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31 gennaio 2012

A Berlino il taxi si chiama con un clic...

Mentre in Italia le città sono in ostaggio dei tassisti in rivolta, in Germania un'applicazione per smartphone sta rivoluzionando il mercato dei taxi. MyTaxi consente di mettersi direttamente in comunicazione con le macchine più vicine, lanciando la richiesta senza passare dal radiotaxi. Il tassista che risponde per primo prende la corsa e il cliente può vedere sullo schermo la sua foto, il suo nome, numero di telefono e il percorso che sta facendo per raggiungerlo, con una stima dei tempi d'attesa. Il punto di forza dell'applicazione è la sua semplicità, che elimina le interminabili attese telefoniche e privilegia il rapporto diretto fra tassista e cliente.


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In pochi mesi myTaxi si è diffusa in una trentina di città e 800mila clienti potenziali l'hanno già scaricata gratis, a fronte di settemila taxi registrati fino ad oggi, sui complessivi 50mila circolanti. Ma la nuova tecnologia sta già facendo qualche vittima. L'80 per cento dei tassisti tedeschi, infatti, è affiliato a una centrale di radiotaxi, a cui myTaxi ora sta tagliando l'erba sotto i piedi. Il modello di business introdotto dalla nuova tecnologia rende obsolete le centrali, che in Germania incassano fra i 100 e i 200 euro al mese dai tassisti per i loro servizi. Con myTaxi, invece, non c'è un abbonamento fisso, ma solo una commissione di 79 cent per ogni corsa procurata.
"Facendo i calcoli su un volume d'affari medio, la centrale mi costa almeno tre volte tanto per veicolare lo stesso numero di corse", spiega Thomas Heinrich, tassista berlinese. Per questo le centrali si stanno organizzando con delle applicazioni in concorrenza e in certi casi arrivano perfino a ventilare un divieto di usare myTaxi ai tassisti affiliati. Nonostante le resistenze, l'uso di myTaxi cresce a vista d'occhio: Sven Kuelper e Niclaus Mewes, fondatori di IntelligentApps, ora vogliono espandersi all'estero e hanno aperto agli investitori. Daimler (che produce l'80% dei taxi tedeschi) e Deutsche Telekom hanno risposto subito all'invito, con un'iniezione di 10 milioni di euro. Si prospettano così delle partnership strategiche che potrebbero allargare gli orizzonti del servizio, includendo altri aspetti della mobilità urbana oltre ai taxi, dal car sharing ai servizi di pagamento via smartphone.
Dopo la Germania, le prime tappe sono state Vienna e Zurigo. Adesso Kuepler e Mewes puntano sull'Olanda e sulla Spagna. In febbraio sbarcheranno a Barcellona.

23 gennaio 2012

Concordia: S&P declassa l'Italia, ma non Carnival

Paradossi del rating: l'Italia declassata di due gradini mentre Carnival, il numero uno delle crociere inchiodato al discredito del mondo dal naufragio della Concordia, non subirà alcuna conseguenza da parte delle agenzie di rating. Standard & Poor's ha già dichiarato che manterrà saldo il suo BBB+, allo stesso livello del nostro debito sovrano. Nessuna conseguenza anche per l'altro leader di mercato, Royal Caribbean. "Abbiamo considerato uno scenario in cui il disastro avrà un impatto del 3% sull'utile netto nel 2012 rispetto alle precedenti aspettative", spiega S&P, aggiungendo che questa variazione rientra nelle naturali oscillazioni e non sposta il livello del rating. Ma come? Se il lunedì dopo il naufragio il titolo di Carnival ha lasciato sul tappeto il 20% del suo valore ed è sotto del 33% rispetto a un anno fa, ci dev'essere pure un motivo. A prescindere dalle perdite legate allo specifico disastro (95 milioni di dollari solo per l'inutilizzo della nave), basta un giro in rete per rendersi conto che dopo il naufragio le sue crociere si vendono a sconto dell'80%. E non è un caso: chi si imbarcherebbe oggi su una nave Carnival senza pensarci due volte, dopo aver toccato con mano l'incredibile inaffidabilità dei suoi comandanti? Più in generale, chi non si è chiesto quanto siano sicuri questi palazzi galleggianti carichi di 5-7000 persone, oltre il triplo di quelli del Titanic? Già domenica 15, il Financial Times titolava: "Il disastro della Concordia riaccende il dibattito sulla dimensione delle navi", dando voce a esperti ferocemente critici sui discutibili livelli di sicurezza di questo tipo di turismo, uno dei pochi settori in crescita malgrado la crisi. Da qui in poi, sembrava che nulla sarebbe più stato come prima per il business delle crociere. E' proprio la crescente dimensione delle navi (e dei ricavi per passeggero, arrivati a 240 dollari al giorno) che negli ultimi vent'anni ha consentito al turismo crocieristico di lievitare da un pubblico di 3 milioni e mezzo nel 1990 agli attuali 20 milioni di passeggeri, con ricavi stimati di 34 miliardi di dollari nel 2012, secondo Cruise Market Watch. Carnival è leader di mercato con quasi 10 milioni di passeggeri all'anno su 103 navi e 10 diversi brand, dall'italiana Costa all'americana Seabourn. Contro ogni dubbio sulla sicurezza, ben sette colossi del mare saranno varati globalmente quest'anno - fra cui Disney Fantasy, con i suoi interni ispirati al mondo dei pirati in versione Capitan Uncino - aggiungendo oltre 18mila posti ai 400mila attuali. Si riempiranno? Per ora gli esperti credono di sì, a dispetto dei morti del Giglio. The show must go on.

21 gennaio 2012

Lirosi, servono liberalizzazioni rapide e concrete

Plaude alle liberalizzazioni in dirittura d'arrivo. Ma Antonio Lirosi, già Mister Prezzi e soprattutto braccio destro del Bersani liberalizzatore nel 2006 su tariffe e concorrenza, chiede "cambiamenti immediati e percepibili" per "ridare fiducia ai cittadini" e "rilanciare la domanda interna".
Cosa manca alla "lenzuolata" di Monti?
"Abbiamo perso molto tempo e adesso bisogna recuperarlo. Finalmente andiamo verso un provvedimento ampio che inciderà su diversi settori per ridare linfa all'economia reale. Ma è molto importante varare norme chiare, che portino a dei cambiamenti rapidi e reali. Non è il momento di perdersi in chiacchiere".
Partiamo dall'energia, uno dei settori in cui il divario dei prezzi rispetto all'Europa è più eclatante...
"Bene la separazione di Snam Rete Gas dall'Eni. Ma perché non renderla immediatamente operativa invece di rimandare di altri sei mesi, a un futuro decreto? Se c'è la volontà politica, questa operazione si può fare anche subito, non ci sono grandi ostacoli tecnici. E darebbe sicuramente fiato alla concorrenza".
E la distribuzione dei carburanti?
"Si può fare di più. Qui bisogna proprio cambiare l'assetto del mercato, che è influenzato all'80% dalle compagnie petrolifere. L'obiettivo è una rete distributiva svincolata dai produttori, dove i benzinai siano commercianti puri e anche la grande distribuzione entri nel gioco. Devono diventare una controparte rispetto alle compagnie, in grado di spuntare le migliori condizioni di acquisto del prodotto finito, per poi offrire al pubblico il prezzo più concorrenziale. L'intervento che si profila, invece, è parziale. Il numero degli esercizi cui si applicherebbe l'eliminazione dell'esclusiva è esiguo, sembra una marcia indietro rispetto alle prime bozze".
A proposito di commercio: le farmacie?
"Qui manca la liberalizzazione dei farmaci di fascia C, che è l'unico mezzo per inoculare un po' di concorrenza su questo mercato. Aumentare il numero delle farmacie non basta, bisogna puntare a istituire due canali diversi in competizione l'uno con l'altro. Con 5mila farmacie in più, si rischia di far solo aumentare il numero dei monopolisti e di far saltare la rete delle parafarmacie. Così, invece che abbatterli, i prezzi aumenteranno".
Passiamo alle assicurazioni: Rc auto?
"Qui ci vuole una riforma complessiva del mercato, che va ripensato insieme alle compagnie. L'assurdo sistema del bonus-malus, che è diventato un malus-malus, va completamente rivisto. Se il 97% degli automobilisti sta nelle prime tre classi di merito vuol dire che siamo quasi tutti automobilisti virtuosi, eppure paghiamo sempre di più lo stesso. Va detto, inoltre, che il sistema della scatola nera non funziona: è costoso e in base alle sperimentazioni non porta a grandi risultati".
Altre perplessità?
"Bisogna vedere l'impianto definitivo dei provvedimenti: il diavolo sta nei dettagli, soprattutto in materia di liberalizzazioni. Peccato, però, aver fatto girare le bozze giorni prima, in questo modo aumentano le pressioni e si rischia di annacquare le norme".

18 gennaio 2012

La bolletta è sempre più verde? Ma i dati non sono realistici

E' A2A la società elettrica più verde d'Italia, battendo sul filo di lana Enel. La maglia nera spetta, invece, a Eni e Acea. Il 39% dell'energia prodotta dall'utilitity milanese viene, infatti, da fonti rinnovabili. Enel arriva al 38%, mentre Eni e Acea sono quasi a zero. Le due società sul podio superano nettamente la media italiana: le fonti rinnovabili hanno coperto nel 2010 il 22,8% della domanda nazionale e nel 2011, in base ai dati preliminari del Gestore servizi energetici, il 24,8%.


FONTI - "Per giudicare quant'è verde un produttore, l'unico parametro serio è analizzare con quali fonti alimenta le sue centrali, che siano gas, petrolio, carbone, acqua, vento o sole", commenta Davide Tabarelli, di NomismaEnergia, che ha stilato la graduatoria. Non sempre, però, il merito di produrre energia pulita risulta evidente. A partire dalla prossima bolletta, grazie a una delibera dell'Authority, il consumatore che compera energia verde dovrà ricevere l'indicazione del mix di fonti energetiche utilizzato per la sua fornitura, oltre all'informazione sul mix tecnologico complessivo dell'energia venduta, già obbligatoria nei confronti di tutti i clienti. Il nuovo provvedimento fa parte di un insieme di regole a favore della trasparenza, promulgate dall'Autorità presieduta da Guido Bortoni per garantire che l'energia elettrica acquistata come "verde" sia effettivamente prodotta con fonti rinnovabili e non venga commercializzata più volte. Ma questo dato, che i consumatori potranno leggere in bolletta, è facilmente manipolabile perché non rispecchia la produzione effettiva delle singole aziende, che possono gonfiarlo comprando quote di energia verde sul mercato.
QUOTE - "La certificazione dell'energia immessa in rete come rinnovabile è un dato teorico, perché gli elettroni sono tutti uguali, non cambiano colore a seconda della fonte di origine", spiega Gerardo Montanino, direttore operativo del Gestore Servizi Energetici. Il Gse è l'unico ente di certificazione delle garanzie d'origine dell'energia venduta ai consumatori e in questa veste garantisce che "la composizione del mix medio nazionale utilizzato per la produzione dell'energia elettrica immessa nel sistema italiano nel 2010" comprenda un 35,2% di fonti rinnovabili. Da cosa dipende la discrepanza fra le due quote, quella del 22,8% pubblicata dallo stesso Gse nel Bilancio elettrico italiano e quella indicata nel Mix medio nazionale? Soprattutto dalle importazioni di energia dall'estero. Importazioni che, pur provenendo prevalentemente da Paesi dove la fonte dominante è il nucleare (75% in Francia e 40% in Svizzera), sono misteriosamente certificate dai rispettivi operatori di rete all'80% da fonti rinnovabili. Il che aggiunge di colpo alla produzione nazionale di energia verde, arrivata nel 2010 a 76 terawattora, altri 35 terawattora importati: quasi il 50% in più.
DISTORSIONE - "La qualifica di quell'energia come rinnovabile è discutibile e rappresenta una grave distorsione del mercato", commenta Tabarelli. In più, le aziende elettriche possono arricchire le loro credenziali verdi acquistando quote di produzione dagli operatori specializzati in eolico o fotovoltaico. Così il mix di energia venduta sul mercato libero dall'Enel, ad esempio, si fregia di un 72,5% proveniente da fonti rinnovabili, quando la produzione verde effettiva del gruppo in Italia si aggira sul 38%, composto da un 30,2% di idroelettrico e un 7,6% di altre rinnovabili. Percentuale comunque molto alta rispetto alla media italiana e agli altri produttori, ma ben lontana da quel 72% certificato in bolletta. "Le quote che acquistiamo dagli altri produttori non sono altro che una testimonianza in più della nostra politica di attenzione alle fonti verdi", spiega Gianfilippo Mancini, capo dell'energy management del gruppo. Non è solo greenwashing? "No, perché in questo modo contribuiamo alla crescita delle fonti pulite nel sistema elettrico italiano", fa notare Mancini.
VIRTUOSI - Ma gli esperti da quest'orecchio non ci sentono. "Nella graduatoria delle società più virtuose, non prendiamo neanche in considerazione gli scambi di tipo commerciale certificati dal Gse", precisa Tabarelli. Resta da chiedersi che senso ha imporre l'obbligo di pubblicare in bolletta il mix energetico del fornitore, se poi le informazioni presentate rischiano di essere fuorvianti per il consumatore medio, che non ha certo l'occhio per distinguere i dati della produzione industriale da quelli commerciali. "A quel punto, sarebbe quasi meglio non dire nulla", commenta Alessandro Marangoni di Althesys, casa madre dell'indice Irex, sull'andamento in Borsa delle imprese quotate specializzate in fonti rinnovabili. L'intento dell'Authority non era certamente quello di confondere le idee ai clienti, ma semmai di chiarirle.

14 gennaio 2012

Masciandaro, declassare le agenzie di rating

"C'è da meravigliarsi dell'attenzione che ancora si accorda alle agenzie di rating". Per Donato Masciandaro, direttore del Centro Paolo Baffi di economia monetaria e professore alla Bocconi, i giudizi di queste società non dovrebbero più avere gli effetti roboanti che hanno sui mercati.
Perché?
"La fortuna delle agenzie di rating è nata quando hanno cominciato a fornire delle informazioni inedite. La loro attività era determinante per tre motivi: perché visitando gli emittenti ottenevano informazioni a cui nessun altro aveva accesso, perché i loro metodi di analisi o il loro personale erano considerati di una qualità superiore e perché erano soggetti terzi, percepiti come indipendenti. In questo modo sono diventate talmente utili che gli investitori non potevano più prescindere dai loro giudizi".
E ora?
"Ora non è più così: i loro giudizi si basano su informazioni pubbliche, le stesse che possiamo avere tutti; i loro metodi di analisi sono sempre più diffusi e non sono migliori di quelli usati da altri analisti; non sono più soggetti indipendenti, da quando si fanno pagare i loro giudizi dalle stessosocietà emittenti".
Ma allora perché restano così determinanti?
"Solo perché sono diventati parte integrante delle regole. I loro giudizi sono stati istituzionalizzati con il loro inserimento nella regolamentazione dei mercati. Tutto il loro peso dipende da questo".
Che cosa bisognerebbe fare per ridurre questo peso?
"Basterebbe 'declassare' i loro giudizi alla stregua di quelli formulati da tanti altri soggetti privati, che vengono utilizzati dagli investitori come strumenti d'informazione, ma non hanno lo stesso effetto sui mercati, perché non fanno parte di nessuna regolamentazione".
Ma se non sono più utili come una volta, perché non si cambia?
"Il problema è che questo ruolo esagerato delle agenzie di rating fa comodo un po' a tutti. Fa comodo agli emittenti, che hanno capito che per soddisfare i mercati non serve un comportamento virtuoso, ma solo un buon rating. Fanno comodo agli investitori, che non devono più andarsi a cercare le informazioni più esclusive, perché sanno già che il mercato andrà dietro al giudizio delle agenzie di rating. E fanno comodo anche alle autorità di controllo, che grazie a loro possono evitare di prendersi alcune responsabilità".
Contenti tutti, ma le distorsioni restano: non c'è speranza di uscirne?
"Negli Stati Uniti ci stanno provando, in Europa no. Anzi, si sta andando nella direzione opposta e si cercadi correggere queste distorsioni imbrigliando le agenzie di rating in regole più stringenti. Ma il punto non è questo".
E qual è?
"Bisogna toglierle dalle regolamentazioni, riducendo il loro status a quello di tutte le altre società di analisi. Altrimenti i mercati continueranno a essere dominati dallo strapotere ingiustificato di un oligopolio".

10 gennaio 2012

Corsa degli investitori al super-Bund

Gli investitori strapagano i Bund pur di mettere i capitali al riparo. Per la prima volta la Germania ha collocato titoli con rendimenti negativi. Nell’asta di ieri sono stati infatti collocati 3,9 miliardi di euro in Bund a sei mesi a un tasso d’interesse del -0,01 per cento. Questo significa che gli investitori non guadagneranno nulla dall’acquisto di questi titoli, anzi, alla fine dei conti sarà il ministero del Tesoro di Berlino a guadagnarci: come se per accendere un mutuo fosse la banca a pagare chi prende i soldi in prestito e non viceversa. In pratica, gli investitori hanno preferito rinunciare al profitto a beneficio della certezza degli investimenti. L’Agenzia delle Finanze tedesca comunica che la domanda ha superato di 1,8 volte l’offerta. Al contrario, il differenziale tra i Btp italiani e i titoli di Stato tedeschi è volato oltre i 530 punti, con un rendimento del 7,17%, non distante dai massimi di 566 accusati alla vigilia delle dimissioni di Silvio Berlusconi dalla presidenza del Consiglio. La Germania, secondo gli operatori, «è ormai l’unico Paese in area euro percepito come sicuro e quindi sui titoli tedeschi viene parcheggiata la liquidità seppure questi abbiano un costo». A livello generale, c’è «una fame di titoli di Stato quasi esclusivamente di breve o brevissimo termine». Questo vuol dire che nessuno scommette sulla sopravvivenza dell’euro oltre un orizzonte di pochi mesi. Se la situazione dovesse precipitare, infatti, chi avrà in mano titoli di debito tedeschi potrebbe approfittare di un’immediata rivalutazione del "nuovo marco" del 30/40%, con una plusvalenza corrispondente, rispetto alle valute europee più deboli. E dopo? Dopo il "super-marco" darebbe un bel filo da torcere all'export tedesco. Ma questo è un problema che nessun investitore si pone adesso.

2 gennaio 2012

Energia 2.0, entriamo nell'era della generazione distribuita

Le fonti dell'energia cambiano. E cambiano le dimensioni. Dopo l'era delle grandi centrali a carbone o a olio combustibile e dei mega-reattori nucleari, stiamo entrando nell'epoca dell'energia 2.0. Eolico, fotovoltaico e bioenergie invitano alla generazione distribuita. Perfino il nucleare diventa piccolo, con mini-reattori interrati capaci di alimentare un villaggio o una cittadina. Mille impianti sparpagliati sul territorio ora gravano sulla rete e la costringono a diventare più magliata e più intelligente, inventandosi nuove soluzioni di accumulo per livellare i picchi della domanda e della produzione. Un'industria che sembrava ormai più che matura sta vivendo una rivoluzione imprevedibile. Da questa rivoluzione industriale deriva un'importante fetta della crescita economica recente, in controtendenza rispetto alla crisi, ma anche una forte spinta all'innovazione. Il fotovoltaico abbandona il silicio cristallino per orientarsi verso nuovi materiali, l'eolico cambia forma per andare a cercare i venti tangenti di bassa quota, che le pale grandi non percepiscono nemmeno.




"La mini-pala di Renzo Piano è una delle varie iniziative che abbiamo preso per sfruttare al meglio le risorse sul territorio", spiega Francesco Starace, numero uno di Enel Green Power, sempre alla ricerca di strumenti nuovi per produrre energia pulita. Con il prototipo da 55 kilowatt di potenza, che ora verrà sottoposto a un anno di test nelle strutture di collaudo dell'Enel prima di poter essere installato in campo aperto, Starace vuole andare a intercettare i venti che s'incanalano nelle valli, più modesti ma pur sempre efficaci per far girare un alternatore, se le strutture sono abbastanza leggere da coglierli. Non a caso la pala di Renzo Piano è stata soprannominata la "libellula" e potrà dare il suo contributo alla produzione di energia pulita in tutte le situazioni che per le pale grandi non sono remunerative, a partire dalla diga foranea di Genova, dove probabilmente troverà il suo primo utilizzo. Per seguire la sua vocazione nello sfruttamento delle fonti rinnovabili, Enel Green Power ha anche realizzato a Catania, in joint venture con Sharp e StM, uno stabilimento di produzione di pannelli a film sottile, la nuova frontiera del fotovoltaico, che utilizza molto meno silicio per tradurre in elettricità i raggi del sole. Un passo coraggioso per una società leader mondiale nella produzione di energia verde, non di pannelli. "Non vogliamo inventarci un mestiere nuovo, ma se ci mancano gli strumenti per operare al meglio, cerchiamo di colmare il gap", commenta Starace.
La nuova frontiera delle rinnovabili, secondo Starace, sono poi le tecnologie ibride, quelle che mettono assieme diverse fonti per ottimizzare i risultati. "Nei nostri impianti di Reno, in Nevada, stiamo sperimentando un'ibridizzazione fra il geotermico e il solare fotovoltaico, che ci consente di aumentare la potenza proprio negli orari di picco della domanda, quando tutti i condizionatori sono accesi", precisa Starace. In Nevada si prepara un'evoluzione ancora più ardita, con l'aggiunta all'impianto già ibrido del solare termodinamico, l'unica fra le tecnologie solari capace di produrre energia elettrica anche di notte, grazie al fortissimo calore accumulato nei tubi pieni di sali fusi, su cui per tutto il giorno si concentrano i raggi del sole grazie ai grandi specchi parabolici. "Un complesso ibrido di questo tipo aumenta di molto la potenza di un impianto e potrà essere ripetuto anche in altre situazioni analoghe, dove abbiamo molto spazio vuoto, come nel deserto di Atacama in Cile", argomenta Starace.
Nel geotermico di casa nostra, invece, a Larderello in Toscana, lo spazio per grandi centrali solari termodinamiche non c'è. Ma abbiamo le biomasse, in particolare tutti quei resti dell'agricoltura che normalmente vengono buttati e invece potrebbero servire come combustibile per contribuire a far girare le turbine delle centrali elettriche alimentate dal calore della terra. "Su questo abbiamo già un accordo con Coldiretti e Confagricoltura, per stimolare la filiera agroenergetica, che in Italia è ancora poco sviluppata", fa notare Starace. Tutte queste tecnologie esistono già, ma ora si cominciano a immaginare applicazioni sempre più innovative, con ricadute di non poco conto per il sistema elettrico: da un lato un netto miglioramento per la sostenibilità di un comparto che resta fra i principali responsabili delle emissioni a effetto serra; dall'altro lato maggiori spazi di partecipazione dal basso al mercato libero dell'energia elettrica, anche per i piccoli consumatori e produttori, già chiamati in inglese "prosumer". Starà a noi, se ne saremo capaci, il compito di trarne tutti i vantaggi possibili.