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25 giugno 2003

La battaglia dei telefonini si gioca sul marketing

Gli operatori di telefonia mobile e i produttori di cellulari sono indissolubilmente legati, ma per i consumatori abitano su due pianeti diversi. E chiaramente non è il pianeta cellulari che orbita attorno al pianeta provider, bensì viceversa. Basta entrare in un negozio di telefonini per capire che ormai si tratta di oggetti di moda, assimilabili alla stessa categoria di un paio di scarpe o di un orologio. E non ci vuole molto per scoprire che il marchio più conosciuto nell'universo della telefonia cellulare europea non è quello di un operatore, ma quello di un costruttore di cellulari: Nokia. Se l’ultimo modello di Nokia o della sua marca preferita di cellulari è disponibile soltanto su un network e non su un altro, l'utente privato tende a cambiare provider piuttosto che rinunciare all’acquisto. Non è difficile capire perché: per la stragrande maggioranza degli utenti, il design dell’oggetto fa premio sulle caratteristiche del servizio. E’ molto più importante avere in tasca l’oggetto giusto, per esibirlo come un segno distintivo, piuttosto che poter usufruire di una funzione specifica che magari un altro provider non offre. E’ proprio coltivando il suo brand come una casa di moda che Nokia ha instaurato un rapporto di assoluta dipendenza con i suoi fan, raggiungendo l’attuale posizione di dominanza del mercato europeo (oltre metà dei telefonini venduti in Europa sono della casa finlandese). Naturalmente non basta un buon marketing per ottenere questo risultato: dietro al grande successo di Nokia c'è anche la straordinaria funzionalità dei cellulari che produce. Resta il fatto che la fortissima penetrazione fra i giovani dipende molto da una sapiente costruzione dell'immagine. Stesso discorso, anche se meno accentuato, si può fare per le altre marche: iniziative come il Samsung Fun Club, dove si possono trovare le suonerie più strampalate o i videogiochi più in voga, servono appunto a tramutare il telefonino da puro strumento di comunicazione in un’esperienza di vita a tutto tondo. Ma la battaglia sotterranea in corso da parte degli operatori per ribaltare le posizioni non può sfuggire all’osservatore attento. L’ampiezza e l’articolazione sempre maggiore del ventaglio di servizi a disposizione, infatti, sta offrendo ai provider un’occasione più unica che rara per profilarsi su un terreno esclusivo, rafforzando il proprio brand. La prima a tentare l’operazione di sganciamento dall'orbita del pianeta telefonini è stata Vodafone, quando ha arruolato David Beckham nel ciclopico sforzo promozionale (stimato sui 100 milioni di euro) per il lancio di Vodafone Live! Non a caso il colosso britannico ha sorpreso gli addetti ai lavori scegliendo una marca di cellulari praticamente sconosciuta, Sharp, come ammiraglia della sua nuova offerta dati. Ora, entrando in un negozio di cellulari a Londra, non è raro sentire qualcuno che chiede il "telefonino di Beckham". E la riuscitissima campagna (un milione e mezzo di telefonini venduti in sei mesi) non è che l’aspetto più spettacolare della lenta rimonta degli operatori mobili europei sul fronte dell’immagine. Altri esempi, come il lancio dello “smartphone” da parte di Orange in collaborazione con Microsoft, appoggiandosi su produttori di hardware esterni al circuito dei grandi, si susseguono. L’obiettivo degli operatori è chiaro: insinuare nella coscienza degli utenti il concetto che un’esperienza Vodafone o Orange sia altrettanto significativa di un’esperienza Nokia o Ericsson, se non di più. Man mano che si amplierà la possibilità di trasmettere foto, video musicali o sportivi, e di navigare su internet, gli operatori avranno sempre più l'opportunità di confezionare offerte esclusive, tagliate su target precisi e indipendenti dalle caratteristiche tecniche dei cellulari, che dovranno adeguarsi alle nuove frontiere toccate via via dalla trasmissione dati. Per le marche dominanti di cellulari, dunque, si profila un doppio assalto: da parte degli operatori che cercano di uscire dalla loro orbita e da parte dei produttori più piccoli, che alleandosi ai provider potrebbero riuscire a rosicchiare qualche quota di mercato.Sulle rive del fiume Nokia, in realtà, per ora nessuno si strappa i capelli. Da un lato il fascino estetico e la grande funzionalità, dall'altro lato la forte resistenza degli utenti a imparare a usare un altro telefono mettono il gigante finlandese sostanzialmente al riparo da brutte sorprese. Ma anche su questo fronte qualcosina si sta muovendo. Tradizionalmente molto restia ad aggiungere nuove funzioni per non disturbare il rapporto di continuità con i clienti, Nokia ha finalmente ceduto alle pressioni di Vodafone aggiungendo un tasto dedicato al suo ultimo modello 3650, per consentire agli utenti di raggiungere direttamente i servizi di Vodafone Live! E’ un primo segnale di apertura alle esigenze degli operatori, che potrebbe accentuarsi con il tempo se le nuove funzioni di trasmissione dati dovessero prendere piede.

26 maggio 2003

L'architetto? No, vogliamo l'archistar

«Il meccanismo alla base degli appalti pubblici parte dal presupposto che la progettazione non sia un' attività intellettuale ma un prodotto commerciale, indifferenziato e universalmente vendibile. E' per questo che ormai da 10 anni non esce più un nome nuovo dall' architettura italiana». Per Paolo Portoghesi, come per molti altri colleghi, la crisi di questa attività così centrale per dare un volto al Belpaese sta giungendo a un punto di non ritorno. Eppure si tratta di un settore che, se sfruttato bene, potrebbe replicare i successi ottenuti nella moda e nel made in Italy, con cui ha molti punti in comune. «L' Italia è tradizione architettonica: va solo riconosciuta e trasmessa», commenta Paolo Zermani, uno dei pochi nomi noti fra gli architetti più giovani, che concorda con l' amara diagnosi di Portoghesi. Gli amministratori pubblici invece preferiscono affidarsi a modelli importati dall' estero, spesso del tutto estranei alle caratteristiche tipiche del tessuto urbano italiano, solo per riverniciare i propri programmi con il lustro che circonda alcuni grandi nomi internazionali come star dello spettacolo. «L' architettura italiana - precisa Zermani - esiste da duemila anni sulla base di principi analoghi a quelli da cui esce la nostra eccellenza nello stile delle camicie o nell' olio d' oliva: da un lato la bottega artigiana che privilegia la cura dei particolari, dall' altro il legame con il territorio in cui i suoi prodotti s' inseriscono in maniera armonica. Prodotti che vivono nell' eternità e non nell' improvvisazione come i progetti d' immediata masticazione che ora vanno per la maggiore. Purtroppo, però, ci agitiamo tanto per il prosciutto e il parmigiano ma gettiamo alle ortiche una tradizione urbanistica senza uguali». Che detto da uno di Parma suona particolarmente preoccupante. Il dito accusatore, oltre che sullo star system d' importazione, si rivolge in particolare contro la legge Merloni. «Una riforma - spiega Portoghesi - che da un lato ha introdotto garanzie sacrosante, ma dall' altro ha talmente irrigidito e burocratizzato il processo da bloccare completamente, malgrado le successive modifiche, qualsiasi apporto innovativo dei giovani alla progettazione degli edifici pubblici, togliendo loro le uniche occasioni per misurarsi con opere complesse». C' è chi vede l' inizio della fine nella paralisi intervenuta dopo Tangentopoli, chi colloca la data del disastro proprio in coincidenza con il varo della Merloni, nel ' 94, ma tutti concordano sullo stato miserevole in cui versa la categoria, insieme ai caratteristici paesaggi urbani del Belpaese. Negli anni ' 90 infatti, mentre in Italia il sistema degli appalti pubblici era fermo, in Francia c' era Mitterrand con i suoi progetti faraonici e in Germania sono stati costruiti 300 musei. E siccome la Merloni privilegia chi ha già un' ampia esperienza alle spalle e consistenti fatturati, è naturale che nelle gare internazionali finiscano per prevalere gli studi stranieri, avvantaggiati anche dalle dimensioni. Questo ha portato a una salutare sprovincializzazione, ma spesso anche all' idolatria per edifici che si staccano nettamente da tutto il resto, introducendo una nota del tutto estranea all' identità del paesaggio nostrano. «Gli italiani sono legati a una visione più artigianale che imprenditoriale del mestiere dell' architetto - spiega Zermani - ma in fondo non vedo che male ci sia. Anzi, spesso chi si occupa troppo dei fatturati ha meno testa per la qualità del prodotto». Per non parlare dei giovani, che restano quasi completamente tagliati fuori. «Insomma - rincara Portoghesi - questa riforma, invece che migliorare la situazione, l' ha peggiorata. Negli anni ' 30, ad esempio, Ludovico Quaroni aveva appena 27 anni quando vinse la gara per contribuire all' edificazione dell' Eur, un episodio che al giorno d' oggi sarebbe impossibile. Paradossalmente, sotto un regime antidemocratico si usavano sistemi più democratici di adesso». Del resto basta guardare quali sono i nomi in calce ai grandi progetti in fieri per capire che il grido d' allarme lanciato dagli architetti italiani non è privo di fondamento: da David Chipperfield per il nuovo polo museale dell' area Ansaldo a Milano a Zaha Hadid per il Maxxi (Museo nazionale delle arti del XXI secolo) di Roma, da Norman Foster per la stazione dell' Alta velocità a Firenze ad Arata Isozaki per il palaghiaccio o per la Piazza d' Armi di Torino, da Jean Nouvel per il minimetrò di Perugia o per l' area Fiat di Firenze a Mario Botta per la Scala. «Perfino per la nuova sede della Bocconi sono stati scelti due irlandesi con un concorso su invito: ma che cosa può sapere un progettista che viene da Dublino delle origini urbanistiche della periferia Sud di Milano...», commenta l' architetto milanese ed ex senatore socialista Michele Achilli. Però, viene da dire, non si può mica imporre un dazio ai progettisti stranieri per proteggere quelli di casa nostra. «Ma non è certo quello che chiediamo», risponde Fabrizio Rossi Prodi, ordinario di Progettazione all' università di Firenze e promotore di un recente convegno sull' identità dell' architettura italiana in cui il disagio è emerso con grande evidenza. «Basterebbe organizzare concorsi più sensati, eliminando gli automatismi e le preselezioni basate sul fatturato, che schiacciano gli artigiani meno organizzati, ma magari più bravi», esorta Rossi Prodi. Perché la globalizzazione diventi arricchimento nella pluralità e non omogeneizzazione verso il basso.

5 maggio 2003

Gli algoritmi svelano i misteri di Vermeer

Antonio Criminisi, di Agrigento, è l' unico italiano del centro di ricerca Microsoft di Cambridge. Con un budget di quasi 5 miliardi di dollari e 700 ricercatori distribuiti su quattro campus che sembrano piccole università (a Redmond, nella Silicon Valley, a Cambridge e a Pechino), Microsoft Research è diventato in poco più di dieci anni un laboratorio del futuro più ricco e più attivo dei suoi fratelli maggiori, i prestigiosi centri di ricerca di Ibm e Intel. Microsoft Research viaggia in una cinquantina di direzioni diverse e quasi sempre indipendenti dai risultati di breve termine. «Quel che mi ha colpito di più passando dalla ricerca universitaria ai laboratori Microsoft è la libertà di movimento che ci viene accordata. Non siamo legati a direttive specifiche sugli obiettivi da conseguire - spiega Criminisi - possiamo fare ricerca su tutto quello che vogliamo: la nostra principale priorità è far avanzare lo stato dell' arte nella branca di cui ci occupiamo. E non appena abbiamo in mano qualcosa di nuovo possiamo pubblicarlo sulle riviste scientifiche, fatti salvi i diritti di Microsoft di brevettare le nostre scoperte se lo desidera. In questo modo, tutti i progressi scientifici che si producono qui dentro diventano di pubblico dominio, esattamente come in una qualsiasi facoltà universitaria». Nel mondo di «Oxridge» Criminisi è arrivato direttamente da Palermo, dove nel ' 96 si era laureato in ingegneria elettronica (già nel ' 90 era Cavaliere del lavoro grazie ai voti altissimi). A Oxford la sua tesi di dottorato in computer vision ha vinto il premio della British Computer Association nel 2000 e nel 2001 è stata pubblicata da Springer, l' editore più prestigioso nel campo delle scienze informatiche. «E' attraverso l' attività accademica che sono venuto in contatto con i laboratori Microsoft - commenta Criminisi - e ho deciso di saltare su questo treno perché per un ricercatore è molto affascinante la prospettiva di vedere una parte del proprio lavoro messa in pratica in prodotti di largo consumo». Per i modelli tridimensionali in cui è specializzato Criminisi, l' applicabilità potrebbe essere dietro l' angolo. L' utilizzo della sua tecnica a favore di diverse discipline, dall' architettura alla storia dell' arte, dal design alle scienze forensi è già ampiamente sperimentato e consente di risparmiare ore e ore di lavoro manuale e spesso anche di raggiungere risultati altrimenti inarrivabili. Nella storia dell' arte, ad esempio, le applicazioni elaborate da Criminisi insieme a studiosi di fama mondiale ormai fanno scuola. E, in un' epoca in cui il divorzio fra arte e scienza si è consumato fino a farne due discipline ormai prive di punti in comune, i risultati ottenuti dal ricercatore italiano sembrano particolarmente straordinari: ci fanno quasi sognare il ritorno a una visione rinascimentale, in cui gli strumenti della tecnica e della scienza venivano usati anche a beneficio dell' arte da giganti come Brunelleschi, Masaccio o Leonardo. Criminisi ha messo la potenza della matematica al servizio della storia dell' arte, aiutando a risolvere misteri a lungo dibattuti, come: quant' è profonda la cappella della Trinità di Masaccio? Che forma ha la struttura architettonica nella Flagellazione di Piero della Francesca? E quella nella Scuola di Atene di Raffaello? A questi temi, che hanno impegnato gli storici per secoli, i modelli informatici dello scienziato hanno dato risposta rivoluzionando uno dei dogmi della computer vision, cioè che solo partendo dalla stereoscopia si possa ricostruire un ambiente su tre dimensioni. Finora si dava per scontato che se non si hanno due occhi (o due immagini generate da due punti di vista diversi) non si può trasporre in tre dimensioni la scena di una foto o di un dipinto. Invece Criminisi è riuscito, con i suoi algoritmi, a ricostruire al computer con grande precisione ambienti tridimensionali anche da immagini singole, fondando la cosiddetta metrica monoscopica. In questo modo ha aiutato il grande studioso dell' arte britannico Martin Kemp a entrare dentro la scena della Trinità, della Flagellazione o della Scuola di Atene o nella Lezione di musica di Vermeer e a scoprire particolari interessanti sulla concezione che i grandi maestri del Rinascimento avevano della geometria prospettica e sull' uso che ne facevano per ottenere effetti speciali. Nella Scuola di Atene, ad esempio, Raffaello usa una serie di accorgimenti per collocare Platone e Aristotele in una posizione al tempo stesso esterna ma anche al centro dell' edificio alle loro spalle. Un' illusione ottica ottenuta con grande maestria e sicuramente con una profonda conoscenza delle leggi della prospettiva. Con i modelli di Criminisi gli studiosi dell' arte oggi sono in grado di valutare queste sue conoscenze e analizzarle con una precisione mai raggiunta finora, tanto da scoprire che la pianta dell' edificio non è a croce greca come si era sempre creduto.

28 aprile 2003

Mercati aperti? Calano i prezzi

Al vertice europeo di Barcellona, nel marzo 2002, i francesi sembravano gli ultimi dei mohicani nella loro strenua opposizione alla liberalizzazione dei servizi pubblici, poi passata a Bruxelles 8 mesi dopo. E in effetti l' apertura del mercato francese è la più modesta d' Europa. In Germania invece si è scelta la strada della liberalizzazione forte, pur lasciando privilegi alle aziende municipalizzate o regionali. Idem in Spagna. In Gran Bretagna, Svezia e Finlandia la liberalizzazione è ormai completa. Ma non sempre la liberalizzazione ha effetti univoci sui prezzi: nell' energia, nonostante il mercato francese sia il più chiuso d' Europa, i prezzi sono fra i più bassi, grazie al contributo delle centrali nucleari. In Germania si sono ridotti del 20% da quando sono partite le privatizzazioni. In Italia il prezzo medio per le utenze domestiche è il più alto in Europa (+ 23,5% rispetto alla media Ue); per le utenze industriali supera del 20,8% la media europea ed è inferiore soltanto a quello dell' Austria. Anche sul riassetto del mercato gli effetti non sono sempre omogenei: in Germania la concentrazione è avvenuta per settori, lasciandone alcuni fuori. In Francia, è stata indipendente dalla liberalizzazione. Qui il mercato, ristrutturato subito dopo la Seconda guerra mondiale, oggi è completamente dominato da grossi monopolisti nazionali in tutti i settori principali: EdF per l' energia, Gaz de France per il gas, Vivendi (ex Generale des Eaux), Ondeo (ex Lyonnaise des Eaux) e Saur per l' acqua. Oggi i tre colossi idrici transalpini sono protagonisti delle gare d' ambito internazionali, specie in Italia, dove hanno fatto diverse acquisizioni. E con lo sblocco delle quote di Italenergia Bis, nel 2005 Edf sarà padrona di Edison, seconda società di produzione elettrica italiana dopo Enel. In Germania, dove il big bang dei servizi pubblici risale al ' 98, le prime due aziende tedesche dell' energia e del gas sono Eon e Rwe, che accende le luci nella Ruhr. Seguono la svedese Vattenfall, in cui sono confluite le municipalizzate di Amburgo e di Berlino, e la Enbw, nel cui capitale è presente Edf con una robusta partecipazione. I giganti tedeschi, nati dalla fusione di ex municipalizzate, dominano anche sul mercato elettrico inglese, con Eon e Rwe padrone rispettivamente di PowerGen e Innogy. Nel settore idrico, invece, le aziende tedesche sono ancora seimila (circa come in Italia), mentre il ruolo di Eon e Rwe è contrastato da un operatore specifico come Gelsenwasser. Anche in Spagna l' apertura del mercato elettrico ha accelerato il consolidamento: dominano Endesa, Union Fenosa e Iberdrola, tutte e tre a maggioranza spagnola. Seguono Hidrocantabrico, di cui è azionista di riferimento Edf, e Viesgo, unica roccaforte dell' Enel in Europa occidentale. Nel Regno Unito, le liberalizzazioni sono state avviate già nei primi anni 80, quando la Thatcher privatizzò il mercato dei servizi pubblici aprendo le porte allo sbarco dei tedeschi. Per i consumatori la liberalizzazione ha portato da un lato il crollo verticale dei prezzi, dall' altro forti tagli alle spese e quindi anche un certo calo nella qualità dell' offerta. Ma tutte la aziende britanniche in questi anni sono state molto attive sul fronte della ricerca e dello sviluppo, creando specifici know how tecnici e gestionali cui varrebbe la pena di ispirarsi.

14 aprile 2003

Neuromarketing, altro che ricerche di mercato

Sondaggi, ricerche di mercato? Ciarpame da Ventesimo secolo. Nel nuovo millennio il metodo giusto per raggiungere le menti dei consumatori si chiama neuromarketing: un sistema che coniuga la medicina con il marketing per dare qualche mal di testa al garante della privacy. Joey Reiman, guru della comunicazione e fondatore del BrightHouse Institute for Thought Sciences di Atlanta, ci crede. Psichiatra di fama e docente all'Emory University sia nella facoltà di medicina che in quella di economia, Reiman è l'autore di diversi best-seller sulle convergenze fra scienza e business. In questa sua nuova azienda, uno spinoff dall'affermata agenzia di marketing BrightHouse, ha tradotto in pratica le teorie che sostiene da anni: per individuare i prodotti giusti e venderli al meglio non serve lanciare vaste e costose ricerche di mercato, basta cacciare un gruppo selezionato di consumatori in un apparecchio per la risonanza magnetica e osservare come il loro cervello reagisce alle immagini proposte. "E' un sistema diretto, non filtrato di misurare le risposte del pubblico - spiega Reiman - e perciò è molto più accurato dei soliti sondaggi, che devono sempre fare i conti con le difese erette istintivamente dagli intervistati". Reiman parte dalla convinzione che la stragrande maggioranza delle decisioni relative ai consumi vengano prese nel subconscio, prima che il pensiero razionale abbia il tempo d'intervenire. Da qui deriva il suo scetticismo crescente nei confronti dei metodi tradizionali del marketing. "In ultima analisi alle aziende non interessa sapere se il loro annuncio pubblicitario è piaciuto o no. Quel che importa è sapere se le aiuterà a vendere il loro prodotto o ad aumentare la fidelizzazione al loro marchio", puntualizza il professore. Se ha ragione, il neuromarketing potrebbe rappresentare una svolta rivoluzionaria per aggiornare le tecniche di comunicazione. E magari, dopo aver superato le critiche che già gli vengono mosse, potrebbe riuscire a rivitalizzare un mercato attualmente fra i più colpiti dalla crisi. Il procedimento non è costoso né complicato: BrightHouse - per ora unica azienda al mondo in grado di praticare questa tecnica - individua quello che il cliente vuole sapere e sviluppa un test ad hoc, che viene presentato a un ristretto pool di candidati lautamente pagati, mentre il loro cervello viene monitorato con la risonanza magnetica. Certo, affittare un apparecchio per le prove costa molto, ma il responso è così accurato che basta un terzo delle persone utilizzate nelle normali indagini di mercato. "Il gradimento e la repulsione attivano parti completamente distinte del cervello - spiega Justine Meaux, direttore della ricerca di Thought Sciences - e le differenze d'impatto fra le alternative proposte sono immediate e lampanti". I test possono essere confezionati su qualsiasi tema e sono indirizzati a stimolare uno specifico dei cinque sensi o anche diversi allo stesso tempo. Per capire l'effetto dell'esperienza vissuta dai candidati basta leggere la mappatura del cervello fornita dalla macchina e interpretarne il significato in base a regole ormai consolidate, di uso comune nelle diagnosi neurologiche. Semplice. "Possiamo rispondere a qualsiasi domanda ci pongano i pubblicitari, con maggiore efficienza rispetto ai sistemi tradizionali", proclama Adam Koval, a.d. della start-up di Atlanta. Ma le riserve non mancano, sia sull'efficacia della nuova tecnica che sulle sue implicazioni morali. Già in passato i professionisti del marketing hanno tentato altri metodi scientifici per misurare l'impatto di un certo prodotto sul cervello umano, ad esempio monitorando i movimenti oculari o la conduttività elettrica sulla pelle con tecnologie simili a quelle usate dalla macchina della verità. Ma nessuno di questi metodi ha mai raggiunto un'applicazione di massa simile a quella dei sondaggi e dei focus group, cioè la pratica di mettere un gruppo di consumatori di fronte a un prodotto o un annuncio pubblicitario e chiedere che cosa ne pensano. Gli interrogativi sulla validità di queste tecniche e la difficoltà di trovare candidati disposti a sottoporsi a tecniche così invasive hanno decisamente limitato la loro diffusione. L'uso della risonanza magnetica, pur non implicando in alcun modo un "danno" all'organismo perché non utilizza radiazioni, potrebbe incontrare difficoltà analoghe. Con il tradizionale pragmatismo degli americani, Koval risponde senza esitazione: "L'unico sistema per scoprire se un nuovo business sta nascendo è lanciare il sistema sul mercato e vedere che cosa succede. Per ora, abbiamo la fila di clienti fuori dalla porta". Di quali clienti si tratta, però, è arduo scoprirlo. Perché le grandi multinazionali, che ovviamente sono le più interessate all'argomento, non amano essere associate con l'uso del neuromarketing. Si sa per certo che almeno due, Coca Cola e General Motors, hanno sponsorizzato gli studi più recenti sull'argomento. E fra i clienti BrightHouse ce ne sono altre, come Delta Airlines, K-Mart o Home Depot, che in passato hanno fatto ampio uso di tecniche analoghe. Il riserbo dei clienti di Thought Sciences ci porta alla seconda categoria di critiche, quelle che vedono già delinearsi scenari da "Grande Fratello" nel futuro del neuromarketing, immediatamente associato alle tecniche di comunicazione subliminale dai difensori della privacy. Ma finché la nuova tecnica comporterà un passaggio dentro al tubo della risonanza magnetica, non c'è dubbio che la manipolazione diffusa della volontà individuale resterà un traguardo lontano per gli scienziati di Atlanta.

31 marzo 2003

L' Eni tratta per Nasiriya

Per i soldati americani Nasiriya è il luogo dell' imboscata, è l' immagine scioccante dei compagni feriti esibiti in tv. Per l' industria italiana invece è la testa di ponte che potrebbe aprirci la strada ai pozzi iracheni. I giacimenti lungo la riva dell' Eufrate, a metà strada fra Bassora e Bagdad, sono tra i più vasti conosciuti in Iraq, con una portata di circa 300 mila barili al giorno e riserve stimate di due miliardi e mezzo di barili. L' Eni è da anni in trattative con il governo iracheno per il loro sfruttamento, insieme alla spagnola Repsol. E anche se per ora non ha impianti in loco, resta il fatto che i negoziati Bagdad hanno consentito alla compagnia di Vittorio Mincato di raggiungere una certa familiarità con la controparte irachena che tornerà molto utile nel dopoguerra. Ma nella lotta per il controllo del petrolio iracheno il piazzamento migliore va ai russi della Lukoil, insediati fin dal ' 97 sui giganteschi giacimenti, stimati attorno ai 15 miliardi di barili, che dormono sotto la leggendaria pianura di Qurna alla confluenza del Tigri e dell' Eufrate, uno dei luoghi collegati dagli antichi al giardino dell' Eden. Anche se il contratto con Lukoil è stato più volte denunciato da Bagdad, che chiedeva a Mosca di cominciare a scavare in violazione dell' embargo, saranno certamente i russi i primi a esercitare i propri diritti a guerra finita. Già oggi vendono quasi la metà del petrolio iracheno che finisce poi sul mercato Usa, fra i maggiori acquirenti del greggio di Bagdad. Anche i francesi possono vantare una lunga relazione con Bagdad, tanto che Jacques Chirac è uno dei pochi politici occidentali ad aver ricevuto una visita di Saddam nel lontano ' 79. Non a caso l' altro maggiore pretendente ad una fetta del petrolio iracheno è il gruppo franco-belga TotalFinaElf, che ha messo le mani sul giacimento di Majnoon, nel Sud, stimato in almeno 20 miliardi di barili. Certo, alla fine della guerra la competizione si farà più dura, con l' entrata in campo delle major americane e britanniche, ma quale che sia l' orientamento del dopo Saddam è probabile che gli impegni presi dal regime precedente in un modo o nell' altro vengano onorati.

24 marzo 2003

Gli scienziati e il gioco d'azzardo

A cinquant' anni esatti dalla scoperta della doppia elica del Dna, in maggio, gli scienziati del National Human Genome Research Institute squaderneranno la più aggiornata mappa del genoma umano mai disegnata fino ad oggi, alla presenza di James Watson, uno dei due scopritori della doppia elica. La nuova versione consentirà di riempire i buchi e riaggiustare i pezzi del grande puzzle, rivelando fra l' altro il funzionamento dei geni che causano malattie come l' Alzheimer o il diabete. Il simposio, che si terrà al Cold Spring Harbor Laboratory, culla della genetica americana sulla costa settentrionale di Long Island (New York), ora diretto da Watson, attirerà gli sguardi degli scienziati di tutto il mondo. Ma fra loro ce ne saranno 165 mossi da un interesse tutto particolare. Si tratta di un drappello animato da un' alta propensione al rischio, che ha deciso di accettare la sfida lanciata tre anni fa da Ewan Birney, un collega dello European Bioinformatics Institute di Cambridge, scommettendo di tasca propria sul numero preciso di geni presenti nel genoma umano. Nella foga del dibattito scientifico, Birney ha lanciato la sfida fra un ristretto gruppo di colleghi all' inizio del 2000, ma col tempo la cerchia degli scommettitori si è talmente allargata che ha dovuto inserire i termini precisi della tenzone in una pagina internet (www.ensembl.org/Genesweep), da dove si può anche formalizzare la propria ipotesi. La stima più bassa finora ricevuta punta su 27.462 geni e la più alta su 153.478: in base alle regole stabilite all' inizio, per identificare il vincitore - che vincerà mille dollari - ci si atterrà al numero reso noto al simposio di Long Island, anche se probabilmente non si tratterà di quello definitivo. Ma gli scommettitori di GeneSweep non sono gli unici scienziati disposti a rischiare dei soldi per sostenere le proprie opinioni e vivacizzare il dibattito teorico. La storia della scienza è lastricata di scommesse, dai lontani tentativi di dimostrare che la Terra è piatta alle sfide più recenti volte a prevedere l' esistenza di questa o quella particella subatomica. Il famoso cosmologo britannico Stephen Hawking è noto per essere uno scommettitore accanito. E nel sito dell' acceleratore di particelle di Stanford, in California, sono registrate ben 35 scommesse sulla fisica subatomica, di cui parecchie ancora insolute. Alcuni accademici si sono addirittura spinti a sostenere che questo tipo di gioco d' azzardo è utile al progresso della scienza. Rischiare di tasca propria incoraggia infatti a concentrarsi su una certa questione e può anche attirare l' attenzione di colleghi su temi altrimenti quasi sconosciuti. Non a caso negli ultimi anni il numero di siti web dedicati alle scommesse scientifiche si è moltiplicato tanto da farne quasi un genere a sé. Il più famoso è quello lanciato da Kevin Kelly, leggendario direttore di Wired e pioniere della rivoluzione Internet, con cui ha raccolto 48 mila dollari su undici diverse sfide pensate per incoraggiare le riflessioni di lungo termine. Sul sito LongBets il futurologo Ray Kurzweil scommette diecimila dollari contro Mitchell Kapor, fondatore di Lotus e paladino del movimento open source, che entro il 2029 un computer riuscirà a passare il test di Turing, cioè a essere scambiato per un uomo da un altro essere umano. Il direttore tecnico di Microsoft Craig Mundie scommette duemila dollari contro l' amministratore delegato di Google che entro il 2030 i jet di linea voleranno senza pilota. Il futurologo Peter Schwartz scommette duemila dollari contro la regina californiana delle public relation Melody Haller che almeno un essere umano già nato nel 2000 sarà ancora vivo nel 2150. Le sfide sono aperte, faites vos jeux. E chi vivrà, vedrà. Kelly è convinto che «una scommessa ben congegnata possa fare chiarezza sui termini di un problema, allargando nel contempo il dibattito» e con ciò si è già a metà strada sulla via per risolverlo. LongBets, lanciato un anno fa, gode di un ritmo di crescita sfrenato anche se molti scommettitori sanno bene che non avranno mai la possibilità di verificare chi aveva ragione, dato il lungo termine delle sfide. Le cifre scommesse vengono custodite da una fondazione, la Long Bets Foundation, che s' impegna a versare il dovuto agli eventuali eredi del vincitore. Ma il gioco d' azzardo sulla scienza può essere catapultato ad altezze ancora superiori: Robin Hanson, un economista della George Mason University in Virginia, ha addirittura sviluppato una Borsa di futures delle idee, in cui le quotazioni di ogni teoria scientifica vengono quantificate in base al valore delle scommesse che raccoglie.

19 marzo 2003

Competizione al minimo sull'energia

«La liberalizzazione non è come abbattere un muro o spalancare una porta, consentendo a chiunque di oltrepassare la soglia e andare dove meglio crede. E' come salire uno scalino, il primo di una lunga scalinata». La definizione di Arturo Lorenzoni, direttore della ricerca dell' Istituto di economia e politica dell' energia e dell' ambiente della Bocconi, è suggestiva ma deprimente. In sostanza, dice Lorenzoni, con il decreto Bersani del ' 99 ci siamo imbarcati in un viaggio che prima o poi ci farà approdare a un mercato elettrico veramente liberalizzato, senza lacci e lacciuoli che limitino la competizione fra fornitori; ma per adesso non dobbiamo aspettarci grandi cose, perché il viaggio è irto di ostacoli. Primo ostacolo: la scarsità della materia prima. Secondo Antonio Urbano, capo di Dynameeting, una delle maggiori aziende italiane fornitrici di energia sul mercato libero, il problema fondamentale è proprio quello della produzione. L' energia a disposizione dei fornitori è talmente scarsa e costosa che finiscono per lavorare a vuoto. Spiega Urbano: «Come tutti i mercati, anche quello dell' energia è organizzato in filiera. C' è chi produce, chi trasporta e chi vende. Ora l' attività di produzione presenta margini altissimi, basta andare a guardare quel che dicono gli analisti finanziari su Enel. Ma il margine dell' attività di vendita non è contendibile: lo intasca chi distribuisce. Anche se si tratta di due attività completamente diverse». E non è un problema da poco, in un Paese che sostiene di puntare sulla competizione tra fornitori per abbassare i prezzi dell' energia più alti d' Europa. «Ecco perché - aggiunge Urbano - è molto difficile convincere gli imprenditori stranieri a investire nel nostro mercato libero. Varrà anche tre miliardi di euro, ma per ora è impantanato. E prima di metterci soldi, gli stranieri vogliono vederci chiaro e capire se facciamo sul serio». Stando così le cose, il mercato elettrico è chiaramente dominato dall' offerta. «Il primo punto da chiarire - commenta Lorenzoni - resta sempre lo stesso: vogliamo davvero promuovere la concorrenza? Da certi discorsi sull' Enel campione nazionale, viene il sospetto di no. Ma allora sarebbe meglio dirlo chiaramente: restare a metà del guado è la cosa peggiore». Non a caso l' incertezza avvantaggia sempre l' incumbent. «L' unica speranza è che prima o poi anche la domanda si faccia sentire», puntualizza Urbano. «I consumatori, compresa Confindustria e Confcommercio, devono essere più esigenti», concorda Lorenzoni. Un primo segnale è l' appello a un' effettiva liberalizzazione lanciato dalle piccole e medie imprese: «E' necessario - dice Roberto Radice, presidente di Confapi - aumentare le interconnessioni e il parco impianti nazionale; semplificare le procedure che regolamentano la costruzione delle linee elettriche, in modo che il trasporto di energia avvenga senza congestioni; rendere finalmente operativa la Borsa elettrica che dovrebbe favorire la competizione, creare efficienza e ridurre i prezzi». Confapi chiede anche un attento monitoraggio da parte dell' Authority sui comportamenti distorsivi da parte dei soggetti dominanti come l' Enel. «Ma non si può - aggiunge Lorenzoni - lasciare da sola l' autorità per l' energia: bisogna chiedere più trasparenza nella produzione e una più equa suddivisione dei margini. Anche sulla Borsa elettrica, il lavoro da fare è enorme: quali saranno i contratti, le regole? L' avvio in modalità provvisoria, previsto per luglio, non serve a nulla: aumenterà soltanto l' opacità a favore dei produttori». Non c' è dunque da stupirsi che solo l' 1% dei nuovi clienti liberi, non più di 1.500 imprese, abbia cambiato fornitore all' inizio di questo mese, quando la soglia d' ingresso è stata abbassata a 100mila chilowattora l' anno. Solo l' ampliarsi della base d' utenza aiuterà la maturazione del mercato. «Solo quando le pressioni della domanda cresceranno si smuoverà qualcosa», spera Urbano. «Ma attenzione - precisa Lorenzoni - il passaggio a un regime di concorrenza porta a oscillazioni: gli italiani dovranno rassegnarsi ad accettarle. Non si possono avere i vantaggi del mercato libero e il prezzo fissato dalle autorità, come oggi. Quando gli inglesi sono passati al mercato libero i prezzi sono saliti, ma dopo un po' sono entrati in scena nuovi investimenti che li hanno abbattuti». E oggi a Londra l' energia costa la metà che a Roma.

10 marzo 2003

Con il riso Scotti si accende la luce

Nel triangolo italiano del riso cresce una pianta diversa: dopo quattro generazioni di chicchi tutti uguali, oggi fiorisce in forma di olio, di latte, di pasta e perfino di energia elettrica. Si chiama Riso Scotti e ha appena costruito a Nord di Pavia un futuristico stabilimento che comprende anche una centrale elettrica per riciclare gli scarti di lavorazione. «Con la nostra centrale, in cui bruciamo la buccia dei chicchi che altrimenti andrebbe gettata, produciamo molta più energia elettrica di quella che consuma l' intero impianto», racconta con fierezza Dario Scotti, 47 anni, amministratore delegato del gruppo ormai famoso per la pubblicità con Gerry Scotti. «Per la precisione, circa sei volte tanto», aggiunge Giorgio Francescone, amministratore delegato di Riso Scotti Energia. La centrale, costruita insieme al nuovo stabilimento (il più grande d' Europa) con un investimento complessivo di 34 milioni di euro, è in funzione dallo scorso settembre, ma non è ancora a regime: «Entro la fine di quest' anno - spiega Francescone - avremo completato il collegamento fra la centrale e gli altri impianti, che ci consentirà di convogliare nel ciclo di produzione del riso parboiled una parte del vapore a 450° derivante dalla combustione della lolla (la crusca del riso, ndr) e di biomasse vegetali, per riutilizzarlo direttamente in azienda. Il resto del vapore muoverà, come oggi, una turbina che produce 5 Megawatt all' ora, immessi nella rete per venderli all' Enel». La centrale del gruppo Scotti s' inserisce nel programma europeo che promuove la produzione di energia da fonti rinnovabili per adeguarsi al protocollo di Kyoto: la quantità di anidride carbonica emessa nella combustione della lolla del riso e delle biomasse, infatti, è equivalente alla quantità precedentemente assorbita da queste stesse piante. «Il riso è la mia vita - commenta Scotti - ci ho sempre vissuto in mezzo, eppure sono convinto che il modo migliore per rispettare questa tradizione sia scommettere sull' innovazione». Entrato nell' azienda del padre Ferdinando (attuale presidente) a 28 anni e diventato amministratore delegato nell' 86, Dario Scotti è rimasto fedele al chicco dei suoi nonni - la famiglia Scotti si occupa di lavorazione del riso dal 1890 e ancora prima lo coltivava nei campi - ma ha avviato una vigorosa diversificazione, puntando molto sulla ricerca e introducendo sul mercato italiano l' olio di riso, il latte di riso e la pasta di riso, tutti prodotti salutistici mirati anche al mercato europeo, dove la sensibilità nei confronti dell' alimentazione naturale è più radicata. In tal modo ha impresso ritmi di crescita da capogiro al suo gruppo, che nei diciassette anni della sua gestione ha decuplicato la produzione e nel 2002 ha fatturato 140 milioni di euro con 3,2 milioni di utili, portando una ventata di aria nuova in questa sonnacchiosa provincia, che insieme a Vercelli e Alessandria produce il 90% del riso italiano. «In particolare l' olio di riso arricchito di gamma orizanolo, una sostanza già presente nella crusca del riso che contribuisce ad abbassare il colesterolo, sta riscuotendo un buon successo sul mercato europeo», spiega Scotti. Ma sono le trovate più recenti, latte e pasta di riso, in produzione da circa tre mesi, a rendere la gamma Scotti del tutto originale, degna dell' ultimo slogan pubblicitario «la salute vien mangiando». «Sono molto adatti - commenta Scotti - per chi soffre d' intolleranza al lattosio o al glutine, una categoria molto più vasta di quanto si creda. Si calcola ad esempio che, a parte i celiaci veri e propri, un terzo della popolazione europea faccia fatica a digerire il glutine». Inoltre la pasta di riso assorbe più acqua della pasta di grano, quindi ne basta di meno per soddisfare l' appetito, con conseguente minore apporto calorico. Non per niente gli spaghettini di riso in Estremo Oriente sono già un alimento piuttosto diffuso. «Ma la nostra è una pasta completamente diversa dalla loro: assomiglia molto di più alla pasta di grano duro cara al palato degli italiani», spiega Scotti. In generale il gruppo Scotti, che si colloca fra le prime cinque aziende europee del settore, non si considera in competizione con i produttori asiatici, che usano altri tipi di riso e puntano molto sulla produzione di massa. L' azienda di Pavia preferisce sperimentare nei settori del futuro, come quello dell' energia pulita. E pensa già a nuove centrali.

3 marzo 2003

Il polo dell'informatica resta un sogno

«La tecnologia è un asset strategico del sistema Paese: per salvarlo dal declino c' è bisogno d' investire pesantemente in questo settore, ma ormai il tempo stringe». L' urgenza che traspare dalle parole di Salvatore Pinto, co-amministratore delegato insieme a Nino Tronchetti Provera di Finsiel, braccio informatico di Telecom Italia, è comune a molti manager attivi nel ristretto ambiente dell' information technology (It) italiana. E la sensazione che proprio in questi giorni ci stiamo giocando il futuro del Bel Paese, che l' innovazione tecnologica sia la chiave di volta per arginare la crisi di sistema, è confermata da parecchi sintomi. Mentre Jacques Chirac ha interrotto giovedì scorso l' intensa attività diplomatica per inaugurare a Grenoble un impianto avanzatissimo (da lui stesso definito «il più importante investimento industriale degli ultimi dieci anni in Francia») costruito congiuntamente dall' italo-francese Stm di Pasquale Pistorio insieme a Philips e Motorola, in Italia si dimezza il piano Stanca per la società dell' informazione e si punta sui pc nelle scuole. «Per carità, un' idea encomiabile - commenta Giancarlo Del Sante, direttore generale di Getronics - ma poteva andare bene per il ' 92, massimo ' 93. Oggi ci vuole ben altro». Eppure i rampolli dell' It made in Italy sono convinti che le imprese nostrane siano pronte a raccogliere la sfida: «Abbiamo la statura e le competenze per sviluppare in casa i sistemi informatici che mancano al Paese, ma se si aspetta ancora un po' le poche aziende di primo piano rimaste italiane finiranno in mano ai colossi internazionali e noi resteremo qui a fare solo la manodopera», insiste Del Sante, che di acquisizioni se ne intende. La vendita delle attività informatiche Olivetti all' americana Wang nel ' 98 e il successivo passaggio di Wang all' olandese Getronics l' hanno portato a una certa disillusione sulla possibilità di realizzare un polo italiano dell' It come quello di cui si vagheggiava a suo tempo tra Olivetti, Elsag e Finsiel. «Bisognava cominciare allora - commenta Del Sante - a costruire massa critica, per poter giocare oggi un ruolo a livello internazionale». Invece il mercato italiano dell' It, a parte Ibm, al momento è spartito fra alcune grandi aziende che però non vanno al di là dei confini nazionali, come la Elsag di Giuseppe Cuneo (gruppo Finmeccanica) o la Finsiel, altre ormai diventate espressione locale di grandi multinazionali, come Getronics, Debis (gruppo Deutsche Telekom) o Sema (gruppo Schlumberger), una fascia media ormai in via di estinzione (ad esempio Ids) e una miriade di piccolissime imprese. «Un vasto patrimonio di conoscenze - commenta Del Sante - che rischia di andare disperso perché manca un catalizzatore che metta mano a questa drammatica parcellizzazione, valorizzi le realtà più competenti e concentri le forze per creare un polo nazionale degno di questo nome». «Alcune scommesse - ammette anche Pinto - ormai le abbiamo perse, come quella sul fronte delle macchine, ma altre battaglie sono ancora tutte da giocare. Sui servizi e i sistemi, in un mercato come quello italiano dove la net economy non è ancora nemmeno partita, le opportunità sarebbero enormi». Tutti concordano, comunque, nel giudicare essenziale per le aziende nostrane poter crescere in un mercato captive, dove imparare a nuotare per saper stare a galla anche nei mari più grandi. «Malgrado il libero mercato, tutte le grandi imprese - precisa Pinto - anche le americane, in patria si muovono più agevolmente di noi. In Europa, basta guardare la svedese Ericsson o la finlandese Nokia: è in patria che sono cresciute prima di diventare i giganti che sono adesso». E dove trovare un mercato captive migliore della pubblica amministrazione? «Negli Usa - nota Del Sante - a un certo punto la pubblica amministrazione ha detto: tutto il mio sistema di acquisti lo trasferisco su Internet e chi vuole fare affari con me deve lavorare così. E tutti si sono adeguati. Da lì è partita una rivoluzione i cui effetti si vedono ancora». Anche in Italia, del resto, è proprio sull' automatizzazione delle poste che vive, ad esempio, un' azienda come Elsag. Ma anche su questo siamo in ritardo e bisognerebbe spingere sull' acceleratore. Lo stesso problema si ripropone nell' industria privata. «Mentre le aziende negli Usa buttavano a mare tutto quello che avevano e si rifondavano completamente sulle basi della net economy - insiste Del Sante - noi eravamo qui a mettere cerotti sui sistemi informativi che c' erano già. E ancor oggi continuiamo sulla stessa strada. Forse per riformare l' industria italiana bisognerebbe riformare anche il nostro modo di pensare. La tecnologia esige un modo di lavorare ordinato, una cultura di processo. E qui la resistenza è fortissima». Ma questa resistenza al cambiamento non danneggia solo chi lavora nell' It: «Investire nell' innovazione - precisa Pinto - non va solo a vantaggio di chi quell' innovazione la produce, offrendogli l' opportunità di crescere, ma migliora anche la produttività delle aziende che adottano i nuovi sistemi, riduce i costi, migliora l' efficienza di tutto il sistema Paese. La distinzione tra new economy e old economy, infatti, è fuorviante. Esiste solo un' economia, che però va riorganizzata su basi nuove se si vuole renderla competitiva». Pensiamo alle banche: mentre ormai negli Stati Uniti allo sportello non ci va quasi più nessuno e tutte le operazioni si fanno in Rete, in Italia la banca è ancora agenzia, presidio del territorio, colonne di marmo. Ma questo significa strutture sovradimensionate e tre o quattro volte il personale per la stessa quantità di capitale raccolto rispetto alle banche d' oltre Atlantico. Quindi costi eccessivi, che spesso si riversano sui consumatori, e di conseguenza scarsa competitività a livello internazionale. «In questo modo, alla lunga, si perdono interi settori. Così stiamo perdendo l' auto. E questo è solo l' inizio», conclude Del Sante. Chirac a Grenoble ha detto: «Nessun grande Paese può dipendere unicamente e in modo duraturo dalle scoperte fatte altrove. L' Unione europea si è prefissa, in materia di ricerca e sviluppo, di avvicinarsi al 3% del suo Pil: la Francia, con il 2,2%, è leggermente sopra la media dell' Unione, ma ancora lontana dall' obiettivo». E l' Italia?

24 gennaio 2003

Questo embrione è uno Sputnik

La nuova rivoluzione cinese non verrà da un libretto rosso, ma dal libro della vita. Mentre l'opinione pubblica occidentale è convinta che la medicina cinese si basi ancora sull'agopuntura e l'equilibrio fra yin e yang, Pechino punta dritta al ruolo di prima potenza mondiale nelle biotecnologie: i cinesi si aspettano dal biotech quel che lo Sputnik ha fatto per i sovietici. "Dobbiamo creare un ambiente stimolante, in cui la creatività scientifica prosperi insieme a una valorizzazione commerciale innovativa" ha raccomandato recentemente Jiang Zemin, che chiede ai ricercatori, la nuova élite cinese, di lavorare per un "ringiovanimento" del Paese. E i ricercatori rispondono: Lu Guangxiu, direttrice di una clinica per la riproduzione assistita a Changsha e docente nella locale università, ha già annunciato di avere clonato decine di embrioni umani per impadronirsi delle loro ambite cellule staminali. Il materiale originario usato per la clonazione arriva direttamente dalle pattumiere della sua clinica, dove embrioni di scarto certo non mancano. "Molti ricercatori in Occidente non hanno a disposizione embrioni su cui operare, ma io sì" commenta trionfante Lu. La differenza, rispetto all'Occidente, è culturale: mentre da noi si afferma il concetto che la vita umana cominci già al momento del concepimento, per il confucianesimo l'uomo ha valore solo come essere sociale, quindi dopo la nascita. Li Lingsong, direttore del Centro di ricerca sulle cellule staminali dell'Università di Pechino, è tornato in patria dagli Stati Uniti, dove insegnava all'università di Stanford, proprio per inserirsi in questo terreno di coltura favorevole. Li, che ha lasciato in California moglie e due figli, è entusiasta delle nuove condizioni che si stanno sviluppando: "Non ci sono altri posti al mondo dove si lavori meglio di qui", commenta. Con questa convinzione, Li viaggia in lungo e in largo nei centri di eccellenza mondiali, soprattutto in America e in Europa, per convincere i suoi colleghi compatrioti a tornare in Cina. "A ogni scienziato di rango che ritorna, lo Stato regala un milione di dollari", spiega. E il suo centro di ricerca in due anni ha già ricevuto 17 milioni di euro di contributi statali per lo sviluppo. Ma Li non passa tutto il suo tempo al microscopio: insieme al collega Tony Yang ha già fondato un'azienda privata, la Sinocells Bio Technologies, che sta raccogliendo una prima ondata di capitali di rischio. I due contano di sfruttare la più grande banca di cellule staminali cinese, già nata nei laboratori dell'Università di Pechino, per sviluppare a livello industriale cellule in grado di produrre insulina, una novità che potrebbe avere grande successo fra i diabetici di tutto il mondo. E a giudicare dall'euforia borsistica che regna sui mercati asiatici nei confronti del biotech, di qui alla quotazione il passo è breve. Oltre agli embrioni di scarto provenienti dalla clinica universitaria che si occupa d'inseminazione artificiale, Li può permettersi di usare per i suoi studi anche tessuti fetali relativamente sviluppati, che gli arrivano dai colleghi impegnati nelle interruzioni di gravidanza, molto diffuse in Cina, dove la politica di un figlio per famiglia viene applicata con grande severità. Ogni gravidanza dev'essere registrata alle autorità competenti e se la madre di un bimbo sano resta di nuovo incinta, viene costretta ad abortire. L'aborto è diventato così una routine per molte madri che, specialmente in campagna, vi si sottopongono volentieri soprattutto se sanno che il nascituro è una bambina. Sulle antiche tradizioni etiche, secondo cui solo la capacità di comunicare con la società circostante dà valore umano a un essere vivente, si innesta così la nuova filosofia del renkou suzhi , cioè il concetto di "qualità della popolazione". Dietro queste due paroline si nasconde la volontà di affidare alla medicina statale il compito di produrre cinesi sani fin dal concepimento. Così, ogni cittadino che vuole sposarsi deve procurarsi un'autorizzazione, che dal '95 presuppone anche un'approfondita visita medica. Arrivati poi al concepimento, spesso la volontà statale d'indagare sullo stato di salute del futuro cittadino non ha nemmeno bisogno di esercitare troppe pressioni: è naturale che i genitori stessi vogliano essere sicuri della perfezione fisica dell'unico bambino che gli spetta. Alcuni, soprattutto nella crescente categoria dei nuovi ricchi, preferiscono addirittura partire da un figlio in provetta per essere sicuri di non fallire il bersaglio. La Shaanxi Chaoqun Science & Technology, una delle aziende di punta del biotech cinese, è stata incaricata dalla commissione di sviluppare dei biochip (laboratori in miniatura usati soprattutto nella ricerca genetica, non più grandi dell'unghia di un mignolo, che permettono di condurre molti test allo stesso tempo) adatti alle esigenze della società cinese e sta già costruendo con i soldi dello Stato dieci diversi centri di analisi dove si userà il nuovo sistema, rapido ed efficace. E' con questo metodo che il piccolo Longwei, di Chengdu, ha ricevuto la prima carta d'identità genetica del mondo, che fissa in un codice di dieci numeri il suo patrimonio ereditario. Se si è salvato, devono essere dieci numeri fortunati.

20 gennaio 2003

In Africa è l'ora di Safaricom

Mabel Ogunleye vende bibite all' ingrosso a Lagos, capitale commerciale della Nigeria, una metropoli di 12 milioni di abitanti nota per i suoi leggendari ingorghi stradali. Fino a pochi mesi fa, per contattare un cliente Mabel era costretta ad attraversare questa colossale massa ribollente e a presentarsi di persona. Ore di viaggio, fatiche ciclopiche che spesso andavano a vuoto perché il cliente era uscito. Da qualche mese la vita di Mabel è cambiata: «Da quando possiedo un cellulare i miei affari sono raddoppiati», racconta. Non a caso le due compagnie di telefonia mobile che si contendono il mercato nigeriano, la sudafricana Mtn e la multinazionale Econet, fanno fatica a star dietro alla domanda. Ma la rivoluzione digitale spazza l' Africa intera. Negli ultimi cinque anni nel Continente Nero sono stati connessi più telefoni cellulari che telefoni fissi nell' ultimo secolo: ormai quasi un africano su dieci ha un telefonino, oltre il doppio di coloro che hanno una linea fissa, spesso ottenuta a prezzo di lunghe battaglie e di laute bustarelle. Negli ultimi due anni, circa cento operatori hanno lanciato i propri servizi in tutto il continente e solo nel 2002 le connessioni mobili sono raddoppiate dai 28 milioni del 2001 ai 60 milioni attuali. Il mito che ci siano più telefonini a Tokyo che in tutta l' Africa è sfatato. La rivoluzione mobile ha colto di sorpresa le stesse compagnie telefoniche, che negli ultimi Anni Novanta avevano cominciato ad avventurarsi in queste terre inesplorate, puntando sulla clientela business o sui turisti di passaggio. Quando Vodafone ha mandato Michael Joseph in Kenya nel luglio 2000 per mettere in piedi Safaricom, ad esempio, non si aspettava di crescere oltre le 50 mila connessioni. Oggi, Safaricom e la rivale KenCell (Vivendi) hanno quasi un milione e mezzo di utenti su una popolazione di trenta milioni, due terzi dei quali in aree rurali. E un terzo operatore sta per aggiungersi. «La tecnologia mobile ha avuto un enorme impatto sulla vita dei kenioti», spiega Joseph. Le schede prepagate sono oggi strumenti di sopravvivenza per milioni di africani, finora abituati a camminare chilometri per arrivare a una cabina. L' alto costo dei telefonini (sui cento dollari in Africa), è l' unico problema in un continente dove metà della popolazione sopravvive con meno di due dollari al giorno. Ma sono state trovate soluzioni creative e aderenti all' altissima coesione sociale tipica dell' animo africano: spesso intere comunità si servono di un solo telefonino, passandoselo di casa in casa a seconda delle esigenze e dividendo le spese. «Questi snodi telefonici comunitari - spiega Francis Nyamnjoh, docente di sociologia all' Università del Botswana - sono esempi concreti del valore della convivialità africana, dove le scarse opportunità presenti nelle aree rurali spesso vengono messe spontaneamente a disposizione degli altri». Non a caso l' utile generato da ogni utenza mobile nigeriana è molto più elevato rispetto a quello americano o europeo. Questo dato, che emerge da una ricerca della Merrill Lynch, suggerisce anche che il valore economico e sociale di un telefonino in Nigeria sia molto superiore rispetto ai Paesi occidentali. Ogni connessione mobile genera infatti in media un giro d' affari di ottomila dollari: la rivoluzione digitale è diventata un enorme volano per lo sviluppo del Continente Nero. Soprattutto in Nigeria - con i suoi 120 milioni di abitanti è lo Stato più popoloso dell' Africa - le potenzialità di business sono allettanti: qui il monopolista Nitel è in via di privatizzazione e l' operatore mobile più popolare è Mtn, sussidiaria del gruppo sudafricano Johnnic, diretto dall' ex segretario generale dell' African National Congress Cyril Ramaphosa, uno dei più potenti uomini d' affari del continente. Con oltre sei milioni di utenti in Sud Africa, Nigeria, Camerun, Swaziland, Ruanda e Uganda, Mtn è uno degli operatori mobili più promettenti dell' Africa, insieme a Msi, che opera in Uganda, Zambia, Malawi, Congo, Gabon, Sierra Leone, Ciad, Burkina Faso, Sudan, Niger e Guinea. Partecipata dalla Banca mondiale, dall' americana Citigroup e dalla giapponese Mitsui, Msi copre con le sue licenze un quarto della popolazione africana ed è stata la prima ad aprire con le autorità il discorso sui servizi di Internet mobile. «Un continente dove solo un abitante su 250 è online, potrebbe dare moltissime soddisfazioni a chi avesse le spalle sufficientemente forti per affrontare quest' aspetto», spiega l' amministratore delegato Terry Rhodes. E' questa la prossima sfida per affrancare gli africani dal sottosviluppo.

7 gennaio 2003

Il kamikaze della vita

Ci sono i kamikaze della morte e i kamikaze della vita. Josef Itskovitz-Eldor, 53 anni, preferisce collocarsi nella seconda categoria. Tre anni fa il direttore del reparto di ginecologia e ostetricia nell'ospedale Rambam di Haifa, interno all'Università tecnica Technion, ha dato avvio alla prima coltura in vitro di cellule staminali estratte da embrioni umani, utilizzando alcuni embrioni fecondati artificialmente, avanzati nelle pratiche correnti del suo reparto e destinati ad essere eliminati. Dopo aver ottenuto l'autorizzazione dalle coppie che avevano dato origine agli embrioni, è partito con la sua preziosa merce alla volta di Madison, Wisconsin. Lì, alla presenza del collega James "Jami" Thomson, ricercatore dell'Università del Wisconsin, ha estratto le cellule staminali dagli embrioni, che non sono sopravvissuti all'operazione. Le cellule staminali, invece, si sono sviluppate magnificamente, per la prima volta fuori da un corpo umano. A quel punto, non facendo più tecnicamente parte di un embrione, anche il ricercatore dell'Università del Wisconsin ha potuto metterci le mani. Per prima cosa, Jami Thomson ne ha ceduta una parte al collega e partner commerciale Michael West, fondatore dell'azienda californiana Geron (attualmente l'unica ditta privata titolare di una linea di cellule staminali negli Stati Uniti) e anche della più famosa Advanced Cell Technology, che pochi giorni fa ha sollevato un putiferio annunciando con un pizzico di fantasia la prima clonazione umana. In questo primo salto di qualità messo a disposizione della scienza mondiale, il professor Itskovitz-Eldor è stato aiutato, oltre che dalla sua estrema competenza, da altre due caratteristiche fondamentali: la fede ebraica e il passaporto israeliano. In quanto cittadino americano e dipendente di un'azienda sanitaria pubblica, il suo collega Jami Thomson non avrebbe potuto distruggere - da solo - quegli embrioni, perché la legge del suo Paese glielo vieta. Per Itskovitz-Eldor, invece, è tutto più facile: per l'ebraismo, ogni embrione condivide l'anima della madre e non assume valore di essere umano autonomo al di fuori del suo corpo. Discendendo da questa linea di pensiero, la legislazione israeliana non impone restrizioni alla ricerca, pubblica o privata che sia, in questo campo e l'azione pionieristica compiuta da Itskovitz-Eldor non è perseguibile. Anzi, in quanto diretta al sostegno e allo sviluppo della vita, è considerata auspicabile da qualsiasi rabbino. Tanto è vero che, subito dopo il blitz nel Wisconsin, Itskovitz-Eldor ha ripetuto la stessa procedura nel suo laboratorio al Rambam Medical Center, dove ha messo in piedi una vera e propria banca di cellule staminali, aperta alle collaborazioni esterne in nome del progresso scientifico. E non è il solo: il collega ginecologo Benjamin Reubinoff ha ottenuto un risultato analogo nell'ospedale Hadassah dell'Università di Gerusalemme, inaugurando la seconda linea di cellule staminali in mano pubblica. Del resto, lo stesso presidente della commissione per la bioetica dell'Accademia delle scienze israeliana, Michel Revel, 63 anni, direttore del centro di genetica molecolare dell'Istituto Weizmann, è anche direttore scientifico della Interpharm e produce un farmaco contro la sclerosi multipla da lui sviluppato, con un fatturato di 254 milioni di dollari nell'anno che si è concluso a settembre 2001. In pratica, sono gli stessi ricercatori a giudicare il valore etico della ricerca. In quanto ebreo ortodosso, Revel considera positivamente ogni progresso nella conservazione e nella difesa della vita. Come ha affermato il rabbino capo d'Israele, Meir Lau, qualche mese fa in risposta al dibattito sulla clonazione: "L'ebraismo approva qualsiasi sviluppo della tecnica medica che contribuisca a salvare una vita umana". Inoltre, gli israeliani non hanno mai dimenticato il monito del primo presidente dello Stato ebraico, il chimico Chaim Weizmann: "L'intelligenza è l'unica materia prima di cui disponiamo". E continuano ad attenersi a questa regola. Ecco perché il piccolo Stato ebraico è un gigante delle biotecnologie: secondo l'ultimo report del Comitato nazionale sul biotech, nel 2000 c'erano 160 aziende biotech in Israele, con quattromila dipendenti e un volume d'affari di 800 milioni di dollari, in crescita del 33% rispetto all'anno precedente. Nei primi sei mesi del 2001, gli investimenti nel settore sono stati di 180 milioni di dollari (circa 400 miliardi in lire, 204 milioni di euro), quasi il doppio rispetto allo stesso periodo del 2000. Secondo le previsioni, il giro d'affari del biotech dovrebbe raggiungere i 1.800 milioni di dollari nel 2003. Non a caso l'esperimento portato a termine da Michael West in Massachusetts è stato accelerato di proposito per battere sul tempo l'équipe di Abaclon, un'azienda di Cesarea che sta lavorando nella stessa direzione. Ma in Israele il grosso della ricerca sul biotech si svolge in istituti pubblici, non privati. E il Rambam è il centro più all'avanguardia. L'ultima scoperta uscita dal piccolo laboratorio di Haifa ha fatto scalpore in tutto il mondo: per la prima volta l'équipe del professor Itskovitz-Eldor ha sviluppato delle cellule cardiache da una massa indifferenziata di cellule staminali, arrivando a produrre i primi stadi di un cuore nuovo di zecca. L'ovvia applicazione di questa scoperta è l'inseminazione di cellule nuove in un cuore umano danneggiato o inefficiente, favorendone la rigenerazione senza necessità di trapianto. Una buona notizia per migliaia di cardiopatici che rischiano di morire ogni anno per mancanza di donatori. "Prima di raggiungere questo risultato - precisano al Rambam - ci vuole ancora tempo. Ma ci arriveremo". Forse prima degli altri.