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12 marzo 2007

La mia Africa, la mia Olivetti

Il riscatto dell' Africa passa attraverso una rivoluzione informatica. Per Musikari Kombo, ministro keniota degli affari regionali e candidato alle presidenziali di dicembre, è una convinzione che viene da lontano, visto che ha passato gli anni Ottanta a vendere agli africani i primi computer, targati Olivetti. E da quell' epoca gli è rimasta l' abitudine di venire tutti gli anni in vacanza in Puglia, incrociando il flusso dei milanesi diretti a Malindi. «Erano anni difficili - ricorda Kombo - quando in Kenia c' era ancora la dittatura e il livello di conoscenza delle nuove tecnologie era molto basso. Ora le cose sono cambiate». A vederle con gli occhi dell' osservatore esterno, veramente non pare. Ma il ministro cresciuto alla scuola di Adriano Olivetti è un ottimista convinto come quando, nel ' 64, sull' onda dell' indipendenza conquistata da poco, appena diciassettenne era andato a iscrivere i suoi alla nuova anagrafe concepita da Jomo Kenyatta, dando il suo primo nome, Kombo, come cognome per tutti quanti, che secondo la tradizione Bantu non avevano un nome di famiglia. L' ottimismo gli è servito anche in seguito. «Quando ho incominciato a importare computer dall' italia, solo due bambini kenioti su dieci avevano mai messo le mani su un pc, oggi sono almeno sette o otto», precisa. Resta ancora enorme la differenza fra città e campagne: quei sette/otto bambini sono sicuramente dei cittadini. Ecco perché il programma di sviluppo tecnologico del suo ministero è mirato soprattutto alle aree rurali. «Bisogna offrire maggiori opportunità ai ragazzi che non vivono in città - sostiene Kombo - perché possano svilupparsi al meglio senza doversi spostare». Pur essendo un continente ancora rurale, l' Africa, con il suo debito estero di 379 dollari a persona, ha oggi il tasso più alto di inurbamento al mondo (5% annuo) e se le attuali tendenze alla fuga dalle campagne non saranno invertite da nuove politiche di sviluppo del territorio, è destinata a diventare il regno delle bidonville. Se già oggi il 72% dei cittadini africani vive in baraccopoli, il 24% della popolazione urbana non ha accesso all' acqua e il 20% alle fognature, che accadrà se questo fenomeno non verrà rallentato? «Per questo è importante pensare in maniera diversa all' urbanizzazione e alle filiere produttive», ad esempio con la costruzione di nuovi centri urbani piccoli, da realizzare in aree agricole per stemperare la corsa verso le metropoli. L' urgenza di un simile ripensamento discende anche dalle mutazioni climatiche in arrivo: pur essendo il minor consumatore di energia al mondo, l' Africa risulta il continente più esposto alle conseguenze del riscaldamento del clima, anche perché un cittadino su sette dipende da colture legate alle piogge. La riduzione di portata dei laghi Ciad e Vittoria minaccia già oggi l' irrigazione e la produzione di energia in tutta l' Africa centro-orientale. Senza contare i drammi prodotti dall' interazione tra le epidemie: un cittadino keniota su dieci è sieropositivo e di questi otto su dieci hanno anche la tubercolosi. «Certo è una situazione difficile - ammette Kombo - ma non impossibile da risolvere: l' importante è smettere di cercare aiuti dall' estero e cominciare a cercare soluzioni interne. Ai problemi dati dalla colonizzazione, che ci ha lasciati poveri d' infrastrutture produttive e tutti rivolti all' esportazione a basso prezzo delle nostre materie prime, ora si sono aggiunti i problemi dei governi successivi, formalmente indipendenti ma in realtà estremamente dipendenti dagli aiuti occidentali. Basti immaginare che il bilancio keniota è sussidiato al 93% dall' estero. Con tutte le risorse che abbiamo». Risorse difficili da sfruttare per la corruzione rampante che impesta tutta la società, fin nelle transazioni più banali. «La corruzione è uno dei problemi principali da risolvere: per combatterla bisogna liberalizzare, far uscire i pochi servizi che abbiamo dalle mani dei funzionari statali, stimolare la nascita di una nuova generazione d' imprenditori», sostiene Kombo, memore dei suoi esordi imprenditoriali sotto l' egida dell' Olivetti. Basta vedere cos' è successo nella telefonia mobile: «Finché Safaricom (consociata del monopolista statale Telekom Kenya) è stata l' unico provider, i costi erano proibitivi e il servizio disastroso, ma quando è arrivato un secondo provider, KenCell, in sei mesi i prezzi si sono ridotti a un decimo e i cellulari hanno cominciato a diffondersi». Le riforme per incentivare lo sviluppo di un' imprenditorialità innovativa africana, secondo Kombo, sono addirittura più urgenti della soluzione dei problemi strutturali di base, come le ampie aree rurali non cablate e prive persino di energia elettrica, le linee telefoniche carenti (una telefonata dalla Costa d' Avorio al vicino Ghana deve passare per Parigi) o i costi sproporzionati dell' hardware rispetto al bassissimo reddito pro capite dei kenioti. Sbloccati gli ostacoli allo sviluppo della libera iniziativa locale, il resto verrà da sé. E non importa se gli aiuti occidentali arrivano con il contagocce. «I programmi di sostegno nascono e muoiono con chi li ha generati, ma se l' Africa troverà le forze per fare da sola, nessuno potrà fermarla».

20 febbraio 2007

Nuove tecnologie al servizio del pianeta

Per quanto tempo ancora avremo energia? Dipende da come la utilizziamo. Su questo concetto si fondano le campagne per il risparmio energetico del governatore della California Arnold Schwarzenegger e le "lenzuolate" del ministro Pier Luigi Bersani, le ricerche della Toyota sui veicoli ibridi e il boom delle fonti energetiche rinnovabili. In tutti questi campi, l'innovazione tecnologica ha dato e darà un contributo chiave allo sviluppo sostenibile del pianeta. Le imprese, gli enti locali e le associazioni impegnati nella riduzione dei consumi energetici, fanno ampio uso di mezzi informatici per conseguire i propri obiettivi e monitorare i risultati. Nell'ultimo decennio, l'introduzione di tecnologie digitali ha portato a progressi spettacolari sul fronte dell'efficienza energetica, sia nel campo della produzione elettrica che in quello dei trasporti. La progressiva sostituzione delle vecchie centrali a olio combustibile e a gas con le nuove a ciclo combinato, che producono elettricità insieme a calore, ha portato a un raddoppio dell'efficienza e a un dimezzamento delle emissioni. Lo stesso processo è in corso nell'industria automobilistica, che sforna veicoli sempre più sofisticati, come le auto ibride, in grado di abbassare moltissimo i consumi alternando automaticamente il motore a scoppio con quello elettrico. Ma è nel settore della domotica che l'ICT applicata all'energia ha segnato una vera e propria rivoluzione dei consumi. L'architettura bioclimatica, che si sta affermando soprattutto in Germania, in Francia e nel Regno Unito, ma comincia a far capolino anche in Italia, ha bisogno delle tecnologie informatiche per coordinare i vari sistemi di riscaldamento e raffrescamento. In Italia si consumano circa 185 milioni di tonnellate di idrocarburi all'anno, 10 litri al giorno pro-capite. Questo fabbisogno è coperto per l'85% da importazioni, con una spesa di 11,7 miliardi di euro, che grava sulla nostra bilancia commerciale. Di tutti gli idrocarburi bruciati in Italia, 28 milioni di tonnellate sono da attribuire agli usi residenziali delle famiglie, corrispondenti al 16% del totale. Il riscaldamento a sua volta rappresenta la voce di gran lunga più pesante sui consumi energetici delle famiglie (68%) e costituisce oltre la metà delle spese di gestione per la casa degli italiani. Inoltre, mentre il totale nazionale dei consumi energetici mostra tassi d'incremento minori all'1% annuo, il settore residenziale aumenta i propri consumi del 2%, con una progressiva perdita di efficienza. Per il riscaldamento si bruciano ogni anno circa 14 miliardi di metri cubi di gas, 420mila tonnellate di gasolio, oltre a 2,4 milioni di tonnellate di combustibili solidi, soprattutto legna e un po' di carbone. Così facendo si riversano nell'aria 380.000 tonnellate di sostanze inquinanti, come ossidi di azoto e monossido di carbonio. Dopo il traffico, il riscaldamento è la maggiore causa d'inquinamento delle nostre città. Le caldaie sono responsabili del 20% circa delle emissioni di PM10 in una città come Milano, molto di più nei mesi freddi d'inverno. Oltre alle sostanze propriamente dette inquinanti, con il riscaldamento si riversano nell'atmosfera tonnellate di anidride carbonica (CO2), sostanza che contribuisce all'effetto serra. La combustione di un litro di gasolio produce circa 2,65 kg di CO2. Ciò vuol dire che una casa di 200 metri quadri che consuma 30 litri di gasolio al metroquadro in un anno butta in atmosfera quasi 8 tonnellate di CO2. L'Italia con l'adesione al protocollo di Kyoto si è fissata obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2 del 6,5% entro il 2012 rispetto ai valori registrati nel 1990. Ma per ora le emissioni italiane di CO2 non accennano a diminuire, al contrario continuano ad aumentare. Gli edifici italiani presentano uno dei maggiori consumi specifici per metro al giorno, a parità di temperatura. Questo significa che il nostro patrimonio residenziale è tra i più inefficienti d'Europa. In pratica, è chiaro che il processo di riscaldamento e raffrescamento non è gestito correttamente. Lo spazio per migliorare, dunque, è molto ampio. Nella casa intelligente l'automazione, le tecnologie per il risparmio energetico e per la comunicazione si sposano per ottimizzare le sinergie tra i sistemi e per ottenere il massimo comfort rispettando l’ambiente. Nella realizzazione dell’edificio bioclimatico si presta particolare attenzione ai materiali impiegati e alla coibentazione. I climatizzatori a pompa di calore - che sfruttano la differenza di temperatura del sottosuolo per scaldare e raffrescare gli ambienti - provvedono sia al riscaldamento invernale sia alla climatizzazione estiva. Il principio di funzionamento della pompa di calore e la gestione autonoma di ogni singola macchina consentono un risparmio energetico del 40-45% rispetto agli impianti tradizionali. Una pompa di calore produce anche l'acqua calda sanitaria a temperatura di utilizzo, risparmiando fino al 50% sui consumi rispetto ad altri sistemi. Se poi si aggiunge un impianto solare e fotovoltaico sul tetto, tutta l'energia necessaria alla vita quotidiana, compresa quella per l'illuminazione e gli elettrodomestici, viene generata sul posto e il sistema diventa completamente autosufficiente. L'abbinamento di questi impianti con dispositivi di controllo e programmazione dà come risultato una casa energeticamente molto efficiente, che si adatta con flessibilità alle esigenze sempre variabili dei suoi abitanti. In questo tipo di edifici l'automazione non viene solo concepita come l'applicazione di una serie di apparecchiature per "motorizzare" porte, tende e illuminazione, ma si cerca di privilegiare il concetto di controllo, di comunicazione e d'integrazione tra i sistemi. La presenza di tecnologie digitali rende la casa facile da gestire e soprattutto aperta alle continue innovazioni. La combinazione di calore terrestre, solare termico ed energia fotovoltaica con i più moderni componenti per facciate e la distribuzione dell'energia all'interno degli edifici consente già ora di fornire l'approvvigionamento energetico necessario a un'abitazione di circa 200 metri quadri semplicemente mediante l'impiego di energie rinnovabili. 8 tonnellate all'anno di CO2 risparmiate.

5 febbraio 2007

Guerra degli acquedotti: attacco alle privatizzazioni

La battaglia per l' acqua diventa sempre più politica. «L' acqua è come l' aria, è un bene comune e non va privatizzato», dice il ministro dell' Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio, inserendosi nella guerra in corso fra Rifondazione e la Margherita sul ddl Lanzillotta di liberalizzazione dei servizi locali. «Ma a differenza dell' aria - spiega più pacatamente Mauro D' Ascenzi, presidente di Federutility - l' acqua non arriva da sola nelle case, dev' essere incanalata e depurata con massicci investimenti in infrastrutture che costano molti soldi. O ce li mette lo Stato o si deve consentire a società industriali, pubbliche o private che siano, di organizzare un servizio secondo criteri di produttività ed efficienza. Per fare questo, però, mancano i margini: le tariffe italiane sono le più basse d' Europa». S' innesca così un circolo vizioso: il servizio costa poco per cui è scadente, ma proprio per questo non si può far pagare di più. E via con l' acqua minerale, di cui noi italiani siamo i maggiori consumatori d' Europa. Giocando sull' equivoco tra la materia prima acqua, che appartiene per legge al demanio pubblico, e la gestione delle infrastrutture che la trasportano, si può arrivare molto lontano. Nichi Vendola è arrivato ad affidare l' Acquedotto Pugliese, il più grande d' Europa, al guru dell' acqua «bene comune» Riccardo Petrella, salvo poi dimissionarlo a fine anno per manifesta incapacità gestionale, ma ribadendo nel contempo «l' immutata mission dell' Acquedotto Pugliese, ovvero la pubblicizzazione dell' acqua, così come previsto anche nel programma elettorale della coalizione di governo». Sulle barricate dell' «acqua pubblica» e gratuita, Vendola si trova in buona compagnia: da Franco Giordano a padre Alex Zanotelli, dall' Arci alle Acli, dall' Associazione Italia-Nicaragua alla diocesi di Termoli, da Mani Tese alla Rete Lilliput, dal Wwf a Pax Christi, dalla Fiom ai Cobas. Tutti insieme nel comitato promotore del progetto di legge d' iniziativa popolare per la «ripubblicizzazione dell' acqua», che viene proposto in questi giorni all' attenzione degli italiani con migliaia di banchetti. Di più. «Basta parole: moratoria subito!» si legge nel sito del Forum italiano dei movimenti per l' acqua, che chiede di bloccare anche i processi di liberalizzazione già in corso, in primis quello di Palermo, dove si è impedito più volte a colpi di blocchi stradali lo svolgimento della gara di affidamento dei servizi idrici provinciali, conclusa faticosamente la settimana scorsa. «Il problema fondamentale - dice D' Ascenzi - è che la gestione tradizionale delle risorse idriche regge un sistema clientelare basato sulla diffusa illegalità, soprattutto nel Sud, dove le reti non a caso fanno acqua da tutte le parti. L' Acquedotto Pugliese, che serve milioni di persone senza far pagare loro un centesimo di acqua e ne impiega migliaia, ai tempi del manuale Cencelli equivaleva a un ministero, tanto era il peso elettorale delle sue clientele». È soprattutto in difesa di questo sistema che a 12 anni dal varo della legge Galli di riforma dei servizi idrici, largamente inapplicata, si ritorna a mettere in discussione i principi della libera concorrenza. E così, mentre in Europa crescono i grandi gruppi specializzati nella gestione efficiente delle risorse idriche - da Veolia a Suez, a Thames Water - in Italia le utility restano frammentate e gestite in economia. Per la gioia dei signori delle autobotti.

Acqua: Milano prima o poi in mani straniere

I consulenti sono al lavoro per raggiungere l' equilibrio fra le partecipazioni azionarie di Milano e Brescia nella grande multiutility del Nord, che si va formando con la promessa di nozze entro l' autunno fra Aem e Asm. Un rompicapo non da poco, visto che Brescia controlla quasi il 70% della sua ex-municipalizzata, mentre Milano solo il 42,2% della sua. «La soluzione migliore - spiega Luigi Prosperetti, economista della Statale e consulente del primo governo Prodi sulla liberalizzazione dei servizi pubblici locali - sarebbe l' incorporazione nella nuova società anche della gestione dei rifiuti e del ciclo idrico milanese, che darebbe più peso al Comune nella fusione e maggiore omogeneità alle attività delle due utility». Prosperetti era vice presidente di Aem quando fu avviata la sua privatizzazione, nel lontano ' 93, e fin da quel momento aveva caldeggiato insieme a Marco Vitale, allora assessore al Bilancio, l' incorporazione del ciclo idrico in Aem. Quattordici anni dopo A quattordici anni di distanza si continua a parlarne, malgrado la rapida evoluzione del quadro competitivo a livello nazionale ed europeo. Oggi si tratterebbe di trasferire a un' azienda quotata la proprietà di due Spa a capitale interamente pubblico: l' Azienda Milanese Servizi Ambientali (Amsa) e la Metropolitana Milanese (MM), cui la giunta Albertini ha affidato nel 2003 la gestione del ciclo idrico. «Speriamo che stavolta il sindaco Letizia Moratti ce la faccia», si augura Prosperetti. Ma non sembra probabile. A livello comunale infuriano le accuse di voler «privatizzare l' acqua». E i gendarmi comunitari della concorrenza non vedrebbero certamente di buon occhio, oggi, un conferimento del ciclo idrico senza gara. Lanfranco Senn, economista della Bocconi e nuovo presidente della Metropolitana Milanese, se ne rammarica. Cicli Si è perso molto tempo? «Troppo. Oggi l' assegnazione del ciclo idrico ad Aem senza metterlo in gara sarebbe impensabile. E al di là delle risse ideologiche che ne deriverebbero, mettendo sul mercato l' acqua di Milano, considerata un fiore all' occhiello delle utilities italiane, non è affatto detto che l' Aem vinca la gara». Del resto le gare si fanno apposta perché vinca il migliore... «Il problema è che ormai siamo entrati in un circolo vizioso. Da un lato è evidente che i servizi locali dalla gestione privata hanno tutto da guadagnare: così si evitano, almeno in parte, le faide di carattere personale, le appartenenze ideologiche, le protezioni clientelari tipiche del pubblico. I privati sono molto più bravi ad applicare la best practice nella gestione: le economie di scala, il controllo di qualità, la selezione del personale, il livello del management sono quasi sempre migliori. Quindi per gli utenti il cambio è vantaggioso e alla lunga è lì che andremo a parare, alla privatizzazione». E allora perché non farla subito? «Ci sono ostacoli politici e c' è appunto il circolo vizioso di cui parlavo. Se è vero che il punto d' arrivo è la privatizzazione, è anche vero che in Italia abbiamo perso una ventina d' anni per far crescere dei player capaci di competere a livello europeo e globale. Mentre noi dormivamo, i francesi, gli inglesi e i tedeschi andavano avanti. Ora giocano sulle eccellenze che hanno sviluppato e sono capaci di muovere grandi interessi finanziari: le banche scommettono su di loro, non su di noi. In Italia non è remunerativo scommettere sulle utility e così mancano fondi per fare investimenti. Insomma, tutto il sistema è bloccato. C' è poco da stupirsi, poi, se sono sempre loro a vincere le gare». Lei mi sta dicendo che non possiamo mettere i nostri servizi locali sul mercato perché finirebbero per essere mangiati dai francesi o dai tedeschi? E quindi, dopo aver perso vent' anni nelle dispute ideologiche, ora ne perdiamo altri venti perché gli altri sono diventati più bravi di noi? «In pratica, oggi il problema da porsi è: arrivati a questo punto, la strada per la riqualificazione dei servizi passa attraverso fasi o bisogna fare un salto?» Me lo dica lei... «Dal punto di vista giuridico, la privatizzazione non è strettamente necessaria. Ma è anche vero che se non diamo uno scossone la via all' efficienza sarà molto lunga...». Quindi? «Il primo passo è politico. Per noi esperti è facile indicare la strada, ma è la politica che deve tradurre la teoria in pratica. Il caso del ddl Lanzillotta è un classico esempio di un Paese che fa ancora dell' ideologia il criterio delle sue scelte. L' esclusione dell' acqua dalle liberalizzazioni dei servizi locali è un passo anacronistico, un cedimento politico che ci costerà caro. Inglesi, tedeschi, francesi e perfino gli spagnoli sono più pragmatici. Per riuscire a competere sul piano internazionale, bisogna uscire dall' approccio ideologico e far crescere un approccio pragmatico alla gestione del patrimonio pubblico». Come risolvere questo blocco? «Bisogna sfatare il mito del privato assetato di guadagni e dedito di principio al ladrocinio. È evidente che l' acqua è un bene pubblico e devono averla tutti, così come l' energia devono averla tutti. Ma non è detto che un ente pubblico sia più efficace di un privato a soddisfare questa legittima esigenza dei cittadini, così come non è detto che lo sia per l' energia, per il gas, per il telefono, per i treni o per gli aerei. Capisco che sull' acqua possa insorgere qualche timore in più, ma basta mettere in piedi dei contratti di gestione fatti bene, sotto rigoroso controllo pubblico, per garantire a tutti che al centro del processo ci sia l' interesse dell' utente». Ora però lei non è più solo un esperto, ha anche un incarico operativo... «Sempre all' interno di un' azienda che è al cento per cento del Comune di Milano». Avrà ben riflettuto sulle linee strategiche da prendere... «Per dare un ritorno agli investimenti, bisogna alzare il livello della gestione. Ed è quello che cercheremo di fare. Ma la buona volontà a livello locale non basta. È Roma che deve darsi il più velocemente possibile un percorso pragmatico che ci consenta di crescere a livello di sistema, come hanno fatto gli inglesi e i francesi. Altrimenti sarà inutile lamentarsi se l' acqua di Milano passerà prima o poi in mani straniere».

Acqua: in Puglia via alla ri-pubblicizzazione

Dice: «Il mio Acquedotto Pugliese nasce sotto la bandiera della ri-pubblicizzazione e finché sarò presidente, la privatizzazione non si farà». Da oggi Nichi Vendola mette Ivo Monteforte ad agitare quella bandiera. Un bel salto. Dopo le dimissioni di Riccardo Petrella, docente di Mondializzazione all' Università Cattolica di Lovanio e illustre no-global dell' acqua, la presidenza del più grande acquedotto d' Europa, il terzo del mondo, viene affidata all' ingegnere idraulico Ivo Monteforte, direttore generale dell' Azienda Servizi di Pesaro. La ri-pubblicizzazione del gigantesco ente - che attraversa quattro regioni con 20 mila chilometri di tubi ed è diventato società per azioni nel ' 99, grazie a un mutuo ventennale di 392 miliardi di lire a carico dello Stato, concesso dal governo D' Alema - è stata il cavallo di battaglia elettorale del governatore. Appena eletto, nell' aprile 2005, Vendola ha fatto il bel gesto di affidare la presidenza a Petrella, con il mandato di mettere fine alla «gestione economicistica» dell' industriale della pasta Francesco Divella, chiamato a gestirlo dall' allora governatore di centro-destra Raffaele Fitto, nella prospettiva di una futura privatizzazione. Ma il professore no-global, che doveva fare marcia indietro, si è scontrato con qualche difficoltà. «L' Acquedotto Pugliese è un colabrodo», spiega Renato Scognamiglio, l' amministratore delegato che ha combattuto per quasi un anno e mezzo con le manie ideologiche di Petrella e alla fine si è dimesso anche lui per incompatibilità con l' impostazione del governatore. «In Puglia - precisa Scognamiglio - c' è una crisi idrica macroscopica e metà dell' acqua che raccogliamo va persa: bisogna avviare un enorme intervento per la ricerca delle perdite e per la riabilitazione delle reti. Ed è quello che ho cercato di fare, con un intervento da 150 milioni di euro, che avrebbe potuto ridurre le perdite della metà». Ma Petrella era fissato con la ri-pubblicizzazione dell' ente. «Ri-pubblicizzare - è la tesi del guru dell' acqua intesa come "bene comune" - significa che non solo la proprietà delle infrastrutture e delle reti deve essere pubblica, ma lo deve essere anche la gestione dei servizi idrici. Pertanto, se la gestione è stata affidata a un soggetto di natura giuridica privata, quale una società per azioni, come è il caso dell' Acquedotto Pugliese, ripubblicizzare implica dare la gestione dell' acqua a un soggetto di natura giuridica pubblica. Non sono riuscito, in diciotto mesi, a far accettare dalla Regione Puglia l' idea di costituire un gruppo di lavoro incaricato di esaminare e proporre delle soluzioni». Pari e patta. «Resta ancora da chiedersi - commenta Scognamiglio - come si fa a uscire dalla logica clientelare degli investimenti senza svincolarsi dalla longa manus degli enti locali. Duole dirlo, ma nel corso di questi diciotto mesi il principale impedimento a una corretta gestione del patrimonio pubblico è venuta proprio dalle "lista della spesa" dei Comuni: da un lato chiedono investimenti per favorire questo o quel politico locale, dall' altro nessuno tappa le falle vere e d' estate l' acqua arriva a singhiozzo nelle case». Il vero problema, paradossalmente, è abbandonare la caccia al contributo pubblico. «Nessuno si pone il problema - fa notare amareggiato Scognamiglio - se un certo lavoro serve agli utenti». Incanalare l' acqua è molto più difficile che incanalare i fondi.

Acqua: in Sicilia rivolta anti-sabauda

In principio c' era la siccità. Siccità per modo di dire: la Sicilia dispone di una trentina d' invasi con la capacità di almeno un miliardo di metri cubi d' acqua. Ognuno dei suoi 5 milioni di abitanti potrebbe farci lunghe abluzioni. Ma ci sono invasi senza condotte, condotte senza invasi, autorizzazioni che mancano, collaudi parziali, tanto che una parte dell' acqua raccolta viene scaricata direttamente in mare. Fatto sta che nel 2002 Palermo rimane quasi completamente senz' acqua per un mese intero. Cattedrale occupata, guerriglia per le strade. Per l' emergenza idrica ci vuole un commissario, nella persona del governatore Totò Cuffaro. Ma Cuffaro non è solo: la struttura organizzativa è formata da 62 componenti, di cui 47 a tempo pieno, per non parlare dei consulenti e della commissione tecnica. In complesso, gli enti siciliani che si occupano di raccogliere e distribuire l' acqua, in parte commissariati o in liquidazione, sono una miriade: Eas, Esa, genio civile, consorzi di bonifica, enti locali e via enumerando. Tutti pubblici. Ma l' erogazione a giorni alterni continua a essere normale. «La popolazione siciliana in generale soffre della mancanza d' acqua, ma continua a prevalere una minoranza che vuole mantenere le cose come stanno, perché su queste disfunzioni si basa una fiorente economia collaterale», spiega Paolo Romano, ad della Società Metropolitana Acque Torino e anche di Acque Potabili (controllata da Smat insieme all' ex municipalizzata di Genova), che si è appena aggiudicata per 30 anni la gestione del servizio idrico nella provincia di Palermo, dopo un anno di barricate. «Noi però - fa notare con lieve accento sabaudo, che certo non lo aiuterà nella sua missione - vogliamo superare le disfunzioni, con una serie d' interventi infrastrutturali molto rapidi, anche grazie a 130 milioni di fondi europei che stavano per perdersi a causa dei ritardi nell' affidamento». Non sarà facile recuperare la situazione: nell' ottantina di Comuni che Acque Potabili andrà a servire, ce ne sono molti dove l' acqua esce dai rubinetti non più di un paio di volte alla settimana, con perdite del 50-60%, che spesso dipendono da allacciamenti abusivi. «Cercheremo di correggere morosità e abusivismi - precisa Romano - perché la nostra è una finalità imprenditoriale. Ma è sbagliato dire che siamo "dei privati": Acque Potabili è pubblica al 70% e Smat al 100%. Abbiamo un piano industriale da oltre 850 milioni di euro, di cui quasi 300 nei primi 5 anni, che realizzeremo mantenendo la tariffa media d' ambito attorno a 1,2-1,3 euro al metro cubo, com' è oggi». Strano. Nel suo grido di guerra contro l' invasore piemontese, combattuto a colpi di blocchi stradali che hanno impedito più volte lo svolgimento della gara, il padre comboniano Alex Zanotelli scrive a tutti i sindaci: «A Palermo si rischia di trasformare un bene così essenziale come l' acqua in merce» e ancora «per la nostra gente vuol dire che le bollette dell' acqua cresceranno del 100 o 200% e a chi si rifiuta di pagare verrà tagliata l' acqua». «Per questo le chiediamo - scrive Zanotelli - che quando i sindaci della provincia di Palermo si riuniranno lei si opponga alla privatizzazione dell' acqua in corso e voti a favore dell' acqua pubblica gestita da una società a totale capitale pubblico sotto l' occhio vigile dei cittadini». Che dire? Sarà sicuramente molto dura.

29 gennaio 2007

Fred Turner

Un modello insulare, in cui prevale la creatività individuale ma le singole posizioni sono molto più fragili, se confrontate con quelle dei lavoratori dipendenti inseriti nelle organizzazioni gerarchizzate degli anni Cinquanta e Sessanta. "E' questa - secondo Fred Turner, autore di From Counterculture to Cyberculture (Chicago University Press) e docente a Stanford - la principale eredità del pensiero controculturale sessantottardo, sfociato poi nella rivoluzione digitale degli anni Novanta". Un'eredità controversa, che Turner ha studiato a fondo fin dalla nascita di Silicon Valley e oggi si rifiuta di celebrare acriticamente, com'è ormai diventato usuale nella mitologia della nuova frontiera cibernetica.
Le piace quest'uomo nuovo emerso dalla rivoluzione hi-tech?
"Il problema non è tanto se piace o non piace a me, quanto se piace a se stesso. O meglio, se questa organizzazione magmatica e flessibile dei processi produttivi riesce a soddisfare le necessità economiche e sociali di vaste masse di lavoratori che ormai ne sono coinvolte. E se non è così, come si può fare a migliorarla. Mi pare che sotto la patina dorata del mito, sia questo aspetto di critica sociale che manca".
Critica sociale?
"Sì, chiamiamola proprio così. Sulla nuova era digitale si sono scritte e dette molte frasi iperboliche. Ne ricordo una per tutte, coniata dalla leggendaria guru di Silicon Valley, Esther Dyson: "Il ciberspazio è il paese della conoscenza e l'esplorazione di questo paese può diventare la missione più elevata per un'intera società". Ma com'è possibile che tanta gente si sia fatta prendere dalla frenesia letteraria della nuova frontiera, paragonando una serie di macchine collegate fra di loro a un nuovo paesaggio, a un luogo diverso dalla realtà? Quando smetteremo di parlare a vanvera, scopriremo che il ciberspazio non è affatto un luogo diverso, ma fa parte della stessa banale realtà concreta in cui ci muoviamo tutti. Solo con la mente sgombra di miti potremo confrontarci con le ricadute di queste tecnologie e i nuovi modelli organizzativi che ne derivano".
All'atto pratico?
"E' molto semplice: negli ultimi vent'anni è scomparsa una certa organizzazione sociale e ne è sorta un'altra. E' scomparso l'uomo-azienda, che passava la sua vita nella stessa compagnia più o meno dalla culla alla tomba, attraversando così gli alti e bassi della congiuntura, ed è nata una nuova generazione di lavoratori autonomi, che si muovono continuamente da un progetto all'altro a seconda delle esigenze produttive del momento. In pratica, le incertezze e i rischi del mercato sono stati scaricati in larga parte dalle spalle delle aziende a quelle dei lavoratori. Questo crea una maggiore libertà d'impresa, che naturalmente fa bene al ciclo produttivo, ma anche una serie di disguidi. Tanto per dirne uno, non è chiaro quanto a lungo sia possibile reggere uno stile di lavoro così instabile, affannoso nei periodi pieni, frustrante nei periodi morti. Sulle ansie e lo sfinimento derivanti da questo stile di vita è nata un'ampia fioritura letteraria: basta andarsela a leggere per capire che i tanto decantati lavoratori della conoscenza arriveranno agli anni della pensione (semmai ci arriveranno) molto meno rilassati dei baby boomers".
Insomma, sotto il mito si cela un incubo?
"Non dico questo. Certo è che il mito andrebbe un po' sfatato. Tutti questi cowboy del ciberspazio sono molto interessanti e soddisfatti finché sono giovani, mobili, slegati da qualsiasi contesto sociale. Ma non appena cercano di uscire dalla disgregazione sociale e di riprendere possesso della loro vita concreta, stringendo dei legami con altre persone concrete, cominciano ad emergere i conflitti e si scopre che un sistema di produzione di questo tipo ammette solo una dedizione totale".
Ma se la nuova frontiera elettronica è davvero così invivibile, da dove nasce il mito?
"La retorica della frontiera elettronica può essere spiegata in vari modi. Da un lato il ritorno di un'ideologia pionieristica tipica dell'immaginario americano, di cui anche la controcultura californiana degli anni Sessanta e Settanta era imbevuta. Dall'altro lato lo sforzo deliberato dell'industria elettronica di abbellire con qualche svolazzo filosofico le nuove esigenze produttive. Infine c'è da dire che il ciberspazio è davvero un luogo affascinante, pieno di nuove opportunità. Basta non farsi abbagliare, restare con i piedi per terra e prenderlo per quello che è: un mercato come un altro, con tutti i suoi pregi e difetti, i suoi vantaggi e le sue trappole".
Dominare la rete e non farsi dominare, dunque. Ma come?
"Innanzitutto riconnettendo i due domini, quello della realtà e quello della rete. L'idea di poter trasformare la società basandosi solo sulla comunicazione e non sulla politica è un'illusione pericolosa. La società si regge sulle istituzioni e la rete non può farne a meno: la suggestione individualistica e anarchica portata avanti da molti protagonisti del web, convinti che basti un blog a cambiare il mondo, va sfatata. Andiamo a vedere come sono finite tutte le proteste virtuali organizzate con grandi sbandieramenti contro la guerra in Iraq: risultati zero. Bisogna uscire dall'autismo e dal narcisismo dei bloggers e riconnettere la rete alle istituzioni".
Ma come si fa a dare un ruolo pubblico alla rete?
"Si tratta innanzitutto di uscire dagli spazi virtuali e costruire spazi reali di coscienza civica, in cui includere le reti virtuali come una parte di questa nuova realtà. Se continueremo a rinchiuderci negli spazi angusti della cibercultura, rischiamo di uscire definitivamente dal mondo della politica. E questo significa diventare irrilevanti".

8 gennaio 2007

Aem e Asm fidanzate con poca Letizia

Si ode a Milano uno squillo di tromba, a Brescia risponde uno squillo e la battaglia è servita, con Giuliano Zuccoli nei panni di Filippo Maria Visconti e Renzo Capra del conte di Carmagnola. I preparativi alle nozze Aem-Asm, che sembravano procedere spediti, si stanno incagliando sui nodi del concambio e della governance. Già a partire dalla presentazione del piano industriale della superutility da 9 miliardi di euro - definito dai bresciani «condizione necessaria ma certamente non sufficiente per la conclusione dell' eventuale progetto d' integrazione» - si era capito che la trattativa si stava sfilacciando. Riserve Le riserve di Asm, considerata un' azienda modello nel panorama delle utility italiane, sono soprattutto di tipo gestionale. Pionieri nella termovalorizzazione e nel teleriscaldamento, i bresciani hanno appena conquistato a New York il titolo di «migliore sistema del mondo» nel loro settore, trattando 760 mila tonnellate di rifiuti l' anno e producendo energia per il fabbisogno di 170 mila famiglie, oltre al riscaldamento per 130 mila abitazioni. «Andando a nozze con l' Aem, Asm corre un rischio gravissimo di mettere a repentaglio queste eccellenze», commenta Giulio Sapelli, ex presidente di Meta Modena, rifacendosi alla recente esperienza di fusione con Hera: «Ci vogliono grandi sinergie industriali e compatibilità gestionali per giustificare una fusione del genere, ma soprattutto maggiore chiarezza negli incastri societari». Sapelli si riferisce al problema delle relazioni fra Aem e Edf, che oggi condividono il controllo di Edison, seconda compagnia elettrica italiana. Edison è in mano al 70% di una holding paritetica tra Edf e Delmi, società di cui a sua volta Aem ha il 51% (il resto è spartito fra l' emiliana Enia, l' altoatesina Sel e soci finanziari), ma i francesi hanno anche una partecipazione diretta in Edison del 17%. Per ora la gestione è paritetica, ma in realtà Edf consolida il 50% di Edison e Aem ha, di fatto, poco più del 15. «Per unirsi con Asm - precisa Sapelli - Aem dovrebbe prima liberarsi dalla subalternità a Edf». Tra due anni «È vero che sull' operazione Aem-Asm incombe il nodo della governance di Edison - ribatte Andrea Gilardoni, docente Bocconi ed esperto di gestione delle utility - ma si tratta di un nodo destinato a sciogliersi nel giro di due anni, quando scadranno i patti parasociali alla base dell' alleanza tra Edf e Aem. Proprio per questo le nozze fra Aem e Asm vanno celebrate prima: per gli italiani sarà tanto di guadagnato presentarsi a quella scadenza con le spalle più larghe». Secondo Gilardoni, anzi, l' operazione Aem-Asm è ancora troppo timida: «Queste nozze dovrebbero essere solo il primo passo per arrivare a un' alleanza ancora più vasta, che potrebbe includere anche Hera». Per competere su un mercato dell' energia diventato ormai globalizzato, in pratica, bisogna puntare a costruire una Rwe italiana: «Solo con un peso specifico di quelle dimensioni si raggiungerebbe la massa critica adatta per tener testa alle altre utility europee». E chi mette i bastoni fra le ruote anche a questo primo passo, sostiene Gilardoni, «si assume una gravissima responsabilità nei confronti dei consumatori e del Paese». Più che i bastoni, nelle ultime settimane sono i coltelli che volano. A parte le perplessità dei bresciani, le maggiori difficoltà stanno sorgendo proprio a Milano, sul fronte interno. In casa Aem si respira aria costruttiva e si ribadisce l' intenzione di andare fino in fondo. Ma le discrepanze fra l' approccio del sindaco Letizia Moratti e di Giuliano Zuccoli, presidente e ad di Aem (oltre che presidente di Edison), sono sempre più marcate. Una frattura che pone un problema di governance non indifferente. Su questo tema, la Moratti ha spiegato che l' obiettivo è solo «di essere garanti verso i cittadini per dare loro servizi migliori a prezzi più competitivi». Ma la definizione del peso delle due amministrazioni comunali nella nuova superutility non è un nodo facile da sciogliere, perché la quota di Aem controllata da Milano (43,2%) è ben inferiore a quella di Brescia in Asm (69,2%). Anche se Asm vale complessivamente meno di Aem, l' obiettivo di un concambio alla pari resta lontano da raggiungere: nelle condizioni attuali, Brescia verrebbe a detenere nel nuovo gruppo una quota del 28%, mentre Milano avrebbe il 25%. E a Milano c' è già chi teme questo squilibrio in termini di controllo: «Non finiremo mica per farci governare dai bresciani?» Difficile rispondere a queste pretese campanilistiche con un neutro: governerà chi è più bravo e offre maggior valore aggiunto agli utenti. Incorporazione Il problema si potrebbe evitare con l' incorporazione in Aem del ciclo idrico (MM) e dei rifiuti (Amsa), in modo tale da creare massa e da rendere i modelli di business delle due società più compatibili. Ma anche questa operazione incontra notevoli difficoltà: il ciclo idrico è stato già escluso dal perimetro della fusione, mentre l' Amsa dovrebbe essere incorporata nelle prossime settimane. Basterà? Sul fronte della governance la scelta sembra indirizzata verso il sistema dualistico alla tedesca, con la presidenza del consiglio di sorveglianza a Renzo Capra e la presidenza del consiglio di gestione e il ruolo di ad a Giuliano Zuccoli. Ma sulle cariche operative girano già anche altri nomi, come quello dell' ad di Fastweb Stefano Parisi, ex direttore generale di Confindustria. E non c' è dubbio che proprio su questo punto potrebbe incagliarsi tutto il meccanismo. A meno che i due sindaci, Letizia Moratti e Paolo Corsini, non riescano a prendere per le corna il toro che sta già scappando.

7 gennaio 2007

Counterculture to cyberculture

Le pagine sono ingiallite, piene di indirizzi e numeri di telefono ormai inutili, infarcite di prodotti caduti in disuso, pervase da un afflato ideale dal sapore antico. Ma il "Whole Earth Catalog" - particolarmente nella sua ultima versione del '71 ("The Last Whole Earth Catalog"), che ha venduto un milione di copie e vinto il National Book Award - potrebbe essere la via più diretta per capire il Web 2.0. Che c'entrano le giacche di renna stile cowboy, i libretti d'istruzioni per allevare api o coltivare marijuana, con le ultime sfide tecnologiche del ventunesimo secolo? Che legame può esistere fra Internet, nata dai laboratori del ministero americano della Difesa, e l'idealismo romantico degli anni Sessanta, profondamente contrario alla modernità e alle sue macchine? Il ponte che unisce l'enciclopedia della controcultura hippy e la moderna rivoluzione cibernetica si chiama Stewart Brand. E' su questa figura chiave del pensiero anarchico e comunitario americano che s'incentra il bellissimo "From Counterculture to Cyberculture" (Chicago University Press) di Fred Turner, direttore del dipartimento di Comunicazione alla Stanford University ed ex giornalista del Boston Globe. Brand e compagni, che negli anni Sessanta avevano sintetizzato lo spirito dei tempi con il loro "Whole Earth Catalog", hanno continuato a tessere la loro rete fra le comuni delle colline a Nord di San Francisco e Silicon Valley fino a ripetere il miracolo nei primi anni Ottanta, con la nascita del Whole Earth 'Lectronic Link (Well), mitico precursore di Internet. Il network elettronico consentiva ai suoi membri di discutere attraverso una forma di messaggistica istantanea tutti gli argomenti che stavano loro più a cuore, dagli sviluppi della tecnologia all'ultimo disco dei Grateful Dead. Facciamo un altro salto di vent'anni ed è facile capire che cosa ne è stato di Well: oggi è il Web 2.0. In questo vasto arco di tempo la figura di Stewart Brand emerge puntualmente al centro degli incroci più interessanti fra utopia e bit, fornendo un contributo decisivo alla visione della tecnologia come uno strumento potenzialmente controculturale. Man mano che i computer diventano più piccoli e flessibili, più diffusi e interconnessi, dal network raccolto attorno al Whole Earth Catalog si sviluppa prima il Whole Earth 'Lectronic Link, poi il Global Business Network, paladino della New Economy, infine la rivista "Wired", Bibbia della comunità open source. E Brand è sempre lì a tirare le fila sulle barricate anti-gerarchiche, impegnato a trasferire gli ideali comunitari dall'utopia sessantottarda alla realtà della comunità peer-to-peer. Non è l'unico, naturalmente. Il matematico Norbert Wiener, il designer Buckminster Fuller, il filosofo Marshall McLuhan gettano le basi teoriche del movimento. E attorno a Brand gravitano altre figure importanti, come il primo direttore di "Wired" Kevin Kelly, lo scrittore Howard Rheingold, la giornalista Esther Dyson. Theodore Roszak, guru della controcultura e dell'ambientalismo americano, diventa un acceso sotenitore della causa degli hacker come simboli del dissenso e dell'antiautoritarismo moderno. Timothy Leary, paladino delle droghe psichedeliche negli anni Sessanta, oggi definisce il pc "l'Lsd degli anni Novanta". John Perry Barlow, paroliere dei Grateful Dead, ha chiamato la comunità virtuale "l'ultimo grido delle comuni di frontiera". Lo stesso Steve Jobs ha creato e promosso Apple presso i suoi fan con l'immagine di un'impresa controculturale. E il motto di Google, "Don't be evil", è un chiaro riferimento agli ideali dei figli dei fiori. Ma il ruolo di Brand è senza dubbio il più centrale, sempre in testa rispetto agli altri per l'intero percorso. E oggi il suo messaggio è sulla bocca di tutti, dalle aule del Congresso ai piani alti delle multinazionali, dagli alberghi di Davos ai testi sacri del management. Lo stesso Turner non è l'unico ad aver esplorato le connessioni fra controcultura e cybercultura. Già un decennio fa il sociologo Mark Dery aveva suggerito nel suo libro "Escape Velocity" che la rivoluzione dei pc poteva essere chiamata anche "Counterculture 2.0". Un'altra versione della stessa storia è stata scritta da John Markoff - giornalista del New York Times famoso per una serie di articoli sulla caccia e la cattura del famoso hacker Kevin Mitnik - in "What the Dormouse Said: How the 60th Counterculture Shaped the Personal Computer" (Viking). E perfino in Italia Enrico Beltramini si è cimentato nell'arte dei paralleli con "Hippie.com" (Vita e Pensiero). Ma l'opera di Turner riesce ad esaurire l'argomento per il rigore straordinario delle argomentazioni e la dovizia di riferimenti e di particolari. Resta da chiedersi, al di là delle origini teoriche, quali sono le conseguenze pratiche di quest'associazione per noi oggi. La prima ricaduta pratica è la velocità. Alla luce di queste motivazioni, risulta molto più comprensibile il ritmo frenetico dell'innovazione nel mondo peer-to-peer. E' chiaro che diventa più facile innovare se alla base c'è una passione utopistica, non solo un generico desiderio di successo. Guidati da un ideale collaborativo, diventa più facile mettere in rete gratuitamente il proprio software. E se alla fine qualcun altro riesce ad arrivare più lontano utilizzando le nostre risorse non ci si sente defraudati. Con alle spalle un network di questo tipo, si fa meno fatica anche superare la perdita delle vecchie sicurezze: l'uomo nuovo uscito dal terremoto della New Economy non si aspetta più una vita tranquilla, da dipendente della stessa corporation dalla culla alla tomba, ma una storia professionale frammentata e flessibile, sempre in movimento, dentro e fuori da progetti e team temporanei, in un processo di constante auto-educazione. Cambiando l'ambiente imprenditoriale, cambia di conseguenza anche il ruolo del governo, cui viene affidato sempre più il ruolo di regolatore in questa ondata di liberalizzazioni. Trasformazioni che conosciamo già, ma lette attraverso la storia di Stewart Brand prendono un sapore diverso, un vago aroma di cannabis...

18 dicembre 2006

La battaglia delle tariffe elettriche

Un centinaio di grossisti contro 160 distributori, tra cui una decina di grandi, per contendersi quasi 35 milioni di clienti. Sono queste le forze in campo, comprese le svariate posizioni che si sovrappongono da una parte e dall' altra, per la madre di tutte le battaglie sul mercato elettrico italiano. Data d' inizio del match, luglio 2007, quando scatterà la liberalizzazione completa di tutte le utenze, anche quelle domestiche. Ma le grandi manovre sono già cominciate da tempo, con l' assalto dei lobbisti di entrambe le parti alle stanze del potere. E lo scontro è destinato a durare anni. «Come in tutte le grandi gare podistiche, prenderemo velocità solo nel 2008», prevede Francesco Starace, responsabile Enel del mercato. Dal punto di vista puramente quantitativo, in realtà il grosso del mercato è già liberalizzato: al contrario del mercato del gas, sull' energia elettrica l' Italia ha scelto la strada di una vera apertura alla concorrenza. Dal ' 99, quando il decreto Bersani ha segnato l' inizio di questo processo, il 60% dei clienti industriali ha cambiato fornitore. Meglio di noi hanno fatto soltanto il Regno Unito e la Scandinavia. Di conseguenza, su un consumo complessivo di 185 terawattora l' anno, 135 sono già «liberi». «In questo mercato - spiega Starace - la quota dell' Enel si è ridotta a meno del 15%». Da luglio potranno cambiare fornitore anche le famiglie, che rappresentano un parco consumi di 60 terawattora l' anno. I restanti 90 terawattora fanno capo al cosiddetto «popolo delle partite Iva», che è già libero di cambiare fornitore da quasi due anni, ma finora l' ha fatto solo in misura irrisoria. Dal punto di vista numerico, invece, il parco clienti che si apre il prossimo luglio è immenso: sui 35 milioni di utenti elettrici italiani, finora solo 500mila hanno scelto il mercato libero. Gli altri, di cui 7 milioni già «eleggibili», sono ancora legati al loro fornitore originario. Su questo mercato, l' Enel mantiene una quota dell' 80%. Il resto è suddiviso fra le varie municipalizzate, in primis Acea di Roma, Aem Milano, Aem Torino, Hera di Bologna... Dall' altra parte della barricata, i contendenti si chiamano Eni, Edison, Sorgenia del gruppo Cir, le varie estere Rezia, Egl, Eon e una vasta costellazione di trader che comprano e vendono alla Borsa elettrica cercando così il loro profitto: ne sono registrati un centinaio. Tutti questi soggetti potrebbero tentare di fare concorrenza agli incumbent, ma è dubbio quanto gli convenga scendere in campo, nella situazione attuale. «Stiamo cercando di favorire la libera competizione e offrire agli utenti una reale possibilità di cambiare fornitore, ma sarebbe tutto più facile se arrivassimo all' appuntamento con una struttura di mercato più efficiente», spiega il presidente dell' Authority Sandro Ortis. Per avvicinarsi a quest' obbiettivo, le riunioni si susseguono furiosamente. «Dobbiamo istituire entro luglio un servizio di salvaguardia e un fornitore di ultima istanza, per scongiurare interruzioni delle forniture causate da eventi contingenti, come fallimenti di società o simili. Dobbiamo cambiare il sistema di tariffe agevolate, individuando una fascia sociale davvero più bisognosa, da sostenere con prezzi più bassi. Dobbiamo considerare l' ipotesi di un servizio di maggior tutela per i clienti più vulnerabili, quelli domestici, che potrebbe essere affidato all' Acquirente Unico», elenca Ortis. Poi c' è la struttura delle tariffe, che oggi concede all' attività commerciale un margine talmente risicato da diventare insostenibile. E infine l' accessibilità dei dati: chi conosce il profilo di carico e le abitudini di consumo dei clienti, ha una marcia in più decisiva. «Ma abbiamo bisogno del perimetro normativo», insiste Ortis. «Dal 1° luglio - concorda il presidente dell' Acquirente Unico, Nando Pasquali - non si potrà più parlare di cliente vincolato. Ma la domanda è: come accompagnare questa moltitudine verso il mercato libero?» La risposta sta nel governo e nel Parlamento, che ancora non si sono pronunciati, mettendo in difficoltà i nuovi entranti alla ricerca di una strategia commerciale. Non per mancanza di attenzione a questo tema, ma semmai il contrario: «Ognuno tira dalla sua parte», dicono gli insider. E gli interessi in gioco sono giganteschi. Il nodo principale, su cui infuria la battaglia dei lobbisti, sta nella struttura delle tariffe: anche se la liberalizzazione dovrebbe eliminare la tariffa regolata, è chiaro che nel mercato elettrico finirà come in quello del gas. «Stabiliremo un meccanismo di price cap: più su di così non si può andare», precisa Ortis. E da lì in giù, vinca il migliore: chi riesce ad essere più efficiente e offre i prezzi più bassi, rastrella il maggior numero di clienti. Il problema è che l' attuale struttura tariffaria premia il produttore e il distributore, ma penalizza il venditore. «Facendo un calcolo a spanne - fa notare Massimo Orlandi, capo di Sorgenia - su 45 euro all' anno per cliente, 25 vanno a remunerare il servizio di misura, 17 quello di trasporto e meno di 3 il commerciale: quindi i primi 42 euro resterebbero nelle tasche dell' incumbent e nelle mie tasche ne arriverebbero meno di 3. Ma con 3 euro per cliente non ci pago nemmeno i francobolli per le bollette...» In pratica, l' attività di vendita non è quasi remunerata e pochi nuovi entranti saranno pronti a sviluppare un servizio commerciale capace di reggere l' impatto del mass market, visti i margini risicatissimi. «L' utente domestico non è un cliente facile: pretende, protesta, telefona», commenta Starace, che lo conosce bene. Chi se lo prenderà?

11 dicembre 2006

Bruciamo più gas, ne arriva sempre meno

Tranquilli. Inverno mite, ovvero emergenza gas scongiurata. Sembra logico, ma spesso l' apparenza inganna. Come in questo caso. È vero che gli stoccaggi sono attrezzati meglio dell' anno scorso, grazie all' intervento del ministro Pier Luigi Bersani, ma è anche vero che i tubi sono sempre quelli e l' export russo continua a calare, mentre la sete di metano degli italiani cresce. Il calo di forniture sul confine orientale, da una media del -4,2 per cento sui primi dieci mesi dell' anno, è schizzato a un -19,9 per cento in ottobre. L' inverno russo è cominciato. Le ultime stime ministeriali, d' altra parte, prevedono un incremento complessivo della domanda di circa 3 miliardi di metri cubi di gas per quest' inverno, che diventeranno 4 miliardi nel 2007-2008. È una sete che non c' entra nulla con le temperature, calde o fredde che siano, ma con la produzione elettrica, che in Italia si sta spostando massicciamente dall' olio combustibile al metano, senza calmieri. «Rispetto all' anno scorso, quest' anno abbiamo ben tre centrali termoelettriche in più, per 2.500 megawatt complessivi, che bevono ognuna 4-5 milioni di metri cubi di gas al giorno», spiega Davide Tabarelli di Nomisma Energia. Da una parte queste nuove centrali risolvono il problema della carenza nella generazione italiana, ma dall' altra incrementano i consumi di gas. Tanto è vero che nell' aumento del fabbisogno previsto per quest' inverno, la quota destinata a usi civili è quasi irrilevante: solo 300 milioni di metri cubi, contro i 2,6 miliardi legati all' entrata in funzione dei nuovi impianti di generazione elettrica. Non a caso il ministro Bersani continua a ripetere che «bisogna cominciare a mettere un tetto all' utilizzo del gas per l' energia elettrica». Messo così, è un invito difficile da tradurre in pratica, considerando che siamo in regime di libero mercato. «La corsa al gas italiana - conferma Riccardo Monti del Boston Consulting Group - ci porterà quest' anno, secondo i nostri calcoli, a una carenza di un miliardo abbondante di metri cubi di gas entro la fine dell' inverno». Ma il problema non è solo italiano. «La corsa al gas sta portando a un raddoppio della domanda in tutta Europa - precisa Monti - mentre la produzione interna è in drastico calo: nel giro di una decina d' anni l' import di gas dovrà essere triplicato per coprire il nostro fabbisogno, ma non sembra che la Russia sia in grado di star dietro a questo ritmo di crescita, perché anche la loro domanda interna sta aumentando». Il ministro dell' Economia della Federazione russa, German Gref, nei giorni scorsi, ha lanciato per primo l' allarme sul deficit incombente: «Il mercato interno avrà bisogno da solo di 26-27 miliardi di metri cubi di gas in più, mentre le nostre proiezioni indicano una crescita di 21 miliardi di metri cubi supplementari». Gref ha detto apertamente di non avere idea di dove si possano trovare le risorse necessarie per colmare il deficit, che ha origine nella scarsa attenzione prestata in questi anni da Gazprom all' estrazione di gas e al potenziamento dei metanodotti. «Si sono talmente concentrati sul vendere, vendere, vendere, che si sono dimenticati di produrre», commenta Tabarelli. Gazprom non ha nessun interesse a mettere la crisi nero su bianco, ma basta osservare i numeri per notare le coincidenze: nei primi dieci mesi del 2006 l' export di gas dalla Russia è calato del 4,3 per cento rispetto all' anno scorso, fino a un crollo del 10,7 per cento in ottobre, corrispondente al crollo dell' import ai nostri confini orientali. Eppure, sottolinea il resoconto del ministero dello Sviluppo Economico, la tendenza al rialzo dei prezzi del gas russo sui mercati internazionali (+51,3 per cento in media mensile) avrebbe dovuto favorire le esportazioni. Questo conferma che il deficit è strutturale, non congiunturale. La falla per ora non si nota, ma non bisogna farsi ingannare dal clima mite: «Siamo sul filo del rasoio», ripete Bersani. E non si vedono soluzioni reali all' orizzonte: di nuovi gasdotti si parla da anni - dall' Igi per importare il gas turco passando per la Grecia, al Galsi per importare altro gas algerino attraverso la Sardegna - ma i tempi sono lunghi, così come anche per i terminali di rigassificazione. Gli interventi per affrontare l' emergenza possono essere solo difensivi: l' utilizzo degli stoccaggi strategici e le misure per la riduzione della domanda, comprese le interruzioni ad alcuni utenti industriali, sono già programmati. Gli stoccaggi di modulazione sono stati incrementati di 600 milioni di metri cubi rispetto all' anno scorso. Nuove concessioni sono in esame nei vecchi giacimenti esauriti, da Alfonsine a Conegliano, ma nessun aumento significativo di capacità di stoccaggio è previsto fino al 2011. A tutto vantaggio di Gas Plus, la società di Fidenza appena andata in Borsa col botto, che si profila come la nuova regina degli stoccaggi. Già prenotati da Gazprom con un accordo blindato per distribuire il suo gas direttamente ai clienti finali italiani. Quale gas, non si sa.

13 novembre 2006

Il triangolo della morte di Acerra

Lo chiamano «il triangolo della morte». Nel territorio compreso fra Nola, Acerra e Marigliano, l' indice di mortalità per tumore al fegato ogni 100 mila abitanti sfiora il 36 per cento, contro una media nazionale del 14. Migliaia di persone sono esposte a sostanze altamente tossiche da decenni. La criminalità organizzata ha fatto dello smaltimento illegale dei rifiuti un vero business, attraverso il controllo di 5 mila discariche illegali, dove le immondizie vengono regolarmente bruciate a cielo aperto. Tutto è contaminato: gli agenti inquinanti, come la diossina, sono ben al di sopra dei livelli consentiti nell' aria, nell' acqua e nei prodotti della terra. Ma Acerra scende in piazza e si ribella a un solo mostro: il termovalorizzatore. Per dare agli operai accesso al sito dove dev' essere costruito, ci sono voluti quattro anni di battaglie e la mobilitazione di migliaia di poliziotti. E intanto la camorra fa i suoi affari. Valanga di voti Il senatore di Rifondazione comunista Tommaso Sodano, professione agronomo, è stato eletto nel collegio di Pomigliano-Acerra con una valanga di voti dopo essere salito sulle barricate insieme al sindaco Espedito Marletta (anche lui di Rifondazione) per bloccare l' impianto deciso nel ' 97 dal commissario Antonio Rastrelli come primo tentativo di risolvere l' emergenza rifiuti campana. Ora presiede la Commissione ambiente del Senato. Il presidente dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio, salernitano, definisce la costruzione dell' impianto «un accanimento inspiegabile». Ora è ministro dell' Ambiente. Ma i rifiuti non si dissolvono nell' aria, non possono mai essere riciclati completamente. Anche nei sistemi più avanzati, almeno la metà va smaltita in qualche altro modo: bisogna scegliere fra il termovalorizzatore e la discarica. I partner europei hanno scelto i termovalorizzatori, al momento attuale in Europa occidentale se ne stanno costruendo una cinquantina e le discariche ormai non ci sono più. In Danimarca vengono inceneriti ogni anno 600 chili di rifiuti per abitante, in Svizzera 400, in Olanda e Svezia 350, in Francia più di 200 (vedi tabella in basso, ndr). In Italia siamo a quota 60. Fisia Babcock, la società di Impregilo che ha vinto nel ' 99 la gara d' appalto per i due termovalorizzatori campani, quello di Acerra e quello di Santa Maria La Fossa (Caserta), ne ha in costruzione 12, sparsi fra Germania, Svezia, Finlandia, Danimarca, Olanda e Francia. L' ultimo, a Riihimäki nel sud della Finlandia, è entrato in produzione in 28 mesi. In Campania, se d' ora in poi il cantiere non subirà altri attacchi come quello recente dei disoccupati organizzati, l' impianto di Acerra sarà operativo il prossimo autunno, a otto anni dal conferimento dell' incarico. Quello di Santa Maria La Fossa non è nemmeno cominciato e attende la firma del ministro Pecoraro Scanio sulla valutazione d' impatto ambientale. «Ci avevano scritto in luglio che l' avremmo avuta nel giro di una settimana - riferiscono alla Protezione Civile - la stiamo ancora aspettando». L' impianto L' impianto di Acerra, anche quando sarà a regime, non risolverà il problema della Campania: delle 8 mila tonnellate di rifiuti prodotti ogni giorno dai suoi abitanti, ne può incenerire solo 2 mila, che bruciando produrranno due milioni e mezzo di kilowattora, quanto basta per alimentare una cittadina di medie dimensioni. Il resto, finché non si avvia una raccolta differenziata com' era scritto nel piano e non è mai stato fatto, continuerà ad andare in discarica. Ma in provincia di Napoli le montagne di monnezza si accatastano per le strade e non si riesce più a trovare nemmeno le discariche, legali o illegali. «Quando hai l' urgenza di decongestionare - sussurrano alla Protezione Civile - ricorri a chiunque ti offra una soluzione». Ma la soluzione non c' è. «Siamo costretti ad incontrarci clandestinamente nelle prefetture - confidano - perché i sindaci hanno paura di essere linciati se offrono un terreno». Tant' è vero che Guido Bertolaso, l' uomo forte della Protezione Civile nominato un mese fa nuovo commissario dopo tre governatori e cinque prefetti, già minaccia le dimissioni. Mancano i fondi per gestire l' emergenza, figurarsi per superarla: lo sbilancio mensile dell' attività del commissario oscilla fra i 5 e i 10 milioni di euro. «Se non paghiamo i debiti pregressi - spiegano alla protezione Civile - tutte le porte si chiudono: non riusciamo nemmeno più a esportare i rifiuti all' estero per problemi di costi e anche spedirli nelle altre regioni sta diventando problematico». Dopo la richiesta d' aiuto lanciata da Bertolaso il 14 ottobre solo due regioni, il Piemonte e l' Emilia-Romagna, hanno dato la loro disponibilità.

6 novembre 2006

La concorrenza vola con il vento

Gli investimenti globali nell' energia pulita, tratta da fonti rinnovabili come il sole o il vento, sono più che raddoppiati negli ultimi due anni, arrivando a superare i 63 miliardi di dollari. E sono destinati a crescere almeno di un altro trenta per cento l' anno prossimo. Il settore è in pieno boom: beneficia da un lato dei progressi tecnologici che migliorano l' efficienza delle nuove fonti, dall' altro del caro-greggio, che abbatte il gap con i costi di generazione da fonti tradizionali. Ma il differenziale non è del tutto colmato e l' energia pulita ha ancora bisogno di essere incentivata per crescere. «In Italia, ad esempio, per raggiungere l' obiettivo comunitario, fissato al 22% della nostra produzione complessiva di energia al 2010, dovremo spendere circa due miliardi di euro all' anno in sussidi alla costruzione di impianti solari, eolici e via dicendo», spiega Andrea Bollino, presidente del Gestore dei servizi elettrici (Gse), che occupa un ruolo centrale nella promozione delle fonti rinnovabili, con il mercato dei certificati verdi e l' incentivazione del fotovoltaico. Ma gli italiani - si è chiesto Bollino - sarebbero disposti a pagare direttamente una parte di questi sussidi, a condizione di finanziare in questo modo la crescita di un settore capace di ridurre la nostra dipendenza dagli idrocarburi? E in che misura? La risposta - presentata da Bollino alla conferenza mondiale dell' International Association for Energy Economics di Ann Harbor, dov' è stato eletto presidente per l' anno prossimo - è abbastanza stupefacente: gli italiani sarebbero disposti a sobbarcarsi direttamente circa un terzo del costo complessivo dei sussidi. In base a un sondaggio condotto dall' Eurisko per la prima volta in Italia, si è scoperto infatti che gli utenti elettrici sarebbero pronti a pagare in media 5 euro in più a bolletta per finanziare l' energia verde, quindi 30 euro all' anno. «Moltiplicato per 21 milioni di utenze familiari, si arriva a 660 milioni, cioè quasi un terzo dei 2 miliardi che servono per arrivare in tempo al nostro target», conclude Bollino. Un supporto straordinariamente deciso, tenuto conto del fatto che la fattura energetica in Italia è già ben più alta che all' estero. «Questo significa - commenta Bollino - che le fonti rinnovabili hanno un sostegno dal mercato ben più alto di quanto si creda, basterebbe farle conoscere meglio: si è visto anche dalla valanga di richieste che ci sono arrivate per gli incentivi al fotovoltaico». Purtroppo andate in gran parte a vuoto, data l' inadeguatezza del sistema. La crescita delle energie alternative, del resto, darà anche una spinta alla libera concorrenza. E quindi, alla lunga, i rincari verrebbero compensati. Bollino paragona la nascita di un sistema di generazione nuovo, parallelo a quello tradizionale, allo sviluppo della telefonia mobile. «Così come lo sviluppo degli operatori mobili ha dato una spinta alla deregulation nelle tlc - prevede Bollino - per il mercato dell' energia il nuovo fronte sono le rinnovabili, che introducono nuovi player in un sistema ingessato come quello attuale, ancorato alle vecchie fonti, dove prevalgono inevitabilmente gli ex monopolisti». Non a caso le nuove imprese, capaci di trasformare il sole e il vento in energia, sono oggetto di un' euforia borsistica ormai da molti paragonata alla bolla Internet. Il New Energy Fund di Merrill Lynch, considerato uno degli indici più rappresentativi del mercato, è cresciuto del 202 per cento in tre anni. Grazie al boom degli investimenti, l' innovazione rende le tecniche di utilizzo delle fonti rinnovabili sempre più remunerative. E gli analisti calcolano che in zone molto ventose, come la Sardegna, un parco eolico installato sulla terraferma sia già in grado di reggersi sulle proprie gambe. Da qui a rinunciare completamente ai sussidi, ce ne corre. Ma è il primo passo verso una svolta.

30 ottobre 2006

Per l'Eni Capo Nord si fa rovente

La lunga notte artica sta per scendere sul Mare di Barents, ma al largo di Capo Nord le trivelle non cesseranno di funzionare. Un quarto delle riserve mondiali di idrocarburi non ancora sfruttate potrebbe dormire qui sotto. Finora, però, la corsa all' oro nero ha scoperto solo due vene veramente notevoli. Dalla parte russa del Mare di Barents, a 500 chilometri dal porto di Murmansk, c' è Shtokman, il giacimento di gas più grande del mondo, che Gazprom ha appena reclamato per sé estromettendo tutte le major occidentali finora impegnate nelle prospezioni. Dalla parte norvegese c' è Goliat, un giacimento di petrolio scoperto dall' Eni a neanche 50 chilometri dalla costa, che già fa parlare di sé come il primo assaggio di un nuovo «Mare del Nord». Per ora le riserve di Goliat sono stimate in 250 milioni di barili, per un valore di circa 15 miliardi di dollari. «Ma il giacimento potrebbe essere ben più vasto», precisano al Direttorato norvegese del petrolio. Le stime di varie società di analisi, come la norvegese First Securities o la britannica Wood McKenzie, parlano di almeno 6-700 milioni di barili. Se ne saprà di più quando l' Eni - proprietaria del giacimento al 65%, insieme a due compagnie norvegesi, la Statoil al 20% e la Dno al 15% - avrà completato due nuove trivellazioni, appena iniziate. Per ora la portata delle scoperte è circondata dal massimo riserbo. E non stupisce. La zona di Goliat, infatti, si sta facendo piuttosto affollata. A parte le 400mila pulcinelle di mare che nidificano da quelle parti, c' è Esperanza, la nave di Greenpeace, che ha tentato più volte l' assalto: «La produzione di petrolio offshore contempla sempre un certo rischio, ma questo è inaccettabile in un' area ecologicamente unica come questa», commenta Brad Smith, responsabile di Greenpeace per le campagne nei mari artici. «Il sito di Goliat - spiega Smith - è una delle aree più fragili del Mare di Barents, qui si riproducono e crescono i principali stock di pesce norvegese, qui vivono milioni di uccelli marini e si nutrono nelle acque prospicenti alle scogliere: quest' area è già minacciata dal traffico delle petroliere russe dirette ai mercati europei e richiede maggiore protezione, non un aumento del rischio petrolifero». In sostanza, Greenpeace chiede all' Eni di sospendere immediatamente ogni attività: «Per mantenersi nei principi ambientali inclusi nel suo codice etico, l' Eni deve abbandonare i piani di trivellazione nell' area di Goliat». In realtà è del tutto improbabile che le richieste degli ambientalisti facciano breccia nelle autorità locali, che già oggi impongono regole molto restrittive alle ricerche petrolifere nel Mare di Barents e le mettono completamente al bando nel circondario delle isole Lofoten. «Non è mai successo - precisa Bente Nyland, del Direttorato norvegese del petrolio - che una licenza di esplorazione sia stata revocata dopo aver trovato abbastanza petrolio da giustificare l' avvio della produzione commerciale». E qui abbiamo già superato questo stadio. Anzi, l' Eni deve difendersi da un assalto ben più preoccupante di quello degli ambientalisti. La corsa delle compagnie internazionali che hanno chiesto licenze di trivellazione nella zona si sta facendo travolgente: il Direttorato non rivela i nomi, ma annuncia l' avvio di altri 24 blocchi di esplorazione, nell' area che si estende tra Goliat e il vicino giacimento di gas di Snohvit, geologicamente omogenei. Non potranno mancare alla festa le norvegesi Statoil e Hydro, controllate al 71 e al 44% dallo Stato. Le due cugine, del resto, non si sono ancora riavute dalla mala parata sul fronte russo: dopo aver speso 60 milioni di euro e molto know how nelle trivellazioni per Shtokman, sono state brutalmente estromesse insieme a Chevron, ConocoPhillips e Total dal padrone di casa, Gazprom, che ha deciso di vendicarsi così per le resistenze occidentali all' ingresso della Russia nella Wto. Le trattative per ridurre il nazionalismo russo a più miti consigli sono in corso. Ma nel frattempo a Capo Nord la vita si fa sempre più dura.

25 ottobre 2006

Blog aziendali, dal marketing al knowledge management

Quanto può contare un blog a supporto delle strategie di comunicazione e delle campagne di marketing è facilmente immaginabile. Ormai quasi tutte le grandi aziende ne fanno ampio uso per arricchire i propri rapporti con il pubblico. Ma l'uso dei blog come strumenti di knowledge management interni alle organizzazioni è ancora poco conosciuto, pur essendo di pari se non maggiore importanza. Moltissime corporation, da Sun Microsystems a Ibm, da Gm a Hewlett Packard, hanno un sistema di blog accessibili solo dall'interno, protetti da un firewall, per condividere i progetti con i colleghi. Altre, come GE, utilizzano addirittura blog aperti anche per gli scambi aziendali. Su Edison's Desk, il blog del dipartimento di ricerca e sviluppo di GE, i ricercatori mettono in rete di tutto, dai nuovi progetti in materia di energie rinnovabili alle promesse dei materiali autopulenti. Si tratta di una rivoluzione, non solo sul fronte del concetto di proprietà intellettuale, ma anche sul fronte della governance in senso lato. Vedi il caso di Mark Jen, diventato una cause célèbre l'anno scorso, quando fu licenziato da Google dopo aver riferito nel suo blog qualche dettaglio di troppo sulla sua vita aziendale. Già oggi un caso simile sarebbe impensabile. Ma viene da chiedersi: perché i blogs stanno soppiantando le intranet aziendali? E come possono contribuire alla gestione della conoscenza interna? La risposta alla prima domanda è banale: sono facili da avviare, molto convenienti nella gestione quotidiana e inducono al dialogo continuo e informale. Tutta un'altra cosa rispetto alla rigidezza paludata delle intranet aziendali. La seconda risposta necessita di una piccola introduzione: a cosa serve il cosiddetto knowledge management? Serve a preservare l'expertise dell'organizzazione anche quando i depositari di queste conoscenze se ne vanno in pensione (l'attuale curva demografica rappresenta una grave preoccupazione per le multinazionali del mondo industrializzato) e a mettere in comune queste risorse per addestrare le nuove leve. Serve a fornire informazioni che esulano dal loro campo specifico d'attività a tutti i dipendenti. Serve ad evitare di perdere tempo per reinventare soluzioni a problemi già risolti. Per ottenere questo risultato bisogna superare una serie di barriere. La prima è indurre gli esperti a mettere in comune la propria expertise, a meno che la comunicazione non faccia già direttamente parte del loro mestiere. Se è vero che tutto il valore di un lavoratore sta in quello che sa (e che gli altri non sanno), perché dovrebbe improvvisamente metterlo in comune? Il rischio di perdere parte del proprio valore rende la maggior parte degli esperti riluttanti ad aprire i propri forzieri, a maggior ragione se si tratta di conoscenze tecniche strategiche per l'azienda. Di conseguenza, il primo passo sulla strada del knowledge management parte sempre da un cambiamento complessivo di prospettiva nella cultura aziendale. Il passaggio dalla mentalità da "cane da guardia" del proprio sapere alla cultura della condivisione, comporta un incoraggiamento esplicito da parte dell'azienda a mettere in comune le proprie conoscenze. Un'altra barriera è la diffidenza degli altri a riconoscere un oscuro collega come esperto di qualcosa. La terza barriera è individuare la collocazione dei flussi del sapere all'interno dell'organizzazione e intercettarli. Per superare questi tre ostacoli, di non poco conto, è molto più adatto un sistema flessibile, informale e facile da aggiornare tutti i giorni piuttosto che un database rigido e suddiviso per argomenti, come quelli che sono stati usati fino ad oggi. Ecco la risposta alla seconda domanda. I blogs stanno trasformando in maniera radicale e dando sostanza a tutti i sistemi di knowledge management del mondo. Il nuovo software consente agli esperti di integrare perfettamente questa attività nel loro ambiente naturale di lavoro, come se fosse un nuovo browser, annotando in tempo reale i siti da segnalare come parte della loro area di expertise. Supera i formalismi e le gerarchie dei sistemi tradizionali. Polverizza le normali classificazioni per categorie, introducendo una maggiore flessibilità nella ricerca delle informazioni, reperibili anche direttamente attraverso i nomi degli esperti, una volta riconosciuti come tali. In questo modo offre alle organizzazioni la possibilità di attingere non solo a un banale archivio di documenti già creati, ma direttamente alla conoscenza dei propri dipendenti - passati e presenti - rinnovata in tempo reale dagli scambi e dalle discussioni interne. L'ultimo passo, che già si vede spuntare in qualche blog aziendale fra i più avanzati, è la certificazione del valore delle informazioni fornite, attraverso il "voto" degli utenti o addirittura attraverso un processo di "peer review" nel caso di contenuti scientifici. Un buon indirizzo per approfondire l'argomento o semplicemente dare un'occhiata a qualche blog aziendale, è http://www.eu.socialtext.net/bizblogs/index.cgi, la directory più completa dei blog delle aziende Fortune 500. La lista è partita da una polemica avviata da Chris Anderson, direttore di Wired e autore di "The Long Tail" (http://www.thelongtail.com), sulla scarsa attenzione delle grandi multinazionali al femonemo dei blog: dalla lista risulta che solo l'8% di queste aziende utilizzano ad oggi dei blog aziendali aperti al pubblico. Un mese fa era il 4%.

23 ottobre 2006

Solare? In Italia incentivati solo i furbi

Esempio pratico: «Per un impianto fotovoltaico da 50 KW: energia prodotta annualmente circa 65 mila kwh (Centro Italia); guadagno complessivo circa 36 mila euro/anno, cioè 700 mila euro in 20 anni; costo dell' impianto "chiavi in mano" 260/300 mila euro. Si metta in contatto con noi per avere un' offerta individuale che rispecchi le Sue esigenze. Le facciamo avere, in tempi brevi, un preventivo per la realizzazione della Sua centrale fotovoltaica». Questa è Suneon, una delle imprese che hanno fatto man bassa degli incentivi al fotovoltaico messi in palio dal Gestore del sistema elettrico, che dovevano far decollare il mercato italiano del solare. L' azienda bolzanina è nata in marzo, sull' onda dei nuovi contributi in conto energia, e ha già 50 progetti in pipeline - dicono i due soci Alexander Berger e Reinhold Gabloner - per 49,5 MW in tutto, ben più dell' attuale parco solare complessivo italiano. Ma neanche uno realizzato. A un anno dalla partenza del nuovo sistema d' incentivazione, in effetti non si è mossa foglia: su 185 MW di progetti incentivati, finora non c' è nemmeno 1 MW in funzione. E solo per 27 MW è stato notificato l' inizio dei lavori. «Se non arriviamo neanche a 10 MW installati entro la fine del 2006, l' Italia ci fa davvero una figuraccia e rischia di perdere gli investimenti delle grandi aziende del settore», spiega Gianni Chianetta di Bp Solar, uno dei giganti mondiali dell' energia del sole. Chianetta - che è anche presidente di Assosolare, la neo costituita associazione dell' industria fotovoltaica - punta il dito da un lato su un sistema decisamente mal congegnato, dall' altro su un assalto di incompetenti attratti dal guadagno facile. «Il punto dolente sta nei tetti annuali di potenza, che hanno spinto le aziende a fare incetta di autorizzazioni», precisa Chianetta. Ma da qui a realizzare i progetti autorizzati, ce ne passa. Suneon, ad esempio, ha rastrellato insieme alla siciliana Ste.da decine di autorizzazioni nella gara tenuta in marzo dal Gestore del sistema elettrico sui progetti più grossi, di potenza superiore a 50 KW. Il meccanismo era quello dell' asta al ribasso: i progetti che potevano essere realizzati con il minore esborso per lo Stato sono stati autorizzati. Con il risultato di assegnare tutta la quota annuale a un paio di aziende che si offrivano di realizzare gli impianti anche accontentandosi di un incentivo ventennale di 30 centesimi a kwh, contro una base d' asta di 49 centesimi. Un bel risparmio del 40%. Ma così l' impianto non è remunerativo. Hai voglia di tentare di rivendersi l' autorizzazione a chi era rimasto fuori: nessuno ci è cascato. Di conseguenza, al momento di presentare le fidejussioni bancarie (un milione di euro a MW), per realizzare i progetti, tutti si sono tirati indietro. Risultato: alla fine di settembre, al Gestore del sistema elettrico non è rimasta altra scelta che andare a riaprire la graduatoria e ammettere altri trenta progetti. E via a scalare. Finché alla fine, prima o poi, si troverà qualcuno che si accolla il rischio. Ma intanto si è perso un anno. «Ora si riparte con prospettive solide e obiettivi ambiziosi», annuncia il consigliere del ministro Bersani, Gianni Silvestrini, che sta disegnando il nuovo decreto d' incentivazione, destinato a sostituire il vecchio sistema dal 1° gennaio. «Puntiamo a semplificare al massimo l' accesso all' incentivo, per evitare ogni tipo di speculazione - puntualizza Silvestrini -. Toglieremo il tetto annuale ed elimineremo il sistema delle fidejussioni, spostando la concessione dell' incentivo al momento dell' entrata in esercizio dell' impianto». In sostanza l' impianto sarà automaticamente ammesso all' incentivazione, con diversi livelli di incentivo a seconda della tipologia: più alto per gli impianti piccoli e integrati negli edifici, più basso per quelli grandi a terra. Ma se è vero che cadranno i tetti annuali, nel testo attuale del nuovo decreto si parla comunque di un tetto complessivo, che non è stato ancora fissato. La cifra più accreditata, 1.500 MW al 2012, è già un obiettivo ambizioso: in pratica, darebbe via libera all' installazione di 250 MW di pannelli all' anno, quando fino ad oggi in Italia non si supera una potenza installata di 40 MW in tutto. «Se riusciremo a raggiungere questo ritmo di crescita sarei davvero molto soddisfatto - commenta Silvestrini -. Il nostro obiettivo è dare vita anche qui a un' industria del solare, che nel resto del mondo cresce a ritmi vertiginosi mentre in Italia, il Paese del sole, è ancora ferma». In Germania, con un milione di pannelli solari installati, sono nate 5 mila aziende che danno lavoro a 25 mila addetti. Nel futuro del Belpaese, Silvestrini vede la nascita di un «Italian Solar Design», capace di incidere sui nuovi standard architettonici mondiali, dove ormai la sostenibilità ambientale degli edifici è diventata un must. «Ma per fare questo dobbiamo muoverci in fretta - fa notare Chianetta - e liberarci dalle pastoie delle autorità locali, che trattano gli impianti fotovoltaici come se fossero centrali nucleari e impongono mille pareri prima di concedere la licenza edilizia: nel nuovo decreto questo problema non viene risolto». Altrimenti l' Italia rischia ancora una volta di restare al palo.

25 settembre 2006

Offshoring fino all'ultimo respiro

Mikhail Gorbachev è stato accolto da un lungo applauso lo scorso agosto, in una sala gremita alla periferia di Boston. Ma nel suo discorso non c'era traccia di perestroika o di pace nel mondo. L'ex presidente sovietico ha caldeggiato il principio dell'apertura dei mercati e messo in luce senza mezzi termini il formidabile talento dei programmatori russi, invitando i 700 manager convenuti al Massachusetts Software Council a investire nella nascente industria informatica dell'ex Impero del male. E nessuno si è meravigliato della sua trasformazione, da statista di rango a piazzista di lusso: è solo un segno della crescente posta in gioco sul tavolo dell'outsourcing globale. Dal Brasile al Vietnam, dalla Russia al Botswana, tutto il mondo in via di sviluppo è in corsa per attirare gli investimenti nei servizi delle multinazionali europee e americane. L'India è il loro modello. L'anno scorso il gigante asiatico ha totalizzato un giro d'affari da 22 miliardi gestendo reti informatiche piazzate dall'altra parte del globo, rispondendo alle telefonate di clienti texani o scozzesi, elaborando fatture o scrivendo software per aziende sempre più globalizzate. Non stupisce che tanti governi si stiano muovendo per costruire altre mille Bangalore: guardano ai risultati messi a segno nel subcontinente indiano - compreso il milione e mezzo di posti di lavoro creati in dieci anni - e vogliono partecipare al gioco. Rispetto all'outsourcing manifatturiero, ad alta intensità di capitale, catturare l'outsourcing dei servizi non richiede grandi strutture e può generare centinaia di posti di lavoro in più per ogni dollaro investito. Ma i benefici economici e sociali si estendono ben oltre i vantaggi immediati: in base alle stime di Nasscom, l'associazione indiana del settore, per ogni nuovo lavoratore nell'hi-tech si creano ben sette posizioni nell'indotto. Per di più, i Paesi che vogliono competere in questa gara devono per forza migliorare le proprie infrastrutture e introdurre maggiore flessibilità nella legislazione, con ricadute positive di vasta portata. La domanda di manodopera specializzata dà slancio al miglioramento del sistema educativo e le nuove competenze acquisite da tutti gli studenti mettono in moto un circolo virtuoso di sviluppo inarrestabile. Per ottenere tutto ciò, basta intercettare il volano di un settore che sta esplodendo. Le stime di Gartner dicono che il mercato dell'offshoring di servizi IT e del backoffice ha raggiunto un valore di 34 miliardi di dollari nel 2005 e potrebbe raddoppiare entro la fine dell'anno prossimo. La fetta indiana della torta, oggi del 60%, è destinata a ridursi, proprio a causa del successo che spinge in alto i salari e accelera il turnover. Questo lascia un po' più di spazio agli altri Paesi in gara, che l'anno prossimo si metteranno in tasca 30 miliardi di dollari da questo business. Ma all'interno della cifra complessiva, è tutto da vedere quali saranno i cavalli vincenti. Tra i contendenti c'è naturalmente la Cina, grazie alle dimensioni micidiali della sua forza lavoro e alla capacità di attrarre investimenti nell'outsourcing manifatturiero, dov'è spesso incluso lo sviluppo di tecnologie digitali. Anche Russia, Brasile e Messico, grazie alle diverse specificità geografiche o storiche, sono in testa alle classifiche: offrono costi e talenti più o meno assimilabili a quelli asiatici, ma hanno dalla loro il vantaggio di una maggiore contiguità ai mercati che servono. Perfino alcuni Paesi africani, sulla scia del Sudafrica che è già ben piazzato, partecipano alla corsa, dal Botswana all'Egitto. Ma il vero sprinter che sta emergendo negli ultimi mesi è il Vietnam. Uno degli ultimi bastioni del socialismo reale si è aperto al nuovo business con entusiasmo, come si deduce dall'accoglienza riservata a Bill Gates dagli apparatchik riuniti sotto i ritratti di Marx e di Lenin. Qualche mese fa l'uomo più ricco del mondo è arrivato per la prima volta in visita a Hanoi proprio durante il congresso del partito e il presidente Nguyen Minh Triet ha interrotto l'evento più solenne della vita politica del Paese per salutarlo come un eroe. Nella sua sosta all'Università della Tecnologia il fondatore di Microsoft è stato letteralmente preso d'assalto da migliaia di studenti in delirio, tra cui molti stringevano in mano la versione vietnamita dei suoi libri. L'entusiastica reazione della folla al nuovo che avanza, proprio mentre i suoi leader discutevano di piani quinquennali in pieno spirito marxista, riflette gli impulsi conflittuali che si agitano nel Vietnam di oggi, dove il governo punta all'industria hi-tech per farne la pietra angolare dello sviluppo, ma nel contempo resta legato ai modelli di un'economia strettamente controllata dallo Stato. Malgrado la conflittualità fra il sistema pianificato e la moderna economia globalizzata, il Vietnam cresce a rotta di collo: dal 2000 a ritmi del 7,5%, nel 2005 addirittura dell'8,4%. La Borsa di Hanoi, con appena 36 aziende quotate, quest'anno è cresciuta del 90%. Gli investimenti esteri diretti galoppano e Intel ha recentemente annunciato l'intenzione di costruire una fabbrica di microchip da 300 milioni di dollari a Ho Chi Minh City. Il nuovissimo Saigon High Tech Park offre a tutte le imprese IT un'esenzione fiscale di quattro anni a partire dal break-even e una riduzione del 50% nei nove anni successivi. Ma anche senza la defiscalizzazione i vantaggi sono evidenti: la popolazione è molto giovane grazie al baby-boom seguito alla guerra e il costo del lavoro è fra i più bassi del mondo, mentre il tasso d'istruzione è uno dei più elevati. In Vietnam ci sono 62 università per 84 milioni di persone, che tutti gli anni producono 8.500-9.000 laureati in materie scientifiche, 500 master e 50 dottori in campi collegati alle scienze informatiche. Da quest'anno il ministero dell'Educazione ha reso l'informatica materia obbligatoria in tutti i licei. Inoltre le condizioni favorevoli stanno riportando indietro un'intera generazione di vietnamiti espatriati, gli amatissimi “viet kieu”. Molti di loro hanno raccolto vaste esperienze nell'imprenditoria informatica a Silicon Valley e ora vogliono replicare in patria il modello di start-up appreso negli Stati Uniti. Nguyen Huu Le è uno dei casi più noti: vice presidente di Nortel, dopo 22 anni passati in Nord America è ritornato a casa e ha fondato Tma Solutions, una compagnia di software per le tlc che lavora ormai per tutti i giganti del settore, da Lucent a NTT. E questo è soltanto l'inizio.

18 settembre 2006

Snam: nessuna fusione con Terna

Terna, la rete elettrica ad alta tensione, è già da anni separata dall' Enel e privatizzata. Ora si parla di scorporo e vendita della rete Telecom. E Snam Rete Gas? La rete dei metanodotti disegnata negli anni Cinquanta da Enrico Mattei è ancora di proprietà dell' Eni al 50%, una quota che entro il 2008 dovrebbe calare sotto il 20%. Ma Paolo Scaroni non è d' accordo: la discesa di Eni nel capitale di Snam Rete Gas «non farebbe gli interessi degli azionisti», ha detto recentemente, augurandosi che «il Parlamento riveda» la norma. Sul fronte opposto, il presidente dell' Authority Sandro Ortis: «Enel ha ceduto la rete e non mi pare che sia diventata più debole. Non vedo pericoli per l' Eni». E quindi occorre che «al più presto Snam e Stogit diventino terze, perché hanno ricavi connessi a tariffe che tutti paghiamo» e «perché gli operatori possano accedere senza discriminazioni di sorta». «Ma questo già si fa», replicano alla Snam. Anzi. «Da quando la rete si è costituita in società autonoma per poi venire quotata in Borsa nel 2001, ad oggi, gli operatori che fanno transitare il loro gas sulla nostra rete sono più che raddoppiati: erano 19, ora sono una cinquantina», spiega l' amministratore delegato Carlo Malacarne. «E non abbiamo mai avuto una sola rimostranza», aggiunge fiero il presidente Alberto Meomartini. Vero è che le tariffe di trasporto entry-exit applicate sulla rete italiana sono le più basse d' Europa e sono considerate un modello di equità anche dalla Commissione Europea e dal Forum di Madrid, dove si definiscono i benchmark del mercato europeo del gas. Ma nelle ultime settimane, anche sull' onda dell' accordo con Gazprom e delle passate indiscrezioni sull' interesse dei russi nella rete italiana, s' infittiscono le voci di scorporo e anche di fusione con Terna, sul modello inglese. «È un' operazione che personalmente non caldeggio ma che ha qualche significato logico», commenta Scaroni. A condizione, fa capire, che Snam rimanga controllata dall' Eni. Di conseguenza anche Terna, se fusa in Snam, dovrebbe rinunciare alla propria indipendenza per passare direttamente sotto il cane a sei zampe. «Niente di simile è allo studio», precisa Meomartini. E la definisce un' operazione squisitamente finanziaria, visto che le due reti funzionano in base a principi del tutto antitetici: mentre la rete elettrica comanda sulle centrali, accendendole o spegnendole in base alle oscillazioni della domanda, la rete gas è un contenitore molto più elastico, che non comanda nulla e dev' essere invece pronto in ogni momento a soddisfare le esigenze degli operatori. Non a caso sugli scambi di energia elettrica - dove domanda e offerta devono sempre mantenersi perfettamente in equilibrio - è attiva già da anni una Borsa elettrica, mentre la Borsa del gas, pensata a suo tempo come un tassello importante della liberalizzazione, non è mai stata avviata. Poche sarebbero, dunque, le sinergie possibili fra i due network, che pure servono a trasmettere materie prime correlate. L' Italia infatti sta uscendo dall' era delle centrali a olio e non avendo altra scelta (il nucleare non c' è e il carbone viene fortemente osteggiato dalle comunità locali) vira rapidamente verso un sistema elettrico alimentato prevalentemente a metano: a fronte dei 18 mila MW attuali di potenza installata a gas, ce ne sono quasi 9 mila in costruzione e Snam prevede un parco centrali a metano da 32 mila MW complessivi nel 2009. Quasi un raddoppio. A fronte della domanda che corre, è inevitabile l' aumento dell' offerta: arrivano i rigassificatori e si potenziano i metanodotti che importano il gas dalla Russia e dall' Algeria, con altri in progetto per portare in Puglia il gas del Mar Nero attraverso la Turchia e la Grecia (l' Igi) e in Sardegna quello algerino (il Galsi). La domanda si concentra soprattutto al Nord, l' offerta al Sud. In mezzo c' è la rete Snam, che diventa sempre più strategica per il sistema Paese. «Gli investimenti di oggi sono già pensati in questa prospettiva: 3 miliardi e mezzo di lavori da qui al 2009 per potenziare la rete in vista delle nuove immissioni dalla Russia e dall' Algeria e in previsione di nuovi rigassificatori in funzione oltre al nostro di Panigaglia», spiega Meomartini. Oggi la rete primaria movimenta 85 miliardi di metri cubi di metano all' anno, ma già nel 2010 saranno 95 e nel 2015, secondo le previsioni, 106. «Per noi il futuro è già qui - commenta - non possiamo permetterci di farci cogliere di sorpresa dagli avvenimenti». Si è visto con la crisi del gas: nei momenti di panico vissuti dall' Italia lo scorso inverno, mancava il metano ma non i tubi per trasportarlo. «In quest' ottica di prevenzione dei possibili problemi - aggiunge Meomartini - stiamo potenziando la rete in corrispondenza dei punti di sbocco dei gasdotti esteri, quindi in Friuli e in Sicilia, ma anche nell' area padana e lungo la dorsale adriatica, colonna vertebrale del sistema». Snam si prepara così ad ogni evenienza, anche a una provvidenziale sovrabbondanza di gas rispetto al fabbisogno nazionale, che consentirebbe di fare dell' Italia uno snodo centrale di tutto il mercato europeo, quel famoso hub del gas vagheggiato da anni dal presidente dell' Authority Sandro Ortis. «Gli operatori che stanno costruendo nuovi terminali possono stare tranquilli: la rete ci sarà, neutrale ed efficiente», prospetta Meomartini. Con un piano d' investimenti di questa portata, del resto, le prospettive di fusioni impallidiscono sullo sfondo. E comunque, dice Scaroni: «Se proprio dovessimo cedere Snam, la venderemo a chi paga di più». E non è detto che gli azionisti di Terna siano il migliore offerente. Magari un' offerta in rubli potrebbe battere la concorrenza.

11 settembre 2006

Vendola: rigassificatori a Brindisi mai

Sul rigassificatore di Brindisi, «mi trovo di fronte a un mandato popolare chiaro: il consiglio regionale si è espresso all' unanimità contro questo impianto, così come il consiglio provinciale e quello comunale». Nichi Vendola, governatore della Puglia, fin dalla campagna elettorale si è schierato con decisone contro la collocazione di un terminal di rigassificazione nel porto industriale di Brindisi, dove il gruppo British Gas (Bg) sta lavorando da un anno. L' impianto, che poteva essere già pronto nel 2007, ha subito una serie di rallentamenti burocratici tali da farne slittare l' entrata in esercizio al 2009. Fra il 2001 e il 2002, le amministrazioni regionale, provinciale e comunale si erano già pronunciate a favore dell' impianto proposto da Bg, che all' inizio del 2003 ha ottenuto il via libera con un decreto interministeriale. Non le sembra un capitolo chiuso? «No, non mi sembra un capitolo chiuso. Qui bisogna decidere a che cosa dare più importanza: al mandato popolare o a un' astratta procedura amministrativa?». La procedura amministrativa ha messo insieme 23 diversi enti locali e centrali, pronunciatisi all' unanimità nella conferenza servizi. Non discendevano da un mandato popolare? «Ma sia l' amministrazione comunale che quella provinciale e regionale poi sono state mandate a casa. Ciò significa che le decisioni prese da quelle amministrazioni non hanno soddisfatto la popolazione locale. Quindi vanno modificate. Non è un caso che gli attuali amministratori siano stati votati proprio sull' onda dell' opposizione a quell' impianto. Ora che siamo stati eletti, dobbiamo dare seguito alle promesse fatte in campagna elettorale. Per questo chiediamo che venga fatta una nuova valutazione d' impatto ambientale». Non è detto che quando un' amministrazione viene mandata a casa, bisogna disfare tutto quello che ha messo in piedi. Le decisioni prese spesso diventano legge. Come la mettiamo con la certezza del diritto? «L' iter procedurale attraverso il quale si è giunti al decreto si è svolto in un clima di degrado politico, di gestione affaristica della cosa pubblica e di vaste corruttele che ora noi vogliamo correggere. Non si possono lasciar correre scelte rilevanti per il futuro del territorio che potrebbero essere state portate a maturazione da interessi personali». Lei accusa le amministrazioni precedenti di aver agito per interessi personali? «Questo è compito della magistratura». Ma non tutti a Brindisi sono contro il rigassificatore. «Ci sono alcune espressioni sindacali, che restano legate alle logiche di gestione delle passate amministrazioni. Ma sono estremamente minoritarie in termini di consenso popolare». Dunque la sua opinione è che il rigassificatore di Brindisi non s' ha da fare? «Senza dubbio. Abbiamo detto sì a una vasta serie di progetti nel campo dell' energia: a Brindisi sorgerà una maxi centrale solare. Ci piacerebbe fare della Puglia uno dei più importanti parchi energetici alternativi. Abbiamo concluso la moratoria all' eolico e detto sì al metanodotto fra la Grecia a Otranto. Non abbiamo nemmeno espresso un no pregiudiziale ai rigassificatori: c' è il progetto di Taranto». Si farà? «Non ho detto questo. Bisogna vedere che ne pensano i tarantini...».

Illy: un rigassificatore va bene, anzi due

Per un Paese come l' Italia «la carenza di gas è gravissima: già nell' inverno scorso diverse aziende friulane sono state costrette ad interrompere la produzione dalla crisi ucraina. Bisogna assolutamente fare qualcosa perché questo non si ripeta più». Riccardo Illy, governatore del Friuli-Venezia Giulia, ha aderito con slancio alla «giusta volontà del governo di accelerare i tempi», ammettendo che «i terminal di rigassificazione sono l' unico strumento a disposizione nel medio termine». Tanto da prendere in considerazione l' ipotesi di collocarne addirittura due nel Golfo di Trieste. Come mai tanto entusiasmo per questi impianti, che stanno già sollevando delle polemiche tra gli ambientalisti locali? «Nessun entusiasmo pregiudiziale, ma nemmeno contrarietà di principio. Semplicemente facciamo la nostra parte, senza pretese di considerarla esaustiva. Naturalmente prenderemo tutti i provvedimenti necessari per evitare rischi ambientali: abbiamo già chiesto un approfondimento tecnico alle due società che li propongono, Endesa e Gas Natural. Ma si tratta di impianti abbastanza semplici e quindi contiamo di chiudere la partita entro la fine dell' anno». Due terminal in uno specchio d' acqua di queste dimensioni, non le sembra eccessivo? «Guardiamoci un po' intorno, prima di fasciarci la testa: nella baia di Tokyo, lunga 50 chilometri e larga 20, circa il doppio del golfo di Trieste, ce ne stanno cinque, che portano un traffico di 400 navi gasiere l' anno. Pur con un mare meno profondo del nostro, non mi risulta che ci siano problemi». Quali problemi potrebbero dare? «Il gas liquido viene compresso a una temperatura molto bassa e per riportarlo allo stato gassoso bisogna farlo tornare a temperatura ambiente: di solito si usa l' acqua di mare, che si raffredda nel processo. Ma si tratta di una massa d' acqua modesta, che non può certo causare abbassamenti di temperatura in tutto il golfo. E il freddo generato può anche essere sfruttato in qualche altro modo. Per l' impianto di Gas Natural, che dovrebbe sorgere in una zona industriale del porto, vicino a un termovalorizzatore e a un impianto siderurgico, si potrebbero studiare delle sinergie con questi stabilimenti. È un aspetto ancora da studiare». E l' altro impianto dove si collocherebbe? «Il terminal proposto da Endesa è su una piattaforma off-shore. Oltre alla questione del raffreddamento dell' acqua, questo impianto presenta un problema paesaggistico, anche se la dimensione è modesta: non supera il profilo di una nave. In più, c' è l' uso del cloro, che serve a mantenere gli scambiatori di calore sgombri da alghe. Vogliamo capire se si riesce a sostituirlo con qualche altro sistema. Ma anche qui si tratta di quantità veramente irrisorie: usiamo certamente più cloro, in proporzione, per rendere potabile la nostra acqua». Che vantaggi porterebbero questi impianti? «In un Paese che ha scelto il gas come fonte energetica principale, il primo vantaggio consiste nel garantire gli approvvigionamenti. In più, si aumenta la concorrenza, favorendo la diminuzione dei prezzi. E naturalmente c' è anche un vantaggio economico, in termini di posti di lavoro e di entrate nelle casse locali. Per la nostra regione, queste sono considerazioni importanti. Dopo il terremoto del ' 76, il nostro motto è stato: prima ricostruire le fabbriche, poi le case, infine le chiese. Il lavoro viene prima di tutto».

4 settembre 2006

British Gas: "Vi bruciate la reputazione"

Armando Henriques, capo di British Gas per l' area del Mediterraneo, è un manager navigato, si occupa da vent' anni di petrolio e di gas, ma una situazione come questa non l' aveva mai vista. «Abbiamo il gas che serve all' Italia - dice -, ma non sappiamo dove farlo arrivare, perché il nostro terminale di Brindisi, che doveva essere già pronto nel 2007, subisce un intralcio dietro l' altro dalle autorità locali». E prosegue: «Il rigassificatore che stiamo costruendo, dopo avere ottenuto già da anni tutte le autorizzazioni, è il più importante investimento mai fatto da un' impresa britannica in Italia: 400 milioni di euro complessivi, di cui 150 già spesi. Se i nostri sforzi venissero frustrati adesso, questo solleverebbe gravi dubbi sull' attrattività dell' Italia per gli investimenti esteri». Proprio mentre il ministro dello Sviluppo economico, Pierluigi Bersani, si fa in quattro per dare una soluzione alla crisi del gas prossima ventura, accelerando il processo autorizzativo per gli altri rigassificatori in progetto, l' unico impianto che potrebbe essere già quasi pronto sembra definitivamente incagliato nel limbo delle resistenze locali. «Dragon, il terminale gemello che stiamo costruendo nel Galles, sarà operativo nel 2007 come previsto - dice Henriques - e comincerà subito a ricevere il gas dai nostri pozzi egiziani». Il gruppo Bg, infatti è uno dei giganti mondiali del gas, attivo anche nell' estrazione, e il rigassificatore di Brindisi è uno dei pochi progetti in Italia con i contratti di approvvigionamento già in essere: un vantaggio non indifferente in un mercato dove la materia prima comincia a scarseggiare. «Gli impianti di rigassificazione costruiti oggi senza la certezza dell' approvvigionamento - spiega Henriques - rischiano di diventare cattedrali nel deserto». È per questo che Bg ha messo in cantiere contemporaneamente a Brindisi anche un impianto di liquefazione a Idku, in Egitto, con un investimento da un miliardo e mezzo. Ma il gas liquefatto destinato a Brindisi ora sta prendendo altre destinazioni: verso gli Usa, dove Bg gestisce il più grande rigassificatore americano in Louisiana, o verso altri Paesi europei. «Peccato, perché da Brindisi potremmo fornire 8 miliardi di metri cubi di gas all' anno, quasi un decimo del fabbisogno italiano, colmando le carenze che si sono evidenziate lo scorso inverno», fa notare Henriques, intervenuto al culmine della crisi con due navi gasiere mandate in aiuto all' Eni nel suo impianto di Panigaglia. «La richiesta globale di Gnl ormai supera la domanda - commenta Henriques -, perché si costruiscono sempre più rigassificatori, che sono il modo migliore di ricevere gas da Paesi lontani senza la schiavitù del tubo». In Spagna, negli ultimi anni, ne sono sorti quattro. Nel frattempo, in Italia, Brindisi ha subito continui slittamenti: «Abbiamo passato tutta la trafila, abbiamo raccolto l' unanimità dei consensi alla conferenza servizi da 23 enti locali e nazionali, compresi Comune, Provincia e Regione, oltre ai sei ministeri competenti, che già nel 2003 ci hanno dato il via con un decreto. Ma quando siamo partiti con i lavori le autorità locali hanno subito cominciato a chiedere altre verifiche, rallentando il progetto di anni». Il fatto è che, nel frattempo, c' erano state le elezioni e le amministrazioni locali avevano cambiato colore. Nel 2004 il nuovo sindaco di centro-destra Domenico Mennitti è subentrato a Giovanni Antonino, mentre alla Provincia il diessino Michele Errico ha sostituito il forzista Nicola Frugis. Nel 2005 Nichi Vendola si è seduto sulla poltrona di Raffaele Fitto. E ognuno di loro ha voluto distruggere il lavoro del predecessore. Il gruppo britannico non si spiega le loro motivazioni. «Abbiamo cercato il dialogo - sostiene Henriques -. Abbiamo tenuto il cantiere fermo in attesa di una nuova valutazione del Consiglio superiore dei Lavori pubblici, che è stata positiva. Abbiamo subito persino una verifica archeologica dell' area su cui stavamo costruendo, che non ha scoperto nulla di nuovo. Ci hanno chiesto di cambiare localizzazione, ma siamo quasi a metà dei lavori e qualsiasi spostamento ci farebbe ripartire daccapo con le autorizzazioni. Il Consiglio di Stato ci ha dato ragione. E comunque localizzazioni migliori non ci sono: siamo in una zona già destinata a usi industriali e non diamo fastidio né agli abitanti, che sono lontani, né al porto. Riceveremo due navi alla settimana, che non impiegano più di 40 minuti per fare la manovra. E daremo lavoro e prospettive di sviluppo a un' area in crisi». What' s the problem?