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28 febbraio 2011

Petrolio: andrà a finire come nel 2008?

La domanda da cento milioni è: andrà a finire come nel 2008? Il 2011 è cominciato con il prezzo del Brent allo stesso livello: 94,5 dollari al barile nel 2008, 95,1 nel 2011. Nel 2008 fu l'intervento militare turco al confine con l'Iraq ad accendere la speculazione e poi il fuoco divampò con la crisi dei test atomici iraniani, portando il barile a quota 145 dollari all'inizio di luglio. Quest'anno siamo già oltre i livelli del 2008, quando il petrolio superò quota 100 solo a fine febbraio.

Ma per Leo Drollas, tra i principali esperti mondiali in materia, è improbabile che si arrivi ai livelli del 2008, perché oggi c'è meno speculazione pura sui mercati. In base ai calcoli del suo Centre for Global Energy Studies, le posizioni degli speculatori, confrontate con quelle di protezione dalle perdite assunte ad esempio dalle compagnie aeree, sono nettamente più contenute di allora e in calo costante dallo scorso settembre. "In più, la capacità produttiva inutilizzata quest'anno è molto più alta rispetto al 2008, quando era scesa sotto al 4% della domanda mondiale, mentre oggi si avvale anche della produzione irachena", ha spiegato a margine dell'International Petroleum Week di Londra. Drollas ha ammesso, però, che la situazione potrebbe precipitare da un momento all'altro se i disordini contagiassero i Paesi del Golfo: "La Libia è il primo produttore colpito dalla rivolta. Ora le compagnie petrolifere sono costrette ad andarsene. Se tutto va bene torneranno presto, ma ci vorrà comunque del tempo per riprendere la produzione. E se la rivolta dovesse estendersi ai Paesi del Golfo, allora i rischi per il mercato petrolifero diventerebbero altissimi. Di fronte a uno scenario simile è impossibile fare previsioni". A prescindere da questa ipotesi preoccupante, comunque, Drollas è convinto che le quotazioni del Brent siano destinate a rimanere alte anche sul lungo termine, sempre attorno ai 100 dollari al barile da qui al 2020.

La precipitosa fuga dai mercati emergenti, registrata nella prima settimana di febbraio dalla società di analisi Epfr, si può riallacciare all'ondata d'incertezza scatenata dalla violenza in Egitto e dal caro-greggio, ma non solo. In base al monitoraggio di Epfr, i mercati emergenti hanno perso ben 7 miliardi di dollari in investimenti azionari nei primi giorni del mese, altri 3 miliardi nella seconda settimana e oltre 6 miliardi nella terza. Da fine gennaio ad oggi, quasi 18 miliardi di dollari si sono spostati dai mercati emergenti a quelli sviluppati, principalmente verso gli Stati Uniti. Una cifra senza precedenti, per un'area che prima della fuga era arrivata ad attrarre 720 miliardi di dollari, di cui ben 95 affluiti solo nell'ultimo anno. All'interno degli emergenti, poi, c'è stato un travaso dall'Asia verso la Russia, su cui si sono riversati 1,22 miliardi dall'inizio dell'anno, mentre Cina e India insieme ne hanno persi 3 nello stesso periodo. Tutto merito delle risorse energetiche che caratterizzano il mercato russo e ne costituiscono la principale attrazione, di questi tempi.

La fiammata delle rivolte in Nord Africa e delle quotazioni petrolifere non sono l'unica ragione della fuga dagli emergenti. "Ma se un gestore stava già pensando di uscire, i disordini in Egitto gli hanno dato la spinta finale", commenta Cameron Brandt di Epfr. La paura dell'inflazione, spinta dai rincari degli alimentari e delle materie prime, è un altro fattore decisivo. Tutti i grandi emergenti, dalla Cina all'Indonesia, dal Brasile all'India, stanno combattendo il surriscaldamento dell'economia a colpi di rincari del costo del denaro: Pechino ha alzato i tassi per tre volte da ottobre, fino al 6,06%, Giacarta è intervenuta il 4 febbraio portandosi a quota 6,75%, il Brasile è stato ben più aggressivo, con quattro rialzi fino all'11,25%, e la banca centrale indiana è arrivata al 6,5% con sette correzioni.

Resta da chiedersi se la grande fuga è solo una reazione a caldo o si trasformerà in un trend stabile, come tendono a pensare molti analisti del settore. Salta all'occhio anche in questo caso la somiglianza con un ciclo analogo partito all'inizio del 2008, in parallelo con la fiammata dell'oro nero. Nel 2008 gli emergenti persero in complesso 40 miliardi e l'Msci Emerging Market Index scivolò del 54%. Considerando che allora i mercati sviluppati erano nel bel mezzo di una crisi nera, mentre oggi sono in fase di ripresa, quest'anno potrebbe andare anche peggio.


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