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23 marzo 2009

James Lovelock, ultimo appello del profeta di Gaia

La domanda non è quella giusta. Per James Lovelock, il biofisico inglese padre della teoria di Gaia, la questione non è più come bloccare l'effetto serra, ma come attrezzarci per affrontare al meglio l'inevitabile processo di riscaldamento del pianeta, che è già in atto. "Ormai è troppo tardi per fermare questo processo", spiega flemmatico il novantenne scienziato, che da mezzo secolo dispensa previsioni dal suo laboratorio, in un antico mulino in Cornovaglia, e ha appena pubblicato il suo ultimo libro, "The Vanishing Face of Gaia" (Penguin). Lovelock, Fellow della Royal Society e del Green College di Oxford, è noto soprattutto per aver messo a punto un metodo per lo studio dei clorofluorocarburi, che ha consentito di identificarli come principali responsabili del buco nell'ozono e ha portato al bando di questi gas dall'industria del freddo. Già negli anni Sessanta, indagando per la Nasa sulle possibili forme di vita su Marte, Lovelock cominciò a rendersi conto del riscaldamento della Terra e a denunciarne le conseguenze. "Se ci fossimo mossi allora - smettendo di bruciare combustibili fossili, per bloccare subito le emissioni umane di anidride carbonica - forse avremmo potuto ottenere qualche risultato. Invece non è stato fatto nulla: malgrado Kyoto, la concentrazione di CO2 nell'atmosfera ha continuato ad aumentare. Arrivati a questo punto, non ha più senso parlare di sviluppo sostenibile. C'è un sacco di gente che viene da me per chiedermi di non dire queste cose, perché ci toglierebbero la volontà di agire. E' vero il contrario. Dire la verità sul riscaldamento del pianeta ci impone un'enorme mole di lavoro. Ma non è lo stesso lavoro che vorrebbero fare loro". Lovelock conserva fino in fondo la verve polemica di sempre. Per decenni, la sua decisione di avallare l'energia nucleare pur di combattere l'effetto serra, gli ha alienato le simpatie dei compagni ambientalisti. Ma questo non lo ha fatto recedere. Oggi, man mano che le sue previsioni sul riscaldamento del pianeta si rivelano vicine alla realtà, questa posizione attrae sempre maggiori consensi. Tranne che ormai lui stesso l'ha superata. Sembra quasi che le sue teorie nascano dalla passione per l'eresia a tutti i costi. “Neanche per idea”, ribatte reciso. “La mia principale aspirazione è vivere in pace con tutti, ma non posso impedirmi di vedere le cose che accadono”. Nella sua ultima provocazione, Lovelock sostiene che nulla potrà più impedire alla Terra di diventare largamente inabitabile e quindi non si vede l'utilità di puntare tanto sulle fonti alternative: “E' come passare il tempo a sistemare le sedie sdraio sul ponte, mentre il Titanic affonda”. Le vere emergenze, invece, sono altre: il cibo e l'acqua. "Entro la fine di questo secolo, vaste zone del pianeta diventeranno desertiche. Questo porterà a enormi migrazioni di massa verso le aree più abitabili, nelle zone artiche, dalla Groenlandia alla Siberia. L'umanità, decimata dalla fame e dalle epidemie, finirà per ridursi a un quarto di quello che è oggi, forse meno". Una catastrofe. “Veramente, mi sembra già tanto che l'umanità sopravviva. E credo che sarà così. Eventi di questo tipo sono accaduti altre volte: fra le diverse glaciazioni ci sono state delle strozzature in cui l'umanità si è ridotta a non più di duemila esemplari. Oggi è più evoluta e quindi dovrebbe esserle più facile resistere. E' la prima volta nella vita della Terra che una specie si dimostra capace di capire come funziona e perfino di modificare il corso delle cose”. I dati forniti dall'ultimo rapporto dell'Intergovernmental Panel on Climate Change – fa notare lo scienziato - coincidono sostanzialmente con le sue previsioni, dando come probabile un innalzamento della temperatura media fra 1,1 e 6,4 gradi entro la fine di questo secolo. "Siamo tutti consapevoli di cosa comporti questo per l'umanità, solo che non tutti lo dicono chiaramente". Già un aumento di due gradi - concordano i climatologi - porterebbe alla desertificazione di buona parte delle superfici coltivabili, compresa la Corn Belt americana e il Sud dell'Europa. Lo scioglimento dei ghiacciai europei e andini causerebbe gravissime siccità. “Questa è la vera emergenza: per affrontarla bisognerebbe puntare molto sul cibo sintetico, sulla desalinizzazione e sullo sviluppo di tecnologie nuove in campo alimentare”. Per Lovelock, la logica è chiara: la nostra unica possibilità di sopravvivenza non verrà dal ritorno alla natura, ma dal sempre maggiore ricorso alla tecnologia. Non a caso, dopo la pubblicazione della sua ultima fatica, il padre di Gaia si sta dedicando con entusiasmo al progetto di un viaggio nello spazio offertogli da Richard Branson, fondatore della Virgin Galactic, per il suo novantesimo compleanno, che festeggerà in luglio. “Così finalmente potrò osservare Gaia dall'esterno”, si rallegra, entusiasta delle prove in assenza di gravità a cui si sta sottoponendo.

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