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11 maggio 2012

Celle double-face e vetri solari: il fotovoltaico si fa in quattro

Pannelli fotovoltaici sfaccettati che generano molta più energia di quelli piatti, celle double-face che catturano l'energia del sole su tutte e due le superfici, vetri solari capaci di produrre energia a buon mercato con una tecnologia basata sul colore, sistemi integrati intelligenti che raccordano la produzione solare con l'efficienza energetica. Il fotovoltaico si fa in quattro per raggiungere in tempi brevi la grid parity, ovvero la competitività con i combustibili fossili, che in alcune zone d'Italia è già a portata di mano, anche grazie all'aumento costante del prezzo del petrolio.
Il calo dei prezzi dei moduli e l'esplosione del mercato interno cinese sono i fattori destinati a caratterizzare nei prossimi mesi il fotovoltaico mondiale, che cerca di aggiustare il tiro mano a mano che i diversi Paesi smettono di incentivarne la crescita, ormai esponenziale. Dopo la Spagna, che già nel 2010 aveva ridotto gli incentivi quasi a zero, anche il Regno Unito e la Germania hanno messo mano alle forbici con tagli significativi l'anno scorso e adesso l'Italia sta facendo lo stesso. Finita la pacchia europea, sul versante produttivo è iniziata così una fase di consolidamento a livello globale, che privilegia i produttori più impegnati nella ricerca e nell'innovazione, con la previsione di un'uscita dal mercato dei player industriali più deboli. 


Per restare a galla in questo mercato in tumultuosa evoluzione, va da sé che la creatività nell'innovazione è di cruciale importanza. Chi riuscirà a industrializzare ora le killer application di domani, è destinato a dominare la scena per molti anni a venire. Lo sforzo della ricerca si concentra in particolare sull'ulteriore miglioramento del rapporto fra efficienza e costo del modulo fotovoltaico. Il basso valore di questo rapporto rispetto ad altre fonti energetiche si traduce in un alto costo per kilowattora prodotto, almeno nel periodo di ammortamento dell'impianto, e costituisce il limite più forte all'affermazione su grande scala di questa tecnologia. Quindi la ricerca si indirizza verso la scoperta di materiali semiconduttori e tecniche di realizzazione che coniughino il basso costo con un'alta efficienza di conversione.
Dal silicio cristallino si è passati così al silicio ribbon, colato in strati piani come un nastro, al silicio amorfo che consente di realizzare moduli a film sottile, al tellururo di cadmio, solfuro di cadmio o arseniuro di gallio, tutti materiali più economici ma meno efficienti. Si lavora sui processi di produzione, sperimentando varie alternative di realizzazione, come le celle sfaccettate tridimensionali di Solar3D, che puntano a catturare la luce radente in tutte quelle angolature che adesso sfuggono ai moduli tradizionali, con una produzione di energia doppia rispetto all'attuale. Sono già industrializzate celle double-face, capaci di produrre energia da entrambe le facciate e quindi adatte per realizzare pareti libere, come i pannelli di protezione acustica lungo le autostrade. Ma si punta soprattutto all'integrazione negli edifici, come nel caso del vetro solare proposto da Oxford Photovoltaics, un'evoluzione che potrebbe presto permettere ai grattacieli di essere indipendenti dal punto di vista energetico. Nei vetri solari inventati da questo spin-off dell'università di Oxford, la luce del sole interagisce direttamente con il colorante, consentendo un costo di produzione non molto superiore ai pannelli tradizionali, calcolato dai ricercatori sui 35 centesimi per watt. Nel giro di un anno, quando l'industrializzazione sarà completata, potrebbero rivoluzionare un intero comparto: da un grattacielo alto 220 metri collocato in Texas e ricoperto interamente con vetro solare, si potrebbe generare fino a 5,3 megawattora al giorno, sufficienti per esempio ad alimentare 52.000 pc, rendendo l'edificio praticamente indipendente se affiancati a un'efficiente sistema di illuminazione a Led.

9 maggio 2012

La torre ecologica di Renzo Piano svetta sull'Europa

The Shard svetta sullo skyline di Londra con i suoi 310 metri d'altezza, come una gigantesca scheggia di vetro. L'ultima fatica di Renzo Piano è ormai completa e si avvicina a grandi passi all'inaugurazione, il 5 luglio, appena in tempo per assistere ai giochi olimpici, dal suo punto di vista privilegiato. Questa piramide scintillante che s'innalza dalla riva Sud del Tamigi a sovrastare tutta l'Europa, superando l'attuale primato della Commerzbank Turm di Francoforte, rappresenta il simbolo di un modo di costruire che unisce l'innovazione tecnologica più estrema alla sostenibilità ambientale. Richard Mawer, uomo chiave del team di Piano per la progettazione strutturale, è convinto che sia questo il futuro delle città: solo l'altezza unita all'attenzione per l'efficienza energetica e a uno sviluppo urbano basato sui trasporti pubblici può rispondere alla domanda crescente di spazio abitativo senza sprecare le risorse limitate che abbiamo a disposizione.

The-shard

Partiamo dallo sviluppo urbano. Spesso le torri così alte diventano "simboli arroganti e aggressivi del potere, egocentrici ed ermetici", come ha detto lo stesso Renzo Piano presentando il progetto. Non finirà così anche questa?

"No. The Shard s'inserisce in maniera organica dentro Southwark, il nuovo quartiere di Londra che si sta ridisegnando attorno alla London Bridge Station, uno dei cinque maggiori snodi infrastrutturali della città. Southwark era considerato fino a pochi anni fa solo un'immediata periferia industriale dismessa e ora è uno dei posti più gettonati della città, con la Tate Modern di Herzog & De Meuron, il Neo Bankside di Richard Rogers, il Bourough Market, il More London di Foster e il Riverside Walkway, che conduce fino al Design Museum di Joseph Conran. La nuova torre è stata progettata proprio per incrementare la densità di quest'area in pieno sviluppo".

I frequentatori di questa piccola città verticale come ci arriveranno?

"La torre è servita da una linea di metropolitana, sei linee ferroviarie e quattordici linee d'autobus. Dovrebbero essere abbastanza per le settemila persone che ci lavoreranno e i 200mila utenti che graviteranno ogni giorno sui negozi, uffici, alberghi, teatri, bar, ristoranti, sul museo e la galleria panoramica. All'intera costruzione sono stati assegnati soltanto 50 posti auto".

E con tutto questo vetro, non si morirà di caldo come in una serra, facendo schizzare alle stelle i consumi energetici per la climatizzazione?

"Al contrario, la doppia pelle della facciata passiva è stata realizzata in vetro a basso contenuto di ferro, con una serie di accorgimenti che consentiranno di risparmiare il 35% dell'energia normalmente necessaria per riscaldamento e raffreddamento. Delle aperture operabili sulla facciata consentono la ventilazione naturale dei giardini d'inverno inseriti lungo tutto l'edificio".


8 maggio 2012

Un giacimento nascosto che non sappiamo sfruttare

E' arrivata l'ora dell'efficienza energetica, la fonte di energia più abbondante e a buon mercato che abbiamo a disposizione. Un primo accenno l'abbiamo avuto dal Quinto Conto Energia: incentiva il fotovoltaico, ma obbligherà tutti gli impianti costruiti su edifici a presentare una certificazione energetica con le indicazioni precise degli interventi da fare per migliorare la prestazione dell'immobile. Poi è arrivata la Strategia Energetica Nazionale, tratteggiata per la prima volta dal ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera in Senato. Qui l'efficienza energetica sta al primo punto fra i cinque elencati dal ministro come prioritari per il governo. Un segnale inequivocabile che qualcosa si sta muovendo. Sull'efficienza, ha detto Passera, "possiamo e vogliamo perseguire una vera leadership industriale nel settore". Come? Passera indica quattro linee d'intervento: le normative ad hoc per migliorare gli standard di edifici e apparecchiature; l'enforcement delle norme; la sensibilizzazione dei consumatori e la revisione degli incentivi. Ad oggi, l'unico incentivo che stimola l'efficienza energetica è la detrazione fiscale del 55% sulle riqualificazioni. E dall'anno prossimo non è più sicuro nemmeno quello. Per la modernizzazione del sistema, dice Passera, servirà una strategia energetica "chiara, coerente e condivisa", che "inizieremo a discutere con tutti gli attori rilevanti in estate". Non è mai troppo tardi.


Sull'efficienza in edilizia, siamo già stati messi in mora da Bruxelles: a fine aprile la Commissione ha deferito l'Italia alla Corte di Giustizia Ue per non essersi pienamente conformata alla direttiva del 2002 sul rendimento energetico nell'edilizia. Il procedimento d'infrazione contro l'Italia è partito nel 2006, con lettere e pareri motivati al nostro Paese, che non si è conformato "alle disposizioni relative agli attestati di rendimento energetico". Le distorsioni del mercato italiano, del resto, sono sotto gli occhi di tutti. E' vero, infatti, che dal primo gennaio è obbligatorio per chi vende o affitta un immobile dichiarare la classe energetica di appartenenza, ma è anche vero che dilagano gli attestati offerti da sedicenti certificatori senza neanche vedere l'immobile, via email e a prezzi stracciati. Un obbligo rispettato così, ovviamente non serve a nulla.
In un Paese dove la maggior parte degli immobili sono in classe G, con un dispendio energetico di oltre 160 kilowattora per metro quadro per anno, si sta perdendo un'occasione preziosa di metter mano al problema. E una grande opportunità di business, visto che la riqualificazione degli immobili è l'unico segmento dell'edilizia che mostra ancora qualche segnale di vita. In base agli ultimi dati diffusi dal Cresme, nel 2011 gli investimenti destinati alle nuove costruzioni non hanno superato i 60 miliardi, mentre la manutenzione ne ha messi a segno 108, quasi il doppio, divisi tra manutenzione ordinaria (30 miliardi) e straordinaria (78,2 miliardi). Tradotto in percentuali, significa che gli investimenti nelle nuove costruzioni contano ormai solo per il 37% del mercato (e ancora di meno, al 31%, se si tolgono le realizzazioni per il fotovoltaico). La sostenibilità ambientale, dunque, se coltivata con normative mirate e incentivi efficaci, potrebbe diventare una miniera d'oro per l'edilizia in crisi e far decollare un settore, quello dell'impiantistica, oggi dominato dai tedeschi. Non a caso l'efficienza energetica, che in Germania si prende sul serio, lassù ha ricadute importanti anche sul mercato immobiliare, con un immobile di classe A che vale il 30% in più di uno di classe G.
L'International Energy Agency definisce l'efficienza energetica "il combustibile nascosto del futuro" e sostiene che potrebbe avere un peso determinante nella lotta globale alle emissioni climalteranti: se sfruttata a fondo, potrebbe abbatterle del 71% da qui al 2020, contro appena il 18% attribuito alle fonti rinnovabili. Per la Commissione, con l'efficienza energetica potremmo ridurre del 40% i consumi di energia in Europa. Confindustria, da parte sua, ha stimato un impatto economico complessivo di quasi 15 miliardi di euro da qui al 2020, valutato considerando sia l'onere sullo Stato a seguito di politiche di incentivazione, sia la valorizzazione dell'energia risparmiata. In pratica, adottando iniziative che tendano a stimolare il mercato verso l'efficienza energetica nei vari ambiti (industria, terziario, residenziale e trasporti), si potrebbero muovere 130 miliardi di euro di investimenti e crearei 1,6 milioni di posti di lavoro, con un risparmio complessivo di 20 milioni di tonnellate di petrolio. Come dire togliere 23 milioni di automobili dalle strade italiane.

6 maggio 2012

Sorpresa, l'Italia quest'anno rientra nei parametri di Kyoto

Calano i consumi di energia e così l'Italia rientra finalmente nei parametri di Kyoto, proprio nell'ultimo anno di vita del protocollo. Nel primo trimestre 2012, infatti, la domanda di energia si è ridotta dell'1,7%, ma la flessione di marzo, del 10,2%, indica un trend discendente ancora più marcato. Il tonfo è particolarmente evidente nella contrazione del 5% della domanda di elettricità (che mette in evidenza la crisi dell'industria), mentre il petrolio ha registrato una flessione del 10% e il gas del 22%. In controtendenza solo il carbone (+14,2%) e le fonti rinnovabili (+9,2%). Complessivamente, i consumi di combustibili fossili nel primo trimestre del 2012 si sono ridotti di 9,3 milioni di tonnellate rispetto al 2011, tanto che l'Italia per la prima volta è rimasta fuori dalla classifica dei primi quindici Paesi al mondo per consumi di prodotti petroliferi, scivolando al sedicesimo posto, alle spalle di Spagna e Indonesia.
Di questo passo, secondo i calcoli del Rie, la proiezione a fine anno delle emissioni italiane si attesterà a 473,3 milioni di tonnellate, un calo dell'8,3% rispetto ai valori del 1990, per la prima volta inferiore ai 483,2 milioni di tonnellate (-6,5% rispetto al '90) previsto come target di Kyoto. Prosegue, quindi, la decarbonizzazione dell'economia italiana che ha caratterizzato gli ultimi tre trimestri del 2011. Resta però un gap medio annuale per l'intero periodo 2008-2012 pari a 20 milioni di tonnellate all'anno, che il governo italiano dovrebbe coprire ricorrendo ai meccanismi flessibili del protocollo.

La vera sfida, ora, è quella che ci attende di qui al 2020, quando bisognerà andare ben oltre il vecchio protocollo di Kyoto. Sul target 20-20-20 il ministro dell'Ambiente Corrado Clini ha presentato al Cipe un piano nazionale dovrebbe portare l'Italia a rispettare gli impegni assunti nei confronti di Bruxelles. Anzi, Clini ha specificato che il piano del governo tiene conto del fatto "a livello europeo stiamo convergendo verso una strategia di lungo termine che prevede che una riduzione delle emissioni nel 2020 del 25%, entro il 2030 del 40%".
Ma non va dimenticato che i risultati ottenuti finora, più che sull'efficienza energetica, si basano sulla crisi dell'industria italiana. A causa del calo della produzione, negli ultimi mesi il mercato elettrico italiano è completamente cambiato. A marzo l'energia elettrica richiesta, 27,4 miliardi di kilowattora, è calata del 5,2% anno su anno. In aprile, addirittura, si è rischiato di far entrare in crisi il sistema elettrico, con un carico della rete ridotto nelle ore vuote sotto i 30mila megawatt, quando l'equilibrio del sistema ne richiederebbe almeno il 10% in più e con una domanda alla punta sui 42.000 megawatt, quando si potrebbe considerare normale per il mese di aprile un valore sui 47-48.000. Da qui l'andamento anomalo della Borsa elettrica, dove l'eccesso di offerta ha completamente modificato l'andamento dei prezzi, causa anche l'esplosione delle rinnovabili intermittenti. Eccesso di offerta generato, secondo Energy Advisors, da "incomprensibili decisioni d'investimento di diversi operatori, che hanno continuato a realizzare nuova potenza quando ormai il mercato era diventato lungo, che ora non riescono ad utilizzare se non in misura molto limitata".
La crescita della produzione fotovoltaica ha ribaltato i meccanismi di formazione dei prezzi, che schizzano nelle ore serali, in particolare quando il sole non alimenta più gli impianti fotovoltaici e i cicli combinati devono intervenire immettendo dosi massicce di energia termoelettrica a caro prezzo, per cercare di recuperare i margini che non riescono più a ottenere nelle ore di maggiore produzione solare. La robusta presenza del fotovoltaico smorza quindi i prezzi al picco diurno, ma per contro genera un aumento delle quotazioni nelle ore serali, dalle 18 alle 24. Risultato: il prezzo medio sale a causa dei rincari nelle ore vuote. E alla fine dei conti chi ci rimette sono sempre i consumatori, che continuano a pagare l'energia elettrica il 30% in più della media europea.

26 aprile 2012

I cinesi vogliono Vestas, campione malato del vento europeo

Prima ci sono state le schermaglie, adesso è battaglia dura. I due campioni cinesi dell'eolico, Goldwind e Sinovel, puntano a scalare Vestas, gigante malato del Nord Europa. Se ce la faranno, Pechino diventerà leader su tutte le fonti rinnovabili, non solo sul solare che domina già con i suoi pannelli a buon prezzo, ma anche sul vento dove finora era l'Europa a prevalere.

La battaglia infuria in questi giorni alla Borsa di Copenhagen: le azioni della danese Vestas, primo gruppo eolico del mondo con il 15 per cento del mercato, sono schizzate in alto sulle voci di Opa imminente. Pioniera delle turbine già negli anni Settanta, Vestas è oggi alle prese con un crollo dei profitti derivante dall'aspra concorrenza sul mercato eolico e ha appena cambiato buona parte del management per raddrizzare la barra del timone. Il governo danese ha già messo in chiaro che non si opporrà in alcun modo: "Quello che sta accadendo riguarda il mercato privato, è escluso un intervento del governo", ha detto il ministro dell'Energia Martin Lidegaard. Ma la partita è tutt'altro che semplice. Il vasto e composito azionariato di Vestas renderebbe difficile il raggiungimento di un'adeguata soglia di adesione all'offerta. E i due contendenti per ora non si pronunciano ufficialmente.
Il colosso danese, che nel 2011 ha registrato un calo di fatturato del 15 per cento rispetto all'anno precedente (5,8 miliardi di euro contro i quasi 7 del 2010) e ha perso 166 milioni contro un utile netto di 156 milioni nel 2010, ha lasciato sul campo il 70 per cento del valore in Borsa nell'ultimo anno. Ma il suo margine operativo è comunque il triplo di quello di Goldwind e quattro volte quello di Sinovel, mentre il valore complessivo dell'azienda (2,3 miliardi di euro) è pur sempre 20 volte i ricavi di Goldwind e quasi 30 volte quelli di Sinovel.
Vestas resta quindi ardua da scalare, malgrado la crisi. Le sue prospettive, inoltre, non sono così disperanti. Il business eolico europeo è previsto in forte crescita in questo decennio, con un giro d'affari che dovrebbe triplicare fino a 95 miliardi di euro nel 2020, soprattutto grazie alle installazioni offshore nel Mare del Nord, di cui Vestas sta già approfittando alla grande. Le ordinazioni per il leader europeo del vento sono arrivate a un livello record nel 2012 (+40% rispetto al 2011) e il consenso degli analisti per quest'anno si attesta su oltre 7 miliardi di fatturato e il ritorno all'utile. Dopo il collasso ai vertici di febbraio, quando Vestas ha perso in un colpo solo il presidente, il direttore finanziario e altri due membri del board, ora ha appena insediato alla presidenza Bert Nordberg, uno specialista di ristrutturazioni che arriva da Sony Ericsson, mentre l'amministratore delegato è rimasto Ditlev Engel, in carica dal 2005 e deciso a recuperare il terreno perduto. Engel, 47 anni, aveva messo a disposizione il suo mandato dopo aver ammesso i "pesanti errori" commessi sotto la sua gestione, ma è stato confermato su indicazione del nuovo presidente, con cui ha concordato la nuova strategia della rinascita. L'azienda si appresta a tagliare il 10 per cento dei posti di lavoro e a chiudere almeno uno dei suoi stabilimenti, per limare 150 milioni dai costi operativi.
I tagli sono un duro colpo per l'economia danese. Vestas, che conta attualmente 22mila dipendenti, ha intenzione di ridurre soprattutto la sua forza lavoro in patria e di chiudere uno stabilimento nel Nord della Danimarca, dov'è nata e dove impiega 14mila persone. Aarhus, il primo porto danese, che ha visto la nascita di quest'industria negli anni Settanta con lo sviluppo delle turbine nella loro forma attuale, si considera la "capitale mondiale del vento", sia perché il 90% del business eolico danese ha origine da quelle parti, sia per la crescente distesa di parchi eolici, sulla terraferma e offshore, che generano oltre il 20% dell'energia elettrica del Paese. Ma Vestas, cresciuta a passo di carica nell'ultimo decennio, non è solo una potenza locale: ha impiantato fabbriche di turbine nei cinque continenti, dagli Usa alla Cina, dalla Spagna all'Australia, passando per l'Italia, dove impiega oltre 700 persone, distribuite fra lo stabilimento di Taranto e un importante centro di manutenzione, responsabile di più di 1800 turbine in diversi parchi eolici sparsi su un'area di mercato che comprende, oltre all'Italia, vari Paesi del Nord Africa, dei Balcani e del Medio Oriente, tra cui Albania, Egitto, Libia e Giordania.
Sarà un boccone molto grosso da digerire per i cinesi.

28 marzo 2012

L'Italia fa dietro front sul solare come tedeschi e spagnoli

La capacità fotovoltaica installata in Italia ha ormai raggiunto la soglia dei 13 gigawatt, come si evince dai dati forniti in tampo reale dal Gestore dei Servizi Energetici, che la settimana scorsa indicava ben 338.656 impianti in esercizio, per una capacità complessiva di 12.970 megawatt complessivi. Di questi, ben 9.000 megawatt sono stati realizzati 2011, quando l'Italia è diventata il primo mercato mondiale del solare per l'installato annuale, scavalcando la Germania. Al tempo stesso, è salito il costo degli incentivi al fotovoltaico, che ormai ha superato i 5,6 miliardi di euro all'anno. Ora la domanda chiave che si pongono gli operatori è: quando verrà raggiunto il limite di spesa? L'attuale sistema incentivante, ricordiamo, nasce con due scadenze: una temporale, al 31 dicembre 2016, e una di obiettivi, che si pone un tetto di 23 gigawatt e uno di spesa annua in incentivi a 6 miliardi di euro. Siamo ancora lontani dai 23 gigawatt di potenza, ma ci avviciniamo rapidamente al limite di spesa. Per di più, a togliere il sonno agli operatori ci sono le ultime dichiarazioni dei due Corradi, il ministro dell'Ambiente Clini e il ministro dello Sviluppo Passera, che concordano su un vigoroso taglio degli incentivi.

 Le bozze più aggiornate del quinto conto energia, che potrebbe entrare in vigore già in luglio, prevede una forte limitazione per il tetto di spesa a 500 milioni di euro l'anno - quasi dimezzato rispetto all'attuale - ma soprattutto un registro obbligatorio per tutti gli impianti con potenza superiore ai 3 kilowatt: in questo modo anche l'impiantino domestico dovrà passare sotto le forche caudine di una rigorosa graduatoria, che favorirà le tipologie più integrate, meno invasive, dedicate al recupero di spazi da risanare o basate sulle tecnologie più innovative ed efficienti, in modo da garantire una spinta all'innovazione e una buona redditività anche con incentivi decisamente ridotti rispetto agli attuali.
Gli operatori, da parte loro, chiedono a gran voce di piantarla con le instabilità normative, che negli ultimi anni hanno tormentato il settore con sei diverse versioni delle politiche di sostegno. Valerio Natalizia, presidente Gifi-Anie, ha definito le continue variazioni "un fattore di forte squilibrio per il mercato".
Ma quello italiano non è l'unico sistema incentivante ballerino. Il Bundestag tedesco ha appena approvato una proposta di legge sulla rimodulazione del conto energia presentata il mese scorso dal governo, introducendo una riduzione del 20-30% agli incentivi. Nonostante il drastico taglio, il 2012 sarà per il fotovoltaico tedesco un ennesimo anno record, con nuova capacità installata per 8.000 megawatt, secondo la Confindustria tedesca, il cui direttore generale, Martin Wansleben, ha spiegato che "il prezzo dei pannelli solari è sceso nel solo 2011 di circa il 40% e scenderà ancora quest'anno grazie ai nuovi processi produttivi e all'inasprirsi della concorrenza". Dunque, ha detto Wansleben in una nota, "ci possiamo aspettare buoni ritorni economici dagli impianti solari nonostante la riduzione degli incentivi". Nel Regno Unito, dal 1° aprile la tariffa in conto energia per gli impianti al di sotto dei 4 kilowatt sarà praticamente dimezzata e scenderà ulteriormente tre mesi dopo a seconda della potenza avviata nel periodo, con ricadute proporzionali alla dimensiopne degli impianti.
Malgrado il ridimensionamento degli incentivi, la vita continua per il solare. In base al rapporto Clean Energy Trends 2012 della società specializzata Clean Edge, il fatturato mondiale delle tre principali fonti rinnovabili - fotovoltaico, eolico e biocarburanti - è salito del 31% nel 2011 rispetto al 2010, fino a 246 miliardi di dollari. In dettaglio, il mercato fotovoltaico è salito dai 71,2 miliardi di dollari del 2010 a 91,6 miliardi nel 2011 (+28,6%), grazie a un installato aumentato del 69%, fino 26 gigawatt complessivi.
Il boom del settore, che proseguirà nei prossimi anni arrivando a un fatturato di 130,5 miliardi nel 2021, è dovuto secondo Clean Edge alla contrazione del prezzo dei moduli (-40% negli ultimi due anni), destinata peraltro a proseguire: nel 2021, il costo del kilowattora fotovoltaico sarà pari a un terzo dell'attuale. I dati appena diffusi da Npd Solarbuzz sono persino migliori di quelli di Clean Edge, considerando che il centro studi californiano indica 27,4 gigawatt installati nel 2011, per un giro d'affari di 93 miliardi di dollari, nonostante il calo del 28% sul prezzo dei moduli, che quest'anno è destinato a ridursi di un ulteriore 29%, il che dovrebbe portare a dimezzare il costo del kilowattora fotovoltaico nel giro di 5 anni.

18 marzo 2012

Gottardo in dirittura finale, ma in Val di Susa si combatte

Sarà il tunnel più lungo del mondo ed entrerà in esercizio nel 2016, in anticipo rispetto alla scadenza prevista del 2017. Il nuovo traforo del Gottardo, dopo 10 anni di lavori, è ormai in dirittura d'arrivo: l'ultimo diaframma di roccia è caduto già un anno fa. Ora nei due tubi sotterranei vengono installati i binari e tutte le altre attrezzature. In questi due budelli ai piedi delle Alpi, i treni viaggeranno senza dislivello a 250 chilometri all'ora, consentendo di tagliare a 2 ore e mezza il viaggio Milano-Zurigo, dalle 4 ore di oggi, con importanti ricadute sul traffico merci per tutta la direttrice Rotterdam-Genova. Con i suoi 57 chilometri, la nuova galleria supera l'Eurotunnel sotto la Manica e per scavarla è stato estratto dalla montagna materiale sufficiente a costruire cinque piramidi di Cheope, destinato a realizzare diverse isole artificiali nel lago dei Quattro Cantoni. L'opera è stata affidata a un consorzio internazionale, in cui gli svizzeri lavorano fianco a fianco con ingegneri tedeschi e minatori austriaci, sloveni o polacchi. Il potenziamento delle trasversali ferroviarie elvetiche, che prevede investimenti complessivi in varie aree per oltre 22 miliardi di euro, è stato approvato dai cittadini, attraverso referendum, già nel lontano '98. In questo modo gli svizzeri aprono di tasca propria una straordinaria porta, che consentirà di collegare per la prima volta le ferrovie italiane alle rete europea ad alta velocità, mentre il nuovo Fréjus tra l'Italia e la Francia accumula anni di ritardo sulla tabella di marcia.


Finora i tunnel che bucano il Gottardo, sia quello ferroviario che quello stradale, hanno costretto chiunque volesse accedervi a salire ben settecento metri, dalla base della montagna fino a quota 1150 metri. L’itinerario ferroviario, costruito alla fine dell’800, è troppo ripido per consentire il passaggio dei treni ad alta velocità, che hanno bisogno di un tracciato sostanzialmente pianeggiante, e soprattutto per i treni merci, che sono costretti a utilizzare motrici potentissime per scavalcare quel dislivello a passo di lumaca. La nuova linea, invece, correrà a non più di 550 metri sul livello del mare, con un dislivello di appena cento metri dalla pianura Padana alla stazione di Basilea.
La rivoluzione più importante sarà il trasferimento del traffico merci dalla gomma alla rotaia. Sull’autostrada fra Lucerna e Milano viaggiano infatti quasi tutte le merci in transito fra l'Europa e il Nord Ovest d’Italia. Secondo le stime dell’Unione Europea, il traffico alpino raddoppia ogni otto anni e dall’epoca del tragico rogo dell’autunno 2001 gli ingorghi provocati dal sistema d’ingressi contingentati nel tunnel autostradale del Gottardo sono quasi quotidiani. E’ per questo che i confederati, coscienti di non poter deviare ancora a lungo il fiume dei Tir lontano dalle loro valli vietando l’ingresso ai camion con più di 28 tonnellate, hanno avviato fin dagli anni Novanta un vasto dibattito politico e gli studi di fattibilità per il progetto complessivo, chiamato AlpTransit, volto a trasferire il flusso di merci dai camion ai treni, con tre diversi tunnel ferroviari.
Il primo ramo del grande progetto infrastrutturale, quello della galleria del Lötschberg-Sempione, è già operativo da fine 2007. Lungo 34,6 chilometri, meno spettacolare del nuovo Gottardo ma altrettanto utile, il tunnel del Lötschberg facilita il collegamento tra Milano e Berna, sulla linea di Domodossola e del Sempione, aprendo una porta verso la Francia alternativa al famoso traforo ferroviario sulla Torino-Lione. Il terzo ramo, quello sotto il Monte Ceneri in Ticino, entrerà in funzione nel 2019.

12 marzo 2012

Il gas degli stoccaggi Eni? Meno di un terzo è estraibile

Quanto gas si può immagazzinare nei depositi di Stogit, la società di Snam che possiede gli stoccaggi? E soprattutto: quanto di quel gas può essere davvero utilizzato? La domanda, dopo l'ultima emergenza, se la sono posta in parecchi. E la risposta è sorprendente: "Solo 1,4 miliardi di metri cubi delle riserve strategiche si possono effettivamente estrarre", stima Roberto Bencini, geologo esperto di idrocarburi con una lunga esperienza in Lasmo, società di esplorazione dell'Eni, e oggi passato a dirigere Independent Resources, azienda promotrice di un progetto di stoccaggio a Rivara, in Emilia. "Gli altri 3,6 miliardi, che Stogit dichiara come estraibili, in realtà non potrebbero mai uscire, perché manca la pressione sufficiente", valuta Bencini. Quindi dei 5 miliardi di metri cubi di gas qualificati come riserve strategiche e remunerati come tali a Stogit, che nel suo bilancio 2010 dichiara ricavi di 67 milioni in relazione allo stoccaggio strategico (sui 355 complessivi), meno del 30 per cento sarebbe effettivamente utilizzabile.


Già in occasione della crisi del 2006, quando il blocco delle forniture russe costrinse Stogit ad attingere alle riserve strategiche per 780 milioni di metri cubi, lo stesso Paolo Scaroni, numero uno dell'Eni, rilasciò delle dichiarazioni che misero in allarme gli operatori: "A questo ritmo in 20 giorni scenderemo a 2 miliardi di metri cubi. E nessuno c'è mai andato, quindi non si sa bene cosa succederebbe. In quelle condizioni non sappiamo quanto gas si possa estrarre, per unità di tempo, di fronte a un'improvvisa richiesta elevata". Per fortuna le forniture ripresero, ma quel dubbio è rimasto.
In tutti gli stoccaggi, il gas iniettato non è mai completamente estraibile. Per questo si divide tecnicamente in working gas e cushion gas, ovvero gas erogabile e gas cuscinetto, che serve per dare la pressione necessaria a far uscire il resto e non esce mai. Stogit quantifica il working gas stoccabile nei suoi depositi in 15,7 miliardi di metri cubi, destinati a salire a 18 miliardi entro il 2015, grazie alla sovrapressione degli stoccaggi esistenti e all'apertura di un nuovo sito a Bordolano, vicino Cremona. Di questi, 5 miliardi di metri cubi sono considerati strategici, in un Paese estremamente dipendente dal gas come l'Italia, dove metà dell'energia elettrica si produce bruciando metano. Di norma non escono, ma devono essere erogabili in ogni momento. "Nell'ultima crisi, il mese scorso, è emerso chiaramente che più si va avanti nella stagione e più diventa difficile estrarre gas dagli stoccaggi, svuotati dai consumi invernali", obietta Davide Tabarelli di Nomisma Energia. "E' discutibile affermare che la riserva strategica sia realmente erogabile, quindi quel gas andrebbe qualificato come gas cuscinetto, non come working gas", afferma Tabarelli. Il cushion gas, però, non può essere remunerato nello stesso modo di una riserva strategica. Nel bilancio 2010 è collocato tra le attività non correnti, insieme agli immobili, impianti e macchinari.
Questo dato assume un particolare interesse nell'imminenza della dismissione di Snam, imposta all'Eni dal decreto Cresci Italia. In base a una proposta avanzata da Scaroni, il cane a sei zampe potrebbe incassare 6,7 miliardi dalla vendita del 52% di Snam, di cui la metà dalla Cassa Depositi e Prestiti. Nel perimetro della vendita rientreranno anche gli otto siti di stoccaggio, che costituiscono la quasi totalità dei depositi italiani di gas naturale. Gli stoccaggi sono giacimenti esauriti sparsi fra Lombardia, Emilia-Romagna e Abruzzo. Per l'Eni è pratico riciclarli, ma non in tutti i depositi la produttività è la stessa. "Negli otto siti di Stogit lo strato di stoccaggio è prevalentemente sabbioso e il gas depositato s'insinua fra i granelli di sabbia, non in una fessura aperta nella roccia. Per estrarlo bisogna farlo passare attraverso questo labirinto, non in un'autostrada sgombra come accade nel calcare fratturato, quindi il gas estraibile è meno della metà del volume complessivo", fa notare Bencini. Incrociando i dati sulla produttività massima, misurata durante la crisi del 2006, con le quantità immesse nell'estate successiva, quando i depositi furono riempiti fino all'orlo, è facile evincere che il gas estraibile è ben meno di quanto si creda: quasi 4 miliardi di metri cubi di riserva strategica mancano all'appello.
La constatazione riporta alla ribalta l'urgenza di potenziare gli stoccaggi italiani, su cui negli ultimi vent'anni si è avanzato il sospetto di sottoinvestimento strategico, considerando anche il fatto che ampliando l'offerta si darebbe una limata ai prezzi, oggi superiori del 30% rispetto alle medie europee. In questo senso, la separazione proprietaria imposta dal decreto Cresci Italia potrebbe mettere in moto un processo virtuoso, a tutto vantaggio dell'interesse nazionale.

14 febbraio 2012

Il solare alla resa dei conti del taglio dei sussidi

Fallimenti a catena, licenziamenti, taglio degli incentivi e crollo verticale del valore delle società, che nel 2011 hanno perso oltre 30 miliardi di dollari in Borsa. Il settore fotovoltaico mondiale, che l'anno scorso ha messo a segno complessivamente il miglior risultato della sua storia, grazie all'avvio di nuovi impianti per un totale di 28 gigawatt (+67% rispetto al 2010), è sconvolto dalla potente frenata di fine anno, dal calo del prezzo dei pannelli e dall'agguerrita concorrenza. In base ai dati di Solarplaza, la capitalizzazione delle 10 maggiori società quotate si è contratta di 16,5 miliardi di dollari in pochi mesi. E anche in Italia si sente la crisi.
L'americana Memc ha fermato lo stabilimento di Merano e la giapponese Mitsubishi sta riducendo drasticamente la sua presenza, dopo aver mandato a casa il numero uno della divisione fotovoltaica Gualtiero Seva. Il distretto padovano della green economy, con cinquemila addetti, sta perdendo Solon, che ha chiuso la linea di produzione delle celle e messo in cassa integrazione 80 dipendenti. Il gruppo tedesco, uno dei pionieri del settore, ha portato i libri in tribunale a dicembre e ora si parla di un interesse da parte della società emiratina Microsol. Fallimento anche per la rivale Solar Millennium mentre Q-Cells, un altro colosso tedesco del sole, è finita in mano ai creditori. Sumco, primo produttore fotovoltaico nipponico, ha appena annunciato l'uscita dalla lavorazione del silicio e sta per licenziare 1300 dipendenti, il 15% della sua forza lavoro. La britannica Bp ha deciso di uscire dal fotovoltaico, dov'era entrata 40 anni fa, e di smantellare la sua Bp Solar, come Nuon, controllata dalla svedese Vattenfall, che ha messo in vendita il ramo solare.

In Italia, il settore sta soffrendo anche per l'ennesima variazione normativa, contenuta nel decreto liberalizzazioni, che segna la fine degli incentivi per gli impianti a terra sui terreni agricoli, con una moratoria di 12 mesi per gli impianti inferiori a 1 megawatt, il cui iter autorizzativo sia partito prima dell'entrata in vigore del decreto. I rappresentanti dei produttori e installatori nazionali di pannelli sottolineano che "la mancanza di indirizzi chiari rischia di allontanare definitivamente gli investitori". Anche gli agricoltori di Confagricoltura hanno preso posizione contro l'inatteso stop, criticando apertamente il blocco agli impianti di piccole dimensioni e quello retroattivo per i grandi parchi sopra 1 megawatt, che erano fatti salvi dalla precedente normativa purché in funzione entro il marzo 2012.
Proprio nel 2011, paradossalmente, l'Italia è diventata il primo mercato mondiale del solare, con 9 gigawatt installati contro i 7,5 della Germania. Dietro il tandem italo-tedesco, che nel 2011 ha rappresentato quasi il 60% dell’installato mondiale, spicca il risultato della Cina con 2 gigawatt entrati in funzione nell'anno, seguita da Usa, Francia e Giappone. Il Vecchio Continente resta comunque la regione guida del fotovoltaico, con quasi 21 gigawatt connessi alla rete l'anno scorso. In Italia, il fotovoltaico ha coperto nel 2011 il 3,5% della richiesta di energia elettrica, mentre nel 2012 la produzione solare dovrebbe arrivare a soddisfare il 6% della richiesta.
Ma il taglio agli incentivi previsto nel decreto liberalizzazioni non è l'ultimo in vista. "Il governo ha indicato in 6-7 miliardi all'anno il tetto degli incentivi per il solare fotovoltaico e già l'incertezza della dizione 6-7 miliardi come tetto massimo sta provocando non pochi dubbi, perché molte banche cautelativamente si assestano sul valore inferiore", spiega Gianni Silvestrini, direttore del Kyoto Club. Resta da chiedersi quando si raggiungeranno queste soglie. Con il ritmo di 3 gigawatt all'anno di potenza installata si raggiungerebbe il tetto di 6 miliardi all'anno attorno alla metà del 2012 e i 7 miliardi alla fine del 2013. Se l'installato annuo si fermasse a 2 gigawatt, il primo step sarebbe raggiunto a fine 2012, mentre i 7 miliardi all'anno a fine 2014. "In relazione ai valori di potenza installata, il mercato italiano potrà dunque contare ancora su incentivi per un periodo oscillante tra 1,5 e 3 anni. Se il mercato viaggerà su potenze elevate, oltre i 3 gigawatt all'anno, per evitare un blocco totale degli incentivi è possibile che venga proposta una loro rimodulazione", precisa Silvestrini. E' chiaro dunque che ci si dovrà confrontare nel medio periodo con un contesto in cui il solare dovrà camminare sulle proprie gambe. Una prospettiva a cui molte aziende del settore farebbero bene a prepararsi.

31 gennaio 2012

A Berlino il taxi si chiama con un clic...

Mentre in Italia le città sono in ostaggio dei tassisti in rivolta, in Germania un'applicazione per smartphone sta rivoluzionando il mercato dei taxi. MyTaxi consente di mettersi direttamente in comunicazione con le macchine più vicine, lanciando la richiesta senza passare dal radiotaxi. Il tassista che risponde per primo prende la corsa e il cliente può vedere sullo schermo la sua foto, il suo nome, numero di telefono e il percorso che sta facendo per raggiungerlo, con una stima dei tempi d'attesa. Il punto di forza dell'applicazione è la sua semplicità, che elimina le interminabili attese telefoniche e privilegia il rapporto diretto fra tassista e cliente.


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In pochi mesi myTaxi si è diffusa in una trentina di città e 800mila clienti potenziali l'hanno già scaricata gratis, a fronte di settemila taxi registrati fino ad oggi, sui complessivi 50mila circolanti. Ma la nuova tecnologia sta già facendo qualche vittima. L'80 per cento dei tassisti tedeschi, infatti, è affiliato a una centrale di radiotaxi, a cui myTaxi ora sta tagliando l'erba sotto i piedi. Il modello di business introdotto dalla nuova tecnologia rende obsolete le centrali, che in Germania incassano fra i 100 e i 200 euro al mese dai tassisti per i loro servizi. Con myTaxi, invece, non c'è un abbonamento fisso, ma solo una commissione di 79 cent per ogni corsa procurata.
"Facendo i calcoli su un volume d'affari medio, la centrale mi costa almeno tre volte tanto per veicolare lo stesso numero di corse", spiega Thomas Heinrich, tassista berlinese. Per questo le centrali si stanno organizzando con delle applicazioni in concorrenza e in certi casi arrivano perfino a ventilare un divieto di usare myTaxi ai tassisti affiliati. Nonostante le resistenze, l'uso di myTaxi cresce a vista d'occhio: Sven Kuelper e Niclaus Mewes, fondatori di IntelligentApps, ora vogliono espandersi all'estero e hanno aperto agli investitori. Daimler (che produce l'80% dei taxi tedeschi) e Deutsche Telekom hanno risposto subito all'invito, con un'iniezione di 10 milioni di euro. Si prospettano così delle partnership strategiche che potrebbero allargare gli orizzonti del servizio, includendo altri aspetti della mobilità urbana oltre ai taxi, dal car sharing ai servizi di pagamento via smartphone.
Dopo la Germania, le prime tappe sono state Vienna e Zurigo. Adesso Kuepler e Mewes puntano sull'Olanda e sulla Spagna. In febbraio sbarcheranno a Barcellona.

2 gennaio 2012

Energia 2.0, entriamo nell'era della generazione distribuita

Le fonti dell'energia cambiano. E cambiano le dimensioni. Dopo l'era delle grandi centrali a carbone o a olio combustibile e dei mega-reattori nucleari, stiamo entrando nell'epoca dell'energia 2.0. Eolico, fotovoltaico e bioenergie invitano alla generazione distribuita. Perfino il nucleare diventa piccolo, con mini-reattori interrati capaci di alimentare un villaggio o una cittadina. Mille impianti sparpagliati sul territorio ora gravano sulla rete e la costringono a diventare più magliata e più intelligente, inventandosi nuove soluzioni di accumulo per livellare i picchi della domanda e della produzione. Un'industria che sembrava ormai più che matura sta vivendo una rivoluzione imprevedibile. Da questa rivoluzione industriale deriva un'importante fetta della crescita economica recente, in controtendenza rispetto alla crisi, ma anche una forte spinta all'innovazione. Il fotovoltaico abbandona il silicio cristallino per orientarsi verso nuovi materiali, l'eolico cambia forma per andare a cercare i venti tangenti di bassa quota, che le pale grandi non percepiscono nemmeno.




"La mini-pala di Renzo Piano è una delle varie iniziative che abbiamo preso per sfruttare al meglio le risorse sul territorio", spiega Francesco Starace, numero uno di Enel Green Power, sempre alla ricerca di strumenti nuovi per produrre energia pulita. Con il prototipo da 55 kilowatt di potenza, che ora verrà sottoposto a un anno di test nelle strutture di collaudo dell'Enel prima di poter essere installato in campo aperto, Starace vuole andare a intercettare i venti che s'incanalano nelle valli, più modesti ma pur sempre efficaci per far girare un alternatore, se le strutture sono abbastanza leggere da coglierli. Non a caso la pala di Renzo Piano è stata soprannominata la "libellula" e potrà dare il suo contributo alla produzione di energia pulita in tutte le situazioni che per le pale grandi non sono remunerative, a partire dalla diga foranea di Genova, dove probabilmente troverà il suo primo utilizzo. Per seguire la sua vocazione nello sfruttamento delle fonti rinnovabili, Enel Green Power ha anche realizzato a Catania, in joint venture con Sharp e StM, uno stabilimento di produzione di pannelli a film sottile, la nuova frontiera del fotovoltaico, che utilizza molto meno silicio per tradurre in elettricità i raggi del sole. Un passo coraggioso per una società leader mondiale nella produzione di energia verde, non di pannelli. "Non vogliamo inventarci un mestiere nuovo, ma se ci mancano gli strumenti per operare al meglio, cerchiamo di colmare il gap", commenta Starace.
La nuova frontiera delle rinnovabili, secondo Starace, sono poi le tecnologie ibride, quelle che mettono assieme diverse fonti per ottimizzare i risultati. "Nei nostri impianti di Reno, in Nevada, stiamo sperimentando un'ibridizzazione fra il geotermico e il solare fotovoltaico, che ci consente di aumentare la potenza proprio negli orari di picco della domanda, quando tutti i condizionatori sono accesi", precisa Starace. In Nevada si prepara un'evoluzione ancora più ardita, con l'aggiunta all'impianto già ibrido del solare termodinamico, l'unica fra le tecnologie solari capace di produrre energia elettrica anche di notte, grazie al fortissimo calore accumulato nei tubi pieni di sali fusi, su cui per tutto il giorno si concentrano i raggi del sole grazie ai grandi specchi parabolici. "Un complesso ibrido di questo tipo aumenta di molto la potenza di un impianto e potrà essere ripetuto anche in altre situazioni analoghe, dove abbiamo molto spazio vuoto, come nel deserto di Atacama in Cile", argomenta Starace.
Nel geotermico di casa nostra, invece, a Larderello in Toscana, lo spazio per grandi centrali solari termodinamiche non c'è. Ma abbiamo le biomasse, in particolare tutti quei resti dell'agricoltura che normalmente vengono buttati e invece potrebbero servire come combustibile per contribuire a far girare le turbine delle centrali elettriche alimentate dal calore della terra. "Su questo abbiamo già un accordo con Coldiretti e Confagricoltura, per stimolare la filiera agroenergetica, che in Italia è ancora poco sviluppata", fa notare Starace. Tutte queste tecnologie esistono già, ma ora si cominciano a immaginare applicazioni sempre più innovative, con ricadute di non poco conto per il sistema elettrico: da un lato un netto miglioramento per la sostenibilità di un comparto che resta fra i principali responsabili delle emissioni a effetto serra; dall'altro lato maggiori spazi di partecipazione dal basso al mercato libero dell'energia elettrica, anche per i piccoli consumatori e produttori, già chiamati in inglese "prosumer". Starà a noi, se ne saremo capaci, il compito di trarne tutti i vantaggi possibili.

23 dicembre 2011

Shale gas: arriva la rivoluzione, ma non per l'Italia

Il XXI secolo sarà l'era del gas naturale, così come il XX è stato l'era del petrolio. Grazie alla rivoluzione in atto da qualche anno nel mercato del gas, che fino alla fine del secolo scorso era ancillare a quello dell'oro nero, questo combustibile considerato un tempo di scarto sta diventando il vincitore della guerra tra fonti scatenata dalle disavventure del nucleare. Le nuove tecnologie di estrazione del metano da formazioni argillose, chiamate scisti, hanno liberato il potenziale di crescita del cosiddetto shale gas, che in pochi anni ha saturato il fabbisogno americano e ora abbonda, tanto che diversi operatori hanno cominciato a venderlo all'estero, inondando il mercato libero di materia prima. Le quotazioni del gas americano così si sono disaccoppiate da quelle del greggio e ai prezzi attuali sono molto più convenienti rispetto al gas europeo. Ma per approfittare di questa rivoluzione, ci vogliono gli impianti giusti, perché il gas americano arriva liquefatto via nave e per riceverlo servono terminali di rigassificazione.

L'Italia, invece, ha scelto i tubi: due terrestri, che ci portano il metano dal Mare del Nord e dalla Russia, e due sottomarini, provenienti dalla Libia e dall'Algeria. Queste infrastrutture, che fanno capo all'Eni, ci legano mani e piedi alle forniture provenienti da Paesi non proprio campioni di stabilità politica. E a contratti fissi detti take or pay, che ci inchiodano a prezzi oggi molto penalizzanti rispetto a quelli correnti sul mercato spot. Eppure l'Italia avrebbe un fortissimo interesse a ricevere metano a buon mercato, visto che manda avanti a gas anche il suo sistema elettrico, oltre alle industrie e al riscaldamento delle case. Siamo il quarto importatore mondiale di gas e l'unico Paese al mondo che alimenta il 60% delle sue centrali elettriche con il metano. Quel prezzo determina dunque anche la nostra bolletta elettrica. Per di più, se manca il gas, in Germania si resta al freddo, mentre da noi si resta anche al buio. Con 80 miliardi di metri cubi di fabbisogno, il nostro sistema produttivo beve gas quanto l'economia giapponese, che ha un Pil triplo. Ma il Giappone ha 28 rigassificatori, noi solo due: uno piccolo a Panigaglia, in Liguria, sempre del Cane a sei zampe, e uno più grande al largo di Rovigo, di ExxonMobil, QatarPetroleum e Edison.

Per fortuna, la rivoluzione del gas americano non è che all'inizio: il ministero dell'Energia stima le riserve di shale gas tecnicamente recuperabili in 187mila miliardi di metri cubi, che amplierebbero del 40% le riserve mondiali di gas. C'è sempre tempo per correggere il tiro.


20 dicembre 2011

Pechino si allea con Bill Gates per il rilancio del nucleare

Dopo la corsa ai primati mondiali sulla produzione industriale e sulle riserve di valuta, la Cina si avvia a diventare una superpotenza anche nel nucleare, non solo sul piano della capacità installata, ma anche dell'innovazione tecnologica.
La prima pietra del nuovo reattore nucleare di Ningde è stata posata giusto qualche settimana fa, ma il nuovo impianto situato nella provincia del Fujian dovrebbe diventare operativo già entro la fine del 2012, con i consueti tempi rapidi dei cinesi. Superato rapidamente lo shock di Fukushima, Pechino ora schiaccia l'acceleratore sul piano nucleare per ridurre la sua dipendenza dal carbone, che oggi copre quasi il 70% del fabbisogno energetico del Paese e contribuisce per l'83% alle sue emissioni di gas serra. Il piano nucleare messo a punto dal Dragone è senza dubbio il più importante per investimenti, impiego di tecnologia e tempi di realizzazione nella storia dell'industria atomica. Oggi, oltre la Grande Muraglia, sono in funzione 12 reattori, distribuiti su 4 centrali che hanno una capacità complessiva di 10mila megawatt annui. L'obiettivo di Pechino, secondo quanto previsto da una recente revisione del piano originario elaborato nei primi anni Duemila, è di aumentare la capacità atomica cinese a 70 gigawatt entro il 2020, tramite la costruzione di 28 reattori di nuova generazione. Di questi, una ventina sono già in costruzione e almeno una dozzina dovrebbe entrare in funzione già entro il 2015. Procedendo a questo ritmo, nel 2030 o forse anche prima Pechino arriverà a insidiare il primato degli Usa, con quasi 100 gigawatt installati. L'uranio per alimentarli sarà reperito in parte tra le mura di casa (lo Xinjiang è ricco di giacimenti e questa è la ragione per cui Pechino ha sempre stroncato sul nascere qualsiasi tentazione indipendentista della provincia dell'Ovest) e in parte sui mercati internazionali, dove il Dragone negli ultimi anni ha concluso numerosi accordi con grandi Paesi produttori come Australia e Kazakhstan.
Così la Cina, seguita dagli altri Paesi emergenti, si avvia a superare a passo di carica il parco di generazione nucleare di tutti i Paesi europei, salendo in pochi anni dal decimo al secondo posto nella top ten delle nazioni che sfruttano il nucleare civile, secondo un'analisi della società di ricerche americana Enerdata. La Russia salirà dal quarto al terzo posto, la Francia scenderà dal secondo al quarto e la Corea del Sud avanzerà dal sesto al quinto, mentre l'India e la Turchia entreranno nella top ten al settimo e all'ottavo posto. Il tutto per l'effetto combinato del post-Fukushima, che sta portando i Paesi occidentali ad abbandonare progressivamente l'atomo e i Paesi emergenti ad adottarlo, per soddisfare le crescenti necessità di energia non inquinante. Il piano cinese comporta un investimento complessivo di 120 miliardi di dollari, una cifra colossale che ha attirato come mosche al miele i grandi constructor internazionali come Areva, Westinghouse, Aecl, General Electric o Rostam, per i quali la scommessa cinese sul nucleare è una ghiotta e irripetibile opportunità di business. Ma non attira solo loro.

Bill Gates ha deciso di scommettere sul nucleare cinese per realizzare il suo vecchio sogno di sviluppare un nuovo tipo di reattore, più pulito ed efficiente, che produrrebbe meno scorie e potrebbe funzionare per anni senza integrazioni del combustibile. Il fondatore di Microsoft vorrebbe offrire ai cinesi l'opportunità di sviluppare insieme un reattore a onde progressive (Traveling Wave Reactor), già progettato dalla società ingegneristica TerraPower. Il contributo alla ricerca, in partnership tra il multimiliardario e la China National Nuclear Corporation, è stato valutato in un miliardo di dollari per i prossimi cinque anni. 
TerraPower starebbe cercando un Paese per ospitare il reattore sperimentale, impossibile da costruire in tempi rapidi negli Stati Uniti a causa della legislazione vigente. E la Cina sembrerebbe il candidato più probabile per avviare la sperimentazione. I contatti fra Gates a la Cnnc vanno avanti dal 2009, ma la notizia dell'accordo è trapelata nei giorni scorsi, quando il general manager del colosso cinese Sun Qin ha rivelato: "Gates sta lavorando con noi". Il contributo di Gates, notoriamente a favore del nucleare, che considera una soluzione migliore delle rinnovabili (definite "soluzioni attraenti per il mondo ricco") per i Paesi in via di sviluppo, potrebbe consentire alla Cina un rapido balzo in avanti anche sotto il profilo della tecnologia, finora sempre comprata all'estero.
Il ruolo chiave per l'intera industria, insomma, sta passando alla Cina, non solo per i 28 reattori in fase di realizzazione, ma anche per le innovazioni innescate in prospettiva da questo gigantesco programma.

19 dicembre 2011

Terna contro tutti nella guerra delle batterie

La parola d'ordine è: batterie. Non quelle per l'auto, ma molto più grandi, da inserire negli snodi della rete su cui insistono gli impianti eolici o fotovoltaici, che con la loro intermittenza rischiano di mettere ko il sistema elettrico dei Paesi in cui stanno crescendo di più, come l'Italia. La corsa ai sistemi di accumulo, che consentono di stoccare l'energia prodotta in eccesso e poi rilasciarla nei momenti di picco, quando costa di più e dà più soddisfazioni al produtore, si è aperta anche da noi. Ed è subito rissa.

Il problema è: gli accumuli sono di pertinenza della rete ad alta tensione, dei distributori in media e bassa o dei produttori di energia elettrica? Terna sostiene che sono affar suo e mette a gara 130 megawatt di batterie. La società guidata da Flavio Cattaneo ha appena pubblicato un bando europeo per dotarsi di questo strumento nuovo. E si è alleata con Legambiente per sviluppare una collaborazione e uno scambio d'informazioni sull'impatto ambientale in materia, volto a facilitare l'autorizzazione delle opere in programma. Ma non tutti sono d'accordo sui piani di Terna, che dovrebbe limitarsi, secondo alcuni, a costruire le autostrade dell'energia, di cui c'è sempre più bisogno, senza occuparsi di fonti rinnovabili, tipicamente distribuite sul territorio là dove le grandi reti ad alta tensione non arrivano.
Nella logica dell'utilizzo dell'energia da fonti rinnovabili vicino a dov'è stata prodotta, infatti, l'Authority per l'Energia ha appena promosso otto progetti pilota per sperimentare sistemi di gestione intelligente delle reti di distribuzione locali dell'energia, in cui Enea, A2A, Acea e altre società di distribuzione useranno anche sistemi di accumulo molto avanzati, come le grandi batterie agli ioni di litio installate dall'Enel nel progetto di Isernia, che dovranno stoccare l'elettricità prodotta dai campi eolici e fotovoltaici circostanti in una cabina primaria, dove finisce la rete di trasmissione di Terna e comincia quella di distribuzione, dell'Enel.
D'altra parte le associazioni dei produttori, da Assoelettrica a Federutility, sono convinti che i sistemi di accumulo invece siano un sistema di produzione come un altro e quindi siano affar loro, che finora se ne sono occupati sfruttando la capacità di stoccaggio dei grandi bacini idroelettrici. Soprattutto, chiedono maggiore prudenza sulle procedure e maggiore trasparenza sui costi. Terna non si dà per vinta e lancia il bando, proprio mentre escono le direttive sulla nuova composizione delle tariffe dell'Autorità per l'Energia, che prevedono una maggiorazione del 2% sul tasso di remunerazione dell'investimento per i progetti pilota su questo tipo di accumuli. Appena uscito il documento, che invece limita al 7,2% il tasso di remunerazione degli investimenti per le attività di trasmissione dell'energia, le azioni di Terna sono precipitate in Borsa del 6%. Cattaneo, che chiedeva di alzare la remunerazione all'8% dal 6,9% attuale, ora minaccia di non poter portare a termine gli investimenti nella rete previsti dal piano strategico. Nella guerra in corso fra Terna e le società di produzione, così, s'inserisce l'Authority. Basta che alla fine non ci rimetta la rete.

18 dicembre 2011

E' scoppiata la bolla del sole, ora si punta sulla grid parity

La corsa all'oro è finita. Dopo l'anno del boom, arriva la frenata per il fotovoltaico mondiale. Il crollo del prezzo dei pannelli, che da un lato favorisce la diffusione di questa tecnologia, dall'altro manda in crisi l'industria. E così anche in Italia si profilano le prime chiusure: il colosso americano Memc ha deciso di fermare lo stabilimento di polisilicio di Merano, dov'era stata inaugurata la terza linea produttiva appena un anno fa. Per Memc, che in Italia ha un altro stabilimento a Novara, non è una crisi locale, ma globale: ridurrà anche la capacità degli stabilimenti di Portland, in Oregon, e Kuching in Malesia. I tagli colpiranno oltre 1.300 lavoratori, il 20% del totale. Al fine di ridurre i costi, le unità di business Solar Materials e SunEdison saranno fuse dal prossimo 1° gennaio. E lo stabilimento da 6.000 tonnellate l'anno di Merano, che sta mettendo 200 lavoratori in cassa integrazione a zero ore, potrebbe essere chiuso "se non saranno raggiunte nel breve periodo drastiche riduzioni dei costi", su cui la società sta lavorando con la Provincia di Bolzano.
L'ombra di Solyndra, l'azienda che un anno fa era stata definita da Obama un esempio da imitare e in ottobre ha portato i libri in tribunale, si allunga così anche sul mercato di casa nostra. Proiettato a velocità astronomica dai generosi incentivi concessi negli anni scorsi da molti governi, soprattutto europei, il fotovoltaico internazionale rischia ora di rimanere vittima del suo stesso impeto, schiacciato dall'eccesso di capacità produttiva e di scorte. Quest'anno infatti i Paesi sviluppati (e non solo) si trovano a fare i conti con l'escalation dei debiti pubblici e i sussidi sono stati tagliati un po' dappertutto. Il calo della domanda derivato dal taglio degli incentivi sta provocando e continuerà a provocare un eccesso produttivo di materia prima, moduli e pannelli, che avrà le conseguenze negative più pesanti sugli operatori europei.

 Con un 20% di produzione in eccesso rispetto alla domanda, il prezzo del silicio policristallino è crollato del 93%, a 33 dollari al chilo rispetto ai 475 di tre anni fa. Quanto al prezzo dei moduli, ha registrato quest'anno un crollo del 40% dovuto all'avvio di nuove linee produttive in Asia proprio nel momento in cui i governi occidentali riducevano drasticamente gli incentivi per contenere i deficit e i prezzi dell'elettricità. Di conseguenza, le previsioni dei vari centri studi concordano sull'inesorabile discesa del valore azionario delle società del settore. La stessa Fitch ha "tagliato il rating" del fotovoltaico con un'analisi appena uscita. Il Bloomberg Global Leaders Solar Index, che monitora l'andamento dei titoli delle principali aziende fotovoltaiche quotate, risulta dimezzato: all'inizio di dicembre è sceso sotto i 50 punti rispetto al valore base dell'indice, che era stato fissato a 100 il 31 marzo 2009.
In questo panorama grigio, però, restano alcuni sprazzi di sole: all'inizio di dicembre è stato allacciato alla rete il milionesimo impianto fotovoltaico della Germania, sul tetto dell'Istituto per la ricerca sportiva a Berlino: l'associazione dell'industria fotovoltaico tedesca, Bsw-Solar, sottolinea che la Germania è il primo Paese al mondo per capacità fotovoltaica installata, con 17,2 gigawatt alla fine del 2010, cui si aggiungeranno quest'anno altri 5-6 gigawatt. In Italia continuano a ritmo continuo gli allacciamenti: Enel Green Power ha appena connesso un impianto da 5 megawatt in Sicilia, vicino a Enna. L'indiana Moser Baer ha realizzato insieme a General Electric un parco da 20 megawatt su 26 ettari di serre in Sardegna, non lontano da Cagliari. Nell’ex area mineraria di Santa Barbara, in Toscana, è statao inaugurato la settimana scorsa un parco da 10 megawatt. La tedesca Juwi ha inaugurato un impianto da 3,1 megawatt vicino a Viterbo. Il gruppo Kinexia ne ha realizzato un altro da 11 megawatt a Latina. TerniEnergia ha annunciato che sono in corso di realizzazione 6 impianti per complessivi 20 megawatt nel Lazio, in Puglia, Calabria e Sicilia. Il fotovoltaico italiano, quindi, continua a crescere e la riduzione del prezzo dei pannelli si sta rivelando un bel vantaggio per chi installa e finanzia i progetti. In complesso, quest'anno gli investimenti nel settore hanno superato i 2,8 miliardi, secondo uno studio di Althesys.
Come in tutti i cicli, insomma, l'abbassamento dei prezzi porta qualche mal di pancia, ma innesca la ripresa. Fitch Ratings ritiene che il settore ripartirà nel 2013, quando arriveranno sul mercato le ultime innovazioni della tecnologia fotovoltaica e l'avvio della terza fase del sistema di emission trading Ue accrescerà il costo di generazione elettrica da fonti fossili. Anche Bloomberg New Energy Finance fissa al 2013 la ripresa della domanda, che finalmente deriverà non più dai sussidi pubblici ma dal graduale miglioramento della competitività del solare rispetto alle fonti fossili (la cosiddetta grid parity), soprattutto nei Paesi più assolati.

30 ottobre 2011

Abbiamo bisogno di una città agile

Charles Darwin diceva che non è mai la specie più forte a prevalere, ma quella più capace di adattarsi al cambiamento. La stessa regola si può applicare anche alla storia dell'umanità: non sono le società più forti a prevalere, ma quelle più flessibili. Nella nostra epoca, vincerà chi saprà affrontare meglio i due principali cambiamenti in corso: l'inurbamento e il riscaldamento del clima.
Per la prima volta nella storia, dall'anno scorso la popolazione urbana del pianeta ha superato quella rurale. Per questo abbiamo bisogno di "città agili", corvette da filibustieri più che galeoni spagnoli, capaci di adattarsi alle nuove esigenze di abitabilità, mobilità e anche, nel caso, agli inconvenienti tipici dell'effetto serra: alluvioni, tempeste, sbalzi climatici. Città piene di verde, dove l'acqua in eccesso possa essere riassorbita e filtrata naturalmente, non foderate di cemento e asfalto che fa da tappo. Città evoluzionarie, non bloccate da normative fisse, dove le regole si adattino ai tempi, premiando i risultati finali - in termini di energia, acqua ed emissioni risparmiate - non imponendo quali lampadine dobbiamo usare o quali auto dobbiamo guidare. Città rapide, dove la densità abitativa aiuti a sfruttare i piedi o la bici per gli spostamenti di corto raggio e dove gli insediamenti si sviluppino lungo le direttrici del trasporto pubblico su rotaia, più che lungo le strade, scoraggiando l'uso dell'auto. La crescita sostenibile dovrebbe tradursi in strade sgombre e abitazioni ariose, orientate in modo da rendere la climatizzazione necessaria solo pochi giorni all'anno. Concentrando gli sforzi su edifici e trasporti, che sono responsabili del 40 e del 28% delle emissioni a effetto serra, potremmo tagliare una bella fetta della CO2 che produciamo, con grande sollievo dell'ambiente, ma anche della vivibilità cittadina. Non dimentichiamo poi che i megawatt costano, mentre i negawatt ci fanno risparmiare. E quindi, tanto di guadagnato.

L'evoluzione verso un modello dinamico di città, verso una correzione di rotta a piccoli passi e non più basata sui mega-progetti si legge ormai da vari anni in tutti i contributi più significativi alla letterattura di settore: da "Green Metropolis" di David Owen a "Triumph of the City" di Ed Glaeser, da "Walking Home" di Ken Greenberg a "Urbanism in the Age of Climate Change" di Peter Calthorpe, fino all'ultimo "The Agile City" di James Russell, il mantra della crescita sostenibile non parla più solo di pannelli solari sul tetto, ma di cambiare modi e luoghi in cui si costruisce, bloccando la crescita auto-centrica dei sobborghi sventagliati a caso attorno alle metropoli e in generale gli insediamenti sorti da greenfield.
 In ultima analisi, riqualificare è più importante di edificare da zero e la densità urbana si scopre molto più virtuosa dell'idillio bucolico caro a Thomas Jefferson. A Manhattan e a Parigi girano sicuramente meno auto pro capite e più metropolitane che a Monticello, il suo amato villaggio nelle campagne della Virginia: per renderle efficienti non occorre inventare nulla, basta affinare le mille tattiche già esistenti e renderle sempre più diffuse con gli incentivi giusti. La città si riconosce più intelligente della campagna e il grigio più verde del verde. Il discorso di Russell arriva fino a mettere in questione il sacro diritto alla proprietà immobiliare, caro a tutto il mondo occidentale, ma soprattutto agli americani: è lecito costruire insediamento dopo insediamento sulla riva dell'oceano, per accontentare tutte le richieste? Come la mettiamo con gli uragani e le alluvioni? Quando questa gente rimarrà senza casa, come nel caso Katrina, chi pagherà gli aiuti? E non è un discorso solo americano: basta andare in Costa del Sol, per capire i danni della cementificazione diffusa. Quando il sistema dei mutui crolla, come ora, altro che agilità: siamo al rigor mortis...
Gli esempi virtuosi, per fortuna, non mancano. Ormai ci sono edifici, anche grandi, che riescono a ridurre le emissioni a zero, in perfetta autosufficienza, come la California Academy of Science a San Francisco o il nuovo Centro Culturale Stavros Niarchos ad Atene, di Renzo Piano. Zero. Fino a pochi anni fa, un taglio delle emissioni del 20-30 per cento faceva già notizia. Addirittura, ci sono insediamenti che riescono ad andare in positivo, come Dockside Green a Victoria, in Canada, che produce più energia di quanta ne consumi, imbrigliando le risorse naturali del territorio. Altri optano per adeguarsi alla natura invece di combatterla, come a Ijburg, un nuovo quartiere di Amsterdam, dove molte case sono galleggianti e non circolano macchine. Sono edifici e quartieri che non richiedono tecnologie futuristiche ma strumenti che abbiamo già, non impongono particolari rinunce agli abitanti, né grandi variazioni nello stile di vita. L'investimento iniziale è alto, ma di solito si ammortizza rapidamente. L'impatto zero ormai è a portata di tutti, basta volerlo.

29 ottobre 2011

No white elephants for London 2012

In confronto a Pechino, siamo in un'altra dimensione. E in un'altra epoca. Per i giochi olimpici di Londra gli investimenti previsti sono di 15 miliardi. A Pechino ne sono stati spesi 40. Ma tra i due eventi c'è la bancarotta di Lehman Brothers, annunciata il 15 settembre 2008, tre settimane dopo la chiusura delle ultime Olimpiadi. Nulla sarà più come prima. Nel post-Lehman va di moda la frugalità: si esibiscono i tagli, di emissioni e di costi. Niente "elefanti bianchi", intesi come cattedrali nel deserto. Si sfrutteranno molte strutture già esistenti, da Earls Court a Wimbledon, da Hyde Park a Wembley. L'elegante Aquatics Centre di Zaha Hadid era già stato progettato prima ancora che passasse la candidatura di Londra, quindi era destinato a servire comunque per la riqualificazione di Stratford. E gli altri edifici sorti nel parco olimpico sono bellissimi, ma molto leggeri, fanno un po' kleenex. Infatti alcuni sono usa e getta. La Basketball Arena, un colosso da 12mila posti, è temporanea. Lo stesso stadio olimpico, che al momento dei giochi potrà mettere sedute 80mila persone, verrà parzialmente smontato alla fine dell'evento.
Del resto è inutile appesantire una zona, l'East End di Londra, che ha già le sue gatte da pelare. Anche qui, si ritorna al concetto di "città agile". La parola d'ordine è: legacy. Cosa lasceranno in eredità queste Olimpiadi alla comunità locale? Per Simon Wright, responsabile infrastrutturale di London 2012, è il punto fondamentale.
"Innanzitutto, una rete di trasporti più efficace", spiega Wright durante una visita al parco. Le novità includono l'estensione della East London Line e il potenziamento della Docklands Light Railway e della North London Line, tre linee ferroviarie leggere che serviranno a connettere meglio con il centro una delle aree più sottosviluppate della capitale e consentiranno anche in futuro un accesso sostenibile al parco olimpico e alle sue magnifiche strutture. Una linea ad alta velocità progettata apposta per i giochi, il Javelin, collegherà inoltre Ebbsfleet, nel Kent, stazione degli Eurostar in arrivo dal Continente, con lo scalo londinese di St Pancras, fermandosi a Stratford, dentro il parco olimpico. "Prevediamo che l'80% dei visitatori e dello staff arriveranno al parco via rotaia", precisa Wright. Per il resto, staff e atleti avranno a disposizione una flotta di 200 auto elettriche, Bmw e Mini.
Sul fronte energetico, Wright punta al taglio del 20% di emissioni complessive rispetto alla media delle precedenti edizioni. E quindi ha dovuto inventarsi un sistema di alimentazione molto più sostenibile. Il problema è stato risolto da General Electric, con l'installazione di due centrali di cogenerazione Jenbacher, alimentate a biomasse e gas naturale, nei due Energy Centre di Olympic Park e Stratford City. Insieme, queste macchine ad altissima efficienza (46% per l'energia elettrica e 90% contando anche quella termica) forniranno 10 megawatt tra elettricità, calore e raffreddamento per l'appuntamento del 2012, in sostituzione dei sistemi di produzione energetica tradizionali. Finiti i giochi, le due centrali supporteranno il fabbisogno dei nuovi edifici del villaggio olimpico, che verranno riconvertiti in abitazioni low cost, scuole e strutture sanitarie per la comunità locale. "Per centrare i nostri obiettivi, partendo da una zona completamente devastata da insediamenti industriali dismessi, abbiamo dovuto applicare un'ampia gamma di tecnologie di riconversione su tutti i fronti, dal riciclo dei rifiuti al trattamento naturale delle acque, fino al design sostenibile degli edifici", commenta Wright. Un lavoro immenso, portato a termine con quasi un anno di anticipo e senza sforare sui costi. "Ora possiamo permetterci il lusso di collaudare tutto con calma", sorride soddisfatto. Vedremo se sarà così anche a Milano per l'Expo 2015.

25 ottobre 2011

Living Building: efficiente ed elegante come un fiore

Per Jason McLennan, l'edificio ideale dovrebbe essere "efficiente ed elegante come un fiore". Obiettivo quanto mai ambizioso, tanto che esistono solo tre costruzioni al mondo, secondo lui, ad averlo raggiunto. Edifici viventi, capaci di interagire con l'ambiente circostante dialogando da pari a pari con la natura, senza "interporsi" fra lei e l'uomo che ci vive dentro, ma inserendovisi in maniera armonica. Un po' quello che aspirava ad ottenere Frank Lloyd Wright nei suoi progetti più stimolanti. I tre edifici che sono riusciti a raggiungere il Living Building Standard, la massima certificazione esistente in materia di sostenibilità, conferita dall'istituto di McLennan, l'International Living Future Institute, sono un punto di riferimento mondiale per tutto il settore.
L'Omega Center for Sustainable Living di Rhinebeck, New York, il Tyson Living Learning Center di Eureka, Missouri, e l'Energy Lab della Hawaii Preparatory Academy a Kamuela, Hawaii, sono state le prime costruzioni a ottenere una certificazione completa. La realizzazione di questi tre progetti segna un punto di svolta fondamentale nel movimento ambientalista, con la dimostrazione del fatto che gli edifici possono essere progettati per beneficiare gli ecosistemi in cui vivono e non va dato per scontato che li danneggino soltanto. Un edificio, per raggiungere lo standard "living", deve esibire tutti gli otto petali del fiore, sfoggiando performance da dieci e lode in materia di acqua, energia, salute, materiali, posizione, equità sociale, bellezza e procedure di costruzione. Un "living building" deve generare tutta l'energia di cui ha bisogno attraverso fonti rinnovabili, utilizzare materiali non tossici e dare un senso di benessere a chi ci abita, senza trascurare il senso estetico dell'architettura. Se riesce a soddisfare tutti i requisiti del programma a un anno dalla fine dei lavori, può ottenere la certificazione.
Poi c'è anche la possibilità di ottenere una certificazione parziale, solo su alcuni degli standard richiesti, come nel caso di una residenza privata canadese a Victoria, British Columbia. L'abitazione, soprannominata Eco-Sense, era iniziata come un progetto molto più modesto, ma si è sviluppata strada facendo in un'impresa esemplare, caratterizzata da un design passivo, dotato di un impianto fotovoltaico e solare termico. Assicura un risparmio energetico e idrico del 90%, servizi igienici di compostaggio, la raccolta dell'acqua piovana e il riutilizzo delle acque reflue, tetto verde e pavimenti e finiture naturali. Il tutto integrato nell'ambiente circostante secondo un design moderno e piacevole. Ciascuno di questi progetti promette di fornire un nuovo modello super-efficiente, sano, acqua-indipendente di edificio a zero consumi di energia.
Il target altissimo di McLennan - che è anche il fondatore del Cascadia Green Building Council, la sezione del Nord Ovest americano della società di certificazione Leed (Leadership in Energy and Environmental Design) - ha finora impedito la diffusione del suo modello a livello di massa, ma un centinaio di progetti di "edifici viventi" sono in via di sviluppo. E' alla luce di queste esperienze che si stanno rivoluzionando i processi di progettazione e costruzione in tutto il mondo.

Omega L'Omega Center for Sustainable Living utilizza un impianto naturale di trattamento di tutte le acque reflue per un campus di 80 ettari nella Hudson Valley. Produce più energia di quanta ne consumi con tre diversi impianti fotovoltaici, di cui uno sul tetto e uno su una parete dell'edificio principale. Ha utilizzato per la costruzione solo materiali atossici e naturali. Sorge su un sito già occupato in precedenza da altri edifici e in origine addirittura da una discarica. Come organizzazione non-profit, Omega offre esperienze educative diverse e innovative che ispirano un approccio integrato al cambiamento personale e sociale rivolto all'ambiente, con seminari che ospitano fino a 23.000 persone l'anno.

Tyson Il Tyson Center ospita un laboratorio di ricerca ambientale della Washington University di St Louis (Missouri) e sfrutterà l'edificio certificato come strumento educativo per i suoi studenti, con grandi aule aperte sull'esterno. Fornirà un paesaggio vivente per gli studi sulla sostenibilità degli ecosistemi. E' rivestito di legni raccolti sul posto e il tetto è ricoperto di pannelli fotovoltaici, che coprono tutto il fabbisogno di energia. L'acqua potabile è fornita da un sistema di raccolta dell'acqua piovana senza componenti chimiche. Le acque reflue sono filtrate con un ciclo naturale. Tutti i rifiuti umidi hanno un sito di compostaggio. Il sito era precedentemente occupato da un parcheggio all'aperto, trasformato in un giardino piantumato.

Energy lab L'Energy Lab of Hawaii Preparatory Academy è stato concepito come un laboratorio scolastico dedicato allo studio delle energie alternative. Tutta l'accademia, che ospita bambini e ragazzi dall'asilo al liceo, produce l'energia che consuma e il progetto è stato pensato per trasmettere agli studenti una coscienza ambientale tramite le sue caratteristiche. Il sito era precedentemente occupato dall'area di compostaggio. L'edificio soddisfa il proprio fabbisogno di energia con pannelli fotovoltaici, filtra le acque reflue, raccoglie l'acqua piovana, ha utilizzato per la costruzione prevalentemente materiali locali, ma ha dovuto importare alcuni oggetti introvabili sul posto, aggravando la propria impronta ambientale, che è stata poi alleggerita con una particolare attenzione ai processi costruttivi.



23 ottobre 2011

Mobilità verde: arriva lo scooter ibrido

Non solo auto. Per chi vuole muoversi su mezzi propri a impatto zero ci sono anche le moto e le bici elettriche plug-in, cioè ricaricabili da una semplice presa di corrente, oppure gli scooter ibridi, che riescono a ricaricarsi sia attaccandosi direttamente alla rete elettrica, sia con il movimento del motore a combustione interna, come una Prius. Gli scooter puliti sono molto importanti per il mercato italiano, che assorbe il 20% dei ciclomotori venduti in tutta Europa, impestando le nostre città con una nuvola di gas di scarico, soprattutto nel caso dei motori a due tempi, particolarmente inefficienti e inquinanti: i test relativi riferiscono del 30% di carburante incombusto, a cui va aggiunto l'olio scaricato in aria con la miscela. Insieme, sono responsabili del 20% di composti organici volatili presenti nell'aria cittadina.

 Ma le alternative ci sono, da quest'anno anche grazie a una moto made in Italy molto innovativa: lo scooter ibrido Aspes, un marchio simbolo delle due ruote nostrane, prodotto a Gallarate in tre diverse cilindrate - 50, 125 e 150 - e a prezzi abbordabili, con una meccanica brevettata dal gruppo Menzaghi, che ha acquisito la storica azienda due anni fa. "In pratica, i nostri scooter sono dotati di due motori, uno elettrico e uno a combustione interna, che si possono attivare singolarmente o insieme, a seconda delle necessità", spiega il presidente Umberto Pertosa. Per i tragitti urbani il motore elettrico offre un'autonomia di 40 chilometri e poi ci vogliono 4 ore per ricaricare completamente la batteria, che si può collegare alla rete lasciandola nello scooter oppure estrarre da sotto la pedana con grande facilità e portare in casa per attaccarla a una presa domestica. La batteria al litio-ferro-fosfato non ha memoria, quindi non è necessario aspettare che sia completamente scarica per rimetterla sotto carica, e garantisce 3000 cicli, equivalenti a una dozzina d'anni, una vita ben più lunga delle comuni batterie agli ioni di litio. "In più, il nostro scooter può essere ricaricato anche attraverso il secondo motore, ad esempio nei tragitti extraurbani", aggiunge Pertosa. In modalità mista, il motore a scoppio - a 4 tempi e catalizzato - si attiva a supporto dell'elettrico, dando più potenza e ricaricando la batteria: così si riesce a viaggiare per 80 chilometri con un solo litro di benzina. Questa è una caratteristica unica degli scooter Aspes, che non hanno rivali ibridi sul mercato.
Nel segmento degli elettrici, invece, c'è già parecchia competizione. Oxygen, società padovana nata da una costola di Atala, ha già convinto le poste del Belgio, quelle svizzere e il Comune di Stoccarda con il suo CargoScooter, che viene offerto in due versioni, una fino a 45 chilometri all'ora, l'altra fino a 65. Poi c'è lo scooter tedesco e-Max, il più diffuso in Germania, anche questo distribuito in Italia in due versioni, più o meno veloce. EC-03, lo scooter elettrico Yamaha, invece, è una specie di moderno Ciao, simile al francese e-Solex, che scende quasi al rango delle biciclette a pedalata assistita. Da qui in giù, c'è solo l'imbarazzo della scelta.

20 ottobre 2011

Città sostenibili, ma non solo: belle, eque e innovative...

Le città sostenibili non possono essere solo ecologiche, devono anche funzionare bene, essere belle e alla portata di tutti. Per i seimila studi da 126 Paesi che hanno partecipato quest'anno al concorso internazionale della svizzera Holcim Foundation, uno dei più prestigiosi nel campo dell'architettura sostenibile, si tratta di rispettare le cinque P imposte dal regolamento: Progress, People, Planet, Prosperity, Proficiency. E i vincitori si collocano precisamente all'incrocio fra innovazione, equità sociale, efficienza nell'uso delle risorse, compatibilità economica e impatto estetico.
Un suggestivo progetto di "piscina fluviale", per restituire alla balneabilità il ramo della Sprea che costeggia l'isola dei musei nel centro di Berlino, proposto dal team tedesco di realities united, ha vinto il primo premio da 100mila dollari dell'edizione europea del concorso, consegnato a Milano.

Berlin
L'argento è andato alla riconversione di un'ex fabbrica in municipio e centro civico per la città di Oostkamp in Belgio, proposta dallo studio spagnolo di Carlos Arroyo, sfruttando la struttura esistente con una serie di soluzioni al tempo stesso raffinate ed efficienti.
Oostkamp
La visionaria conversione in "villaggio verticale" di uno dei viadotti prospicenti lo stretto di Messina in Calabria, recentemente dismesso in seguito alla realizzazione di una variante autostradale, è valsa il bronzo a tre studi francesi nella competizione europea.
Scilla
Nell'edizione latino-americana è prevalso un edificio multifunzionale pensato per offrire attività sociali alla favela di Paraisòpolis a San Paolo e al tempo stesso bloccare l'erosione e le frane che minacciano continuamente i suoi abitanti. Il primo premio per l'Africa e il Medio Oriente è andato al progetto di una scuola in Burkina Faso, che usa soltanto energia eolica e solare per il raffrescamento delle aule, proposto dallo studio dell'architetto Diébédo Kéré, basato in Germania ma originario del villaggio dove la scuola verrà costruita. Il secondo premio di questa sezione è andato al team milanese di ArCò - Architettura e Cooperazione, per la ristrutturazione della scuola di una comunità beduina nei territori palestinesi, con criteri di sostenibilità nella ventilazione e nell'illuminazione naturale. Riconoscimenti sono andati anche alle proposte più interessanti di tecnologia produttiva e di nuovi materiali arrivate alla giuria, tra cui la realizzazione di elementi prefabbricati in calcestruzzo leggero con schiuma di vetro riciclato come aggregato interno, inventati da un'azienda tedesca, o l'impiego di una cassaforma di cera riutilizzabile, proposto da uno studio di Zurigo. Tutti i primi arrivati nelle varie sezioni potranno accedere alla competizione globale, di cui i vincitori verranno annunciati nella primavera del 2012.
La filosofia del concorso, unico nel suo genere, ha attirato negli anni progetti sempre molto innovativi, che dimostrano la capacità di estendere le nozioni convenzionali di edilizia sostenibile a una grande attenzione per l'efficacia economica e sociale. "I progetti che hanno vinto quest'anno sono ottimi esempi di quello che si potrebbe realizzare in una città coraggiosa, partendo da una ricca tradizione architettonica, ma senza dimenticare le esigenze delle persone di oggi, che ci vivono dentro", rileva Lucy Musgrave, fondatrice dell'agenzia londinese di pianificazione urbana Publica e membro della giuria degli Holcim Awards. "Il problema fondamentale dello spazio urbano europeo è la staticità, che spesso opprime gli abitanti quanto l'estraniamento causato dall'estrema mobilità del paesaggio urbano americano". Ma le città, pur con tutto il rispetto per un'importante eredità culturale da preservare, non sono musei. Se vogliamo che la gente ci resti e ci si trovi bene, dobbiamo anche offrirle un fiume pulito in cui nuotare, con buona pace dell'altare di Pergamo, che resterà sempre un'apparizione emozionante, ma non si può visitare tutti i giorni.