16 luglio 2007
Nucleare? Il modello giusto è finlandese
Nucleare, sì grazie. Nel dibattito sempre più acceso sull' eccessiva dipendenza del nostro Paese dagli idrocarburi, si stacca dal rumore di fondo una proposta: consorziamoci. Di fronte alle riserve del ministro dello Sviluppo economico Pier Luigi Bersani, che invita i nuclearisti a «fare due conti» invece di dare tutte le responsabilità agli ostacoli politici, per la prima volta alcuni industriali italiani scendono sul piano pratico, ispirandosi al modello finlandese, dove la corsa al nucleare è già ripresa da anni con un reattore in costruzione e altri due in progetto. «Un intervento di consorzio su uno o due impianti nucleari di nuova generazione in Italia mi sembra fattibile - propone Giuliano Zuccoli, presidente di Edison e capo operativo di Aem Milano, oltre che della nuova superutility del Nord insieme ad Asm Brescia -. Il mio gruppo - sostiene Zuccoli - sta cercando di raccogliere le compagnie elettriche su questo progetto. La logica suggerisce di unire le forze: ma ci vuole un consenso generalizzato, perché se qualcuno resta fuori si metterà a fare opposizione». Gli fa eco Giuseppe Pasini, amministratore delegato del gruppo Feralpi e presidente di Federacciai: «Qualsiasi iniziativa si apra sul nucleare, noi acciaieri saremo disponibili a partecipare, per abbattere i costi del kilowattora e aumentare la sicurezza degli approvvigionamenti». «Non si può puntare solo sulle fonti rinnovabili, ancora troppo poco efficienti - fa notare Pasini -. Ma per smussare l' opposizione dell' opinione pubblica al nucleare, basata su informazioni sbagliate, ci deve venire incontro la politica». La politica, per ora, sta a guardare. «Cominciare oggi da zero un programma nucleare - ipotizza Bersani - significherebbe mettere in bolletta una quota di prezzo molto alta: non si può discutere di nucleare, come di qualsiasi altro progetto, senza conti alla mano». È proprio questo che le imprese elettriche italiane e le industrie più energivore stanno facendo, insieme. Zuccoli vede bene il modello finlandese proprio per il vasto consenso che è riuscito a raccogliere nel Paese, dove le comunità locali si contendono i nuovi impianti, considerati un volano per lo sviluppo tecnologico del territorio. Un' alleanza di sessanta produttori, distributori e consumatori di elettricità ha consentito di finanziare la nuova centrale, che entrerà in funzione nel 2010, senza alcun costo aggiuntivo sulla bolletta elettrica e senza sussidi statali. «Solo un sodalizio di questo tipo può far uscire l' Italia dal vicolo cieco in cui si è cacciata, ma la scelta va fatta oggi, se non vogliamo che domani i nostri figli ci maledicano», insiste Zuccoli, che prevede uno scenario devastante per l' Italia da qui a dieci anni senza l' opzione nucleare: «Avremo molto più inquinamento che all' estero, l' energia sarà più cara e l' approvvigionamento più incerto». Per realizzare il suo progetto, Zuccoli punta alla collaborazione con partner internazionali: il pensiero è alla svizzera Atel, di cui Aem detiene il 5,8%, ma anche ai francesi di Edf, attraverso Edison. «Bisogna inserirsi nella rinascita del nucleare - sottolinea Zuccoli - ora che l' industria europea si sta muovendo per rimpiazzare le centrali obsolete, come in Francia o in Finlandia». La novità del modello finlandese sta nella capacità di coniugare i costi del nucleare con un sistema elettrico europeo pienamente liberalizzato, senza favoritismi da parte dello Stato o pianificazioni di stile sovietico. «L' esperienza finlandese - spiega Alessandro Clerici, presidente del gruppo di lavoro del World Energy Council sul futuro del nucleare in Europa e coordinatore della task force confindustriale sull' efficienza energetica - parte dalla fondazione di Tvo, formazione di una società senza scopo di lucro cui partecipano 60 imprese della domanda e dell' offerta, impegnandosi a prelevare ciascuna pro quota tutta l' energia prodotta dal nuovo impianto di Olkiluoto con dei contratti take or pay di lungo termine».
22 giugno 2007
Il boom del private equity: barbarians at the gate?
In The Manchurian Candidate, il film di Jonathan Demme, un fondo di private equity per la prima volta svolge la parte del cattivo, della potenza oscura che cospira per controllare il cervello del presidente degli Stati Uniti. Hollywood è un termometro accurato, non solo di ciò che è popolare, ma anche dei timori degli americani.
I timori nascono dalla crescita smisurata di questo mercato (agli inizi degli anni Ottanta era quasi inesistente, oggi viene stimato sui 1.300 miliardi di dollari) e crescono confrontandosi con la sua stessa natura: non essendo in genere quotate, tranne Blackstone che ha appena compiuto il grande salto, le società di private equity sono poco trasparenti e inaccessibili ai comuni investitori. I loro padroni, volto nuovo del capitalismo americano, sabituati a muoversi in silenzio, non rilasciano interviste, spesso nessuno li ha mai visti in faccia. E navigano bene in quest'aura di mistero.
Ma con le ultime operazioni, sono diventati troppo grossi per continuare a nascondersi. Cerberus si è appena comprato Chrysler. Colony Capital ha conquistato la libica Tamoil. La compagnia elettrica Txu è andata a Texas Pacific (pretendente anche di Alitalia nella prima fase) per 45 miliardi di dollari. Equity Office a Blackstone per 38 miliardi. Hospital Corporation of America, per 32 miliardi, a Kohlberg Kravis Roberts. Queste operazioni battono il record segnato dalla famigerata vendita della Nabisco a Kkr per 30 miliardi nel lontano '89 e rispecchiano il salto di qualità di un settore a lungo osteggiato ma ormai inarrestabile.
"Barbarians at the Gate", il libro scritto dai giornalisti Bryan Burrough e John Helyar per raccontare l'acquisizione della Nabisco, all'incrocio fra il tramonto dell'edonismo reaganiano e le prime luci dell'alba delle dot-com, ha venduto milioni di copie e affibbiato per sempre il nomignolo di barbari ai fondi di private equity, definiti anche liberamente locuste o avvoltoi, a seconda delle situazioni. Ma ora che i barbari sono davvero alle porte, conviene andare più a fondo del semplice episodio di cronaca, perché ormai un euro ogni quattro spesi in acquisizioni viene da loro. Standard & Poor's calcola che nel 2006 le operazioni di private equity abbiano raggiunto un valore totale di 430 miliardi di dollari, più o meno equamente distribuiti fra America ed Europa. Nel 2001 erano a 40 miliardi in tutto. In Italia, a dire il vero, si è visto poco: appena 3,7 miliardi sui 220 spesi in Europa. Il bello, quindi, deve ancora venire. Ma indubbiamente arriverà, con il consueto ritardo che ci caratterizza sempre. Già si è visto un primo assaggio con l'ingresso di Permira in Valentino, avviato verso il delisting.
Basterà poco, quindi, per dipingerli al largo pubblico come una congiura dei potenti ai danni dei piccoli risparmiatori. Ma lungi dall'essere un'oscura forza del male, il private equity è un propellente essenziale, una componente fondamentale del miracolo americano degli ultimi quindici anni, con un aumento della produttività quasi doppio rispetto all'Europa. Per crescere è necessario cambiare. Nuove imprese devono nascere e le imprese esistenti devono ristrutturarsi o chiudere. In queste delicate fasi congiunturali, il modello di società a capitale diffuso presenta diversi svantaggi. L'incertezza è troppo elevata e le scelte da farsi troppo rischiose per affidarle al giudizio volubile del mercato azionario. È necessaria quindi una proprietà concentrata per far ricadere costi e benefici su chi fa queste scelte. E per finanziare la creazione o la ristrutturazione di un'impresa serve un investitore con sufficienti risorse per accompagnare l'impresa nei momenti difficili. Questo investitore deve anche avere la capacità e il tempo per consigliare l'impresa.
Una volta questo mestiere era riservato ai super ricchi, ma non sempre costoro (soprattutto se hanno ereditato le loro fortune) hanno il fiuto per individuare gli investimenti più profittevoli. E in ogni caso il loro numero è limitato. Il private equity ovvia a questa carenza. Il private equity e il venture capital raccolgono da fondi pensione e investitori istituzionali le risorse da investire in società da ristrutturare e start up. Che gli investitori individuali ne siano generalmente esclusi non è un gran male, perché questi investimenti sono troppo rischiosi per il loro portafoglio. È grazie al private equity che nuove imprese come Apple e Microsoft, Netscape e Yahoo, Google e YouTube hanno avuto successo. E che gli Stati Uniti sono diventati leader nel settore informatico e in Internet, trasformandosi da obsoleto gigante industriale in potenza del terziario avanzato.
Questo non significa che, come in tutti i mercati, non ci siano eccessi ed abusi. Nel venture capital, il pericolo maggiore sono gli eccessi. Alla fine degli anni Novanta l'enorme afflusso di fondi contribuì alla bolla speculativa: centinaia di milioni di dollari furono sprecati nell'illusione di creare il nuovo Amazon.com. Nel buyout market, quello su cui si muovono i fondi di private equity, il rischio più consistente è quello di abusi. Il caso più eclatante è quando una società quotata viene acquisita con l'appoggio del management. Grazie alle informazioni privilegiate di cui dispone il management, l'offerta di acquisto può essere formulata al momento in cui l'azienda è più sottovalutata dal mercato. Per evitare questo rischio esistono precise regole di disclosure, ma non sempre queste regole funzionano e il management - come sapientemente descritto nel libro di Burrough e Helyar - gode di un vantaggio significativo.
Il rischio maggiore dei buyout fund, come sottolineato di recente dall'Economist, è per i suoi investitori. Uno studio di Steven Kaplan e Antoinette Schoar dimostra che, al netto delle commissioni, questi fondi rendono quanto l'indice di Borsa. Ma assumono molto più rischio. In media le imprese che compongono l'indice borsistico americano hanno un livello di debito pari al 30% del capitale investito. Mentre le imprese acquisite dai buyout fund hanno un debito pari all'80% del capitale. Le attività dei buyout fund sono quindi esposte alle fluttuazioni di mercato in misura più che doppia di un investimento nell'indice. È come se si comperasse l'indice di Borsa prendendo a prestito più di metà del capitale. Perché allora fondazioni, fondi pensioni, e celebri università continuano a investire nei buyout fund? Perché si trovano impossibilitate a effettuare direttamente investimenti così rischiosi. Quale fondazione potrebbe giustificare al suo consiglio di amministrazione di prendere a prestito per investire nell'indice? Il vantaggio dei buyout fund è che non sono costretti giornalmente a valutare a prezzi di mercato le loro partecipazioni: così facendo rendono più appetibili agli investitori istituzionali attività molto rischiose.
Ma nonostante i benefici che hanno generato, i fondi di private equity restano sotto accusa. Forse per l'inquietante somiglianza di chi li controlla con i vecchi padroni delle ferriere, figli di quei robber barons che hanno dato origine al capitalismo moderno. I nuovi padroni sono gente schiva. Da Bill Conway e David Rubenstein, i pionieri di Carlyle, a Steve Schwarzman e Pete Peterson di Blackstone, da Henry Kravis e George Roberts di Kohlberg Kravis Roberts a Stephen Feinberg di Cerberus, passando per David Bonderman di Texas Pacific Group, sono quasi tutti cervelloni di umili origini, partiti dalla finanza pura per passare a occuparsi di management, con un occhio fisso ai profitti. Le loro passioni sono politically correct, anche se talvolta scivolano negli eccessi da parvenu. Bonderman e Schwarzman, ad esempio, condividono la passione per il rock: l'uno ha chiamato i Rolling Stones a suonare per il suo sessantesimo compleanno, l'altro Rod Stewart. Ma non è solo questo. Come ogni padrone delle ferriere che si rispetti, i nuovi robber barons non devono render conto a nessuno dei loro numeri e delle loro decisioni, essendo le loro aziende private, non quotate in Borsa e quindi non obbligate ad alcun tipo di trasparenza.
Nei Paesi dove il capitalismo di mercato funziona e dove i padroni delle ferriere, pubblici o privati, non esistono più, è naturale che l'ascesa di questi signori faccia innervosire qualcuno. E' il modello basato sulle public companies, rese grandi dalla raccolta di capitali presso una miriade di risparmiatori passivi di lungo termine, che si ribella al proprio tramonto. Un modello che ha i suoi difetti, come tutti i sistemi maturi. Dove i padroni sono deboli, i manager sono spesso troppo forti. I loro compensi troppo alti. E le loro azioni troppo poco controllate. Da Enron a Parmalat, si è ben visto che anche le aziende quotate in Borsa possono sfuggire di mano. Ma è un modello che viene identificato da molti con un'epoca d'oro di crescita democratica delle società industrializzate.
In Italia è tutta un'altra storia, perché grandi multinazionali sostanzialmente non ce ne sono, come dimostrato dall'ultimo rapporto dell'ufficio studi di Mediobanca. E quelle poche che abbiamo (Eni, Enel, Finmeccanica) comunque sono controllate dallo Stato o da singole grandi famiglie, come la Fiat. Il modello anglosassone delle public companies non ci ha mai intaccati. Quindi ben vengano i buyout fund. Non abbiamo niente da perdere e tutto da guadagnare.
10 giugno 2007
Le nuove Sette Sorelle
Nuove tecnologie, nuovi scenari. L'evoluzione dei mezzi di produzione migliora l'efficienza e sposta gli equilibri fra manifattura e terziario. Succede così in quasi tutti i settori, ma non nell'energia. Un campo ancora dominato dagli idrocarburi, dove la produzione invece che avanzare va indietro. Non per carenze tecnologiche, ma per motivi politici. La rinascita del nazionalismo nei Paesi petroliferi, dal Medio Oriente al Sudamerica, sta costando carissima al resto del pianeta: 2 miliardi e mezzo di dollari al giorno, centesimo più, centesimo meno.
E' questa la differenza di prezzo che oggi paghiamo per soddisfare il fabbisogno quotidiano di petrolio dell'umanità, dopo quattro anni di caduta della produzione e di aumento costante delle quotazioni, che a metà 2003 si aggiravano sui trenta dollari al barile e oggi superano ampiamente i sessanta, senza grandi prospettive di riduzione nel prodssimo futuro. In quattro anni di trasformazione radicale dell'industria petrolifera, la bolletta energetica del pianeta è più che raddoppiata. Nell'ultimo decennio, addirittura, è quadruplicata. Ormai l'economia globale si è sintonizzata su questo aumento stratosferico, analogo a quello che causò la catastrofica crisi petrolifera a cavallo tra fine anni Settanta-inizio Ottanta, e lo dà quasi per scontato. Ma i motivi alla base di questo aumento pesano drammaticamente sulle prospettive future dell'economia mondiale, che non ha ancora trovato una valida alternativa al petrolio per mandare avanti i suoi ingranaggi. L'evoluzione a cui stiamo assistendo, infatti, non è ancora completa.
In questi quattro anni un nuovo gruppo di compagnie petrolifere ha spazzato via i leader che avevano dominato il settore nel mezzo secolo precedente. Delle famose sette sorelle di matteiana memoria, oggi rimane ben poco. Nel processo di consolidamento avvenuto negli anni Novanta, la Standard Oil of New Jersey, la Standard Oil of New York e la Gulf Oil sono confluite nella ExxonMobil, la più potente di questo gruppo. La British Anglo-Persian Oil Company, oggi BP (Beyond Petroleum), viene per seconda. Poi c'è la ChevtonTexaco, in cui è confluita anche la Standard Oil of California. Infine la Royal Dutch Shell. Nomi ancora altisonanti, che Wall Street continua a riverire. Ma a ben guardare le sorelle superstiti sono da tempo in preda a una grave crisi d'identità. Questi quattro colossi, che nei primi anni Cinquanta facevano arrabbiare Enrico Mattei dettando le regole di un mercato che dominavano largamente, oggi producono complessivamente non più di un decimo degli idrocarburi mondiali e ne posseggono solo il 3 per cento delle riserve. Di conseguenza, non dettano più legge a nessuno. Malgrado siano le migliori sul mercato, sia dal punto di vista tecnologico che patrimoniale, sono costrette a chinare il capo di fronte ai vari tiranni che controllano le riserve mondiali e alle nuove dominatrici del settore, le compagnie petrolifere statali dei Paesi produttori.
Le nuove sette sorelle, identificate in base ai livelli di produzione ma soprattutto alle riserve, appartengono a una categoria tutta diversa. Sono la saudita Saudi Aramco, la russa Gazprom, la cinese Cnpc, l'iraniana Nioc, la venezuelana Pdvsa, la brasiliana Petrobras e la malese Petronas. Tutte di proprietà statale, insieme controllano quasi un terzo della produzione mondiale d'idrocarburi e oltre un terzo delle riserve. Malgrado ciò, i loro guadagni sono notevolmente inferiori rispetto alle rivali indipendenti, che hanno una struttura integrata verticalmente tale da arrivare, con le loro raffinerie e le loro catene distributive, fino al consumatore finale. Ma anche questo rapporto è destinato a modificarsi nel tempo, con il declino delle riserve occidentali: quelle americane hanno raggiunto il loro picco nel '79 e da allora scendono, così come anche la produzione europea nel Mare del Nord. Nei prossimi trent'anni, secondo l'International Energy Agency, il 90 per cento delle nuove produzioni verrà dai Paesi in via di sviluppo. Una svolta fondamentale rispetto ai trent'anni passati, quando il 40 per cento delle nuove produzioni veniva dai Paesi industrializzati e andava ad arricchire le compagnie indipendenti.
Saudi Aramco sarà la più attiva nelle nuove produzioni: il suo piano d'espansione prevede un aumento dell'output dagli attuali 11 milioni di barili al giorno (13 per cento del fabbisogno globale) a 15 milioni di barili. Con ciò, Riad consoliderà il suo ruolo di banchiere centrale del petrolio, in grado di aprire o chiudere i rubinetti dell'energia mondiale in base all'umore del momento. In verità, i sauditi siedono su un tale mare di riserve facili da raggiungere da giocare in un girone per conto proprio. Per gli altri non è tutto così facile. L'estrazione del petrolio, soprattutto in aree disagevoli come le acque profonde del Golfo del Messico o le zone artiche della Siberia, richiede delle capacità tecniche che non tutti hanno. Gazprom, ad esempio, non le ha. E non le avrà nemmeno nel prossimo futuro. Per non parlare di Nioc o di Petrobras. I governi che le controllano, infatti, tendono a incamerare gli utili succhiati dalle viscere della terra, per devolverli alle loro clientele politiche. In questo modo impediscono alle compagnie d'investire in know-how e tecnologia, riducendo gravemente le loro capacità di produzione.
Nel 2006 il presidente venezuelano Hugo Chavez, che ha recentemente sbattuto fuori dal Paese l'Eni e la Total con una campagna di espropriazioni, ha speso i due terzi dei guadagni della Pdvsa (circa 7 miliardi) per i suoi programmi sociali. In Iran, la Nioc continua a importare gas nonostante controlli il più grande campo di gas del mondo, scoperto nel 1990 sotto il Golfo Persico: i fondi che le servirebbero per sviluppare l'estrazione devono essere incanalati nei sussidi che mantengono il prezzo della benzina a 10 centesimi di dollaro al litro nel Paese. Il piccolo Qatar, che controlla l'altra metà del campo sulla riva di fronte del Golfo, negli ultimi quindici anni è diventato una potenza mondiale nel gas liquefatto, sfruttando quelle riserve in maniera molto più imprenditoriale insieme a ExxonMobil. E il governo del Kuwait, che sta seduto su un mare di petrolio, quarto per riserve nel mondo, ha ammesso che non sarà in grado di aumentare la produzione senza la collaborazione tecnica delle compagnie occidentali. Esempi analoghi non si contano.
In complesso, secondo i calcoli del Centre for Global Energy Studies di Londra, i fattori geopolitici legati al nazionalismo rampante in Iran, Nigeria, Russia, Kuwait e Venezuela hanno ridotto la produzione mondiale di idrocarburi di 7,8 milioni di barili al giorno dal 2000 a oggi, equivalenti al fabbisogno complessivo di Germania, Francia, Italia e Spagna. Ecco da dove viene l'aumento spropositato del prezzo del petrolio. E non è finita qui. Nel prossimo quarto si secolo, secondo le stime di Faith Birol dell'International Energy Agency, per adeguare le forniture alla crescita del fabbisogno mondiale sarebbero necessari 20mila miliardi d'investimenti, considerando anche la sete di energia delle potenze emergenti. Invece, andando avanti di questo passo, ci ritroveremo con un 20 per cento di petrolio in meno rispetto a quello che ci serve. Sembra una previsione azzardata, ma essendo l'industria petrolifera un pachiderma dai tempi lunghissimi, le stime di Birol sono perfettamente plausibili. E' molto difficile modificare un trend di questo tipo, dovuto alla politica e non alla tecnologia. Già oggi abbiamo perso troppo terreno, come si vede chiaramente dalle indicazioni del mercato. Perciò sarà bene che il mondo si attrezzi a sviluppare delle fonti alternative. O a ritornare al carbone.
4 giugno 2007
Nucleare: Romano riaccende la Sogin
Il destino di Arturo è segnato. Entrato in funzione a Caorso nel 1978 e spento nell' 87, dopo neanche un decennio di produzione elettrica nella campagna piacentina, 29 miliardi di kilowattora in tutto, l' ultimo reattore italiano da allora ha smesso di illuminare le nostre case ma ha continuato a essere curato da una nutrita truppa di tecnici. Nell' impianto, dopo vent' anni, sono ancora stoccate 190 tonnellate di combustibile irraggiato, destinate a essere trasferite in Francia per il riprocessamento, dopo la firma all' inizio di maggio dell' accordo con Areva. In una decina d' anni al posto della centrale dovrebbe ritornare un «prato verde». Come se l' esperienza nucleare fosse solo un brutto sogno da dimenticare. Ma è davvero così? Massimo Romano, l' uomo chiamato dal Tesoro a rivoltare Sogin come un calzino dopo gli scandali della passata gestione, non sembra per niente d' accordo. Concluso un decennio di lobbying per l' Enel, il potente responsabile degli affari istituzionali e delle strategie dell' ex monopolista elettrico è andato ora a guidare con il medesimo spirito combattivo la società pubblica cui è affidato lo smantellamento delle quattro centrali atomiche italiane di Trino, Caorso, Latina e Garigliano, oltre all' impianto di fabbricazione del combustibile di Bosco Marengo e i centri di ricerca ex Enea di Saluggia, Casaccia e Trisaia. Un salto mortale da un colosso multinazionale con 60mila dipendenti a un' aziendina di nicchia, in cui Romano vede però «grande potenziale». Sogin è l' unico strumento rimasto in mano al Paese per mantenere vivo il know how nucleare, raccolto in un quarto di secolo di attività, dall' entrata in funzione della centrale di Latina nel ' 64 al blocco dovuto al referendum dell' 87. Ma bisogna agire in fretta, prima che vada perso. «Sulla destinazione delle aree - spiega Romano - non spetta a Sogin decidere, come non spetta agli operatori industriali qualunque decisione relativa al ritorno al nucleare in Italia. Ma se un giorno si verificassero le condizioni per un ritorno, sarà determinante non aver disperso la vocazione industriale di alcune porzioni del territorio italiano che per decenni hanno sviluppato una cultura della convivenza con l' attività nucleare». Mantenere un piede nella porta, quindi, è la sua mission. Non sarà una mission impossible, ma quasi. Dopo un buco di vent' anni, in cui si sono spesi oltre 800 milioni di euro solo per il mantenimento in sicurezza dell' esistente, non è facile riprendere il filo del discorso. «Nel ciclo nucleare l' attività di decommissioning non ha minore dignità di quella relativa alla costruzione e all' esercizio degli impianti», precisa Romano. «Nei prossimi quindici anni, tenuto conto che molte centrali si avvicineranno a fine vita, questo mercato sarà ancora più significativo: Sogin e il sistema industriale italiano devono cogliere l' occasione per ritagliarsi uno spazio adeguato, in particolare in Russia e nei Paesi dominati dalla tecnologia russa, che rappresentano larga parte del mercato mondiale e dove operiamo già da anni sia in ambito civile che militare». È necessario però un ripensamento radicale del modello di business. Con 784 dipendenti e un giro d' affari di 121 milioni di euro, «non c' è dubbio che Sogin appaia ridondante in relazione alla sua missione e al fatturato realizzato», commenta Romano, soprattutto se la si confronta con i competitor esteri, dalla britannica Nda (1.417 milioni di fatturato con 220 dipendenti) alla belga Ondraf (100 milioni di fatturato con 62 addetti). Per non parlare dell' età media del personale: 57 anni i dirigenti, 50 i quadri (contro medie del settore di 50 e 47). Il riassetto punterà a fare in modo che anche in Italia «il decommissioning abbia costi e tempi allineati agli standard internazionali». A partire dal risanamento di Bosco Marengo, dove ci sono le condizioni per completare il lavoro in 24-30 mesi, dopo il lungo sonno delle autorizzazioni. «Sui ritardi accumulati, oltre alle difficoltà autorizzative, ha pesato una sostanziale ambiguità del modello di Sogin», ammette Romano. «Per rimettere in moto il processo - indica - alla cultura tecnica bisogna aggiungere una cultura gestionale che manca». Sarà sufficiente per risvegliare la bella addormentata nel bosco del nucleare italiano?
1 giugno 2007
Dale Jorgenson
Nel giugno del 2003 uscì su Harvard Business Review un articolo di Nicholas Carr intitolato "Perché l' IT non è più importante". Una bomba. Per l' industria americana, che sull' information technology aveva basato un balzo di produttività tale da indurre nel mite Alan Greenspan la convinzione di aver scoperto il moto perpetuo (ovvero la crescita senza inflazione), l' articolo di Carr fu a dir poco un insulto. Per Dale Jorgenson, uno dei massimi esperti mondiali di crescita e nuove tecnologie, non è solo un insulto ma un atto di pericolosa arroganza.
Dunque gli investimenti in information technology continuano a essere importanti per la competitività delle aziende? «Molto importanti. L' information technology, particolarmente nei mercati dove non ha ancora dispiegato tutte le sue potenzialità, è un elemento di competitività essenziale. Rallentare il processo di svecchiamento, soprattutto nel settore dei servizi, dove l' Europa è molto indietro rispetto agli Usa, porterebbe a una deleteria involuzione».
Carr sostiene che l' IT è diventata ormai come l' elettricità o il telefono: qualcosa di cui non si può fare a meno, ma che non costituisce un vantaggio competitivo per nessuno. «Un discorso di questo tipo può valere al massimo per gli Stati Uniti, dove l' utilizzo delle nuove tecnologie è talmente pervasivo da renderle scontate. In un mercato dove la disponibilità di risorse è tanto vasta, la risposta al problema posto da Carr sta nello "utility computing". I manager americani puntano sempre di più ad acquistare le risorse informatiche da un fornitore specializzato, come si fa con l' elettricità o con le tlc, anziché costruirsi la propria centrale interna. Questo consente alle imprese di consumare una quantità di risorse variabile a seconda delle necessità del business, con una tariffazione a consumo».
E in Europa? «Ma in Europa e particolarmente in Italia, dove i servizi finanziari sono ancora erogati principalmente allo sportello e il commercio elettronico è ai primordi, è presto per porsi questo problema. Qui l' investimento in nuove tecnologie è ancora talmente basso e le opportunità di business per le imprese innovative talmente vaste, che vale la pena spingere l' acceleratore al massimo».
Che cosa emerge dai suoi studi sull' esperienza americana? «Analizzando l' esperienza degli Stati Uniti nel mio ultimo libro "Produttività" (Mit Press), ho identificato nel mondo delle imprese quattro settori che producono IT, 17 settori che la utilizzano in maniera massiccia e 23 settori per cui non è un fattore essenziale. Da questo studio risulta che i settori produttori e grandi utilizzatori abbiano svolto un ruolo assolutamente sproporzionato nella crescita economica americana dell' ultimo decennio. Questi settori rappresentano soltanto il 30 per cento del Pil americano ma hanno contribuito a metà dell' accelerazione nella crescita. Nel contempo, emerge che le vaste disparità di crescita nell' ambito dei Paesi del G7 dipendono proprio dal diverso impatto dell' IT sulle singole economie».
Dunque la lentezza nella crescita europea discende dal minore utilizzo delle nuove tecnologie? «Il balzo di produttività che ha sostenuto la crescita americana nel decennio 1995-2005 in Europa non c' è stato: qui la produttività è cresciuta della metà rispetto agli Usa. E in Italia ancora un po' di meno rispetto alle medie europee. E' chiaro che ci sia un legame fra questa differenza e il gap nella crescita economica fra le due sponde dell' Atlantico».
Da cosa dipende questa differenza? «Per sfruttare a fondo le potenzialità delle nuove tecnologie ci vuole la libera concorrenza e quindi un mercato unico, dove le imprese possano muoversi senza barriere su tutto il continente e competere da pari a pari. E' questo che manca in Europa, soprattutto nell' ambito dei servizi. Per i consumatori è un danno colossale».
Ma sono proprio le imprese, spesso, a resistere alle liberalizzazioni. Basta guardare cos' è successo nel caso della direttiva Bolkestein... «Solo gli incumbent resistono alle liberalizzazioni. Le altre imprese avrebbero tutto l' interesse a competere liberamente sull' intero continente: consentirebbe economie di scala gigantesche e un enorme efficientamento».
Ma spesso i nuovi entranti in un Paese sono gli incumbent in un altro e quindi si alleano fra di loro per mantenere le cose come stanno. «Come dice un mio amico europeo, è una guerra di trincea. Stanare i privilegiati e farli sloggiare dalle loro posizioni è un processo lento, che va avviato il prima possibile. La direttiva europea passata in dicembre è un buon strumento, anche se ha annacquato la Bolkestein. Ma va implementata in fretta, altrimenti l' Europa continuerà a perdere terreno».
28 maggio 2007
L'outsourcing colpisce anche i servizi sanitari
Dalla periferia di Filadelfia, dove il Crozer-Chester Medical Center accoglie ogni giorno centinaia di pazienti, alle colline di Gerusalemme il passo è breve: se mai vi capitasse di essere ricoverati durante la notte nel gigantesco ospedale all'incrocio fra Pennsylvania, Delaware e New Jersey, con una sospetta appendicite o con qualche osso rotto, le vostre radiografie verrebbero esaminate dal dottor Jonathan Schlakman e colleghi nel Media Medical Imaging di Gerusalemme, all'altro capo del mondo. Per chi lavora su immagini o altre informazioni facilmente trasferibili in forma digitale, la distanza ormai non è più un problema. Al momento solo 35 serie di radiografie al giorno vengono trasmesse da Filadelfia a Gerusalemme, ma più cresce la paga dei radiologi americani e i turni notturni diventano un lusso per gli ospedali, più radiografie finiranno in Medio Oriente - dove un radiologo costa la metà e dove splende il sole quando è notte a Filadelfia - per decidere se è il caso di operare subito o no.
Per ora Schlakman e compagni sono solo una manciata, ma lo sviluppo delle nuove tecnologie applicate alla medicina sembra destinato a trasformarli in una vasta schiera. La radiologia offshore è il primo esempio di telemedicina transcontinentale che potrebbe dare lo scrollone finale all'unità di luogo, tempo e spazio che fino ad oggi aveva caratterizzato il settore. Che bisogno c'è, infatti, di avere un radiologo a girarsi i pollici in ospedale, soprattutto di notte, quando si può far prima e risparmiare rivolgendosi a un radiologo indiano, sorta di traduzione medica dell'idraulico polacco? L'Europa, se si escludono alcuni timidi tentativi in Gran Bretagna, è per ora immune dalla versione offshore della telemedicina, riservata a reti diagnostiche che si arrestano ai confini nazionali. La stessa direttiva Bolkestein, dopo lungo protestare e mediare, si è fermata davanti al sacro tempio medico escludendo, di fatto, i servizi sanitari dalla liberalizzazione.
Ma nel selvaggio West i puledri dell'outsourcing galoppano e sono ormai centinaia gli ospedali statunitensi e canadesi che esternalizzano servizi medici essenziali a società in Israele, India, Pakistan, Cina, Brasile e Australia. Tutto ciò che corre dentro un filo è passibile di outsourcing. Come riferisce Robert Wachter, del dipartimento di Medicina dell'Università della California a San Francisco, oltre all'interpretazione delle radiografie, “il fenomeno sta investendo le terapie intensive, gli interventi di chirurgia a distanza e le cosiddette trascrizioni mediche: le unità di terapia intensiva elettroniche, per esempio, consentono al medico di seguire il proprio paziente anche in remoto, osservando l'andamento dei parametri vitali e intervenendo in
caso di bisogno direttamente via computer o allertando il personale residente”. Le trascrizioni mediche sono un caso ancora più peculiare di outsourcing. Da alcuni anni grosse compagnie forniscono a centinaia di ospedali nordamericani un servizio che consente ai medici di ottimizzare il proprio tempo. In che modo? Dettando casi clinici, diagnosi e prescrizioni a veri e propri scribi moderni, che si trovano dall'altra parte del globo e che devono avere pochi requisiti: comprendere lingua inglese e terminologia medica e, soprattutto, richiedere un compenso esiguo.
Da dove parte la tendenza a delegare servizi medici all'esterno di un ospedale e addirittura fuori dai confini di uno Stato? Di certo uno dei complici è lo sviluppo tecnologico, che ha portato alla digitalizzazione della medicina, ma altrettanto importante è la convenienza economica: un radiologo indiano guadagna circa 25mila dollari l'anno contro i 350mila di un collega americano. Oltre al risparmio di soldi e tempo, il teleconsulto e la teleradiologia potrebbero aumentare la qualità delle prestazioni, diffondendo la pratica del secondo parere e consentendo a comunità non servite da ospedali specialistici di fare riferimento a centri di eccellenza.
“Sono convinto che l’outsourcing in medicina non possa che migliorare il livello delle cure”, sostiene Paul Berger, un pioniere della teleradiologia, che ha fondato nel 2001 la NightHawk Radiology Services, leader americana dei servizi di radiologia notturna. Ma molti non sono del suo stesso parere. “Bisogna riflettere sulla qualità di queste prestazioni 'dislocate', che possono tradursi in un mero dumping in mano a operatori senza scrupoli”, sostiene Wachter. Il rischio di un declino qualitativo delle prestazioni mediche ha indotto il Congresso a consentire per legge il servizio medico in remoto solo a chi abbia ottenuto un'abilitazione professionale negli Stati Uniti. Tuttavia, si moltiplicano le segnalazioni di veri e propri ghost reader, ossia schiere di tecnici anonimi e meno qualificati che lavorerebbero a nome di pochi medici autorizzati a fornire teleconsulto. Anche la tutela della privacy rischia di uscire a pezzi dalla medicina 'dislocata', caratterizzata da flussi continui di dati clinici da una sponda all'altra dell'Oceano. Una legge bipartisan fatta approvare l'anno scorso da Hillary Clinton ha cercato di dare qualche regola rendendo obbligatorio il consenso dei malati a inviare i propri dati all'altro capo del mondo.
Ma la tendenza sembra inarrestabile. E va ad alimentare l'emorragia di posti di lavoro nei servizi - non più solo nel comparto manifatturiero - dall'Occidente verso i Paesi in via di sviluppo. “Nel secolo scorso - spiega Brad Delong, docente di Economia a Berkeley - chi lavorava la terra o in una fabbrica sapeva di essere in competizione con i lavoratori di continenti lontani, sapeva che le dinamiche del mercato globale possono far sparire il vantaggio di mantenere in Occidente la produzione, spazzando via il suo lavoro e il sostentamento della sua famiglia. Oggi si sta aprendo un nuovo capitolo: i cavi in fibra ottica, i satelliti e Internet stanno assumendo il ruolo svolto nel secolo scorso dai grandi transatlantici, che hanno minimizzato il costo del trasporto delle merci. Tutti i compiti di back-office, di elaborazione dati, di servizio clienti, di programmazione informatica, tutte le mansioni tecniche che si basano su un supporto cartaceo ora si possono spostare verso continenti lontani, esattamente come nel secolo scorso si è spostata una parte dei posti di lavoro agricoli o manifatturieri”. Per Delong, acceso paladino della globalizzazione, in fondo non c'è niente di male, anzi: “Questa riallocazione di posti di lavoro finirà per diventare una straordinaria fonte di crescita per l'economia mondiale nelle prossime due generazioni”. Giusto. Ma come spiegarlo al giovane radiologo disoccupato di Siracusa?
25 maggio 2007
Sumitra Dutta
Internet, cellulari, nanotecnologie, biotecnologie, biocarburanti. Le ondate dell' innovazione, che crea il futuro distruggendo il passato, si susseguono a ritmi sempre più serrati. «Per crescere non si può continuare a fare le stesse cose, solo più intensamente. Spremere profitti sempre più esigui dall' attuale ventaglio di prodotti, servizi e processi è una strategia perdente». Sumitra Dutta, guru indiano dell' innovazione e vice preside dell' Insead di Fontainebleau, non ha dubbi: «Se vogliamo mantenere la nostra prosperità, il sistema produttivo deve puntare a creare qualcosa di nuovo», una tesi già sostenuta nei suoi best seller "The Bright Stuff" e "Embracing the Net". Dutta è una delle pochissime intelligenze asiatiche di punta approdate ai vertici di una business school in Europa continentale, dopo aver sperimentato in prima persona i processi aziendali americani in Schlumberger e in General Electric, oltre alla potenza di fuoco del sistema accademico d' oltreoceano con tre anni d' insegnamento alla Haas School of Business di Berkeley. Ora è molto impegnato nello sviluppo di una politica europea dell' innovazione e presiede il panel Innova della Commissione Europea. La sua ultima fatica si chiama Global Innovation Index, con cui ha cercato di quantificare precisamente la predisposizione dei singoli Paesi all' innovazione.
Con cinque Paesi nella Top Ten e 11 nei primi 20, l' Europa non è messa malissimo, ma resta ben distante dagli Usa nei singoli punteggi... «Gli americani giocano in una lega a sé stante: godono di un ambiente ideale per stimolare l' innovazione e sono i più bravi a sfruttarla. Con l' eccellenza dei loro istituti di ricerca attraggono le menti migliori dal mondo intero, mobilitano i capitali necessari per mettere a frutto le loro idee e hanno i mercati più efficienti per farli circolare. In più, una massa di consumatori esigenti mantiene le aziende sempre sul chi vive. Malgrado ciò, si vede qualche crepa».
Dopo l' 11 settembre? «Sì, le misure di sicurezza hanno aumentato la burocrazia e reso il sistema un po' meno fluido, quindi meno attraente. Nel contempo, le economie asiatiche sono molto cresciute e quindi offrono più opportunità alle menti che una volta emigravano per forza. Prendiamo ad esempio la mia classe: su 25 diplomati all' Indian Institute of Technology di Delhi, siamo finiti quasi tutti negli Stati Uniti. Oggi, a distanza di vent' anni, la stessa classe avrebbe destinazioni molto più variegate. In particolare, per quelli che vogliono sapere dove va il futuro, la destinazione è chiara: andate a Oriente».
E' un' indicazione anche per le aziende? «Per tutti. Studenti, manager, imprenditori. L' Oriente sta prendendo velocità. Noi, come Insead, siamo molto più dinamici grazie al nostro campus a Singapore. Nel Global Innovation Index il Giappone, Singapore e Hong Kong si sono piazzati nella Top Ten. La Corea è al 19° posto. Ma è ancora più significativa l' avanzata dell' India e della Cina, a quota 23 e 29. La classe media di questi due Paesi sta entrando in un' area di benessere che potrebbe portarli a ridefinire i confini dell' innovazione. Già oggi la Cina ha 300 centri di ricerca, seconda solo agli Stati Uniti. E un' ambizione smisurata. Per le aziende internazionali la sfida globale più importante sarà di trovare il modo migliore per attingere a questa enorme forza trainante».
Ma l' Europa non doveva diventare "l' economia più competitiva e dinamica del mondo" entro il 2010, in base all' agenda di Lisbona? «Il sistema produttivo europeo è meno sclerotico di quanto si creda, ma la distanza che lo separa dagli Usa è ancora vasta. Regno Unito a parte, il resto d' Europa è molto più chiuso all' apporto esterno di capitale umano. I mercati finanziari sono frammentati e il flusso dei capitali meno sviluppato. Resta il fatto che la Germania (seconda dopo gli Usa) è il primo Paese esportatore del mondo e il Regno Unito (terzo) ha una straordinaria capacità di attrarre talenti».
L' Italia, al 24° posto, subito dopo l' India e poco più su della Cina, è in una posizione piuttosto scomoda... «L' Italia è un bellissimo Paese, ma non ha ambizioni. Sembra soddisfatta della sua inadeguatezza. La leadership è debole, mancano icone di successo. Se raccogliamo un gruppo di giovani per la strada e chiediamo: Chi è il Bill Gates italiano?, non ce lo sanno dire. Anzi, non capiscono bene il senso della domanda. Per superare l' impasse, ci vorrebbe una forte spinta da parte del governo. Ma nulla si ottiene senza fatica. No pain, no gain».
14 maggio 2007
Manca acqua dolce? La si paghi salata
Emergenza sì, emergenza no. Il deficit idrico che si ripropone ormai tutti gli anni, con caratteri particolarmente drammatici questa primavera, rischia di finire in una farsa, con da una parte il consiglio dei ministri che proclama lo stato di crisi e dall' altra gli sberleffi di chi suggerisce: «Guardate il cielo, piove». Il governo - risponde Pier Luigi Bersani - si è accorto che piove. Ma non saranno certo due giorni di pioggia in più o in meno a risolvere un problema che sta diventando cronico. Nell' ultimo decennio si è registrato un calo del 20% della portata dei principali fiumi italiani, con relativa riduzione della produzione idroelettrica. E non sarà il pacchetto di risparmio predisposto dalla Protezione Civile sotto la spinta dell' emergenza a rimettere sui binari il treno deragliato dell' approvvigionamento idrico nazionale. La crisi però può mettere in luce un dato di fondo: l' acqua è un bene prezioso. E come tale va pagata. Solo così gli italiani - famiglie, agricoltori e industriali - smetteranno di sprecarla. «Bisogna adattarsi agli effetti di un clima sempre più arido - commenta Mauro D' Ascenzi, presidente di Federutility, l' associazione che raggruppa tutte le utility italiane operanti nel settore dell' acqua e del gas - passando dalla lunga tradizione di politica della domanda a una nuova stagione della pianificazione e gestione della risorsa disponibile». In pratica, se i bacini naturali non sono più efficienti come una volta, è l' efficienza dell' uomo che deve sopperire alla loro funzione. «L' acqua, che un tempo veniva raccolta dai nevai e dai ghiacciai durante l' inverno e poi rilasciata a poco a poco nella stagione calda in cui più serve all' uomo, ora dev' essere raccolta e conservata da noi - sostiene D' Ascenzi -. Va distribuita in modo corretto senza disperderla e utilizzata con parsimonia, contenendo i consumi e incrementando l' efficienza degli usi». A partire da un settore strategico come quello agricolo, principale colpevole e al tempo stesso vittima di questa crisi. L' agricoltura in Italia si beve 20 miliardi di metri cubi all' anno di acqua, ossia il 49% del totale disponibile, una percentuale altissima (e probabilmente sottostimata), che ci pone ben oltre la media europea del 30%. Al secondo posto c' è l' industria che usa il 21%, quindi la rete civile per il 19%, infine il settore energetico, che tra produzione idroelettrica e raffreddamento delle centrali arriva all' 11%. L' utilizzo irriguo, oltre a prelevare di più, è anche quello che restituisce meno acqua all' ambiente, attorno al 50% rispetto al 90% che ritorna disponibile dopo gli usi civili e industriali. A prezzi irrisori. I cittadini italiani la pagano 52 centesimi di euro al metro cubo, la metà della media europea, ma sempre più del prezzo stracciato fatto agli agricoltori, che spendono fino a 100 volte di meno. E solo in pochi casi vengono fatturati i reali consumi agricoli: su 190 consorzi di bonifica, solo 10 li contabilizzano, mentre tutti gli altri fanno pagare un forfait annuo sulla base della tipologia di colture e degli ettari. Un sistema che non incentiva certo un consumo improntato al risparmio. La proposta che tutti gli esperti mettono al primo punto di una nuova politica dell' acqua, dunque, è la revisione completa del sistema di tariffazione. «Altro che acqua libera per tutti!», è la critica di Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente e autore di un prezioso libro bianco sull' emergenza idrica, a uno slogan spesso ripetuto nei raduni ambientalisti. «Anzi - insiste Ciafani - qui ci vuole un affondo della forza pubblica contro chi scava pozzi abusivi attingendo alle falde nel sottosuolo senza pagare un centesimo; ci vuole un censimento preciso dei pozzi, come prescritto dalla legge Galli del ' 94, mai applicata. Serve un meccanismo di premi e penalizzazioni che valorizzi le esperienze virtuose e gravi sui consumatori più grandi, come nel caso delle aziende d' imbottigliamento delle acque minerali, che pagano meno di un centesimo al metro cubo una risorsa che, messa in vendita sugli scaffali di un supermercato, a noi costa 500-1.000 volte di più, garantendo ai produttori profitti da capogiro». Stesso discorso sui consumi agricoli. «Bisogna cambiare - precisa Ciafani - il sistema della vendita a forfait, garantita dalla quasi totalità dei consorzi di bonifica». Solo così si spingeranno gli agricoltori a ripensare il sistema d' irrigazione, quasi totalmente fondato sulla modalità a pioggia, per riconvertirlo ai sistemi di microirrigazione e a goccia, che possono garantire almeno il 50% del risparmio di acqua utilizzata. «Per compiere questa piccola rivoluzione - propone Ciafani - il mondo agricolo dev' essere incentivato, magari con strumenti di agevolazione fiscale simili a quelli che promuovono l' efficienza energetica nell' ultima Finanziaria». E poi bisogna avviare lo sfruttamento per usi agricoli o industriali delle acque reflue, che oggi vanno perse. Per mettere in piedi questo sistema, ampiamente diffuso in altri Paesi mediterranei come la Spagna, bisogna anzitutto modificare il decreto del ministero dell' Ambiente, che nel 2003 ha fissato limiti alla carica batterica mille volte più stringenti rispetto a quelli previsti dall' Oms, impedendo in sostanza il riutilizzo. Un nuovo meccanismo di prezzo s' impone anche per la rete idrica ad uso civile, ridotta a un colabrodo che lascia per strada il 42% dell' acqua immessa (il primato è di Cosenza con il 70%). Per ripararla servono soldi. «Da dove vengono? Che io sappia - è la spiegazione di D' Ascenzi - o vengono dalle tasse o da un inasprimento delle tariffe. Bisogna industrializzare l' intero settore. Chi avvertirà di più la crisi idrica quest' estate non saranno le aree dov' è piovuto di meno, ma quelle dove l' acqua non è stata "industrializzata". In alcune zone c' è un sacco d' acqua eppure la gente muore di sete. In California piove molto meno che in Sicilia, ma hanno quantità incredibili d' acqua per attività irrigue».
Acqua: serve una vera Authority
La consapevolezza passa per la trasparenza. «Ma se i dati sul sistema idrico non ci sono, come fanno a essere trasparenti?». Questo, secondo Roberto Passino, nuovo presidente del Comitato di vigilanza sull' acqua per il ministero dell' Ambiente, è il problema fondamentale. Passino, che è anche direttore dell' Istituto di ricerca sulle acque al Cnr, ne sa qualcosa: «L' ultimo quadro aggiornato del fabbisogno lo abbiamo fatto noi dell' istituto nel ' 99 - dice -. Una ricerca molto approfondita, ma anche quella basata su stime, mai su dati a consuntivo, perché gran parte dei consumi non si pagano o vengono pagati a forfait. Dopo di che, il nulla. Come si può pensare di governare un sistema su queste premesse?». Appunto. A lei la risposta. «Non si può. Del resto, manca un' Authority unitaria, come quella per l' energia. Il sistema idrico è frammentato e difficile da controllare. La struttura dell' approvvigionamento potabile, che pure soffre di innumerevoli allacciamenti abusivi e falle di ogni tipo, è l' unica di cui si può tracciare un perimetro relativamente preciso, se non altro perché gestita da aziende che hanno interesse a farsi pagare. Ma interessa meno del 20% del sistema». E il resto? «Il grosso del nostro patrimonio idrico è dato in concessione ai consorzi di bonifica, per soddisfare le esigenze irrigue degli agricoltori. Ma il sistema normativo che ha istituito i consorzi risale agli anni Trenta, quando si voleva incentivare l' uso dell' acqua per modernizzare un' agricoltura ancora arretrata, basandosi su una risorsa abbondante, anzi eccessiva. Erano gli anni in cui le pompe idrovore bonificavano le paludi della Pianura Padana aspirando l' acqua dalla terra e scaricandola nel Po. Oggi succede l' esatto contrario, con le chiatte che aspirano l' acqua del Po e la indirizzano verso i terreni agricoli». Senza monitoraggio? «Nella maggior parte dei casi, le tariffe non sono a consumo e quindi non c' è ragione di misurare precisamente i prelievi. I dati sul fabbisogno degli agricoltori sono stimati su parametri soggettivi e probabilmente riduttivi rispetto alla realtà. E se gli acquedotti italiani perdono il 40% dell' acqua prelevata alla fonte, non è nemmeno immaginabile la quantità di perdite delle reti irrigue. Per non parlare dei prelievi abusivi, che nel settore agricolo sono all' ordine del giorno, come anche negli usi industriali». I pozzi non vanno autorizzati? «Certamente. Ma da quando la legge Galli ha imposto il censimento dei punti di prelievo sotterraneo, nel ' 94, tutti si sono affrettati a costruirne di abusivi. Da allora ad oggi la scadenza delle notifiche è stata prorogata per otto volte in sordina, inserendo la norma in provvedimenti omnibus per mimetizzarla. Come con i condoni edilizi, questo modo di procedere incentiva gli abusi». E dunque? «Dunque non si conoscono i punti di prelievo sotterraneo e questo è uno dei motivi della crisi strutturale del sistema. I dati di utilizzo devono essere riordinati e monitorati. In questo modo si incentiverebbe anche l' uso di tecniche d' irrigazione più efficienti. Non dimentichiamo che la madre delle grandi imprese specializzate nelle tecnologie dell' acqua è la normativa restrittiva imposta nei loro Paesi d' origine. La necessità di diventare efficienti aguzza l' ingegno». Ma i titolari delle concessioni dovranno pur pagare un canone. «È un canone ridicolmente basso, che non supera l' 1% del prezzo finale agli utenti. Perdipiù molti consorzi di bonifica fanno anche commercio dell' acqua che hanno in concessione, vendendo l' utilizzo di acqua agricola per altri scopi: ad esempio la produzione elettrica, con ottimi profitti». Basterebbe aumentare il canone... «Non è così semplice. Occorre soprattutto rivedere i concetti che stanno alla base delle concessioni, rispettando le compatibilità economiche dei concessionari. Non bisogna dimenticare che anche queste concessioni, come tutte le altre in vigore in Italia, devono essere governate dai concedenti, non dai concessionari. Questo è un concetto che negli anni si è un pò perso di vista». Santuari difficili da smantellare? «I santuari vanno toccati e nella revisione del decreto ambiente, ora allo studio del ministro, ci sono diverse proposte radicali sulla gestione dell' acqua. Il sistema idrico italiano ha già dato troppo da mangiare oltre che da bere. Ora è arrivato il momento di cambiare questa cultura dei grandi finanziamenti e dei grandi sprechi per dedicarsi un po' all' efficientamento delle strutture che ci sono già. L' acqua in Italia c' è, basta smettere di rubarla e di buttarla via».
7 maggio 2007
Pippo Ranci
La rivoluzione del 1° luglio, terzo e ultimo atto della liberalizzazione elettrica, con l' apertura del mercato a 28 milioni di nuovi clienti, si avvicina a grandi passi. Ma noi rischiamo di presentarci nudi alla meta. «A meno di due mesi dalla scadenza non si sente nell' aria il clamore degli eserciti che ammassano le truppe, anzi, ho la netta impressione che questa data storica finirà per cadere nel vuoto». Lo prevede Pippo Ranci, professore di economia politica alla Cattolica e primo presidente dell' Authority per l' energia dal ' 96 al 2003, che sarà anche uno dei protagonisti del forum «Economia e società aperta», dove interverrà nell' incontro del 9 maggio su «Energia e sostenibilità alla Casa dell' energia». Ranci è stato uno degli attori principali nella liberalizzazione del mercato elettrico italiano, avviata con il decreto Bersani nel ' 99, e ha seguito da vicino le prime tappe della rivoluzione. Che adesso gli appare un po' appannata. Finalmente, dal 1° luglio, tutte le famiglie italiane potranno scegliersi il proprio fornitore, valutando le varie offerte contrapposte. La liberalizzazione dei grandi clienti, dalle utenze industriali in giù, ha portato l' Enel a scendere fino al 12% di questo mercato.
Pensa che anche sull' ultima tranche, controllata dall' Enel all' 80%, possa succedere qualcosa di simile? «Lo escludo. Al momento attuale mancano gli strumenti per consentire ai consumatori di scegliere il migliore offerente e mancheranno le offerte commerciali da mettere a confronto. I margini di profitto sono bassi e le imprese di vendita non hanno una tradizione di furiosi combattimenti, come si è visto sul fronte del gas».
Che cosa intende per strumenti? «Prendiamo la situazione del Regno Unito. Gli strumenti di questo mercato, l' unico veramente libero in Europa insieme agli scandinavi, sono la concorrenza, la trasparenza commerciale e l' informazione. Lì sono partiti dieci anni prima di noi, nell' 89, con la Thatcher. Hanno utilizzato un sistema più radicale, spezzettando l' ex monopolista in diverse aziende per sviluppare subito la concorrenza. Dopo dieci anni hanno dato la libertà di scegliere a tutti gli utenti, come sta succedendo da noi adesso, mantenendo delle tariffe di salvaguardia per tre anni in modo da accompagnare le famiglie con prudenza verso la liberalizzazione. Ora il mercato è maturo e funziona molto bene».
In pratica? «In pratica sono 400mila i clienti - corrispondenti al 2% dei contratti - che cambiano fornitore ogni mese. I due terzi, secondo un sondaggio, lo fanno per risparmiare sul prezzo. Le offerte sono pubbliche e facilmente confrontabili, basta andare sul sito del regolatore, che pubblica i prezzi correnti in ogni zona e ha calcolato come il passaggio dall' operatore dominante al più conveniente su piazza comporti in media un 10% di risparmio. I consumatori vanno sul mercato e comprano quello che gli conviene di più, scegliendo liberamente se farsi guidare dal prezzo oppure da altri vantaggi, come la garanzia del marchio, la comodità della bolletta unica, l' energia verde. I pacchetti di energia si acquistano perfino al supermercato...».
Non stupisce che nel Regno Unito la liberalizzazione abbia portato a un crollo verticale dei prezzi. In Italia che cosa manca per arrivare a una situazione di quel tipo? «Gli inglesi hanno avuto il coraggio di fare le cose in maniera più radicale. Ma anche partendo da una situazione più ambigua come la nostra, con il tempo, possiamo arrivare a un buon risultato. Il primo passo da affrontare subito è la riforma delle tariffe, che il governo continua a rimandare. Arrivare al 1° luglio con milioni di utenti che beneficiano della tariffa sociale pur non soffrendo un reale disagio economico significa minare alla base l' avvio della liberalizzazione, perché nessuno potrà offrire tariffe più convenienti di quella».
Quindi? «La tariffa sociale dev' essere per pochi e legata all' indicazione di un reale disagio economico, non basata sul livello dei consumi, che è un dato ingannevole: oggi si premia il single che porta le camicie in lavanderia e si punisce la famiglia numerosa che deve fare una lavatrice al giorno. Avevamo già tentato a suo tempo di affrontare l' argomento, subito dopo l' avvio della prima apertura del mercato nel ' 99, ma sono misure che escono dall' ambito di pertinenza dell' Authority e i politici fanno resistenza. È una riforma impopolare, perché nel passaggio ci sarà un numero elevato di utenti che avrà un aumento percentuale forte, quindi si rischia una sollevazione. Per questo sarebbe stato opportuno metterla in cantiere ben prima del 1° luglio, in modo da informare bene la gente e dar tempo alle famiglie di abituarsi al nuovo sistema».
E come andrebbe strutturato il nuovo sistema? «Abbiamo il vantaggio sull' Europa dei contatori digitali, che ormai l' Enel ha installato quasi dappertutto e anche le altre aziende stanno adottando su indicazione dell' Authority. Sfruttiamoli! Con l' aiuto della tecnologia si possono concedere delle tariffe agevolate fuori dalle ore di punta, che potrebbero alleviare il colpo per più danneggiati. Bisogna accelerare al massimo l' introduzione dei contatori digitali. Così si potrà approfittare della prossima tappa della liberalizzazione per avviare una fase transitoria incentrata sulle tariffe orarie».
Come vede il ruolo dell' Acquirente unico, il fornitore di ultima istanza che oggi approvvigiona le famiglie? «Va eliminato. La funzione dell' Acquirente unico è già svolta dal mercato all' ingrosso, che da noi funziona abbastanza bene. Basterebbe potenziare la Borsa elettrica, sviluppando i prodotti derivati, che riducono il rischio di mercato e favoriscono la nascita di soggetti più giovani, disposti a sfruttare le opportunità della liberalizzazione».
Per andare fino in fondo con la liberalizzazione bisognerebbe anche potenziare le interconnessioni con l' estero... «Non c' è dubbio. Bisogna dare una spinta alle merchant lines, che ora sono bloccate. Solo così potremo approfittare del mix di generazione europeo, più equilibrato del nostro. Ma ognuna di queste misure da sola non basta, vanno messe in atto tutte insieme, altrimenti non serviranno a nulla».
1 maggio 2007
Risparmio energetico, due pesi e due misure
In questo momento il mio pc consuma più di 150 watt, una volta e mezzo la potenza elettrica che potrei produrre pedalando con lena, pari a quella generata da un metro quadrato di fotocellule in pieno sole. Semplicemente per registrare quali tasti sto battendo. La stessa attività viene svolta da un palmare con un consumo di energia cento volte inferiore. Evidentemente la riduzione dei consumi energetici degli apparati elettronici va avanti a due velocità: quelli attaccati alla rete sprecano a piene mani, quelli che vanno a batteria risparmiano. Ci preoccupiamo di avere frigoriferi di classe A, pubblicizziamo ai quattro venti le lampade a basso consumo, ma abbiamo dimenticato d'imporre gli stessi standard a televisori, apparecchi hi-fi e computer.
Basta un led per sprecare. La posizione di stand-by, con la spia luminosa accesa, comporta in genere un assorbimento di 2 watt all'ora, che moltiplicato per 20 (le ore della giornata durante le quali tv o hi-fi potrebbero essere spenti) e per 365 giorni l'anno totalizza un consumo di 14,6 kilowattora. Se i 14,6 kilowattora si moltiplicano per 21 milioni di famiglie, si ottiene un consumo di 306 milioni di kilowattora, per una spesa di 55 milioni di euro. E questo solo per un singolo apparecchio elettronico. Se si estende il calcolo a tutti i "punti luminosi" che restano sempre accesi nelle case degli italiani, la voragine si allarga. Per non parlare dei pc, domestici o aziendali, lasciati accesi anche di notte, che mettono in moto regolarmente il sistema di ventilazione 24 ore su 24. Considerando che l'energia consumata da 15 pc provoca emissioni di Co2 pari a quelle di un'automobile e che 30 miliardi di kilowattora vengono sprecati ogni anno solo dai pc che non vengono spenti a fine giornata, se ne deduce che una semplice dimenticanza fornisce un contributo non da poco all'effetto serra.
Ma questo è solo un esempio di sprechi evitabili. Se anche l'umanità si dimostrasse improvvisamente più virtuosa e spegnesse tutte le lucine rosse che le capitano a tiro, resta il fatto che la pervasività dell'information technology incide sempre di più sui consumi elettrici del pianeta. Secondo uno studio recente di Lawrence Koomey, professore a Stanford e ricercatore del Lawrence Berkeley National Laboratory (Berkeley Lab), la quantità di elettricità consumata dai server mondiali è raddoppiata nel quinquennio 2001-2005 ed è destinata ad aumentare di un altro 75% entro il 2010. Globalmente, nel 2005 i server hanno consumato tanta energia da inghiottire l'intera capacità di generazione di una batteria di centrali elettriche da 141.000 megawatt. Considerando che un gruppo termoelettrico raramente supera i 400 megawatt di potenza e di solito una centrale ne contiene due, per mandare avanti i server di tutto il mondo ci sono volute almeno 180 centrali elettriche nel 2005. La bolletta elettrica dei server mondiali ha superato così i 7 miliardi di dollari.
Lo studio di Koomey, sponsorizzato dal produttore di microprocessori Advanced Micro Devices, sta facendo il giro dei board mondiali, che ormai cominciano a rendersi conto di quanto cara gli costi la bolletta elettrica delle apparecchiature informatiche utilizzate in azienda. Molto di più del costo stesso degli apparecchi. "Generalmente - spiega Koomey - il budget dedicato all'information technology è separato dagli altri e chi lo gestisce non ha nessun incentivo a comprare macchine più efficienti, perché la bolletta elettrica non arriva a lui. Le aziende scoprono il problema solo se il responsabile dell'information technology e quello delle spese di gestione si mettono intorno allo stesso tavolo, un caso che succede raramente".
Un collega di Koomey al Berkeley Lab, John Busch, ha calcolato che il consumo totale di energia causato da apparecchi elettronici negli Stati Uniti supera i 70 terawattora all'anno, equivalente al consumo residenziale complessivo di energia elettrica delle famiglie italiane (industrie escluse). Per produrre tutta questa energia si emettono 50 milioni di tonnellate di anidride carbonica all'anno. Secondo le sue stime, un terzo di questi consumi potrebbero essere tagliati usando in maniera capillare piccoli accorgimenti di power management già noti. Busch sta lavorando con le aziende produttrici di hardware a un progetto finanziato dal governo federale e dalla potente California Energy Commission, mirato ad aumentare i loro standard di efficienza, introducendo minime variazioni ai propri prodotti. Un progetto di cui alla lunga anche noi godremo gli effetti, visto che anche noi compriamo prevalentemente prodotti di aziende che hanno sede da quelle parti. Ma le difficoltà incontrate da Busch a entrare nei processi di produzione sono notevoli e i tempi sono lunghi.
Negli ultimi anni una certa consapevolezza si è sviluppata anche nelle aziende produttrici di server: Intel, ad esempio, invece di rincorrere solo processori più veloci, che consumano sempre più energia, si è posta anche una serie di obiettivi da raggiungere nel campo dell'efficienza, imponendosi un benchmark di performance per watt molto ambizioso. Ma vaste inefficienze, secondo Koomey, sono ancora ampiamente tollerate nel settore. L'unico deterrente è la limitazione della potenza disponibile. "Negli stabilimenti - puntualizza Koomey - spesso c'è solo una certa potenza disponibile e quindi gli uomini dell'informatica non possono continuare ad aggiungere all'infinito server inefficienti alla loro collezione. Devono mettersi a ragionare in termini di risparmio. Ma non certo per una consapevolezza ambientale o per contenere la bolletta. Solo per un limite fisico imposto agli impianti".
30 aprile 2007
Edison cerca petrolio. Con uomini Eni
Con Sameh Fahmi, potente ministro egiziano del petrolio, Pietro Cavanna si dà del tu. E infatti è dall' Egitto che parte la nuova strategia di Edison negli idrocarburi. Con due concessioni petrolifere, in cui la società di Foro Buonaparte è operatore: una nel Deserto occidentale, diventato ormai il secondo sito egiziano di produzione dopo il golfo di Suez, e l' altra nel Mediterraneo. Anche in Costa d' Avorio, dove si comincia a estrarre in giugno, e al largo del Senegal gli italiani sono operatori, cioè controllano il giacimento con una quota di maggioranza. Cinque permessi di ricerca sono stati appena vinti in Norvegia. Più concentrate sul fronte del gas le concessioni conquistate in Algeria e in Qatar, la prima come soci di minoranza della spagnola Repsol e la seconda della compagnia americana Anadarko. L' attività frenetica all' ombra della Madonnina, in coincidenza con le grandi manovre per la fusione del suo azionista Aem con Asm, segnala il ritorno di Edison all' oro nero. Con dietro la potenza finanziaria di Electricité de France, in Italia sta nascendo una seconda, piccola Eni. Ed è proprio dall' Eni che sono stati strappati alcuni degli attori di questa svolta: oltre a Pietro Cavanna, ex braccio destro di Stefano Cao nella caccia ai giacimenti del cane a sei zampe e da poche settimane responsabile idrocarburi in Foro Buonaparte, c' è Luciano Sgubini, ex direttore generale «gas and power» all' Eni e ora consulente speciale dell' amministratore delegato per lo sviluppo del settore gas. Due acquisti importanti, che segnalano lo slancio di Edison ad attrezzarsi come braccio armato nell' upstream della più grande compagnia elettrica del mondo. Una strategia mirata in primo luogo a soddisfare a prezzo di costo la domanda di materia prima generata dalle proprie centrali, ma non solo. Il business dell' oro nero, che piace tanto agli investitori, fa sempre bene a qualsiasi bilancio. Il problema sono i tempi lunghi. Ma ora che sono finiti gli anni dell' incertezza, Edison può guardare lontano. «L' obiettivo è di portare la nostra produzione da 1,5 miliardi di metri cubi all' anno a 2,6 miliardi», spiega Michel Cremieux, direttore operativo di Edison. E la rinnovata centralità dello sviluppo strategico nel settore idrocarburi implica un significativo sforzo in termini di investimenti: 2,6 miliardi di euro nei prossimi cinque anni, quasi il 60% del totale della spesa prevista dal piano industriale. Di questi, oltre 1,5 miliardi sarà destinato alla ricerca e sfruttamento di giacimenti: 350 milioni nelle attività di esplorazione, 750 per la produzione da riserve esistenti e 500 per le nuove scoperte. Che indubbiamente ci saranno, se la caccia scatenata negli ultimi mesi continuerà con questo ritmo. «Oltre all' Italia, dove i giacimenti ormai si stanno lentamente esaurendo e dove ci sono gravi difficoltà autorizzative, le nostre attività di esplorazione si concentreranno nel bacino del Mediterraneo, dalla Croazia all' Egitto, passando per Algeria e Libia, in Africa Occidentale e nel Mare del Nord», illustra Pietro Cavanna. Parallelamente allo sviluppo dell' upstream, Edison è molto impegnata nelle infrastrutture di approvvigionamento. Con la costruzione di un terminale di rigassificazione al largo di Rovigo, del gasdotto Galsi dall' Algeria e dell' Igi dalla Grecia, Foro Buonaparte conta di espandere la propria disponibilità di gas da 13 a 23 miliardi di metri cubi all' anno. «Puntiamo a coprire con il nostro gas il 20% della domanda italiana», precisa Cremieux. E il primo pezzo di questa espansione sarà operativo l' anno prossimo, con il completamento della piattaforma di rigassificazione in Alto Adriatico.
26 marzo 2007
Operatori telefonici contro Internet providers
Per il riassetto di Telecom Italia si augura l' ingresso di azionisti lungimiranti, al governo rivolge la critica di prendere provvedimenti che alla fine rischiano di ritorcersi contro i cittadini. Elserino Piol, pioniere della concorrenza nelle telecomunicazioni, non risparmia critiche a nessuno. I soggetti interessati a Telecom Italia ormai sono una miriade, dai partner stranieri, industriali o finanziari, agli italiani, da César Alierta a Roberto Colaninno, da Intesa SanPaolo a Deutsche Bank. Su quale scommette? «Il problema non è chi, ma come. Chiunque decida d' investire i propri soldi in Olimpia, deve mettersi calmo e guardare al lungo periodo: se si continua a spremere il limone come si è fatto finora, si rischia di farlo seccare». Piol, partito giovanissimo subito dopo la guerra da un paesino del Bellunese per fare l' operaio in Olivetti, dove ha anche perso due dita al tornio, si è fatto largo in fretta a Ivrea e ha giocato un ruolo chiave nell' apertura del mercato delle telecomunicazioni, disegnando le strategie di Carlo De Benedetti nel settore, come primo presidente sia di Omnitel che di Infostrada. Da quando è uscito da Olivetti come vicepresidente, nel ' 96, si occupa a tempo pieno di venture capital sui versanti più innovativi, con la sua Pino Partecipazioni. Ora, dopo il passaggio delle consegne in Elitel, si gode una meritata vacanza. Ma è già pronto per nuove battaglie. Qual è il fronte più caldo? «Le compagnie telefoniche vanno incontro alla concorrenza sempre più agguerrita delle Internet company, che stanno convergendo sulla telefonia, e dovranno affrontare grossi investimenti nella banda larga per competere in maniera efficace: se Telecom Italia sarà costretta a incanalare i suoi utili nelle tasche degli azionisti per far fronte alla loro pesante situazione debitoria, come sta facendo adesso, dove andrà a recuperare le risorse finanziarie per investire nella banda larga?» Potrebbe vendere i gioielli che ha in Brasile o in Germania per finanziare i nuovi investimenti. «Ma sarebbe una follia: l' internazionalizzazione è indispensabile per crescere e andrebbe semmai ampliata, non tagliata». Niente di meglio dell' ingresso di un partner estero, allora? «Dipende: se il partner è interessato solo alle operazioni estere piuttosto che alla compagnia nel suo complesso, come Telefonica, si rischia di fare un buco nell' acqua». E quindi? «Paradossalmente, meglio un partner pronto a impegnarsi pesantemente in prima persona che una partecipazione marginale: tra un partner straniero che entra al 20%, condizionando comunque la strategia, e un altro che vuole fondersi, sarebbe preferibile il secondo». Scenari ipotetici... «Ipotetici ma importanti per capire qual è la discriminante di fondo. Sostituire gli azionisti senza cambiare la strategia non servirà a nulla: finché dovrà farsi carico del debito di Olimpia, Telecom Italia combatterà la sua battaglia con un braccio legato dietro la schiena. Per ovviare a questo problema, chiunque entri nell' azionariato deve avere un orizzonte di lungo periodo. Un fondo di private equity, ad esempio, potrebbe andare benissimo. O un altro player disposto a impegnarsi a fondo sul lungo periodo. Gli attori di questa commedia devono prendere atto della grande ebollizione cui sta andando incontro il mercato». Le sembra che l' ex monopolista non sappia difendersi da solo? «Telecom Italia è un' azienda sana, non tanto diversa dagli altri player europei, ma ha un grosso handicap: il debito di Olimpia. Deve poter combattere senza handicap. Solo così potrà diventare il nuovo polo di aggregazione delle tecnologie portanti per il Paese. Dopo la scomparsa di Olivetti non c' è più nessuno che svolga questo ruolo, di driver per l' innovazione e lo sviluppo. E si vede». Cioè? «L' Italia manca di centri tecnologici. Manca di centri di sviluppo di sistemi. Se solo le piccole e medie imprese potessero accedere al database di Telecom Italia per comprare software on demand su alcune applicazioni, tanto per fare un esempio, questo metterebbe in moto un circolo virtuoso di non poco conto. Anche le altre compagnie, alla lunga, cercherebbero di sfruttare questo mercato, mettendo in circolazione nel Paese una ricchezza tecnologica di grande valore». Ma il governo sta lì apposta per mettere in moto circoli virtuosi di questo tipo. O no? «Al governo manca completamente la consapevolezza dello scenario competitivo. Sembra quasi che chi agisce sul fronte delle tlc non abbia presente il panorama complessivo di mercato». Faccia un esempio. «Prendiamo il taglio ai costi di ricarica. In pratica si tratta di un intervento governativo sulla composizione delle tariffe, che non darà certamente una spinta alla concorrenza, ma semmai il contrario: compagnie come Wind o 3 rischiano di essere spazzate via da queste restrizioni. Se non ci saranno abbastanza risorse per sviluppare la banda larga, la concorrenza rischia di essere penalizzata. Così, alla lunga finiremo per ottenere l' effetto contrario: invece di scendere, le tariffe saliranno». E la portabilità del numero? «Anche qui, non bisogna limitarsi a vedere solo i due grandi protagonisti in campo, Vodafone e Telecom Italia: quali saranno gli effetti di questa limitazione, alla lunga, sugli operatori più piccoli?» Altri esempi? «La riforma dei tetti pubblicitari. Guardando un pò più in là, va calcolata anche l' incidenza sul mercato delle Internet company, che si basano quasi completamente sulla pubblicità: allora ci si accorge che il business pubblicitario non sta crescendo abbastanza in fretta per supportare anche loro. In pratica, questo fronte cresce in sottrazione rispetto a quello che c' è già, non in aggiunta. E allora che senso ha la fissazione di tetti pubblicitari ancora più restrittivi?» Insomma, il governo non ne fa una giusta? «Sulle questioni importanti, è latitante. Si parla tanto di WiMax, ma continuano a mancare le regole e quindi il mercato non si sviluppa. Eppure è da anni ormai che tutti gli operatori del settore chiedono una regolamentazione chiara delle frequenze». Per lanciare un dibattito su questi temi, si è perfino imbarcato, per la prima volta in vita sua, nella pubblicazione di una nuova rivista, Release, che comincerà a uscire alla fine di marzo. Servirà? «Lo spero proprio. Non è possibile che in Italia si faccia un gran parlare dei dettagli irrilevanti e si ignorino le questioni serie: fra i costi di ricarica dei telefonini e le regole per la banda larga sul mobile, qual è la questione più importante? La seconda naturalmente. Ma regolatori e ministri parlano solo della prima».
19 marzo 2007
Il risveglio globale dell'atomo
A trent' anni dal referendum che ha messo la parola fine al contrastato sviluppo di un comparto nucleare made in Italy, si manifestano anche da noi, come nel resto dell' Europa antinuclearista, i primi segnali di risveglio. L' Enel, dopo aver comprato quattro reattori in Slovacchia, sta per metterne in cantiere altri due, con un investimento da un miliardo e mezzo, e viene riaccolta così nella World association of nuclear operators, da cui era uscita. Le gare d' appalto sono imminenti e tutta la costellazione dei nuclearisti italiani - da Ansaldo Nucleare ad Ansaldo Camozzi, da Sogin a Techint - ha un piede sull' acceleratore. Nell' opinione pubblica, intanto, si fanno largo i primi ripensamenti sull' opportunità di privare ancora a lungo il nostro Paese, unico fra i grandi del mondo, di questa fonte di energia così importante, che copre il 28 per cento dei consumi elettrici europei. Così come gli svedesi, che avevano deciso di fermare tutte le centrali nel 2011 ma ora hanno cambiato idea e si apprestano a potenziarle, anche il 56 per cento degli italiani si è dichiarato favorevole, in un recente sondaggio, a un ritorno al nucleare sul nostro territorio. «Paradossalmente, è l' opinione pubblica europea a trainare i politici in questa direzione», spiega Alessandro Clerici, presidente onorario del World energy council in Italia e responsabile del gruppo di lavoro europeo sul ruolo del nucleare. Sia nei Paesi dove la corsa al nucleare è già ricominciata, come in Francia, in Finlandia, in Slovacchia o in Romania, sia dov' è ancora ferma come in Germania, la principale motivazione addotta dai cittadini favorevoli all' atomo è la sua sostenibilità ambientale, molto maggiore delle fonti fossili. «Chiunque voglia combattere l' inquinamento e l' effetto serra - commenta Clerici - non può prescindere dal nucleare, una fonte priva di emissioni e al tempo stesso competitiva con i combustibili fossili». Per di più l' utilizzo massiccio di petrolio e gas, praticato in Italia per compensare la mancanza del nucleare, ci espone a un' estrema volatilità dei prezzi e a una grave dipendenza da Paesi tutt' altro che amichevoli. Le riserve dell' opinione pubblica non sono più concentrate sul pericolo di gravi incidenti, come ai tempi di Chernobyl, ma sul problema del collocamento delle scorie più radioattive, quelle che non possono essere riprocessate. «Nessuno si rende conto, però, che questo tipo di scorie ha un volume molto ridotto e quindi non ha senso pensare a depositi Paese per Paese: bisogna individuare un certo numero di siti europei, in grado di ospitare anche le scorie dei Paesi più piccoli, come ad esempio la Slovenia o la Croazia, che hanno una piccola centrale in comune e in teoria dovrebbero costruire ognuna un mini-cimitero nucleare: assurdo», fa notare Clerici. Dal rapporto del Wec, che servirà anche alla Commissione Europea come base per la futura politica energetica continentale, emerge chiaramente che le potenzialità del nucleare potranno essere sfruttate al meglio solo rafforzando la collaborazione europea e applicando economie di scala all' interno dei singoli Paesi. «Abbiamo messo attorno a un tavolo tutti i maggiori operatori del settore e abbiamo concluso che la nuova generazione di reattori, di cui si sta già costruendo il primo esemplare in Finlandia, sarà ancora più competitiva della vecchia - precisa Clerici - soprattutto se produttori e grandi consumatori riusciranno a consorziarsi fra di loro per firmare contratti di lungo periodo, che abbattano il rischio dell' investimento iniziale». Com' è successo in Finlandia. Calcolando i costi di una centrale di terza generazione come quella in costruzione a Olkiluoto, dalla nascita alla morte, compreso il tasso interno di rendimento che va conteggiato per ogni investimento operato in regime di libero mercato, si arriva a un prezzo dell' elettricità a bocca di centrale di 3 cent a kilowattora, contro i 7 della media italiana. Su questi numeri va calcolato il taglio secco che il nucleare porterebbe alla nostra bolletta elettrica. «Ma attenzione - ammonisce Clerici - per parlare di atomo bisogna costruire un sistema, non una centrale sola. Con tre centrali uguali, si risparmia un terzo del costo di un impianto singolo. Il mondo industriale italiano lo sa e questa è la direzione che dovrebbe prendere»
12 marzo 2007
La mia Africa, la mia Olivetti
Il riscatto dell' Africa passa attraverso una rivoluzione informatica. Per Musikari Kombo, ministro keniota degli affari regionali e candidato alle presidenziali di dicembre, è una convinzione che viene da lontano, visto che ha passato gli anni Ottanta a vendere agli africani i primi computer, targati Olivetti. E da quell' epoca gli è rimasta l' abitudine di venire tutti gli anni in vacanza in Puglia, incrociando il flusso dei milanesi diretti a Malindi. «Erano anni difficili - ricorda Kombo - quando in Kenia c' era ancora la dittatura e il livello di conoscenza delle nuove tecnologie era molto basso. Ora le cose sono cambiate». A vederle con gli occhi dell' osservatore esterno, veramente non pare. Ma il ministro cresciuto alla scuola di Adriano Olivetti è un ottimista convinto come quando, nel ' 64, sull' onda dell' indipendenza conquistata da poco, appena diciassettenne era andato a iscrivere i suoi alla nuova anagrafe concepita da Jomo Kenyatta, dando il suo primo nome, Kombo, come cognome per tutti quanti, che secondo la tradizione Bantu non avevano un nome di famiglia. L' ottimismo gli è servito anche in seguito. «Quando ho incominciato a importare computer dall' italia, solo due bambini kenioti su dieci avevano mai messo le mani su un pc, oggi sono almeno sette o otto», precisa. Resta ancora enorme la differenza fra città e campagne: quei sette/otto bambini sono sicuramente dei cittadini. Ecco perché il programma di sviluppo tecnologico del suo ministero è mirato soprattutto alle aree rurali. «Bisogna offrire maggiori opportunità ai ragazzi che non vivono in città - sostiene Kombo - perché possano svilupparsi al meglio senza doversi spostare». Pur essendo un continente ancora rurale, l' Africa, con il suo debito estero di 379 dollari a persona, ha oggi il tasso più alto di inurbamento al mondo (5% annuo) e se le attuali tendenze alla fuga dalle campagne non saranno invertite da nuove politiche di sviluppo del territorio, è destinata a diventare il regno delle bidonville. Se già oggi il 72% dei cittadini africani vive in baraccopoli, il 24% della popolazione urbana non ha accesso all' acqua e il 20% alle fognature, che accadrà se questo fenomeno non verrà rallentato? «Per questo è importante pensare in maniera diversa all' urbanizzazione e alle filiere produttive», ad esempio con la costruzione di nuovi centri urbani piccoli, da realizzare in aree agricole per stemperare la corsa verso le metropoli. L' urgenza di un simile ripensamento discende anche dalle mutazioni climatiche in arrivo: pur essendo il minor consumatore di energia al mondo, l' Africa risulta il continente più esposto alle conseguenze del riscaldamento del clima, anche perché un cittadino su sette dipende da colture legate alle piogge. La riduzione di portata dei laghi Ciad e Vittoria minaccia già oggi l' irrigazione e la produzione di energia in tutta l' Africa centro-orientale. Senza contare i drammi prodotti dall' interazione tra le epidemie: un cittadino keniota su dieci è sieropositivo e di questi otto su dieci hanno anche la tubercolosi. «Certo è una situazione difficile - ammette Kombo - ma non impossibile da risolvere: l' importante è smettere di cercare aiuti dall' estero e cominciare a cercare soluzioni interne. Ai problemi dati dalla colonizzazione, che ci ha lasciati poveri d' infrastrutture produttive e tutti rivolti all' esportazione a basso prezzo delle nostre materie prime, ora si sono aggiunti i problemi dei governi successivi, formalmente indipendenti ma in realtà estremamente dipendenti dagli aiuti occidentali. Basti immaginare che il bilancio keniota è sussidiato al 93% dall' estero. Con tutte le risorse che abbiamo». Risorse difficili da sfruttare per la corruzione rampante che impesta tutta la società, fin nelle transazioni più banali. «La corruzione è uno dei problemi principali da risolvere: per combatterla bisogna liberalizzare, far uscire i pochi servizi che abbiamo dalle mani dei funzionari statali, stimolare la nascita di una nuova generazione d' imprenditori», sostiene Kombo, memore dei suoi esordi imprenditoriali sotto l' egida dell' Olivetti. Basta vedere cos' è successo nella telefonia mobile: «Finché Safaricom (consociata del monopolista statale Telekom Kenya) è stata l' unico provider, i costi erano proibitivi e il servizio disastroso, ma quando è arrivato un secondo provider, KenCell, in sei mesi i prezzi si sono ridotti a un decimo e i cellulari hanno cominciato a diffondersi». Le riforme per incentivare lo sviluppo di un' imprenditorialità innovativa africana, secondo Kombo, sono addirittura più urgenti della soluzione dei problemi strutturali di base, come le ampie aree rurali non cablate e prive persino di energia elettrica, le linee telefoniche carenti (una telefonata dalla Costa d' Avorio al vicino Ghana deve passare per Parigi) o i costi sproporzionati dell' hardware rispetto al bassissimo reddito pro capite dei kenioti. Sbloccati gli ostacoli allo sviluppo della libera iniziativa locale, il resto verrà da sé. E non importa se gli aiuti occidentali arrivano con il contagocce. «I programmi di sostegno nascono e muoiono con chi li ha generati, ma se l' Africa troverà le forze per fare da sola, nessuno potrà fermarla».
20 febbraio 2007
Nuove tecnologie al servizio del pianeta
Per quanto tempo ancora avremo energia? Dipende da come la utilizziamo. Su questo concetto si fondano le campagne per il risparmio energetico del governatore della California Arnold Schwarzenegger e le "lenzuolate" del ministro Pier Luigi Bersani, le ricerche della Toyota sui veicoli ibridi e il boom delle fonti energetiche rinnovabili. In tutti questi campi, l'innovazione tecnologica ha dato e darà un contributo chiave allo sviluppo sostenibile del pianeta. Le imprese, gli enti locali e le associazioni impegnati nella riduzione dei consumi energetici, fanno ampio uso di mezzi informatici per conseguire i propri obiettivi e monitorare i risultati.
Nell'ultimo decennio, l'introduzione di tecnologie digitali ha portato a progressi spettacolari sul fronte dell'efficienza energetica, sia nel campo della produzione elettrica che in quello dei trasporti. La progressiva sostituzione delle vecchie centrali a olio combustibile e a gas con le nuove a ciclo combinato, che producono elettricità insieme a calore, ha portato a un raddoppio dell'efficienza e a un dimezzamento delle emissioni. Lo stesso processo è in corso nell'industria automobilistica, che sforna veicoli sempre più sofisticati, come le auto ibride, in grado di abbassare moltissimo i consumi alternando automaticamente il motore a scoppio con quello elettrico. Ma è nel settore della domotica che l'ICT applicata all'energia ha segnato una vera e propria rivoluzione dei consumi. L'architettura bioclimatica, che si sta affermando soprattutto in Germania, in Francia e nel Regno Unito, ma comincia a far capolino anche in Italia, ha bisogno delle tecnologie informatiche per coordinare i vari sistemi di riscaldamento e raffrescamento.
In Italia si consumano circa 185 milioni di tonnellate di idrocarburi all'anno, 10 litri al giorno pro-capite. Questo fabbisogno è coperto per l'85% da importazioni, con una spesa di 11,7 miliardi di euro, che grava sulla nostra bilancia commerciale. Di tutti gli idrocarburi bruciati in Italia, 28 milioni di tonnellate sono da attribuire agli usi residenziali delle famiglie, corrispondenti al 16% del totale. Il riscaldamento a sua volta rappresenta la voce di gran lunga più pesante sui consumi energetici delle famiglie (68%) e costituisce oltre la metà delle spese di gestione per la casa degli italiani. Inoltre, mentre il totale nazionale dei consumi energetici mostra tassi d'incremento minori all'1% annuo, il settore residenziale aumenta i propri consumi del 2%, con una progressiva perdita di efficienza.
Per il riscaldamento si bruciano ogni anno circa 14 miliardi di metri cubi di gas, 420mila tonnellate di gasolio, oltre a 2,4 milioni di tonnellate di combustibili solidi, soprattutto legna e un po' di carbone. Così facendo si riversano nell'aria 380.000 tonnellate di sostanze inquinanti, come ossidi di azoto e monossido di carbonio. Dopo il traffico, il riscaldamento è la maggiore causa d'inquinamento delle nostre città. Le caldaie sono responsabili del 20% circa delle emissioni di PM10 in una città come Milano, molto di più nei mesi freddi d'inverno. Oltre alle sostanze propriamente dette inquinanti, con il riscaldamento si riversano nell'atmosfera tonnellate di anidride carbonica (CO2), sostanza che contribuisce all'effetto serra. La combustione di un litro di gasolio produce circa 2,65 kg di CO2. Ciò vuol dire che una casa di 200 metri quadri che consuma 30 litri di gasolio al metroquadro in un anno butta in atmosfera quasi 8 tonnellate di CO2. L'Italia con l'adesione al protocollo di Kyoto si è fissata obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2 del 6,5% entro il 2012 rispetto ai valori registrati nel 1990. Ma per ora le emissioni italiane di CO2 non accennano a diminuire, al contrario continuano ad aumentare.
Gli edifici italiani presentano uno dei maggiori consumi specifici per metro al giorno, a parità di temperatura. Questo significa che il nostro patrimonio residenziale è tra i più inefficienti d'Europa. In pratica, è chiaro che il processo di riscaldamento e raffrescamento non è gestito correttamente. Lo spazio per migliorare, dunque, è molto ampio.
Nella casa intelligente l'automazione, le tecnologie per il risparmio energetico e per la comunicazione si sposano per ottimizzare le sinergie tra i sistemi e per ottenere il massimo comfort rispettando l’ambiente. Nella realizzazione dell’edificio bioclimatico si presta particolare attenzione ai materiali impiegati e alla coibentazione. I climatizzatori a pompa di calore - che sfruttano la differenza di temperatura del sottosuolo per scaldare e raffrescare gli ambienti - provvedono sia al riscaldamento invernale sia alla climatizzazione estiva. Il principio di funzionamento della pompa di calore e la gestione autonoma di ogni singola macchina consentono un risparmio energetico del 40-45% rispetto agli impianti tradizionali. Una pompa di calore produce anche l'acqua calda sanitaria a temperatura di utilizzo, risparmiando fino al 50% sui consumi rispetto ad altri sistemi. Se poi si aggiunge un impianto solare e fotovoltaico sul tetto, tutta l'energia necessaria alla vita quotidiana, compresa quella per l'illuminazione e gli elettrodomestici, viene generata sul posto e il sistema diventa completamente autosufficiente. L'abbinamento di questi impianti con dispositivi di controllo e programmazione dà come risultato una casa energeticamente molto efficiente, che si adatta con flessibilità alle esigenze sempre variabili dei suoi abitanti.
In questo tipo di edifici l'automazione non viene solo concepita come l'applicazione di una serie di apparecchiature per "motorizzare" porte, tende e illuminazione, ma si cerca di privilegiare il concetto di controllo, di comunicazione e d'integrazione tra i sistemi. La presenza di tecnologie digitali rende la casa facile da gestire e soprattutto aperta alle continue innovazioni. La combinazione di calore terrestre, solare termico ed energia fotovoltaica con i più moderni componenti per facciate e la distribuzione dell'energia all'interno degli edifici consente già ora di fornire l'approvvigionamento energetico necessario a un'abitazione di circa 200 metri quadri semplicemente mediante l'impiego di energie rinnovabili. 8 tonnellate all'anno di CO2 risparmiate.
5 febbraio 2007
Guerra degli acquedotti: attacco alle privatizzazioni
La battaglia per l' acqua diventa sempre più politica. «L' acqua è come l' aria, è un bene comune e non va privatizzato», dice il ministro dell' Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio, inserendosi nella guerra in corso fra Rifondazione e la Margherita sul ddl Lanzillotta di liberalizzazione dei servizi locali. «Ma a differenza dell' aria - spiega più pacatamente Mauro D' Ascenzi, presidente di Federutility - l' acqua non arriva da sola nelle case, dev' essere incanalata e depurata con massicci investimenti in infrastrutture che costano molti soldi. O ce li mette lo Stato o si deve consentire a società industriali, pubbliche o private che siano, di organizzare un servizio secondo criteri di produttività ed efficienza. Per fare questo, però, mancano i margini: le tariffe italiane sono le più basse d' Europa». S' innesca così un circolo vizioso: il servizio costa poco per cui è scadente, ma proprio per questo non si può far pagare di più. E via con l' acqua minerale, di cui noi italiani siamo i maggiori consumatori d' Europa. Giocando sull' equivoco tra la materia prima acqua, che appartiene per legge al demanio pubblico, e la gestione delle infrastrutture che la trasportano, si può arrivare molto lontano. Nichi Vendola è arrivato ad affidare l' Acquedotto Pugliese, il più grande d' Europa, al guru dell' acqua «bene comune» Riccardo Petrella, salvo poi dimissionarlo a fine anno per manifesta incapacità gestionale, ma ribadendo nel contempo «l' immutata mission dell' Acquedotto Pugliese, ovvero la pubblicizzazione dell' acqua, così come previsto anche nel programma elettorale della coalizione di governo». Sulle barricate dell' «acqua pubblica» e gratuita, Vendola si trova in buona compagnia: da Franco Giordano a padre Alex Zanotelli, dall' Arci alle Acli, dall' Associazione Italia-Nicaragua alla diocesi di Termoli, da Mani Tese alla Rete Lilliput, dal Wwf a Pax Christi, dalla Fiom ai Cobas. Tutti insieme nel comitato promotore del progetto di legge d' iniziativa popolare per la «ripubblicizzazione dell' acqua», che viene proposto in questi giorni all' attenzione degli italiani con migliaia di banchetti. Di più. «Basta parole: moratoria subito!» si legge nel sito del Forum italiano dei movimenti per l' acqua, che chiede di bloccare anche i processi di liberalizzazione già in corso, in primis quello di Palermo, dove si è impedito più volte a colpi di blocchi stradali lo svolgimento della gara di affidamento dei servizi idrici provinciali, conclusa faticosamente la settimana scorsa. «Il problema fondamentale - dice D' Ascenzi - è che la gestione tradizionale delle risorse idriche regge un sistema clientelare basato sulla diffusa illegalità, soprattutto nel Sud, dove le reti non a caso fanno acqua da tutte le parti. L' Acquedotto Pugliese, che serve milioni di persone senza far pagare loro un centesimo di acqua e ne impiega migliaia, ai tempi del manuale Cencelli equivaleva a un ministero, tanto era il peso elettorale delle sue clientele». È soprattutto in difesa di questo sistema che a 12 anni dal varo della legge Galli di riforma dei servizi idrici, largamente inapplicata, si ritorna a mettere in discussione i principi della libera concorrenza. E così, mentre in Europa crescono i grandi gruppi specializzati nella gestione efficiente delle risorse idriche - da Veolia a Suez, a Thames Water - in Italia le utility restano frammentate e gestite in economia. Per la gioia dei signori delle autobotti.
Acqua: Milano prima o poi in mani straniere
I consulenti sono al lavoro per raggiungere l' equilibrio fra le partecipazioni azionarie di Milano e Brescia nella grande multiutility del Nord, che si va formando con la promessa di nozze entro l' autunno fra Aem e Asm. Un rompicapo non da poco, visto che Brescia controlla quasi il 70% della sua ex-municipalizzata, mentre Milano solo il 42,2% della sua. «La soluzione migliore - spiega Luigi Prosperetti, economista della Statale e consulente del primo governo Prodi sulla liberalizzazione dei servizi pubblici locali - sarebbe l' incorporazione nella nuova società anche della gestione dei rifiuti e del ciclo idrico milanese, che darebbe più peso al Comune nella fusione e maggiore omogeneità alle attività delle due utility». Prosperetti era vice presidente di Aem quando fu avviata la sua privatizzazione, nel lontano ' 93, e fin da quel momento aveva caldeggiato insieme a Marco Vitale, allora assessore al Bilancio, l' incorporazione del ciclo idrico in Aem. Quattordici anni dopo A quattordici anni di distanza si continua a parlarne, malgrado la rapida evoluzione del quadro competitivo a livello nazionale ed europeo. Oggi si tratterebbe di trasferire a un' azienda quotata la proprietà di due Spa a capitale interamente pubblico: l' Azienda Milanese Servizi Ambientali (Amsa) e la Metropolitana Milanese (MM), cui la giunta Albertini ha affidato nel 2003 la gestione del ciclo idrico. «Speriamo che stavolta il sindaco Letizia Moratti ce la faccia», si augura Prosperetti. Ma non sembra probabile. A livello comunale infuriano le accuse di voler «privatizzare l' acqua». E i gendarmi comunitari della concorrenza non vedrebbero certamente di buon occhio, oggi, un conferimento del ciclo idrico senza gara. Lanfranco Senn, economista della Bocconi e nuovo presidente della Metropolitana Milanese, se ne rammarica. Cicli Si è perso molto tempo? «Troppo. Oggi l' assegnazione del ciclo idrico ad Aem senza metterlo in gara sarebbe impensabile. E al di là delle risse ideologiche che ne deriverebbero, mettendo sul mercato l' acqua di Milano, considerata un fiore all' occhiello delle utilities italiane, non è affatto detto che l' Aem vinca la gara». Del resto le gare si fanno apposta perché vinca il migliore... «Il problema è che ormai siamo entrati in un circolo vizioso. Da un lato è evidente che i servizi locali dalla gestione privata hanno tutto da guadagnare: così si evitano, almeno in parte, le faide di carattere personale, le appartenenze ideologiche, le protezioni clientelari tipiche del pubblico. I privati sono molto più bravi ad applicare la best practice nella gestione: le economie di scala, il controllo di qualità, la selezione del personale, il livello del management sono quasi sempre migliori. Quindi per gli utenti il cambio è vantaggioso e alla lunga è lì che andremo a parare, alla privatizzazione». E allora perché non farla subito? «Ci sono ostacoli politici e c' è appunto il circolo vizioso di cui parlavo. Se è vero che il punto d' arrivo è la privatizzazione, è anche vero che in Italia abbiamo perso una ventina d' anni per far crescere dei player capaci di competere a livello europeo e globale. Mentre noi dormivamo, i francesi, gli inglesi e i tedeschi andavano avanti. Ora giocano sulle eccellenze che hanno sviluppato e sono capaci di muovere grandi interessi finanziari: le banche scommettono su di loro, non su di noi. In Italia non è remunerativo scommettere sulle utility e così mancano fondi per fare investimenti. Insomma, tutto il sistema è bloccato. C' è poco da stupirsi, poi, se sono sempre loro a vincere le gare». Lei mi sta dicendo che non possiamo mettere i nostri servizi locali sul mercato perché finirebbero per essere mangiati dai francesi o dai tedeschi? E quindi, dopo aver perso vent' anni nelle dispute ideologiche, ora ne perdiamo altri venti perché gli altri sono diventati più bravi di noi? «In pratica, oggi il problema da porsi è: arrivati a questo punto, la strada per la riqualificazione dei servizi passa attraverso fasi o bisogna fare un salto?» Me lo dica lei... «Dal punto di vista giuridico, la privatizzazione non è strettamente necessaria. Ma è anche vero che se non diamo uno scossone la via all' efficienza sarà molto lunga...». Quindi? «Il primo passo è politico. Per noi esperti è facile indicare la strada, ma è la politica che deve tradurre la teoria in pratica. Il caso del ddl Lanzillotta è un classico esempio di un Paese che fa ancora dell' ideologia il criterio delle sue scelte. L' esclusione dell' acqua dalle liberalizzazioni dei servizi locali è un passo anacronistico, un cedimento politico che ci costerà caro. Inglesi, tedeschi, francesi e perfino gli spagnoli sono più pragmatici. Per riuscire a competere sul piano internazionale, bisogna uscire dall' approccio ideologico e far crescere un approccio pragmatico alla gestione del patrimonio pubblico». Come risolvere questo blocco? «Bisogna sfatare il mito del privato assetato di guadagni e dedito di principio al ladrocinio. È evidente che l' acqua è un bene pubblico e devono averla tutti, così come l' energia devono averla tutti. Ma non è detto che un ente pubblico sia più efficace di un privato a soddisfare questa legittima esigenza dei cittadini, così come non è detto che lo sia per l' energia, per il gas, per il telefono, per i treni o per gli aerei. Capisco che sull' acqua possa insorgere qualche timore in più, ma basta mettere in piedi dei contratti di gestione fatti bene, sotto rigoroso controllo pubblico, per garantire a tutti che al centro del processo ci sia l' interesse dell' utente». Ora però lei non è più solo un esperto, ha anche un incarico operativo... «Sempre all' interno di un' azienda che è al cento per cento del Comune di Milano». Avrà ben riflettuto sulle linee strategiche da prendere... «Per dare un ritorno agli investimenti, bisogna alzare il livello della gestione. Ed è quello che cercheremo di fare. Ma la buona volontà a livello locale non basta. È Roma che deve darsi il più velocemente possibile un percorso pragmatico che ci consenta di crescere a livello di sistema, come hanno fatto gli inglesi e i francesi. Altrimenti sarà inutile lamentarsi se l' acqua di Milano passerà prima o poi in mani straniere».
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