sfruttare la sua posizione dominante nei sistemi operativi. Il telefono di Msn probabilmente è solo un assaggio, la vera partita si giocherà dotando Windows (e naturalmente Windows Mobile) di un supporto nativo al VoIP, di altissima qualità anche grazie alla collaborazione dei 25 esperti di Teleo.
L'ingresso di Microsoft, insomma, può essere un segnale positivo per il mercato ma ha già acceso una spia d'allarme sul cruscotto di Skype. Una preoccupazione che ricorda quella che avevano qualche anno fa Jim Clark e Marc Andreessen, i fondatori di Netscape, all'annuncio dell'allora imminente arrivo di Explorer...
19 settembre 2005
Skype, l'ammazzabolletta arriva sul cellulare
Skype, con il suo servizio di voce su protocollo Internet, sta rivoluzionando il mondo della telefonia fissa. Ma non è che l' inizio: dal fisso ormai si può passare al mobile, con almeno tre programmi. Niklas Zennstrom e Janus Friis, i due fondatori di Skype, hanno aperto i loro codici in primavera e nel giro di pochi mesi è cominciata la fioritura: tra le applicazioni più interessanti c' è un software americano, iSkoot, e due europei, IPdrum e Jajah Mobile. In più, la settimana scorsa, prima di firmare l' accordo con eBay, i due scandinavi hanno concluso la prima alleanza ufficiale di Skype con un operatore mobile, il tedesco E-Plus. I norvegesi di IPdrum sono stati i primi. Con questo software di trasferimento è possibile fare e ricevere chiamate con il telefonino in modalità IP, cioè usando la connessione a banda larga del pc e quindi spendendo molto meno. Il vantaggio è eclatante soprattutto per le telefonate internazionali. Il trucco è facile se si ha un pc sempre acceso con una connessione a banda larga, il programma Skype già caricato e una Sim associata: bisogna chiamare il secondo cellulare, collegato con il pc attraverso un cavetto Usb, e dare il numero con cui si vuole essere collegati. Il software norvegese usa il pc come router per trasferire gratuitamente la chiamata dal primo al terzo telefonino, che può anche essere dall' altra parte del globo. Resta il costo della telefonata locale: abbattibile con le tariffe agevolate degli operatori per un numero predefinito. I due fratelli Guedalia, fondatori di iSkoot, hanno messo in rete il loro prodotto alla fine di agosto per 10 dollari all' anno e sono già sommersi dalle richieste, perché elimina la chiamata locale, riducendola a un semplice sms. Il messaggio può contenere un numero telefonico normale o la sigla di un altro utente Skype. Il software iSkoot estrae dal messaggio il numero da chiamare e usa il pc di casa come ponte per avviare la conversazione direttamente in modalità IP, un processo che normalmente dura dagli otto ai quindici secondi. Se la chiamata è verso un altro utente Skype, è gratis. Altrimenti costa due o tre cent al minuto per il Nord America, l' Europa o l' Estremo Oriente, qualcosa in più per i Paesi in via di sviluppo. Tipico frutto di Kendall Square, il quartiere di Cambridge che si estende attorno al Massachusetts Institute of Technology, iSkoot è un prodotto già molto sofisticato, ampiamente testato e messo in vendita da una compagnia abbastanza strutturata da reggere l' impatto di una vasta clientela. Jacob Guedalia, laureato in fisica all' Istituto Weizmann, è una vecchia conoscenza negli ambienti più innovativi di Boston, perché ha già avviato e venduto tre diverse start-up, fra cui Mobilee, un' azienda che produce sistemi di riconoscimento della voce, ceduta l' anno scorso a Nms Communications per 13 milioni di dollari. I principali operatori mobili nordamericani, come Verizon o Cingular, lo prende molto sul serio, tanto che hanno già minacciato di verificare la legalità del loro sistema. Gli austriaci di Jajah, che hanno appena messo in rete una versione beta del loro software, rientrano in una categoria diversa: non si appoggiano al software Skype ma si considerano suoi diretti concorrenti, perché operano anche nel campo del fisso, lasciando però dialogare liberamente i loro clienti con gli utenti Skype (che invece è un sistema chiuso). La versione Jajah Mobile per i telefonini funziona solo dai cellulari con un browser da cui bisogna collegarsi direttamente al sito di Jajah per poi chiamare in modalità IP anche qui soprattutto sulle telefonate internazionali o ad altri utenti Jajah o Skype.
7 marzo 2005
Il signore dei call center
Alla fine l' ha spuntata lui. Il caso Finsiel - aperto a fine novembre dal gruppo Telecom, stufo di aspettare la realizzazione del mitico polo informatico italiano - si è chiuso con la vittoria di Alberto Tripi, 65 anni, il signore dei call center, che si è aggiudicato la società informatica per 165 milioni, soffiandola sotto il naso ad Accenture. «Insieme, Cos e Finsiel formano il più grande gruppo italiano di information technology, con 13 mila dipendenti e un giro d' affari superiore a 800 milioni», commenta soddisfatto l' ingegnere romano, che ha fondato Cos (call center e servizi informatici), nell' 83, dopo aver lavorato per 17 anni all' Ibm. L' imprenditore non è nuovo a questi exploit: già al momento di cedere Athesia (3 mila dipendenti), la società che gestisce i call center del gruppo Telecom, Marco Tronchetti Provera si era rivolto a lui. E non gli aveva lesinato il suo appoggio quando, l' estate scorsa, l' ingegnere che presiede Federcomin (associazione confindustriale delle aziende della comunicazione), si era messo in lizza per la poltrona di numero uno degli industriali di Roma, contro Luigi Abete. Vista sotto questa luce, la conclusione del caso Finsiel non stupisce, soprattutto se si aggiunge che Tripi gode anche della stima incondizionata di Bruno Ermolli, che ha seguito la vendita per Telecom. Ma il presidente di Federcomin non piace soltanto al superconsulente caro a Berlusconi. Ha ottimi rapporti con il clan dell' Ibm, dal ministro dell' Innovazione Lucio Stanca in là. E nel ' 96 fu lui a fornire un tetto alla campagna elettorale di Romano Prodi, in uno splendido palazzo romano a piazza Santissimi Apostoli. Con la politica conviene sempre andare d' accordo... Anche in ambiente sindacale, Tripi ottiene vasti consensi con i suoi modi accattivanti: «Per Finsiel - azzarda l' ingegnere - non sono previsti tagli, anzi. Avremo bisogno di tutti i 4 mila dipendenti attuali e anche di qualcuno in più per affrontare le grandi sfide che ci vengono incontro». Le sfide per Finsiel, in effetti, sono molte. Per un' azienda che - come dice Tripi - all' estero «è nulla», la prima sfida sarà cominciare a guardarsi intorno. Cosa che l' ingegnere a quanto pare sta già facendo, se è vero che si profila un accordo con una multinazionale ben rappresentata in Italia, ma molto forte sui mercati europei, per sprovincializzare un po' il profilo dell' azienda. «Cos è già presente - sottolinea Tripi - in molti Paesi, dalla Tunisia all' Argentina: qui porteremo i servizi Finsiel». L' ingegnere vuole sfruttare la presenza di Cos nei trasporti, dove ha già accordi con Alitalia, Fiat e Ferrovie, e nella pubblica amministrazione, dove Finsiel è molto forte, allargando poi il raggio d' azione della società anche alle piccole e medie imprese. Le tappe che si profilano sono l' integrazione delle due aziende rimescolando la catena di controllo societario, la creazione di filiali all' estero focalizzate sui settori di specializzazione e infine l' approdo in Borsa, con l' aiuto del partner Interbanca, che in quell' occasione potrebbe uscire dalla newco. La ristrutturazione dovrebbe durare un triennio e punta a raggiungere un miliardo di ricavi. «Ma noi - specifica Tripi - non andremo in Borsa per scappare: della nostra quota non metteremo in vendita nulla».
28 febbraio 2005
Cabir, Lasco e l'anno dei virus mobili
In principio c'era Cabir. Ma il primo virus dei cellulari, comparso la scorsa estate, ha già un successore, ancora più pericoloso: lo chiamano Lasco. E non sarà certamente l'ultimo della serie. Il rapporto annuale di Ibm sulla sicurezza, uscito la settimana scorsa, ha eletto il 2005 ad “anno dei virus mobili”: man mano che aumenta la convergenza fra telefonini e computer, dice Ibm, crescerà anche la loro diffusione. Per ora sono esposti al virus solo gli utenti di smart phone e di telefonini di terza generazione su cui gira il sistema operativo Symbian (una delle piattaforme dominanti, usata da Nokia, Ericsson, Samsung, Panasonic, Siemens...). Un pubblico limitato, che non supera il 5% del popolo globale dei cellulari. Ma Symbian è la piattaforma che cresce più rapidamente e qualche giorno fa ha stretto un'alleanza con la rivale PalmSource per consentire una maggiore interoperabilità fra i loro apparecchi. L'epidemia dunque rischia di allargarsi in fretta.
Guardiamo all'evoluzione di Cabir. Il virus – ormai diffuso sia in Europa che negli Stati Uniti e in Estremo Oriente – è stato configurato da un gruppo di hacker noto come “29A” per saltare da un cellulare all'altro utilizzando la connessione wireless Bluetooth. Se un telefono infetto arriva a una decina di metri da un altro apparecchio dotato di una connessione Bluetooth in modalità attiva, Cabir lo scopre e lo attacca. Una volta infettato, il virus può bloccare buona parte delle funzionalità dell'apparecchio. Lasco è simile a Cabir, ma ha un raggio d'azione più ampio: oltre che attraverso la connessione wireless, riesce a diffondersi anche tramite gli allegati trasmessi da un palmare a un altro. Per chi vuole evitare un incontro ravvicinato con il baco, l'unico consiglio è di tenere spenta la connessione Bluetooth nei momenti in cui non serve.
Lasco è stato sviluppato da un programmatore brasiliano di 32 anni, Marcos Velasco, che gli ha prestato il suo cognome, poi abbreviato in Lasco o Lasco.A dal popolo degli hacker. Da qualche settimana il virus si può comunemente scaricare dal suo sito: http://www.velasco.com.br/. Basta scorrere tutta la homepage e cliccare sull'ultima voce: “download aqui”. Velasco, che campa della sua piccola azienda di software, abita a Volta Redonda, una città industriale a Ovest di Rio de Janeiro. Ha due bambini e una vasta collezione di vecchi computer, con cui vorrebbe un giorno allestire un museo. Ama i film con molti effetti speciali e gli piacerebbe scrivere un libro sui virus. Evidentemente di virus se ne intente, a giudicare dai commenti degli esperti sul suo interessante prodotto.
“Si tratta di un vero virus, che funziona molto bene”, ha dichiarato preoccupato Mikko Hypponen, direttore della ricerca antivirus per F-Secure, una società finlandese leader in questo campo. “Il Cabir di Velasco – ha aggiunto Hypponen – è molto più virulento della versione originale, sviluppata da 29A. E' il primo virus per cellulari capace di infettare anche i file di sistema”. Per di più Velasco ha messo il suo codice in rete, consentendone l'uso al primo che passa.
La diffusione del problema viene limitata dalla frammentazione del mercato: tra Symbian, Blackberry, Palm e PocketPc ci sono differenze tali da non consentire al virus di passare da un sistema all'altro. Ma la crescente penetrazione di Symbian e la progressiva omogeneizzazione dei diversi sistemi mano a mano che il mercato cresce sono i presupposti migliori per risvegliare l'interesse degli hacker. Non ci vorrà molto per cominciare a vedere in giro bachi ben più distruttivi, capaci di trafugare dati o di generare telefonate verso numeri speciali, con effetti immaginabili sulla bolletta. Gli ingredienti per cominciare una battaglia che potrebbe lasciare sul terreno morti e feriti, oltre a danni miliardari, ci sono tutti.
24 gennaio 2005
E' un telefonino, ma anche un portafoglio
Con i cellulari ormai si scattano foto, si naviga in rete, si ascolta musica. Perché non usarli anche come portafoglio digitale? La tecnologia esiste, in Giappone e in Corea si fa già, ma per essere accettato in Occidente il sistema ha ancora molta strada da fare. Alcuni degli ultimi cellulari – in particolare i Sony e i Nokia, due aziende che hanno scommesso da tempo su questo business – sono già dotati di un chip che consente di trasformarli in un portafoglio digitale. Caricati a dovere, questi telefonini possono assolvere al ruolo di una carta di credito semplicemente avvicinandoli a un parchimetro, a un distributore automatico di snack o a un registratore di cassa e dando l'indicazione dell'importo da pagare. Un'abitudine ancora sconosciuta in Occidente, ma il fenomeno merita una certa attenzione: secondo Juniper Research, infatti, il commercio tramite cellulare è destinato raggiungere un giro d'affari da 88 miliardi di dollari nel 2009. Resta il fatto che il chip da inserire nel telefonino è solo un lato dell'equazione: finché i commercianti non si decideranno ad investire nei lettori capaci d'interfacciarsi con questi cellulari e la tecnologia non sarà più diffusa, i consumatori non s'imbarcheranno in quest'avventura.
I primi ad avviare un esperimento di massa sono stati i giapponesi di Ntt DoCoMo, che hanno lanciato in luglio diversi telefonini dotati del chip necessario a diventare un portafoglio digitale. Il servizio, chiamato I-Mode FeliCa, consente di registrare una certa cifra sul telefonino, che può essere poi usata per fare acquisti in diverse catene di grandi magazzini, da McDonald's o per comprare i biglietti dei treni e degli aerei di alcune compagnie. In Norvegia, la Telenor ha avviato un sistema analogo poche settimane fa.
La tecnologia utilizzata è un'estensione del sistema Rfid (Radio Frequency Identification), un metodo di trasmissione dati a distanze modeste che viene già ampiamente applicato nella logistica della grande distribuzione. Il colosso olandese Philips è l'azienda produttrice più avanzata in questa tecnologia, chiamata Near Field Communication (Nfc) e ha annunciato all'inizio di quest'anno diversi accordi con Samsung, Sony e Nokia per inserire un chip Nfc in tutti i loro nuovi modelli. Oltre al protafoglio virtuale, gli analisti elencano miriadi di altre applicazioni, dalla registrazione della carta d'imbarco per abbreviare i tempi morti negli aeroporti all'archiviazione dei dati sanitari per portarseli sempre dietro.
Ma ogni sistema di pagamento comporta una vasta rete di cooperazione fra soggetti diversi: la tecnologia Nfc richiede d'inserire un sistema di lettura specifico nei terminali dei negozi per la trasmissione dati delle carte di credito e quindi il coinvolgimento delle società di emissione delle carte, oltre che dei commercianti. Visa, che sta lavorando da due anni con Philips per sviluppare questo sistema, è il prima colosso del credito che si muove con decisione in questo senso. Secondo Debbie Arnold, vicepresidente di Visa e responsabile per i sistemi non convenzionali di pagamento, il portafoglio virtuale è una logica evoluzione sia per le carte di credito che per i telefonini. “In quest'epoca di trasmissione dati ad alta velocità, di cellulari sempre più potenti e di commercio virtuale sempre più diffuso, è molto strano che le alternative digitali ai contanti stentino ancora a prendere piede”, fa notare Arnold.
Una spiegazione potrebbe essere la sicurezza. Che cosa succede quando un telefonino con migliaia di dollari registrati, o con altri dati riservati, va perso o viene rubato? Prima di affidarli al suo cellulare, l'utente vorrà almeno avere la certezza che l'accesso a questi dati non possa essere utilizzato da altri in maniera fraudolenta. Per ottenere questo risultato, alcuni produttori come Ericsson, Intel o Nokia stanno ricorrendo alla sicurezza biometrica e puntano su mini-scanner delle impronte digitali, talmente piccoli da poterli inserire in un telefonino. Così gli utenti saranno in grado di chiudere l'accesso ai dati e renderlo davvero esclusivo. Una soluzione che per ora resta però a livello sperimentale.
8 gennaio 2005
La dieta sul palmare
Dopo le feste, è tempo di rimettersi in forma. Per chi ha uno smart phone in tasca, può essere più facile. Una delle ultime novità in materia di diete tecnologiche è il programma prodotto della Weight Watchers in alleanza con Palm, che consente l'accesso via cellulare a tutti i dati relativi alla propria dieta, depositati in un elaboratore centrale. Weight Watchers On-the-Go, lanciato a metà dicembre, permette agli abbonati di consultare la lista dei cibi e di utilizzare una serie di strumenti interattivi per non perdere il conto dei punti mentre sono in giro. I fan della dieta Atkins, invece, dovranno attendere ancora qualche giorno. Atkins2Go, una guida ai carboidrati che misura anche l'aderenza alla tabella di marcia pasto per pasto, partirà alla fine di questo mese, con due versioni diverse sviluppate da NoviiMedia, una per i cellulari tradizionali e una più adatta agli smart phone. Atkins si sta mettendo d'accordo con i vari operatori mobili per consentire agli abbonati di pagare il servizio con un semplice sovrappiù sulla bolletta telefonica. E la mossa di Weight Watchers sta smuovendo tutto il mercato: anche South Beach Diet, una società specializzata in consigli nutrizionali meno famosa ma molto seguita negli Stati Uniti, si sta mettendo sulla stessa strada. Per gli appassionati di diete che sono spesso fuori casa, dunque, la vita si fa più facile.
"Così non è più necessario portarsi dietro il solito libretto con la tabella di marcia e i valori nutrizionali dei vari cibi", spiega Scott Parlee, il responsabile del programma Weight Watchers On-the-Go. "Al ristorante o in palestra, ora gli abbonati possono controllare direttamente quanti punti ha perso o ha guadagnato e quali sono i cibi compatibili con il suo regime. Questo li spinge a non eccedere anche quando sono lontano da casa”, precisa Parlee. Soprattutto per chi viaggia molto, il cellulare o lo smart phone sono diventati compagni inseparabili: con il nuovo sistema non ci sono più scuse per uscire dai binari. La risposta delle “cavie” usata nel periodo dei test è stata entusiastica. Manager, viaggiatori di commercio o inviati, abituati a mangiare quasi sempre al ristorante, ora possono navigare in un database di 25mila voci, che classifica alimenti, ristoranti e cibi confezionati, in base al programma dell'abbonato. In pratica, è come avere un sistema di posizionamento veloce sul terreno accidentato del mangiare sano.
Ma Weight Watchers non è la prima azienda a offrire contenuti di questo tipo sulle antenne dei telefonini: Handango, una società che vende applicazioni per cellulari e palmari, ha già venduto negli ultimi mesi 400mila programmi per maniaci della forma. Scaricare Diet & Exercise Assistant costa 20 dollari ed è ormai uno delle applicazioni più vendute: è specializzato nel monitoraggio della calorie assunte, che mette in relazione con quelle bruciate facendo del movimento. “Tutti i grandi consumatori di diete ormai sono sempre in giro con un cellulare o uno smart phone in tasca: un mercato gigantesco per questo tipo di contenuti”, commenta Clint Patterson, vice presidente di Handango. “Un cellulare – aggiunge Patterson - può gestire la tua dieta molto meglio di una moglie o un marito, perché è sempre con te”.
Weight Watchers ha capito dal successo di Fandango che era ora di muoversi: uno degli scogli principali della dieta, infatti, è il lavoro di contabilità che si deve fare per seguirla. Un avido misuratore di calorie farebbe di tutto per liberarsi da questo lavoro e delle applicazioni capaci di svolgerlo al suo posto rappresentano un ottimo motivo per mettersi in linea con il cellulare. Lo stesso concetto si può applicare agli strumenti per facilitare l'esercizio fisico, come i vari apparecchi che aiutano gli appassionati dello jogging a misurare la propsia performance con un sistema di posizionamento satellitare Gps. La Nike ne ha lanciato uno qualche mese fa in partnership con Philips: MP3RUN, che misura i chilometri percorsi e anche il battito cardiaco. Tutti sistemi che potrebbero essere facilmente integrati in un cellulare e in alcuni casi sperimentali lo sono già.
L'ampia area dei contenuti salutistici non è ancora diffusa in Europa, ma prima o poi lo sarà: non a caso il 60% dei decessi nel mondo industrializzato, secondo i dati dell'Oms, dipendono da malattie legate a una dieta poco sana o alla mancanza di esercizio.
22 ottobre 2004
Gli operatori wireless hanno scoperto Dio
Lo strumento più diabolico del creato si converte sulla via di Damasco. Sms pubblicitari, musica da scaricare o tv sul telefonino non bastano più: ora gli utenti dei cellulari hanno trovato Dio. Dalla cupola di San Pietro alle atmosfere New Age, dai minareti di Dubai ai templi indù di Bombay, dalle guglie metodiste di Manchester al Muro del tempio di Gerusalemme, la svolta spirituale degli operatori wireless si percepisce a tutte le latitudini. Per soddisfare le esigenze di ogni fede, servizi di messaggistica religiosa spuntano come funghi ai quattro angoli del globo.
Per i seguaci dell'Islam, che già da anni hanno imparato a sfruttare in chiave ideologica i potenti mezzi della tecnologia, saranno disponibili entro la fine dell'anno in India, Bangladesh, Indonesia e Malesia dei telefonini prodotti dalla società LG Electronics, insieme all'operatore Ilkone Mobile Telecom di Dubai, che ricordano le ore delle cinque preghiere quotidiane, contengono in memoria il calendario lunare, oltre a una serie di versetti del Corano, e indicano la direzione della Mecca. Ma anche gli islamici che non vogliono cambiare il telefonino possono utilizzare i servizi di diverse società specializzate per “islamizzarlo”: ad esempio con il “muezzin digitale” della MyAdhan, che manda a chiunque lo richieda un sms con gli orari giusti per pregare nella sua area geografica, o attraverso il portale francese MobIslam, che offre loghi e suonerie islamiche, oltre al solito servizio di segnalazione degli orari di preghiera.
Il Vaticano non è da meno: Verizon ha appena lanciato il Pensiero del giorno del Papa – già disponibile da tempo in Irlanda e Regno Unito attraverso Vodafone - che arriva sul telefonino ai suoi utenti americani per la modica cifra di 30 cent a messaggino. Il Vaticano partecipa all'affare confezionando gli sms attraverso il provider italiano Acotel. Ora si sta pensando anche alla diffusione di mms con le immagini della messa domenicale in San Pietro. Sempre negli Stati Uniti, da settembre la californiana SMS Media Group offre il servizio Mfaith, che invia ogni giorno verso le 11 un sms con un versetto del Nuovo Testamento. Un servizio analogo è già disponibile da tempo in Australia, attraverso la locale Bible Society. In Russia la diocesi di Voronezh ha lanciato una “scuola di Bibbia” gratuita per sms, inviando ogni giorno, a chiunque lo chieda, qualche frase dell'Antico Testamento con allegati i compiti per casa.
Nelle Filippine, la società Smart Communications ha inventato un “rosario mobile” per aiutare a tenere il conto delle preghiere: ogni volta che si clicca sul telefonino si avanza di un grano. E' disponibile anche una “Via Crucis mobile” con delle immagini adatte a ognuna della 14 stazioni, che servono d'ispirazione all'utente in preghiera. Le autorità cattoliche filippine hanno vietato invece le confessioni per sms, che cominciavano a diffondersi. In Olanda l'episcopato locale offre 15 diverse suonerie con inni cattolici a 1,15 euro ciascuno. Nel Regno Unito l'Unione delle chiese metodiste ha lanciato qualche mese fa una campagna per chiedere ai giovani d'inventare un nuovo comandamento per il 21° secolo, da aggiungere ai dieci già noti, ed è stata sommersa da migliaia di sms con i suggerimenti più svariati. "Non devi adorare falsi idoli pop" è il comandamento che ha vinto il concorso, guadagnandosi in premio un videotelefonino.
Anche in India si può trovare l'ispirazione religiosa via cellulare attraverso l'operatore BPMobile, che invia le preghiere dei suoi utenti, mandate per sms, a un tempio di Bombay dove vengono offerte al Dio indù Ganesh. Lo stesso procedimento viene usato da una società israeliana per soddisfare l'antica usanza ebraica di infilare le proprie preghiere scritte su un bigliettino nelle fessure tra le antiche pietre del Muro del tempio di Salomone a Gerusalemme: un rabbino s'incarica di trascrivere gli sms e piazzarli nel luogo più sacro all'ebraismo mondiale.
Perfino gli insegnamenti New Age del guru Deepak Chopra si possono ricevere quotidianamente, abbonandosi per 3,25 dollari al mese a un servizio chiamato le Sette Leggi Spirituali, dal titolo del suo libro più famoso. Il servizio, disponibile solo negli Stati Uniti attraverso due operatori telefonici, fornisce un aforisma quotidiano e una serie di consigli dietologici. "E' straordinario - ha commentato recentemente lo stesso Chopra - che la gente possa trovare sollievo in frasi così brevi. Forse basta un piccolo richiamo quotidiano per non dimenticare il senso profondo della vita".
26 settembre 2004
Cinema, dal maxischermo al cellulare
Se sui telefonini si possono riversare le immagini erotiche della fidanzata lontana o le mappe in 3D del navigatore Gps, perché non i cartoni animati di Topolino o di Nemo? E' quello che stanno pensando le multinazionali americane dell'entertainment, come Time Warner o Walt Disney, che cercano d'inserirsi nel grande mercato della telefonia mobile passando dalla finestra dei contenuti. Ed è quello che pensa Victoria Weston, fondatrice della casa di produzione indipendente Zoie Films, che ha appena lanciato il primo festival del cinema su cellulare del mondo.
Mano a mano che la velocità di trasmissione aumenta, la qualità dei contenuti, offerti dai vari operatori mobili, diventa più importante. Il mercato della telefonia cellulare rischia così di diventare la nuova frontiera di scontro fra le società che offrono servizi via cavo e le compagnie telefoniche. Negli Stati Uniti, i due rivali Time Warner e Cox Communications hanno deciso di aggiungere i servizi wireless nelle loro offerte a pacchetto, che includono servizi di telefonia fissa, di Internet veloce e tv via cavo. Don Logan, il capo di Time Warner Cable, ha recentemente dichiarato la sua intenzione di arrivarci entro l'anno, sollevando non poca agitazione tra i sei operatori mobili che si spartiscono la torta mobile nordamericana. C'è invece chi preferisce la strada di fornire i propri contenuti agli operatori mobili già esistenti. Disney, ad esempio, ne sta parlando con Sprint, che però ha già un fornitore eccellente: il gruppo Virgin, del miliardario britannico Richard Branson, che ha una sua etichetta discografica e una catena di megastore musicali molto conosciuti. Virgin Mobile sta attirando una vasta audience, soprattutto fra i giovani nordamericani, con l'offerta sui cellulari di servizi musicali targati Virgin o Mtv via Sprint.
Usando tattiche analoghe, il gruppo Disney potrebbe rivolgersi agli appassionati di sport, trasmettendo sui cellulari i contenuti del principale network di tv sportive degli Stati Uniti, Espn, oppure ai bambini, passando dai cartoni animati. Da qui a mettere il proprio marchio su un telefonino, che potrebbe essere offerto ai piccoli clienti con un menu incorporato di video adatti alla loro giovane età, il passo è breve. Si può star certi che le famiglie americane preferiranno delimitare chiaramente l'accesso dei propri figli ai servizi video offerti dagli operatori mobili. E cosa c'è di più sicuro di Topolino? Disney sta realizzando un modello di questo tipo in Giappone, dove ha cominciato a vendere i suoi contenuti in partnership con NTT DoCoMo già dal lontano 2000. Ma la battaglia della telefonia mobile negli Stati Uniti sarà molto più sanguinosa.
Anche Fox si è avviata sulla strada degli accordi con gli operatori mobili, quando ha chiesto ai suoi abbonati di votare via cellulare per il concorso alla base di American Idol. Ma per ora il network televisivo di Rupert Murdoch non ha ancora una partnership definitiva e non sembra avere fretta di entrare nell'arena. Il segreto, secondo gli esperti del mercato americano, sarà di offrire un servizio molto focalizzato a un target molto preciso, come già accade nel mondo della tv via cavo. Ma non è escluso che prima o poi il telefonino diventi addirittura un veicolo per trasmettere dei veri e propri film.
Sarà difficile che l'aggeggio tanto amato dagli italiani mostri in tempi brevi epopee della portata di "Via col vento", ma Victoria Weston - una pasionaria della cinematografia digitale indipendente e dei festival online - è convinta che anche su uno o due pollici si possa lavorare di fantasia. "L'importante è tenere bene a mente il tipo di audience e le dimensioni dello schermo con cui si ha a che fare: il ritmo dev'essere rapido e le inquadrature molto ravvicinate", commenta Weston. Meglio evitare storie complicate o elaborate scene di guerra: un pesciolino che sfreccia in un acquario stile Pixar o un'animazione da videogioco vanno benissimo.
"Se si può seguire un videogioco su quella macchinetta, si potrà anche seguire un breve filmato", sostiene Weston. Certo è che il festival, di cui sono già aperte le iscrizioni, porterà i creativi a cimentarsi su un nuovo territorio, ancora del tutto inesplorato. I clip, da inoltrare entro la fine d'ottobre, non possono superare la durata di cinque minuti, ma Weston incoraggia i mini-registi a sbizzarrirsi componendo serie da cellular-soap o da cellular-sitcom su diverse puntate, da un minimo di 8 a un massimo di 13. La società di Atlanta si attende un centinaio di proposte (www.zoiefilms.com/cellularcinema), da cui verranno selezionate le più sofisticate. Il festival comincia all'inizio di dicembre e il vincitore sarà premiato con un viaggio di una settimana nei mari del Sud, ma soprattutto con la soddisfazione di salire su un podio da pioniere assoluto.
26 marzo 2004
Skype, alle volte ritornano
Che sia il secondo centro per Niklas Zennstrom e Janus Friis, i due scandinavi che hanno inventato Kazaa, il più popolare servizio di file-sharing del mondo?
Da quando hanno venduto la loro prima creatura all'australiana Sharman Networks nel 2002, lo svedese Zennstrom e il danese Friis stanno lavorando in gran segreto a un servizio di telefonia su Internet, Skype, che negli ultimi sei mesi è stato scaricato da nove milioni di utenti in 170 Paesi, un ritmo superiore a quello di Hotmail quand'era al suo apice. Skype non è l'unico servizio al mondo che offra voce su protocollo Internet (Voip), ma la qualità del suono e la facilità di utilizzo ne stanno facendo un leader. Il software si usa con una cuffia e un microfono, usando Internet per collegarsi con qualsiasi altro utente nel mondo dotato dello stesso software. A differenza di altri servizi di voce su protocollo Internet, non passa mai per le linee telefoniche e quindi non deve pagare l'accesso agli altri operatori, uno dei principali costi sostenuti dalle compagnie telefoniche (AT&T spende quasi dieci miliardi all'anno, l'uscita più rilevante del suo bilancio, per passare sulle linee degli altri).
Per ora Skype ha raccolto venti milioni di finanziamenti per sviluppare il suo business, che si basa sul concetto di chiamate gratuite ma servizi aggiuntivi a pagamento. I giganti del mercato, come AT&T negli Usa e BT nel Regno Unito, si stanno attrezzando per contrastare la sua ascesa. Anche Tiscali sta per entrare in questo mercato. E tutti sostengono che il servizio offerto da Skype è troppo primitivo per dilagare. Certo è che il loro primo software, Kazaa, è stato scaricato da 314 milioni di utenti. Questo non ha portato a Zennstrom e Friis grandi utili, ma ha rivoluzionato senza possibilità di ritorno il mercato della musica, devastando i conti delle major. Non è detto che anche Skype sia destinato a un successo di queste dimensioni, ma per ora le premesse ci sono. A questo punto la redditività del business e quindi le sue prospettive di crescita dipendono molto dall'abilità imprenditoriale dei due scandinavi.
Che ci sia un futuro per Skype, comunque, si vede già dalla velocità con cui fioccano i finanziamenti. Malgrado i due stiano lavorando molto sottotono, anche perché scottati dall'esperienza di Kazaa (hanno due cause pendenti contro di loro intentate dalle major musicali negli Usa e in Olanda), tutti i principali produttori di cuffie, compreso il leader mondiale Plantronics, si stanno precipitando su questa opportunità. Per non parlare del venture capital di Silicon Valley, da dove una delle principali società, la Draper Fisher Jurvetson, ha già investito oltre otto milioni in questa prima tornata. Per ora il software è diffuso soprattutto tra gli utenti di servizi peer-to-peer, che conoscevano già Zennstrom e Friis attraverso Kazaa. Anche Skype utilizza lo stesso sistema, basandosi sui computer degli utenti per far transitare le telefonate, senza un server centrale. Per Zennstrom e Friis, quindi, il costo non cambia con un milione o dieci milioni o cento milioni di telefonate in linea. E questo consente loro di offrire gratuitamente il servizio base.
Skype funziona come i servizi di instant messaging: l'utente scarica il software sul suo computer, selezione uno screen name e crea una lista di compagni che usano lo stesso software. Ogni volta che uno di loro è online, Skype manda un segnale al network, che indica la presenza dell'utente e il suo numero. Per chiamare, gli altri cliccano su un'icona telefonica che compare sullo schermo e i due computer si collegano. Invece di vibrare attraverso il doppino di rame, la voce viene confezionata in pacchetti di dati che viaggiano attraverso Internet e poi vengono riassemblati all'altro capo della connessione. I computer più veloci connessi al network di Skype funzionano come centralini, mantenendo aggiornata la lista dei presenti in linea e smistando il traffico delle chiamate. Per ora la media degli utenti in linea con Skype in qualsiasi momento della giornata è di mezzo milione.
Data la dimensione dell'utenza e le prospettive di crescita, Platnronics ha già stretto un accordo con i due fondatori per mettere anche il marchio di Skype sulle sue cuffie e offrire delle promozioni, ad esempio due mesi di servizi aggiuntivi gratis. Per adesso i servizi premium sono solo due: un servizio di segreteria telefonica e un sistema per collegarsi alla rete telefonica locale. La società ha anche venduto a Siemens la licenza per incorporare il suo software nelle future generazioni di telefoni cordless venduti in Europa. Quando Skype uscirà dai circoli chiusi degli studenti universitari e degli utenti di servizi peer-to-peer, l'industria europea è già pronta ad accoglierlo.
24 settembre 2003
Wifi, eppur si muove
Il WiFi, dicono, è come le dotcom. Continuiamo a buttarci dentro dei soldi, ma non è per niente sicuro che prima o poi questi soldi tornino indietro, né a chi arriveranno in tasca. Eppure qualcosa si muove. Questa tecnologia non finisce sui tavolini di Starbucks o di McDonald’s, fra i tecnomani metropolitani intenti a scaricare la posta con un panino in mano. E la ragione è molto semplice: se da un hotspot WiFi (o Bluetooth, il suo eurocentrico cugino) si possono mandare dati senza fili, perché non usarlo anche per fare una telefonata? Già oggi questo è teoricamente possibile, usando un laptop per fare una cosiddetta chiamata VoIP (voice over internet protocol), così com’è teoricamente possibile da tutte le postazioni fisse nelle case della gente. Solo che si tratta di una procedura troppo complicata per diventare un business. Ma con la crescente diffusione di milioni di hotspot e di reti aziendali basate sulla tecnologia scandinava Bluetooth, sarebbe ora che cominciassero a spuntare anche dei telefonini capaci di approfittarne. Ed è quello che sta succedendo.
British Telecom, ad esempio, sta armeggiando con un apparecchio ancora da lanciare che funziona come un normale telefono cellulare finché non entra nel raggio d’azione della sua base fissa. Qui, tramite la tecnologia Bluetooth, cambia rete e consente di telefonare via internet su una linea dati, che può essere usata contemporaneamente anche per navigare. Telefonare con Bluephone non è gratis, ma costa molto meno di una telefonata convenzionale. Usare il WiFi per fare lo stesso sarebbe un po’ più complicato, ma non c’è nulla che lo vieti, soprattutto da quando cominceranno a spuntare hotspot di nuova generazione, con uno standard migliore degli attuali. BT sta lavorando anche su questo, nel tentativo di estendere le capacità di Bluephone anche sul WiFi. E ci sono buone probabilità che ci riesca, anche se la prima versione del nuovo telefonino, che arriverà nei negozi nel 2004, non sarà ancora “trilingue”.
Gli americani, per cui il WiFi sta diventando ormai una religione, sono invece più concentrati su questa modalità. Motorola e la giapponese Nec stanno sviluppando insieme un telefonino a doppio uso, capace di passare automaticamente dalle reti convenzionali al protocollo internet non appena entra nel raggio d’azione di uno hotspot. Ma non è ancora pronto. E Cisco ha appena lanciato un cosiddetto “campus phone”, capace di funzionare via internet ma non sulle reti normali, destinato a tutti quegli utenti che passano la maggior parte della loro vita all’interno di uno hotspot, come ad esempio gli studenti universitari. Secondo Frank Hanzlik, dell’americana WiFi Alliance, non siamo molto distanti dalla nascita di telefonini “agnostici”, capaci di passare indifferentemente da una modalità all’altra. La sua valutazione, forse ottimistica, è che non ci vogliano più di 18 mesi per arrivarci. In tre anni potrebbero già cominciare a diffondersi.
Resta da chiedersi: a chi giova? Non necessariamente agli operatori mobili, che già vedono il WiFi come un intruso sul loro terreno, per il modo in cui rosicchia una parte dei loro utili sulla trasmissione dati. Ma siccome l’80% dei loro affari li fanno con la voce, per ora non si preoccupano. Vero è che proprio dagli operatori mobili provengono l’esperienza e le conoscenze necessarie per consentire alla gente di fare telefonate attraverso internet con la stessa facilità con cui le fanno adesso sulle loro reti. E’ dunque logico che in qualche modo questo sviluppo coinvolga anche loro, soprattutto se saranno capaci di stabilire le alleanze giuste. Ad esempio accordandosi con i diversi proprietari degli hospot in modo da usare la SIM card del telefonino come chiave di accesso universale e impronta identificativa dell’utente, per evitare alla gente la scomodità di pagare l’uso di ogni hotspot separatamente, come oggi succede spesso. L'unica cosa da non fare è pestarsi i piedi a vicenda.
22 settembre 2003
L'orbita di Arturo
Innovazione e concretezza. E' di questo che hanno bisogno le piccole e medie imprese italiane, ma nessuno le aiuta. Ed è per questo che Arturo Artom, fondatore e presidente di Netsystem, si sta battendo. «Il ritardo italiano nell' innovazione - constata Artom - è un dato che si può ormai dare per acquisito. Ma le piccole imprese sono quelle che ci rimettono di più, perché le grandi scaricano sulle piccole l' onere di questa perdita, espellendo manodopera e decentrando funzioni e produzioni». L' ingegno italiano non è più sufficiente per colmare il gap competitivo con altri Paesi: occorrono risorse finanziarie superiori. «A livello europeo - fa notare Artom - è attiva un' ampia gamma di strumenti per sostenere la ricerca delle imprese, con stanziamenti nell' ordine dei miliardi di euro all' anno. Ma sono strumenti che restano sostanzialmente preclusi alle piccole imprese». Dati alla mano, è facile dimostrare che i Framework Program dell' Ue sono un miraggio per le Pmi: su circa 13,7 miliardi spesi dall' Fp5 per il quinquennio ' 98-2002, solo un decimo è andato alle piccole imprese. Se poi si prende in considerazione il settore dell' informatica, la quota scende al 3,5%. E da quando è partito l' Fp6 - il programma per il quinquennio 2003-2007 - non è cambiato niente nei regolamenti che trasformano la richiesta di fondi in una corsa a ostacoli, malgrado la decisione ufficiale di riservare il 15% del budget alle Pmi. Lo stesso organismo incaricato dalla Commissione del monitoraggio del programma, l' Istag, ha rilevato tutti i limiti delle regole di accesso: «Criteri finanziari tali da ostacolare le Pmi più innovative»; totale esclusione delle start-up; tempi troppo lunghi per ricevere i finanziamenti; discriminazioni dovute alla grandezza dei programmi, al numero dei partecipanti e alla durata richiesta. Altri paletti sostanzialmente impossibili da superare sono la transnazionalità del progetto e spesso anche l' intersettorialità: infatti le Pmi sono generalmente legate a una dimensione locale e molto focalizzate sul loro business. «La piccola impresa semplicemente segue il mercato, capta un gap nell' offerta, si attrezza freneticamente e produce il meglio di se stessa, in modo da battere magari il grande gruppo sul filo di lana», spiega Artom. E lui ne sa qualcosa, visto che ha fatto proprio così. La sua Netsystem ha cominciato a fornire collegamenti Internet veloci attraverso la parabola satellitare - fra lo scetticismo degli addetti ai lavori - per consentire l' accesso alla banda larga anche a chi abita in località remote, dove il cablaggio non arriva. Dopo aver forzato con una causa storica la liberalizzazione della telefonia in Italia, dopo un periodo in Omnitel e poi in Viasat, Artom ha scommesso con Netsystem proprio su innovazione e concretezza, individuando un varco nel mercato e colmandolo con una risposta banale: l' uso del satellite per ricevere e del doppino telefonico per mandare le proprie richieste in rete consente ai suoi clienti di basarsi sulla stessa tecnologia satellitare utilizzata per ricevere il segnale televisivo (molto più a buon mercato rispetto a quella necessaria per instaurare la comunicazione nei due sensi) e contemporaneamente di emanciparsi dalla schiavitù del cavo a fibre ottiche. Una scommessa vinta: dopo neanche tre anni di attività, Artom ha firmato un grosso contratto con Telecom Italia (in Italia c' è almeno un milione di utenti Internet che non hanno alcuna possibilità di essere raggiunti dalla banda larga via cavo), ha conquistato la leadership in Europa (un mercato da cento milioni di utenti) e ora si sta espandendo anche nell' Est Europa e sulla sponda Sud del Mediterraneo. L' itinerario di Netsystem dimostra che la ricerca applicata è altrettanto importante della ricerca pura per fare innovazione ed è proprio su questi temi che i fondi europei potrebbero fare la differenza. La proposta di Artom è di utilizzare da un lato la leva fiscale per stimolare le Pmi a investire in nuove tecnologie (con lo stesso strumento legislativo usato per l' incentivazione al commercio elettronico), dall' altro di approfittare del semestre italiano all' Ue per mettere all' ordine del giorno alcune modifiche (come l' abolizione della clausola della transnazionalità) dei meccanismi di assegnazione dell' Fp6 sul modello della legge Sabatini, che per quasi quarant' anni ha consentito alle piccole imprese italiane di abbattere i costi dell' acquisto di macchinari nuovi con un sistema di rimborsi semplicissimo. Inoltre Artom propone di aumentare la riserva destinata alle Pmi dagli attuali 2,13 miliardi di euro a 5 miliardi per il prossimo quinquennio. Sarebbe un bel colpo per un Paese dove il 72,6% del valore aggiunto prodotto viene dalle Pmi, contro una media europea del 59,7%. Bisogna solo vedere se gli altri sono d' accordo.
23 luglio 2003
Cellulari, nuova frontiera della pubblicità
I cellulari stanno diventando la nuova frontiera delle agenzie di pubblicità. Messaggi testuali o video, suonerie scaricabili, concorsi a premi e buoni sconto sono gli strumenti più usati per insinuarsi nella nostra quotidianità attraverso i piccoli schermi dei telefonini, il più intimo mezzo di comunicazione sulla piazza. C'era da aspettarselo: ne portiamo in tasca ormai oltre un miliardo e prima o poi era logico che anche questi aggeggi si trasformassero in un potente strumento di marketing. I vantaggi del wireless marketing sono evidenti. Da un lato la tecnologia è molto economica da usare: per mandare un messaggino bastano pochi centesimi e se il consumatore stesso, divertito, lo passa avanti è tanto di guadagnato. Dall'altro offre nuove possibilità di identificare le aree geografiche o i tempi migliori sulla base delle risposte ricevute, consentendo di mirare le campagne con precisione sempre più accurata. Inoltre è un mezzo molto adatto per mantenersi in contatto con dei consumatori che si muovono in continuazione.
Il salto di qualità compiuto dalle agenzie specializzate è dimostrato dal fatto che per la prima volta una campagna di questo tipo ha vinto uno degli ambitissimi premi al festival della pubblicità di Cannes, a fine giugno. Il Leone d'argento è andato a 12snap, un'agenzia con sede in Germania ma molto attiva anche nel Regno Unito e in Italia. 12snap ha vinto con una campagna per la PlayStation2 della Sony che ha interessato 500mila giovanissimi tedeschi: poco prima di Natale i ragazzi hanno ricevuto una telefonata registrata da una nonna molto irritante che minacciava di passare a trovarli per le feste. I ragazzi potevano poi girare la telefonata a dei loro amici e contemporaneamente mandare ai propri genitori un altro messaggio, firmato Babbo Natale, in cui si comunicava il loro desiderio di ricevere in regalo la PlayStation2. La campagna ha avuto un effetto sensazionale: secondo una ricerca indipendente citata dai giudici di Cannes, il 25% dei partecipanti ha effettivamente ricevuto una PlayStation, contro il 5% del gruppo di controllo, oggetto di campagne convenzionali.
Un altro segno di una certa maturità deriva dai nomi dei clienti che stanno fioccando su queste agenzie: McDonald's, Wella, KitKat figurano tra i clienti tedeschi di 12Snap, che in Italia ha fatto campagne per Cosmopolitan, Philips e United International Pictures (braccio distributivo internazionale di Universal, Paramount e Dreamworks). FlyTxt, leader nel Regno Unito, ha già oltre mille campagne al suo attivo per clienti come Coca-Cola, Bayer, Cadbury Schweppes e la Bbc. Una delle più memorabili è stata quella lanciata per Cadbury, in cui i consumatori venivano invitati a mandare un messaggio a un numero stampato sull'involucro di ogni barretta di cioccolata per sapere se avevano vinto un premio. La campagna ha generato cinque milioni di risposte, una cifra pazzesca per questo tipo di concorsi, di conseguenza ha avuto l'onore di essere citata nel bilancio di Cadbury come un fattore chiave nella spettacolare crescita del 21% delle vendite dell'anno scorso. E quando una campagna pubblicitaria finisce in un bilancio annuale, gli altri amministratori delegati se ne accorgono. Un'altra campagna FlyTxt di grande successo è stata quella lanciata per Bayer in Germania, in cui vengono inviate informazioni sul tempo e sui parassiti agli agricoltori, includendo uno slogan pubblicitario su prodotti Bayer e un numero di contatto. Vivendo molto fuori casa, anche i più tecnofobi fra i contadini tedeschi ormai si portano sempre dietro un telefonino e la risposta è stata ottima, tanto che Bayer sta pensando di ampliarla. MindMatics, un'agenzia che opera da Monaco, Bonn e Londra, si è avventurata invece nel campo dei buoni sconto: il buono arriva sotto forma di messaggio e viene poi riscattato alla cassa passando uno scanner sopra lo schermo. Per ora il sistema è stato usato solo da una catena tedesca di negozi di abbigliamento.
Con l'ampliamento del mercato, anche le agenzie tradizionali cominciano a sbarcare sul nuovo segmento, alzando la barra della competizione per le specializzate. Il colosso Ogilvy è stato il primo a entrare in questo terreno di caccia finora eslusivo, ma non è l'unica categoria che guarda con interesse al nuovo fenomeno. Anche qualche operatore mobile, come la britannica O2 (ex BT Wireless) che ha già lanciato una campagna per Mars, si stanno organizzando con dei servizi interni. Insomma, come tutti i business che raggiungono una certa maturità, anche qui l'ambiente si sta facendo affollato.
Il timore è che se il wireless marketing diventerà onnipresente, la potenza dell'impatto comincerà a calare e potrebbe anche instaurarsi un'irresistibile reazione di rifiuto. Secondo gli ultimi sondaggi della società di consulenza Carat Interactive, i consumatori europei non sarebbero disposti a tollerare più di quattro o cinque contatti al giorno e solo da operatori che hanno prima chiesto il permesso di mandarli. Le comunicazioni che attraggono di più sono le informazioni in tempo reale o i messaggi che offrono opportunità di interazione, come i concorsi a premi o i quiz. Ma il problema dei messaggini è che se diventano irritanti possono scatenare un rigetto molto più potente delle campagne convenzionali. "Dobbiamo assicurarci che la pubblicità sia fatta in modo che non solo rispetti la privacy, evitando lo spamming, ma crei valore aggiunto interessando e divertendo il consumatore", è il motto di Francesco Caselli, amministratore delegato di 12snap Italia. Insomma, sì alla crescita ma con giudizio.
25 giugno 2003
La battaglia dei telefonini si gioca sul marketing
Gli operatori di telefonia mobile e i produttori di cellulari sono indissolubilmente legati, ma per i consumatori abitano su due pianeti diversi. E chiaramente non è il pianeta cellulari che orbita attorno al pianeta provider, bensì viceversa. Basta entrare in un negozio di telefonini per capire che ormai si tratta di oggetti di moda, assimilabili alla stessa categoria di un paio di scarpe o di un orologio. E non ci vuole molto per scoprire che il marchio più conosciuto nell'universo della telefonia cellulare europea non è quello di un operatore, ma quello di un costruttore di cellulari: Nokia. Se l’ultimo modello di Nokia o della sua marca preferita di cellulari è disponibile soltanto su un network e non su un altro, l'utente privato tende a cambiare provider piuttosto che rinunciare all’acquisto.
Non è difficile capire perché: per la stragrande maggioranza degli utenti, il design dell’oggetto fa premio sulle caratteristiche del servizio. E’ molto più importante avere in tasca l’oggetto giusto, per esibirlo come un segno distintivo, piuttosto che poter usufruire di una funzione specifica che magari un altro provider non offre. E’ proprio coltivando il suo brand come una casa di moda che Nokia ha instaurato un rapporto di assoluta dipendenza con i suoi fan, raggiungendo l’attuale posizione di dominanza del mercato europeo (oltre metà dei telefonini venduti in Europa sono della casa finlandese). Naturalmente non basta un buon marketing per ottenere questo risultato: dietro al grande successo di Nokia c'è anche la straordinaria funzionalità dei cellulari che produce. Resta il fatto che la fortissima penetrazione fra i giovani dipende molto da una sapiente costruzione dell'immagine. Stesso discorso, anche se meno accentuato, si può fare per le altre marche: iniziative come il Samsung Fun Club, dove si possono trovare le suonerie più strampalate o i videogiochi più in voga, servono appunto a tramutare il telefonino da puro strumento di comunicazione in un’esperienza di vita a tutto tondo.
Ma la battaglia sotterranea in corso da parte degli operatori per ribaltare le posizioni non può sfuggire all’osservatore attento. L’ampiezza e l’articolazione sempre maggiore del ventaglio di servizi a disposizione, infatti, sta offrendo ai provider un’occasione più unica che rara per profilarsi su un terreno esclusivo, rafforzando il proprio brand. La prima a tentare l’operazione di sganciamento dall'orbita del pianeta telefonini è stata Vodafone, quando ha arruolato David Beckham nel ciclopico sforzo promozionale (stimato sui 100 milioni di euro) per il lancio di Vodafone Live! Non a caso il colosso britannico ha sorpreso gli addetti ai lavori scegliendo una marca di cellulari praticamente sconosciuta, Sharp, come ammiraglia della sua nuova offerta dati. Ora, entrando in un negozio di cellulari a Londra, non è raro sentire qualcuno che chiede il "telefonino di Beckham". E la riuscitissima campagna (un milione e mezzo di telefonini venduti in sei mesi) non è che l’aspetto più spettacolare della lenta rimonta degli operatori mobili europei sul fronte dell’immagine.
Altri esempi, come il lancio dello “smartphone” da parte di Orange in collaborazione con Microsoft, appoggiandosi su produttori di hardware esterni al circuito dei grandi, si susseguono. L’obiettivo degli operatori è chiaro: insinuare nella coscienza degli utenti il concetto che un’esperienza Vodafone o Orange sia altrettanto significativa di un’esperienza Nokia o Ericsson, se non di più. Man mano che si amplierà la possibilità di trasmettere foto, video musicali o sportivi, e di navigare su internet, gli operatori avranno sempre più l'opportunità di confezionare offerte esclusive, tagliate su target precisi e indipendenti dalle caratteristiche tecniche dei cellulari, che dovranno adeguarsi alle nuove frontiere toccate via via dalla trasmissione dati. Per le marche dominanti di cellulari, dunque, si profila un doppio assalto: da parte degli operatori che cercano di uscire dalla loro orbita e da parte dei produttori più piccoli, che alleandosi ai provider potrebbero riuscire a rosicchiare qualche quota di mercato.Sulle rive del fiume Nokia, in realtà, per ora nessuno si strappa i capelli. Da un lato il fascino estetico e la grande funzionalità, dall'altro lato la forte resistenza degli utenti a imparare a usare un altro telefono mettono il gigante finlandese sostanzialmente al riparo da brutte sorprese. Ma anche su questo fronte qualcosina si sta muovendo. Tradizionalmente molto restia ad aggiungere nuove funzioni per non disturbare il rapporto di continuità con i clienti, Nokia ha finalmente ceduto alle pressioni di Vodafone aggiungendo un tasto dedicato al suo ultimo modello 3650, per consentire agli utenti di raggiungere direttamente i servizi di Vodafone Live! E’ un primo segnale di apertura alle esigenze degli operatori, che potrebbe accentuarsi con il tempo se le nuove funzioni di trasmissione dati dovessero prendere piede.
20 gennaio 2003
In Africa è l'ora di Safaricom
Mabel Ogunleye vende bibite all' ingrosso a Lagos, capitale commerciale della Nigeria, una metropoli di 12 milioni di abitanti nota per i suoi leggendari ingorghi stradali. Fino a pochi mesi fa, per contattare un cliente Mabel era costretta ad attraversare questa colossale massa ribollente e a presentarsi di persona. Ore di viaggio, fatiche ciclopiche che spesso andavano a vuoto perché il cliente era uscito. Da qualche mese la vita di Mabel è cambiata: «Da quando possiedo un cellulare i miei affari sono raddoppiati», racconta. Non a caso le due compagnie di telefonia mobile che si contendono il mercato nigeriano, la sudafricana Mtn e la multinazionale Econet, fanno fatica a star dietro alla domanda. Ma la rivoluzione digitale spazza l' Africa intera. Negli ultimi cinque anni nel Continente Nero sono stati connessi più telefoni cellulari che telefoni fissi nell' ultimo secolo: ormai quasi un africano su dieci ha un telefonino, oltre il doppio di coloro che hanno una linea fissa, spesso ottenuta a prezzo di lunghe battaglie e di laute bustarelle. Negli ultimi due anni, circa cento operatori hanno lanciato i propri servizi in tutto il continente e solo nel 2002 le connessioni mobili sono raddoppiate dai 28 milioni del 2001 ai 60 milioni attuali. Il mito che ci siano più telefonini a Tokyo che in tutta l' Africa è sfatato. La rivoluzione mobile ha colto di sorpresa le stesse compagnie telefoniche, che negli ultimi Anni Novanta avevano cominciato ad avventurarsi in queste terre inesplorate, puntando sulla clientela business o sui turisti di passaggio. Quando Vodafone ha mandato Michael Joseph in Kenya nel luglio 2000 per mettere in piedi Safaricom, ad esempio, non si aspettava di crescere oltre le 50 mila connessioni. Oggi, Safaricom e la rivale KenCell (Vivendi) hanno quasi un milione e mezzo di utenti su una popolazione di trenta milioni, due terzi dei quali in aree rurali. E un terzo operatore sta per aggiungersi. «La tecnologia mobile ha avuto un enorme impatto sulla vita dei kenioti», spiega Joseph. Le schede prepagate sono oggi strumenti di sopravvivenza per milioni di africani, finora abituati a camminare chilometri per arrivare a una cabina. L' alto costo dei telefonini (sui cento dollari in Africa), è l' unico problema in un continente dove metà della popolazione sopravvive con meno di due dollari al giorno. Ma sono state trovate soluzioni creative e aderenti all' altissima coesione sociale tipica dell' animo africano: spesso intere comunità si servono di un solo telefonino, passandoselo di casa in casa a seconda delle esigenze e dividendo le spese. «Questi snodi telefonici comunitari - spiega Francis Nyamnjoh, docente di sociologia all' Università del Botswana - sono esempi concreti del valore della convivialità africana, dove le scarse opportunità presenti nelle aree rurali spesso vengono messe spontaneamente a disposizione degli altri». Non a caso l' utile generato da ogni utenza mobile nigeriana è molto più elevato rispetto a quello americano o europeo. Questo dato, che emerge da una ricerca della Merrill Lynch, suggerisce anche che il valore economico e sociale di un telefonino in Nigeria sia molto superiore rispetto ai Paesi occidentali. Ogni connessione mobile genera infatti in media un giro d' affari di ottomila dollari: la rivoluzione digitale è diventata un enorme volano per lo sviluppo del Continente Nero. Soprattutto in Nigeria - con i suoi 120 milioni di abitanti è lo Stato più popoloso dell' Africa - le potenzialità di business sono allettanti: qui il monopolista Nitel è in via di privatizzazione e l' operatore mobile più popolare è Mtn, sussidiaria del gruppo sudafricano Johnnic, diretto dall' ex segretario generale dell' African National Congress Cyril Ramaphosa, uno dei più potenti uomini d' affari del continente. Con oltre sei milioni di utenti in Sud Africa, Nigeria, Camerun, Swaziland, Ruanda e Uganda, Mtn è uno degli operatori mobili più promettenti dell' Africa, insieme a Msi, che opera in Uganda, Zambia, Malawi, Congo, Gabon, Sierra Leone, Ciad, Burkina Faso, Sudan, Niger e Guinea. Partecipata dalla Banca mondiale, dall' americana Citigroup e dalla giapponese Mitsui, Msi copre con le sue licenze un quarto della popolazione africana ed è stata la prima ad aprire con le autorità il discorso sui servizi di Internet mobile. «Un continente dove solo un abitante su 250 è online, potrebbe dare moltissime soddisfazioni a chi avesse le spalle sufficientemente forti per affrontare quest' aspetto», spiega l' amministratore delegato Terry Rhodes. E' questa la prossima sfida per affrancare gli africani dal sottosviluppo.
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