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22.8.09

Addio alle vecchie lampadine, con qualche lacrima

Cala il sipario sulle vecchie lampadine a incandescenza. Da oggi cominciano a sparire dai negozi quelle da 100 watt in su: stop alle forniture. Dopo 130 anni di onorato servizio – da quel lontano 1879, quando Thomas Alva Edison iniziò a commercializzarle – i bulbi di vetro contenenti un filo di tungsteno stanno per uscire di scena, messi al bando sia dall’Unione Europea che dagli Stati Uniti. Il motivo è chiaro: con il loro stentato 10% di efficienza (il resto dell’energia immessa va disperso in calore), le lampadine a incandescenza sprecano troppa elettricità. La loro sostituzione con fluorescenti compatte, se fosse realizzata entro il 2015 in tutto il Vecchio Continente, porterebbe a un taglio di emissioni pari a 23 milioni di tonnellate di anidride carbonica, con un risparmio di 7 miliardi di euro. In Italia, invece, la messa al bando delle vecchie luci permetterebbe di tagliare 3 milioni di tonnellate di CO2 e di risparmiare 5,6 miliardi di kilowattora all’anno, con un beneficio di oltre un miliardo di euro ogni dodici mesi.Il nostro Paese su questo tema si era mosso prima di altri, con un articolo ad hoc della Finanziaria 2008, che prescriveva il divieto di mettere in commercio lampadine a incandescenza di qualsiasi potenza dal 1° gennaio 2011. Ma l’attuale governo ha rivisto le date per mandare in pensione l’incandescenza, adeguandole a quelle del resto d’Europa. Da oggi, quindi, cominciano a sparire le luci a incandescenza con una potenza maggiore o uguale a 100 watt, dopo un anno toccherà a quelle da 75 watt, nel 2011 alle 60 watt, fino al blocco totale nel 2016. Tra i produttori di lampadine, che nel 2008 hanno avuto un giro d’affari di 400 milioni, nessuno è contrario, anzi: la “rottamazione” dell’incandescenza a favore delle fluorescenti compatte potrebbe essere redditizia per loro. Un vecchio bulbo costa infatti un cifra non lontana da un euro contro i 7-15 euro delle luci di ultima generazione.Sono i consumatori, da un lato, e gli architetti della luce, dall’altro, a ribellarsi. Il motivo è semplice: le fluorescenti compatte saranno anche risparmiose, ma gettano sul tavolo da pranzo una pessima luce, che trasforma un’allegra cena fra amici in un funerale. Infatti nel Regno Unito, dove il governo si è mosso prima, anticipando il bando al 1° gennaio di quest’anno, i giornali gridano allo scandalo: “La grande rivolta delle lampadine”, titolava il Daily Mail a tutta pagina qualche settimana fa. E i piccoli negozi che avevano stoccato abbastanza incandescenti a 100 watt da riuscire ancora a venderle per molti mesi dopo il bando, hanno fatto affari d’oro, con file davanti alla porta per accaparrarsi i pochi bulbi rimasti, a prezzi doppi del normale. Si può star certi che la reazione degli inglesi si ripeterà nel resto d’Europa appena il divieto entrerà in vigore, come in una rappresentazione teatrale già vista.La sfida, per l’industria dell’illuminazione, sarà migliorare sempre di più questi prodotti, che però sono già migliorati tantissimo: le prime fluorescenti, qualche anno fa, facevano una luce ben peggiore, pur consentendo risparmi del 70-80% sui consumi. Non a caso l’illuminazione industriale si è già orientata in questa direzione: su circa 400 milioni di sorgenti luminose italiane, ormai più del 10% è fatta di fluorescenti a risparmio energetico. Ma c’è un paradosso: il mondo dell’illuminazione ecosostenibile, se da un lato consente di risparmiare sui consumi, dall’altro pone il problema dello smaltimento, visto che le fluorescenti contengono piccole quantità di materiali tossici come il mercurio, “che con un solo milligrammo – spiegano i ricercatori dell’Università americana di Standford – può comunque contaminare 4mila litri d’acqua”. Un problema che i produttori non si nascondono: se è vero che con queste nuove lampadine limiteremo le emissioni di anidride carbonica, è anche vero anche che da un punto di vista ambientale il loro bilancio di sostenibilità non è poi così favorevole, perché per produrle ci vogliono materiali più inquinanti. Ecco perché la scommessa è anche sulle nuove alogene, che coniugano un’ottima qualità della luce con un risparmio del 30% rispetto alle più comuni incandescenti e costano la metà delle fluorescenti. Ma i produttori puntano soprattutto sui Led, i diodi semiconduttori nati negli anni ’80, che emettono luce a partire da minuscoli chip di silicio. Peccato che oggi un 7 watt a Led, che esprime la potenza di un 35 watt, costi 30-35 euro e presenti caratteristiche d’instabilità che ne fanno una tecnologia non ancora matura per il mercato di massa.

Mario Nanni: "Decisione frettolosa e sbagliata"

"Il consumo eccessivo di energia elettrica non è dato tanto dall'utilizzo diffuso di lampadine a incandescenza, quanto dall'uso poco consapevole della luce in generale". Mario Nanni (www.marionanni.com), designer della luce e progettista romagnolo, titolare dell'azienda Viabizzuno, è uno dei più battaglieri avversari della normativa che manderà presto in soffitta le lampadine a incandescenza.
Perché?
"Sono convinto che anche in un'epoca come la nostra, in cui l'efficienza energetica è importante, ci possa essere spazio per tutte le sorgenti luminose, a patto di usare la potenza giusta per ogni ambiente e il consumo giusto in base alle necessità. E' inutile buttare via l'incandescenza a favore delle fluorescenti a basso consumo, se poi l'illuminazione non viene progettata bene, si lasciano le lampade sempre accese o se ne accendono troppe. Per non parlare del problema della qualità della luce".
E dunque?
"L'incandescenza è solo il capro espiatorio per ottenere un altro risultato, la riduzione dei consumi energetici complessivi. E' giusto: nei miei progetti, come ad esempio il Museo del Design alla Triennale, faccio molta attenzione a questo aspetto. Ma non si possono considerare solo i consumi finali, bisogna tener conto dell'intera filiera: la produzione delle fluorescenti compatte, ad esempio, implica consumi energetici notevolmente superiori e il loro smaltimento è molto più complesso e oneroso rispetto a quello delle comuni lampadine a incandescenza. Inoltre non tutti sanno che per i Led e le lampadine a ioduri metallici è necessario un alimentatore, che a sua volta consuma e quindi fa diminuire del 15% il rendimento dell'apparecchio".
Possibile che il legislatore si sia sbagliato così clamorosamente?
"Non dico questo. Ma se si vogliono tagliare le emissioni, sarebbe molto più efficace limitare per legge i consumi complessivi destinati all'illuminazione, lasciando poi al progettista la scelta delle sorgenti luminose più adatte, invece che mettere al bando una singola tecnologia".

2.8.09

L'energia del sole taglia il traguardo dei 500 megawatt

Tagliato il traguardo dei 500 megawatt di potenza per il fotovoltaico italiano. Il contatore del Gestore dei servizi elettrici, che indica gli impianti incentivati con il conto energia, ha dato per raggiunta quota 500 a metà giugno, per un totale di 39.753 impianti realizzati. Ma probabilmente siamo già molto oltre, perché il contatore del Gse registra le nuove installazioni con 40-50 giorni di ritardo. Se si guarda al numero di impianti, il primato lo detiene la Lombardia, ma se si considera la potenza in kilowatt, la regione leader è la Puglia. Detto in altri termini, il 25% degli impianti installati in Italia si concentra tra Lombardia e Puglia. Una volta tanto Nord e Sud riescono a camminare insieme. E se verranno superati gli ostacoli burocratici che si frappongono a ulteriori fasi di crescita del settore, il business del fotovoltaico diventerà ancora più interessante sia per il Nord che per il Sud, commentano gli esperti. Nel solo 2008, in Italia si sono registrati 338 megawatt di impianti installati (che hanno spinto il nostro Paese al quarto posto nel ranking internazionale dello scorso anno), due miliardi di euro di fatturato e la conseguente creazione di 15mila nuovi posti di lavoro.Questo risultato, sostengono gli operatori del settore, sarebbe stato ancora migliore se gli impedimenti creati dalle autorità locali per la costruzione di impianti di vaste dimensioni non avessero ritardato e bloccato progetti molto ambiziosi. Il grafico ci dice, ad esempio, che ci sono regioni come l'Emilia Romagna, il Piemonte e il Veneto, dove gli impianti sono anche più numerosi di quelli installati in Puglia, ma se si osserva la potenza complessiva si scopre che la Puglia, con un totale di 2.489 impianti, raggiunge una potenza superiore a quella dei 5.138 impianti installati in Lombardia. In Puglia, quindi, l'estensione di ogni singolo impianto è molto superiore a quella di altre regioni. Questo spesso dipende dalle resistenze di alcune amministrazioni locali nei confronti delle installazioni più grandi. Solo pochi giorni fa, gli imprenditori del fotovoltaico associati al Gifi-Anie hanno sottolineato in una nota come i ritardi nella semplificazione normativa stiano producendo un pericoloso rallentamento proprio nelle regioni più assolate ma più ostiche nella normativa: la Sicilia e la Basilicata. Il governo italiano, del resto, ha da tempo indicato l'obiettivo di raggiungere, entro il 2020, un mix energetico composto per il 50% da fonti fossili e da rinnovabili e nucleare per le due restanti quote del 25%. Quindi ha tutto l'interesse a spingere sull'acceleratore. Oggi la quota di rinnovabili si aggira intorno al 16%. In pratica, per raggiungere lobiettivo del governo, nei prossimi anni si dovranno installare oltre 20mila megawatt di nuovi impianti, il che vuol dire investire qualcosa come 40 miliardi di euro. Per raggiungere il target europeo, che è addirittura superiore, l'investimento lieviterà ulteriormente. Per tradurre in realtà questi obiettivi d'investimento, che le aziende del settore di dicono disponibili a sostenere, occorrono una serie di condizioni, prima tra tutte semplificazione e affidabilità nel tempo della normativa, essenziale per un business con tempi di ritorno decennali. Nell'immediato, quindi, si lavora all'approvazione delle linee guida nazionali per il procedimento di autorizzazione unica, in modo da superare le frammentazioni regionali. Il ministero dello Sviluppo Economico ha appena prodotto una bozza del provvedimento, che è attualmente all'esame delle organizzazioni di settore. Le nuove procedure, stando alla bozza, ruoteranno attorno al principio dell'autorizzazione unica e del silenzio-assenso da parte della Regione e della Provincia interessata. Il punto più problematico, contestato dalle associazioni di settore, è "l’invasione di campo del ministero dei Beni Culturali", la cui partecipazione è prevista in tutti i procedimenti di autorizzazione unica, anche quando i progetti non ricadono in aree vincolate. Altro nodo irrisolto è proprio quello della dimensione degli impianti: la bozza del ministero, infatti, esclude gli impianti superiori ai 20 kilowatt di potenza. Osserva Assosolare: "Ci pare limitativo escludere l’autorizzazione unica unicamente con il criterio delle dimensioni dell’impianto, posto che per altre rinnovabili il tetto è ben superiore".