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29 marzo 2011

Elettricità dai rifiuti industriali: una macchina contro le eco-mafie

I rifiuti industriali, più o meno tossici, sono l'incubo principale dell'industria manifatturiera. Cari da smaltire, complicati sul piano burocratico, ingombranti dal punto di vista ambientale. L'incubo numero due è la bolletta elettrica, sempre più alta e dipendente dalla volatilità dei mercati delle materie prime. Nse Start offre una soluzione innovativa per tutti e due i problemi. Con questa tecnologia di pirogassificazione, per ora unica al mondo, una media impresa può smaltire in loco ogni tipo di rifiuto industriale, anche pericoloso, producendo al tempo stesso energia elettrica o termica. Il primo impianto è in costruzione a Castelfranco di Sotto, in provincia di Pisa, per la West Recycling, una piattaforma per la selezione e il trattamento dei rifiuti industriali, che così chiuderà il ciclo con lo smaltimento sul posto.

Nse, che sta per New Sustainable Energy, è stata fondata da un gruppo di imprenditori toscani, guidato da Nicla Pucci, dopo tre anni di studio per l'industrializzazione del prodotto. Il primo finanziamento viene dal fondo di venture capital 360° Capital Partners (1,5 milioni di euro), insieme a Toscana Innovazione e altri investitori (1 milione): il progetto industriale, sviluppato a partire da un'idea dell'inventore Enzo Morandi, consiste nella realizzazione di piccoli impianti flessibili, trasportabili e modulari, da installare direttamente nei siti industriali dove gli scarti vengono generati, evitando così la necessità di trasferirli verso centri di stoccaggio, discariche o inceneritori di terzi e concretizzando l'obiettivo dei "rifiuti a chilometro 0", un risultato molto interessante soprattutto per un Paese dove la tracciabilità dei rifiuti non è certo al top e dove lo smaltimento degli scarti industriali è spesso infiltrato dalle ecomafie.

Il brevetto, che protegge l'invenzione di Morandi sia a livello europeo che internazionale, si basa su un sistema innovativo per sfruttare la pirolisi, quel processo di decomposizione dei materiali organici che avviene a temperature elevate ma senza fiamma, in completa assenza di ossigeno. Solitamente però la pirolisi dei rifiuti utilizza temperature comprese tra 400 e 800°C, con rilevanti problemi di inquinamento. L'innovazione tecnologica dell'impianto Nse si basa sull'integrazione fra la pirolisi e il processo di gassificazione. Le altissime temperature di esercizio (1600°) consentono di decomporre del tutto le molecole organiche e di vetrificare i residui, eliminando così le problematiche relative all'inquinamento: la macchina non emette composti gassosi tossici come diossine, furani o ceneri e diventa perciò un ottimo modo per trattare pneumatici, Pvc, rifiuti ospedalieri e altri rifiuti industriali.

Tanto per fare un esempio, un impianto Nse ha la potenza di 12 camion pesanti di cilindrata medio-alta, ma emissioni in atmosfera minori di uno solo di questi camion. Il pirogassificatore, che può lavorare in un anno 10-12mila tonnellate di materiale, sviluppa 6,5 milioni di kilowattora elettrici o 3,8 milioni di kilocalorie termiche e appena il 3-5% di ceneri inerti da utilizzare come sottofondo stradale. Consiste in 7 container standard, che si possono collocare all'aperto e non occupano più di 800 metri quadri di spazio. Ha un costo fra i 5 e gli 8 milioni di euro, con un rientro previsto in 4-5 anni, grazie ai risparmi sui costi di smaltimento, che si aggirano su un milione di euro all'anno per quella quantità di materiale, e di mancato acquisto di metano, un altro milione all'anno. "Non vogliamo solo vendere una macchina, ma portare valore aggiunto alle imprese e riqualificare il trattamento dei rifiuti industriali in Italia", spiega Nicla Pucci, ad di Nse. "Ci occupiamo di tutto: la verifica della collocazione, il rilascio delle autorizzazioni e la formazione di base per la gestione della macchina", aggiunge. "I nostri impianti sono piccoli, flessibili, si montano in 2-3 mesi e sono facilmente smontabili: si prestano anche all'utilizzo temporaneo, ad esempio in un grosso cantiere di bonifica, che poi potrebbe smontarli e portarli da un'altra parte, o per risolvere i problemi estivi delle isole, che vengono sommerse di turisti solo per un breve periodo all'anno". In pratica, il cliente prima di tutto. E l'ambiente ne guadagna.


26 marzo 2011

Petrolio: la crisi libica costerà cara all'Italia

Costerà cara, all'Italia, la crisi in atto nel Nord Africa. Ma l'embargo voluto da Berlino è solo la ciliegina su una torta già amarissima. Le esportazioni di idrocarburi dalla Libia, infatti, sono ridotte al lumicino da settimane. Per quanto riguarda il gas, sono a zero dopo la chiusura del metanodotto Greenstream, che forniva all'Italia un quinto del suo fabbisogno. Quelle di greggio sono quasi ferme perché le petroliere non vanno a caricare nei terminali di imbarco, la maggior parte dei quali si trova nella parte orientale.

Vale la pena di ricordare che la Libia, membro dell'Opec, era il quarto produttore di petrolio dell'Africa, dopo Nigeria, Algeria e Angola, con una produzione di quasi 1,8 milioni di barili al giorno e riserve valutate per circa 42 miliardi di barili. Dall'inizio della guerra la sua produzione di greggio è calata ad appena 400mila barili, di cui 280mila destinati al mercato interno. Dalla Libia arrivava poco meno di un quarto del totale del petrolio importato dall'Italia: 376mila barili al giorno su un consumo complessivo di 1,7 milioni, per un valore che, solo nei primi dieci mesi del 2010, è stato pari a 6,4 miliardi di euro. Dopo di noi, ma a grande distanza, ci sono i francesi, i tedeschi e gli spagnoli.

Le raffinerie italiane, fino a ieri, si servivano del pregiato greggio di Bu Attifel e ora devono sostituirlo per ragioni tecniche con qualità simili provenienti dalla Nigeria e dall'Azerbaigian, ma in un frangente del genere il loro prezzo ha iniziato a lievitare. Insomma, il petrolio che arriva in Italia costa di più e alla lunga questi costi si riverseranno sul portafoglio dei consumatori. Il rischio, dunque, è che sul lungo termine a sostenere i maggiori costi dell'embargo voluto dalla coalizione siano solo i consumatori italiani.

Il blocco della produzione nel Paese nordafricano inoltre, ha già comportato un impatto negativo per almeno 500 mila barili al giorno sulla produzione dell'Eni, l'azienda occidentale più esposta con Tripoli. Senza considerare che l'Eni vantava fino a prima dell'escalation militare concessioni con una durata assicurata fino al 2042 per i giacimenti di petrolio e al 2047 per quelli di gas. Non è chiaro se queste condizioni rimarranno valide dopo la fine della guerra. Per ora, nessuno è in grado di prevedere il costo complessivo, quando la situazione sarà tornata alla normalità.


21 marzo 2011

Dopo Fukushima, riscossa del gas naturale liquefatto

Il Giappone piange sulle macerie del terribile disastro, ma Peter Voser, numero uno di Royal Dutch Shell, non ha potuto reprimere un sorriso annunciando l'invio, già in corso, delle prime forniture straordinarie di gas naturale liquefatto verso i terminali di rigassificazione di Tokyo. Il colosso anglo-olandese sarà il primo ad approfittare del rimbalzo del prezzo del gas, che in pochi giorni è schizzato in su del 12%, mentre le quotazioni dell'uranio crollavano del 20%. Ma non sarà certamente l'ultimo. Gazprom e Qatargas si sono messi subito a disposizione e schiere di trader sono già in caccia di navi gasiere in giro per il mondo, il cui carico possa essere dirottato sul Giappone.

Il trend sul mercato delle materie prime rispecchia il panico scatenato dall'incidente nucleare di Fukushima. In particolare, salgono i prezzi sulla piazza del National Balancing Point inglese, uno dei principali punti di negoziazione europei, considerato il mercato di riferimento per il Gnl, un idrocarburo liquido ottenuto raffreddando a -162° il gas naturale appena estratto, per poi poterlo trasportare liberamente via nave. Nel 2010, l'Europa ha ricevuto 76 miliardi i metri cubi di questo gas, di cui 26 a destinazione flessibile. Quest'anno, Deutsche Bank prevede che verranno dirottati dall'Europa al Giappone fra i 5 e i 12 miliardi di metri cubi, mandando in orbita i prezzi europei. Tokyo è il primo importatore mondiale di gas naturale liquefatto - con cui alimenta un terzo del suo imponente sistema elettrico - e ne avrà ancora più bisogno nei prossimi mesi: solo per rimpiazzare la produzione di Fukushima dovrebbe aggiungere quest'anno 12 miliardi di metri cubi di Gnl agli 88 miliardi importati nel 2010, già una cifra da record. Ma la rivoluzione che si sta profilando sul mercato delle materie prime energetiche va al di là del problema giapponese.

La chiusura di 7 centrali in Germania, il ripensamento degli svizzeri sui 2 reattori in progetto, il congelamento delle 23 centrali in costruzione in Cina e degli 11 previsti in Russia non depongono a favore di una grande crescita del nucleare nel prossimo futuro. A tutto vantaggio del gas, oltre che del carbone e delle fonti rinnovabili. "Un evento come questo potrebbe riagganciare al petrolio il prezzo europeo del gas, che si era staccato dalla cavalcata del greggio", ha spiegato Simon Henry, direttore finanziario di Shell, presentando la strategia della major. Nell'ultimo anno, infatti, le quotazioni del gas si erano disaccoppiate dal petrolio grazie a un surplus di offerta, derivato dalle abbondanti estrazioni di gas non convenzionale che hanno inondato di metano a buon prezzo il mercato americano, liberando vasti volumi di Gnl per il resto del mondo. Si era interrotto così un legame storico, con il petrolio in continua turbolenza per le tensioni geopolitiche e il gas al bello stabile. Ma ora il rimbalzo dei prezzi indica una netta inversione di tendenza, alla luce della reazione emotiva che sta bloccando in tutto il mondo i programmi nucleari esistenti.

"Se davvero dovessimo andare verso un mondo senza il nucleare, il gas sarebbe senz'altro la soluzione più efficiente per sostituire quella quota di produzione elettrica", spiega Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia. In base ai suoi calcoli, studiati per CorrierEconomia, bisognerebbe estrarre globalmente 1000 miliardi di metri cubi di gas in più da qui al 2020 per "tappare il buco" lasciato aperto dal tramonto dell'atomo. Una quantità gigantesca, quasi equivalente alla produzione combinata di Stati Uniti e Russia, le due grandi potenze gasiere del mondo. "Più plausibile sarebbe uno scenario in cui la quota del nucleare venisse coperta al 40% dal gas, al 40% dal carbone e al 20% dalle fonti rinnovabili", commenta Tabarelli. Ma anche così, si tratterebbe di estrarre quasi 300 miliardi di metri cubi di gas e oltre 500 milioni di tonnellate di carbone in più. "Sotto il profilo ambientale, sarebbe un disastro", ammette Tabarelli, ricordando le 300mila vittime annuali attribuite all'inquinamento delle 400 centrali a carbone cinesi. Già la chiusura di 7 reattori tedeschi rischia di causare problemi enormi alla Germania, cui mancherà di colpo quasi un decimo della produzione di energia elettrica. Con cosa sostituirla? "Il gas sarebbe la soluzione meno inquinante, ma più cara. Il rischio è invece che si ricorra all'economica ma pestilenziale lignite", precisa.

E le fonti rinnovabili? Anche per loro il disastro giapponese può rappresentare una bella spinta. Nei giorni immediatamente successivi, mentre tutte le Borse cadevano, i titoli delle compagnie legate al solare o all'eolico hanno preso il volo. Fra i produttori di turbine e aerogeneratori, Nordex è salita del 19 per cento, Broadwind Energy del 24. Nel solare, la tedesca SolarWorld ha guadagnato il 23 per cento, l'americana Sunpower l'11, la Suntech il 10, First Solar l'8, invertendo una serie nera dovuta al taglio dei sussidi statali europei e in particolare italiani. Fra le società nostrane, splende Enel Green Power, che ha in programma investimenti per 6,4 miliardi nelle fonti rinnovabili, da qui al 2015. Ma corrono anche Kerself, KR Energy, Kinexia, Falck e Alerion. A livello globale, l'indice dell'energia pulita, l'S&P Global Clean Energy Index, ha registrato un balzo del 6 per cento. Potrebbere essere la riscossa per un settore sempre troppo dipendente dagli incentivi pubblici.


19 marzo 2011

A Tokyo un terzo dei livelli di radioattività medi di Roma

Fra le news dell'ambasciata italiana a Tokyo, ne segnalo una particolarmente interessante:

"Una squadra altamente specializzata della Protezione Civile italiana, composta di sei tecnici ed esperti, e’ operativa da questa mattina presso l’Ambasciata al fine di fornire orientamento e supporto alle attivita’ che la Sede diplomatica sta mettendo in atto a tutela della collettivita’ italiana in Giappone.

Le prime rilevazioni dei livelli di radioattivita’ sono state effettuate a partire dall’aeroporto di Narita, lungo il tragitto verso Tokyo e sul tetto dell’Ambasciata.

I valori della radioattivita' di fondo misurata in tutti i punti di rilevazione sono del tutto compatibili con quelli forniti dalle Autorita’ giapponesi e riportate sui siti istituzionali (tra cui quello del Governo Metropolitano di Tokyo che pubblica ogni ora i dati della radioattivita' massimo/ minimo/ media, sul sito del Tokyo Metropolitan Institute of Public Health http://113.35.73.180/monitoring/index.html).

Inoltre, avendo la possibilita' di effettuare una misura spettroscopica, i tecnici hanno avuto la possibilita' di ESCLUDERE la presenza di radiazione proveniente da isotopi radioattivi (NON ci sono isotopi artificiali, ossia quelli che possono essere stati prodotti in un reattore nucleare).

I valori in questione sono dell’ordine di 0.04 microsievert/ora, circa un terzo del valore di radioattivita' ambientale tipico della citta' di Roma (0.25 microsievert/ora). Tali risultanze portano al momento ad escludere qualunque rischio di contaminazione in corso a Tokyo".

Questa rilevazione risale alla sera del 16 marzo (ore 22.30 locali), il giorno dopo la quarta e ultima esplosione, che ha causato un picco di radioattività attorno alla centrale.

Le rilevazioni sono state ripetute tutti i giorni, fino ad oggi (lì è notte ora) e hanno dato esattamente gli stessi risultati.

 


16 marzo 2011

Tokyo alla paralisi energetica: il contributo dei rigassificatori

Un drastico programma di riduzione dei consumi elettrici è partito immediatamente dopo il terremoto di venerdì in Giappone e durerà settimane, se non mesi, coinvolgendo tutta la popolazione del Nord, fino a Shizuoka, 200 chilometri a Sud di Tokyo. Sul fronte industriale, i blackout programmati coinvolgono soprattutto l'industria automobilistica (Toyota, Nissan e Honda hanno chiuso gli stabilimenti) e informatica (Panasonic, Sony e Toshiba sono ferme), ma anche le altre. Difficile dire quanto durerà il blocco. Con 11 reattori fermi su 54, di cui alcuni talmente danneggiati da dover chiudere per sempre, è chiaro che ci vorrà tempo per tornare alla normalità.

Il Giappone, con 279 gigawatt di potenza installata, è il terzo consumatore di elettricità al mondo, dopo gli Usa e la Cina, ma è un Paese povero di risorse naturali e soddisfa un quarto della sua domanda elettrica attraverso il nucleare. Con 54 reattori, per complessivi 49 gigawatt, è la terza potenza mondiale nel nucleare civile, dopo gli Stati Uniti e la Francia. Sul fronte dei combustibili fossili, è il terzo consumatore di petrolio, dopo gli Stati Uniti e la Cina, e il secondo importatore netto, ma solo il 10% del suo sistema elettrico va a olio combustibile. E' il primo importatore mondiale di gas naturale liquefatto (Lng) e di carbone, con cui manda avanti oltre metà del suo sistema elettrico. Il rimanente 10% è coperto dall'idroelettrico e da altre fonti rinnovabili.

Ma il terremoto e lo tzunami di venerdì scorso non hanno abbattuto solo una parte del sistema nucleare: hanno anche travolto una grande diga - il cui crollo ha spazzato via 1800 case a valle - che supportava una centrale idroelettrica da 300 megawatt. Per fortuna la parte principale delle risorse idroelettriche giapponesi è localizzata al Centro-Sud del Paese, altrimenti il tributo di vite umane sarebbe stato ancora più alto. E' stata chiusa anche la centrale elettrica di Kashima, con oltre 4 gigawatt installati una delle più grandi centrali ad olio combustibile del mondo. E hanno dovuto fermarsi cinque raffinerie, con una capacità complessiva di 1,2 milioni di barili di greggio al giorno. In complesso, si calcola che manchi all'appello circa un quarto del fabbisogno elettrico nazionale.

Sono ancora attivi, invece, i terminali di rigassificazione, per cui il Giappone sta aumentando l'import di gas naturale liquefatto per compensare i blocchi dei reattori nucleari con le centrali a gas. Gazprom ha già promesso una fornitura extra di 200mila tonnellate di gas naturale liquefatto e altre forniture sono in arrivo dai mercati europei. Se il sistema produttivo giapponese riuscirà a rimettersi in moto in tempi brevi sarà solo grazie a questi impianti, che consentono una grande flessibilità di approvvigionamento. In Italia, dove dipendiamo da quattro tubi - tutti di proprietà dell'Eni - per le forniture di gas, questa flessibilità ce la sognamo. 


Giappone: dallo tsunami alla fusione del nocciolo

La crisi nucleare giapponese si aggrava. Dopo le esplosioni verificatesi nei reattori 1 e 3 della centrale di Fukushima Daiichi, con relativa fuoriuscita di radioattività, è ora il surriscaldamento del reattore 2 a tenere il mondo con il fiato sospeso.

In questa unità, l'ultima esplosione non ha fatto saltare il tetto come negli altri casi e quindi potrebbe aver danneggiato le strutture interne di contenimento. L'acqua di mare che viene pompata continuamente per raffreddare il nocciolo, infatti, sparisce a una velocità superiore rispetto ai normali tempi di evaporazione, di conseguenza c'è il sospetto di una perdita dalla camera interna del reattore. L'altra ipotesi è che la temperatura sia talmente alta all'interno da far evaporare l'acqua molto più in fretta del previsto.

L'esplosione è da ricondursi, come negli altri casi, alla tendenza dell'acqua a dividersi in ossigeno e idrogeno, in presenza di metallo. L'idrogeno può esplodere al contatto con l'aria esterna, quando viene sfiatato per diminuire la pressione. Ma da qui a danneggiare la camera interna del reattore, ce ne corre. Il combustibile nucleare è contenuto in un rivestimento, che a sua volta è alloggiato in un cilindro d'acciaio chiamato "vessel". Attorno a questo c'è un'altra struttura blindata di cemento armato di spessore notevole, che resiste anche alle bombe atomiche. Poi c'è una terza barriera, a prova di bomba, che racchiude tutta l'area nucleare nel cemento armato speciale spesso un paio di metri. L'esplosione dell'idrogeno è avvenuta all'esterno di queste tre barriere.

L'azienda elettrica Tepco e l'Agenzia per la sicurezza nucleare nipponica (Nisa) ritengono che le strutture di contenimento del reattore non siano state danneggiate, ma è stato comunque chiesto l'aiuto dell'Agenzia internazionale dell'energia atomica. Secondo la Nisa, le possibilità di un'estesa fuga di vapore radioattivo dalla centrale sono "estremamente basse", mentre l'Aiea ha per il momento classificato l'incidente di Fukushima al livello 4 della scala Ines (nessuna contaminazione radioattiva dell'ambiente circostante ma danni a cose e persone a diretto contatto con la camera di sicurezza del reattore).

In realtà, dopo l'ultima esplosione questa classificazione non è più corretta, perché sono stati registrati livelli pericolosi di radioattività nel giro di 30 chilometri dalla centrale e picchi anomali anche a Tokyo, a 250 chilometri di distanza, seppure non pericolosi per la salute umana.

Nel cuore del reattore, intanto, la temperatura continua a salire. L'azienda elettrica Tepco ha ammesso che il processo di raffreddamento non si è ancora stabilizzato e quindi le barre di combustibile del reattore 2 sono state esposte per tre volte, con inizio di fusione del nocciolo. Probabilmente anche nelle unità 1 e 3 le barre sono state esposte per un certo tempo. Bisognerebbe sapere quanto tempo è durata l'esposizione per capire se siamo arrivati alla fusione del nocciolo. Questo avviene se il sistema di raffreddamento non riesce a star dietro alle perdite d'acqua dovute all'evaporazione (o altro) e la temperatura all'interno del vessel diventa così alta da danneggiare o disallineare le barre di uranio e grafite spesse un centimetro, che bombardate di neutroni producono calore. La fissione allora diventa incontrollata e nel giro di qualche ora porta alla fusione. "Non possiamo controllare se sta accadendo, ma è probabile", ha detto il capo di gabinetto del governo di Tokyo, Yukio Edano.

Una fusione del nocciolo non è ancora la peggiore delle ipotesi. Nel caso dell'incidente di Three Mile Island, il nocciolo fuso è rimasto all'interno del vessel, senza far danni all'esterno. Con la fusione, però, le barre di uranio possono raggiungere temperature fino a duemila gradi, nel qual caso potrebbero bucare le barriere di contenimento e sprofondare nel terreno, rilasciando nell'ambiente quantità massicce di materiale radioattivo. Questa è la peggiore delle ipotesi. Sarebbe la prima volta nella storia. Per evitarlo, bisogna puntare a riprendere il controllo del processo di raffreddamento, sperando che le barriere di contenimento tengano fino a quando la temperatura nel vessel comincerà a diminuire. E' quello che i tecnici giapponesi stanno cercando di fare.


13 marzo 2011

Rischio nulceare giapponese: il mistero della fusione del nocciolo

La peggiore delle ipotesi? Fusione del nocciolo con esplosione del reattore. In questo caso la fuoriuscita di materiale radioattivo sarebbe inevitabile e massiccia. Un'ipotesi teorica, mai accaduta nella storia del nucleare civile. Nell'incidente di Three Mile Island, nel 1979, si arrivò alla fusione del nocciolo. Ma senza danni, perché il reattore rimase perfettamente integro. Dalla centrale non uscì nulla e tutto il materiale sta ancora chiuso lì dentro, annegato in un sarcofago di cemento. A Cernobyl non si arrivò mai alla fusione del nocciolo, ma ci fu un'esplosione da cui fuoriuscì una parte del combustibile radioattivo. Le conseguenze furono molto più gravi, come sappiamo.

Nel caso di Fukushima Daiichi, non sappiamo ancora con certezza come stiano le cose. L'agenzia di sicurezza nucleare giapponese sostiene che le quattro centrali più vicine all'epicentro del terremoto siano state subito spente e nega la fusione del nocciolo nell'unità numero 1 della centrale di Fukushima. L'esplosione, dovuta a un problema al sistema di raffreddamento, dovrebbe avere intaccato solo le pareti esterne della centrale, non il reattore. Ma la fuoriuscita di cesio indica che ci sia stata una fusione di combustibile, anche se probabilmente non del nocciolo. E quindi resta un'incongruenza fra quanto dichiarato e l'evidenza dei fatti.

La centrale di Fukushima è un bestione composto da 6 unità per quasi 5 gigawatt di potenza: potrebbe soddisfare da sola un decimo del fabbisogno italiano di energia elettrica. Costruita nel '66, la centrale utilizza dei reattori Bwr (Boiling Water Reactor) costruiti da General Electric, Toshiba e Hitachi. Il nocciolo di un reattore Bwr può essere immaginato come la resistenza elettrica che scalda l'acqua in un comune bollitore da cucina: è immerso nell'acqua e diventa molto caldo. L'acqua lo raffredda e allo stesso tempo trasporta via il calore, di solito sotto forma di vapore, per far girare delle turbine che generano elettricità. Se l'acqua smette di fluire, abbiamo un problema. Il nocciolo si surriscalda e sempre più acqua si trasforma in vapore. Il vapore causa una forte pressione nella camera interna del reattore, un contenitore sigillato. Se il nocciolo - composto principalmente di metallo - diventa troppo caldo, tande a sciogliersi e alcune componenti possono infiammarsi.

Nella peggiore delle ipotesi, il nocciolo si scioglie completamente e buca il fondo della camera interna, cadendo sul pavimento della camera di contenimento, un altro contenitore sigillato. Questo è progettato apposta per evitare che il contenuto del reattore penetri all'esterno. Il danno a questo secondo contenitore può essere anche grave, ma in linea di principio dovrebbe poter evitare una fuga radioattiva nell'ambiente circostante. L'espressione "in linea di principio", però, è sempre relativa. I reattori sono progettati per avere diversi livelli di sicurezza, in modo da far scattare un'altra procedura se la prima fallisce. Ma quel che è successo a Fukushima dimostra che non sempre si riesce a mantenere il controllo del sistema. Il terremoto ha fatto spegnere automaticamente i reattori in funzione, ma ha anche tolto la corrente alle pompe che facevano fluire l'acqua di raffreddamento del nocciolo. I generatori diesel si sono attivati per ovviare al blackout, ma sono partiti con un'ora di ritardo rispetto all'interruzione di corrente, non si sa perché. Questo ha scatenato il surriscaldamento del reattore.

Nel caso di Three Mile Island, non si è arrivati alle estreme conseguenze, perché la camera di contenimento ha tenuto. A Cernobyl, un reattore considerato inaccettabile in base agli standard occidentali proprio per la mancanza di sistemi multipli di sicurezza, la fuoriuscita di materiale radioattivo avvenne a causa dell'esplosione, che scagliò in aria il combustibile nucleare, non in seguito a una fusione.

Nel caso di Fukushima Daiichi, il monitoraggio dell'International Atomic Energy Agency (il braccio di sicurezza nucleare delle Nazioni Unite) ci dice che il reattore è stato spento subito. Ma il riscaldamento continua attraverso la reazione nucleare, che ci mette molto tempo prima di esaurirsi. Non possiamo sapere se la drammatica esplosione cui abbiamo assistito attraverso le riprese televisive abbia davvero intaccato solo le pareti esterne della centrale. L'unica fuoriuscita radioattiva di cui siamo a conoscenza è derivata dalla necessità di sfiatare la pressione che si era creata nella camera di contenimento. Questa manovra, resasi necessaria per contenere il surriscaldamento, dovrebbe far uscire solo isotopi radioattivi che decadono rapidamente, prodotti dall'acqua di raffreddamento. Resta da spiegare la presenza di isotopi di cesio. Questi sono prodotti dalla reazione nucleare del nocciolo e dovrebbero restare confinati all'interno del reattore. Se sono stati registrati all'esterno della centrale, vuol dire che il nocciolo ha cominciato a disintegrarsi.

 


10 marzo 2011

Fotovoltaico: il rischio è finire come la Spagna

Il rischio è sotto gli occhi di tutti. Il fotovoltaico italiano potrebbe finire come quello spagnolo.

In Spagna le tariffe incentivanti troppo generose hanno finito col drogare il mercato, facendo crescere il settore del fotovoltaico e il costo pubblico degli incentivi a ritmi non sostenibili, tanto che il governo, nel 2009, è dovuto correre ai ripari. «Le tariffe sono state abbassate con effetto retroattivo – ha spiegato l'esperto spagnolo David Perez, di Eclareon, al convegno  di stamattina Governare la crescita del fotovoltaico, organizzato dal Kyoto Club – e sono stati introdotti dei tetti alla potenza incentivabile». L'effetto sul mercato è stato quello di un vero e proprio blocco, tanto che il giro d'affari del fotovoltaico spagnolo è passato dai 18 miliardi di euro del 2008 ad appena 650 milioni nel 2010, con la perdita di un terzo dei posti di lavoro del settore. Una vera e propria ecatombe, simile allo scenario che potrebbe aprirsi in Italia dopo l'approvazione del decreto Romani.

Ma da oggi si è accesa una protesta unitaria delle principali categorie di produttori (Aper, Assosolare, AssoEnergie Future, Gifi/Anie, Anev, Ises Italia) contro il provvedimento di riordino del sistema. Cuore delle azioni di protesta è stato il teatro Quirino a Roma, dove c'erano 2.000 persone tra cui anche il segretario del Pd Pier Luigi Bersani. La contrarietà al provvedimento è arrivata anche in rete: dal collegamento via web tv con il teatro romano (in streaming con 450 micro-emittenti) all'apertura del sito www.sosrinnovabili.it (60.000 contatti in 4 giorni), fino alle condivisioni su Facebook per oltre 50.000 contatti e 8.000 sostenitori in poche ore, testimonianze su Skype e oltre 45.000 e-mail di protesta inviate al governo. I produttori chiedono essenzialmente di correggere il provvedimento approvato dal governo la scorsa settimana: in particolare di cancellarne la retroattività, considerata illegittima. Ma soprattutto, in vista dell'incontro di martedì 15 marzo convocato dal ministro dello Sviluppo Economico Paolo Romani, chiedono di poter sedere al tavolo insieme con banche e Confindustria. Altrimenti, meditano su una manifestazione di piazza e non nascondono l'intenzione di considerare ''tutte le vie legali per far decadere questo decreto incostituzionale'', ricorrendo dal ''Tar, alla Corte costituzionale, alla Corte di giustizia Ue'', senza escludere la possibilità di ''avviare una class action''.

Gli effetti prodotti dal decreto che blocca gli incentivi al fotovoltaico al 31 maggio sono già evidenti, con le banche che ritirano i finanziamenti e i cantieri che chiudono. Ma è solo l'inizio. ''Sarebbe come chiudere la Fiat - ha detto Angelo Bonelli, presidente dei Verdi - si mandano di botto a casa 140.000 persone''. Intanto la Aecos, un'azienda della Sardegna con 30 dipendenti, porta la protesta anti-decreto sul tetto del proprio stabilimento, dove da tre giorni si alternano i lavoratori. ''Siamo soprattutto venditori e agenti bloccati - spiega Giampiero Pittorra, titolare dell'impresa - mentre mandiamo avanti il più possibile il lavoro degli installatori'' per tentare di anticipare a maggio ''le commesse previste per agosto ed oltre'' pari a ''1 megawatt'' che tradotti sono tra ''i 2 e i 3 milioni di euro''.

La ricetta per evitare un blocco analogo a quello che ha afflitto il mercato iberico, però, esiste. Prevede un taglio sostanziale degli incentivi (almeno del 20-30%) da programmare sul medio e lungo periodo, sul modello di quanto accade in Germania. «Il sistema tedesco – ha spiegato Alex Sorokin, di Interenergy, al convegno del Kyoto Club – funziona col meccanismo della feed-in-tariff: lo stato riconosce al produttore di energia fotovoltaica un certo incentivo, ma a questo non si aggiunge anche il prezzo di mercato dell'elettricità, come avviene in Italia. In questo modo, il costo complessivo per la collettività si riduce, e il rischio di “bolle” e specluazioni è inferiore». Gli imprenditori scelgono se incassare gli incentivi oppure vendere l'energia al prezzo di mercato, quando questo si rivela più conveniente. Questa, però, non è l'unica differenza rispetto al modello di casa nostra. «Le tariffe incentivanti tedesche – ha aggiunto Sorokin – si abbassano gradualmente in proporzione alla crescita del mercato e al calo dei prezzi degli impianti».  La legge che regola il sistema feed-in-tariff tedesco viene revisionata ad intervalli regolari di quattro anni, garantendo in questo modo una certa stabilità al meccanismo e rassicurando gli operatori sulle possibilità di rientro degli investimenti.

Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, è scettico, da parte sua, sull'adeguatezza dell'obiettivo che l'Italia si è data in materia di sviluppo dell'energia solare. «Gli 8 Gigawatt di potenza fotovoltaica che il nostro Paese aveva scelto come target per il 2020 rappresentano una soglia fin troppo cautelativa, soprattutto se confrontati con i 52 Gw della Germania». Secondo Tabarelli, accontentarsi di un risultato del genere impedirebbe all'Italia di rispettare l'impegno assunto in sede comunitaria: soddisfare, entro il 2020, il 17% del consumo nazionale di elettricità con energia da fonti rinnovabili.


9 marzo 2011

Fotovoltaico: cancellato per decreto

Domani alle 9.30 le associazioni che rappresentano il settore delle fonti rinnovabili (Aper, Assosolare, Anev, AssoEnergie Future, Gifi, Ises Italia) incontrano imprese e cittadini al teatro Quirino di Roma per spiegare gli effetti immediati del decreto ammazza-rinnovabili e per rilanciare una "collaborazione paritaria tra il governo e l’industria per una legislazione finalizzata alla reale promozione delle rinnovabili in Italia che dia certezze nel lungo periodo".

Già venerdì il ministro Paolo Romani incontrerà tutti gli operatori del settore: "Massimo in due settimane vogliamo produrre un provvedimento che dia certezze al settore, in modo che le nostre banche, i nostri imprenditori e i nostri produttori abbiano la possibilità di investire in base a quanto consentito e consentibile da parte dei cittadini", ha dichiarato nel corso dell'audizione in Commissione Industria del Senato.

Ma il decreto ha già fatto effetto, prima ancora di essere pubblicato in Gazzetta Ufficiale. Le banche hanno immediatamente tirato i remi in barca e tutti i progetti in corso si sono fermati, con danni colossali ai soggetti coinvolti e la prospettiva reale di perdere l'unico settore in forte crescita nel panorama industriale italiano, così com'è successo in Spagna.

In una lettera aperta al Presidente del Consiglio dal titolo Cancellati per Decreto, pubblicata oggi in uno spazio pubblicitario su diversi quotidiani, quindici imprese del settore "che impiegano centinaia di lavoratori e hanno circa 1,3 miliardi di euro investiti in impianti che entreranno in esercizio oltre il 31 maggio 2011" polemizzano duramente con il governo: "Se si vogliono cambiare le regole, che lo si faccia ma qualsivoglia cambiamento non deve avere alcun impatto retroattivo e sui lavori in corso".

Così non è, grazie alle gravi incongruenze contenute nel decreto e messe in luce dall'avvocato Paolo Falcione di DLA-Piper anche in una lettera diretta al presidente Giorgio Napolitano, per invitarlo a non firmare una normativa palesemente illegittima. Ma il suo appello è caduto nel vuoto.

"Il comma 9-bis - spiega Falcione - pone come data di scadenza del 3° Conto Energia il 31 maggio 2011. Termine che si pone in palese violazione dell’art. 41 della Costituzione che tutela l’iniziativa economica privata, in quanto le decisioni di investimento relative al 3° Conto Energia sono state fatte facendo affidamento su un regime adottato nell’agosto 2010 ed entrato in vigore il 1° gennaio 2011 e previsto fino a tutto il 2013. E se è vero che l’ammissione all’incentivo è ex post rispetto all’allacciamento, non per questo si può ledere l’affidamento degli investitori: infatti essi si assumono il rischio costruzione, ma non di repentino mutamento del quadro legislativo. La norma rasenta la modifica retroattiva di regimi di incentivazione, regolarmente sanzionata come illegittima dal Consiglio di Stato".

Per di più, il decreto impone che il quarto Conto Energia venga adottato in tempi strettissimi, entro il 30 aprile 2011, ma se ciò non avverrà per ritardo o perché cadrà il governo prima, il comma 9-bis è indipendentemente idoneo a bloccare l’attuale 3° Conto Energia.

"Da ultimo - precisa Falcione - il quarto Conto Energia si baserebbe su scaglioni annuali di potenza massima incentivabile. Si deve allora ipotizzare che si torni ad una ammissione ante costruzione, altrimenti non sarebbe un regime di incentivo ma una sorta di roulette russa, in cui ogni primo gennaio si riparte da zero in un meccanismo di chi prima arriva meglio alloggia, che in Italia, per esperienza, incentiva solo la corruzione".

 

 

 


4 marzo 2011

Presidente, non firmi il decreto ammazza-rinnovabili

Il decreto ammazza-rinnovabili ha fortissimi profili di incostituzionalità: in primo luogo quello legato all’eccesso di delega. In sostanza, il Parlamento ha delegato il Governo a recepire la direttiva europea a favore delle rinnovabili, ma il Governo non ha in nessun modo recepito i pareri espressi dalle Commissioni Parlamentari, cioè dall’istituzione delegante. È solo uno dei punti su cui il decreto legislativo licenziato dal Consiglio dei Ministri di ieri appare viziato da gravi difetti di costituzionalità.

Per questo, Aper, Assosolare, Asso Energie Future e Gifi, le associazioni di categoria che rappresentano la quasi totalità del settore fotovoltaico, hanno lanciato oggi in una conferenza stampa congiunta un appello al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano perché non firmi il decreto legislativo che getta il settore delle rinnovabili nell’incertezza, aprendo la strada a una crisi che non si fermerà alle aziende del fotovoltaico e dell’eolico.

 “ Lo schema di Decreto Legislativo nel testo adottato dal Consiglio dei Ministri è palesemente illegittimo sotto il profilo costituzionale in quanto viola uno dei principi cardine del nostro ordinamento giuridico che è la certezza del diritto e la tutela dell’affidamento ed è in contrasto altresì con le norme internazionali della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. Inoltre è un atto arbitrario del Governo senza l’intesa delle Regioni che si sono pronunciate su un testo sostanzialmente da quello approvato dal Consiglio dei Ministri. Sono state inoltre violate le prerogative parlamentari e, in particolare, la delega conferita al Governo. In altre parole il governo ha adottato un testo con finalità opposte a quelle fissate dal Legislatore”, ha detto Pietro Pacchione, consigliere delegato di Aper, associazione che raccoglie 480 imprese operanti nel settore delle rinnovabili.

“So che già molte migliaia di messaggi stanno arrivando al sito e ai fax del Quirinale per chiedere di fermare oggi il decreto, prima che centinaia di piccole imprese vadano a gambe all’aria: già numero istituti di credito hanno fatto sapere che in queste condizioni, i finanziamenti necessari alle aziende e alle famiglie per installare un pannello fotovoltaico sono stati bloccati. Non si può giocare con la vita 150.000 lavoratori”, ha dichiarato Massimo Sapienza, presidente di Asso Energie Future in rappresentanza di 40 importanti aziende che lavorano esclusivamente nell’ambito delle rinnovabili.

Secondo Gianni Chianetta, presidente di Assosolare , associazione che raccoglie circa 90 imprese del settore, “la scelta del governo è stata irresponsabile, probabilmente non si rende ancora conto delle conseguenze economiche e sociali. Il vuoto normativo nel quale ci troviamo ha bloccato i cantieri in corso e quelli che stavano per partire, e a breve si vedranno anche i drammatici effetti sull’occupazione e sulle imprese, in primis quelle italiane. Il costo in bolletta non giustifica un simile colpo di mano che non ha tenuto conto del parere delle camere. Gli italiani pagano l’1,6% per il fotovoltaico contro l’8% dei tedeschi. Assosolare da mesi ha dialogato bene con il governo e tantissimi senatori e parlamentari che oggi sono contrari a quanto deliberato e farà valere le proprie ragioni nelle sedi opportune”.

Valerio Natalizia, presidente di Gifi ha chiarito che “il decreto come approvato determina sin da subito effetti pesantemente negativi quali il ricorso immediato alla cassa integrazione straordinaria (stimabile in oltre 10.000 unità direttamente impegnate nel settore), il blocco degli investimenti per i prossimi mesi di oltre 40 MLD di euro, il blocco delle assunzioni e la perdita di qualificati posti di lavoro. Inoltre subiranno un blocco immediato gli ordinativi già in corso per un valore di circa 8 MLD di euro e i contratti già stipulati per circa 20 MLD di euro. Tutti gli investitori nazionali ed internazionali si sono fermati attendendo la pubblicazione di un nuovo sistema incentivante”.

 Le associazioni, riunite su un solo fronte nell’appello al Capo dello Stato affinché non firmi il decreto, viziato da diversi elementi di incostituzionalità, hanno inoltre confermato la volontà di percorrere tutte le strade giuridiche e istituzionali per sensibilizzare sul tema i soggetti decisori. Non escludono pertanto azioni legali direttamente presso le istituzioni europee.


2 marzo 2011

E' italiana la superbatteria finanziata dal governo Usa

Un litro di benzina contiene 35 volte l'energia immagazzinata in una batteria convenzionale al piombo e 6 volte quella contenuta in una batteria agli ioni di litio, la più usata nelle auto elettriche di ultima generazione. "In questo rapporto, chiamato densità energetica, sta tutto il problema dei veicoli elettrici", ragiona Riccardo Signorelli, che di batterie se ne intende. Se esistessero delle batterie in grado di raggiungere la stessa densità energetica dei combustibili fossili e di caricarsi istantaneamente come un serbatoio alla pompa, il motore a combustione interna, insieme ai suoi mefitici gas di scarico, sarebbe già andato in pensione.

La missione di Signorelli, come scienziato e come imprenditore, è fare concorrenza alla benzina, migliorando la performance delle batterie. E ci riesce abbastanza bene: in 13 anni di studio, a partire dalla laurea in ingegneria elettrica al Politecnico di Milano fino al dottorato al Massachusetts Institute of Technology, questo bergamasco di 32 anni ha messo a punto un primo prototipo, che usa minuscole strutture di nanotubi al carbonio per immagazzinare energia. "Non si tratta di una batteria vera e propria, ma di un capacitore, che ha una densità di potenza molto maggiore delle batterie e può caricarsi e scaricarsi istantaneamente, quasi all'infinito, perché funziona in base a un principio fisico, non elettrochimico", spiega Signorelli, che ha passato i suoi sei anni al Mit insieme a Joel Schindall, direttore del mitico Lees (Laboratory for Electromagnetic and Electronic Systems), a mettere a punto la tecnologia dei nanotubi al carbonio. Ora il suo ultracapacitore ha ricevuto 5,3 milioni di dollari dal governo americano e altri 2 da investitori privati, per finanziarne lo sviluppo e l'industrializzazione, nel giro di due anni. Con il grant del ministero dell'Energia, Signorelli ha fondato la sua impresa, FastCap, arruolando anche Schindall come consulente, e parla ormai più volentieri l'inglese dell'italiano, soprattutto se il discorso si fa tecnico.

Le pareti dei tubi sviluppati da Signorelli hanno uno spessore di appena 12 atomi e crescono, come fili d'erba, alloggiando nei minuscoli interstizi particelle cariche di energia. In questo modo, si possono immagazzinare moltissime particelle cariche in un piccolo spazio, con strutture leggere. E siccome la connessione è fisica, non chimica, le particelle cariche possono staccarsi e attaccarsi quasi istantaneamente. Il risultato è una struttura ridotta, con una densità di potenza molto alta. In pratica, l'obiettivo di Signorelli è arrivare alla dimensione di una batteria da torcia, capace di contenere meno energia di una batteria elettrochimica, ma in grado di caricarsi e scaricarsi in due secondi. Aggregato alla batteria di un veicolo, il suo ultracapacitore si attiverebbe per l'avviamento, le accelerazioni e decelerazioni rapide, allungando la vita della batteria e riducendo dimensioni e costi. Sarebbe la soluzione ideale per alcuni dei problemi fondamentali delle batterie al litio: durata, costo e dimensioni.

"Stiamo ancora lavorando per ottimizzare il risultato, abbassando al minimo pesi, volumi e costi, ma abbiamo già ricevuto molte segnalazioni d'interesse da parte dell'industria automobilistica", racconta Signorelli, che fin da ragazzo, all'istituto tecnico Pesenti di Bergamo, ha sempre avuto la passione dell'elettricità e ora è molto soddisfatto di poter dare un contributo "energetico" in un momento di svolta per il mondo dei trasporti.


28 febbraio 2011

Petrolio: andrà a finire come nel 2008?

La domanda da cento milioni è: andrà a finire come nel 2008? Il 2011 è cominciato con il prezzo del Brent allo stesso livello: 94,5 dollari al barile nel 2008, 95,1 nel 2011. Nel 2008 fu l'intervento militare turco al confine con l'Iraq ad accendere la speculazione e poi il fuoco divampò con la crisi dei test atomici iraniani, portando il barile a quota 145 dollari all'inizio di luglio. Quest'anno siamo già oltre i livelli del 2008, quando il petrolio superò quota 100 solo a fine febbraio.

Ma per Leo Drollas, tra i principali esperti mondiali in materia, è improbabile che si arrivi ai livelli del 2008, perché oggi c'è meno speculazione pura sui mercati. In base ai calcoli del suo Centre for Global Energy Studies, le posizioni degli speculatori, confrontate con quelle di protezione dalle perdite assunte ad esempio dalle compagnie aeree, sono nettamente più contenute di allora e in calo costante dallo scorso settembre. "In più, la capacità produttiva inutilizzata quest'anno è molto più alta rispetto al 2008, quando era scesa sotto al 4% della domanda mondiale, mentre oggi si avvale anche della produzione irachena", ha spiegato a margine dell'International Petroleum Week di Londra. Drollas ha ammesso, però, che la situazione potrebbe precipitare da un momento all'altro se i disordini contagiassero i Paesi del Golfo: "La Libia è il primo produttore colpito dalla rivolta. Ora le compagnie petrolifere sono costrette ad andarsene. Se tutto va bene torneranno presto, ma ci vorrà comunque del tempo per riprendere la produzione. E se la rivolta dovesse estendersi ai Paesi del Golfo, allora i rischi per il mercato petrolifero diventerebbero altissimi. Di fronte a uno scenario simile è impossibile fare previsioni". A prescindere da questa ipotesi preoccupante, comunque, Drollas è convinto che le quotazioni del Brent siano destinate a rimanere alte anche sul lungo termine, sempre attorno ai 100 dollari al barile da qui al 2020.

La precipitosa fuga dai mercati emergenti, registrata nella prima settimana di febbraio dalla società di analisi Epfr, si può riallacciare all'ondata d'incertezza scatenata dalla violenza in Egitto e dal caro-greggio, ma non solo. In base al monitoraggio di Epfr, i mercati emergenti hanno perso ben 7 miliardi di dollari in investimenti azionari nei primi giorni del mese, altri 3 miliardi nella seconda settimana e oltre 6 miliardi nella terza. Da fine gennaio ad oggi, quasi 18 miliardi di dollari si sono spostati dai mercati emergenti a quelli sviluppati, principalmente verso gli Stati Uniti. Una cifra senza precedenti, per un'area che prima della fuga era arrivata ad attrarre 720 miliardi di dollari, di cui ben 95 affluiti solo nell'ultimo anno. All'interno degli emergenti, poi, c'è stato un travaso dall'Asia verso la Russia, su cui si sono riversati 1,22 miliardi dall'inizio dell'anno, mentre Cina e India insieme ne hanno persi 3 nello stesso periodo. Tutto merito delle risorse energetiche che caratterizzano il mercato russo e ne costituiscono la principale attrazione, di questi tempi.

La fiammata delle rivolte in Nord Africa e delle quotazioni petrolifere non sono l'unica ragione della fuga dagli emergenti. "Ma se un gestore stava già pensando di uscire, i disordini in Egitto gli hanno dato la spinta finale", commenta Cameron Brandt di Epfr. La paura dell'inflazione, spinta dai rincari degli alimentari e delle materie prime, è un altro fattore decisivo. Tutti i grandi emergenti, dalla Cina all'Indonesia, dal Brasile all'India, stanno combattendo il surriscaldamento dell'economia a colpi di rincari del costo del denaro: Pechino ha alzato i tassi per tre volte da ottobre, fino al 6,06%, Giacarta è intervenuta il 4 febbraio portandosi a quota 6,75%, il Brasile è stato ben più aggressivo, con quattro rialzi fino all'11,25%, e la banca centrale indiana è arrivata al 6,5% con sette correzioni.

Resta da chiedersi se la grande fuga è solo una reazione a caldo o si trasformerà in un trend stabile, come tendono a pensare molti analisti del settore. Salta all'occhio anche in questo caso la somiglianza con un ciclo analogo partito all'inizio del 2008, in parallelo con la fiammata dell'oro nero. Nel 2008 gli emergenti persero in complesso 40 miliardi e l'Msci Emerging Market Index scivolò del 54%. Considerando che allora i mercati sviluppati erano nel bel mezzo di una crisi nera, mentre oggi sono in fase di ripresa, quest'anno potrebbe andare anche peggio.


24 febbraio 2011

La verità sugli incentivi: le rinnovabili pesano meno della metà

La polemica sugli incentivi al fotovoltaico divampa grazie all'autogol della legge salva-Alcoa (vedi post precedente), ma la verità - come dice giustamente il senatore Francesco Ferrante in un intervento sul sito QualEnergia - è che "nel nostro Paese i costi più gravosi sulle bollette energetiche non sono certo quelli dovuti alle rinnovabili". Gli incentivi per le fonti rinnovabili pesano infatti per meno della metà del totale degli oneri di sistema: "nel 2010 circa 2,7 miliardi su un totale di oltre 5,8 miliardi di euro ".

Oneri-bolletta_totale


Dalla torta qui sopra si vedono gli oneri in bolletta pagati dagli utenti nel 2010. Semplificando, si deduce che su 5,8 miliardi di euro complessivi, sborsati dagli utenti elettrici attraverso le varie voci che compongono la bolletta (individuate dalle sigle in parentesi), abbiamo speso:
- 2,7 miliardi per incentivare le fonti rinnovabili,
- 1,2 miliardi per incentivare le fonti fossili beneficiate dalla frazione "assimilate" del CIP6,
- 968 milioni di Iva (più volte denunciata dall'Authority come illegittima),
- 355 milioni di agevolazioni tariffarie per le Ferrovie,
- 285 milioni di oneri nucleari,
- 230 milioni di elargizioni varie, che non c'entrano con le fonti rinnovabili.

Per il passato, quindi, i detrattori degli incentivi alle fonti rinnovabili possono starsene tranquilli: non si sono certo svenati per l'energia verde, ma molto di più per le fonti fossili: negli ultimi dieci anni, il famigerato CIP6 ci è costato complessivamente 23 miliardi, finiti quasi tutti nelle tasche dei grandi baroni del petrolio.

Resta da chiedersi che cosa ci riserva il futuro, visto che incentivare 7 megawatt di fotovoltaico peserà sulla bolletta complessivamente 3 miliardi, da quando questi impianti cominceranno a funzionare.

Ma la prima cosa da fare, è rimettere ordine negli altri sussidi, spostandoli nella fiscalità generale.

 


21 febbraio 2011

Fotovoltaico: scottature da troppi sussidi

Cresce l'allarme per i mega-incentivi al fotovoltaico, i più alti d'Europa, che hanno finito per scatenare una corsa da tutto il mondo al sole del Bel Paese. A fine 2009, in Italia c'erano solo 1.142 megawatt di fotovoltaico, un quarto della Spagna e un ottavo della Germania. A fine 2010, potremmo sfiorare i 7mila megawatt, salvo registrazioni fraudolente che dovessero emergere dai controlli in corso.

Com'è potuto accadere un balzo di questa dimensione? Già l'aumento degli impianti allacciati alla rete nel 2010 è stato spettacolare: 1.850 megawatt, con un incremento del 160% rispetto alla potenza entrata in esercizio nell'anno precedente (711 megawatt), per arrivare a un installato complessivo di 3.070 megawatt. Ma fin qui siamo nei limiti del fisiologico. Anche in Germania l'anno scorso c'è stato un incremento maggiore rispetto al 2009: 3.300 megawatt installati contro i 3.100 dell'anno prima, toccando quota 11.500 megawatt a fine 2010. Oltre agli impianti regolarmente allacciati alla rete, però, a fine 2010 sono arrivate al Gestore dei Servizi Energetici comunicazioni per circa 55.000 ulteriori impianti, con una potenza di 3.771 megawatt, che a seguito della cosiddetta legge salva-Alcoa (un provvedimento omnibus nato per evitare la chiusura dello stabilimento Alcoa di Portovesme, concedendo alcuni privilegi alle isole) avranno diritto alle tariffe incentivanti 2010 anche se verranno allacciati entro giugno 2011, purché abbiano terminato i lavori di realizzazione entro il 31 dicembre 2010. Sono questi 3.700 megawatt che ballano a fare la differenza. In pratica, la corsa ai vecchi incentivi, più favorevoli rispetto alle nuove regole entrate in vigore all'inizio del 2011, ha provocato il balzo di fine anno.

"Un contesto in cui l'operatore non ha certezze normative, come si è visto con i certificati verdi, e viene continuamente sballottato da iniziative estemporanee, induce purtroppo un atteggiamento speculativo: appena si apre una finestra, tutti si precipitano a rastrellare quello che si può", spiega Vittorio Chiesa, direttore dell'Energy & Strategy Group del Politecnico di Milano. "Un sistema come quello tedesco, invece, dove gli incentivi si riducono automaticamente di anno in anno in base al numero delle installazioni, offre agli operatori ragionevoli certezze e un orizzonte temporale molto ampio per fare i propri calcoli, favorendo una costante evoluzione verso l'auto-sostenimento del settore". Anche il sistema italiano, in verità, aveva funzionato abbastanza bene fino all'anno scorso, con una spesa per gli utenti elettrici che lievitava gradualmente: nel 2008 il fotovoltaico pesava sulle bollette per 80 milioni, nel 2009 per 270 milioni e nel 2010 si sarebbe fermato a 755 milioni, contando solo gli impianti allacciati. Una bella cifra, ma di gran lunga inferiore a quella sborsata dagli utenti elettrici per i baroni delle fonti fossili, quei tre o quattro giganti del petrolio e del gas beneficiati dal Cip6 per le assimilate, che nel 2009 pesava per 900 milioni sulle bollette degli italiani.

Il discorso cambia aggiungendo anche i 3.700 megawatt della legge "salva-Alcoa", con cui si arriva a un peso complessivo di 3 miliardi. Decisamente troppi per scaricarli tutti d'un botto sulle spalle degli utenti elettrici. Ora bisognerà vedere se gli impianti comunicati al Gse erano stati effettivamente completati entro la fine del 2010 e quindi hanno diritto ad accedere alle tariffe 2010. In base ai primi controlli, il Gse parla di un 15% di irregolarità, cioè impianti che a fine 2010 in realtà non erano ancora completi o addirittura neanche iniziati. In base al volume degli investimenti passati dalle grandi banche e all'importazione di pannelli, c'è chi stima che addirittura la metà degli impianti comunicati sia "virtuale". A seconda delle regioni, poi, ci possono essere variazioni anche molto importanti su queste percentuali: in Sicilia sono emerse infiltrazioni mafiose nel settore e ci sono già diverse inchieste in corso nelle provincie di Trapani, Agrigento ed Enna. Il problema è che la legge "salva-Alcoa" ha aperto la falla ma non dà indicazioni su come chiuderla: il Gse non ha le forze per organizzare verifiche a tappeto e per ora ha controllato poche centinaia di impianti su 55mila. Intanto il tempo passa e chi non aveva terminato i lavori al 31 dicembre 2010 ora ci mette una pezza. Assosolare propone di istituire l'obbligo, per tutti quelli che chiedono l'applicazione della legge "salva-Alcoa", di produrre al Gse anche i documenti di fornitura e le bolle di consegna dei materiali, che dovrebbero far fede. "E' il minimo che si possa fare, per riportare in una cornice di eticità un provvedimento che era nato solo per correggere l'anomalia della lentezza degli allacciamenti alla rete e poi si è trasformato in una corsa disordinata", commenta Gualtiero Seva di Assosolare.

Resta il fatto che prima o poi quei 3.700 megawatt verranno in gran parte allacciati: se non si qualificheranno per gli incentivi 2010, rientreranno in quelli partiti dall'inizio di quest'anno, ridotti in media del 18%. Di conseguenza, già nel corso del 2011 si potrebbe raggiungere il target di 8.000 megawatt fotovoltaici, che il Piano d'Azione Nazionale sulle fonti rinnovabili aveva previsto per l'anno 2020. Un'accelerazione anomala, che rischia di costare cara agli utenti elettrici e di ritorcersi contro un settore che sembrava un fiore all'occhiello dell'Italia abbattuta dalla crisi.


18 febbraio 2011

La sfida di GreenTouch: un'antenna 100 volte più efficiente

Un'antenna per i cellulari capace di seguire ogni singolo utente con un unico "raggio" dedicato, invece di trasmettere il segnale radio a pioggia: GreenTouch parte da qui per la sua crociata, dedicata a ridurre di mille volte i consumi elettrici delle reti per bit trasportato, ossia comprimere i consumi unitari di tre anni al livello di quelli di un giorno. La nuova antenna, presentata a Londra, potrebbe ridurre di 100 volte il consumo di energia delle comunicazioni mobili, se utilizzata in multipli di cento. In pratica, sostituendo un singolo traliccio con cento piccoli trasmettitori, si consumerebbe solo l'un per cento dell'energia richiesta dall'antenna più grande per ottenere la stessa qualità del servizio. Ma questo è solo l'inizio.

L'obiettivo del consorzio - costituito un anno fa su iniziativa dei mitici Bell Labs di Alcatel-Lucent e ora partecipato da una quarantina di centri di ricerca privati e pubblici, compreso il Politecnico di Milano - è di presentare entro il 2015 una serie di elementi-chiave in grado di aumentare drasticamente l'efficienza energetica delle reti di comunicazione. E' un obiettivo ambizioso, considerato l'arco temporale limitato, ma non impossibile da raggiungere: GreenTouch raccoglie il meglio del know-how mondiale, dai laboratori privati di aziende anche concorrenti - come Huawei e Samsung, Swisscom e Telefónica - e dalla ricerca pubblica, come l'università di Cambridge o la Tsinghua University. "Abbiamo già in piedi 15 progetti che potrebbero rappresentare le specifiche di una nuova architettura, con una sostanziale revisione delle tecnologie correntemente impiegate", spiega Gee Rittenhouse, direttore dei Bell Labs e presidente di GreenTouch.

Rittenhouse è convinto che non ci sia tempo da perdere: "Già oggi, l'impronta ambientale delle comunicazioni è equivalente a quella di 50 milioni di auto, come dire tutte le auto circolanti negli Stati Uniti, ma nel giro di dieci anni è destinata a una crescita esponenziale". Si moltiplicano gli utenti, esplodono i dati e le applicazioni video stanno generando un'ondata senza precedenti di traffico. Prolungate sessioni con trasporto di grandi quantitativi di bit sono ormai la regola anche sulle reti mobili e quindi sui link radio, con un traffico dati che raddoppia di anno in anno. Nel prossimo futuro, ulteriori scenari stanno facendo intravedere grandi cambiamenti: il cloud computing, con la distribuzione di utenti, applicazioni, dati, risorse di calcolo e di archiviazione è il primo di questi. Le reti di comunicazione stanno per attraversare una trasformazione che farà impallidire quella pur rilevante del traffico stradale. Senza interventi radicali, i consumi energetici diventeranno un problema. Non a caso, Telecom Italia è il secondo consumatore di energia in Italia, dopo le Ferrovie dello Stato.

"L'unico sistema per migliorare in maniera rilevante l'efficienza energetica delle comunicazioni, è ripensare radicalmente l'architettura delle reti", precisa Rittenhouse. Al momento attuale, infatti, le reti si chiamano così, ma non sono una vera rete, a maglie omogenee: non assomigliano alle sinapsi che connettono fra loro i neuroni ma piuttosto a grandi arterie, che raccolgono il traffico periferico e lo convogliano tutto verso un punto solo. "In questo modo, si spreca un sacco di energia, che si risparmierebbe se le reti fossero più magliate e omogenee", fa notare Rittenhouse. Per far funzionare il cervello, abbiamo bisogno solo di 20 watt: l'uomo è un animale efficiente, dal punto di vista energetico. Se le sinapsi assomigliassero alle reti tlc, ci servirebbe molta più energia per pensare. L'obiettivo di GreenTouch è far diventare intelligenti anche le reti tlc. "Dai nostri calcoli risulta che basterebbe aumentare anche di poco la magliatura, per arrivare a una riduzione dei consumi di mille volte, come ci siamo prefissi", sostiene. Perché non si fa? "E' una questione di costi: l'attuale architettura delle reti è più economica dell'altra. Noi puntiamo a inventare delle tecnologie nuove, capaci di rendere altrettanto economica anche una rete più magliata e quindi più efficiente". In soli cinque anni, è una bella sfida.


13 febbraio 2011

New York, da incubo ambientale a città verde

La prima preoccupazione è logistica. Nel 2050 saremo oltre 9 miliardi, di cui l'80 per cento insediati nei centri urbani. Come faranno a funzionare le metropoli del futuro? Riusciranno ad accogliere i nuovi arrivati senza scivolare nel caos, senza far saltare le regole della convivenza civile? Ma soprattutto, come faranno a contenere l'impatto ambientale di questa trasformazione epocale entro limiti accettabili? Le metropoli più lungimiranti hanno già definito una strategia preventiva, per non farsi travolgere dalla marea montante.

Prendiamo New York: nel 2030, secondo le stime attuali, avrà un milione di abitanti in più rispetto agli 8,2 milioni dell'inizio millennio, con un aumento di 750mila posti di lavoro e un maggiore afflusso di turisti. Il sindaco Michael Bloomberg si è posto questo problema già nel 2005 e ha interrogato i cittadini. La risposta è stata corale, raccolta in migliaia di sedute del consiglio comunale, delle assemblee di zona e di quartiere. Bisogna pianificare in anticipo, altrimenti la nuova ondata potrebbe trasformarsi in un incubo. Così è nato PlaNyc, il nuovo dipartimento comunale per disegnare la New York del futuro. L'obiettivo è già delineato. Bisogna creare 265mila alloggi in più per accomodare i nuovi abitanti, rendendo al tempo stesso più economico e sostenibile il tessuto residenziale esistente. Bisogna aggiungere capacità ai trasporti pubblici, soprattutto le linee di metropolitana e i treni leggeri per i pendolari provenienti dall'entroterra, per ridurre i tempi di percorrenza. Bisogna dare a ogni newyorkese una zona verde nel raggio di dieci minuti a piedi dal suo alloggio.

A questo fine, è stato modificato il piano regolatore, per concentrare i nuovi insediamenti nelle zone ben servite dalla metropolitana e consentire il risanamento di 100mila alloggi già esistenti. Sono state installate 200 miglia di nuove piste ciclabili. E' stata varata una normativa che costringe all'upgrade energetico di tutti i grandi edifici esistenti e impone standard molto restrittivi alle nuove costruzioni. Sono stati piantati 320mila alberi. Sono stati riqualificati e aperti al pubblico 113 spazi ricreativi fino a ieri riservati alle scuole. Times Square, Herald Square e Madison Square sono diventate pedonali, nell'ambito di un progetto destinato ad allargarsi progressivamente.

Ma New York non diventa solo più grande, sta anche invecchiando. Le reti dell'acqua e dell'energia nel 2030 avranno un secolo di vita: la rete elettrica risale agli anni Venti e i due tunnel dell'acquedotto sono stati completati nel 1936. Il terzo tunnel, recentissimo, finalmente provvederà al backup del sistema in caso di emergenza. Il 70% delle centrali elettriche della metropoli, a sua volta, avrà più di 50 anni nel 2030, con il relativo calo di efficienza: una centrale di più di 30 anni può consumare anche il doppio del combustibile rispetto a una più recente. Bisogna dunque rinnovare le reti, sostituire le centrali obsolete e trovare nuove fonti per coprire l'aumento della domanda.

La sfida più ampia è disinnescare i rischi ambientali derivanti dalla crescita e dalle fragilità infrastrutturali: è qui che si riallacciano tutti i fili della strategia complessiva di PlaNyc.

Il primo obiettivo, su questo fronte, è di ottenere l'aria più pulita fra le grandi città americane. Sono già stati fatti progressi su quasi tutti gli inquinanti, dagli ossidi di azoto alle PM10 - che oggi rientrano nei limiti prescritti dall'Environmental Protection Agency - ma non sulle PM2,5 e sull'ozono, che sforano regolarmente i valori di legge. Questi sono i due punti dolenti, che New York condivide con Los Angeles, Chicago, Houston e Washington, ma si sta impegnando a migliorare, con la riconversione all'ibrido delle sue auto gialle e con severe restrizioni sugli scuolabus, ad esempio. Altro punto dolente sono i terreni contaminati: il comune ne ha censiti a decine, occupati da ex complessi industriali oggi in gran parte dismessi, per un'estensione complessiva di 700 ettari, e li sta bonificando uno ad uno. Poi ci sono le vie d'acqua: già oggi sono più pulite di prima della rivolzione industriale, ma il sindaco Bloomberg vuole fare di meglio. L'obiettivo è di aprirne il 90% all'utilizzo ricreativo dei newyorkesi, dal nuoto alla pesca, passando per il canottaggio. Le acque esterne sono già quasi tutte pulite, ma per le acque interne resta il problema degli sversi fognari insufficientemente depurati, oltre ad alcuni scarichi industriali. La prima mossa è stata di potenziare i 14 impianti di depurazione. E sul lungo termine l'obiettivo è rivitalizzare le zone umide della città, che rappresentano un filtro naturale: ne sono rimaste solo 14 miglia quadrate, contro le 100 miglia dell'inizio del '900. Con la protezione di queste zone, Bloomberg vuole invertire il trend, che fino ad oggi le ha viste progressivamente sparire dal territorio cittadino.

Mettendo insieme tutte queste misure, il risultato in termini di riduzione delle emissioni, dovrebbe essere un taglio del 30% al 2030, rispetto ai valori del 2005. Ma su questo numero, che rappresenta un distillato di tutta la strategia, si sta ancora discutendo. Il taglio conseguito in questi tre anni è già del 9%. Gli edifici comunali arriveranno a una riduzione del 30% entro il 2017. Può essere che in sede di aggiornamento, la prossima primavera, venga annunciato un obiettivo ancora più ambizioso.


11 febbraio 2011

Smart grid: all'incrocio fra energia e informazione

La sfida è imponente. Il consumo di energia elettrica è destinato a crescere esponenzialmente a livello globale: si calcola che bisognerà aggiungere 1 gigawatt di potenza alla settimana per i prossimi vent'anni. E il sistema si farà sempre più complicato: una parte di questa potenza aggiuntiva verrà da fonti rinnovabili come il vento e il sole, per loro stessa natura incostanti e parcellizzate. Il flusso dell'energia elettrica non sarà più unidirezionale, dalla centrale di generazione all'utente: con i pannelli solari su ogni tetto, sarà l'utente stesso a fornire energia alla rete. I consumi, a loro volta, si evolveranno: mentre ora i picchi della domanda sono concentrati nelle ore diurne della produzione industriale, con la diffusione dell'auto elettrica potrebbero spostarsi verso le ore notturne e con l'avanzare dei cambiamenti climatici il raffrescamento diventerà sempre più necessario, spostando i picchi stagionali dall'inverno all'estate. L'intelligenza delle reti sarà lo strumento principale per gestire questa complessità e consentire il bilanciamento del sistema, migliorando al tempo stesso il monitoraggio dei consumi, con conseguenti risparmi.

La parola d'ordine del futuro, dunque, è smart grid. "Dalla fonte di energia fino ai terminali di consumo, la rete dovrà essere sempre più intelligente, sempre più magliata, sempre più interattiva e capace di correggere i problemi in tempo reale, in modo da utilizzare al meglio le risorse a disposizione", spiega Keith Redfearn, responsabile delle smart grid per l'Europa del Nord all'interno di General Electric. Grazie allo sviluppo dell'eolico nel Mare del Nord, è proprio da queste parti che si stanno sviluppando le soluzioni più intelligenti per gestire le nuove sfide della produzione incostante. Non a caso è in Inghilterra, nel suo centro di ricerca di Bracknell, che General Electric ha aperto il suo primo Smart Grid Center. L'Italia, d'altra parte, è all'avanguardia su un altro tassello fondamentale delle reti intelligenti: il contatore elettronico. Con i nostri trenta milioni di smart meters, diffusi grazie a una decisione lungimirante dell'Enel, siamo diventati i pionieri di questo tipo di tecnologia a livello globale. La Francia, la Spagna e il Regno Unito ora ci stanno seguendo e si calcola che entro il 2015 saranno 100 milioni gli utenti europei dotati di un contatore elettronico. La diffusione di smart meters nell'80 per cento delle utenze è uno degli obiettivi ufficiali dell'Unione Europea al 2020. La crescita media di questo mercato è quasi del 20% all'anno.

Ma tutte le componenti sono importanti per costruire una rete intelligente. "Bisogna sviluppare una visione olistica del sistema, non ci sono killer application in questo business", precisa Redfearn. In pratica, si tratta di informatizzare a tappeto un'infrastruttura tipicamente old economy, come la rete ad alta tensione, in modo da farla diventare sempre più dinamica e interattiva. In una rete elettrica, infatti, è necessaria una perfetta corrispondenza fra domanda e offerta: se vi si immette troppa energia si sovraccarica e rischia di saltare, così come si rischia il blackout in caso di eccesso di domanda. Oggi l'energia viene prodotta da una serie di grandi centrali: basta metterle in ordine, in una scala dalle più alle meno efficienti (anche in termini di combustibile, dal più economico carbone al carissimo petrolio) e far partire le ultime solo in caso di bisogno. In questo modo i prezzi si orientano automaticamente al rialzo man mano che la domanda aumenta e le produzioni più costose si mettono in moto. Il flusso di energia nella rete non viene monitorato passo passo: si deduce semplicemente dal numero e dal tipo di centrali in funzione, senza bisogno di dialogare direttamente con gli snodi del sistema. Ma questo approccio deduttivo si sta rivelando sempre più obsoleto. In una giornata particolarmente assolata o ventosa ormai ci possono essere migliaia di piccole produzioni distribuite sul territorio che s'immettono in rete, senza una possibilità di controllo e di modulazione da parte degli operatori. Di qui la necessità sempre più urgente di applicare dei sensori sulla rete e di installare nelle centrali operative i relativi software geospaziali di monitoraggio, per dialogare direttamente con il territorio. "Solo così si potranno avere informazioni dirette e localizzabili sul flusso dell'energia elettrica, si potrà correggere rapidamente ogni errore di valutazione, migliorare la sicurezza, ottimizzare le risorse e prevedere le emergenze", commenta Redfearn.

Le reti elettriche del futuro, quindi, stanno all'intersezione fra energia e informazione. Ma la rivoluzione delle smart grid parte dall'utente: l'impegno dei consumatori è essenziale per renderle efficaci. Grazie agli elettrodomestici intelligenti e ai contatori elettronici, si può abbattere la domanda almeno del 10%, in base ai risultati di tutti i progetti pilota. E questo sarà l'effetto più spettacolare delle smart grid: introdurre nelle case di tutti noi una maggiore consapevolezza nell'utilizzo dell'energia, con il monitoraggio in tempo reale dei consumi. Un taglio che si aggiunge alle minori perdite di rete e si traduce in meno centrali da costruire, meno combustibili da bruciare e meno CO2 in atmosfera.


9 febbraio 2011

Alitalia con Solena alla prova bio-kerosene

Alitalia e Solena uniscono le forze nel settore biocarburanti.

Sul modello dell'accordo già raggiunto con British Airways, finalizzato alla riconversione dei rifiuti solidi urbani dell’area metropolitana di Londra in jet fuel per gli aeromobili che operano sull’aeroporto di Heathrow, i due gruppi hanno avviato anche in Italia uno studio di fattibilità relativo alla realizzazione di un impianto capace di riconvertire i rifiuti solidi urbani in una quota rilevante del jet-fuel necessario agli aeromobili di Alitalia, garantendo l’abbattimento delle emissioni di gas serra e la stabilità degli approvvigionamenti.

L’impiego della tecnologia di Solena, tramite il partner italiano Enalg, consentirà di produrre carburante aereo alternativo, attraverso un processo di gassificazione ad alta temperatura dei rifiuti che saranno trasformati in "syngas", a sua volta convertito poi in forma liquida.

L'iniziativa è legata alla nuova normativa europea, entrata in vigore anche in Italia all'inizio di questo mese, che estende alle attività di trasporto aereo gli obblighi di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra. Rispetto alla media storica (2004-2006), le emissioni dovranno essere ridotte del 3% nel 2012 e del 5% nel 2013. Quando i vettori continentali dovranno iniziare a ridurre la CO2 o in alternativa acquistare i diritti di emissione corrispondenti, allora il kerosene carbon-neutral potrà rivelarsi la carta vincente anche sul piano della convenienza economica.

Nell’attesa, le compagnie aeree più previdenti si stanno adeguando.

Air France-KLM, Lufthansa, Virgin Atlantic e British Airways sono quelle più avanti con progetti mirati alla decarbonizzazione, in quanto prima degli altri si sono date una struttura organizzativa dedicata. KLM e Virgin hanno sperimentato i primi voli (B-747) alimentati a bio-kero già nel 2009, Lufthansa assistita da Airbus quest’anno sarà la prima ad aprire un collegamento di linea con A-321 a biojet, infine British con  Solena ha avviato il già citato progetto di costruire nei pressi di Londra un impianto BTL (Biomass To Liquids) che convertirà rifiuti urbani in biokerosene avio e bionafta, oltre a produrre energia elettrica.


7 febbraio 2011

Il sole del Rajasthan per l'italiana Archimede

Dopo avere conquistato il Portogallo, il solare termodinamico di Archimede Solar Energy arriva fino in India. La società italiana, controllata dal gruppo Angelantoni e partecipata al 45% da Siemens, realizzerà in consorzio una centrale solare termodinamica a sali fusi da 10 megawatt nel deserto del Rajasthan, chiamata Rajasthan Solar One, con un investimento di 60 milioni di dollari. 


4 febbraio 2011

Elettrodotti sottomarini, cresce Prysmian nel Mare del Nord

Procede a ritmo serrato lo sviluppo di nuovi parchi eolici nelle acque dell’Europa settentrionale. Sull’eolico offshore punta anche l’Olanda, il cui operatore della rete TenneT ha ottenuto dalla Bei un prestito di 450 milioni di euro per la costruzione di un elettrodotto di 83 chilometri tra L’Aia a Rotterdam, che permetterà di collegare il sistema elettrico olandese ai parchi eolici del Mare del Nord.

TenneT è anche responsabile del progetto SylWin1, che prevede il collegamento di impianti eolici offshore nel Mare del Nord per 288 megawatt alla terraferma tedesca, e ha affidato una commessa da oltre 250 milioni di euro a Prysmian, ex Pirelli Cavi, per realizzare il collegamento lungo un percorso di 159 chilometri in mare e di 45 chilometri sulla terraferma. Cavi e componenti di rete saranno realizzati tra il 2012 e 2013, mentre l’entrata in funzione del parco SylWin1 è attesa nel corso del 2014.


1 febbraio 2011

Scozia e Norvegia lanciano la sfida di NorthConnect

Il primo ministro scozzese, Alex Salmond, ha lanciato ieri un maxi-progetto per la realizzazione di un elettrodotto sottomarino attraverso il Mare del Nord, che collegherà il Regno Unito settentrionale alla Norvegia permettendo l’interscambio dell’energia pulita prodotta dai parchi eolici offshore britannici e dalle centrali idroelettriche scandinave.

Per la realizzazione del North Sea Interconnector hanno firmato un accordo, alla presenza di Salmond, la britannica Sse, la svedese Vattenfall e le norvegesi Adger Energi, E-Co Energi e Lyse, che hanno costituito la società di scopo NorthConnect con il supporto finanziario dello Scottish European Green Energy Centre. NorthConnect lavorerà per mettere a punto entro 3-4 anni gli studi di fattibilità tecnico-economica dell’elettrodotto, che sarà lungo 550-700 km e potrà funzionare in entrambe le direzioni.

"La Scozia è in una posizione ideale per divenire il magazzino dell’energia verde d’Europa, grazie a risorse stimate in 206.000 megawatt", ha dichiarato Salmond.


28 gennaio 2011

Via alla campagna per l'eolico offshore francese

Il presidente francese, Nicolas Sarkozy, ha annunciato ufficialmente l’avvio della gara per l’installazione di 6.000 megawatt eolici offshore al 2020. Sarkozy ha spiegato che la prima fase della gara sarà lanciata nel secondo trimestre di quest’anno e riguarderà la realizzazione di parchi per 3.000 megawatt in 5 zone nell’Atlantico e nella Manica, con un investimento stimato in 10 miliardi di euro.

"Il nostro obiettivo è creare una filiera nazionale in grado di realizzare questi sistemi di produzione e capace di rivolgersi anche all’export", ha dichiarato Sarkozy, lasciando pochi dubbi sulla nazionalità dei vincitori. Edf Energies Nouvelles e Alstom e hanno già siglato un accordo per partecipare assieme alla gara.


27 gennaio 2011

Prima centrale geotermica offshore nel Tirreno

Sarà realizzata in acque italiane la prima centrale geotermica offshore del mondo, che sfrutterà il calore del vulcano sommerso più grande d’Europa, il Marsili.

L’impianto, autorizzato dal ministero per lo Sviluppo Economico, è promosso da un comitato scientifico formato dall’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, dal Centro di ricerche e studi sperimentali per le Geotecnologie dell’Università di Chieti, dall’Istituto di scienze marine Ismar del Cnr e dal Politecnico di Bari.

I lavori per realizzare il pozzo geotermico sottomarino potrebbero iniziare nel 2012, mentre il progetto prevede, entro il 2015, la costruzione di 4 centrali galleggianti in grado di fornire energia sufficiente per 70.000 persone, il tutto per un investimento di 1,96 miliardi di euro.


25 gennaio 2011

Italia seconda in Europa per gli incentivi alle rinnovabili

Nel 2009 l’Italia è risultata al secondo posto nell’Unione europea quanto a incentivi pubblici per le fonti rinnovabili. In base a uno studio commissionato dalla direzione generale Energia dell'Ue a Ecofys, Ernst&Young, Fraunhofer e TU Vienna, il nostro Paese ha speso infatti nell’anno circa 5 miliardi di euro, situandosi dietro alla sola Germania (quasi 11 miliardi di euro) e davanti a Spagna (4,3), Francia (2,5), Svezia (2,1) e Regno Unito (2).

Lo studio, pubblicato dalla Commissione Ue, sottolinea che questi 6 Paesi costituiscono la quasi totalità dei finanziamenti pubblici europei, ammontati complessivamente nel 2009 a 35 miliardi di euro. Considerando tuttavia gli aiuti alle rinnovabili in rapporto ai consumi energetici nazionali, la Svezia balza al primo posto della classifica con oltre 6 euro per ogni megawattora, seguita da Germania e Spagna con 4,1 euro a megawattora e da Italia, Portogallo e Lituania con circa 3,2 euro a megawattora.


23 gennaio 2011

Il fotovoltaico italiano moltiplicato per 6 in un anno!

A fine 2010 eravamo a 3 gigawatt di potenza fotovoltaica installata in Italia, su 150mila impianti. Ma questi sono solo gli impianti già collegati alla rete. In base alle stime del Gestore dei Servizi Energetici, la realtà potrebbe essere ben diversa: con i collegamenti in corso, potremmo arrivare addirittura a 7 gigawatt di potenza installata! Lo ha annunciato il Gse durante un'audizione informale in Senato.

Com'è potuto accadere un balzo di questa dimensione? Già l'aumento degli impianti collegati è spettacolare: nel solo anno 2010 la nuova potenza fotovoltaica installata è stata pari a 1.850 megawatt, con un incremento del 160% rispetto alla potenza entrata in esercizio nell’anno precedente (711 megawatt).

Oltre a questi, però, al Gse sono arrivate comunicazioni per circa 55.000 ulteriori impianti, con una potenza di 4.000 megawatt, in aggiunta agli impianti in esercizio sopra citati, a seguito della legge 129/2010, che prevede di riconoscere le tariffe 2010 agli impianti fotovoltaici che entreranno in esercizio entro giugno 2011, purché abbiano comunicato la fine dei lavori entro il 31 dicembre 2010.

Valutando queste ultime richieste si deduce che la potenza complessiva degli impianti installati, seppure non ancora tutti collegati alla rete elettrica, potrebbe essere pari, a fine 2010, a 7.000 megawatt su 200.000 impianti, contro i 1.142 megawatt di fine 2009.

In pratica, la corsa ai vecchi incentivi, più favorevoli rispetto alle nuove regole entrate in vigore all'inizio del 2011, ha provocato un'incredibile moltiplicazione della potenza installata per sei!

Di conseguenza, già nel corso del 2011 potrebbe essere raggiunto il target di 8.000 megawatt, che il Piano di Azione Nazionale sulle fonti rinnovabili ha previsto per l’anno 2020 per gli impianti fotovoltaici.

Che cosa succederà dopo, è ancora tutto da capire...


20 gennaio 2011

Boom dell'eolico offshore in Europa del Nord

E’ boom per l’eolico offshore in Europa. Nel 2010, rivela l’European Wind Energy Association, sono state installate 308 nuove turbine in mare, il 51% in più rispetto al 2009, per un totale di 883 megawatt distribuiti in nove parchi eolici in 5 Paesi Ue. Gli investimenti complessivi si aggirano sui 2,6 miliardi di euro. I dati 2010 portano la capacità eolica offshore europea a 2.964 megawatt.

Il Paese leader è la Gran Bretagna, con una capacità di 1.341 megawatt, seguita da Danimarca con 854 megawatt, Olanda con 249, Belgio con 195, Svezia con 164, Germania con 92, Irlanda con 25, Finlandia con 26. Chiude l’elenco la Norvegia con 2,3. L'Italia non ha nemmeno una palaeolica offshore, fino ad oggi.

Se il 2010 è stato un anno positivo, il 2011 andrà ancora meglio. Ewea prevede infatti nuove installazioni offshore per una capacità compresa tra i 1.000 e i 1.500 megawatt. Ma in Italia ancora niente.


16 gennaio 2011

Previsioni 20-20-20: l'Unione centrerà l'obiettivo, ma senza l'Italia

La Ue centrerà, anzi supererà, il target delle rinnovabili al 2020, mentre l’Italia, molto probabilmente, lo mancherà. “Presi insieme i Piani d’azione nazionale mostrano che la Ue a 27 raggiungerà il 20,7% di consumi energetici da rinnovabili” ha spiegato Justin Wilkes, della European Wind Energy Association, che ha pubblicato i risultati della sua analisi dei 27 Piani presentati alla Commissione l’estate scorsa.

Dall’analisi aggregata di tutte le politiche messe in campo dagli Stati membri, secondo l’Ewea nel 2020 circa 1/3 della domanda elettrica, vale a dire il 34%, verrà soddisfatta con energia rinnovabile, perloppiù eolica (14%, di cui 10% onshore e 4% offshore). Il restante 20% sarà coperto con l’idroelettrico (10,5%), le biomasse (6,6%), il solare fotovoltaico (2,4%) e a concentrazione (0,5%), la geotermia (0,3%) e lo sfruttamento delle maree (0,1%).

In termini di capacità installata, l'energia eolica si porterà a 213.000 megawatt, pari al 14% della domanda elettrica europea. A quella data sarà l'Irlanda il paese con il più elevato contributo proveniente dalla fonte eolica (36,4% sul totale dei consumi elettrici), seguita dalla Danimarca (31%). Secondo una recente relazione della Commissione Europea - Tendenze in materia energetica della UE fino al 2030 - nel decennio 2011-2020 l'eolico metterà a segno la crescita più significativa in termini di potenza installata, rappresentando il 41% della nuova capacità.

L'analisi svolta sui singoli Stati porta l'Ewea a ritenere che saranno ben 15 gli Stati europei che nel 2020 supereranno il loro target nazionale. I risultati più significativi saranno raggiunti dalla Bulgaria, che migliorerà del 2,8% il proprio obiettivo, dalla Spagna (+2,7%) e dalla Grecia (+2,2%). Altri 10 Stati centreranno il loro obiettivo ma senza superarlo, mentre saranno soltanto due Paesi membri della UE - Italia e Lussemburgo - a rimanere al di sotto del loro target nazionale e a dover ricorrere a meccanismi di compensazione per rispettare l'impegno. L'Italia fallirà il traguardo per un -0,9%, mentre il Lussemburgo per un -2,1%.

 


15 gennaio 2011

Il 2010 anno record per le rinnovabili nel mondo

Gli investimenti mondiali nelle fonti rinnovabili hanno raggiunto nel 2010 i 243 miliardi di dollari, il 30% in più rispetto ai 186,5 miliardi del 2009. Il dato, fornito dal rapporto annuale di Bloomberg New Energy Finance, assegna agevolmente all’anno da poco concluso il primato storico, considerati i 51,7 m.iliardi del 2004, i 76,3 miliardi del 2005, i 112,9 miliardi del 2006, i 150,8 miliardi del 2007 e i 180,1 miliardi del 2008.

La crescita del 2010 deriva dagli investimenti cinesi, dall’eolico offshore e dal fotovoltaico in Europa, ma in parte anche dalle spese in ricerca e sviluppo. Per quanto riguarda la Cina, nel 2010 gli investimenti nelle rinnovabili sono saliti del 30% a 51,1 miliardi, mentre l’eolico globale ha messo a segno un +31% con 96 miliardi (di cui il 38% attribuibile alle iniziative cinesi e ai parchi offshore europei). Sul fronte della ricerca e sviluppo, gli investimenti hanno raggiunto il livello record di 35,5 miliardi, a seguito di una crescita delle spese sia pubbliche che delle aziende private.

Suddividendo i dati per settore, la crescita maggiore del 2010 (+49%) ha rigurdato il fotovoltaico, che ha attirato investimenti per 89,3 miliardi grazie al traino dell’Europa (59,6 miliardi, +91%). Bene anche le nuove tecnologie come smart grid, energy management e veicoli elettrici (+27% a 23,9 m.iliardi), mentre sono in calo i biocarburanti e restano invariate le biomasse e l’energa da rifiuti.

Per il 2011, ha commentato l’amministratore delegato di Bloomberg Nef, Michael Liebreich, “i segnali sono incoraggianti, data la probabile riduzione dei costi dei pannelli solari e delle turbine eoliche e il miglioramento delle fonti di finanziamento dopo il picco negativo della crisi”.


11 gennaio 2011

Novamont e l'economia del riciclo: la sfida dei sacchetti

All'inizio ci fu Topolino. Il suo faccione sorridente, stampato sul quadrante di un orologino giallo per bambini, fu distribuito in milioni di esemplari. Fece epoca, il primo prodotto italiano in plastica verde, derivata non dalla puzza di petrolio ma dalla fragranza delle pannocchie di mais dei nostri campi. Cominciò così l'avventura della Montedison di Gardini e Ferruzzi nel magico mondo della chimica sposata all'agroindustria. E Catia Bastioli era lì, a inventare la nuova molecola di un materiale mai visto prima e poi a produrre a mano, con il suo team, tonnellate di bioplastica per quella trovata di marketing che fu la prima uscita ufficiale del Mater Bi.

Vent'anni dopo, siamo al divieto dei sacchetti di plastica. Con la nuova normativa, si apre un business enorme per le bioplastiche: fino ad oggi gli italiani sono stati fra i massimi utilizzatori dei micidiali shopper che soffocano i mari del mondo, con un consumo pro capite di 300 pezzi l'anno, oltre 200mila tonnellate complessive, un quarto dei consumi europei. Anche ammettendo una contrazione del 50% per la sostituzione con sacchetti di carta o di stoffa - già osservata in altri Paesi che hanno introdotto normative analoghe - il mercato italiano degli shopper biodegradabili, capaci di sciogliersi in poche settimane e di tornare alla terra, si espande di colpo a 100mila tonnellate. Di questo mercato, almeno il 60% verrà coperto da Novamont, l'azienda di Novara erede del centro ricerche Fertec e dell'orologio di Topolino, che si è attrezzata per far fronte al boom, raddoppiando la produzione in due anni. Non solo per i sacchetti, naturalmente: la plastica verde va alla grande e Novamont produce un biopolimero adatto a mille trasformazioni, dai giocattoli alle stoviglie, dagli imballaggi agli pneumatici, di cui esporta oltre la metà.

Nato dalla grande scuola di scienza dei materiali Montedison, le cui tradizioni risalgono al polipropilene del Nobel Giulio Natta, il centro ricerche Fertec fu affidato a Bastioli, una chimica umbra, con il compito di armonizzare la cultura chimica di Montecatini con quella agroindustriale del gruppo Ferruzzi. Al disastro di Montedison il centro è sopravvissuto come Novamont, una piccola azienda controllata da Intesa SanPaolo, Investitori Associati e per una piccolissima quota dagli stessi fondatori. "Da ricercatori, nel '96 ci siamo trasformati in imprenditori e da allora ad oggi non ci siamo mai fermati", racconta Bastioli. Il breakeven è arrivato nel 2001 e nel 2010 il fatturato ha sfiorato i 90 milioni di euro, per 80mila tonnellate di bioplastiche. Con la riconversione di un nuovo impianto, a marzo si dovrebbero aggiungere altre 60mila tonnellate di capacità. A Terni, dove ha il grosso della produzione, Novamont punta anche sull'impianto Basell, una vecchia conoscenza, erede decotta della gloriosa Himont, gioiello tecnologico della vecchia Montedison.

"Con l'impulso della ricerca verde, la chimica italiana si può ancora rivitalizzare", è convinta Bastioli. Un sogno basato sull'universale riconoscimento di questa eccellenza italiana nel mondo dei materiali verdi, che compete alla pari con colossi mondiali come Basf o DuPont. Bastioli, insignita del premio "inventore europeo" della Commissione Ue, continua a sfornare novità. Dopo il Mater Bi di prima generazione, è arrivato quello di seconda, con una pellicola trasparente sempre più performante. E Novamont ha già in via di sviluppo le prossime cinque generazioni di bioplastiche: si allarga ai lubrificanti e sfrutta le nano-particelle d'amido per produrre con la Goodyear speciali pneumatici con una bassa resistenza al rotolamento, che vanno sulle nuove Bmw. A 53 anni, la signora della bioplastica italiana può ben dire di aver vinto la sua battaglia nel mondo. In Italia è ancora tutto da vedere.


6 gennaio 2011

Parte dai lampioni la sfida della smart city

Nel centro di Amsterdam ci caricano le biciclette elettriche, a Lisbona li usano come hotspot wifi, a Salonicco diventano totem informativi per i turisti. "I lampioni stradali possono essere trasformati già oggi in una rete intelligente: che senso ha costruirne di nuove per ognuno di questi usi?" Gianluca Moretti, ad del gruppo Umpi, ha in tasca la soluzione: Minos System consente di telegestire l'illuminazione pubblica e di aggiungere innumerevoli funzioni a ogni palo della luce. "Con 500mila punti luce intelligenti già installati in Europa, il nostro gruppo sta realizzando il sogno della smart city, senza bucare neanche una strada", spiega Moretti.

Nel sistema brevettato e prodotto dall'azienda romagnola, basta allacciare al cavo di alimentazione di ogni lampione una scatoletta lunga dieci centimetri, Syra, per telegestire le lampade e trasformarle in un supporto adatto all'applicazione di diverse tecnologie: videosorveglianza, connettività wifi, telesoccorso, centralino meteo, stazione di ricarica per moto e bici elettriche, accertatore di sosta e via dicendo. Le informazioni convergono in un quadro elettrico locale, Andros, grazie alle onde convogliate per la trasmissione dati attraverso le linee elettriche, un sistema utilizzato talvolta anche per far arrivare Internet nelle case via prese della luce. Ogni quadro può telegestire fino a mille lampioni e inviare i dati alla centrale operativa Ios, da cui si possono configurare fino a cento quadri.

I vantaggi sono evidenti, a partire dal risparmio: grazie al telecontrollo, si possono ridurre i consumi energetici dal 30 al 45% e i costi di manutenzione fino al 40%. "In Italia ci sono 10 milioni di punti luce, uno ogni 10 abitanti. Immaginiamo il risparmio complessivo se il nostro sistema fosse applicato a tappeto", rileva Moretti. E tutto ciò senza cambiare neanche un lampione, solo con una maggiore efficienza di gestione. Non a caso, Minos System va alla grande. Non solo in Italia, dove finora è stato adottato dall'Acea a Roma, dai comuni di Genova, Venezia e altri minori, lungo i tunnel dell'Anas, nelle stazioni ferroviarie. Ma soprattutto all'estero, dove copre migliaia di chilometri di autostrade nel Regno Unito e in Belgio, oltre a sezioni di città grandi e piccole, da Bruxelles a Medina, da Cordova a Kuala Lumpur. Il sistema nato e realizzato a Cattolica è fra i tre finalisti per il GE Smart Grid Award, nell'ambito dei prestigiosi Academic Enterprise Awards, che verranno annunciati a Zurigo in febbraio, e ha vinto in novembre l'Ict Excellence Awards 2010 del West Midlands per il Green Tech.

 

 


4 gennaio 2011

I cinesi avanzano verso il nucleare autofertilizzante

Gli scienziati cinesi avrebbero inventato una nuova tecnologia per lo sfruttamento del combustibile nucleare esaurito. L'annuncio è stato dato dalla televisione di Stato, senza offrire ulteriori dettagli tecnici: si sa soltanto che la nuova tecnologia esce dai laboratori della China National Nuclear Corporation, nel deserto del Gobi, dopo decenni di sperimentazioni. Il salto tecnologico, sostiene la Cctv, consentirà all'industria nucleare cinese di soddisfare il fabbisogno di combustibile nucleare per secoli. "La Cina ha riserve accertate di uranio che dovrebbero durare solo da 50 a 70 anni", ma con questa scoperta il periodo di copertura si allunga "a 3.000 anni".

L'annuncio arriva proprio mentre i cinesi avanzano rapidamente nel loro enorme programma di sviluppo del nucleare civile. Attualmente sono in costruzione sei reattori AP1000, con tecnologia Toshiba-Westinghouse di terza generazione, cui collabora anche l'italiana Ansaldo, in due siti diversi, Sanmen e Haiyang. I primi quattro, da 1100 megawatt ciascuno, saranno operativi fra il 2013 e il 2014 e ce n'è un'altra cinquantina in programma in giro per il Paese. Pechino vorrebbe raggiungere una capacità nucleare da 70 a 80 gigawatt entro il 2020, equivalente a tutta la capacità elettrica installata in Italia. E se va avanti a questo ritmo, è probabile che centrerà l'obiettivo: i tempi normali di costruzione di un reattore sono 4-5 anni, ma l'alacrità cinese non ha limiti. E' quindi comprensibile la preoccupazione del governo di Pechino per gli approvvigionamenti di combustibile: la Cina produce attualmente circa 750 tonnellate di uranio l'anno, ma la domanda potrebbe aumentare fino a 20.000 tonnellate entro il 2020.

Se davvero gli scienziati cinesi sono riusciti a mettere a punto una tecnologia di riutilizzo del combustibile nucleare più avanzata di quelle già sfruttate in Occidente, hanno scoperto la pietra filosofale del nucleare civile.

Ma non è chiaro a cosa si riferisse l'annuncio televisivo. Il riprocessamento del combustibile, infatti, è un sistema già conosciuto e praticato dall'industria nucleare occidentale: solo il 3-4% del combustibile usato una volta non si può più riutilizzare, il restante 96% viene riciclato. I due principali siti europei di riprocessamento sono La Hague in Francia e Sellafield in Inghilterra. Se i cinesi sono andati oltre, per ora non è dato sapere. In Occidente, l'industria nucleare lavora già da anni a vari tipi di reattori autofertilizzanti, macchine progettate per ottenere un rapporto di conversione maggiore di uno, cioè per produrre più materiale fissile al loro interno di quanto ne consumino. I rapporti di conversione tipici dei prototipi autofertilizzanti sono attorno a 1,2, mentre quelli dei reattori di prima e seconda generazione sono di 0,6.

La terza generazione, quella attualmente in costruzione, arriva a rapporti di 0,7-0,8. La tecnologia più promettente in questo senso è il reattore autofertilizzante a ciclo torio-uranio, proposto dal Nobel Carlo Rubbia per superare il problema delle riserve limitate di uranio: il torio è un combustibile nucleare molto abbondante in natura e non c'è bisogno di arricchirlo prima di usarlo. Un reattore al torio avrebbe anche il vantaggio di non generare plutonio (elemento tossicissimo e sfruttabile a scopi militari), ma di essere comunque in grado di "bruciarlo".