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28 gennaio 2011

Via alla campagna per l'eolico offshore francese

Il presidente francese, Nicolas Sarkozy, ha annunciato ufficialmente l’avvio della gara per l’installazione di 6.000 megawatt eolici offshore al 2020. Sarkozy ha spiegato che la prima fase della gara sarà lanciata nel secondo trimestre di quest’anno e riguarderà la realizzazione di parchi per 3.000 megawatt in 5 zone nell’Atlantico e nella Manica, con un investimento stimato in 10 miliardi di euro.

"Il nostro obiettivo è creare una filiera nazionale in grado di realizzare questi sistemi di produzione e capace di rivolgersi anche all’export", ha dichiarato Sarkozy, lasciando pochi dubbi sulla nazionalità dei vincitori. Edf Energies Nouvelles e Alstom e hanno già siglato un accordo per partecipare assieme alla gara.


27 gennaio 2011

Prima centrale geotermica offshore nel Tirreno

Sarà realizzata in acque italiane la prima centrale geotermica offshore del mondo, che sfrutterà il calore del vulcano sommerso più grande d’Europa, il Marsili.

L’impianto, autorizzato dal ministero per lo Sviluppo Economico, è promosso da un comitato scientifico formato dall’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, dal Centro di ricerche e studi sperimentali per le Geotecnologie dell’Università di Chieti, dall’Istituto di scienze marine Ismar del Cnr e dal Politecnico di Bari.

I lavori per realizzare il pozzo geotermico sottomarino potrebbero iniziare nel 2012, mentre il progetto prevede, entro il 2015, la costruzione di 4 centrali galleggianti in grado di fornire energia sufficiente per 70.000 persone, il tutto per un investimento di 1,96 miliardi di euro.


25 gennaio 2011

Italia seconda in Europa per gli incentivi alle rinnovabili

Nel 2009 l’Italia è risultata al secondo posto nell’Unione europea quanto a incentivi pubblici per le fonti rinnovabili. In base a uno studio commissionato dalla direzione generale Energia dell'Ue a Ecofys, Ernst&Young, Fraunhofer e TU Vienna, il nostro Paese ha speso infatti nell’anno circa 5 miliardi di euro, situandosi dietro alla sola Germania (quasi 11 miliardi di euro) e davanti a Spagna (4,3), Francia (2,5), Svezia (2,1) e Regno Unito (2).

Lo studio, pubblicato dalla Commissione Ue, sottolinea che questi 6 Paesi costituiscono la quasi totalità dei finanziamenti pubblici europei, ammontati complessivamente nel 2009 a 35 miliardi di euro. Considerando tuttavia gli aiuti alle rinnovabili in rapporto ai consumi energetici nazionali, la Svezia balza al primo posto della classifica con oltre 6 euro per ogni megawattora, seguita da Germania e Spagna con 4,1 euro a megawattora e da Italia, Portogallo e Lituania con circa 3,2 euro a megawattora.


23 gennaio 2011

Il fotovoltaico italiano moltiplicato per 6 in un anno!

A fine 2010 eravamo a 3 gigawatt di potenza fotovoltaica installata in Italia, su 150mila impianti. Ma questi sono solo gli impianti già collegati alla rete. In base alle stime del Gestore dei Servizi Energetici, la realtà potrebbe essere ben diversa: con i collegamenti in corso, potremmo arrivare addirittura a 7 gigawatt di potenza installata! Lo ha annunciato il Gse durante un'audizione informale in Senato.

Com'è potuto accadere un balzo di questa dimensione? Già l'aumento degli impianti collegati è spettacolare: nel solo anno 2010 la nuova potenza fotovoltaica installata è stata pari a 1.850 megawatt, con un incremento del 160% rispetto alla potenza entrata in esercizio nell’anno precedente (711 megawatt).

Oltre a questi, però, al Gse sono arrivate comunicazioni per circa 55.000 ulteriori impianti, con una potenza di 4.000 megawatt, in aggiunta agli impianti in esercizio sopra citati, a seguito della legge 129/2010, che prevede di riconoscere le tariffe 2010 agli impianti fotovoltaici che entreranno in esercizio entro giugno 2011, purché abbiano comunicato la fine dei lavori entro il 31 dicembre 2010.

Valutando queste ultime richieste si deduce che la potenza complessiva degli impianti installati, seppure non ancora tutti collegati alla rete elettrica, potrebbe essere pari, a fine 2010, a 7.000 megawatt su 200.000 impianti, contro i 1.142 megawatt di fine 2009.

In pratica, la corsa ai vecchi incentivi, più favorevoli rispetto alle nuove regole entrate in vigore all'inizio del 2011, ha provocato un'incredibile moltiplicazione della potenza installata per sei!

Di conseguenza, già nel corso del 2011 potrebbe essere raggiunto il target di 8.000 megawatt, che il Piano di Azione Nazionale sulle fonti rinnovabili ha previsto per l’anno 2020 per gli impianti fotovoltaici.

Che cosa succederà dopo, è ancora tutto da capire...


20 gennaio 2011

Boom dell'eolico offshore in Europa del Nord

E’ boom per l’eolico offshore in Europa. Nel 2010, rivela l’European Wind Energy Association, sono state installate 308 nuove turbine in mare, il 51% in più rispetto al 2009, per un totale di 883 megawatt distribuiti in nove parchi eolici in 5 Paesi Ue. Gli investimenti complessivi si aggirano sui 2,6 miliardi di euro. I dati 2010 portano la capacità eolica offshore europea a 2.964 megawatt.

Il Paese leader è la Gran Bretagna, con una capacità di 1.341 megawatt, seguita da Danimarca con 854 megawatt, Olanda con 249, Belgio con 195, Svezia con 164, Germania con 92, Irlanda con 25, Finlandia con 26. Chiude l’elenco la Norvegia con 2,3. L'Italia non ha nemmeno una palaeolica offshore, fino ad oggi.

Se il 2010 è stato un anno positivo, il 2011 andrà ancora meglio. Ewea prevede infatti nuove installazioni offshore per una capacità compresa tra i 1.000 e i 1.500 megawatt. Ma in Italia ancora niente.


16 gennaio 2011

Previsioni 20-20-20: l'Unione centrerà l'obiettivo, ma senza l'Italia

La Ue centrerà, anzi supererà, il target delle rinnovabili al 2020, mentre l’Italia, molto probabilmente, lo mancherà. “Presi insieme i Piani d’azione nazionale mostrano che la Ue a 27 raggiungerà il 20,7% di consumi energetici da rinnovabili” ha spiegato Justin Wilkes, della European Wind Energy Association, che ha pubblicato i risultati della sua analisi dei 27 Piani presentati alla Commissione l’estate scorsa.

Dall’analisi aggregata di tutte le politiche messe in campo dagli Stati membri, secondo l’Ewea nel 2020 circa 1/3 della domanda elettrica, vale a dire il 34%, verrà soddisfatta con energia rinnovabile, perloppiù eolica (14%, di cui 10% onshore e 4% offshore). Il restante 20% sarà coperto con l’idroelettrico (10,5%), le biomasse (6,6%), il solare fotovoltaico (2,4%) e a concentrazione (0,5%), la geotermia (0,3%) e lo sfruttamento delle maree (0,1%).

In termini di capacità installata, l'energia eolica si porterà a 213.000 megawatt, pari al 14% della domanda elettrica europea. A quella data sarà l'Irlanda il paese con il più elevato contributo proveniente dalla fonte eolica (36,4% sul totale dei consumi elettrici), seguita dalla Danimarca (31%). Secondo una recente relazione della Commissione Europea - Tendenze in materia energetica della UE fino al 2030 - nel decennio 2011-2020 l'eolico metterà a segno la crescita più significativa in termini di potenza installata, rappresentando il 41% della nuova capacità.

L'analisi svolta sui singoli Stati porta l'Ewea a ritenere che saranno ben 15 gli Stati europei che nel 2020 supereranno il loro target nazionale. I risultati più significativi saranno raggiunti dalla Bulgaria, che migliorerà del 2,8% il proprio obiettivo, dalla Spagna (+2,7%) e dalla Grecia (+2,2%). Altri 10 Stati centreranno il loro obiettivo ma senza superarlo, mentre saranno soltanto due Paesi membri della UE - Italia e Lussemburgo - a rimanere al di sotto del loro target nazionale e a dover ricorrere a meccanismi di compensazione per rispettare l'impegno. L'Italia fallirà il traguardo per un -0,9%, mentre il Lussemburgo per un -2,1%.

 


15 gennaio 2011

Il 2010 anno record per le rinnovabili nel mondo

Gli investimenti mondiali nelle fonti rinnovabili hanno raggiunto nel 2010 i 243 miliardi di dollari, il 30% in più rispetto ai 186,5 miliardi del 2009. Il dato, fornito dal rapporto annuale di Bloomberg New Energy Finance, assegna agevolmente all’anno da poco concluso il primato storico, considerati i 51,7 m.iliardi del 2004, i 76,3 miliardi del 2005, i 112,9 miliardi del 2006, i 150,8 miliardi del 2007 e i 180,1 miliardi del 2008.

La crescita del 2010 deriva dagli investimenti cinesi, dall’eolico offshore e dal fotovoltaico in Europa, ma in parte anche dalle spese in ricerca e sviluppo. Per quanto riguarda la Cina, nel 2010 gli investimenti nelle rinnovabili sono saliti del 30% a 51,1 miliardi, mentre l’eolico globale ha messo a segno un +31% con 96 miliardi (di cui il 38% attribuibile alle iniziative cinesi e ai parchi offshore europei). Sul fronte della ricerca e sviluppo, gli investimenti hanno raggiunto il livello record di 35,5 miliardi, a seguito di una crescita delle spese sia pubbliche che delle aziende private.

Suddividendo i dati per settore, la crescita maggiore del 2010 (+49%) ha rigurdato il fotovoltaico, che ha attirato investimenti per 89,3 miliardi grazie al traino dell’Europa (59,6 miliardi, +91%). Bene anche le nuove tecnologie come smart grid, energy management e veicoli elettrici (+27% a 23,9 m.iliardi), mentre sono in calo i biocarburanti e restano invariate le biomasse e l’energa da rifiuti.

Per il 2011, ha commentato l’amministratore delegato di Bloomberg Nef, Michael Liebreich, “i segnali sono incoraggianti, data la probabile riduzione dei costi dei pannelli solari e delle turbine eoliche e il miglioramento delle fonti di finanziamento dopo il picco negativo della crisi”.


11 gennaio 2011

Novamont e l'economia del riciclo: la sfida dei sacchetti

All'inizio ci fu Topolino. Il suo faccione sorridente, stampato sul quadrante di un orologino giallo per bambini, fu distribuito in milioni di esemplari. Fece epoca, il primo prodotto italiano in plastica verde, derivata non dalla puzza di petrolio ma dalla fragranza delle pannocchie di mais dei nostri campi. Cominciò così l'avventura della Montedison di Gardini e Ferruzzi nel magico mondo della chimica sposata all'agroindustria. E Catia Bastioli era lì, a inventare la nuova molecola di un materiale mai visto prima e poi a produrre a mano, con il suo team, tonnellate di bioplastica per quella trovata di marketing che fu la prima uscita ufficiale del Mater Bi.

Vent'anni dopo, siamo al divieto dei sacchetti di plastica. Con la nuova normativa, si apre un business enorme per le bioplastiche: fino ad oggi gli italiani sono stati fra i massimi utilizzatori dei micidiali shopper che soffocano i mari del mondo, con un consumo pro capite di 300 pezzi l'anno, oltre 200mila tonnellate complessive, un quarto dei consumi europei. Anche ammettendo una contrazione del 50% per la sostituzione con sacchetti di carta o di stoffa - già osservata in altri Paesi che hanno introdotto normative analoghe - il mercato italiano degli shopper biodegradabili, capaci di sciogliersi in poche settimane e di tornare alla terra, si espande di colpo a 100mila tonnellate. Di questo mercato, almeno il 60% verrà coperto da Novamont, l'azienda di Novara erede del centro ricerche Fertec e dell'orologio di Topolino, che si è attrezzata per far fronte al boom, raddoppiando la produzione in due anni. Non solo per i sacchetti, naturalmente: la plastica verde va alla grande e Novamont produce un biopolimero adatto a mille trasformazioni, dai giocattoli alle stoviglie, dagli imballaggi agli pneumatici, di cui esporta oltre la metà.

Nato dalla grande scuola di scienza dei materiali Montedison, le cui tradizioni risalgono al polipropilene del Nobel Giulio Natta, il centro ricerche Fertec fu affidato a Bastioli, una chimica umbra, con il compito di armonizzare la cultura chimica di Montecatini con quella agroindustriale del gruppo Ferruzzi. Al disastro di Montedison il centro è sopravvissuto come Novamont, una piccola azienda controllata da Intesa SanPaolo, Investitori Associati e per una piccolissima quota dagli stessi fondatori. "Da ricercatori, nel '96 ci siamo trasformati in imprenditori e da allora ad oggi non ci siamo mai fermati", racconta Bastioli. Il breakeven è arrivato nel 2001 e nel 2010 il fatturato ha sfiorato i 90 milioni di euro, per 80mila tonnellate di bioplastiche. Con la riconversione di un nuovo impianto, a marzo si dovrebbero aggiungere altre 60mila tonnellate di capacità. A Terni, dove ha il grosso della produzione, Novamont punta anche sull'impianto Basell, una vecchia conoscenza, erede decotta della gloriosa Himont, gioiello tecnologico della vecchia Montedison.

"Con l'impulso della ricerca verde, la chimica italiana si può ancora rivitalizzare", è convinta Bastioli. Un sogno basato sull'universale riconoscimento di questa eccellenza italiana nel mondo dei materiali verdi, che compete alla pari con colossi mondiali come Basf o DuPont. Bastioli, insignita del premio "inventore europeo" della Commissione Ue, continua a sfornare novità. Dopo il Mater Bi di prima generazione, è arrivato quello di seconda, con una pellicola trasparente sempre più performante. E Novamont ha già in via di sviluppo le prossime cinque generazioni di bioplastiche: si allarga ai lubrificanti e sfrutta le nano-particelle d'amido per produrre con la Goodyear speciali pneumatici con una bassa resistenza al rotolamento, che vanno sulle nuove Bmw. A 53 anni, la signora della bioplastica italiana può ben dire di aver vinto la sua battaglia nel mondo. In Italia è ancora tutto da vedere.


6 gennaio 2011

Parte dai lampioni la sfida della smart city

Nel centro di Amsterdam ci caricano le biciclette elettriche, a Lisbona li usano come hotspot wifi, a Salonicco diventano totem informativi per i turisti. "I lampioni stradali possono essere trasformati già oggi in una rete intelligente: che senso ha costruirne di nuove per ognuno di questi usi?" Gianluca Moretti, ad del gruppo Umpi, ha in tasca la soluzione: Minos System consente di telegestire l'illuminazione pubblica e di aggiungere innumerevoli funzioni a ogni palo della luce. "Con 500mila punti luce intelligenti già installati in Europa, il nostro gruppo sta realizzando il sogno della smart city, senza bucare neanche una strada", spiega Moretti.

Nel sistema brevettato e prodotto dall'azienda romagnola, basta allacciare al cavo di alimentazione di ogni lampione una scatoletta lunga dieci centimetri, Syra, per telegestire le lampade e trasformarle in un supporto adatto all'applicazione di diverse tecnologie: videosorveglianza, connettività wifi, telesoccorso, centralino meteo, stazione di ricarica per moto e bici elettriche, accertatore di sosta e via dicendo. Le informazioni convergono in un quadro elettrico locale, Andros, grazie alle onde convogliate per la trasmissione dati attraverso le linee elettriche, un sistema utilizzato talvolta anche per far arrivare Internet nelle case via prese della luce. Ogni quadro può telegestire fino a mille lampioni e inviare i dati alla centrale operativa Ios, da cui si possono configurare fino a cento quadri.

I vantaggi sono evidenti, a partire dal risparmio: grazie al telecontrollo, si possono ridurre i consumi energetici dal 30 al 45% e i costi di manutenzione fino al 40%. "In Italia ci sono 10 milioni di punti luce, uno ogni 10 abitanti. Immaginiamo il risparmio complessivo se il nostro sistema fosse applicato a tappeto", rileva Moretti. E tutto ciò senza cambiare neanche un lampione, solo con una maggiore efficienza di gestione. Non a caso, Minos System va alla grande. Non solo in Italia, dove finora è stato adottato dall'Acea a Roma, dai comuni di Genova, Venezia e altri minori, lungo i tunnel dell'Anas, nelle stazioni ferroviarie. Ma soprattutto all'estero, dove copre migliaia di chilometri di autostrade nel Regno Unito e in Belgio, oltre a sezioni di città grandi e piccole, da Bruxelles a Medina, da Cordova a Kuala Lumpur. Il sistema nato e realizzato a Cattolica è fra i tre finalisti per il GE Smart Grid Award, nell'ambito dei prestigiosi Academic Enterprise Awards, che verranno annunciati a Zurigo in febbraio, e ha vinto in novembre l'Ict Excellence Awards 2010 del West Midlands per il Green Tech.

 

 


4 gennaio 2011

I cinesi avanzano verso il nucleare autofertilizzante

Gli scienziati cinesi avrebbero inventato una nuova tecnologia per lo sfruttamento del combustibile nucleare esaurito. L'annuncio è stato dato dalla televisione di Stato, senza offrire ulteriori dettagli tecnici: si sa soltanto che la nuova tecnologia esce dai laboratori della China National Nuclear Corporation, nel deserto del Gobi, dopo decenni di sperimentazioni. Il salto tecnologico, sostiene la Cctv, consentirà all'industria nucleare cinese di soddisfare il fabbisogno di combustibile nucleare per secoli. "La Cina ha riserve accertate di uranio che dovrebbero durare solo da 50 a 70 anni", ma con questa scoperta il periodo di copertura si allunga "a 3.000 anni".

L'annuncio arriva proprio mentre i cinesi avanzano rapidamente nel loro enorme programma di sviluppo del nucleare civile. Attualmente sono in costruzione sei reattori AP1000, con tecnologia Toshiba-Westinghouse di terza generazione, cui collabora anche l'italiana Ansaldo, in due siti diversi, Sanmen e Haiyang. I primi quattro, da 1100 megawatt ciascuno, saranno operativi fra il 2013 e il 2014 e ce n'è un'altra cinquantina in programma in giro per il Paese. Pechino vorrebbe raggiungere una capacità nucleare da 70 a 80 gigawatt entro il 2020, equivalente a tutta la capacità elettrica installata in Italia. E se va avanti a questo ritmo, è probabile che centrerà l'obiettivo: i tempi normali di costruzione di un reattore sono 4-5 anni, ma l'alacrità cinese non ha limiti. E' quindi comprensibile la preoccupazione del governo di Pechino per gli approvvigionamenti di combustibile: la Cina produce attualmente circa 750 tonnellate di uranio l'anno, ma la domanda potrebbe aumentare fino a 20.000 tonnellate entro il 2020.

Se davvero gli scienziati cinesi sono riusciti a mettere a punto una tecnologia di riutilizzo del combustibile nucleare più avanzata di quelle già sfruttate in Occidente, hanno scoperto la pietra filosofale del nucleare civile.

Ma non è chiaro a cosa si riferisse l'annuncio televisivo. Il riprocessamento del combustibile, infatti, è un sistema già conosciuto e praticato dall'industria nucleare occidentale: solo il 3-4% del combustibile usato una volta non si può più riutilizzare, il restante 96% viene riciclato. I due principali siti europei di riprocessamento sono La Hague in Francia e Sellafield in Inghilterra. Se i cinesi sono andati oltre, per ora non è dato sapere. In Occidente, l'industria nucleare lavora già da anni a vari tipi di reattori autofertilizzanti, macchine progettate per ottenere un rapporto di conversione maggiore di uno, cioè per produrre più materiale fissile al loro interno di quanto ne consumino. I rapporti di conversione tipici dei prototipi autofertilizzanti sono attorno a 1,2, mentre quelli dei reattori di prima e seconda generazione sono di 0,6.

La terza generazione, quella attualmente in costruzione, arriva a rapporti di 0,7-0,8. La tecnologia più promettente in questo senso è il reattore autofertilizzante a ciclo torio-uranio, proposto dal Nobel Carlo Rubbia per superare il problema delle riserve limitate di uranio: il torio è un combustibile nucleare molto abbondante in natura e non c'è bisogno di arricchirlo prima di usarlo. Un reattore al torio avrebbe anche il vantaggio di non generare plutonio (elemento tossicissimo e sfruttabile a scopi militari), ma di essere comunque in grado di "bruciarlo".


31 dicembre 2010

Mobilità urbana: il futuro delle megalopoli si decide ora

Saremo 9 miliardi nel 2050, all'80% concentrati nelle città. Megalopoli come San Paolo, Il Cairo o Shanghai, su cui oggi gravitano dai 20 ai 50 milioni di abitanti, saranno sempre più dense e le campagne sempre più vuote. Il segreto della vivibilità in questo mondo diverso saranno le reti intelligenti: ferrovie interconnesse con reti urbane, alta tensione elettrica magliata per favorire la diffusione della generazione distribuita, banda larga sempre più capillare. Solo flussi scorrevoli di persone, energia e informazioni possono assicurare in prospettiva la sopravvivenza pacifica dell'umanità e del pianeta. Altrimenti l'una o l'altro rischiano di soccombere. Già oggi la mappa dell'Europa è un immenso reticolo, soprattutto a Nord delle Alpi. Ma i grandi corridoi infrastrutturali non servono solo a spostare individui e risorse. Consentono anche di mettere in moto l'innovazione.

"Progettare delle infrastrutture richiede di pensare alle necessità del Paese tra dieci o vent'anni e all'interno di questi binari, tracciati a livello nazionale o internazionale, è più facile sviluppare soluzioni innovative", commenta Edoardo Calia, che dirige i laboratori di ricerca torinesi dell'Istituto Superiore Mario Boella e ha progettato la rete informatica del Politecnico di Torino. Basta prendere ad esempio i progetti paneuropei delle grandi reti ferroviarie ad alta velocità o delle smart grid elettriche, necessarie alla crescita dell'eolico nel Mare del Nord, per capire come l'innovazione possa sposarsi alla sostenibilità e alla qualità della vita nelle opere di largo respiro. Ma anche nei progetti più contenuti di mobilità urbana, che devono essere integrati strategicamente con l'assetto complessivo del territorio.

"I sistemi di mobilità per il corpo urbano sono come il sistema circolatorio per il corpo umano: si possono avere i polmoni migliori del mondo o le ossa più robuste, ma senza la circolazione si blocca tutto. E così sta succedendo in tutte le metropoli del mondo, terribilmente inquinate da un traffico veicolare sempre bloccato. Da questa situazione potremo salvarci solo grazie a infrastrutture di mobilità ad alta tecnologia, capaci di allargare il perimetro delle metropoli includendo aree finora escluse dalla vita delle città", sostiene Fabio Casiroli, docente di Pianificazione dei Trasporti al Politecnico di Milano e fondatore di Systematica. Certo è che per allargare il perimetro di Milano alla Brianza e quello di Parigi all'Île-de-France, l'auto tradizionale non basta. Ci vuole un'idea innovativa. "L'idea di risolvere l'ultimo miglio della mobilità urbana con dei piccoli veicoli elettrici ormai si va affermando a macchia di leopardo in tutta Europa e oltre, grazie anche agli ultimi sviluppi nell'industria automobilistica", spiega Casiroli. Esperienze di questo tipo spuntano come funghi da Parigi a Parma, da Baltimora a San Francisco, da Oslo agli Emirati. "Nella strategia di mobilità della regione parigina, cui abbiamo partecipato, prima c'è stata la rivoluzione del bike-sharing e adesso stanno lanciando Autolib, con una flotta di 4000 auto elettriche: questa è la soluzione del futuro", afferma Casiroli.

"D'altra parte - fa notare Calia - per stimolare l'innovazione ci vogliono anche percorsi certi e una serie di condizioni che non sempre si realizzano, in particolare in Italia". Un esempio eclatante è la linea Torino-Lione, che lungi dallo stimolare l'innovazione, ha foraggiato solo la l'aggressività dei no-Tav: Mario Virano, presidente dell'Osservatorio sulla Torino-Lione, prevede scontri armati alla prima trivellazione esplorativa. E con l'incapacità di portare avanti il progetto nei tempi previsti si avvicina anche la prospettiva di perdere i 672 milioni di finanziamento europeo. Un altro esempio è Industria 2015, quella che negli ultimi anni è stata l'iniziativa governativa più significativa per legare lo sviluppo delle infrastrutture all'innovazione, ma i cui fondi sono erogati con il contagocce, tanto che molte delle oltre 140 imprese vincitrici dei bandi hanno dovuto fermarsi. "E anche se gli strumenti di finanziamento avessero funzionato, resta comunque un problema sviluppare con quel sistema burocratico interventi realmente innovativi: all'interno dei consorzi di 40 o 50 partner che si sono formati, ognuno cerca di far emergere la propria soluzione su quelle degli altri, invece di mettere le competenze a fattor comune per creare qualcosa di veramente nuovo", analizza Calia. Il sistema, mirato al sostegno dell'innovazione, fallisce così per carenza di leadership e coordinamento.

Coordinamento è una parola importante in questo quadro di sviluppo, dove l'integrazione fra le varie reti sempre più intelligenti sarà d'obbligo. Guardiamo il caso del Biglietto Integrato Piemonte. Da anni la Regione sta tentando un coordinamento fra decine di società di trasporto pubblico, per dare all'utente una comodità importante: un biglietto unico per tutti i mezzi che prende sul territorio piemontese. E' chiaro che per centrare l'obiettivo bisognerebbe introdurre una tessera elettronica, attrezzare tutti i bus con dei lettori, ma soprattutto coordinare i flussi di cassa. Sarebbe un importante passo avanti tecnologico, oltre che di qualità della vita, per i piemontesi. Sono comodità che già esistono altrove, non occorre neanche andare tanto distante: il Canton Ticino, ad esempio, offre un servizio analogo a tutti i cittadini, la carta Arcobaleno. Con un piccolo particolare in più: nella carta Arcobaleno sono incluse anche le ferrovie, che ormai, anche fisicamente, hanno assunto l'aspetto gentile di una grande metropolitana del cantone. In Piemonte, invece, non se ne parla nemmeno. Includere il mastodonte ferroviario in un progetto a favore dei pendolari sarebbe davvero un'utopia. E malgrado gli sforzi della Regione, per adesso il sistema funziona solo in provincia di Cuneo e su alcune linee delle province di Asti e di Torino.


30 dicembre 2010

Natale amaro per l'eolico: i nuovi incentivi aprono le porte alla mafia

Un bel regalo di Natale per il settore dell'energia rinnovabile. Il consiglio dei ministri ha approvato in corner lo schema del decreto che dovrebbe dare attuazione alla direttiva europea sulla promozione delle fonti pulite per raggiungere gli obiettivi 20-20-20. Lo schema elimina con un tratto di penna il sistema dei certificati verdi e introduce una nuova tariffa incentivante, che nei termini previsti oggi getterebbe tutto il settore nelle mani della malavita organizzata: l'unica impresa in Italia che non ha bisogno delle banche per trovare liquidità da investire.

Per fortuna lo schema del decreto deve ancora affrontare un percorso complicato, rischiando come sempre di sforare i tempi di Bruxelles, per cui è probabile che vengano apposte delle modifiche in corso d'opera. Altrimenti, annunciano gli operatori eolici, il loro settore è destinato a morte certa. Ma anche gli operatori fotovoltaici criticano duramente il limite a 1 megawatt imposto agli impianti a terra nei terreni agricoli.

Il provvedimento è basato sul concetto del superamento dei certificati verdi a partire dal 1° gennaio 2013:. da quella data entra in vigore una tariffa onnicomprensiva, comunemente chiamata "feed-in tariff". Ma il sostegno statale sarà certo solo per gli impianti di piccola taglia, fino a 5 megawatt, mentre per gli altri sarà utilizzato un sistema di aste competitive al ribasso, nell'ambito del quale a ottenere gli incentivi saranno solo gli impianti che chiederanno al governo incentivi più leggeri. Gli impianti realizzati prima del 2013, infine, dovrebbero passare attraverso un regime transitorio tra il 2011 e il 2015, in cui potranno continuare a ricevere il vecchio incentivo, ma decurtato del 30% rispetto al prezzo fissato nel 2007. Dal 2015 in poi, tutti gli impianti dovrebbero passare al nuovo sistema, con dei parametri da decidere allora.

"Immaginiamoci quindi un parco eolico costruito nel 2004 o 2005", commenta Simone Togni dell'Associazione Nazionale Energia del Vento. "A quel tempo l'incentivazione, composta dal valore dei certificati verdi più il valore dell'energia venduta sul mercato, dava un'aspettativa di remunerazione a 230 euro per megawattora. Ed è su quella cifra che sono stati richiesti i finanziamenti alle banche, ritenendo che sarebbe rimasta costante. Nel 2007 è stato introdotto un tetto degli incentivi a 180 euro e quindi c'è stata la prima riduzione. Da allora ad oggi, il valore dei certificati verdi è stato fatto scendere circa del 10% all'anno, arrivando all'attuale incentivo di 147 euro complessivi, una cifra con cui, tolti 40 euro di costi a megawattora, le banche non recuperano il loro finanziamento, per cui già oggi molti campi eolici sono tecnicamente in default. Poi arriva il nuovo decreto legislativo e taglia via ancora una fetta, riducendo l'incentivo del 30% rispetto ai valori del 2007, così si arriva a 138 euro. Infine, nel 2015, lo stesso impianto entra nel nuovo sistema, con dei parametri che verranno decisi allora, ma probabilmente ancora più penalizzanti. In dieci anni, quante volte sono state cambiate le carte in tavola?"

La domanda di Togni, a questo punto, se la stanno ponendo tutti gli operatori eolici, meditando di cambiare mestiere. Ma se loro cambiano mestiere, commenta Togni, ci sarà sempre qualcun altro che avrà sufficiente liquidità per inserirsi nel business al posto loro: la criminalità organizzata. In altre parole: rendendo l'eolico non bancabile, lo si affida direttamente nelle mani della mafia, che come noto ha il problema di riciclare denaro sporco, non di chiedere finanziamenti alle banche.

Resta il fatto che l'Italia, di qui al 2020, deve ottemperare agli obblighi europei sulle fonti rinnovabili, che prevedono una quota del 28% di fonti verdi sul fabbisogno elettrico nazionale, da soddisfare in larga misura con l'eolico, la fonte pulita più potente. Il decreto legislativo in questione dovrebbe appunto servire a questo. Ma con lo schema passato in consiglio dei ministri, l'obiettivo di 16mila megawatt eolici installati non verrà mai raggiunto e si rischia d'incorrere nelle sanzioni di Bruxelles. "Fino a giugno di quest'anno eravamo circa nei tempi previsti, con una crescita costante che durava da una decina d'anni e ci ha portato ottimi risultati, con 5.000 megawatt di campi eolici e quasi 25mila occupati nel settore. Ma ora si è fermato tutto e non riusciremo a raggiungere i 6000 megawatt previsti per fine anno, né a crescere ulteriormente l'anno prossimo su queste basi", constata Togni. In pratica, gli operatori del settore non riescono più ottenere finanziamenti se la remunerazione cala al di sotto dei 160 euro a megawattora. Tutto quello che chiedono è avere una certezza di lungo periodo che l'incentivo non scenderà sotto quel livello. Altrimenti in Italia non si tirerà più su una pala pulita.


27 dicembre 2010

Via al progetto marocchino nel solare termodinamico: anche Enel in lizza

Il Marocco avanza sulla strada del solare termodinamico, per il consumo locale ma anche per esportare energia pulita in Europa, via Spagna. La Moroccan Agency for Solar Energy ha prequalificato quattro consorzi nella gara per il progetto di Ouarzazate, fra cui anche Enel, in cordata con la spagnola Acs. Il maxi-impianto solare cilindro-parabolico da 500 megawatt dovrebbe entrare in funzione nel 2015 nel centro del Paese maghrebino.

Oltre a Enel-Acs, sono stati prequalificati altri tre consorzi: Abeinsa Ici, Abengoa Solar, Mitsui e Abu Dhabi Nec; International Company for Water and Power (Acwa), Aries IS e Tsk EE; e Orascom CI, Solar Millenium e Evonik Steag. Alla gara avevano presentato manifestazione d’interesse 19 consorzi.

Un nuovo slancio per il progetto marocchino è arrivato a fine novembre con il via libera della Banca europea per gli investimenti all’erogazione di un prestito di 500 milioni di euro per cofinanziare l’impianto.

L’area individuata, una superficie di circa 3.300 ettari, è considerata ottimale non solo per l’elevato irraggiamento solare, ma anche per la vicinanza di linee di trasmissione ad alta tensione e della diga di Mansour Eddahbi, che garantisce le risorse idriche necessarie per il funzionamento della centrale.

Le autorità marocchine scommettono su una forte domanda di energia pulita dall'Europa nei prossimi anni, attraverso il progetto Desertec, per cui hanno già raddoppiato a 400 megawatt la linea d'interconnessione con la Spagna.


23 dicembre 2010

La rivoluzione dell'auto elettrica parte da Parigi

Il calcio d'inizio lo daranno i parigini. Dopo il Vélib, parte l'operazione Autolib, con tremila auto elettriche sparse su 700 stazioni in città più altre 900 in 41 comuni della cintura urbana. La prima operazione di carsharing elettrico di massa - uno dei punti centrali del programma elettorale del sindaco Bertrand Delanoë - partirà in settembre con un investimento di 110 milioni di euro. Le macchine le metterà Vincent Bolloré, che ha vinto l'appalto grazie al grande impegno profuso nell'innovativa BlueCar, il prototipo concepito da Pininfarina e presentato all'ultimo Salone di Parigi. Ma a produrle non sarà Pininfarina, che si è tirata fuori dall'avventura per le note difficoltà economiche dell'azienda: usciranno dalle linee della Cecomp di Giovanni Forneris. L' investimento di Bolloré è di 60 milioni di euro, per un giro d'affari che il Comune di Parigi stima in un miliardo di euro lungo i 12 anni della concessione del servizio, in base a una previsione di 200mila abbonati. Bolloré dovrà fornire 800 addetti ai parcheggi, che saranno a disposizione della clientela dalle otto del mattino alle otto di sera e come uniche entrate avrà gli abbonamenti mensili di 12 euro e il noleggio. 

Ma la rivoluzione dell'auto elettrica, che dall'anno prossimo si presenterà ai nastri di partenza in molte versioni diverse, schierate da quasi tutte le case automobilistiche europee (tranne la Fiat), non porta solo una tecnologia nuova sulle nostre strade. Si tratta di una concezione completamente diversa dell'utilizzo dell'auto. Nata come uno strumento di libertà assoluta per eccellenza, lanciato on the road senza la minima costrizione, oggi l'automobile sta cambiando pelle e l'avvento dell'elettrico, con tutti i suoi vantaggi e le sue limitazioni, concorre a questa nuova visione. Imbrigliata nelle reti dell'infomobilità, l'auto diventa sempre più uno dei tasselli che vanno a comporre il grande puzzle dei flussi di persone in movimento, un tassello adatto soprattutto per coprire l'"ultimo miglio", quel famoso tratto di raccordo fra i mezzi di lunga percorrenza su rotaia e le case o gli uffici di tutti noi, che spesso non si può fare a piedi o in bicicletta.

Il cambiamento risponde a un problema oggettivo: la densità. Nel 2050, in un mondo di 9 miliardi di abitanti, all'80% concentrato nelle città, non si potrà fare altrimenti. Ma già oggi, ogni anno 400mila europei acquistano una seconda macchina solo per usarla in città. Per questi spostamenti, una piccola auto elettrica è la risposta giusta: molto più efficiente del motore a combustione interna, meno inquinante e più economica da alimentare. Alla lunga, dalle città dovranno essere bandite tutte le altre auto: troppo grandi e troppo inquinanti per intasare i centri urbani. Chi viene da fuori dovrà avere a disposizione mezzi su rotaia efficienti, con stazioni di car sharing elettriche a ogni fermata, come sta succedendo a Parigi. Altrimenti finiremo per soffocare nei nostri stessi gas di scarico. E di rimanere eternamente imbottigliati in giganteschi ingorghi.


19 dicembre 2010

I tabelloni luminosi auguravano "buon viaggio": alla faccia dell'infomobilità

Li hanno fatti entrare e poi hanno chiuso tutte le uscite: nella notte del blocco, tra venerdì 17 e sabato 18 dicembre, dei 25 caselli nel tratto toscano dell'Autosole, 19 erano chiusi. Un'immensa prigione a cielo aperto, con temperature sotto zero. Ma sui tabelloni luminosi che ci accompagnano a una densità imbarazzante nei nostri viaggi in autostrada c'era scritto solo "buon viaggio", "allacciate le cinture di sicurezza" e le solite palle. Non uno che prima o dopo il tratto del blocco, avvertisse gli automobilisti di uscire appena possibile dall'autostrada se non volevano restare imbottigliati. Non un'indicazione sulle uscite già sprangate. Alla faccia dell'infomobilità!

Per non parlare di Isoradio, il canale della Rai sulla viabilità, che raccontava di "code a tratti" da ordinaria amministrazione anche dopo ore dall'inizio del blocco totale dell'Autosole tra Incisa, Firenze Sud e Firenze Certosa e dell'A12 tra Rosignano e Collesalvetti, in provincia di Livorno. Non stupisce, dato il modo in cui Isoradio raccoglie le sue informazioni: non in presa diretta ma attraverso gli enti preposti - Anas, Autostrade, Aci, Cciss Viaggiare Informati ecc - che a loro volta dormivano placidamente mentre gli automobilisti erano già in trappola da ore. Nel sito Internet del Cciss Viaggiare Informati, ancora ieri sera l'ultimo aggiornamento del taccuino meteo traffico risaliva al 20 giugno. Dire che l'emergenza non è stata presa abbastanza sul serio sarebbe un eufemismo.

Inutile sperare nel Gps per evitare questi disastri: quando le informazioni mancano da tutte le altre fonti, nemmeno gli automobilisti più efficienti si fidano di seguire il navigatore. Chi lo avesse fatto, vendendo da Sud, sarebbe uscito ad Arezzo, prima di entrare nell'area del blocco, come molti navigatori consigliavano. Ma gli utenti hanno creduto perloppiù ad una svista del Gps, visto che i tabelloni non avvertivano delle uscite chiuse. Chi ha deciso di uscire dopo Arezzo, vedendo i Tir che slittavano pericolosamente, ha trovato già chiuso il casello di Valdarno e quindi ha dovuto proseguire verso Incisa, pensando di uscire allo svincolo successivo, ma era già in prigione e non lo sapeva ancora: 3 chilometri prima di Incisa cominciava il maxi-ingorgo, dov'era destinato a restare fermo 18 ore. Tutto per 20 centimetri di neve. 


17 dicembre 2010

Reti smart verso i Balcani e verso Nord: l'Europa si allarga

Il via al ponte elettrico per collegare l'Italia con l'area strategica dei Balcani e l'accordo per la super-rete del Mare del Nord sono solo i primi segnali. Le interconnessioni sottomarine e le smart grid si annunciano come la nuova frontiera per un settore industriale, quello delle reti, in rapida crescita. E l'Italia, con la posa del primo cavo di Terna che unisce la Sardegna al continente e 32 milioni di contatori elettronici installati dall'Enel sul territorio, è già all'avanguardia. L'Unione Europea punta a trasformare in smart grid il 50% delle reti europee al 2020 e il 100% al 2030, con un investimento complessivo di 120 miliardi di euro: dei 2 miliardi appena stanziati dall'Ue, un terzo andrà all'Italia.

Il programma è indispensabile per affrontare la crescita prevista di energia elettrica da fonti rinnovabili. "Le reti intelligenti sono un progetto irrinunciabile", ha detto il presidente dell'Authority Alessandro Ortis allo Smart Grid International Forum, organizzato a Roma dal Gruppo Italia Energia. Alle centrali di grande taglia alimentate da combustibili fossili, infatti, si sta affiancando in questi anni una miriade di piccoli impianti da fonti rinnovabili, che producono corrente in modo discontinuo, solo quando soffia il vento o splende il sole, e non si costruiscono vicini alla domanda, ma dove ci sono le risorse, spesso in zone remote, le più ventose nel Mare del Nord o le meglio soleggiate nel deserto del Sahara. Ma la rete elettrica oggi ha una struttura a stella e a senso unico: dalle centrali elettriche a produzione costante e programmabile partono, come bracci, le linee di alta tensione verso i consumatori. Una smart grid, invece, è una rete con molti snodi e una serie di tecnologie intelligenti, capaci di bilanciare e ridistribuire i flussi di produzione delle diverse fonti, compensando automaticamente gli sbalzi dovuti a una nottata particolarmente ventosa o a una giornata splendente, che possono mandare le vecchie reti in sovratensione, con conseguenti blackout.

La partita industriale è già cominciata, con la nascita del consorzio europeo Friends of the Supergrid, cui ha aderito anche l'italiana Prysmian (ex Pirelli Cavi), specializzata nei grandi cavi elettrici sottomarini e attualmente impegnata nel takeover dell'olandese Draka, con cui andrebbe a formare il leader mondiale del settore, a quasi 6 miliardi di fatturato complessivo. Non a caso il 65% del margine operativo lordo 2009 della società guidata da Valerio Battista è venuto dal settore dei cavi tecnologici e la trasmissione di energia assicura un portafoglio ordini da un miliardo di euro. Prysmian è anche coinvolta nello studio del progetto Transgreen, la rete d'interconnessioni sottomarine che servirà a collegare all'Europa il grande parco solare progettato in Nord Africa dal consorzio Desertec.

Ma non è certo l'unica azienda italiana ad approfittare della crescita del settore. Enel, che investe un miliardo l'anno nelle reti, è protagonista nelle smart grid con i suoi 32 milioni di contatori intelligenti e la gestione dell'85% delle reti cittadine. La divisione reti dell'ex monopolista, guidata da Livio Gallo (presidente dell'European Distribution Systems Operators), è capofila del progetto europeo sulle smart grid ed è appena sbarcata in Corea per sviluppare con l'operatore Kepco la trasformazione dei sistemi coreani di distribuzione dell'energia, con particolare attenzione all'utilizzo dell'eletrricità nei trasporti. Su questo fronte, Enel sta già installando le prime colonnine per la ricarica delle auto elettriche in diverse città italiane, da Milano a Brescia, da Bologna a Reggio Emilia, da Firenze a Pisa, che costituiranno una parte integrante delle reti distributive del futuro. E ha firmato una convenzione con il ministero dello Sviluppo Economico per un programma triennale da 77 milioni incentrato sull'istallazione di cabine elettriche di nuova generazione nella rete a media tensione, in alcune aree pilota del Sud. Il passo successivo è arrivare anche alla bassa tensione intelligente, cioè alla piccola produzione da rinnovabili distribuite sui tetti delle case, con gli stessi metodi di controllo e di previsione che oggi si stanno sviluppando sulla media tensione.

Sull'alta tensione, invece, il sistema di comunicazione e di controllo interno è già attivo da qualche anno. Qui è Terna, responsabile dell'infrastruttura nazionale primaria, che sta lavorando perché la rete italiana si evolva di pari passo con il sistema elettrico ed è in prima linea nello sviluppo delle interconnessioni sottomarine, come quella che sta per realizzare verso il Montenegro. "Solo nel 2008 – ha fatto notare il presidente di Confindustria Anie Guidalberto Guidi al forum di Roma - a livello mondiale sono stati fatti investimenti complessivi sulle reti di trasmissione e distribuzione superiori ai 90 miliardi di dollari". E sono investimenti destinati a crescere.


13 dicembre 2010

Davide e Golia: lotta impari fra i privati e Trenitalia

I treni rossi e gialli di Arenaways sulla tratta Milano-Torino e quelli della Deutsche Bahn sulla Milano-Monaco, Bologna-Monaco e Venezia-Monaco sono il primo tentativo di liberalizzazione delle ferrovie, in attesa della Ntv di Montezemolo e Della Valle, che partirà l'anno prossimo. Due tentativi limitati, lanciati soprattutto ad uso e consumo del traffico pendolari, ma Trenitalia non risparmia i colpi. I vettori privati sono sostanzialmente dei treni fantasma: non è possibile sapere da che binario partano, non si possono comprare i biglietti e non vengono inclusi negli orari. Ma soprattutto, non possono fare fermate intermedie. L’Ufficio per la regolazione del traffico ferroviario, infatti, ha accolto le obiezioni avanzate dal monopolista. Ma le reazioni delle due Regioni coinvolte sono state antitetiche: mentre il Piemonte ha subito dato ragione a Trenitalia, tarpando le ali ad Arenaways, il Trentino Alto Adige ha spalleggiato la Deutsche Bahn, che a forza di ricorsi è riuscita a far sospendere il provvedimento per tre mesi.

Per i nuovi entranti si tratta di una limitazione non da poco: proprio il servizio locale doveva rappresentare il vero punto di forza della scommessa dell’imprenditore Giuseppe Arena, che aveva previsto un percorso ad anello per collegare in modo diretto località che attualmente non possono essere raggiunte senza cambiare, come Vercelli, Novara, Asti, Alessandria o Pavia. Ora invece i treni Arenaways possono solo funzionare da Intercity tra Milano e Torino. Anche per la Deutsche Bahn non avrebbe senso far viaggiare i suoi treni "blindati" da Milano a Monaco senza fermare a Brescia, Verona, Trento e Bolzano. Grazie a un ricorso al Tar e al deciso intervento di Trento, per questa tratta il provvedimento è stato sospeso, ma sulla Venezia-Monaco i treni tedeschi per ora devono viaggiare senza fermare a Padova e Vicenza. Arenaways, dal canto suo, ha fatto ricorso contro la decisione dell’Urfs all’Antitrust e alla Commissione Europea, ma senza il sostegno di Torino. Arena sperava di riuscire a far ragionare Trenitalia in tempo per l'entrata in vigore dell'orario invernale, partito ieri, ma non è stato così.

La vicenda dimostra che, malgrado le generiche direttive sulla liberalizzazione del mercato dei trasporti su rotaia, chi desideri sfidare Trenitalia si trova a giocare una partita in condizioni impari che l'incumbent sfrutta fino in fondo per strangolare la concorrenza.

Ne sa qualcosa Ntv, la nuova società di Montezemolo e Della Valle, che con il suo Italo si propone di contendere dal 2011 il mercato dell’alta velocità. Giusto pochi giorni fa Montezemolo lamentava l’insostenibile situazione in cui le Ferrovie dello Stato sono al tempo stesso "l’arbitro e il concorrente". In effetti Ferrovie dello Stato controlla sia Trenitalia che la società Rete Ferroviaria Italiana, che gestisce l’infrastruttura. In tal modo è possibile per l’incumbent mettere a segno azioni ostruzionistiche ai danni del nuovo concorrente, che si è visto negare la possibilità di fare alcuni collaudi e di accedere a condizioni eque ad un centro di manutenzione per il periodo necessario all’omologazione dei propri veicoli. Ntv ha appena annunciato di essere pronta a investire anche nel settore del traffico pendolari. Sarà la volta buona per gli italiani di rimettersi in treno?


L'energia del sole galoppa: da 1 a 3 gigawatt in un anno

Continua la corsa del fotovoltaico in Italia, il Paese di Bengodi degli incentivi. Più che una corsa, un galoppo: in base agli ultimi dati, sembra che entro fine anno l'energia del sole avrà a disposizione ben 3 gigawatt di pannelli installati, contro 1 gigawatt di fine 2009. Triplicare la potenza in un anno è un risultato di non poco conto, che dimostra quanto facciano gola i sussidi governativi del conto energia, che gli italiani pagano in bolletta. Soprattuto ora che il governo di Madrid ha dimezzato gli incentivi spagnoli e Parigi ha bloccato con una moratoria quelli francesi fino a marzo, per eccesso di richieste. Qui, invece, il conto energia continua, seppure ridotto del 18-20% dal 1° gennaio.

Ma la corsa al solare italiano nel 2010 non sarà da attribuire al calo imminente degli incentivi? "Le previsioni, basate sugli investimenti già in corso, sono di aggiungere altri 2 gigawatt anche l'anno prossimo", risponde Valerio Natalizia, nuovo presidente del Gruppo Imprese Fotovoltaiche Italiane, che rappresenta 137 aziende del settore, con un giro d'affari di un miliardo e mezzo, equivalente al 75 per cento del mercato. Quindi non è solo il canto del cigno di un settore destinato a ridurre ben presto le sue aspettative. "Al contrario", conferma Natalizia, che è anche direttore generale della filiale italiana del primo produttore mondiale di inverter, Sma. "L'obiettivo italiano di 8 gigawatt al 2020 ci sembra molto modesto, tanto che l'avremo già raggiunto entro il 2014. E quindi chiediamo al governo di alzarlo almeno a 15 gigawatt".

Stesso scenario è tratteggiato anche da Gianni Chianetta, presidente di Assosolare e amministratore delegato di Bp Solar Italia. "Questo aumento rapido di volumi si registra anche a livello mandiale e determina un trend di decrescita del costo degli impianti", precisa Chianetta. Ma ci vorrà ancora una decina d'anni per raggiungere la grid parity, cioè il momento in cui un kilowattora generato da fotovoltaico sarà davvero competitivo con uno prodotto da fonti tradizionali. Nel frattempo, gli incentivi pagati in bolletta da tutti gli utenti elettrici continueranno a mettere la differenza. "Ma attenzione - fa notare Chianetta - da 15 anni gli italiani pagano in bolletta false rinnovabili che pesano per l'80% del prelievo complessivo". Chianetta si riferisce alle famose "fonti assimilate" della componente Cip6, che altro non sono che scarti di raffineria e simili, altamente inquinanti ma incentivati nello stesso calderone delle fonti verdi.

La rivoluzione solare, nel frattempo, sta portando in Italia tutti i big del settore. Sul fronte delle installazioni, il direttore per il fotovoltaico di E.on, Christophe Jurczak, ha annunciato una serie di progetti solari da 300 megawatt per l'Italia e la Francia, nella convinzione che questa fonte raggiungerà nel giro di 3 anni la stessa maturità dell'eolico. I primi 16 megawatt saranno completati in Italia entro metà 2011. La cinese Suntech, primo produttore di moduli fotovoltaici del mondo, ha scelto di installarsi in Italia con una sede ad Agrate Brianza da cui controllerà tutti i mercati del Sud Europa. La rivale cinese Upsolar ha aperto una sede a Treviso, guidata dal direttore generale Enrico Carniato, e ha già in cantiere un primo grande progetto da 7 megawatt ad Alessandria. Un altro competitor cinese, Yingli, ha aperto da poco una sede a Roma. "Crediamo fortemente nel notevole potenziale del mercato italiano, dove attualmente la richiesta di moduli Yingli è molto elevata", ha detto Liansheng Miao, numero uno di Yingli Green Energy. La portoghese Martifer Solar, che offre impianti solari chiavi in mano, è cresciuta a ritmi esponenziali da 8 dipendenti nel 2008 ai 60 attuali, con sede centrale a Milano. Il fondo olandese Ampere ha esordito nel fotovoltaico italiano con l'acquisizione di una quota di maggioranza in un portafoglio d'impianti a terra per 9,7 megawatt sviluppati da Winch Energy, che resterà socio di minoranza delle iniziative.

Si potenzia anche la filiera a monte. La fabbrica di pannelli più grande d'Italia è già in cantiere a Catania, grazie alla joint venture fra Enel, Sharp e StMicroelectronics, e dovrebbe cominciare nel 2011 la produzione di 160 megawatt di pannelli all'anno. E' stata avviata anche la terza linea di produzione di silicio destinato al fotovoltaico dello stabilimento Memc di Merano, con cui il gigante americano raddoppierà la capacità dell'impianto, con l'assunzione di altri 80 dipendenti. Nel triennio 2007-2010 il gruppo ha investito nello stabilimento di Merano 190 milioni di euro complessivi.


9 dicembre 2010

Un futuro senza petrolio? Per l'Europa bastano dieci anni

E' possibile un futuro senza petrolio? Un futuro in cui sulle strade circolino solo auto elettriche? In Europa non è fantascienza, bastano dieci anni. E' la previsione di Shai Agassi, guru israeliano delle reti di distribuzione per l'auto elettrica, che ieri ha lanciato la sua provocazione alla nona conferenza annuale di Stoa, il gruppo di lavoro del Parlamento europeo che si occupa della valutazione delle opzioni scientifiche e tecnologiche.

"L'Europa funzionerà senza petrolio in meno di 10 anni, tra il 2015 e il 2020, è inevitabile", ha assicurato Agassi, appena incluso da Foreign Policy nell'elenco dei cento pensatori più influenti al mondo. "Non cambieremo a causa del riscaldamento climatico, ma soltanto perché il petrolio diventerà troppo costoso". Da dieci dollari al barile di qualche anno fa il petrolio è salito ormai a 100 dollari e "se la Cina non smetterà di produrre macchine al ritmo attuale, aumenterà in pochi anni fino a 230 dollari al barile", ha detto Agassi. E a quel punto, sostiene Agassi, qualcosa andrà fatto di sicuro. La Cina lo ha già capito, dando il via agli investimenti nelle batterie per l'auto elettrica e se l'Europa non vuole restare indietro e perdere il suo ruolo di prima produttrice di macchine al mondo, questo è il momento di agire.

''I consumatori - afferma Agassi - adotterano le auto elettriche se queste costeranno quanto un'auto tradizionale, con un costo molto più basso per chilometro''. Il raggio d'azione limitato dei veicoli elettrici si può risolvere con una rete di distributori a ricarica rapida, dove si possa scambiare la batteria scarica con una carica. ''Il prezzo per costruire questa rete - ha sostenuto l'ad di Better Place, che sta applicando questo modello in Danimarca - su un qualsiasi territorio europeo è equivalente a sei giorni delle sue spese per la benzina''. Ora tocca ai legislatori europei attrezzarsi velocemente, perché la Cina è già pronta a prendere il sopravvento anche su questo fronte.


7 dicembre 2010

L'ombra delle frodi carosello sul mercato carbon italiano

Mentre a Cancùn non si va da nessuna parte, torna ad allungarsi l’ombra delle "frodi carosello" sui mercati carbon. Potrebbe essere questo il motivo alla base della sospensione della piattaforma di scambio dei diritti della CO2 sul mercato italiano. La decisione del Gestore dei Mercati Elettrici è stata presa in seguito agli andamenti anomali registrati nell'ultimo periodo. Nel giro di un anno, infatti, i volumi di scambio presenti sulla piattaforma italiana sono aumentati in maniera esponenziale: le Eua (crediti di carbonio) sono passate da qualche decina di migliaio di tonnellate di CO2 alla cifra record, registrata il 25 novembre, di oltre 3,2 milioni di tonnellate, scambiate a un prezzo medio ponderato di 14,86 €/ton CO2. Nello stesso giorno sulla Bluenext, società con sede a Parigi considerata una delle piazze con maggiore liquidità tra quelle di riferimento, venivano trattate 712.000 tonnellate a un prezzo medio ponderato di 15,19 €/ton CO2. La presenza di volumi così alti e di prezzi sotto quota rispetto agli altri mercati avrebbe potuto aprire a possibilità di arbitraggio da parte degli operatori. Nelle scorse settimane, l’anomalia era stata evidenziata anche da PointCarbon (Reuters): secondo i calcoli effettuati sui dati del 18 novembre, la discrepanza tra le due borse avrebbe potuto produrre oltre 800.000 € di profitti da arbitraggio. Il timore di frodi in atto, riapre un argomento di vitale importanza per il mercato europeo della CO2 legato alla necessità di armonizzazione del trattamento fiscale delle unità di emissione. Per evitare la possibilità di speculazione sull’aliquota alcuni Paesi europei (Francia, Spagna, Germania e Inghilterra) hanno deciso di rendere il trading della CO2 esente dall’Iva. La piattaforma del Gme, nonostante il boom degli ultimi mesi, resta comunque una borsa marginale, per cui non dovrebbero esserci conseguenze economiche. Ma il ripetersi dell’ennesimo episodio mette in luce una criticità sempre più difficile da sradicare dal sistema, che contribuisce ad aumentare le incertezze del mercato carbon.