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20.9.09

L'auto ecologica sta per scendere in pista

Il presente dell'auto elettrica è poca cosa, per lo più confinata alle flotte aziendali e sempre come auto ibrida, che affianca a un motore elettrico quello a combustione interna. Ma le previsioni indicano una quota di mercato del 20-25% entro i prossimi 5-10 anni, di cui la metà per le auto esclusivamente ad alimentazione elettrica, quindi a emissioni zero, con batterie al litio ricaricabili inserendo una spina nella rete.

L'aria nuova che tira nell'industria più devastata dalla crisi si è vista al salone di Francoforte, appena concluso, dove la sfida delle auto verdi è stata raccolta in pieno. Gran parte delle 82 prime mondiali erano ibride o 'full electric', a dimostrazione che nessuno ormai può tirarsi fuori dalla corsa all'auto pulita del futuro. I tedeschi - forti del piano del governo che punta a un milione di auto elettriche entro il 2020 e ha stanziato 500 milioni di euro per accelerare la ricerca sulle batterie - sono come sempre i primi della classe. Bmw ha lanciato le versioni ActiveHybrid di X6 e Serie 7, ma nel 2010 sarà ibrida anche la Serie 5 Pas finora mostrata come concept car. Mercedes ha risposto con le BlueHybrid S400 e Ml450, Audi con Q5 e Q7, Volkswagen con la Touareg e anche la nascente quattro porte Panamera avrà nel 2010 una versione ibrida. Tra le novità elettriche di Francoforte c'è anche un concept della Trabant, brand icona della Germania dell'Est che rinasce in versione ad impatto zero.

Daimler si è anche assicurata una quota azionaria del 10% in Tesla, la regina californiana delle auto elettriche, famosa per aver conquistato il cuore di George Clooney, Matt Damon, Arnold Schwarzenegger e sbarcata recentemente in Italia grazie alla marchigiana Energy Resources. La partnership con Energy Resources, azienda leader nel settore delle fonti rinnovabili, è nata dalla convinzione che chi guida una Tesla, completamente elettrica, abbia bisogno di energia verde per ricaricarla: "Un'auto a emissioni zero può diventare ancora più pulita se anche l'energia che consuma proviene da fonti rinnovabili, per esempio grazie all'insatallazione di pannelli solari", spiegano da Energy Resources, specializzata nella progettazione e installazione di sistemi fotovoltaici, geotermici, eolici e domotici.

Ma sulla diffusione dell'auto elettrica come prodotto di massa, i francesi sono molto più avanti. Carlos Ghosn a Francoforte ha lanciato la sua provocazione con una dichiarazione forte: "Stiamo investendo quattro miliardi di euro nel settore e abbiamo già stipulato oltre trenta accordi affinché l’alleanza Renault-Nissan conquisti la leadership mondiale nel campo delle auto elettriche. Prevedo che entro il 2015 il 10% della produzione auto complessiva sarà elettrica". Renault-Nissan ha esposto quattro concept 100% elettriche (di cui due derivate da Megane e Kangoo) che la casa francese immetterà a partire dal 2011 nel progetto Better Place, destinato a sperimentare l'auto elettrica, le sue modalità di gestione e di utilizzo, in Israele, Danimarca e Portogallo. Il passaggio a una vera filiera industriale, infatti, deve superare il problema dei costi e delle infrastrutture di rete. Il progetto Better Place, guidato dal guru di Silicon Valley Shai Agassi, prefigura un modello simile a quello dei telefonini: l'acquisto della macchina non comprende la batteria, che rimane di proprietà della compagnia di gestione della rete, a cui ci si affida per le ricariche o per un cambio rapido, negli appositi distributori, in caso di viaggi lunghi. Questo abbatte di molto i costi della vettura e anche il problema dell'autonomia limitata. Le batterie al litio di ultima generazione, infatti, non vanno oltre un'autonomia di 100-150 chilometri e ci mettono molte ore a ricaricarsi, per cui non consentono l'utilizzo della macchina per lunghe percorrenze. L'alternativa più interessante, prodotta sempre dai francesi della Peugeot, è la nuova minicar elettrica iOn, basata sulla Mitsubishi i-MIEV: la novità è che si tratta di una vettura ricaricabile completamente in sei ore (utilizzando una tradizionale presa di corrente a 220 volt) o all'80% in trenta minuti, grazie al sistema ricarica rapida.


L'auto ecologica sta per scendere in pista

Il presente dell'auto elettrica è poca cosa, per lo più confinata alle flotte aziendali e sempre come auto ibrida, che affianca a un motore elettrico quello a combustione interna. Ma le previsioni indicano una quota di mercato del 20-25% entro i prossimi 5-10 anni, di cui la metà per le auto esclusivamente ad alimentazione elettrica, quindi a emissioni zero, con batterie al litio ricaricabili inserendo una spina nella rete. L'aria nuova che tira nell'industria più devastata dalla crisi si è vista al salone di Francoforte, appena concluso, dove la sfida delle auto verdi è stata raccolta in pieno. Gran parte delle 82 prime mondiali erano ibride o 'full electric', a dimostrazione che nessuno ormai può tirarsi fuori dalla corsa all'auto pulita del futuro. I tedeschi - forti del piano del governo che punta a un milione di auto elettriche entro il 2020 e ha stanziato 500 milioni di euro per accelerare la ricerca sulle batterie - sono come sempre i primi della classe. Bmw ha lanciato le versioni ActiveHybrid di X6 e Serie 7, ma nel 2010 sarà ibrida anche la Serie 5 Pas finora mostrata come concept car. Mercedes ha risposto con le BlueHybrid S400 e Ml450, Audi con Q5 e Q7, Volkswagen con la Touareg e anche la nascente quattro porte Panamera avrà nel 2010 una versione ibrida. Tra le novità elettriche di Francoforte c'è anche un concept della Trabant, brand icona della Germania dell'Est che rinasce in versione ad impatto zero. Daimler si è anche assicurata una quota azionaria del 10% in Tesla, la regina californiana delle auto elettriche, famosa per aver conquistato il cuore di George Clooney, Matt Damon, Arnold Schwarzenegger e sbarcata recentemente in Italia grazie alla marchigiana Energy Resources. La partnership con Energy Resources, azienda leader nel settore delle fonti rinnovabili, è nata dalla convinzione che chi guida una Tesla, completamente elettrica, abbia bisogno di energia verde per ricaricarla: "Un'auto a emissioni zero può diventare ancora più pulita se anche l'energia che consuma proviene da fonti rinnovabili, per esempio grazie all'insatallazione di pannelli solari", spiegano da Energy Resources, specializzata nella progettazione e installazione di sistemi fotovoltaici, geotermici, eolici e domotici. Ma sulla diffusione dell'auto elettrica come prodotto di massa, i francesi sono molto più avanti. Carlos Ghosn a Francoforte ha lanciato la sua provocazione con una dichiarazione forte: "Stiamo investendo quattro miliardi di euro nel settore e abbiamo già stipulato oltre trenta accordi affinché l’alleanza Renault-Nissan conquisti la leadership mondiale nel campo delle auto elettriche. Prevedo che entro il 2015 il 10% della produzione auto complessiva sarà elettrica". Renault-Nissan ha esposto quattro concept 100% elettriche (di cui due derivate da Megane e Kangoo) che la casa francese immetterà a partire dal 2011 nel progetto Better Place, destinato a sperimentare l'auto elettrica, le sue modalità di gestione e di utilizzo, in Israele, Danimarca e Portogallo. Il passaggio a una vera filiera industriale, infatti, deve superare il problema dei costi e delle infrastrutture di rete. Il progetto Better Place, guidato dal guru di Silicon Valley Shai Agassi, prefigura un modello simile a quello dei telefonini: l'acquisto della macchina non comprende la batteria, che rimane di proprietà della compagnia di gestione della rete, a cui ci si affida per le ricariche o per un cambio rapido, negli appositi distributori, in caso di viaggi lunghi. Questo abbatte di molto i costi della vettura e anche il problema dell'autonomia limitata. Le batterie al litio di ultima generazione, infatti, non vanno oltre un'autonomia di 100-150 chilometri e ci mettono molte ore a ricaricarsi, per cui non consentono l'utilizzo della macchina per lunghe percorrenze. L'alternativa più interessante, prodotta sempre dai francesi della Peugeot, è la nuova minicar elettrica iOn, basata sulla Mitsubishi i-MIEV: la novità è che si tratta di una vettura ricaricabile completamente in sei ore (utilizzando una tradizionale presa di corrente a 220 volt) o all'80% in trenta minuti, grazie al sistema ricarica rapida.

16.9.09

I leader del futuro? Socialmente responsabili

La notte porta consiglio. La crisi porta nuovi modelli. Dopo lo scoppio della bolla immobiliare, abbiamo scoperto che la crescita infinita dei beni non rappresenta più la soluzione di tutti i problemi. A dire la verità, c'è chi l'aveva capito già da prima: crescita sostenibile è il mantra che Bill Clinton ripete in ogni occasione della sua Clinton Global Initiative. Il Nobel per la Pace Rajendra Pachauri, presidente dell’Intergovernmental Panel on Climate Change, batte da anni sulla necessità di "pensare in verde", come anche i due guru del management Gary Hamel e Jim Collins. E lo ribadiranno nella due giorni milanese del World Business Forum, il 28-29 ottobre. Non è una novità per moltissime aziende, come le 320 selezionate dal Dow Jones Sustainability Index, in cui quest'anno sono entrate anche 11 italiane, dall'Enel a StM, da Telecom a Fiat. Un piccolo segnale di modernità per il nostro Paese, che si deve confrontare con partner internazionali come la Gran Bretagna - con 58 compagnie selezionate - o gli Stati Uniti con 50. Sono queste, secondo i profeti della sostenibilità, le forze su cui dovremo basarci per lo sviluppo futuro. "Una rivoluzione necessaria", come annuncia il titolo dell'ultimo libro di Peter Senge, il guru della "quinta disciplina" che ha elencato con precisione i casi più eclatanti di leadership nella crescita sostenibile. Senge, dal suo ufficio del Mit, cita come esempio più significativo il caso di un prodotto di estremo successo, che ha cambiato l'approccio di un intero settore: la Toyota Prius. "Quando è uscita la Prius, ero consulente di diverse aziende di Detroit e tutti i top manager che ho interpellato mi diedero la stessa interpretazione: 'E' un prodotto di nicchia'. Basavano questa idea sui gruppi di ascolto dei consumatori, a cui veniva chiesto quanto fossero disposti a pagare per un aumento di efficienza nei consumi di carburante. Erano sempre cifre minuscole. Ma le richieste latenti dei consumatori non verranno mai espresse in questi gruppi di ascolto". E quindi? "Le aziende non possono limitarsi a farsi trainare dai gusti dei consumatori, devono anche avere una funzione educativa. E' ampiamente dimostrato che i prodotti ecologicamente virtuosi diventano in breve prodotti trainanti, anche se nessuno li aveva chiesti prima. Così è successo con la Prius. Toyota non l'ha prodotta per andar dietro ai gruppi di ascolto, ma perché era convinta che le auto andassero ripensate. E ha fatto centro". L'esempio di Senge può essere esteso a molti altri settori: dai prodotti di largo consumo all'alimentare, dalle costruzioni all'abbigliamento. Questa crisi, nonostante la sua gravità, può allora essere un'opportunità per aprire davvero un dibattito sulla sostenibilità del modello di sviluppo a cui abbiamo dato vita, creando le condizioni culturali perché altre economie possano svilupparsi e per far nascere nuovi stili di gestione delle aziende. "Il credo di base dell'era industriale - fa notare Senge - consiste nel considerare il Pil la misura del progresso: che tu sia il presidente della Cina o degli Stati Uniti, se il tuo Paese non cresce sei nei guai. Ma tutti noi sappiamo che oltre un certo livello di benessere, ulteriori acquisizioni materiali non rendono la vita migliore, anzi. Così ci troviamo a praticare un modello economico di crescita ininterrotta, anche se a livello personale nessuno crede nella sua validità". E' per questo che oggi - ci dicono Rajendra Pachauri e il suo co-premiato a Stoccolma, Al Gore - serve una svolta decisa, nella costruzione di imprese, mercati e aziende decisamente orientati alla sostenibilità. E' proprio la costruzione di un futuro sostenibile, di un'economia verde, di un'impresa responsabile e una cittadinanza consapevole a fornire il quadro in cui queste aspettative si producono e si rafforzano, attraverso la costruzione del bene comune e di un'economia civile. "Una partnership più costruttiva fra il mondo degli affari e i governi è molto più efficace della predominanza dell'uno sugli altri", sostiene Clinton, che in quanto 42° presidente degli Stati Uniti, di governo se ne intende. Ma se si vuole evitare che l’adozione di obiettivi ambientali e sociali sempre più precisi e stringenti venga letta come una graduale perdita di libertà nella sfera personale, bisogna introdurre nell'opinione pubblica un radicale ribaltamento di prospettiva. Questa sarà la sfida più difficile da affrontare nei prossimi anni, per i governi e per le aziende: il problema del riscaldamento del clima, la crescita della popolazione globale e l'accesso al benessere di aree del mondo oggi depresse porranno dei fortissimi limiti alla libertà individuale di inquinare e di sprecare le risorse che abbiamo. "Lo spreco - riassume Clinton - verrà punito". I leader del futuro, quindi, dovranno impegnarsi nel comunicare l’idea che solo il rispetto degli spazi ambientali e sociali comuni può garantire ed espandere la libertà delle persone, mettendo in correlazione libertà e responsabilità, obiettivi locali e obiettivi globali, profitti aziendali e tutela del pianeta.

I leader del futuro? Socialmente responsabili

La notte porta consiglio. La crisi porta nuovi modelli. Dopo lo scoppio della bolla immobiliare, abbiamo scoperto che la crescita infinita dei beni non rappresenta più la soluzione di tutti i problemi. A dire la verità, c'è chi l'aveva capito già da prima: crescita sostenibile è il mantra che Bill Clinton ripete in ogni occasione della sua Clinton Global Initiative. Il Nobel per la Pace Rajendra Pachauri, presidente dell’Intergovernmental Panel on Climate Change, batte da anni sulla necessità di "pensare in verde", come anche i due guru del management Gary Hamel e Jim Collins. E lo ribadiranno nella due giorni milanese del World Business Forum, il 28-29 ottobre. Non è una novità per moltissime aziende, come le 320 selezionate dal Dow Jones Sustainability Index, in cui quest'anno sono entrate anche 11 italiane, dall'Enel a StM, da Telecom a Fiat. Un piccolo segnale di modernità per il nostro Paese, che si deve confrontare con partner internazionali come la Gran Bretagna - con 58 compagnie selezionate - o gli Stati Uniti con 50. Sono queste, secondo i profeti della sostenibilità, le forze su cui dovremo basarci per lo sviluppo futuro.

"Una rivoluzione necessaria", come annuncia il titolo dell'ultimo libro di Peter Senge, il guru della "quinta disciplina" che ha elencato con precisione i casi più eclatanti di leadership nella crescita sostenibile. Senge, dal suo ufficio del Mit, cita come esempio più significativo il caso di un prodotto di estremo successo, che ha cambiato l'approccio di un intero settore: la Toyota Prius. "Quando è uscita la Prius, ero consulente di diverse aziende di Detroit e tutti i top manager che ho interpellato mi diedero la stessa interpretazione: 'E' un prodotto di nicchia'. Basavano questa idea sui gruppi di ascolto dei consumatori, a cui veniva chiesto quanto fossero disposti a pagare per un aumento di efficienza nei consumi di carburante. Erano sempre cifre minuscole. Ma le richieste latenti dei consumatori non verranno mai espresse in questi gruppi di ascolto". E quindi? "Le aziende non possono limitarsi a farsi trainare dai gusti dei consumatori, devono anche avere una funzione educativa. E' ampiamente dimostrato che i prodotti ecologicamente virtuosi diventano in breve prodotti trainanti, anche se nessuno li aveva chiesti prima. Così è successo con la Prius. Toyota non l'ha prodotta per andar dietro ai gruppi di ascolto, ma perché era convinta che le auto andassero ripensate. E ha fatto centro".

L'esempio di Senge può essere esteso a molti altri settori: dai prodotti di largo consumo all'alimentare, dalle costruzioni all'abbigliamento. Questa crisi, nonostante la sua gravità, può allora essere un'opportunità per aprire davvero un dibattito sulla sostenibilità del modello di sviluppo a cui abbiamo dato vita, creando le condizioni culturali perché altre economie possano svilupparsi e per far nascere nuovi stili di gestione delle aziende. "Il credo di base dell'era industriale - fa notare Senge - consiste nel considerare il Pil la misura del progresso: che tu sia il presidente della Cina o degli Stati Uniti, se il tuo Paese non cresce sei nei guai. Ma tutti noi sappiamo che oltre un certo livello di benessere, ulteriori acquisizioni materiali non rendono la vita migliore, anzi. Così ci troviamo a praticare un modello economico di crescita ininterrotta, anche se a livello personale nessuno crede nella sua validità".

E' per questo che oggi - ci dicono Rajendra Pachauri e il suo co-premiato a Stoccolma, Al Gore - serve una svolta decisa, nella costruzione di imprese, mercati e aziende decisamente orientati alla sostenibilità. E' proprio la costruzione di un futuro sostenibile, di un'economia verde, di un'impresa responsabile e una cittadinanza consapevole a fornire il quadro in cui queste aspettative si producono e si rafforzano, attraverso la costruzione del bene comune e di un'economia civile. "Una partnership più costruttiva fra il mondo degli affari e i governi è molto più efficace della predominanza dell'uno sugli altri", sostiene Clinton, che in quanto 42° presidente degli Stati Uniti, di governo se ne intende.

Ma se si vuole evitare che l’adozione di obiettivi ambientali e sociali sempre più precisi e stringenti venga letta come una graduale perdita di libertà nella sfera personale, bisogna introdurre nell'opinione pubblica un radicale ribaltamento di prospettiva. Questa sarà la sfida più difficile da affrontare nei prossimi anni, per i governi e per le aziende: il problema del riscaldamento del clima, la crescita della popolazione globale e l'accesso al benessere di aree del mondo oggi depresse porranno dei fortissimi limiti alla libertà individuale di inquinare e di sprecare le risorse che abbiamo. "Lo spreco - riassume Clinton - verrà punito". I leader del futuro, quindi, dovranno impegnarsi nel comunicare l’idea che solo il rispetto degli spazi ambientali e sociali comuni può garantire ed espandere la libertà delle persone, mettendo in correlazione libertà e responsabilità, obiettivi locali e obiettivi globali, profitti aziendali e tutela del pianeta.


14.9.09

La crisi fa bene agli investimenti verdi

La crisi fa bene agli investimenti verdi. Nei pacchetti di stimolo destinati a rimettere in moto l'economia globale, infatti, si trovano ben 512 miliardi di incentivi governativi destinati alle tasche di chi è impegnato sul fronte dell'energia verde, con un effetto moltiplicatore che - secondo uno studio di HSBC – potrebbe andare oltre la soglia dei 1.000 miliardi. Ricomincia a crescere da qui un settore, quello delle fonti alternative, che nei primi mesi dell'anno aveva sofferto per gli effetti delle limitazioni al credito. E le prospettive di business migliorano ancora di più se si considerano gli sviluppi del dopo-Copenhagen.

La tornata di spesa pubblica verde rappresenta un'opportunità unica per questo settore: la spinta governativa, infatti, potrebbe indurre un maggior numero di cittadini a utilizzare le fonti rinnovabili e creare milioni di nuovi posti di lavoro nel business sotenibile, innescando un circolo virtuoso di crescente efficienza nello sfruttamento delle risorse che abbiamo a disposizione. La crescita del settore è dimostrata anche dall'enorme successo di tutte le manifestazione connesse: ZeroEmission Rome, la fiera di riferimento del settore, organizzata da ArtEnergy all'inizio di ottobre, ha registrato una crescita del 30%, mentre si preannuncia altrettanto vivace GreenEnergy Expo, che si terrà a Milano dal 25 al 28 novembre.

Dopo quattro anni di crescita fenomenale, i nuovi investimenti globali nelle fonti pulite erano precipitati dai 41 miliardi di dollari del primo trimestre 2008 ai 13,3 miliardi del primo trimestre 2009, secondo le stime di New Energy Finance. Ma gli investitori che hanno tenuto botta e non sono usciti, hanno avuto di che rallegrarsene, data la ripresa spettacolare del secondo trimestre. Le quotazioni del New Energy Global Innovation Index, comunemente considerato il più rappresentativo del settore, sono cresciute del 36% tra il 1° aprile e il 30 giugno di quest'anno, contro una ripresa del 15% per l'S&P 500. Nel secondo trimestre, infatti, i nuovi investimenti sono quasi triplicati, a quota 36,2 miliardi di dollari. E sembrano destinati a continuare su questo ritmo.

Oltre ai pacchetti governativi di stimolo all'economia, c'è stato un altro fattore importante che ha spinto in alto i nuovi investimenti: il prezzo del petrolio è raddoppiato rispetto ai minimi di febbraio, rendendo le fonti alternative di nuovo competitive rispetto ai combustibili fossili. Dal vento al sole, dai biocarburanti all'efficienza energetica, tutti gli aspetti del business verde ne hanno approfittato. Inoltre, le crescenti preoccupazioni sulla sicurezza energetica e sull'effetto serra sono destinate, secondo tutti gli esperti, ad aumentare le regolamentazioni per limitare l'utilizzo dei combustibili fossili nella produzione di energia. Ragione di più per prevedere una rapida crescita delle fonti alternative.

L'energia del vento è la più competitiva e secondo il Global Wind Energy Council dovrebbe crescere in media del 22% all'anno nei prossimi cinque anni, con grandi differenze, però, a seconda delle diverse aree. L'anno scorso gli Stati Uniti, con una potenza installata di 25 gigawatt, hanno superato la Germania, che era a quota 24, diventando il più forte produttore mondiale di energia eolica. Il colosso americano, però, potrebbe ben presto essere superato dai cinesi, che oggi sono a quota 12 gigawatt ma crescono molto più rapidamente. Anche l'India e la Spagna, con 10 e 17 gigawatt di potenza installata, sono due mercati in forte crescita.

L'energia del sole è molto meno competitiva, per ora, ma potrebbe riservare le potenzialità di crescita maggiori. Basti pensare al progetto Desertec, che nel giro di un decennio potrebbe rifornire il Vecchio Continente di energia solare in arrivo dal Sahara, per il 15% dei suoi consumi. Al progetto partecipano fra gli altri Deutsche Bank, Siemens, Rwe, E.on e in prospettiva potrebbero essere invitate anche imprese italiane e spagnole. Non sarà facile da realizzare, ma è il segno che il sole è pronto a fare un salto di qualità nell'economia del mondo. Germania e Spagna, per ora, sono in pole position per guidare le danze.

Ma sia per il vento che per il sole le prospettive più attraenti stanno nei Paesi in via di sviluppo. La Cina, l'India e il Sud del Mediterraneo potrebbero diventare i prossimi giganti delle fonti alternative, se sapranno giocare bene le loro carte. E potrebbero attirare il grosso degli investimenti messi in moto dai pacchetti di stimolo finanziati dai contribuenti dei Paesi industrializzati.

Enel fa bingo negli Usa con la geotermia

Enel ha fatto bingo negli Stati Uniti con la geotermia, aggiundicandosi oltre 60 milioni di dollari d'incentivi nell'ambito del programma di stimolo varato dall'amministrazione Obama, finalizzato allo sviluppo delle fonti rinnovabili e alla creazione di green jobs. Gli impianti geotermici di Stillwater e Salt Wells, in Nevada, hanno ottenuto un incentivo di 61.520.872 dollari, grazie all'impatto positivo sul territorio, valutabile in oltre 4 milioni di dollari, e alla creazione di 25 posti di lavoro permanenti per i prossimi trent'anni. Inoltre i due impianti, i più grandi della loro categoria al mondo, sono stati realizzati intermente con componenti prodotte negli Stati Uniti. L'entrata in produzione di Stillwater e Salt Wells quadruplica il quantitativo di energia elettrica prodotta da Enel Green Power da fonte geotermica negli Stati Uniti, dando un contributo al raggiungimento dell'obiettivo del Nevada di realizzare il 20% della produzione da fonti rinnovabili entro il 2015.


La crisi fa bene agli investimenti verdi

La crisi fa bene agli investimenti verdi. Nei pacchetti di stimolo destinati a rimettere in moto l'economia globale, infatti, si trovano ben 512 miliardi di incentivi governativi destinati alle tasche di chi è impegnato sul fronte dell'energia verde, con un effetto moltiplicatore che - secondo uno studio di HSBC – potrebbe andare oltre la soglia dei 1.000 miliardi. Ricomincia a crescere da qui un settore, quello delle fonti alternative, che nei primi mesi dell'anno aveva sofferto per gli effetti delle limitazioni al credito. E le prospettive di business migliorano ancora di più se si considerano gli sviluppi del dopo-Copenhagen. La tornata di spesa pubblica verde rappresenta un'opportunità unica per questo settore: la spinta governativa, infatti, potrebbe indurre un maggior numero di cittadini a utilizzare le fonti rinnovabili e creare milioni di nuovi posti di lavoro nel business sotenibile, innescando un circolo virtuoso di crescente efficienza nello sfruttamento delle risorse che abbiamo a disposizione. La crescita del settore è dimostrata anche dall'enorme successo di tutte le manifestazione connesse: ZeroEmission Rome, la fiera di riferimento del settore, organizzata da ArtEnergy all'inizio di ottobre, ha registrato una crescita del 30%, mentre si preannuncia altrettanto vivace GreenEnergy Expo, che si terrà a Milano dal 25 al 28 novembre. Dopo quattro anni di crescita fenomenale, i nuovi investimenti globali nelle fonti pulite erano precipitati dai 41 miliardi di dollari del primo trimestre 2008 ai 13,3 miliardi del primo trimestre 2009, secondo le stime di New Energy Finance. Ma gli investitori che hanno tenuto botta e non sono usciti, hanno avuto di che rallegrarsene, data la ripresa spettacolare del secondo trimestre. Le quotazioni del New Energy Global Innovation Index, comunemente considerato il più rappresentativo del settore, sono cresciute del 36% tra il 1° aprile e il 30 giugno di quest'anno, contro una ripresa del 15% per l'S&P 500. Nel secondo trimestre, infatti, i nuovi investimenti sono quasi triplicati, a quota 36,2 miliardi di dollari. E sembrano destinati a continuare su questo ritmo. Oltre ai pacchetti governativi di stimolo all'economia, c'è stato un altro fattore importante che ha spinto in alto i nuovi investimenti: il prezzo del petrolio è raddoppiato rispetto ai minimi di febbraio, rendendo le fonti alternative di nuovo competitive rispetto ai combustibili fossili. Dal vento al sole, dai biocarburanti all'efficienza energetica, tutti gli aspetti del business verde ne hanno approfittato. Inoltre, le crescenti preoccupazioni sulla sicurezza energetica e sull'effetto serra sono destinate, secondo tutti gli esperti, ad aumentare le regolamentazioni per limitare l'utilizzo dei combustibili fossili nella produzione di energia. Ragione di più per prevedere una rapida crescita delle fonti alternative. L'energia del vento è la più competitiva e secondo il Global Wind Energy Council dovrebbe crescere in media del 22% all'anno nei prossimi cinque anni, con grandi differenze, però, a seconda delle diverse aree. L'anno scorso gli Stati Uniti, con una potenza installata di 25 gigawatt, hanno superato la Germania, che era a quota 24, diventando il più forte produttore mondiale di energia eolica. Il colosso americano, però, potrebbe ben presto essere superato dai cinesi, che oggi sono a quota 12 gigawatt ma crescono molto più rapidamente. Anche l'India e la Spagna, con 10 e 17 gigawatt di potenza installata, sono due mercati in forte crescita. L'energia del sole è molto meno competitiva, per ora, ma potrebbe riservare le potenzialità di crescita maggiori. Basti pensare al progetto Desertec, che nel giro di un decennio potrebbe rifornire il Vecchio Continente di energia solare in arrivo dal Sahara, per il 15% dei suoi consumi. Al progetto partecipano fra gli altri Deutsche Bank, Siemens, Rwe, E.on e in prospettiva potrebbero essere invitate anche imprese italiane e spagnole. Non sarà facile da realizzare, ma è il segno che il sole è pronto a fare un salto di qualità nell'economia del mondo. Germania e Spagna, per ora, sono in pole position per guidare le danze.Ma sia per il vento che per il sole le prospettive più attraenti stanno nei Paesi in via di sviluppo. La Cina, l'India e il Sud del Mediterraneo potrebbero diventare i prossimi giganti delle fonti alternative, se sapranno giocare bene le loro carte. E potrebbero attirare il grosso degli investimenti messi in moto dai pacchetti di stimolo finanziati dai contribuenti dei Paesi industrializzati.

Enel fa bingo negli Usa con la geotermia

Enel ha fatto bingo negli Stati Uniti con la geotermia, aggiundicandosi oltre 60 milioni di dollari d'incentivi nell'ambito del programma di stimolo varato dall'amministrazione Obama, finalizzato allo sviluppo delle fonti rinnovabili e alla creazione di green jobs. Gli impianti geotermici di Stillwater e Salt Wells, in Nevada, hanno ottenuto un incentivo di 61.520.872 dollari, grazie all'impatto positivo sul territorio, valutabile in oltre 4 milioni di dollari, e alla creazione di 25 posti di lavoro permanenti per i prossimi trent'anni. Inoltre i due impianti, i più grandi della loro categoria al mondo, sono stati realizzati intermente con componenti prodotte negli Stati Uniti. L'entrata in produzione di Stillwater e Salt Wells quadruplica il quantitativo di energia elettrica prodotta da Enel Green Power da fonte geotermica negli Stati Uniti, dando un contributo al raggiungimento dell'obiettivo del Nevada di realizzare il 20% della produzione da fonti rinnovabili entro il 2015.

13.9.09

Il carburante biotech emerge dallo stagno

Exxon ha investito 600 milioni di dollari nella società di Craig Venter, il mappatore del genoma umano, che sta cercando di avviare una produzione di massa di biocarburanti dalle alghe. Bp lavora con DuPont. Shell con HR BioPetroleum alle Hawaii. Chevron si è alleata con Solazyme, pioniera californiana del biodiesel dalle alghe. E la lista delle compagnie aeree che stanno testando i combustibili biotech si allunga tutti i giorni, da Continental a Virgin. Le biotecnologie, che hanno sconvolto il mondo della medicina e dato una marcia in più all'agricoltura contro i parassiti, ora si stanno mettendo alla testa della rivoluzione verde nell'energia. Gli imprenditori che si occupano di biocarburanti di seconda generazione, prodotti senza interferire con la catena alimentare, attraggono miliardi di investimenti, sia dalle compagnie petrolifere che dai capitalisti di ventura. Silicon Valley si sta riconvertendo dai microchip alle acque stagnanti che brulicano di microrganismi fotovoltaici. E' proprio da quelle acque stagnanti che potrebbero nascere i protagonisti del nostro futuro energetico: batteri, cianobatteri, funghi e microalghe sono piccoli “impianti chimici” efficienti ed economici per produrre biocombustibili a basso impatto ambientale. Il caso italiano si chiama Microlife ed è nato a Padova dalla determinazione di cinque soci privati, che hanno dato vita alla prima società di biotecnologie fotosintetiche in grado di sviluppare, ingegnerizzare, costruire e condurre impianti su scala industriale per la produzione di microalghe a fini energetici. “Abbiamo un impianto pilota a Roccasecca, sul sito di una discarica molto innovativa, dove recuperiamo l'anidiride carbonica e gli ossidi di azoto, che servono per alimentare le microalghe allevate in quattro fotobioreattori”, spiega l'amministratore delegato Matteo Villa. Microlife è già stata adocchiata dall'Enea e dall'Institut Francais du Pétrole, con cui ha appena stretto un accordo di collaborazione per avviare la coltivazione di microalghe su dieci ettari di terreno, un progetto all'avanguardia in Europa. “Chiuderemo il 2009 con quattro brevetti, non solo in campo energetico, ma anche farmaceutico e alimentare”, precisa Villa. La strada battuta da Villa e compagni è molto importante, perché in tutto il mondo l'obiettivo è svincolarsi dai biocarburanti di prima generazione, che si ottengono principalmente dalla canna da zucchero, dai legumi o dai cereali, con effetti distorsivi del mercato alimentare, accusati di provocare uno sconquasso nei prezzi delle granaglie, oltre a danni ambientali e sociali addirittura superiori all'estrazione dei combustibili fossili: vaste aree di foresta tropicale abbattute per far posto alle coltivazioni di canna da zucchero, di palma da olio o di soia, popolazioni intere spossessate dei loro terreni, specie animali e vegetali minacciate di estinzione. Ma con quali parametri un biocarburante può essere definito sostenibile? La prima società di certificazione indipendente che si è avventurata su questo terreno è la Société Générale de Surveillance, leader mondiale della certificazione con sede a Ginevra, controllata al 15% dall'Ifil (presidente Sergio Marchionne). "L'attuazione di un sistema di certificazione obbligatorio sarebbe uno strumento efficace per distinguere i biocarburanti buoni da quelli cattivi - spiegano alla Sgs - ma una certificazione obbligatoria potrebbe essere considerata una barriera commerciale dalla Wto. Al momento attuale, solo una certificazione volontaria può essere presa in considerazione su larga scala". Uno strumento ancora più efficace sarebbe togliere le sovvenzioni pubbliche ai biocarburanti “cattivi”. L'Unione Europea ha pubblicato le linee guida per una direttiva che dovrebbe ottenere proprio questo, escludendo dagli sconti fiscali tutti i biocarburanti che non consentano di risparmiare almeno il 35% di emissioni di gas serra rispetto ai combustibili fossili, esaminando l'intera filiera produttiva, dal campo alla pompa. Ma la legislazione allo studio taglierebbero fuori dal mercato europeo circa metà del biocarburante attualmente utilizzato, prevalentemente quello prodotto con materia prima proveniente dai Paesi in via di sviluppo, tanto che otto Paesi - dal Brasile alla Malaysia - hanno già protestato con Bruxelles. Sarà una lunga battaglia.

Il carburante biotech emerge dallo stagno

Exxon ha investito 600 milioni di dollari nella società di Craig Venter, il mappatore del genoma umano, che sta cercando di avviare una produzione di massa di biocarburanti dalle alghe. Bp lavora con DuPont. Shell con HR BioPetroleum alle Hawaii. Chevron si è alleata con Solazyme, pioniera californiana del biodiesel dalle alghe. E la lista delle compagnie aeree che stanno testando i combustibili biotech si allunga tutti i giorni, da Continental a Virgin.

Le biotecnologie, che hanno sconvolto il mondo della medicina e dato una marcia in più all'agricoltura contro i parassiti, ora si stanno mettendo alla testa della rivoluzione verde nell'energia. Gli imprenditori che si occupano di biocarburanti di seconda generazione, prodotti senza interferire con la catena alimentare, attraggono miliardi di investimenti, sia dalle compagnie petrolifere che dai capitalisti di ventura. Silicon Valley si sta riconvertendo dai microchip alle acque stagnanti che brulicano di microrganismi fotovoltaici. E' proprio da quelle acque stagnanti che potrebbero nascere i protagonisti del nostro futuro energetico: batteri, cianobatteri, funghi e microalghe sono piccoli “impianti chimici” efficienti ed economici per produrre biocombustibili a basso impatto ambientale.

Il caso italiano si chiama Microlife ed è nato a Padova dalla determinazione di cinque soci privati, che hanno dato vita alla prima società di biotecnologie fotosintetiche in grado di sviluppare, ingegnerizzare, costruire e condurre impianti su scala industriale per la produzione di microalghe a fini energetici. “Abbiamo un impianto pilota a Roccasecca, sul sito di una discarica molto innovativa, dove recuperiamo l'anidiride carbonica e gli ossidi di azoto, che servono per alimentare le microalghe allevate in quattro fotobioreattori”, spiega l'amministratore delegato Matteo Villa. Microlife è già stata adocchiata dall'Enea e dall'Institut Francais du Pétrole, con cui ha appena stretto un accordo di collaborazione per avviare la coltivazione di microalghe su dieci ettari di terreno, un progetto all'avanguardia in Europa. “Chiuderemo il 2009 con quattro brevetti, non solo in campo energetico, ma anche farmaceutico e alimentare”, precisa Villa.

La strada battuta da Villa e compagni è molto importante, perché in tutto il mondo l'obiettivo è svincolarsi dai biocarburanti di prima generazione, che si ottengono principalmente dalla canna da zucchero, dai legumi o dai cereali, con effetti distorsivi del mercato alimentare, accusati di provocare uno sconquasso nei prezzi delle granaglie, oltre a danni ambientali e sociali addirittura superiori all'estrazione dei combustibili fossili: vaste aree di foresta tropicale abbattute per far posto alle coltivazioni di canna da zucchero, di palma da olio o di soia, popolazioni intere spossessate dei loro terreni, specie animali e vegetali minacciate di estinzione.

Ma con quali parametri un biocarburante può essere definito sostenibile? La prima società di certificazione indipendente che si è avventurata su questo terreno è la Société Générale de Surveillance, leader mondiale della certificazione con sede a Ginevra, controllata al 15% dall'Ifil (presidente Sergio Marchionne). "L'attuazione di un sistema di certificazione obbligatorio sarebbe uno strumento efficace per distinguere i biocarburanti buoni da quelli cattivi - spiegano alla Sgs - ma una certificazione obbligatoria potrebbe essere considerata una barriera commerciale dalla Wto. Al momento attuale, solo una certificazione volontaria può essere presa in considerazione su larga scala". Uno strumento ancora più efficace sarebbe togliere le sovvenzioni pubbliche ai biocarburanti “cattivi”. L'Unione Europea ha pubblicato le linee guida per una direttiva che dovrebbe ottenere proprio questo, escludendo dagli sconti fiscali tutti i biocarburanti che non consentano di risparmiare almeno il 35% di emissioni di gas serra rispetto ai combustibili fossili, esaminando l'intera filiera produttiva, dal campo alla pompa. Ma la legislazione allo studio taglierebbero fuori dal mercato europeo circa metà del biocarburante attualmente utilizzato, prevalentemente quello prodotto con materia prima proveniente dai Paesi in via di sviluppo, tanto che otto Paesi - dal Brasile alla Malaysia - hanno già protestato con Bruxelles. Sarà una lunga battaglia.


1.9.09

Addio alle vecchie lampadine, con qualche lacrima

Cala il sipario sulle vecchie lampadine a incandescenza. Da oggi cominciano a sparire dai negozi quelle da 100 watt in su: stop alle forniture. Dopo 130 anni di onorato servizio – da quel lontano 1879, quando Thomas Alva Edison iniziò a commercializzarle – i bulbi di vetro contenenti un filo di tungsteno stanno per uscire di scena, messi al bando sia dall’Unione Europea che dagli Stati Uniti.
Il motivo è chiaro: con il loro stentato 10% di efficienza (il resto dell’energia immessa va disperso in calore), le lampadine a incandescenza sprecano troppa elettricità. La loro sostituzione con fluorescenti compatte, se fosse realizzata entro il 2015 in tutto il Vecchio Continente, porterebbe a un taglio di emissioni pari a 23 milioni di tonnellate di anidride carbonica, con un risparmio di 7 miliardi di euro. In Italia, invece, la messa al bando delle vecchie luci permetterebbe di tagliare 3 milioni di tonnellate di CO2 e di risparmiare 5,6 miliardi di kilowattora all’anno, con un beneficio di oltre un miliardo di euro ogni dodici mesi.
Il nostro Paese su questo tema si era mosso prima di altri, con un articolo ad hoc della Finanziaria 2008, che prescriveva il divieto di mettere in commercio lampadine a incandescenza di qualsiasi potenza dal 1° gennaio 2011. Ma l’attuale governo ha rivisto le date per mandare in pensione l’incandescenza, adeguandole a quelle del resto d’Europa. Da oggi, quindi, cominciano a sparire le luci a incandescenza con una potenza maggiore o uguale a 100 watt, dopo un anno toccherà a quelle da 75 watt, nel 2011 alle 60 watt, fino al blocco totale nel 2016. Tra i produttori di lampadine, che nel 2008 hanno avuto un giro d’affari di 400 milioni, nessuno è contrario, anzi: la “rottamazione” dell’incandescenza a favore delle fluorescenti compatte potrebbe essere redditizia per loro. Un vecchio bulbo costa infatti un cifra non lontana da un euro contro i 7-15 euro delle luci di ultima generazione.
Sono i consumatori, da un lato, e gli architetti della luce, dall’altro, a ribellarsi. Il motivo è semplice: le fluorescenti compatte saranno anche risparmiose, ma gettano sul tavolo da pranzo una pessima luce, che trasforma un’allegra cena fra amici in un funerale. Infatti nel Regno Unito, dove il governo si è mosso prima, anticipando il bando al 1° gennaio di quest’anno, i giornali gridano allo scandalo: “La grande rivolta delle lampadine”, titolava il Daily Mail a tutta pagina qualche settimana fa. E i piccoli negozi che avevano stoccato abbastanza incandescenti a 100 watt da riuscire ancora a venderle per molti mesi dopo il bando, hanno fatto affari d’oro, con file davanti alla porta per accaparrarsi i pochi bulbi rimasti, a prezzi doppi del normale. Si può star certi che la reazione degli inglesi si ripeterà nel resto d’Europa appena il divieto entrerà in vigore, come in una rappresentazione teatrale già vista.
La sfida, per l’industria dell’illuminazione, sarà migliorare sempre di più questi prodotti, che però sono già migliorati tantissimo: le prime fluorescenti, qualche anno fa, facevano una luce ben peggiore, pur consentendo risparmi del 70-80% sui consumi. Non a caso l’illuminazione industriale si è già orientata in questa direzione: su circa 400 milioni di sorgenti luminose italiane, ormai più del 10% è fatta di fluorescenti a risparmio energetico. Ma c’è un paradosso: il mondo dell’illuminazione ecosostenibile, se da un lato consente di risparmiare sui consumi, dall’altro pone il problema dello smaltimento, visto che le fluorescenti contengono piccole quantità di materiali tossici come il mercurio, “che con un solo milligrammo – spiegano i ricercatori dell’Università americana di Standford – può comunque contaminare 4mila litri d’acqua”.
Un problema che i produttori non si nascondono: se è vero che con queste nuove lampadine limiteremo le emissioni di anidride carbonica, è anche vero anche che da un punto di vista ambientale il loro bilancio di sostenibilità non è poi così favorevole, perché per produrle ci vogliono materiali più inquinanti. Ecco perché la scommessa è anche sulle nuove alogene, che coniugano un’ottima qualità della luce con un risparmio del 30% rispetto alle più comuni incandescenti e costano la metà delle fluorescenti. Ma i produttori puntano soprattutto sui Led, i diodi semiconduttori nati negli anni ’80, che emettono luce a partire da minuscoli chip di silicio. Peccato che oggi un 7 watt a Led, che esprime la potenza di un 35 watt, costi 30-35 euro e presenti caratteristiche d’instabilità che ne fanno una tecnologia non ancora matura per il mercato di massa.


Mario Nanni: "Decisione frettolosa e sbagliata"

"Il consumo eccessivo di energia elettrica non è dato tanto dall'utilizzo diffuso di lampadine a incandescenza, quanto dall'uso poco consapevole della luce in generale". Mario Nanni (www.marionanni.com), designer della luce e progettista romagnolo, titolare dell'azienda Viabizzuno, è uno dei più battaglieri avversari della normativa che manderà presto in soffitta le lampadine a incandescenza.

Perché?

"Sono convinto che anche in un'epoca come la nostra, in cui l'efficienza energetica è importante, ci possa essere spazio per tutte le sorgenti luminose, a patto di usare la potenza giusta per ogni ambiente e il consumo giusto in base alle necessità. E' inutile buttare via l'incandescenza a favore delle fluorescenti a basso consumo, se poi l'illuminazione non viene progettata bene, si lasciano le lampade sempre accese o se ne accendono troppe. Per non parlare del problema della qualità della luce".

E dunque?

"L'incandescenza è solo il capro espiatorio per ottenere un altro risultato, la riduzione dei consumi energetici complessivi. E' giusto: nei miei progetti, come ad esempio il Museo del Design alla Triennale, faccio molta attenzione a questo aspetto. Ma non si possono considerare solo i consumi finali, bisogna tener conto dell'intera filiera: la produzione delle fluorescenti compatte, ad esempio, implica consumi energetici notevolmente superiori e il loro smaltimento è molto più complesso e oneroso rispetto a quello delle comuni lampadine a incandescenza. Inoltre non tutti sanno che per i Led e le lampadine a ioduri metallici è necessario un alimentatore, che a sua volta consuma e quindi fa diminuire del 15% il rendimento dell'apparecchio".

Possibile che il legislatore si sia sbagliato così clamorosamente?

"Non dico questo. Ma se si vogliono tagliare le emissioni, sarebbe molto più efficace limitare per legge i consumi complessivi destinati all'illuminazione, lasciando poi al progettista la scelta delle sorgenti luminose più adatte, invece che mettere al bando una singola tecnologia".


La rivincita di Thomas Alva: nuova vita per l'incandescenza

Europei e nordamericani sono convinti di poter fare a meno di lui, ma Thomas Alva Edison se la ride in un angolo: il De Profundis per le sua lampadine a incandescenza gli sembra prematuro. E in effetti ha ragione. Da quando il Congresso americano e la Commissione Europea hanno deciso di sostituirle con le lampadine fluorescenti, per migliorare l'efficienza dei rispettivi sistemi di illuminazione e risparmiare energia, la ricerca sull'incandescenza ha moltiplicato i suoi sforzi, producendo rapidamente una serie di risultati mai visti in 130 anni di storia. Il primo prodotto industriale derivato da questa gara all'innovazione è già sugli scaffali dei supermercati: un'alogena disegnata con la stessa forma delle lampadine tradizionali, ma del 30% più efficiente e dalla durata doppia. La nuova nata nella famiglia delle incandescenti, uscita dagli stabilimenti della Philips e della Osram, non riesce a competere, per ora, con l'efficienza delle fluorescenti, che possono ridurre il consumo di energia fino al 75% rispetto alla vecchia lampadina con il filo di tungsteno, ma rientra in una classe di efficienza destinata a sopravvivere ancora a lungo, sia in Europa che in Nord America. Almeno fino al 2016. E le novità in pipeline nei laboratori più innovativi lasciano prevedere che in breve entreranno in produzione lampadine a incandescenza del 50% più efficienti rispetto alle attuali, destinate a competere quasi ad armi pari con le fluorescenti. Quasi. Le nuove lampadine a incandescenza, infatti, hanno qualcosa che le fluorescenti non hanno: una luce calda, identica a quella emessa dai vecchi bulbi di Edison, capace di soddisfare i consumatori e gli architetti che si rifiutano di usare le fluorescenti, per evidenti motivi illuminotecnici. E non contengono mercurio. Due vantaggi di non poco conto. Non a caso la catena americana Home Depot, dov'è entrata recentemente in commercio l'Halogena Energy Saver della Philips, ha registrato in poche settimane il tutto esaurito, malgrado la nuova lampadina costi 5 dollari, dieci volte di più delle incandescenti tradizionali (ma la metà di una fluorescente). Deposition Sciences, l'azienda di Santa Rosa, in California, che ha sviluppato la tecnologia alla base delle nuove lampadine Philips, spiega così il segreto di questo successo: “Normalmente, solo una piccola porzione dell'energia immessa in una lampadina a incandescenza viene convertita in luce, mentre il resto si disperde sotto forma di calore. Noi abbiamo applicato un rivestimento riflettente alla capsula di vetro piena di gas dov'è racchiuso il filamento. Il rivestimento riflette il calore come una specie di specchio e lo rimanda indietro al filamento, che lo trasforma in luce”. In questo modo, la nuova lampadina produce la stessa quantità di luce consumando il 30% di energia in meno. E il processo continua: “Abbiamo costruito in laboratorio una trappola ancora migliore, che aumenta l'efficienza del 50%, ma non abbiamo ancora trovato un produttore disposto a lanciarla sul mercato”. Non ci metteranno molto, visto che tutte le grandi aziende produttrici di lampadine, da General Electric a Toshiba, oltre a Philips e Osram, stanno lavorando in questa direzione. La stessa direzione in cui corrono molti altri ricercatori. David Cunningham, un inventore di Los Angeles che ha già brevettato diverse innovazioni in campo illuminotecnico, sta studiano un nuovo rivestimento riflettente, che potrebbe rendere le lampadine a incandescenza più efficienti del 100%. E Chunlei Guo, un professore dell'università di Rochester, ha annunciato il mese scorso una nuova rivoluzione: la scalfittura con il laser della superficie del filamento di tungsteno, che raddoppierebbe la sua luminosità. Di qui al 2016, c'è da scommetterci, ne vedremo delle belle.