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31 ottobre 2011

Boeri: riforme a costo zero, a partire dal lavoro

Le proposte del governo sul mercato del lavoro? "Sembrano più che altro un manifesto elettorale, per essere utili andrebbero dettagliate", commenta Tito Boeri, economista della Bocconi e fondatore di LaVoce.info, oltre che autore insieme a Pietro Garibaldi di un libro sulle "Riforme a costo zero", che esce il 3 novembre per Chiarelettere e lancia alcune idee proprio sul mercato del lavoro.

In particolare nella lettera del governo all'Ue si parla di "nuova regolazione dei licenziamenti per motivi economici nei contratti di lavoro a tempo indeterminato". Che ne pensa?
"Così com'è adesso, più che una riforma mi sembrano delle pure e semplici minacce agli elettori tipicamente di sinistra, che sono prevalentemente dipendenti pubblici. Così non si contribuisce a risolvere il problema più grave del mercato del lavoro intaliano, quello dell'ingresso dei giovani. In un momento di crisi come questo sarebbe fondamentale intervenire sulle regole d'ingresso al mercato del lavoro, superando l'attuale dualismo: potrebbe servire anche per rilanciare i consumi e per riequilibrare i rapporti fra vecchi e giovani, vittime questi ultimi di un'ingiustizia sociale che rischia di diventare una bomba a orologeria".
Nella lettera si parla anche di contratti di apprendistato per contrastare le forme improprie di lavoro dei giovani...
"L'apprendistato è utile solo all'interno di una riforma delle regole di assunzione, altrimenti diventa un'altra mangiatoia per ex sindacalisti, che serve solo a dare lavoro ai formatori, ma non ad aumentare le chance di trovare lavoro".
Quindi lei cosa suggerisce?
"Il contratto unico a tutele progressive, di cui c'è già un disegno di legge in Parlamento, è stato pensato apposta per cercare di superare l'attuale dualismo del mercato del lavoro, diviso fra iper-garantiti e iper-precari, che danneggia gravemente la produttività del sistema Italia e crea una fortissima sperequazione fra lavoratori giovani e anziani".
Come funziona?
"La nostra proposta vorrebbe istituire un contratto unico, a tempo indeterminato da subito, ma diluendo le garanzie nell'ambito di tre anni di tempo, in modo tale da togliere ai datori di lavoro l'impressione che un'assunzione a tempo indeterminato sia subito vincolante, cosa che li induce a non assumere nessuno in pianta stabile. D'altra parte, introdurre un minimo di stabilità consentirebbe ai lavoratori di avere maggiori prospettive e ai datori di lavoro di investire in formazione dei dipendenti, a tutto vantaggio della produttività".
Nella lettera del governo si parla anche di rapporti di lavoro a tempo parziale e di crediti d'imposta....
"Ma certo, ci vogliono i contratti a tempo parziale e gli sgravi fiscali condizionati all'impiego, per incentivare l'ingresso delle donne nel mercato del lavoro. Queste sono regole che già si applicano in molti Paesi d'Europa, basta guardare da loro come si fa e applicarle anche da noi. Ma non si possono risolvere questi problemi, di cui si dibatte da anni, con quattro idee buttate lì in maniera più o meno casuale. Bisogna circostanziarle, evitando gli annunci a effetto, perché il diavolo sta sempre nei dettagli".

30 ottobre 2011

Abbiamo bisogno di una città agile

Charles Darwin diceva che non è mai la specie più forte a prevalere, ma quella più capace di adattarsi al cambiamento. La stessa regola si può applicare anche alla storia dell'umanità: non sono le società più forti a prevalere, ma quelle più flessibili. Nella nostra epoca, vincerà chi saprà affrontare meglio i due principali cambiamenti in corso: l'inurbamento e il riscaldamento del clima.
Per la prima volta nella storia, dall'anno scorso la popolazione urbana del pianeta ha superato quella rurale. Per questo abbiamo bisogno di "città agili", corvette da filibustieri più che galeoni spagnoli, capaci di adattarsi alle nuove esigenze di abitabilità, mobilità e anche, nel caso, agli inconvenienti tipici dell'effetto serra: alluvioni, tempeste, sbalzi climatici. Città piene di verde, dove l'acqua in eccesso possa essere riassorbita e filtrata naturalmente, non foderate di cemento e asfalto che fa da tappo. Città evoluzionarie, non bloccate da normative fisse, dove le regole si adattino ai tempi, premiando i risultati finali - in termini di energia, acqua ed emissioni risparmiate - non imponendo quali lampadine dobbiamo usare o quali auto dobbiamo guidare. Città rapide, dove la densità abitativa aiuti a sfruttare i piedi o la bici per gli spostamenti di corto raggio e dove gli insediamenti si sviluppino lungo le direttrici del trasporto pubblico su rotaia, più che lungo le strade, scoraggiando l'uso dell'auto. La crescita sostenibile dovrebbe tradursi in strade sgombre e abitazioni ariose, orientate in modo da rendere la climatizzazione necessaria solo pochi giorni all'anno. Concentrando gli sforzi su edifici e trasporti, che sono responsabili del 40 e del 28% delle emissioni a effetto serra, potremmo tagliare una bella fetta della CO2 che produciamo, con grande sollievo dell'ambiente, ma anche della vivibilità cittadina. Non dimentichiamo poi che i megawatt costano, mentre i negawatt ci fanno risparmiare. E quindi, tanto di guadagnato.

L'evoluzione verso un modello dinamico di città, verso una correzione di rotta a piccoli passi e non più basata sui mega-progetti si legge ormai da vari anni in tutti i contributi più significativi alla letterattura di settore: da "Green Metropolis" di David Owen a "Triumph of the City" di Ed Glaeser, da "Walking Home" di Ken Greenberg a "Urbanism in the Age of Climate Change" di Peter Calthorpe, fino all'ultimo "The Agile City" di James Russell, il mantra della crescita sostenibile non parla più solo di pannelli solari sul tetto, ma di cambiare modi e luoghi in cui si costruisce, bloccando la crescita auto-centrica dei sobborghi sventagliati a caso attorno alle metropoli e in generale gli insediamenti sorti da greenfield.
 In ultima analisi, riqualificare è più importante di edificare da zero e la densità urbana si scopre molto più virtuosa dell'idillio bucolico caro a Thomas Jefferson. A Manhattan e a Parigi girano sicuramente meno auto pro capite e più metropolitane che a Monticello, il suo amato villaggio nelle campagne della Virginia: per renderle efficienti non occorre inventare nulla, basta affinare le mille tattiche già esistenti e renderle sempre più diffuse con gli incentivi giusti. La città si riconosce più intelligente della campagna e il grigio più verde del verde. Il discorso di Russell arriva fino a mettere in questione il sacro diritto alla proprietà immobiliare, caro a tutto il mondo occidentale, ma soprattutto agli americani: è lecito costruire insediamento dopo insediamento sulla riva dell'oceano, per accontentare tutte le richieste? Come la mettiamo con gli uragani e le alluvioni? Quando questa gente rimarrà senza casa, come nel caso Katrina, chi pagherà gli aiuti? E non è un discorso solo americano: basta andare in Costa del Sol, per capire i danni della cementificazione diffusa. Quando il sistema dei mutui crolla, come ora, altro che agilità: siamo al rigor mortis...
Gli esempi virtuosi, per fortuna, non mancano. Ormai ci sono edifici, anche grandi, che riescono a ridurre le emissioni a zero, in perfetta autosufficienza, come la California Academy of Science a San Francisco o il nuovo Centro Culturale Stavros Niarchos ad Atene, di Renzo Piano. Zero. Fino a pochi anni fa, un taglio delle emissioni del 20-30 per cento faceva già notizia. Addirittura, ci sono insediamenti che riescono ad andare in positivo, come Dockside Green a Victoria, in Canada, che produce più energia di quanta ne consumi, imbrigliando le risorse naturali del territorio. Altri optano per adeguarsi alla natura invece di combatterla, come a Ijburg, un nuovo quartiere di Amsterdam, dove molte case sono galleggianti e non circolano macchine. Sono edifici e quartieri che non richiedono tecnologie futuristiche ma strumenti che abbiamo già, non impongono particolari rinunce agli abitanti, né grandi variazioni nello stile di vita. L'investimento iniziale è alto, ma di solito si ammortizza rapidamente. L'impatto zero ormai è a portata di tutti, basta volerlo.

29 ottobre 2011

No white elephants for London 2012

In confronto a Pechino, siamo in un'altra dimensione. E in un'altra epoca. Per i giochi olimpici di Londra gli investimenti previsti sono di 15 miliardi. A Pechino ne sono stati spesi 40. Ma tra i due eventi c'è la bancarotta di Lehman Brothers, annunciata il 15 settembre 2008, tre settimane dopo la chiusura delle ultime Olimpiadi. Nulla sarà più come prima. Nel post-Lehman va di moda la frugalità: si esibiscono i tagli, di emissioni e di costi. Niente "elefanti bianchi", intesi come cattedrali nel deserto. Si sfrutteranno molte strutture già esistenti, da Earls Court a Wimbledon, da Hyde Park a Wembley. L'elegante Aquatics Centre di Zaha Hadid era già stato progettato prima ancora che passasse la candidatura di Londra, quindi era destinato a servire comunque per la riqualificazione di Stratford. E gli altri edifici sorti nel parco olimpico sono bellissimi, ma molto leggeri, fanno un po' kleenex. Infatti alcuni sono usa e getta. La Basketball Arena, un colosso da 12mila posti, è temporanea. Lo stesso stadio olimpico, che al momento dei giochi potrà mettere sedute 80mila persone, verrà parzialmente smontato alla fine dell'evento.
Del resto è inutile appesantire una zona, l'East End di Londra, che ha già le sue gatte da pelare. Anche qui, si ritorna al concetto di "città agile". La parola d'ordine è: legacy. Cosa lasceranno in eredità queste Olimpiadi alla comunità locale? Per Simon Wright, responsabile infrastrutturale di London 2012, è il punto fondamentale.
"Innanzitutto, una rete di trasporti più efficace", spiega Wright durante una visita al parco. Le novità includono l'estensione della East London Line e il potenziamento della Docklands Light Railway e della North London Line, tre linee ferroviarie leggere che serviranno a connettere meglio con il centro una delle aree più sottosviluppate della capitale e consentiranno anche in futuro un accesso sostenibile al parco olimpico e alle sue magnifiche strutture. Una linea ad alta velocità progettata apposta per i giochi, il Javelin, collegherà inoltre Ebbsfleet, nel Kent, stazione degli Eurostar in arrivo dal Continente, con lo scalo londinese di St Pancras, fermandosi a Stratford, dentro il parco olimpico. "Prevediamo che l'80% dei visitatori e dello staff arriveranno al parco via rotaia", precisa Wright. Per il resto, staff e atleti avranno a disposizione una flotta di 200 auto elettriche, Bmw e Mini.
Sul fronte energetico, Wright punta al taglio del 20% di emissioni complessive rispetto alla media delle precedenti edizioni. E quindi ha dovuto inventarsi un sistema di alimentazione molto più sostenibile. Il problema è stato risolto da General Electric, con l'installazione di due centrali di cogenerazione Jenbacher, alimentate a biomasse e gas naturale, nei due Energy Centre di Olympic Park e Stratford City. Insieme, queste macchine ad altissima efficienza (46% per l'energia elettrica e 90% contando anche quella termica) forniranno 10 megawatt tra elettricità, calore e raffreddamento per l'appuntamento del 2012, in sostituzione dei sistemi di produzione energetica tradizionali. Finiti i giochi, le due centrali supporteranno il fabbisogno dei nuovi edifici del villaggio olimpico, che verranno riconvertiti in abitazioni low cost, scuole e strutture sanitarie per la comunità locale. "Per centrare i nostri obiettivi, partendo da una zona completamente devastata da insediamenti industriali dismessi, abbiamo dovuto applicare un'ampia gamma di tecnologie di riconversione su tutti i fronti, dal riciclo dei rifiuti al trattamento naturale delle acque, fino al design sostenibile degli edifici", commenta Wright. Un lavoro immenso, portato a termine con quasi un anno di anticipo e senza sforare sui costi. "Ora possiamo permetterci il lusso di collaudare tutto con calma", sorride soddisfatto. Vedremo se sarà così anche a Milano per l'Expo 2015.

25 ottobre 2011

Living Building: efficiente ed elegante come un fiore

Per Jason McLennan, l'edificio ideale dovrebbe essere "efficiente ed elegante come un fiore". Obiettivo quanto mai ambizioso, tanto che esistono solo tre costruzioni al mondo, secondo lui, ad averlo raggiunto. Edifici viventi, capaci di interagire con l'ambiente circostante dialogando da pari a pari con la natura, senza "interporsi" fra lei e l'uomo che ci vive dentro, ma inserendovisi in maniera armonica. Un po' quello che aspirava ad ottenere Frank Lloyd Wright nei suoi progetti più stimolanti. I tre edifici che sono riusciti a raggiungere il Living Building Standard, la massima certificazione esistente in materia di sostenibilità, conferita dall'istituto di McLennan, l'International Living Future Institute, sono un punto di riferimento mondiale per tutto il settore.
L'Omega Center for Sustainable Living di Rhinebeck, New York, il Tyson Living Learning Center di Eureka, Missouri, e l'Energy Lab della Hawaii Preparatory Academy a Kamuela, Hawaii, sono state le prime costruzioni a ottenere una certificazione completa. La realizzazione di questi tre progetti segna un punto di svolta fondamentale nel movimento ambientalista, con la dimostrazione del fatto che gli edifici possono essere progettati per beneficiare gli ecosistemi in cui vivono e non va dato per scontato che li danneggino soltanto. Un edificio, per raggiungere lo standard "living", deve esibire tutti gli otto petali del fiore, sfoggiando performance da dieci e lode in materia di acqua, energia, salute, materiali, posizione, equità sociale, bellezza e procedure di costruzione. Un "living building" deve generare tutta l'energia di cui ha bisogno attraverso fonti rinnovabili, utilizzare materiali non tossici e dare un senso di benessere a chi ci abita, senza trascurare il senso estetico dell'architettura. Se riesce a soddisfare tutti i requisiti del programma a un anno dalla fine dei lavori, può ottenere la certificazione.
Poi c'è anche la possibilità di ottenere una certificazione parziale, solo su alcuni degli standard richiesti, come nel caso di una residenza privata canadese a Victoria, British Columbia. L'abitazione, soprannominata Eco-Sense, era iniziata come un progetto molto più modesto, ma si è sviluppata strada facendo in un'impresa esemplare, caratterizzata da un design passivo, dotato di un impianto fotovoltaico e solare termico. Assicura un risparmio energetico e idrico del 90%, servizi igienici di compostaggio, la raccolta dell'acqua piovana e il riutilizzo delle acque reflue, tetto verde e pavimenti e finiture naturali. Il tutto integrato nell'ambiente circostante secondo un design moderno e piacevole. Ciascuno di questi progetti promette di fornire un nuovo modello super-efficiente, sano, acqua-indipendente di edificio a zero consumi di energia.
Il target altissimo di McLennan - che è anche il fondatore del Cascadia Green Building Council, la sezione del Nord Ovest americano della società di certificazione Leed (Leadership in Energy and Environmental Design) - ha finora impedito la diffusione del suo modello a livello di massa, ma un centinaio di progetti di "edifici viventi" sono in via di sviluppo. E' alla luce di queste esperienze che si stanno rivoluzionando i processi di progettazione e costruzione in tutto il mondo.

Omega L'Omega Center for Sustainable Living utilizza un impianto naturale di trattamento di tutte le acque reflue per un campus di 80 ettari nella Hudson Valley. Produce più energia di quanta ne consumi con tre diversi impianti fotovoltaici, di cui uno sul tetto e uno su una parete dell'edificio principale. Ha utilizzato per la costruzione solo materiali atossici e naturali. Sorge su un sito già occupato in precedenza da altri edifici e in origine addirittura da una discarica. Come organizzazione non-profit, Omega offre esperienze educative diverse e innovative che ispirano un approccio integrato al cambiamento personale e sociale rivolto all'ambiente, con seminari che ospitano fino a 23.000 persone l'anno.

Tyson Il Tyson Center ospita un laboratorio di ricerca ambientale della Washington University di St Louis (Missouri) e sfrutterà l'edificio certificato come strumento educativo per i suoi studenti, con grandi aule aperte sull'esterno. Fornirà un paesaggio vivente per gli studi sulla sostenibilità degli ecosistemi. E' rivestito di legni raccolti sul posto e il tetto è ricoperto di pannelli fotovoltaici, che coprono tutto il fabbisogno di energia. L'acqua potabile è fornita da un sistema di raccolta dell'acqua piovana senza componenti chimiche. Le acque reflue sono filtrate con un ciclo naturale. Tutti i rifiuti umidi hanno un sito di compostaggio. Il sito era precedentemente occupato da un parcheggio all'aperto, trasformato in un giardino piantumato.

Energy lab L'Energy Lab of Hawaii Preparatory Academy è stato concepito come un laboratorio scolastico dedicato allo studio delle energie alternative. Tutta l'accademia, che ospita bambini e ragazzi dall'asilo al liceo, produce l'energia che consuma e il progetto è stato pensato per trasmettere agli studenti una coscienza ambientale tramite le sue caratteristiche. Il sito era precedentemente occupato dall'area di compostaggio. L'edificio soddisfa il proprio fabbisogno di energia con pannelli fotovoltaici, filtra le acque reflue, raccoglie l'acqua piovana, ha utilizzato per la costruzione prevalentemente materiali locali, ma ha dovuto importare alcuni oggetti introvabili sul posto, aggravando la propria impronta ambientale, che è stata poi alleggerita con una particolare attenzione ai processi costruttivi.



23 ottobre 2011

Mobilità verde: arriva lo scooter ibrido

Non solo auto. Per chi vuole muoversi su mezzi propri a impatto zero ci sono anche le moto e le bici elettriche plug-in, cioè ricaricabili da una semplice presa di corrente, oppure gli scooter ibridi, che riescono a ricaricarsi sia attaccandosi direttamente alla rete elettrica, sia con il movimento del motore a combustione interna, come una Prius. Gli scooter puliti sono molto importanti per il mercato italiano, che assorbe il 20% dei ciclomotori venduti in tutta Europa, impestando le nostre città con una nuvola di gas di scarico, soprattutto nel caso dei motori a due tempi, particolarmente inefficienti e inquinanti: i test relativi riferiscono del 30% di carburante incombusto, a cui va aggiunto l'olio scaricato in aria con la miscela. Insieme, sono responsabili del 20% di composti organici volatili presenti nell'aria cittadina.

 Ma le alternative ci sono, da quest'anno anche grazie a una moto made in Italy molto innovativa: lo scooter ibrido Aspes, un marchio simbolo delle due ruote nostrane, prodotto a Gallarate in tre diverse cilindrate - 50, 125 e 150 - e a prezzi abbordabili, con una meccanica brevettata dal gruppo Menzaghi, che ha acquisito la storica azienda due anni fa. "In pratica, i nostri scooter sono dotati di due motori, uno elettrico e uno a combustione interna, che si possono attivare singolarmente o insieme, a seconda delle necessità", spiega il presidente Umberto Pertosa. Per i tragitti urbani il motore elettrico offre un'autonomia di 40 chilometri e poi ci vogliono 4 ore per ricaricare completamente la batteria, che si può collegare alla rete lasciandola nello scooter oppure estrarre da sotto la pedana con grande facilità e portare in casa per attaccarla a una presa domestica. La batteria al litio-ferro-fosfato non ha memoria, quindi non è necessario aspettare che sia completamente scarica per rimetterla sotto carica, e garantisce 3000 cicli, equivalenti a una dozzina d'anni, una vita ben più lunga delle comuni batterie agli ioni di litio. "In più, il nostro scooter può essere ricaricato anche attraverso il secondo motore, ad esempio nei tragitti extraurbani", aggiunge Pertosa. In modalità mista, il motore a scoppio - a 4 tempi e catalizzato - si attiva a supporto dell'elettrico, dando più potenza e ricaricando la batteria: così si riesce a viaggiare per 80 chilometri con un solo litro di benzina. Questa è una caratteristica unica degli scooter Aspes, che non hanno rivali ibridi sul mercato.
Nel segmento degli elettrici, invece, c'è già parecchia competizione. Oxygen, società padovana nata da una costola di Atala, ha già convinto le poste del Belgio, quelle svizzere e il Comune di Stoccarda con il suo CargoScooter, che viene offerto in due versioni, una fino a 45 chilometri all'ora, l'altra fino a 65. Poi c'è lo scooter tedesco e-Max, il più diffuso in Germania, anche questo distribuito in Italia in due versioni, più o meno veloce. EC-03, lo scooter elettrico Yamaha, invece, è una specie di moderno Ciao, simile al francese e-Solex, che scende quasi al rango delle biciclette a pedalata assistita. Da qui in giù, c'è solo l'imbarazzo della scelta.

20 ottobre 2011

Città sostenibili, ma non solo: belle, eque e innovative...

Le città sostenibili non possono essere solo ecologiche, devono anche funzionare bene, essere belle e alla portata di tutti. Per i seimila studi da 126 Paesi che hanno partecipato quest'anno al concorso internazionale della svizzera Holcim Foundation, uno dei più prestigiosi nel campo dell'architettura sostenibile, si tratta di rispettare le cinque P imposte dal regolamento: Progress, People, Planet, Prosperity, Proficiency. E i vincitori si collocano precisamente all'incrocio fra innovazione, equità sociale, efficienza nell'uso delle risorse, compatibilità economica e impatto estetico.
Un suggestivo progetto di "piscina fluviale", per restituire alla balneabilità il ramo della Sprea che costeggia l'isola dei musei nel centro di Berlino, proposto dal team tedesco di realities united, ha vinto il primo premio da 100mila dollari dell'edizione europea del concorso, consegnato a Milano.

Berlin
L'argento è andato alla riconversione di un'ex fabbrica in municipio e centro civico per la città di Oostkamp in Belgio, proposta dallo studio spagnolo di Carlos Arroyo, sfruttando la struttura esistente con una serie di soluzioni al tempo stesso raffinate ed efficienti.
Oostkamp
La visionaria conversione in "villaggio verticale" di uno dei viadotti prospicenti lo stretto di Messina in Calabria, recentemente dismesso in seguito alla realizzazione di una variante autostradale, è valsa il bronzo a tre studi francesi nella competizione europea.
Scilla
Nell'edizione latino-americana è prevalso un edificio multifunzionale pensato per offrire attività sociali alla favela di Paraisòpolis a San Paolo e al tempo stesso bloccare l'erosione e le frane che minacciano continuamente i suoi abitanti. Il primo premio per l'Africa e il Medio Oriente è andato al progetto di una scuola in Burkina Faso, che usa soltanto energia eolica e solare per il raffrescamento delle aule, proposto dallo studio dell'architetto Diébédo Kéré, basato in Germania ma originario del villaggio dove la scuola verrà costruita. Il secondo premio di questa sezione è andato al team milanese di ArCò - Architettura e Cooperazione, per la ristrutturazione della scuola di una comunità beduina nei territori palestinesi, con criteri di sostenibilità nella ventilazione e nell'illuminazione naturale. Riconoscimenti sono andati anche alle proposte più interessanti di tecnologia produttiva e di nuovi materiali arrivate alla giuria, tra cui la realizzazione di elementi prefabbricati in calcestruzzo leggero con schiuma di vetro riciclato come aggregato interno, inventati da un'azienda tedesca, o l'impiego di una cassaforma di cera riutilizzabile, proposto da uno studio di Zurigo. Tutti i primi arrivati nelle varie sezioni potranno accedere alla competizione globale, di cui i vincitori verranno annunciati nella primavera del 2012.
La filosofia del concorso, unico nel suo genere, ha attirato negli anni progetti sempre molto innovativi, che dimostrano la capacità di estendere le nozioni convenzionali di edilizia sostenibile a una grande attenzione per l'efficacia economica e sociale. "I progetti che hanno vinto quest'anno sono ottimi esempi di quello che si potrebbe realizzare in una città coraggiosa, partendo da una ricca tradizione architettonica, ma senza dimenticare le esigenze delle persone di oggi, che ci vivono dentro", rileva Lucy Musgrave, fondatrice dell'agenzia londinese di pianificazione urbana Publica e membro della giuria degli Holcim Awards. "Il problema fondamentale dello spazio urbano europeo è la staticità, che spesso opprime gli abitanti quanto l'estraniamento causato dall'estrema mobilità del paesaggio urbano americano". Ma le città, pur con tutto il rispetto per un'importante eredità culturale da preservare, non sono musei. Se vogliamo che la gente ci resti e ci si trovi bene, dobbiamo anche offrirle un fiume pulito in cui nuotare, con buona pace dell'altare di Pergamo, che resterà sempre un'apparizione emozionante, ma non si può visitare tutti i giorni.

18 ottobre 2011

Italia campione del solare, ma la ricerca non tiene il passo

Con oltre 10 gigawatt di potenza fotovoltaica installata, l'Italia è diventata quest'anno il primo mercato mondiale per l'energia del sole. Ma la ricerca non tiene il passo. Nel 2010 dai laboratori italiani sono arrivate solo 95 domande di brevetti in materia energetica all'European Patent Office, contro 1805 dagli Stati Uniti o 1175 dalla Corea. 

 "Negli ultimi vent'anni, siamo rimasti fermi su questo fronte, mentre gli altri Paesi industrializzati hanno fatto passi da gigante", spiega Stefano Da Empoli di I-Com, commentando il suo rapporto sull'innovazione energetica. "La Corea è un buon esempio di questo divario, viste le analogie con l'Italia sotto il profilo economico: nel 2000 le domande di brevetto coreane erano paragonabili alle nostre, oggi sono oltre dieci volte tanto", precisa Da Empoli. Ma anche la Spagna, che nel 2000 anni fa era ancora all'età della pietra, oggi produce più brevetti dell'Italia. In complesso, nell'arco temporale 1988-2007 la quota italiana sui brevetti europei era del 2,5%, mentre nel 2010 non è andata oltre lo 0,7%.
Questa evoluzione si rispecchia nella dinamica degli investimenti. Nell'ultimo decennio, il settore energetico ha conquistato una fetta crescente degli investimenti globali in ricerca e sviluppo, che nel 2000 rappresentava il 4,5% del totale, contro il 4,9% del 2009. Ma a seconda dei Paesi cambia molto il rapporto tra investimenti pubblici e privati. Rispetto agli altri Paesi industrializzati, l'Italia è un'eccezione assoluta, perché il pubblico fa sempre la parte del leone. Nelle altre economie avanzate è l'inverso: malgrado un aumento della quota pubblica negli ultimi anni di crisi, sono sempre le aziende private che spendono di più in ricerca e sviluppo, anche nel campo dell'energia. Senza citare l'esempio degli Stati Uniti, dove il rapporto è di quattro a uno, nell'Ue a 27 gli investimenti privati sono il doppio di quelli pubblici, in Germania e nel Regno Unito il triplo, in Spagna il quadruplo. E' il governo francese, invece, quello che spende di più per la ricerca energetica in Europa, ferma restando anche qui la prevalenza dello sforzo privato sul pubblico: tra il 2001 e il 2009, i suoi investimenti hanno rappresentato annualmente, in media, il doppio di quelli tedeschi e italiani, che si aggirano attorno ai 500 milioni di dollari.
In complesso, in questi dieci anni l'Unione Europea ha destinato la quota maggiore di risorse pubbliche al nucleare, ma è una spesa che si sta contraendo, dal 55% del 2000 al 32% del 2009. In Italia, invece, la programmazione politica ha preferito sostenere la ricerca nell'efficienza energetica, a cui ha destinato il 22,8% delle risorse nel 2009, rispetto all'8,8% del 2000.

11 ottobre 2011

Un batterio salverà l'Amazzonia

Un batterio salverà l'Amazzonia. E non ci metterà neanche tanto tempo: "Quattro o cinque anni", sostiene Greg Stephanopoulos, professore di ingegneria chimica e biotecnologie al Mit di Boston, in Italia per partecipare a un convegno organizzato da Federchimica e dall'Accademia dei Lincei in occasione dell'anno mondiale della chimica. Stephanopoulos è il "papà" di quel batterio: lo ha educato amorevolmente per anni a trasformare qualsiasi carboidrato in olio e ora la creatura è capace di farlo in maniera rapida ed efficiente. "Molto più rapida ed efficiente di tutti gli altri esempi pubblicati dalla letteratura scientifica", precisa il genitore.

Il suo batterio, per la precisione, è in grado di produrre biodiesel da risorse rinnovabili a 25-30 centesimi di dollaro al litro, quindi competitivo con il diesel da petrolio, senza sussidi statali e senza far concorrenza alle coltivazioni alimentari. Ora il processo, sviluppato nei laboratori di ingegneria metabolica del Mit, dev'essere industrializzato. E Stephanopoulos ci sta provando con una start-up chiamata Novogy, considerata l'oggetto più misterioso del mercato americano dei biocarburanti, per il segreto che la circonda. Da qui alla produzione di massa, ci vorrà qualche anno. Ma Stephanopoulos è ottimista, perché vede in arrivo un grosso investimento da parte di una major petrolifera. E, si sa, con le spalle coperte da una major i processi di industrializzazione vanno piuttosto spediti.
Certo è che la gara dell'ingegneria genetica per la produzione di biocarburanti è cominciata e chi arriverà per primo potrebbe diventare il prossimo John Rockefeller post-petrolifero. Sulla linea di partenza non c'è solo lui, Stephanopoulos, ma anche diversi suoi colleghi, a partire da Jay Keasling, un'altra star della ricerca che si occupa di biologia sintetica al Joint BioEnergy Institute di Emeryville, nella baia di San Francisco, a due passi da Berkeley. Keasling ha fondato una start-up chiamata Amyris, direttamente in concorrenza con Novogy.
Come disse lo sceicco Yamani, l'era del petrolio non finirà per l'esaurimento del petrolio, così come l'età della pietra non è finita per l'esaurimento delle pietre. Anche se il petrolio durasse all'infinito, infatti, un prodotto altrettanto economico ed efficace, ma più facile da industrializzare e più ecologico, alla lunga potrebbe avere la meglio sull'originale. Non a caso, tutte le compagnie petrolifere mondiali sono molto interessate alla ricerca nei combustibili non convenzionali, tanto che Stephanopoulos ha vinto qualche mese fa l'Eni Award 2011. "Ormai non si parla più di idrocarburi solo in termini di riserve sotterranee, ma anche di riserve 'above ground', riferendosi alle coltivazioni destinate a biofuel", spiega. Peccato che queste riserve 'above ground' spesso e volentieri comportino l'abbattimento di miglia e miglia di foreste, per destinare quei territori alla coltivazione della soja, da cui estrarre l'olio per produrre biodiesel. Al momento attuale, il 90% del biodiesel mondiale deriva dalla soja. La deforestazione dell'Amazzonia procede al ritmo di 7.000 chilometri quadrati all'anno. In questo modo il Brasile è diventato il primo produttore mondiale di granaglie, compresa la soja, che rappresenta ormai oltre un terzo del suo prodotto interno lordo.
Gli studi di Stephanopoulos e compagni, invece, mirano a utilizzare i batteri come "raffinerie" sempre più efficienti nella trasformazione di materie prime rinnovabili in biocarburanti che abbiano prestazioni uguali a quelle dei carburanti petroliferi, con procedimenti abbastanza poco costosi da renderli competitivi. Il risultato più rilevante conseguito da Stephanopoulos, un ingegnere chimico che si occupa già da vent'anni di biotecnologie, è l'incremento della tolleranza delle coltivazioni microbiche alla tossicità dei prodotti. In questo modo aumenta la produttività nella fabbricazione di biofuel e la versatilità di trasformazione. Il batterio ingegnerizzato al Mit può produrre biodiesel da qualsiasi zucchero, acido acetico, glicerina o biomassa cellulosica. Non ha certamente bisogno di materie prime da coltivazioni alimentari e probabilmente nemmeno di coltivazioni ad hoc: basta dargli in pasto i rifiuti delle nostre tavole o delle attività agricole. "E il rendimento è doppio rispetto ai nostri concorrenti", sostiene fiero Stephanopoulos.
La ricerca, sia per Stephanopoulos che per Keasling, parte da lontano. Per tutti e due, il primo amore è stata la medicina: producendo con le biotecnologie molecole che prima venivano sintetizzate in laboratorio a costi altissimi, sono riusciti a fornire ai pazienti le stesse cure a prezzi irrisori. Stephanopoulos è arrivato a produrre il Taxol, un'importante arma nella lotta contro il cancro, partendo da una forma riprogrammata di Escherichia coli. Keasling ha fatto lo stesso con l'Artemisinina, un potente farmaco antimalarico. In tutti e due i casi, si è trattato di far fare a un batterio il lavoro di una pianta: il Taxol viene estratto dalla corteccia del tasso del Pacifico mentre l'Artemisinina viene dall'Artemisia annua, molto diffusa in Cina. Resta una perplessità: perché trasferire ai batteri un compito già assolto da altre forme viventi? "I batteri sono lavoratori low cost, sostituendosi all'equivalente processo chimico che richiederebbe temperature e pressioni elevate e solventi costosi", rileva Stephanopoulos. Un buon soggetto per Charlie Chaplin e un altro Modern Times.

4 ottobre 2011

La bolletta energetica ci costa mille euro a testa

Quotazioni in risalita alla Borsa elettrica, imprese in allarme per il caro-energia, famiglie tartassate dall'inflazione, import sempre più salato. Il deficit della bilancia commerciale energetica italiana è cresciuto del 30% negli ultimi dodici mesi, superando il massimo storico di 60 miliardi di euro, cioè mille euro esatti per abitante, neonati compresi. E questi aumenti, derivati soprattutto dal caro-petrolio, li vedremo ben presto in bolletta. L'unica difesa è produrre e utilizzare l'energia in maniera efficiente e razionale, in base a una strategia nazionale che per adesso non c'è: il piano promesso a metà settembre dal governo ancora non si vede. "Serve una cabina di regia per indirizzare la crescita del settore", ha detto il presidente dell'Authority Guido Bortoni al Festival dell'Energia di Firenze, organizzato da Aris e FederUtility.

 Ma la vera incognita per il mercato energetico italiano è rappresentata dagli effetti dell'inasprimento della Robin Tax, che secondo le prime stime peserà sulle aziende elettriche attorno a 1,8 miliardi e avrà ricadute inevitabili sui prezzi finali. Solo per Enel ed Edison, si calcola, il costo sarà di circa 400 e 150 milioni l'anno per i prossimi tre anni. La nuova maggiorazione Ires, secondo l'Authority per l'Energia, comporterà certamente un aumento delle tariffe per i consumatori, oltre a un possibile impatto sugli investimenti per le infrastrutture. In una segnalazione a governo e parlamento, l'Autorità ha già contestato la nuova formulazione della tassa istituita anni fa per togliere un po' di margine alle compagnie petrolifere, che ora la manovra ha esteso all'elettricità e alle reti energetiche. "Il principale effetto di un aumento dell'Ires – avverte l'Autorità dell'energia – è ridurre la propensione all'investimento nell'attività colpita dall'aumento". Proprio il calo degli investimenti, in un momento in cui il settore ne avrebbe grande bisogno, rischia di riflettersi sulle tariffe perché, spiega il documento, "nelle attività svolte a mercato, è attraverso la contrazione degli investimenti e, di conseguenza, dell'offerta che può aver luogo, in linea generale, la futura traslazione degli effetti dell'aumento dell'imposta diretta sui prezzi e quindi sui consumatori". La squadra di Bortoni, ovviamente, vigilerà affinché le imprese coinvolte nell'addizionale non scarichino i sovraccosti sugli utenti, un'operazione vietata dalla legge. Ma questi controlli sono molto difficili.
Già adesso, le imprese italiane pagano una bolletta elettrica del 31,7% più cara rispetto alla media Ue e cioè sborsano un costo maggiore di 8 miliardi di euro l'anno per la corrente elettrica, equivalente a 1.776 euro in più per ciascuna, in base a una ricerca di Confartigianato. E sul gas non ce la passiamo meglio: tra caro-petrolio, assenza delle forniture libiche e cronica mancanza di competitività sul mercato interno, il divario fra prezzi italiani ed europei è salito da una media di 4-5 euro al megawattora di luglio-agosto fino agli attuali 6-7 euro. Per Carlo Stagnaro dell'Istituto Bruno Leoni, la differenza con il Paese europeo più liberalizzato, la Gran Bretagna, è del 32% per i grandi utenti e del 50% per quelli di medie dimensioni. I consumatori soffrono della rigidità dei contratti di lungo termine che ci legano ai nostri fornitori esteri, in primis Gazprom, mentre nel resto d'Europa prevalgono le compravendite sul mercato, da quando è molto più liquido grazie alla diffusione del gas non convenzionale americano. L'Europa ha registrato nel 2010 un vero e proprio boom del trading di gas, con volumi saliti del 29% rispetto all'anno precedente, secondo il rapporto European Gas Trading 2011 di Prospex Research. "Perché questo accada anche da noi, occorre che ci siano molti operatori e grosse quantità da vendere", spiega Davide Tabarelli di Nomisma Energia. Ma oggi non è così.
Su queste e altre distorsioni che aggravano le nostre bollette, l'Authority chiede da anni il varo di una strategia nazionale, che corregga una volta per tutte i continui cambi di direzione delle politiche energetiche governative. Il caos sulla promozione delle fonti rinnovabili, varata lo scorso marzo per recepire le direttive europee in materia, ma a cui mancano ancora una ventina di decreti attuativi, è un tipico esempio di queste distorsioni: scoraggia gli investimenti e crea forti sperequazioni tra le diverse fonti, per cui si incentiva fortemente il fotovoltaico ma si tralascia completamente il solare termico, che invece potrebbe aggiungere un elemento di grande efficienza nel panorama energetico italiano. "La strategia è in corso di realizzazione, è stato affidato lo studio preliminare all'Enea e quindi speriamo, entro la fine dell'anno, di poter dare un quadro complessivo di lungo termine", ha detto il sottosegretario allo Sviluppo con delega all'Energia, Stefano Saglia. E questo significa un altro slittamento, visto che il ministro Paolo Romani l'ultima volta aveva parlato di metà novembre.