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27 ottobre 2008
Acea, il triangolo di Alemanno
Un corteggiamento lungo, ma infruttuoso. Hera, Iride, Enìa,ci hanno provato in tutti i modi a realizzare con Acea un maxi polo conepicentro romano, che facesse da contraltare a quello lombardo di A2A. Ma allafine sono rimaste al palo di fronte al peso di un azionista sempre piùingombrante: la franco-belga Suez, in via di fusione con Gaz de France. MaFrancesco Gaetano Caltagirone, uno degli azionisti chiave di Acea, con i suoi2-3 miliardi di liquidità in tasca, non considera ancora chiusa la partita. Afine estate aveva investito una piccola quota di quella liquidità per saliredal 3 al 5% di Acea e diventando così il terzo socio della multiutility,davanti a Schroder (4,9%) ma dietro a Suez (8,6%) e al Comune di Roma (51%).Oggi sembra sempre più interessato a diventare l'ago della bilancia se nonaltro per non sentirsi solo nella scomoda stretta fra socio pubblico (Comunedi Roma) e socio francese. La scelta di sostituire Fabiano Fabiani al verticedella multiutility, in anticipo di un anno sulla scadenza del mandato, conGiancarlo Cremonesi, presidente dell'associazione dei costruttori romani, èun omaggio allo spoil system ma indica anche che qualcosa si sta muovendo. Nonsfugge a nessuno, infatti, che c'è bisogno di un assetto istituzionale solidoper affrontare il discorso dell'azionariato e Alemanno non ha voluto aprire ledanze con un board nominato dall'amministrazione Veltroni. E che quindi nonrispondesse a lui.> Gli addetti ai lavori segnalano con un certo interesse la presenza in Aceadi Italcogim, una società controllata al 60& da Gaz de France e al 40% dallaCamfin di Marco Tronchetti Provera. Italcogim, secondo alcune indiscrezioni,potrebbe essere coinvolta nel riassetto societario della multiutility romana,anche se il sindaco Gianni Alemanno finora ha sempre smentito ufficialmenteogni intenzione di scendere sotto il 51% di Acea. In realtà la società suspinta di Fabiani e dell'amministratore delegato Andrea Mangoni, sta trattandoda mesi con i francesi, con contatti ad altissimo livello fino al nuovo capo,Gérard Mestrallet. Obiettivo: cedere loro una quota consistente di Acea (finoal 20%), facendoli affiancare, magari in un secondo tempo, da un altro socioitaliano.> Alemanno - sostenuto dall'ex assessore al Bilancio della Regione LazioAndrea Augello, oggi senatore di An - deve ancora decidere se fermarsi al 40 oal 30%. Ma l'ipotesi di ridare un po' di ossigeno alle casse comunali,afflitte da un debito di 8 miliardi, non gli dispiace.> La chiave di volta del riassetto sta nella fusione Suez-Gaz de France, cheha portato le due società a mettere a fattor comune i propri asset in Italiae ha costretto Suez a disfarsi della belga Distrigaz per motivi di antitrust.Per aggiudicarsi Distrigaz, l'Eni ha offerto in cambio Romanagas (gruppoItalgas), vale a dire la rete di distribuzione del gas nella capitale. Suezdovrebbe conferire Romanagas (valore preliminare 1,1 miliardi) a una dellequattro società in cui verrà articolata la nuova galassia capitolinadell'energia. Con il riassetto - su cui Acea sta lavorando da mesi insieme aDresdner Kleinwort, Lazard e allo studio Chiomenti - verrà superata l'attualestruttura, che comprende anche la joint venture Acea-Electrabel, controllataal 59/41% da Acea e Suez e azionista al 50% di TirrrenoPower, una delle gencouscite dallo spezzatino dell'Enel.> Alla fine dell'operazione - che potrebbe arrivare a maturazione nei primimesi del 2009 - la galassia romana si articolerebbe in una società diproduzione elettrica con dentro AceaElectrabel, a maggioranza francese, una didistribuzione con all'interno Romanagas, a maggioranza Acea, una per iltrading, che si dovrà occupare degli approvvigionamenti di gas, e una per lavendita di energia e gas. Alle ultime due jv verrebbero conferiti gli asset diItalcogim, attualmente controllata al 60-40 da GdF e Camfin, attraverso laholding Energie Investimenti. La maggioranza di queste due società è ancoraaperta e dipende anche dal valore attribuito a Romanagas in sede di closing,previsto per mercoledì, 29 ottobre. Sulla composizione finaledell'azionariato Acea pesano tutte queste incognite, ma è già chiaro che gliassetti finali, con i francesi decisamente rafforzati, si giocherà su untriangolo che legherà il Comune a Suez-Gdf e a Caltagirone.
23 ottobre 2008
L'Orso non gioca a risiko
Il tracollo dei mercati rischia di spazzare via il risiko delle utilities. Solo A2A e Asm Brescia hanno fatto in tempo a convolare a nozze prima della bufera, anche se continuano a vivere da separate in casa. Tutte le altre, da Genova a Bologna, da Roma a Trieste, sono rimaste con il cerino in mano. A Genova, il sindaco Marta Vincenzi ha appena messo un punto finale a un processo di aggregazione che andava avanti da mesi con difficoltà: «Il comune di Genova non ritiene che il tentativo di aggregazione tra Iride, Hera ed Enìa debba protrarre tavoli di lavoro che fino a oggi non hanno prodotto alcun risultato». Il problema, oltre che politico/strategico è finanziario. Il valore dei concambi spesso viene considerato ingiusto dall' una o dall' altra parte, come nel caso di Marta Vincenzi, secondo cui la maggiore capitalizzazione di Hera non giustifica un concambio ritenuto troppo sfavorevole. «Il vero tema - sostiene Vincenzi - è quello del concambio, che non è slegato dal tema della governance e del piano industriale», dato che un rapporto di cambio sfavorevole «segna ricadute sui bilanci comunali». Più chiaro di così. In realtà lo stop del Comune non spaventa più di tanto il presidente dell' utility genovese, Roberto Bazzano, che ha continuato a trattare con i presidenti di Hera, Tomaso Tommasi di Vignano, e di Enìa, Andrea Allodi, ma è un fatto che le scadenze elettorali di Bologna e Reggio Emilia impongono tempi molto stretti. A meno che non si voglia procedere ad alleanze parziali, fra Enìa e Hera o fra Enìa e Iride. Il presidente di Enìa, Andrea Allodi, ha sostenuto che tutte le ipotesi «sono aperte». Ma con questo ritmo si rischia di rimandare il tutto alla primavera inoltrata, dopo l' insediamento dei nuovi sindaci. Con la fusione Gdf-Suez, nel frattempo, Acea è uscita dalla scena del risiko delle utilities, ma è attesa la definizione dell' intesa con il nuovo colosso post fusione. L' ipotesi più gettonata è la creazione di una holding controllata dai romani, che a sua volta deterrebbe tre società: produzione e vendita in mano al gruppo franco-belga, reti in mano ad Acea. Sempre che il neo sindaco di Roma Gianni Alemanno non decida di cavalcare l' onda liberista, cedendo una parte del proprio 51% a GdfSuez, che già controlla l' 8,6% dell' utility, anche considerando il debito di 8 miliardi di euro che grava sulle casse del comune. Sull' onda di questa eventualità, Acea è una delle poche azioni a rimanere a galla a Piazza Affari. Sembra accantonato anche il progetto del grande polo del Nord Est, malgrado gli sforzi del presidente di Ascopiave, Gildo Salton. Ma non per questo regna l' immobilismo. Anzi, proprio la necessità di trovare soluzioni alternative sta portando soprattutto le società più piccole (e vulnerabili) ad attivarsi sul fronte partnership e acquisizioni. Agsm Verona vuole trovare un alleato nella vendita di elettricità e gas, al quale cedere una quota di minoranza di Agsm Energia. Così il presidente Gian Paolo Sardos Albertini ha rilanciato l' idea della partnership, citando tra i candidati i nomi di A2A e della tedesca E.on, ma anche quello «della controllata italiana dei francesi di Gaz de France», Italcogim Energie. A Venezia, invece, oltre alle partnership si pensa anche alla Borsa. L' amministratore delegato di Veritas, Andrea Razzini, l' ha proposta ai soci e il consiglio di amministrazione avrebbe già preso contatti con Ubm (gruppo Unicredit) quale possibile candidato al ruolo di global coordinator dell' Ipo. Il progetto è però a uno stadio embrionale e la crisi dei mercati non aiuta. Spostandosi ancora più a Est, la Iris di Gorizia è corteggiata sia da AcegasAps (Trieste-Padova) che da Amga Udine, ma ha deciso di indire un bando internazionale per il settore energia, che può contare su circa 50 mila clienti. Così tra i due litiganti rischia di vincere qualche colosso nazionale o internazionale, con tempi che, a questo punto, verranno dilatati non poco. La tedesca E.on, in primis, già forte nella vendita in Italia e ora rafforzatasi notevolmente nella produzione, grazie all' acquisto degli asset della ex Endesa Italia. Una soluzione che certamente non piacerà ai vertici di AcegasAps e Amga, che avevano già reso pubbliche le loro offerte, da 100 e 92 milioni.
5 maggio 2008
Acea, le aggregazioni e la variabile Suez
Acea, la multiutility romana, è nel mirino del nuovo inquilino del Campidoglio. Con 2,58 miliardi di ricavi netti sui 4,3 miliardi complessivi del gruppo Comune di Roma, Acea è la più grande delle società di cui Gianni Alemanno è diventato principale azionista. «Faremo un monitoraggio attento dei cda, perché molte cose non vanno», ha avvertito il nuovo sindaco il giorno stesso dell' elezione. E fra le «cose» che non vanno, aveva probabilmente in mente diversi nomi. Come quelli del presidente di Acea Fabiano Fabiani, colonna storica dell' Iri, o dei consiglieri Luigi Spaventa, ex presidente della Consob, Piero Giarda, ex sottosegretario al Tesoro, e Luisa Torchia, docente universitaria e consulente della presidenza del Consiglio. Insieme all' amministratore delegato Andrea Mangoni e ai due rappresentanti del gruppo Suez (azionista all' 8,6%), i quattro formano il cda della multiutility. E fanno parte di quel «sistema di potere» di centrosinistra di cui ora Alemanno invoca la caduta. Dopo le sue dichiarazioni combattive, non è pensabile che il neo-sindaco attenda la fine del loro mandato, in scadenza fra due anni, prima di intervenire. Per Acea, una società quotata che sta cercando con fatica d' inserirsi nei processi di aggregazione in atto sul mercato italiano delle ex-municipalizzate, non sarà una transizione facile. Il percorso già accidentato verso l' alleanza con Hera si presenta oggi ancora più complicato: la vittoria della destra rischia infatti di spezzare il rapporto privilegiato instauratosi con l' amministrazione bolognese. Hera, che aveva già proposto un «quadrilatero» coinvolgendo anche Iride ed Enìa (altre amministrazioni di sinistra), ora potrebbe ritirarsi dal dialogo con la multiutility capitolina. È difficile vedere Sergio Cofferati, Marta Vincenzi e Sergio Chiamparino concordare alleanze strategiche con Gianni Alemanno. Per non parlare dei partner emiliani. Il numero uno Andrea Mangoni, da parte sua, non ha fretta: definisce quest' alleanza «un' opportunità», aggiungendo però che «non la cercheremo a tutti i costi». La partnership con il gruppo Suez - che oltre a essere azionista della capogruppo è anche socio al 40% nella joint venture per l' energia Acea-Electrabel - dà ad Acea già molte soddisfazioni, in particolare ora che la fusione di Suez con Gas de France consentirà all' ex municipalizzata romana di rafforzare l' operatività nella commercializzazione del gas. Dopo la fusione, prevista entro l' autunno, saranno messe a fattor comune le attività che Acea-Electrabel e GdF hanno in Italia. Si tratta, in sostanza, di incamerare il quarto operatore italiano nella vendita di gas, il che consentirà di aumentare il peso degli asset nei negoziati per un' aggregazione. Nel frattempo Acea si trova nel bel mezzo di un corposo processo di espansione verso le aree limitrofe della Toscana, la regione più campanilistica e meno attiva nei processi di aggregazione in corso. Ma nel comparto dell' acqua qualcosa si sta sbloccando. Nella riforma dei servizi pubblici locali appena varata dalla giunta regionale è compreso il via libera alla nascita del secondo operatore italiano nei servizi idrici integrati (dopo Acea che ha 10 milioni di clienti), con la fusione dei tre gestori che servono 2 milioni e mezzo di abitanti tra Firenze, Prato, Pistoia, Pisa, Siena e Grosseto, in cui Acea avrà una quota tra il 40% e il 45%. È il primo caso di aggregazione industriale fra i servizi pubblici che si verifica da queste parti e Acea è saldamente piantata al centro del processo, con la prospettiva di partecipare a movimenti analoghi anche sul fronte del gas. Al di là delle possibili aggregazioni, l' acqua e la termovalorizzazione sono i due business che guideranno le strategie di crescita di Acea nei prossimi anni: il piano di sviluppo fino al 2012 prevede 939 milioni di investimenti nel ciclo idrico e 426 milioni nei termovalorizzatori, di cui in Centro Italia c' è sempre più bisogno.
18 febbraio 2008
L'Ulivo non c'è più, il risiko cambia giro
Dopo l' aggregazione di Aem Milano e Asm Brescia, che ha dato vita alla maxiutility lombarda A2A, riparte la marcia di avvicinamento fra Iride e Hera, passando per Enìa. Dal valzer delle utilities del Nord, invece, sembra ormai tagliata fuori Acea, l' ex municipalizzata romana, un po' per l' uscita di scena di Walter Veltroni dal Campidoglio e un po' per la fusione, attesa entro metà 2008, tra Gaz de France e Suez, che aumenterà il peso dei francesi, già azionisti di Acea. Marta Vincenzi, sindaco di Genova, ha aperto le danze richiamando i sindaci emiliano-romagnoli a un incontro, che dovrebbe svolgersi all' inizio di marzo, ma il pallino è in mano a Hera. «Già questo giovedì - dicono a Bologna - è fissata una riunione fra i sindaci che potrebbe essere decisiva». È da lì che deve uscire una chiara indicazione di campo per l' ex municipalizzata, ancora sospesa fra l' opzione Nord-Ovest e la via capitolina. Sergio Cofferati, principale azionista di Hera con il 15%, fino ad oggi si sentiva vincolato a una promessa fatta a Walter Veltroni di stringere un' alleanza con Acea. Ora gli interessi di Veltroni sono rivolti altrove e anche su Cofferati girano voci di disimpegno dalla politica cittadina. Sembra quindi arrivato il momento giusto per uscire dal pantano in cui Hera si era arenata quest' estate, quando sembrava imminente una decisione. Tutti gli altri sindaci (a eccezione di Ferrara) vorrebbero indirizzare gli sforzi di aggregazione verso Torino e Genova, includendo Enìa. Gli emiliani di Enìa, intanto, si stanno muovendo per conto loro, ponendo le basi di un' unione con Iride limitata all' energia, che potrebbe allargarsi anche a Hera se il dialogo si sblocca. «Il nostro è un problema industriale: abbiamo una buona distribuzione - spiega l' amministratore delegato di Enìa, Ivan Strozzi - ma non produciamo energia. Fare una holding con chi è più forte nella produzione serve ad avere massa critica nell' approvvigionamento e nel trading. È per questo che abbiamo messo mano all' ipotesi di alleanza». L' utility emiliana è anche partner di A2A in Delmi, la società che controlla Edison insieme a Edf. «Su questo fronte ci sarà un cambiamento fra breve, quando Delmi sarà incorporata in A2A e quindi anche noi entreremo a far parte direttamente dell' azionariato», fa notare Strozzi. I concambi non sono ancora definiti, ma si parla di un 3-4%. Enìa si troverà così al crocevia fra i due grandi movimenti di aggregazione che muovono le ex municipalizzate del Nord e potrà giocare contemporaneamente su due tavoli. Due tavoli che nel tempo, secondo la visione del sindaco di Brescia Paolo Corsini, potrebbero diventare uno solo, con uno scenario finale di aggregazione completa da Torino a Bologna, passando per Genova, Milano, Reggio Emilia e le altre, sul modello della tedesca Rwe. Ma questo è solo un miraggio lontano. «Ci sono grandi vantaggi nelle aggregazioni di questo tipo, soprattutto sul fronte degli approvvigionamenti - spiega Andrea Gilardoni, economista della Bocconi ed esperto di utilities - ma anche alcuni svantaggi: ad esempio le difficoltà di governance. Nella situazione attuale, mi sembra prioritario far funzionare le aggregazioni che ci sono già piuttosto che allargare troppo il campo». Per adesso, ci si attiene quindi agli studi di Bain e Mediobanca, commissionati da Iride, che mettono in luce la convenienza di un matrimonio fra Iride, Hera ed Enìa, soprattutto sul fronte dell' energia. Marta Vincenzi e Sergio Chiamparino, soci in Iride, premono molto in questo senso. Il sindaco di Reggio Emilia, Graziano Delrio, principale azionista di Enìa con il 22%, gli fa eco: «La fusione fra Enìa, Iride e Hera è un obiettivo prioritario, per questo siamo pronti a sederci attorno a un tavolo. Si può fare e anche presto».
4 febbraio 2008
Ascopiave e il poker del Nord Est
Ascopiave muove su Veritas, parla con Agsm Verona e va in buca. Se Acegas-Aps non si muove, l' aggregazione delle ex municipalizzate del Nord Est passerà accanto al gruppo padovan-triestino, quotato a piazza Affari, senza che neppure se ne accorga. «Nell' alleanza con Venezia siamo in chiusura», spiega Gildo Salton, presidente di Ascopiave. Questa settimana o al più tardi la prossima sarà ufficializzato - se tutto procederà come sembra - il passaggio alla società trevigiana del controllo del ramo gas dell' ex municipalizzata veneziana, oltre a una quota di minoranza nel polo integrato di Fusina per lo smaltimento dei rifiuti, una piattaforma tra le più importanti a livello europeo, che comprende due termovalorizzatori. «In questo modo cominciamo a realizzare il progetto d' integrazione per rami d' azienda delineato nel piano di Veneto Sviluppo presentato qualche mese fa», precisa Salton. Una fuga in avanti che verrà rafforzata anche con l' adesione formale al memorandum presentato da Irene Gemmo, la presidente della finanziaria regionale Veneto Sviluppo, sulla base di un lavoro della Bain & Company, prevista per questa settimana. «Così si chiarisce senza ombra di dubbio la nostra volontà di procedere su questa strada», ribadisce Salton. Non manca che la firma delle altre tre ex municipalizzate coinvolte - Acegas-Aps di Trieste e Padova, Agsm Verona e Veritas Venezia - per procedere all' integrazione completa che darà vita alla quarta multiutility italiana per capitalizzazione di Borsa. Un player capace di giocare un ruolo importante sullo scacchiere nazionale. Il numero uno della società di Pieve di Soligo è già in trattative avanzate con i veronesi sull' apposizione di quella firma. Ma le resistenze dell' amministrazione comunale triestina a entrare in una galassia così marcatamente veneta rischiano di rallentare il processo, anche se il primo passo, l' ingresso di Ascopiave al 49 per cento in EstEnergy, la società di vendita del gruppo guidato da Massimo Paniccia, è già stato concluso nello scorso dicembre. Acegas-Aps giustifica la sua prudenza con l' attuale crisi dei mercati, che non consente una valutazione corretta delle rispettive capitalizzazioni di Borsa. «Tutti pensano di essere sottovalutati in questo periodo», commenta Salton. «Ma sono convinto - aggiunge - che l' aggregazione delle quattro grandi agirebbe da calamita per le piccole società circostanti e porterebbe a un' immediata rivalutazione delle quotate». D' altra parte le sfide che si profilano all' orizzonte esigono una certa rapidità d' intervento: «Se avessimo già raggiunto un soddisfacente livello di massa critica potremmo già competere sui mercati confinanti della nuova Europa, dove si stanno giocando partite importantissime in materia di servizi municipali e di distribuzione del gas e dell' energia elettrica». Un vero possibile Eldorado, dove un gruppo che unisce le forze delle municipalizzate del Nord Est d' Italia avrebbe concrete possibilità di espandersi. Ma prima ci vuole un colpo di acceleratore sull' aggregazione interna. E la condivisione di una volontà che per ora viene dal basso, per trasformarsi in progetto concreto.
8 gennaio 2007
Aem e Asm fidanzate con poca Letizia
Si ode a Milano uno squillo di tromba, a Brescia risponde uno squillo e la battaglia è servita, con Giuliano Zuccoli nei panni di Filippo Maria Visconti e Renzo Capra del conte di Carmagnola. I preparativi alle nozze Aem-Asm, che sembravano procedere spediti, si stanno incagliando sui nodi del concambio e della governance. Già a partire dalla presentazione del piano industriale della superutility da 9 miliardi di euro - definito dai bresciani «condizione necessaria ma certamente non sufficiente per la conclusione dell' eventuale progetto d' integrazione» - si era capito che la trattativa si stava sfilacciando. Riserve Le riserve di Asm, considerata un' azienda modello nel panorama delle utility italiane, sono soprattutto di tipo gestionale. Pionieri nella termovalorizzazione e nel teleriscaldamento, i bresciani hanno appena conquistato a New York il titolo di «migliore sistema del mondo» nel loro settore, trattando 760 mila tonnellate di rifiuti l' anno e producendo energia per il fabbisogno di 170 mila famiglie, oltre al riscaldamento per 130 mila abitazioni. «Andando a nozze con l' Aem, Asm corre un rischio gravissimo di mettere a repentaglio queste eccellenze», commenta Giulio Sapelli, ex presidente di Meta Modena, rifacendosi alla recente esperienza di fusione con Hera: «Ci vogliono grandi sinergie industriali e compatibilità gestionali per giustificare una fusione del genere, ma soprattutto maggiore chiarezza negli incastri societari». Sapelli si riferisce al problema delle relazioni fra Aem e Edf, che oggi condividono il controllo di Edison, seconda compagnia elettrica italiana. Edison è in mano al 70% di una holding paritetica tra Edf e Delmi, società di cui a sua volta Aem ha il 51% (il resto è spartito fra l' emiliana Enia, l' altoatesina Sel e soci finanziari), ma i francesi hanno anche una partecipazione diretta in Edison del 17%. Per ora la gestione è paritetica, ma in realtà Edf consolida il 50% di Edison e Aem ha, di fatto, poco più del 15. «Per unirsi con Asm - precisa Sapelli - Aem dovrebbe prima liberarsi dalla subalternità a Edf». Tra due anni «È vero che sull' operazione Aem-Asm incombe il nodo della governance di Edison - ribatte Andrea Gilardoni, docente Bocconi ed esperto di gestione delle utility - ma si tratta di un nodo destinato a sciogliersi nel giro di due anni, quando scadranno i patti parasociali alla base dell' alleanza tra Edf e Aem. Proprio per questo le nozze fra Aem e Asm vanno celebrate prima: per gli italiani sarà tanto di guadagnato presentarsi a quella scadenza con le spalle più larghe». Secondo Gilardoni, anzi, l' operazione Aem-Asm è ancora troppo timida: «Queste nozze dovrebbero essere solo il primo passo per arrivare a un' alleanza ancora più vasta, che potrebbe includere anche Hera». Per competere su un mercato dell' energia diventato ormai globalizzato, in pratica, bisogna puntare a costruire una Rwe italiana: «Solo con un peso specifico di quelle dimensioni si raggiungerebbe la massa critica adatta per tener testa alle altre utility europee». E chi mette i bastoni fra le ruote anche a questo primo passo, sostiene Gilardoni, «si assume una gravissima responsabilità nei confronti dei consumatori e del Paese». Più che i bastoni, nelle ultime settimane sono i coltelli che volano. A parte le perplessità dei bresciani, le maggiori difficoltà stanno sorgendo proprio a Milano, sul fronte interno. In casa Aem si respira aria costruttiva e si ribadisce l' intenzione di andare fino in fondo. Ma le discrepanze fra l' approccio del sindaco Letizia Moratti e di Giuliano Zuccoli, presidente e ad di Aem (oltre che presidente di Edison), sono sempre più marcate. Una frattura che pone un problema di governance non indifferente. Su questo tema, la Moratti ha spiegato che l' obiettivo è solo «di essere garanti verso i cittadini per dare loro servizi migliori a prezzi più competitivi». Ma la definizione del peso delle due amministrazioni comunali nella nuova superutility non è un nodo facile da sciogliere, perché la quota di Aem controllata da Milano (43,2%) è ben inferiore a quella di Brescia in Asm (69,2%). Anche se Asm vale complessivamente meno di Aem, l' obiettivo di un concambio alla pari resta lontano da raggiungere: nelle condizioni attuali, Brescia verrebbe a detenere nel nuovo gruppo una quota del 28%, mentre Milano avrebbe il 25%. E a Milano c' è già chi teme questo squilibrio in termini di controllo: «Non finiremo mica per farci governare dai bresciani?» Difficile rispondere a queste pretese campanilistiche con un neutro: governerà chi è più bravo e offre maggior valore aggiunto agli utenti. Incorporazione Il problema si potrebbe evitare con l' incorporazione in Aem del ciclo idrico (MM) e dei rifiuti (Amsa), in modo tale da creare massa e da rendere i modelli di business delle due società più compatibili. Ma anche questa operazione incontra notevoli difficoltà: il ciclo idrico è stato già escluso dal perimetro della fusione, mentre l' Amsa dovrebbe essere incorporata nelle prossime settimane. Basterà? Sul fronte della governance la scelta sembra indirizzata verso il sistema dualistico alla tedesca, con la presidenza del consiglio di sorveglianza a Renzo Capra e la presidenza del consiglio di gestione e il ruolo di ad a Giuliano Zuccoli. Ma sulle cariche operative girano già anche altri nomi, come quello dell' ad di Fastweb Stefano Parisi, ex direttore generale di Confindustria. E non c' è dubbio che proprio su questo punto potrebbe incagliarsi tutto il meccanismo. A meno che i due sindaci, Letizia Moratti e Paolo Corsini, non riescano a prendere per le corna il toro che sta già scappando.
12 giugno 2006
Municipalizzate ancora troppo piccole
La partita dell' energia ormai è una partita globale. Per Andrea Gilardoni, direttore del master in Economia e gestione dei servizi di pubblica utilità della Bocconi, il problema della dimensione d' impresa delle utilities va visto in una prospettiva europea. «Da un lato - dice - bisogna accelerare il processo d' internazionalizzazione delle imprese italiane dell' energia, dall' altro favorire l' aggregazione interna fra gruppi di utilities per consentire la formazione di quattro o cinque poli capaci di competere fra loro». Il che non esclude, naturalmente, l' apertura del mercato italiano a soggetti stranieri. «La presenza di operatori internazionali è una preziosa opportunità per arricchire il sistema nazionale da molti punti di vista, tecnologici, finanziari e di approvvigionamento - dice Gilardoni -. Anche se, data la strategicità della materia energetica, questa presenza non dovrebbe mai diventare ragione di eccessiva dipendenza e perdita di autonomia». L' internazionalizzazione, quindi, è in cima all' agenda: «Con tutto il rispetto per l' importanza del libero mercato - fa notare Gilardoni - il ruolo del governo non va sottovalutato in questo campo: in tema di approvvigionamento è stato nel passato, ed è ancora oggi, decisivo. Non bisogna dimenticare, infatti, che in molti Paesi sono le compagnie di Stato a gestire le risorse energetiche. E ciò impone delle considerazioni di carattere più generale sul ruolo fondamentale della diplomazia». Di conseguenza non è pensabile, secondo Gilardoni, una completa privatizzazione di Eni ed Enel, né un ulteriore smagrimento dei due «campioni nazionali»: tranne per quanto riguarda Snam Rete Gas, che andrebbe scorporata dall' Eni per renderla neutrale come Terna. «Basta guardare che cos' è successo in questi giorni con la questione Suez, o durante l' inverno con i problemi di approvvigionamento del gas dalla Russia, per capire che Enel ed Eni devono andare nel mondo con alle spalle un governo ben deciso a sostenerle». D' altra parte, il governo dovrebbe avviare una politica capace di facilitare la crescita della competizione interna, favorendo le aggregazioni. «Un processo in questo senso è già bene avviato, con le aggregazioni nel Nord, attorno ad Aem Milano e a Hera, ma bisognerebbe allargare il raggio d' azione, creare concentrazioni più vaste». La strada per accelerare il processo di aggregazione non passa tanto attraverso un sistema di incentivazione diretta - precisa Gilardoni - bensì attraverso la rimozione di circostanze che, di fatto, scoraggiano l' accorpamento. «Utilizzando, ad esempio, il sistema delle gare per l' affidamento della distribuzione locale, e rafforzando l' obbligo di condizioni minime di sicurezza e qualità del servizio, si porta automaticamente le società più piccole a unirsi per sfruttare le economie di scala. Nella pratica, per una piccola società è spesso difficile ottemperare in maniera rigorosa a tutti gli obblighi su sicurezza e qualità. Già oggi si vedono gli effetti dei controlli dell' Autorità: una costante pressione del regolatore in questo senso ha l' effetto di spingere le società ad aggregarsi e a diventare più efficienti».
1 dicembre 2004
Prove di un matrimonio a Nord Ovest
Prove di un matrimonio a Nord Ovest. Mentre le aggregazioni fra utilities lombarde segnano il passo e a Nord Est la voglia di alleanze si scontra con una selva di veti incrociati, all'ombra della Mole le cose si muovono in fretta.
Nato con la benedizione dei due sindaci ulivisti, il genovese Giuseppe Pericu e il torinese Sergio Chiamparino, il progetto d'integrazione territoriale fra i due capoluoghi ha messo a segno in questi giorni un primo passo concreto: la genovese Amga e la torinese Smat si sono aggiudicate la gara per rilevare il 67% di Acque Potabili, in quota Italgas. L'acquisizione disegna i nuovi contorni di un'aggregazione in grado di servire circa 5 milioni di abitanti. L'alleanza idrica nata sull'asse Genova-Torino ha spazzato via concorrenti illustri come la francese Vivendi e la romana Acea, dopo mesi di resistenze da parte dell'Eni, che in un primo tempo aveva giudicato inadeguate tutte le offerte ricevute. Italgas ha dato il via libera solo grazie a un ritocco all'insù dell'offerta di Amga e Smat, che sono riuscite a portarsi a casa due terzi di Acque Potabili con poco più di 85 milioni e ora dovranno procedere al lancio di un'Opa sul resto. L'operazione rappresenta il primo risultato dell'alleanza sottoscritta in giugno fra le due società per attuare una strategia comune di crescita e di espansione territoriale, oltre che di razionalizzazione nell'ambito delle rispettive sfere operative.
Ma l'alleanza Amga-Smat s'inserisce nel più vasto disegno di aggregazione concordato tra i due sindaci anche in materia di elettricità e gas, che sta portando alla fusione di Amga con Aem Torino: le due ex municipalizzate hanno appena completato uno studio interno sulle possibilità di sinergie industriali fra le due società e hanno affidato alla McKinsey l'incarico di advisor per la formulazione delle soluzioni necessarie all'aggregazione. "McKinsey - spiega il vicesindaco di Genova, Alberto Ghio - ci ha chiesto quattro settimane di tempo per preparare la documentazione. Ci aspettiamo di poter analizzare le proposte entro la fine dell'anno". Fra gli aspetti più delicati, c'è quello della governance della nuova entità: gli advisor potranno seguire il modello della fusione vera e propria tra Amga e Aem, oppure la strada di costituire una holding finanziaria di partecipazioni controllata dai Comuni, a cui verrebbe attribuita una quota della holding industriale quotata in Borsa. Nell'uno e nell'altro caso, non si tratta certamente di un matrimonio all'acqua di rose. E già oggi ci si sta ponendo il problema della squadra da chiamare ai vertici di questa super-utility del Nord Ovest. Fra i nomi che girano con maggiore insistenza sul fronte della holding, quello di Paolo Cantarella - ex amministratore delegato della Fiat - è stato bruciato in fretta dall'opposizione dei genovesi, che lo considerano troppo sbilanciato verso la Mole. La presenza poi di Fabrizio Palenzona - vicepresidente di Unicredit e membro della Fondazione Crt - fra i consiglieri di amministrazione dell'Amga, di cui Crt ha contribuito a finanziare l'aumento di capitale, delinea un incrocio finanziario che rafforza l'unione. Sul fronte industriale, l'alleanza schiera da un lato l'ex ministro Franco Reviglio, oggi presidente di Aem, dall'altra l'ad di Amga Roberto Bazzano, un manager cresciuto all'interno della società e fortemente impegnato sul fronte delle alleanze territoriali.
L'ipotesi di aggregazione tra Aem e Amga è molto interessante per la complementarietà tra le due società, con Aem concentrata su energia e teleriscaldamento e Amga nell'acqua potabile e nel gas nei rispettivi bacini di riferimento, ma non è destinata a fermarsi qui. "L'accordo con Amga non potrà limitarsi a definire una nuova entità industriale fine a se stessa - spiega il direttore generale di Aem Torino, Roberto Garbati - ma dovrà essere intesa come primo importante passo di un percorso capace di aggregare le altre aziende energetiche locali che operano in Piemonte, Liguria e Valle d'Aosta". Alessandria e Vercelli per il Piemonte, Sanremo e La Spezia per la Liguria potrebbero costituire la prima serie di alleati, mentre si sta consolidando la penetrazione di Amga nel Piemonte meridionale, dove la società genovese è già insediata da tempo in una quindicina di comuni attorno a Novi Ligure ed è recentemente approdata a Tortona, aggiudicandosi la gara per la gestione del servizio idrico integrato e del gas. Ma è la Valle d'Aosta - dove Amga è già presente nella gestione del riscaldamento degli edifici scolastici e regionali - l'obiettivo più ambito dell'aggregazione, con le 29 centrali idroelettriche della Compagnie Valdotaine des Eaux (Cva) che ne fanno un'esportatrice netta di energia fra le più attive. Il sindaco Chiamparino ha già gettato un amo in direzione del presidente di Cva Francesco Guerrieri, ma per ora resta un dialogo a distanza. Con l'"oro blu" valdostano, che l'anno scorso ha prodotto quasi 3 miliardi di chilowattora venduti sul mercato libero a prezzi molto remunerativi, trattandosi di energia verde, la maxi-utility del Nord Ovest si presenterebbe come un campione a tutto tondo, capace di competere con i giganti nazionali, ma anche sul mercato europeo.
21 ottobre 2004
Utilities, aggregazioni a rilento
"Aggregazioni secondo logiche industriali, non politiche. E privatizzazioni vere, non di facciata". Questo - secondo Renato Brunetta, consigliere economico di Palazzo Chigi - è l'obiettivo del governo nella battaglia delle utilities, che "rischia di finire come quella fra i capponi di Renzo", se non si darà un colpo di acceleratore ai processi di fusione in corso. La spinta a cui pensa il governo consiste in uno sconto fiscale sulle cessioni di quote delle ex-municipalizzate e in altri meccanismi per incentivare le privatizzazioni. "Stiamo inserendo nella finanziaria - spiega Brunetta - una serie di premi e punizioni per indurre gli enti locali a vendere quote, senza se e senza ma. La trasformazione delle ex-municipalizzate in Spa è stata un passo avanti, ma non si capisce perché i Comuni debbano restare proprietari delle Spa". Il forte divario fra la privatizzazione formale e sostanziale delle utilities è sottolineato anche dall'ultimo rapporto di Confservizi: le Spa, che erano 650 all'inizio del 2003, sono oggi 710, ma gli enti locali prevalgono di gran lunga come unici proprietari (73%) o come azionisti di maggioranza (23,6%), mentre solo una piccola percentuale (3,4%) ha optato per una quota minoritaria. E l'identificazione fra Comuni e aziende dei servizi pubblici fa da barriera alle aggregazioni: "La frammentazione degli operatori italiani è la più elevata in Europa - commenta Brunetta - e se non ci sbrighiamo a privatizzare fra di noi, arriverà qualcun altro di dimensioni ben più consistenti che lo farà a nostre spese".
Fra le norme che Brunetta vuole ribaltare c'è anche il famigerato provvedimento, inserito nella finanziaria dell'anno scorso, che consente alle società pubbliche l'affidamento degli appalti senza gara. Sullo stesso punto batte anche Pier Luigi Bersani: “Prima di privatizzare bisogna liberalizzare, correggendo le norme illiberali che favoriscono le aziende pubbliche invece di stimolare la concorrenza. Prima viene la liberalizzazione, che spinge alla crescita e alle aggregazioni, poi la privatizzazione. Altrimenti si finisce per privatizzare i monopoli”. Secondo Bersani, il processo di liberalizzazione e privatixzzazione avviato con la riforma del mercato elettrico che porta il suo nome, “sta andando indietro, non avanti”.
In effetti il processo di aggregazione delle utilities italiane, per ammissione di tutti gli attori interessati, fa fatica a scaricare la pesante zavorra del campanilismo e dei contrasti ideologici. Dopo l'aggregazione di Hera nel 2002 e la fusione fra Acegas (Trieste) e Aps (Padova) nel 2003, nel settore c'è sempre molto movimento, ma di accordi nero su bianco se ne vedono pochi. Comincia appena a prendere forma il maxi-polo delle utilities lombarde, promosso dal governatore Roberto Formigoni: le 21 aziende coinvolte nel progetto-pilota costituirebbero da sole il quarto operatore nazionale nel gas, il terzo nell'energia elettrica e il primo nel settore idrico e nell'igiene urbana. Per ora il modello Formigoni punta a una holding leggera e non coinvolge operatori nazionali come Edison, che invece rientrerebbe nella vecchia idea del “polo elettrico” alternativo a Enel con Aem Milano e Asm Brescia, su cui sta lavorando anche Mediobanca. Sul progetto, caldeggiato dal presidente della commissione Attività Produttive della Camera Bruno Tabacci, pesa però l'incognita Edf, che in primavera potrebbe diventare la padrona assoluta del secondo operatore elettrico italiano. E nel frattempo su Edison ha messo gli occhi anche il gruppo Endesa, il gigante spagnolo dell'energia - già alleato ad Asm Brescia nella conquista di Elettrogen - che considera l'Italia il suo principale mercato d'espansione. Mentre gli ex-monopolisti europei si danno da fare, sulla via Emilia la trattativa fra Meta (Modena) e le utilities di Piacenza, Parma e Reggio Emilia, sembrerebbe naufragata. E l'alternativa dell'alleanza con Hera ancora distante. Nel Nord-Est, la voglia di Nes (che doveva raccogliere otto municipalizzate partecipate da oltre 130 Comuni veneti e friulani) sta incontrando parecchie resistenze. Il tandem fra Vesta e Iris - le utilities di Venezia e Gorizia, forze trainanti del progetto - si scontra con le aspirazioni di crescita di Acegas-Aps, rivolte sia verso il Friuli che verso il Veneto. Dai friulani di Cafc, una pedina importante nel gioco di Nes, agli udinesi di Amga, dai veronesi di Agsm a Asco-Piave, le alleanze restano così in bilico. Continua invece il processo di avvicinamento fra l'Aem di Torino e l'Amga di Genova e sembrerebbe in dirittura d'arrivo il matrimonio fra Asm (Brescia) e Bas (Bergamo). Ma non è mai detta l'ultima parola. Bas sembrava già convolata a giuste nozze con l'Acsm di Como, quando un ribaltone politico ha rimesso tutto in discussione. E da qui emerge la debolezza di fondo di queste alleanze: finché si tratterà di imparentamenti basati sulle affinità elettive dei sindaci di questo o quel colore e non sulle logiche industriali, sarà difficile approdare a risultati seri e duraturi.
20 settembre 2004
Varese Ligure, campione di ecologia
Nella battaglia contro l'effetto serra, l'Italia ha già una schiera di vincitori: da Aosta a Siena, da Rimini a Jesolo, da Cavriago a Laigueglia, tutte amministrazioni locali che hanno ottenuto una certificazione ambientale riconosciuta a livello europeo, con cui si attesta il loro spiccato impegno sul fronte dello sviluppo sostenibile. Negli enti locali certificati, in tutto una quarantina di Comuni e Provincie, vivono un milione e mezzo di fortunati italiani, che si godono il talento dei propri amministratori nella raccolta differenziata dei rifiuti, nell'ottimizzazione delle risorse idriche, nella prevenzione del dissesto geologico, ma soprattutto nella generazione di energia da fonti rinnovabili. La loro associazione si chiama Qualitambiente ed è presieduta da Maurizio Caranza, ex sindaco del primo Comune europeo a ottenere una certificazione ambientale: Varese Ligure.
Oggi Maurizio Caranza è l'assessore all'Ambiente di Varese Ligure, il borgo rurale più virtuoso dell'Unione europea. In dieci anni il Comune dell'entroterra spezzino, che attinge il proprio fabbisogno energetico unicamente da fonti rinnovabili, ha fermato lo spopolamento, triplicato il turismo, creato 140 nuovi posti di lavoro, raggiunto il 95% di agricoltura biologica ed è diventato il simbolo di una Liguria "pulita" che cerca d'invertire la rotta dopo anni caratterizzati da una disordinata crescita turistica e urbanistica. "Varese Ligure era un paese che stava morendo, ora è risorto", spiega Caranza, che pochi mesi fa ha ricevuto a Berlino dalle mani della commissaria Loyola De Palacio il premio dell'Unione europea Promote 100, riservato al comune rurale europeo che ha eseguito il più completo e originale progetto di sviluppo sostenibile. La storia recente del borgo spezzino, dove gli abitanti vivono sparsi in 27 frazioni dediti a pastorizia, agricoltura, commercio e turismo, è segnata da premi e certificazioni: Iso 14001, Emas e Promote 100 i più recenti. "Dieci anni fa - racconta Caranza - Varese non lo conoscevano neppure alla Spezia, era destinato a morire per spopolamento. Ci siamo dati da fare e puntando tutto sull'ambiente abbiamo ribaltato la situazione. Oggi la popolazione è stabile, con 15 nascite l'anno, e c'è anzi un piccolo afflusso di famiglie e aziende agricole attirate dall'aria buona e dalla natura incontaminata. Il turismo vive 6 mesi su 12, produciamo latticini, carne e verdure in eccedenza, tutto rigorosamente biologico". Per di più oggi Varese Ligure detiene anche il record di "supernonni": sono otto gli anziani di età compresa tra i 100 e i 103 anni e ben trenta quelli che oscillano tra i 90 e i 100, su un totale di 2.400 abitanti. Da qui i riflettori puntati sul borgo dell'alta Val di Vara da parte dei ricercatori dell'università di Bologna impegnati, per conto della Commissione Europea, in uno studio su undici paesi dell’Unione con alto tasso di longevi. L’immunologo Claudio Franceschi, che sta studiando i supernonni varesini, ritiene che la longevità sia determinata per il 75% dall’ambiente e per il 25% da fattori genetici.E qui l'ambiente è davvero ideale per vivere a lungo. Oggi Varese Ligure produce 4 milioni di Kw con due generatori eolici e ne sta installando altri due per raddoppiare le capacità dell'impianto. Un sistema fotovoltaico produce altri 23.000 Kw. E tutte insieme le installazioni consentono un taglio alle emissioni di ben 9,6 tonnellate di anidride carbonica. Solo l'impianto eolico fa risparmiare 8 tonnellate di anidride carbonica (presto saranno raddoppiate). "Inoltre con l'eolico - spiega Caranza - guadagnamo 30.000 euro l'anno grazie a un accordo con l'azienda pubblica Acam che gestisce l'impianto". Tutta la popolazione è coinvolta in questa sorta di esperimento virtuoso: i negozi, le locande, le piccole aziende e le cooperative hanno tutte la certificazione ambientale di qualità. Facendo gioco di squadra sotto l'attenta regia di Caranza, il paese ha così ridotto la produzione di rifiuti a 350 kg a testa contro i 530 di media della provincia, e ha incrementato la raccolta differenziata fino al 25% del totale. Inoltre 1.600 ettari di terre sono dedicati alla produzione biologica di carni e latticini, grazie all'allevamento di 2000 capi tra bovini e caprini. "Sono stato fortunato - racconta Caranza - perché da quando abbiamo ottenuto i primi risultati, tutti hanno cominciato a cercarmi per fare da cavia, dalla Regione al ministero dell'Ambiente. Abbiamo sperimentato il biologico, varie raccolte differenziate di rifiuti, il risparmio energetico, la produzione di energia da fonti rinnovabili". E i risultati sono sotto gli occhi di tutti.
12 febbraio 2004
Un oligopolio europeo dell'energia
In Europa sta nascendo un oligopolio dell’energia. «Se le utility italiane non daranno un colpo di acceleratore ai processi di aggregazione, finiranno per diventare facile terra di conquista per i colossi esteri». Andrea Gilardoni, direttore del master in gestione delle utility alla Bocconi e curatore di un Osservatorio sulle alleanze e acquisizioni delle utility locali italiane, sull’acceleratore ha messo tutto il suo peso: il progetto di aggregazione delle municipalizzate lombarde che il professore ha consegnato al governatore Roberto Formigoni non è ancora un fatto compiuto, ma sta dando molto da pensare nella regione più energivora d’Italia.
Lombard Utilities — secondo il piano delineato da Gilardoni insieme allo studio Sciumé Zaccheo e alla Bp Consulting su incarico dell’istituto di ricerca regionale Irer — potrebbe raggiungere una capitalizzazione di Borsa di 8,5 miliardi, unendo venti municipalizzate di natura diversa ma compatibile con una struttura federale simile a quella di Hera, la multiutility bolognese nata dall’aggregazione di 11 municipalizzate da Bologna fino al mare. Ancora niente a che fare con i colossi che si sono formati negli scorsi anni nei mercati liberalizzati prima del nostro, come Rwe in Germania o Vattenfall in Scandinavia, ma pur sempre un peso notevole in un panorama ancora estremamente frammentato. Con un patrimonio netto di 3,6 miliardi e un volume d’affari di 3,8 miliardi, Lombard Utilities potrebbe dare filo da torcere a Enel e in Borsa peserebbe da sola più di tutte le altre municipalizzate messe assieme. Naturalmente al momento attuale il condizionale è d'obbligo, ma come dice Gilardoni «tutte le grandi imprese sono nate da un sogno». Un sogno che a livello nazionale è molto sostenuto: "Il movimento di aggregazione delle multiutility è un passo decisivo per lo sviluppo industriale italiano e il governo segue da vicino sia il progetto lombardo che quello in corso nel Nord Est", sostiene Adolfo Urso, sottosegretario alle Attività produttive. "Le occasioni per le nostre ex-municipalizzate di competere con i concorrenti europei nell'Europa orientale, nei Balcani e anche nel bacino del Mediterraneo non mancherebbero, se avessero già raggiunto la massa critica sufficiente per andare all'estero. Rinchiudersi nel mercato italiano non può garantire la sopravvivenza".
"Sulla strada delle aggregazioni, che Aem pone da anni al centro delle proprie strategie, ci si scontra sempre prima o poi con il campanilismo dei politici", mette in chiaro però Giuliano Zuccoli, presidente di Aem Milano. "Certo è che crescere per linee di sviluppo interne ormai non può bastare per reggere la concorrenza con il mercato europeo, quindi va trovata al più presto una formula di aggregazione che metta d'accordo tutti. Il Gruppo Linea lungo la direttrice Cremona, Lodi, Mantova, Pavia è una buona cosa. Ma ci vuole un'aggregazione più vasta. Se sarà quella delineata nel progetto di Gilardoni, l'Aem non si tirerà certo indietro: abbiamo le competenze e abbiamo i numeri. Perché non provare?" Sul fronte della politica la risposta è Infrastrutture Lombarde, la nuova società regionale destinata a favorire lo start up di progetti infrastrutturali su tutte le reti, da quella idrica a quella elettrica a quella ferroviaria. Raffaele Cattaneo, presidente del consiglio di sorveglianza della società e vice segretario generale della giunta, è convinto della necessità di un disegno industriale complessivo per le multiutility lombarde: "Chi saprà trovare il giusto mix fra le ragioni industriali dell'aggregazione e le necessità politiche di proteggere le specificità locali avrà vinto questa partita", commenta Cattaneo. "L'avversario che va sconfitto - precisa Cattaneo - è il campanilismo, ma non bisogna dimenticare che i servizi di pubblica utilità sono molto radicati sul territorio e toccano corde delicate". Anche il presidente di Asm Brescia, Renzo Capra, vede nel progetto di Gilardoni notevoli difficoltà da superare: «Le nostre sono organizzazioni nate da storie diverse, con caratteristiche specifiche che vanno rispettate. Basta guardare in che condizioni si trovano oggi le banche dopo le fusioni. Sono ancora lì a leccarsi le ferite». Del resto le aggregazioni sono la conseguenza di un cambiamento che non si può evitare. E Capra invita le piccole municipalizzate a non aspettare l’ultimo momento per scegliere questa strada, «perché è meglio trattare da una posizione di forza che tendere la mano quando non si hanno altre vie d'uscita». Il progetto, del resto, parte dalla constatazione che anche in Italia qualcosa sta cominciando a muoversi. Dopo la nascita di Hera il processo di concentrazione in Emilia Romagna ha continuato a espandersi, da un lato con l’aggregazione dell’Agea di Ferrara al primo nucleo bolognese, dall’altro lato con l’alleanza delle municipalizzate di Reggio Emilia (Agac), Parma (Amps) e Piacenza (Tesa), sotto il cappello di Meta Modena. Se il progetto andrà in porto (e, malgrado le frizioni sulla spartizione delle cariche, ci sono buone probabilità che ce la faccia entro la scadenza di aprile), il nuovo blocco avrà un fatturato di 900 milioni di euro, che lo colloca direttamente alle spalle della stessa Hera, di Aem Milano e Acea. Sul fronte Nord-Est, secondo le ultime voci Aem Milano starebbe trattando per l’acquisizione di un 20% di Acegas-Aps, mentre sta cominciando a prendere forma Nes (Nordest Servizi), la maxi-utility concepita dal sindaco di Venezia Paolo Costa e dal presidente di Iris Gorizia Gianfranco Gutty, che comprende 12 municipalizzate del Veneto e del Friuli-Venezia Giulia. «Sarà sempre meglio condividere le proprie specificità con il campanile vicino che essere inghiottiti da un colosso francese, tedesco o scandinavo, con il pericolo di finire stritolati in un periodo di crisi com’è successo alle acciaierie di Terni», insiste Gilardoni, che presenterà la settimana prossima i risultati del suo Osservatorio sulle alleanze a un convegno a porte chiuse da dove spera di veder uscire un impulso nuovo verso il consolidamento: «L’importante è fare massa critica e aumentare l’efficienza, tagliando i costi grazie alle sinergie, in modo da diventare competitivi anche a livello europeo, perché pensare al mercato italiano come se fosse isolato dal resto è un grande errore».
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