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11 maggio 2011

L'Europa leader verso un'economia low carbon

Il mese scorso la Commissione europea ha adottato una nuova tabella di marcia per ridurre, entro il 2050, le emissioni di carbonio dell'80% rispetto ai livelli del 1990. La commissaria europea all'Azione per il clima Connie Hedegaard - intervenuta alla Giornata dell'Energia delle Regioni europee, organizzata a Bruxelles da GE Energy insieme all'Assemblea delle Regioni d'Europa - è convinta che guidare il passaggio, a livello planetario, verso un'economia a basse emissioni di carbonio comporterà un notevole vantaggio competitivo per l'Unione Europea.

E i costi?

"Quanto più aspetteremo, tanto più elevato sarà il costo. Con i prezzi del greggio che continuano ad aumentare, l'Europa vede rincarare ogni anno la propria fattura energetica, diventando sempre più vulnerabile di fronte a queste fluttuazioni. Dare avvio oggi alla transizione ci ripagherà domani e non dobbiamo neanche attendere alcun progresso tecnologico, dal momento che è possibile realizzare un'economia a basse emissioni di carbonio solo sviluppando tecnologie già disponibili e di provata efficacia".

Ma in pratica, quanto ci costerà abbassare le emissioni dell'80%?

"Per realizzare questo programma, nei prossimi quarant'anni l'Unione dovrà fare ulteriori investimenti annuali pari all'1,5% del Pil, cioè 270 miliardi di euro, oltre all'attuale 19% del Pil già investito. Ma una buona parte di questi investimenti, se non tutta, sarà compensata da una fattura energetica per gas e petrolio meno onerosa che, secondo le stime, permetterà di risparmiare tra i 175 e i 320 miliardi di euro l'anno. Inoltre non va dimenticato che questo aumento ricondurrà semplicemente l'Europa ai livelli d'investimento in tecnologie pulite precedenti la crisi economica".

Con quali vantaggi?

"Gli investimenti in tecnologie pulite e infrastrutture intelligenti, come le smart grid, comporteranno notevoli vantaggi. Mentre a trarre beneficio del caro bolletta sono soprattutto i Paesi terzi, infatti, gli investimenti creano valore aggiunto all'interno dell'Unione. Oltre a ridurre la dipendenza dell'Europa dalle importazioni energetiche e di conseguenza la nostra vulnerabilità di fronte a possibili fluttuazioni dei prezzi del petrolio, questi investimenti stimoleranno nuove fonti di crescita e creeranno nuovi posti di lavoro. Ridurremo l'inquinamento atmosferico e i costi sanitari connessi. Da qui al 2050 i benefici derivanti da una migliore qualità dell'aria potrebbero ammontare complessivamente a 88 miliardi di euro all'anno".

E cosa ne sarebbe degli obiettivi 20-20-20?

"L'analisi rivela che per centrare l'obiettivo al 2050 nel modo economicamente più sostenibile, nel 2020 bisognerebbe ridurre le emissioni del 25%, anziché del 20% come attualmente fissato. E solo attraverso interventi a livello europeo. Ma la tabella di marcia dimostra che per ridurre del 25% le emissioni interne di carbonio basterebbe mettere in pratica le politiche necessarie per migliorare del 20% l'efficienza energetica dell'Unione — come riaffermato dai capi di Stato e di Governo all'ultimo vertice sull'energia — e attuare pienamente il pacchetto di misure su clima ed energia adottato nel 2009 per il 2020".

In che misura l'Ue ha già ridotto le sue emissioni?

"Le emissioni di gas serra prodotte dai 27 Stati membri nel 2009, secondo le stime, sono state di circa il 16% inferiori ai livelli del 1990, a fronte di una crescita economica dell'Ue nell'ordine del 40% nello stesso periodo. L'Unione è quindi già riuscita a dissociare la tendenza decrescente delle sue emissioni da quella crescente del suo sviluppo economico. Siamo a buon punto su tutto, meno che sull'efficienza energetica: con le politiche esistenti non riusciremo ad aumentare più del 10% l'efficienza energetica del sistema europeo. Il piano proposto ora dalla Commissione mira solo al pieno conseguimento dell'obiettivo iniziale".

Gli obiettivi 20-20-20, però, possono essere conseguiti con misure interne e crediti internazionali. Perché ridursi ora unicamente alle misure interne?

"L'analisi indica che con le politiche attuali, in realtà, l'Ue potrebbe già ridurre le proprie emissioni grazie alle sole misure interne. Se è possibile, varrebbe la pena di farlo, per trasferire all'interno dell'Unione tutti i vantaggi di riduzione dell'inquinamento e di stimolo economico, invece che 'regalare' questi vantaggi alla Cina o al Brasile. L'analisi, inoltre, ha permesso di concludere che andando avanti nel tempo non sarà più possibile un ricorso su larga scala ai crediti internazionali, perché l'azione globale necessaria a contrastare i cambiamenti climatici ridurrà l'offerta di crediti a costi contenuti. È quindi logico, in una prospettiva economica, pensare di ridurre le emissioni esclusivamente con misure interne, nel lungo periodo".


8 maggio 2011

Piccole biomasse crescono

Ci sono biomasse e biomasse. Dal cippato ricavato dai resti legnosi del taglio del bosco alle canne dei fossi distillate per produrre carburanti futuristici, dai rifiuti solidi urbani al biogas. In questo comparto una forma di energia antichissima, ricavata dalla combustione del legno, incontra la ricerca più avanzata nelle procedure più diverse di sfruttamento, dalla conversione termica a quella chimica o biochimica. Si tratta quindi di un mondo molto variegato, in cui spesso la sostenibilità cozza con gravissimi problemi d'inquinamento. La combustione del legno, senza filtri, è considerata una delle principali cause di morte da inquinamento in Africa, tanto che ad esempio la Regione Lombardia vieta da anni tassativamente l'utilizzo di stufe e caminetti nei Comuni al di sotto dei 300 metri di altitudine. La produzione dell'olio di palma, invece, è responsabile di vaste deforestazioni nelle aree tropicali. E i biocarburanti tratti da coltivazioni in concorrenza con la produzione alimentare non sono considerati sostenibili in prospettiva. Ma se gestite nella maniera corretta, le biomasse possono avere un ruolo determinante nel mix energetico: la loro modulabilità si integra benissimo con la discontinuità di solare ed eolico, permettendo così di abbandonare progressivamente le fonti fossili.

Particolarmente emblematico è il caso della Mossi & Ghisolfi, il campione italiano dei biocarburanti di seconda generazione, che ha appena inaugurato in Piemonte il primo impianto mondiale per la produzione industriale su grande scala di bioetanolo dalla canna dei fossi, quindi non in competizione con le colture alimentari. La struttura, che sarà capace di produrre 40mila tonnellate all'anno di bioetanolo, deriva da una lunga ricerca condotta dalla famiglia Ghisolfi per arrivare a utilizzare un materiale povero e pienamente sostenibile, come la canna Arundo donax, per produrre biocarburanti.

In Italia, nell'arco temporale compreso tra il 1999 e il 2009, il parco impianti a biomasse è cresciuto in maniera considerevole: il tasso medio annuo di crescita è stato pari al 10,4% per la numerosità e al 14,8% per la potenza installata, secondo l'ultimo rapporto del Gestore dei Servizi Energetici. Questa crescita è stata caratterizzata da una dimensione media, in termini di potenza, sempre più consistente: gli impianti nel 1999 avevano potenza installata media pari a 3,2 megawatt, cresciuta fino a 4,8 megawatt nel 2009. La produzione totale negli ultimi 10 anni è aumentata del 410% con un tasso di crescita medio annuo del 17,7%, ma nell'ultimo anno il balzo è stato di oltre il 27%. La spinta si evidenzia in particolar modo per le biomasse solide, grazie all'avvento dei meccanismi di incentivazione. Compresi i rifiuti urbani, le biomasse solide pesano per il 62% del totale della potenza installata e nel 2009 hanno prodotto oltre 4.400 gigawattora. Biogas e biocombustibili liquidi hanno invece prodotto rispettivamente circa 1.700 e 1.400 gigawattora.


5 maggio 2011

Le rinnovabili in Italia valgono mezzo punto di Pil

Investire nelle rinnovabili sul mercato italiano conviene, non solo all'ambiente, ma anche ai rendimenti. L'Italia, con 203 operazioni mappate nel 2010 e 12,3 miliardi di euro di investimenti, è uno dei mercati più attraenti al mondo per le rinnovabili. Un dato, in particolare, balza agli occhi: il totale degli investimenti del 2010 nelle energie pulite equivale allo 0,4% del Pil italiano che – nello stesso anno – è cresciuto dell'1%.

"Nel 2010, il settore delle energie rinnovabili ha confermato di essere molto dinamico, nonostante la congiuntura economica sfavorevole", spiega Alessandro Marangoni, ad di Althesys e capo del team di ricerca di Irex, l'indice italiano dei titoli delle società quotate attive nelle fonti rinnovabili, che ha appena presentato il suo rapporto annuale. "L'analisi ha rilevato 203 operazioni industriali, per un totale di 5.165 megawatt e investimenti stimati in circa 12,3 miliardi di euro", di cui oltre 6 di puri investimenti in nuovi impianti. In quest'area la parte del leone in termini economici la fa il fotovoltaico, ma è l'eolico che presenta le maggiori dimensioni in termini di megawatt installati. In aumento anche il numero delle acquisizioni rilevate (+30%), a conferma della tendenza al progressivo consolidamento del settore. In calo la presenza degli investitori finanziari, in particolare nelle operazioni di finanza straordinaria.

Il comparto è largamente rappresentato a Piazza Affari: l'Irex (Italian Renewable Index) include Alerion, Actelios, Erg Renew, ErgyCapital, Greenvision, K.R.Energy, Kerself, Kinexia, TerniEnergia e da luglio 2010 Eems. Queste società coprono quasi la metà della capacità italiana da fonti rinnovabili. Alerion, TerniEnergia e Eems sono i titoli che hanno saputo approfittare meglio della ripresa del settore nelle ultime settimane, con buone performance da inizio anno, mentre le altre sono scivolate in terreno negativo. Ma le prospettive sono buone per il settore nel suo complesso: Marangoni stima un potenziale di crescita al 2020 compreso tra i 30 e i 40.000 megawatt, con investimenti fino a 100 miliardi di euro. L'analisi costi-benefici condotta da Althesys, alla luce degli scenari politici e regolatori attualmente in discussione, mostra un beneficio netto potenziale per l'Italia compreso tra 24,3 e 32,3 miliardi di euro al 2020. "A fronte della spesa per gli incentivi, sempre meno generosi, ma comunque consistenti, volti a coprire i costi di generazione differenziali, ci sono benefici sia economici, sia ambientali, sia di politica energetica", spiega Marangoni.

Gli effetti degli investimenti in rinnovabili hanno anche risvolti occupazionali non trascurabili: 90mila posti di lavoro potenziali in più al 2020, purchè si superi l'attuale stato di incertezza con una normativa non penalizzante per le fonti verdi. L'incertezza legislativa e il credit crunch, infatti, incidono sul finanziamento dei progetti: due terzi degli operatori dichiarano di aver ridotto gli investimenti mentre il 27% delle aziende rinuncia a oltre il 30% di progetti per questioni legate al finanziamento.


4 maggio 2011

Sole e vento volano in Borsa

Crisi libica e terremoto in Giappone hanno riacceso i riflettori sulle energie rinnovabili, nonostante i malumori per gli eccessi di crescita e le incertezze sul fronte degli incentivi pubblici.

"Il livello di fiducia resterà alto, malgrado le battute d'arresto in alcuni mercati", ha detto il direttore Renewables and Cleantech di PricewaterhouseCoopers, Ronan O'Regan, alla presentazione del rapporto PwC Renewables Deals. Il rapporto sottolinea l'importanza dello sbarco nel settore rinnovabili dei grandi gruppi atomici francesi e americani, che dopo Fukushima stanno ulteriormente accelerando la diversificazione delle attività. Nel complesso, prevede O'Regan, "il recente ritorno del prezzo del petrolio sopra i 100 dollari al barile e la tragedia nucleare in Giappone continueranno a fornire supporto alle società del settore rinnovabili e a ricordare ai governi che il passaggio a un'economia a basse emissioni di CO2 non riguarda solo l'ambiente, ma anche la sicurezza degli approvvigionamenti energetici".

Al centro dell'attenzione è finito soprattutto il comparto del solare, su cui sembra essersi spostato gran parte dell'interesse perso per l'atomo: dopo Fukushima alcuni titoli della categoria sono balzati del 90% sui listini. Al di là degli sbalzi momentanei, sono le tedesche a esprimere le performance migliori da inizio anno: il colosso Solarworld, con un +50% nei primi tre mesi del 2011, Nordex a +46 e Sma Solar a +28, seguite dalla danese Vestas (+28%), dalla spagnola Gamesa (+28%), dalla tedesca Q-Cells (+26%), da Enel Green Power (+25%), Edf Energies Nouvelles (+18%) e Edp Renovaveis (+11%). Tutta speculazione, oppure ci sono davvero le basi per un trend duraturo?

A guardare al lungo periodo, Société Générale è stata tra le prime a fornire indicazioni sul nuovo scenario, ancora in corso di definizione. In uno studio gli esperti dicono che una rinuncia totale all'energia nucleare porterebbe a un 22% di capacità aggiuntiva per le fonti verdi al 2020, rispetto alle previsioni fatte prima del terremoto in Giappone: 387 gigawatt di nuove installazioni per l'eolico e 226 gigawatt per le altre rinnovabili. Ad approfittarne di più sarebbero i titoli del fotovoltaico: assumendo per il solare un tasso medio di crescita del 5% all'anno per il periodo 2010-2020, il potenziale di rialzo sarebbe del 66%. In uno scenario a tinte meno forti, di blocco solo per i nuovi impianti nucleari, l'impatto sulle fonti rinnovabili sarebbe più limitato, del 3-5% in più rispetto alle previsioni pre-terremoto.

Fra i titoli più gettonati dagli analisti c'è la tedesca Centrotherm Photovoltaics, uno dei pionieri del settore, con trent'anni di esperienza nelle tecnologie per l'industria del fotovoltaico. Per Independent Research, è il titolo più favorito: il consiglio è comprare con obiettivo di prezzo 50 euro, un guadagno del 35% rispetto ad oggi. Piacciono anche i due giganti First Solar e Suntech, l'americana e la cinese che si contendono il titolo di leader mondiale del fotovoltaico: per Barclays Capital il titolo First Solar correrà fino a 144 dollari mentre Suntech può arrivare a 12 dollari, con un'avanzata del 26%. Buone prospettive anche per la regina dell'eolico, la danese Vestas: per Hsbc il giudizio è comprare, senza obiettivo di prezzo.

Una prospettiva ottimistica per il settore delle energie pulite, nonostante il taglio delle incentivazioni in alcuni Paesi, viene anche dal rapporto Clean Energy Trends 2011 della società specializzata Clean Edge, giunto alla sua decima edizione. In base alle proiezioni del rapporto al 2020, il mercato dell'eolico è previsto in espansione a 122,9 miliardi di dollari dai 60,5 miliardi di fine 2010, il solare a 113,6 miliardi da 71,2 e i biocarburanti a 112,8 miliardi da 56,4. Nessun altro settore economico mondiale, del resto, ha registrato negli ultimi 10 anni una crescita paragonabile a quella delle nuove energie rinnovabili. Il mercato globale del fotovoltaico è passato dagli appena 2,5 miliardi di dollari del 2000 a 71,2 miliardi nel 2010, mettendo a segno un tasso medio annuo di crescita del 39,8%, mentre l'eolico è aumentato nello stesso periodo da 4,5 a 60,5 miliardi (+29,7%). Risultati spettacolari sono stati registrati anche in altri settori verdi, come i biocarburanti, i veicoli ibridi, gli edifici a basso consumo energetico e le smart grid. Considerando anche i biocarburanti, insieme all'eolico e al fotovoltaico il mercato globale delle energie pulite è salito nel 2010 del 35,2% rispetto al 2009, fino a 188,1 miliardi di dollari, con una prospettiva di crescita a 349,2 miliardi nel prossimo decennio, solo per queste tre tecnologie.


3 maggio 2011

Era al 34° piano della South Tower l'11/9/01: oggi festeggia

La morte di Osama Bin Laden regala uno sprint di breve durata ai mercati mondiali, che preferiscono mantenere un atteggiamento prudente, anche per timore di rappresaglie incombenti. Ma le ricadute sul lungo periodo potrebbero essere più significative, secondo Ruggero De Rossi, gestore a Wall Street, definito 'genio dei bond' dall'autorevole settimanale americano Barron's per le ottime performance del suo fondo Tandem Global Partners.

L'11 settembre del 2001 lei si trovava nella Torre Sud, la seconda a essere colpita ma la prima a crollare dopo l'attacco terroristico. Che effetto le fa questo epilogo?

"E' stato ucciso il leader di un'organizzazione criminale che ha massacrato tremila civili, morti bruciati davanti ai miei occhi quel mattino. Per fortuna noi dell'Oppenheimer Fund lavoravamo al 34° piano e quindi siamo riusciti a scappare in tempo, ma tutti quelli più sfortunati che lavoravano ai piani alti, oltre il 75°, sono rimasti intrappolati e sono morti. Vederli bruciare vivi nel rogo delle torri è stato terribile".

Ha festeggiato la morte di Bin Laden?

"Certamente, ma non tanto per la soddisfazione di veder soccombere un nemico, che pure considero giustificata, quanto per celebrare il coronamento di una lunga battaglia, costata dieci lunghi anni di sacrifici colossali. La fine di questa battaglia ha un valore simbolico non indifferente, ma soprattutto un valore economico".

In che senso?

"Se riusciremo a uscire dall'Afghanistan, risparmieremo centinaia di miliardi di dollari all'anno. Il 19% del bilancio americano è destinato alle spese per la difesa e una fetta cospicua di queste spese va nell'impegno in Afghanistan. Se questi soldi venissero risparmiati e potessero essere in parte investiti nella ricerca e sviluppo di energie alternative, sarebbe un enorme vantaggio, sia per il bilancio federale che per il futuro dell'economia americana. Inoltre la vittoria su Al Qaeda darà una mano alla popolarità del presidente Obama, che potrà essere più facilmente rieletto. Questo è positivo per l'economia americana, visto che la sua amministrazione applica una politica economica molto espansiva, mentre i repubblicani stanno spingendo per i tagli di bilancio".

Un altro effetto potrebbe essere un calo del prezzo del petrolio...

"Senza dubbio. La sconfitta di Al Qaeda riduce il rischio geopolitico, che si ripercuote anche sulle quotazioni del greggio. Alla lunga, quindi, il prezzo del petrolio dovrebbe diminuire e anche questo andrà a tutto vantaggio dell'economia".

Nel breve termine, però, si rischiano rappresaglie...

"Può essere che gli uomini di Al Qaeda sopravvissuti al loro leader vogliano dimostrare che anche senza Bin Laden sono in grado di dar fastidio all'Occidente, ma non credo che riusciranno a sferrare attacchi di grandi dimensioni. In questi dieci anni la potenza militare di Al Qaeda è molto diminuita. Innumerevoli leader terroristici sono stati uccisi e moltissimi complotti sono stati sventati. Resta però il rischio di qualche attentato, su questo non ci sono dubbi".


2 maggio 2011

Gas via tubo o via nave? L'Italia è poco liquida

Gas via tubo o via nave? L'Italia, quarto importatore mondiale di gas, ha scelto i tubi: due terrestri, che ci portano il metano dal Mare del Nord e dalla Russia, e due sottomarini, provenienti dalla Libia e dall'Algeria. I tubi non bastano, però, se si vuole approfittare della rivoluzione in corso, scatenata dall'estrazione dello shale gas. Oltre ai gasdotti, tutti dell'Eni, servono terminali di rigassificazione, che consentano l'importazione di gas naturale liquefatto via nave. Con 80 miliardi di metri cubi di fabbisogno, il nostro sistema produttivo beve gas quanto l'economia giapponese, che ha un Pil quasi triplo. Ma il Giappone ha 28 rigassificatori, noi solo due: uno piccolo a Panigaglia, in Liguria, sempre del Cane a sei zampe, e uno più grande al largo di Rovigo, di ExxonMobil, QatarPetroleum e Edison. Infatti ci sono ben dieci impianti in progetto da anni, di cui cinque andranno a realizzazione, secondo i piani del governo.

Il più avanzato fra i progetti in corso è il terminale Olt Offshore di E.on e Iride, che dovrebbe entrare in esercizio l'anno prossimo al largo di Livorno, tanto che è già stata avviata anche l'attività di reclutamento per la gestione del rigassificatore. L'impianto galleggiante, da 600 milioni di euro, consiste in una grossa nave gasiera, che è attualmente in cantiere a Dubai per la riconversione. L'arrivo in loco è previsto per aprile-maggio 2012: il terminale, da quasi 4 miliardi di metri cubi l'anno, sarà ancorato a 22 chilometri dalla costa e si sta già lavorando alla posa del tubo sottomarino, che lo collegherà alla rete a terra. Con la società Ruhrgas, capofila anche del progetto italiano, E.on è attiva nell'estrazione di gas naturale, sia nel Mare del Nord che in Russia, dove produce oltre 4 miliardi di metri cubi di metano all'anno. Malgrado i tagli agli investimenti annunciati in Germania, Ruhrgas è molto interessata a rendere rapidamente operativo il terminale al largo di Livorno, che considera strategico per la sua presenza in Italia. E.on ha un altro rigassificatore offshore in progetto, nel golfo di Trieste, che potrebbe contare su una capacità di 8 miliardi di metri cubi di gas all'anno, ma l'iter autorizzativo per questo secondo impianto è ancora lungo.

Della cinquina vincente dovrebbe far parte anche l'impianto Enel di Porto Empedocle: come confermato dal numero uno Fulvio Conti, nella presentazione del piano strategico 2011-2015 agli analisti internazionali, il progetto è considerato parte integrante dello sviluppo della società in Italia, per migliorare l'equilibrio nel mix dei combustibili utilizzati.

C'è stato un piccolo passo in avanti anche per il progetto di Erg-Shell a Priolo, nella concertazione con gli enti locali: in un incontro alla Regione con i sindaci di Priolo, Melilli e Augusta, è stata definita una prima base negoziale per compensazioni ambientali, riqualificazione dell'area e attività d'informazione alla popolazione relativa alla sicurezza dell'impianto.

Procede la riconversione a terminale di rigassificazione per la piattaforma petrolifera offshore Falconara di Api Nova Energia, che ha incassato il decreto di Via la scorsa estate e si appresta alla conferenza dei servizi conclusiva.

Ulteriore rallentamento, invece, per il progetto di Edison e Bp a Rosignano, il cui recente decreto di Via è stato impugnato davanti al Tar da un comitato di cittadini contrari al rigassificatore.

Fra i progetti di nuovi tubi, il più avanzato è il Galsi, che consentirà d'importare altri 8 miliardi di metri cubi di gas dall'Algeria via Sardegna, grazie all'investimento di 3 miliardi da parte di Edison, Enel e Hera, insieme all'algerina Sonatrach.

Per quanto riguarda Igi-Poseidon, il gasdotto sottomarino di collegamento fra la Grecia e l'Italia, in joint venture fra Edison e la greca Depa, entro giugno dovrebbe essere risolto il nodo della disponibilità del gas azero, uno degli ultimi ostacoli sulla strada della realizzazione del progetto.


28 aprile 2011

Un nuovo attore si affaccia sul mercato del gas

Il grande vincitore, dopo Fukushima, è il gas naturale. I primi effetti di breve termine si sono già sentiti sui mercati internazionali, con l'impennata dei prezzi nelle scorse settimane. Ma anche sul lungo periodo, la battuta d'arresto del nucleare beneficerà le grandi major del settore e i Paesi ricchi di metano, come il Qatar, dove Shell sta costruendo un gigantesco impianto per esportare gas naturale liquefatto (Gnl) via nave, o l'Australia, dove sono in via di realizzazione diversi terminali di liquefazione, come quello di British Gas nel Queensland. Ian Cronshaw, direttore dell'Agenzia internazionale dell'energia, ha reso noto che nel 2010 il commercio mondiale di Gnl è arrivato a 300 miliardi di metri cubi, il 20% in più rispetto al 2009. Anticipando il rapporto Golden Age of Gas, che sarà presentato il prossimo 6 giugno, Cronshaw ha precisato che in Cina il consumo di Gnl è salito dai 70 miliardi di metri cubi del 2007 a quasi 110 l'anno scorso, mentre in Europa, nonostante la crisi economica, la domanda è cresciuta del 30%, toccando i 90 miliardi di metri cubi. In complesso, la previsione è che il 21° secolo sarà l'era del gas, così come il 20° è stato l'era del petrolio.

La sfida, per le major mondiali, è riuscire a produrre abbastanza gas da soddisfare la domanda: tutte hanno annunciato negli ultimi mesi significativi aumenti degli investimenti dedicati a esplorazione e produzione, ma il problema è ottenere l'accesso a nuove riserve. La via maestra, scelta da diverse compagnie occidentali, è quella delle alleanze sempre più strette con i petrolieri di Stato dei Paesi produttori. Bp, ad esempio, sta tentando di entrare nel gigante russo Rosneft, con scarso successo, per ora, a causa di precedenti accordi con un'altra società, che ostacolano questa fusione. Eni e PetroChina hanno firmato un memorandum per una serie di iniziative congiunte sia in Cina che a livello internazionale. Paolo Scaroni, numero uno dell'Eni, si è detto convinto che il mercato del gas cinese sia uno dei più promettenti del mondo: "Il gas rappresenta oggi il 3% dei consumi della Cina, quindi insignificante, ma se la Cina vuole ridurre le emissioni di CO2 c'è un solo modo per farlo: più gas e meno carbone".

Un nuovo attore, nel frattempo, si sta affacciando sul mercato globale del gas e presto potrebbe competere con i grandi esportatori: gli Stati Uniti. Le nuove tecnologie di estrazione del gas da formazioni argillose, chiamate scisti, hanno liberato il potenziale di crescita del cosiddetto shale gas, che in pochi anni ha saturato il fabbisogno americano di metano e ora comincia ad abbondare, tanto che diversi player stanno progettando impianti di liquefazione, da Freeport Lng a Cheniere Energy, per avviarne l'esportazione su vasta scala. Ai prezzi attuali, il gas americano è molto conveniente rispetto a quello europeo e fa gola ai Paesi importatori. Gli analisti stimano che ce ne sia più che a sufficienza, sia per dare energia alla prevedibile ripresa dell'economia Usa, sia per esportarlo all'estero.

Resta il fatto che la nuova tecnologia, finora utilizzata prevalentemente negli Stati Uniti, non ci metterà molto a diffondersi. Già diverse major si sono comprate l'accesso al mercato americano e al relativo know-how, entrando in piccole compagnie locali, come l'Eni nella texana Quicksilver Resources. Ora sono attrezzate per dare il via allo sfruttamento dei giacimenti europei, concentrati soprattutto in Polonia e nel bacino del Baltico. "Si ritiene che in Europa ci siano abbondanti riserve di shale gas, noi ci crediamo e abbiamo cominciato un'esplorazione in Polonia”, ha detto Scaroni, precisando che le attività nel gas non convenzionale polacco si baseranno "sulle tecnologie apprese con l'acquisto della statunitense Quicksilver".

Non è chiaro quanto shale gas sia estraibile in Europa, ma secondo un primo report del Cera - la società di Daniel Yergin, autore del celebrato The Prize sulla storia delle fonti fossili - le nostre potenzialità non sono inferiori a quelle americane. Lo studio, appena uscito, stima che nei prossimi 10-15 anni l'Europa potrà produrre gas non convenzionale da un minimo di 60 miliardi di metri cubi a un massimo di 200 miliardi l'anno, più di quanto si produca oggi in Nord America. Lo stesso ministero dell'Energia americano conferma questi dati in un recentissimo rapporto, dove si leggono alcuni numeri incoraggianti: le riserve tecnicamente recuperabili di shale gas sono stimate in 187mila miliardi di metri cubi, che amplierebbero del 40% le riserve mondiali di gas. Di questi, 25mila miliardi sarebbero recuperabili nel sottosuolo americano e il resto in altri 34 Paesi del mondo, tra cui Cina (36mila miliardi), Argentina (22mila miliardi), Sud Africa (14mila miliardi), Polonia (5mila miliardi) e Francia (altri 5mila). L'Italia non è citata nel rapporto, che considera trascurabili le sue riserve di shale gas. Complessivamente, il governo americano stima in 17mila miliardi di metri cubi le riserve europee di gas non convenzionale, un bacino di tutto rispetto, di poco inferiore a quello statunitense. 


26 aprile 2011

Costi più alti per i reattori dopo Fukushima

La frenata del nucleare dopo il terremoto in Giappone è cominciata in Germania: 7 reattori spenti da un giorno all'altro per la moratoria di tre mesi imposta dalla cancelliera Angela Merkel. Poi il ripensamento si è esteso alla Svizzera, che ha bloccato i suoi piani di appalto per due nuovi reattori, destinati a sostituirne altri due, ormai prossimi alla pensione. I quattro reattori in programma nel Regno Unito procedono, ma subiranno dei rallentamenti per lo slittamento da giugno a settembre dell'autorizzazione da parte del ministero della Sanità e dell'Ambiente. Da noi, invece, la rinascita nucleare sembra definitivamente bloccata, dopo la moratoria del programma atomico del governo e l'azzeramento del referendum di giugno.

Per la Germania, la Svizzera e il Regno Unito si tratta di numeri importanti: i tedeschi coprono con il nucleare il 22% del proprio fabbisogno energetico, gli svizzeri il 40% e i britannici il 18%. Nel breve periodo, sostiene J.P. Morgan, la chiusura dei reattori costerà a E.on e Rwe 360 milioni di euro ciascuna in termini di minori profitti, ma nel medio termine le perdite dovrebbero essere compensate dall'aumento dei prezzi all'ingrosso dell'elettricità, che sono già saliti del 12%. Per l'Italia, invece, non è un grande sforzo, visto che il nucleare non ce l'abbiamo e l'energia è già più cara del 20-25% rispetto alle medie europee.

Se anche la battuta d'arresto fosse temporanea, resta il fatto che gli "stress test" su cui si è impegnata l'Europa, per verificare lo stato di salute dei 143 reattori attivi nell'Unione, faranno salire i costi di gestione di questi impianti. Perfino i francesi, che coprono con il nucleare l'80% del proprio fabbisogno energetico e quindi non possono certo permettersi ripensamenti, hanno convenuto, per bocca del numero uno di Edf, Henri Proglio, che "gli standard e le procedure dovranno essere armonizzati a livello europeo". E i primi contraccolpi del ripensamento tedesco stanno arrivando sul mercato delle fusioni: Siemens vuole disdire l'accordo di joint venture siglato due anni fa con il colosso nucleare russo Rosatom. 

La reazione europea si rispecchia sul piano internazionale: la Cina, impegnata in un gigantesco programma nucleare con 27 nuovi reattori, sui 62 in costruzione nel mondo intero, ha congelato le procedure di approvazione dei nuovi progetti. Non a caso, il capo dell'Agenzia Internazionale dell'Energia, Nobuo Tanaka, ha parlato di un possibile ridimensionamento per la quota di produzione elettrica da fonte nucleare, oggi al 14% nel mondo e prevista in crescita al 16% nel 2030. "Costruire nuovi reattori potrà comportare, d'ora in poi, costi maggiori o tempi più lunghi", ha detto Tanaka. "Questo significa che le nostre previsioni di crescita per la fonte nucleare potrebbero essere ridimensionate". Di conseguenza, le quotazioni dell'uranio sono cadute, insieme ai titoli delle società minerarie come Cameco, Rio Tinto o Bhp Billiton. Anche le azioni delle compagnie elettriche internazionali impegnate sul fronte nucleare perdono terreno.

Negli Stati Uniti, il ministro dell'Energia Steven Chu ha assicurato che l'amministrazione Obama manterrà i suoi impegni. Ma a questo punto tutti gli occhi sono puntati sulla nuova strategia energetica tedesca, che verrà annunciata entro metà giugno. Il Fraunhofer Institut sostiene che abbandonare il nucleare richiederebbe investimenti per 245 miliardi di euro. I dubbi dei politici sono fortissimi, come ha espresso chiaramente il ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble: "La domanda è: come si esce dal nucleare in modo accettabile da un punto di vista economico? E soprattutto, chi sostiene il costo di un'uscita anticipata: il contribuente o il consumatore?". I settori produttivi più energivori - tra cui la meccanica, la chimica e la siderurgia - sono preoccupati. Ma se anche un Paese manifatturiero come la Germania dovesse decidere di fare a meno del nucleare, il futuro di questa fonte sarebbe davvero segnato.


24 aprile 2011

L'atomo? In Germania sta morendo e in UK è in prognosi riservata

Il nucleare? "In Germania sta morendo e anche nel Regno Unito mi sembra in prognosi riservata". E' mesto Nick Butler, capo della strategia di Bp per vent'anni e consigliere del Labour in materia energetica, oltre che presidente del King's Policy Institute al King's College di Londra. "Questa decisione tedesca è molto destabilizzante per tutto il mercato: se si vogliono contenere le emissioni, non si può rinunciare al nucleare", aggiunge Butler, a margine dell'Utilities and Energy Conference, il convegno annuale di Accenture sulle stretgie energetiche, che quest'anno si è tenuto ad Amsterdam.

Che ne sarà dei programmi nucleari dei Paesi emergenti?

"Quelli resteranno. Cina e India andranno avanti, non possono continuare a basarsi solo sul carbone, sarebbe una scelta davvero troppo inquinante. Hanno molto bisogno di aumentare in fretta la produzione elettrica con una fonte più pulita e il nucleare per ora è l'unica possibilità. Amplieranno anche la produzione elettrica da fonti rinnovabili, ma con quelle non si può mandare avanti l'industria manifatturiera".

Però continueranno a crescere...

"Non c'è dubbio. Le fonti pulite sono ancora troppo care, ma offrono un grande vantaggio, soprattutto per i Paesi industrializzati, che si dibattono in questa ripresa senza occupazione: creano posti di lavoro. Inoltre aumentano la sicurezza energetica, riducendo le importazioni di petrolio".

E il gas?

"E' il grande vincente. Ormai la competizione più accanita sul mercato energetico è 'gas contro gas', non gas contro gli altri".

In che senso?

"Nel senso di gas naturale liquefatto contro gas distribuito via tubo. Con lo sfruttamento dei giacimenti di shale gas è cresciuta enormemente la competitività del gas naturale liquefatto, che alla lunga è destinato a prevalere. Prima del terremoto in Giappone si era già visto che il trend è questo. Superato lo scossone, i prezzi torneranno giù e sarà il gas naturale liquefatto a guidare le quotazioni".

E il petrolio?

"Anche le quotazioni del petrolio sono irrealistiche e scenderanno sotto i cento dollari al barile. Ma il petrolio resta una fonte troppo instabile e pericolosa. Non dimentichiamo che tra i Paesi esportatori di petrolio ci sono solo tre democrazie: Norvegia, Canada e Brasile. L'Europa deve assolutamente ridurre la sua dipendenza dal petrolio, sviluppando una politica comune molto più concentrata sulla sicurezza energetica".

Come?

"Diversificando il più possibile le fonti, compreso il nucleare, e i Paesi fornitori. Investendo nelle nuove tecnologie pulite. Riducendo i consumi con l'efficienza energetica".


20 aprile 2011

Chicco Testa: "Sconfitto il nucleare, vincono le fonti fossili"

Bloccare il nucleare non significa aprire la strada a un modo bello e pulito di produrre energia. Al contrario, significa bruciare sempre più combustibili fossili. Questa è la convinzione di Chicco Testa, ex presidente dell'Enel e antinuclearista pentito.

Una volta ancora l'Italia decide il suo futuro energetico sull'onda dell'emozione scatenata da un incidente. Quali sono le conseguenze dello stop al programma nucleare?

"Il blocco del programma nucleare porterà da un lato a una nuova vittoria delle fonti fossili (carbone, gas e petrolio), dall'altro lato a una sconfitta dei consumatori e dell'ambiente. Le fonti fossili, infatti, presentano tre rischi gravi: il rischio di prezzo, che aumenta a dismisura a ogni crisi geopolitica; il rischio di approvvigionamento, come dimostrato dai blocchi del gas russo qualche anno fa o di quello libico oggi; il rischio ambientale, con l'inquinamento e l'effetto serra causati bruciando questo tipo di combustibili".

Ma l'alternativa al nucleare non sono le fonti rinnovabili?

"Non è vero. Al momento attuale i combustibili fossili contribuiscono alla produzione di elettricità nel mondo per il 66%. Quindici anni fa era il 63%. In 15 anni hanno aumentato la loro quota di 3 punti percentuali, a discapito delle altre fonti, su una torta totale che è aumentata del 50%. Le fonti rinnovabili, invece, sono aumentate solo dello 0,2% (zero virgola due), passando dal 19,7% al 19,9%".

Com'è possibile, con tutti gli investimenti fatti nel sole e nel vento?

"Molto semplice. Sole e vento sono cresciuti, arrivando, insieme alla geotermia, all'1,8% della produzione elettrica totale. Ma in compenso la produzione idroelettrica ha perso l'1,6%. E continuerà a perdere, temo, perché ormai sono pochi i grandi bacini idroelettrici che si realizzano nel mondo. Risultato finale: l'energia elettrica si fa sempre di più con i combustibili fossili. Il carbone da solo fa più del 40%, con un aumento in 15 anni di 2 punti percentuali. E sono stati 15 anni in cui non si è fatto altro che parlare di Kyoto e di effetto serra. Bel risultato".

Quindi l'alternativa nucleare-rinnovabili è una bufala?

"Certo. Naturalmente questi numeri non li troverete mai nelle pubblicazioni ostili al nucleare. Per esaltare le performance delle rinnovabili si citano i numeri della potenza installata, dimenticando di dire che l'energia non è potenza, ma il prodotto fra la potenza e le ore di effettivo funzionamento. In Italia, mediamente, 1200 per il sole e 2000 per il vento, su 8700 ore che ci sono in un anno. I miei amici ambientalisti questi numeri preferiscono non vederli, come preferiscono non vedere le decine di miliardi di incentivi, che vengono concessi alle fonti rinnovabili per contribuire con qualche esiguo punto percentuale al fabbisogno elettrico italiano".

Ma che senso ha continuare questa discussione, dopo che l'incidente giapponese ha condannato il nucleare?

"Vediamo allora qualche altro numero, preso questa volta da un rapporto congiunto dell'Unione Europea e dell'Oms. Numero di morti per unità di energia elettrica prodotta, dalle diverse fonti. Carbone: 161 per ogni miliardo di kilowattora. Nucleare: meno di 1. Il carbone, sempre lui, con cui si fa il 40% dell’energia elettrica mondiale, è responsabile di più di 1 milione (1.000.000) di morti all'anno. Nemmeno Greenpeace è capace di sostenere che l'energia nucleare ne ammazza di più".

Conclusioni: la produzione elettrica si è fatta, si fa e si farà sempre di più con i combustibili fossili?

"Esatto. La domanda di energia elettrica continuerà a crescere, il nostro prossimo futuro sarà dominato dai combustibili fossili, continueremo ad avere 1 milione di morti all'anno per l'inquinamento da essi prodotto, pagheremo l'energia sempre più cara, sarà ancora più difficile ridurre le emissioni di CO2, pagheremo in Italia 6 miliardi di euro l'anno di incentivi alle rinnovabili per 20 anni. Ne vale la pena?"


18 aprile 2011

Hera a confronto con il territorio in una chat online sul bilancio

Il bilancio di sostenibilità di Hera è online e per la prima volta un'utility italiana si apre al confronto aperto con i cittadini con una chat sui temi del bilancio. Mercoledì 20, dalle 16.30 alle 19, sarà possibile porre domande a tecnici e dirigenti dell’azienda, che attraverso una semplice interfaccia grafica risponderanno in tempo reale.

Il bilancio di sostenibilità è per Hera il momento più importante di rendicontazione e confronto con il territorio: complessivamente, nel 2010 la ricaduta economica sul territorio servito è stata di oltre 1,6 miliardi di euro, più 1,5% rispetto al 2009, di cui 223 nei 48 comuni della provincia di Bologna serviti.

Del miliardo e 600 milioni, Hera ne ha distribuiti oltre 800 ai principali interlocutori (azionisti, lavoratori, pubblica amministrazione, comunità locale, azienda), di cui il 10% ai soci pubblici e privati a titolo di utili e il 15% in imposte, tasse e canoni agli enti del territorio. I restanti 848 milioni (64% del valore economico del totale delle forniture) sono andati alle aziende fornitrici di Hera.

Gli investimenti operativi nel 2010 sono stati 346 milioni, di cui un quarto circa destinati al ciclo idrico integrato. Una quota significativa è stata investita anche nelle infrastrutture di smaltimento dei rifiuti, tra cui in primo luogo i termovalorizzatori. Questo impiego di risorse sta dando oggi un ritorno positivo, sia per quanto riguarda l'energia prodotta (che passa dai 486 GWh del 2009 agli oltre 525 GWh del 2010), sia dal punto di vista del ridotto livello di emissioni, che sono ormai circa 10 volte inferiori ai limiti fissati dalla legge. 


13 aprile 2011

Boom d'installazioni, ma la filiera del solare non decolla

Il 2010 è stato l'anno del boom per il fotovoltaico italiano. Il Solar Energy Report del Politecnico di Milano indica un installato 2010 pari a 2.100 megawatt (+192% rispetto al 2009), ma se venissero effettivamente allacciati tutti gli impianti candidati a beneficiare del decreto “Salva Alcoa”, che ha prorogato fino a fine giugno 2011 il regime incentivante 2010, si arriverà ad oltre 6.000 megawatt di nuova potenza, con una crescita del 740% sul 2009.

Il volume d’affari generato dal settore è stato compreso fra i 7,6 miliardi di euro (se si considerano gli impianti effettivamente allacciati entro il 31 dicembre 2010) e i 21,5 miliardi di euro (tenendo conto anche di tutti gli impianti che possono beneficiare del “Salva Alcoa”): un incremento del 162 e 700% rispettivamente nel confronto con il 2009.

Il rapporto registra anche lo sviluppo della filiera industriale del fotovoltaico, con un numero di imprese (circa 800) salito del 13% rispetto all’anno precedente e un numero di occupati che ha ormai raggiunto i 18.500 e addirittura i 50.000 considerando l’indotto. Il peso delle aziende italiane ha superato quota 42% dei margini generati, rispetto al 28% di due anni fa. Ma resta comunque largamente minoritario rispetto ai competitor esteri, soprattutto nella parte alta della filiera, come si può vedere nel grafico seguente, tratto dal rapporto del Politecnico:

 


11 aprile 2011

Il costo in bolletta delle rinnovabili: non diamo i numeri!

Continua la diatriba sul peso in bolletta elettrica degli incentivi alle rinnovabili. Per il Kyoto Club le cifre fornite qualche settimana fa dal governo, che si accinge ad emanare il decreto con i nuovi incentivi per il fotovoltaico, erano improbabili: 10-20 miliardi di euro che cittadini e imprese sborsavano per sostenere le energie rinnovabili.

Kyoto Club ha già chiarito che nel 2010 il totale dei costi per le rinnovabili in bolletta era pari a 2,7 miliardi di euro e che oltre 3 miliardi invece andavano per oneri “impropri”, quali Iva non dovuta, smaltimento del vecchio nucleare, agevolazioni tariffarie per le ferrovie. Circa 2 miliardi sono da attribuire – spiega Kyoto Club – per il mancato collegamento elettrico tra Calabria e Sicilia e per i contratti che prevedono la cosiddetta “interrompibilità” a favore dei grandi consumatori di energia.

L’associazione è tuttavia consapevole che il peso degli incentivi per le rinnovabili in bolletta sarà in sensibile crescita nel 2011, soprattutto a causa dell’exploit del fotovoltaico degli ultimi mesi dello scorso anno e per gli impianti fotovoltaici del cosiddetto decreto “salva Alcoa” che potranno usufruire delle tariffe 2010. Va anche fatto presente però che il governo non dovrebbe dimenticare quei 40 miliardi di euro regalati negli ultimi 10 anni a petrolieri e produttori di energia elettrica da fonti fossili grazie al Cip6.

Per Francesco Ferrante, vice presidente di Kyoto Club, “sono proprio i grandi consumatori di energia che in questi giorni stanno diffondendo dati non corretti sull’alto costo dell’elettricità per colpa del sostegno alle rinnovabili”, per indurre il governo a tagliarli drasticamente.

Ferrante ritiene però che l’assunto da cui partono i grandi consumatori non sia del tutto corretto: nel confronto con i loro concorrenti europei, infatti, l’unico settore che ha motivo di lamentarsi è quello delle piccole imprese che consumano relativamente poca energia elettrica e che la pagano circa il 20% in più della media europea e circa il 5% in più dei tedeschi; i cittadini invece pagano il 15% in più degli europei, ma il 15% in meno dei tedeschi; mentre i grandi consumatori pagano addirittura il 10% in meno dei loro colleghi tedeschi.

Il confronto con la Germania è giustificato non solo perché quello è il paese leader in Europa, ma anche perché tra i paesi europei è quello più simile al nostro per quanto riguarda il peso dell’industria manifatturiera sul sistema economico.

Questo è il grafico elaborato da Kyoto Club su dati Eurostat, che illustra il costo 2010 in euro per ogni 100 kWh, sulla base di differenti scaglioni di consumi elettrici:

 


5 aprile 2011

Pronti, via: un'altra corsa per gli incentivi al solare

Un mercato stop-and-go. Con la frenata del nucleare e le turbolenze libiche sugli idrocarburi, l'attenzione degli investitori si concentra sul solare italiano, dopo il blocco degli ultimi mesi. Gli operatori sono sulla linea di partenza per acchiappare i nuovi incentivi, il cui varo è previsto a giorni. Ma la bolla del fotovoltaico rischia di riprendere a gonfiarsi.

"La corsa disordinata alle tariffe più generose, che si è scatenata nel primo periodo di transizione a fine 2010 e ha causato l'impennata dei costi del solare sulle bollette degli italiani, rischia di ripetersi ora nel passaggio alla nuova incentivazione", prevede Vittorio Chiesa dell'Energy & Strategy Group del Politecnico di Milano. Nelle stime del Politecnico, l'incidenza del solare in bolletta potrebbe arrivare quest'anno ai 2,4 miliardi previsti dall'Authority in bolletta e lievitare già l'anno prossimo a 4-4,5 miliardi. Di conseguenza, l'impegno che lo Stato si sarà assunto a fine 2012, prevedendo 10 gigawatt installati, arriverà complessivamente a 48 miliardi spalmati su vent'anni, periodo di durata degli incentivi. Con un'incidenza, negli anni 2013-2033, di 3,5-4 euro al mese per la famiglia media. In complesso, il messaggio è unanime: gli incentivi al fotovoltaico vanno ridotti, anche perché lo sviluppo di questa fonte è in anticipo sulla tabella di marcia degli obiettivi che ci eravamo posti al 2020 (8 gigawatt e siamo a 7), mentre altre fonti rinnovabili sono rimaste indietro, come l'eolico, che dai 6 gigawatt attuali dovrebbe arrivare a 13. Le nuove tariffe sono in discussione in questi giorni tra i vari ministeri: tutto sta a vedere come verranno ridotte, non solo quanto.

La base della discussione è la proposta avanzata da Confindustria, che ipotizza di aggiungere altri 2 gigawatt all'anno fino ad arrivare a un peso massimo di 6 miliardi di euro in bolletta a fine 2016, con 18 gigawatt installati, dagli 8 previsti a fine 2011. In questo modo l'impegno complessivo lieviterà da 48 a 63 miliardi attualizzati, con un'incidenza di 5,2 euro al mese per la famiglia media nel periodo 2016-2036, secondo i calcoli della squadra di Chiesa (tenendo conto che dal 2028 in poi le uscite annue diminuiranno, con la fine dell'incentivazione degli impianti installati nel 2007). Il problema è che la proposta di Confindustria prevede una riduzione molto graduale delle tariffe incentivanti nel periodo transitorio dal 1° giugno al 31 dicembre 2011, rendendole in alcuni casi addirittura più generose rispetto a quelle precedenti, che si volevano tagliare. "Abbiamo previsto incentivi generosi in questa fase perché ci sono tanti cantieri aperti e la riduzione di mese in mese dovrebbe spingerli a chiudere rapidamente", spiegano in Confindustria.

Alla prova dei fatti, un sistema di questo tipo potrebbe scatenare un'altra corsa disordinata per inserirsi nella finestra mensile più generosa e soprattutto per rientrare nella quota annuale. "Se non verrà messo in piedi un meccanismo che automatizzi le riduzioni degli incentivi, agganciandole al raggiungimento di una certa quota d'installazioni, ma senza tetti annuali, come in Germania, ci sarà sempre una corsa per cogliere la finestra più favorevole e continueremo ad avere un mercato stop-and-go, che non fa bene a nessuno", ribatte Chiesa. Alla base della corsa ad arraffare quel che si può c'è l'incertezza normativa, che caratterizza il mercato dagli ultimi mesi del 2010, quando il governo concesse anche agli impianti fuori tempo massimo una proroga di sei mesi, per accedere alle tariffe più favorevoli dell'incentivazione precedente. In quei pochi mesi sono stati installati, secondo i dati comunicati dal Gestore dei Servizi Energetici, quasi 4 gigawatt di pannelli, più dell'intero parco fotovoltaico italiano installato fino ad allora. Uno sproposito (con qualche irregolarità di mezzo, che sta già emergendo). Per rimediare allo scivolone del 2010, il governo ha anticipato a fine maggio 2011 la scadenza degli incentivi, inizialmente prevista per il 31 dicembre 2013. Ma la pezza si è rivelata peggiore del buco: le banche, irritate dall'incertezza, hanno ritirato i finanziamenti e il comparto si è bloccato, con 50mila posti di lavoro che traballano. "Il mercato è rimasto paralizzato dal decreto varato a inizio marzo, che ha cancellato inaspettatamente gli incentivi senza spiegare cosa succede dal 1° giugno in poi", fa notare Chiesa. Ora il governo promette l'avvio dei nuovi incentivi in tempi brevi: forse già questa settimana, ha detto il ministro Stefania Prestigiacomo. Stavolta però è importante fare bene, non solo fare in fretta, perché queste cifre ce le porteremo dietro per vent'anni. E sono cifre importanti.


1 aprile 2011

Radiazioni mediatiche: perché il nucleare fa più paura?

Per giorni e giorni, la copertura mediatica del terremoto in Giappone si è concentrata quasi esclusivamente sul rischio nucleare. Poi, quando il rischio si è attuenuato, il disastro è sparito dalle pagine dei giornali. "Questo tipo di copertura ci dice molto di più su noi stessi che sull'incidente di Fukushima", spiega David Spiegalhalter, autorità internazionale in materia di percezione pubblica del rischio, di cui è professore a Cambridge.

Da statistico, non può far altro che appellarsi ai numeri. E porta il classico esempio di Chernobyl, dove i morti attribuiti direttamente all'incidente dall'ultimo rapporto dell'Onu (febbraio 2011) risultano 64. "Si stima che 17 milioni di persone siano state esposte alle radiazioni dovute all'incidente di Chernobyl, ma non più di 2000 si sono ammalate di cancro, avendo consumato cibo contaminato per colpa delle informazioni false fornite dalle autorità dopo l'incidente", fa notare Spiegelhalter. E' un bilancio drammatico, ma molto più contenuto di quanto ci si aspettasse. Niente a che fare con altri disastri industriali, come quello del 2 dicembre 1984 a Bhopal, in India, dove la nuvola di gas fuoriuscita da una fabbrica di pesticidi fece 3.787 vittime. Oppure con gli infiniti incidenti legati al mondo dell'energia, dalle decine e decine di stragi nelle miniere di carbone (a Benxihu, in Cina, nel 1942 morirono in 1549) al crollo della diga del Vajont, con 1917 vittime.

D'altra parte, pochi sembrano preoccuparsi delle radiazioni naturali cui si espone, sotto forma di gas radon, chiunque risieda nella parte occidentale dell'Inghilterra: "Le stime mediche attribuiscono a questo fenomeno oltre mille morti di cancro all'anno", rileva. Idem dicasi per le radiografie. Si calcola che le radiazioni erogate da una Tac siano equivalenti alla dose assorbita da chi si trovava a due chilometri e mezzo dal centro dell'esplosione di Hiroshima. "Visto che ogni anno negli Stati Uniti si somministrano più di 70 milioni di Tac, il National Cancer Institute calcola che 29mila americani si ammaleranno di cancro a causa delle radiazioni ricevute nell'arco di un solo anno", precisa Spiegelhalter.

Sia nell'uno che nell'altro caso, le conseguenze sono ben più devastanti di quelle causate dal più grave degli incidenti in tutta la storia del nucleare civile. Perché nessuno se ne cura? In questa materia, evidentemente, la percezione cambia molto a seconda del modo in cui le radiazioni si diffondono. "Gli psicologi hanno speso anni per identificare i fattori che ci portano a una marcata sensazione di vulnerabilità e una fuga radioattiva da un impianto nucleare li tocca tutti. E' un rischio invisibile, misterioso e incomprensibile, associato a conseguenze terribili come il cancro o le malformazioni congenite. Sembra innaturale". Se le radiazioni le abbiamo scelte noi, le percepiamo come un rischio calcolato. "Ma se le radiazioni vengono da un incidente che ci è stato imposto contro la nostra volontà, ci sentiamo molto più vulnerabili". Di conseguenza, Spiegelhalter è convinto che i principali effetti per la salute dovuti a un incidente nucleare siano psicologici. Per contrastarli, l'unica salvezza è la corretta comunicazione: "Un flusso costante d'informazioni obiettive è fondamentale per smontare l'ansia". Un messaggio che purtroppo, anche questa volta, sembra cadere nel vuoto.


29 marzo 2011

Elettricità dai rifiuti industriali: una macchina contro le eco-mafie

I rifiuti industriali, più o meno tossici, sono l'incubo principale dell'industria manifatturiera. Cari da smaltire, complicati sul piano burocratico, ingombranti dal punto di vista ambientale. L'incubo numero due è la bolletta elettrica, sempre più alta e dipendente dalla volatilità dei mercati delle materie prime. Nse Start offre una soluzione innovativa per tutti e due i problemi. Con questa tecnologia di pirogassificazione, per ora unica al mondo, una media impresa può smaltire in loco ogni tipo di rifiuto industriale, anche pericoloso, producendo al tempo stesso energia elettrica o termica. Il primo impianto è in costruzione a Castelfranco di Sotto, in provincia di Pisa, per la West Recycling, una piattaforma per la selezione e il trattamento dei rifiuti industriali, che così chiuderà il ciclo con lo smaltimento sul posto.

Nse, che sta per New Sustainable Energy, è stata fondata da un gruppo di imprenditori toscani, guidato da Nicla Pucci, dopo tre anni di studio per l'industrializzazione del prodotto. Il primo finanziamento viene dal fondo di venture capital 360° Capital Partners (1,5 milioni di euro), insieme a Toscana Innovazione e altri investitori (1 milione): il progetto industriale, sviluppato a partire da un'idea dell'inventore Enzo Morandi, consiste nella realizzazione di piccoli impianti flessibili, trasportabili e modulari, da installare direttamente nei siti industriali dove gli scarti vengono generati, evitando così la necessità di trasferirli verso centri di stoccaggio, discariche o inceneritori di terzi e concretizzando l'obiettivo dei "rifiuti a chilometro 0", un risultato molto interessante soprattutto per un Paese dove la tracciabilità dei rifiuti non è certo al top e dove lo smaltimento degli scarti industriali è spesso infiltrato dalle ecomafie.

Il brevetto, che protegge l'invenzione di Morandi sia a livello europeo che internazionale, si basa su un sistema innovativo per sfruttare la pirolisi, quel processo di decomposizione dei materiali organici che avviene a temperature elevate ma senza fiamma, in completa assenza di ossigeno. Solitamente però la pirolisi dei rifiuti utilizza temperature comprese tra 400 e 800°C, con rilevanti problemi di inquinamento. L'innovazione tecnologica dell'impianto Nse si basa sull'integrazione fra la pirolisi e il processo di gassificazione. Le altissime temperature di esercizio (1600°) consentono di decomporre del tutto le molecole organiche e di vetrificare i residui, eliminando così le problematiche relative all'inquinamento: la macchina non emette composti gassosi tossici come diossine, furani o ceneri e diventa perciò un ottimo modo per trattare pneumatici, Pvc, rifiuti ospedalieri e altri rifiuti industriali.

Tanto per fare un esempio, un impianto Nse ha la potenza di 12 camion pesanti di cilindrata medio-alta, ma emissioni in atmosfera minori di uno solo di questi camion. Il pirogassificatore, che può lavorare in un anno 10-12mila tonnellate di materiale, sviluppa 6,5 milioni di kilowattora elettrici o 3,8 milioni di kilocalorie termiche e appena il 3-5% di ceneri inerti da utilizzare come sottofondo stradale. Consiste in 7 container standard, che si possono collocare all'aperto e non occupano più di 800 metri quadri di spazio. Ha un costo fra i 5 e gli 8 milioni di euro, con un rientro previsto in 4-5 anni, grazie ai risparmi sui costi di smaltimento, che si aggirano su un milione di euro all'anno per quella quantità di materiale, e di mancato acquisto di metano, un altro milione all'anno. "Non vogliamo solo vendere una macchina, ma portare valore aggiunto alle imprese e riqualificare il trattamento dei rifiuti industriali in Italia", spiega Nicla Pucci, ad di Nse. "Ci occupiamo di tutto: la verifica della collocazione, il rilascio delle autorizzazioni e la formazione di base per la gestione della macchina", aggiunge. "I nostri impianti sono piccoli, flessibili, si montano in 2-3 mesi e sono facilmente smontabili: si prestano anche all'utilizzo temporaneo, ad esempio in un grosso cantiere di bonifica, che poi potrebbe smontarli e portarli da un'altra parte, o per risolvere i problemi estivi delle isole, che vengono sommerse di turisti solo per un breve periodo all'anno". In pratica, il cliente prima di tutto. E l'ambiente ne guadagna.


26 marzo 2011

Petrolio: la crisi libica costerà cara all'Italia

Costerà cara, all'Italia, la crisi in atto nel Nord Africa. Ma l'embargo voluto da Berlino è solo la ciliegina su una torta già amarissima. Le esportazioni di idrocarburi dalla Libia, infatti, sono ridotte al lumicino da settimane. Per quanto riguarda il gas, sono a zero dopo la chiusura del metanodotto Greenstream, che forniva all'Italia un quinto del suo fabbisogno. Quelle di greggio sono quasi ferme perché le petroliere non vanno a caricare nei terminali di imbarco, la maggior parte dei quali si trova nella parte orientale.

Vale la pena di ricordare che la Libia, membro dell'Opec, era il quarto produttore di petrolio dell'Africa, dopo Nigeria, Algeria e Angola, con una produzione di quasi 1,8 milioni di barili al giorno e riserve valutate per circa 42 miliardi di barili. Dall'inizio della guerra la sua produzione di greggio è calata ad appena 400mila barili, di cui 280mila destinati al mercato interno. Dalla Libia arrivava poco meno di un quarto del totale del petrolio importato dall'Italia: 376mila barili al giorno su un consumo complessivo di 1,7 milioni, per un valore che, solo nei primi dieci mesi del 2010, è stato pari a 6,4 miliardi di euro. Dopo di noi, ma a grande distanza, ci sono i francesi, i tedeschi e gli spagnoli.

Le raffinerie italiane, fino a ieri, si servivano del pregiato greggio di Bu Attifel e ora devono sostituirlo per ragioni tecniche con qualità simili provenienti dalla Nigeria e dall'Azerbaigian, ma in un frangente del genere il loro prezzo ha iniziato a lievitare. Insomma, il petrolio che arriva in Italia costa di più e alla lunga questi costi si riverseranno sul portafoglio dei consumatori. Il rischio, dunque, è che sul lungo termine a sostenere i maggiori costi dell'embargo voluto dalla coalizione siano solo i consumatori italiani.

Il blocco della produzione nel Paese nordafricano inoltre, ha già comportato un impatto negativo per almeno 500 mila barili al giorno sulla produzione dell'Eni, l'azienda occidentale più esposta con Tripoli. Senza considerare che l'Eni vantava fino a prima dell'escalation militare concessioni con una durata assicurata fino al 2042 per i giacimenti di petrolio e al 2047 per quelli di gas. Non è chiaro se queste condizioni rimarranno valide dopo la fine della guerra. Per ora, nessuno è in grado di prevedere il costo complessivo, quando la situazione sarà tornata alla normalità.


21 marzo 2011

Dopo Fukushima, riscossa del gas naturale liquefatto

Il Giappone piange sulle macerie del terribile disastro, ma Peter Voser, numero uno di Royal Dutch Shell, non ha potuto reprimere un sorriso annunciando l'invio, già in corso, delle prime forniture straordinarie di gas naturale liquefatto verso i terminali di rigassificazione di Tokyo. Il colosso anglo-olandese sarà il primo ad approfittare del rimbalzo del prezzo del gas, che in pochi giorni è schizzato in su del 12%, mentre le quotazioni dell'uranio crollavano del 20%. Ma non sarà certamente l'ultimo. Gazprom e Qatargas si sono messi subito a disposizione e schiere di trader sono già in caccia di navi gasiere in giro per il mondo, il cui carico possa essere dirottato sul Giappone.

Il trend sul mercato delle materie prime rispecchia il panico scatenato dall'incidente nucleare di Fukushima. In particolare, salgono i prezzi sulla piazza del National Balancing Point inglese, uno dei principali punti di negoziazione europei, considerato il mercato di riferimento per il Gnl, un idrocarburo liquido ottenuto raffreddando a -162° il gas naturale appena estratto, per poi poterlo trasportare liberamente via nave. Nel 2010, l'Europa ha ricevuto 76 miliardi i metri cubi di questo gas, di cui 26 a destinazione flessibile. Quest'anno, Deutsche Bank prevede che verranno dirottati dall'Europa al Giappone fra i 5 e i 12 miliardi di metri cubi, mandando in orbita i prezzi europei. Tokyo è il primo importatore mondiale di gas naturale liquefatto - con cui alimenta un terzo del suo imponente sistema elettrico - e ne avrà ancora più bisogno nei prossimi mesi: solo per rimpiazzare la produzione di Fukushima dovrebbe aggiungere quest'anno 12 miliardi di metri cubi di Gnl agli 88 miliardi importati nel 2010, già una cifra da record. Ma la rivoluzione che si sta profilando sul mercato delle materie prime energetiche va al di là del problema giapponese.

La chiusura di 7 centrali in Germania, il ripensamento degli svizzeri sui 2 reattori in progetto, il congelamento delle 23 centrali in costruzione in Cina e degli 11 previsti in Russia non depongono a favore di una grande crescita del nucleare nel prossimo futuro. A tutto vantaggio del gas, oltre che del carbone e delle fonti rinnovabili. "Un evento come questo potrebbe riagganciare al petrolio il prezzo europeo del gas, che si era staccato dalla cavalcata del greggio", ha spiegato Simon Henry, direttore finanziario di Shell, presentando la strategia della major. Nell'ultimo anno, infatti, le quotazioni del gas si erano disaccoppiate dal petrolio grazie a un surplus di offerta, derivato dalle abbondanti estrazioni di gas non convenzionale che hanno inondato di metano a buon prezzo il mercato americano, liberando vasti volumi di Gnl per il resto del mondo. Si era interrotto così un legame storico, con il petrolio in continua turbolenza per le tensioni geopolitiche e il gas al bello stabile. Ma ora il rimbalzo dei prezzi indica una netta inversione di tendenza, alla luce della reazione emotiva che sta bloccando in tutto il mondo i programmi nucleari esistenti.

"Se davvero dovessimo andare verso un mondo senza il nucleare, il gas sarebbe senz'altro la soluzione più efficiente per sostituire quella quota di produzione elettrica", spiega Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia. In base ai suoi calcoli, studiati per CorrierEconomia, bisognerebbe estrarre globalmente 1000 miliardi di metri cubi di gas in più da qui al 2020 per "tappare il buco" lasciato aperto dal tramonto dell'atomo. Una quantità gigantesca, quasi equivalente alla produzione combinata di Stati Uniti e Russia, le due grandi potenze gasiere del mondo. "Più plausibile sarebbe uno scenario in cui la quota del nucleare venisse coperta al 40% dal gas, al 40% dal carbone e al 20% dalle fonti rinnovabili", commenta Tabarelli. Ma anche così, si tratterebbe di estrarre quasi 300 miliardi di metri cubi di gas e oltre 500 milioni di tonnellate di carbone in più. "Sotto il profilo ambientale, sarebbe un disastro", ammette Tabarelli, ricordando le 300mila vittime annuali attribuite all'inquinamento delle 400 centrali a carbone cinesi. Già la chiusura di 7 reattori tedeschi rischia di causare problemi enormi alla Germania, cui mancherà di colpo quasi un decimo della produzione di energia elettrica. Con cosa sostituirla? "Il gas sarebbe la soluzione meno inquinante, ma più cara. Il rischio è invece che si ricorra all'economica ma pestilenziale lignite", precisa.

E le fonti rinnovabili? Anche per loro il disastro giapponese può rappresentare una bella spinta. Nei giorni immediatamente successivi, mentre tutte le Borse cadevano, i titoli delle compagnie legate al solare o all'eolico hanno preso il volo. Fra i produttori di turbine e aerogeneratori, Nordex è salita del 19 per cento, Broadwind Energy del 24. Nel solare, la tedesca SolarWorld ha guadagnato il 23 per cento, l'americana Sunpower l'11, la Suntech il 10, First Solar l'8, invertendo una serie nera dovuta al taglio dei sussidi statali europei e in particolare italiani. Fra le società nostrane, splende Enel Green Power, che ha in programma investimenti per 6,4 miliardi nelle fonti rinnovabili, da qui al 2015. Ma corrono anche Kerself, KR Energy, Kinexia, Falck e Alerion. A livello globale, l'indice dell'energia pulita, l'S&P Global Clean Energy Index, ha registrato un balzo del 6 per cento. Potrebbere essere la riscossa per un settore sempre troppo dipendente dagli incentivi pubblici.


19 marzo 2011

A Tokyo un terzo dei livelli di radioattività medi di Roma

Fra le news dell'ambasciata italiana a Tokyo, ne segnalo una particolarmente interessante:

"Una squadra altamente specializzata della Protezione Civile italiana, composta di sei tecnici ed esperti, e’ operativa da questa mattina presso l’Ambasciata al fine di fornire orientamento e supporto alle attivita’ che la Sede diplomatica sta mettendo in atto a tutela della collettivita’ italiana in Giappone.

Le prime rilevazioni dei livelli di radioattivita’ sono state effettuate a partire dall’aeroporto di Narita, lungo il tragitto verso Tokyo e sul tetto dell’Ambasciata.

I valori della radioattivita' di fondo misurata in tutti i punti di rilevazione sono del tutto compatibili con quelli forniti dalle Autorita’ giapponesi e riportate sui siti istituzionali (tra cui quello del Governo Metropolitano di Tokyo che pubblica ogni ora i dati della radioattivita' massimo/ minimo/ media, sul sito del Tokyo Metropolitan Institute of Public Health http://113.35.73.180/monitoring/index.html).

Inoltre, avendo la possibilita' di effettuare una misura spettroscopica, i tecnici hanno avuto la possibilita' di ESCLUDERE la presenza di radiazione proveniente da isotopi radioattivi (NON ci sono isotopi artificiali, ossia quelli che possono essere stati prodotti in un reattore nucleare).

I valori in questione sono dell’ordine di 0.04 microsievert/ora, circa un terzo del valore di radioattivita' ambientale tipico della citta' di Roma (0.25 microsievert/ora). Tali risultanze portano al momento ad escludere qualunque rischio di contaminazione in corso a Tokyo".

Questa rilevazione risale alla sera del 16 marzo (ore 22.30 locali), il giorno dopo la quarta e ultima esplosione, che ha causato un picco di radioattività attorno alla centrale.

Le rilevazioni sono state ripetute tutti i giorni, fino ad oggi (lì è notte ora) e hanno dato esattamente gli stessi risultati.

 


16 marzo 2011

Tokyo alla paralisi energetica: il contributo dei rigassificatori

Un drastico programma di riduzione dei consumi elettrici è partito immediatamente dopo il terremoto di venerdì in Giappone e durerà settimane, se non mesi, coinvolgendo tutta la popolazione del Nord, fino a Shizuoka, 200 chilometri a Sud di Tokyo. Sul fronte industriale, i blackout programmati coinvolgono soprattutto l'industria automobilistica (Toyota, Nissan e Honda hanno chiuso gli stabilimenti) e informatica (Panasonic, Sony e Toshiba sono ferme), ma anche le altre. Difficile dire quanto durerà il blocco. Con 11 reattori fermi su 54, di cui alcuni talmente danneggiati da dover chiudere per sempre, è chiaro che ci vorrà tempo per tornare alla normalità.

Il Giappone, con 279 gigawatt di potenza installata, è il terzo consumatore di elettricità al mondo, dopo gli Usa e la Cina, ma è un Paese povero di risorse naturali e soddisfa un quarto della sua domanda elettrica attraverso il nucleare. Con 54 reattori, per complessivi 49 gigawatt, è la terza potenza mondiale nel nucleare civile, dopo gli Stati Uniti e la Francia. Sul fronte dei combustibili fossili, è il terzo consumatore di petrolio, dopo gli Stati Uniti e la Cina, e il secondo importatore netto, ma solo il 10% del suo sistema elettrico va a olio combustibile. E' il primo importatore mondiale di gas naturale liquefatto (Lng) e di carbone, con cui manda avanti oltre metà del suo sistema elettrico. Il rimanente 10% è coperto dall'idroelettrico e da altre fonti rinnovabili.

Ma il terremoto e lo tzunami di venerdì scorso non hanno abbattuto solo una parte del sistema nucleare: hanno anche travolto una grande diga - il cui crollo ha spazzato via 1800 case a valle - che supportava una centrale idroelettrica da 300 megawatt. Per fortuna la parte principale delle risorse idroelettriche giapponesi è localizzata al Centro-Sud del Paese, altrimenti il tributo di vite umane sarebbe stato ancora più alto. E' stata chiusa anche la centrale elettrica di Kashima, con oltre 4 gigawatt installati una delle più grandi centrali ad olio combustibile del mondo. E hanno dovuto fermarsi cinque raffinerie, con una capacità complessiva di 1,2 milioni di barili di greggio al giorno. In complesso, si calcola che manchi all'appello circa un quarto del fabbisogno elettrico nazionale.

Sono ancora attivi, invece, i terminali di rigassificazione, per cui il Giappone sta aumentando l'import di gas naturale liquefatto per compensare i blocchi dei reattori nucleari con le centrali a gas. Gazprom ha già promesso una fornitura extra di 200mila tonnellate di gas naturale liquefatto e altre forniture sono in arrivo dai mercati europei. Se il sistema produttivo giapponese riuscirà a rimettersi in moto in tempi brevi sarà solo grazie a questi impianti, che consentono una grande flessibilità di approvvigionamento. In Italia, dove dipendiamo da quattro tubi - tutti di proprietà dell'Eni - per le forniture di gas, questa flessibilità ce la sognamo. 


Giappone: dallo tsunami alla fusione del nocciolo

La crisi nucleare giapponese si aggrava. Dopo le esplosioni verificatesi nei reattori 1 e 3 della centrale di Fukushima Daiichi, con relativa fuoriuscita di radioattività, è ora il surriscaldamento del reattore 2 a tenere il mondo con il fiato sospeso.

In questa unità, l'ultima esplosione non ha fatto saltare il tetto come negli altri casi e quindi potrebbe aver danneggiato le strutture interne di contenimento. L'acqua di mare che viene pompata continuamente per raffreddare il nocciolo, infatti, sparisce a una velocità superiore rispetto ai normali tempi di evaporazione, di conseguenza c'è il sospetto di una perdita dalla camera interna del reattore. L'altra ipotesi è che la temperatura sia talmente alta all'interno da far evaporare l'acqua molto più in fretta del previsto.

L'esplosione è da ricondursi, come negli altri casi, alla tendenza dell'acqua a dividersi in ossigeno e idrogeno, in presenza di metallo. L'idrogeno può esplodere al contatto con l'aria esterna, quando viene sfiatato per diminuire la pressione. Ma da qui a danneggiare la camera interna del reattore, ce ne corre. Il combustibile nucleare è contenuto in un rivestimento, che a sua volta è alloggiato in un cilindro d'acciaio chiamato "vessel". Attorno a questo c'è un'altra struttura blindata di cemento armato di spessore notevole, che resiste anche alle bombe atomiche. Poi c'è una terza barriera, a prova di bomba, che racchiude tutta l'area nucleare nel cemento armato speciale spesso un paio di metri. L'esplosione dell'idrogeno è avvenuta all'esterno di queste tre barriere.

L'azienda elettrica Tepco e l'Agenzia per la sicurezza nucleare nipponica (Nisa) ritengono che le strutture di contenimento del reattore non siano state danneggiate, ma è stato comunque chiesto l'aiuto dell'Agenzia internazionale dell'energia atomica. Secondo la Nisa, le possibilità di un'estesa fuga di vapore radioattivo dalla centrale sono "estremamente basse", mentre l'Aiea ha per il momento classificato l'incidente di Fukushima al livello 4 della scala Ines (nessuna contaminazione radioattiva dell'ambiente circostante ma danni a cose e persone a diretto contatto con la camera di sicurezza del reattore).

In realtà, dopo l'ultima esplosione questa classificazione non è più corretta, perché sono stati registrati livelli pericolosi di radioattività nel giro di 30 chilometri dalla centrale e picchi anomali anche a Tokyo, a 250 chilometri di distanza, seppure non pericolosi per la salute umana.

Nel cuore del reattore, intanto, la temperatura continua a salire. L'azienda elettrica Tepco ha ammesso che il processo di raffreddamento non si è ancora stabilizzato e quindi le barre di combustibile del reattore 2 sono state esposte per tre volte, con inizio di fusione del nocciolo. Probabilmente anche nelle unità 1 e 3 le barre sono state esposte per un certo tempo. Bisognerebbe sapere quanto tempo è durata l'esposizione per capire se siamo arrivati alla fusione del nocciolo. Questo avviene se il sistema di raffreddamento non riesce a star dietro alle perdite d'acqua dovute all'evaporazione (o altro) e la temperatura all'interno del vessel diventa così alta da danneggiare o disallineare le barre di uranio e grafite spesse un centimetro, che bombardate di neutroni producono calore. La fissione allora diventa incontrollata e nel giro di qualche ora porta alla fusione. "Non possiamo controllare se sta accadendo, ma è probabile", ha detto il capo di gabinetto del governo di Tokyo, Yukio Edano.

Una fusione del nocciolo non è ancora la peggiore delle ipotesi. Nel caso dell'incidente di Three Mile Island, il nocciolo fuso è rimasto all'interno del vessel, senza far danni all'esterno. Con la fusione, però, le barre di uranio possono raggiungere temperature fino a duemila gradi, nel qual caso potrebbero bucare le barriere di contenimento e sprofondare nel terreno, rilasciando nell'ambiente quantità massicce di materiale radioattivo. Questa è la peggiore delle ipotesi. Sarebbe la prima volta nella storia. Per evitarlo, bisogna puntare a riprendere il controllo del processo di raffreddamento, sperando che le barriere di contenimento tengano fino a quando la temperatura nel vessel comincerà a diminuire. E' quello che i tecnici giapponesi stanno cercando di fare.


13 marzo 2011

Rischio nulceare giapponese: il mistero della fusione del nocciolo

La peggiore delle ipotesi? Fusione del nocciolo con esplosione del reattore. In questo caso la fuoriuscita di materiale radioattivo sarebbe inevitabile e massiccia. Un'ipotesi teorica, mai accaduta nella storia del nucleare civile. Nell'incidente di Three Mile Island, nel 1979, si arrivò alla fusione del nocciolo. Ma senza danni, perché il reattore rimase perfettamente integro. Dalla centrale non uscì nulla e tutto il materiale sta ancora chiuso lì dentro, annegato in un sarcofago di cemento. A Cernobyl non si arrivò mai alla fusione del nocciolo, ma ci fu un'esplosione da cui fuoriuscì una parte del combustibile radioattivo. Le conseguenze furono molto più gravi, come sappiamo.

Nel caso di Fukushima Daiichi, non sappiamo ancora con certezza come stiano le cose. L'agenzia di sicurezza nucleare giapponese sostiene che le quattro centrali più vicine all'epicentro del terremoto siano state subito spente e nega la fusione del nocciolo nell'unità numero 1 della centrale di Fukushima. L'esplosione, dovuta a un problema al sistema di raffreddamento, dovrebbe avere intaccato solo le pareti esterne della centrale, non il reattore. Ma la fuoriuscita di cesio indica che ci sia stata una fusione di combustibile, anche se probabilmente non del nocciolo. E quindi resta un'incongruenza fra quanto dichiarato e l'evidenza dei fatti.

La centrale di Fukushima è un bestione composto da 6 unità per quasi 5 gigawatt di potenza: potrebbe soddisfare da sola un decimo del fabbisogno italiano di energia elettrica. Costruita nel '66, la centrale utilizza dei reattori Bwr (Boiling Water Reactor) costruiti da General Electric, Toshiba e Hitachi. Il nocciolo di un reattore Bwr può essere immaginato come la resistenza elettrica che scalda l'acqua in un comune bollitore da cucina: è immerso nell'acqua e diventa molto caldo. L'acqua lo raffredda e allo stesso tempo trasporta via il calore, di solito sotto forma di vapore, per far girare delle turbine che generano elettricità. Se l'acqua smette di fluire, abbiamo un problema. Il nocciolo si surriscalda e sempre più acqua si trasforma in vapore. Il vapore causa una forte pressione nella camera interna del reattore, un contenitore sigillato. Se il nocciolo - composto principalmente di metallo - diventa troppo caldo, tande a sciogliersi e alcune componenti possono infiammarsi.

Nella peggiore delle ipotesi, il nocciolo si scioglie completamente e buca il fondo della camera interna, cadendo sul pavimento della camera di contenimento, un altro contenitore sigillato. Questo è progettato apposta per evitare che il contenuto del reattore penetri all'esterno. Il danno a questo secondo contenitore può essere anche grave, ma in linea di principio dovrebbe poter evitare una fuga radioattiva nell'ambiente circostante. L'espressione "in linea di principio", però, è sempre relativa. I reattori sono progettati per avere diversi livelli di sicurezza, in modo da far scattare un'altra procedura se la prima fallisce. Ma quel che è successo a Fukushima dimostra che non sempre si riesce a mantenere il controllo del sistema. Il terremoto ha fatto spegnere automaticamente i reattori in funzione, ma ha anche tolto la corrente alle pompe che facevano fluire l'acqua di raffreddamento del nocciolo. I generatori diesel si sono attivati per ovviare al blackout, ma sono partiti con un'ora di ritardo rispetto all'interruzione di corrente, non si sa perché. Questo ha scatenato il surriscaldamento del reattore.

Nel caso di Three Mile Island, non si è arrivati alle estreme conseguenze, perché la camera di contenimento ha tenuto. A Cernobyl, un reattore considerato inaccettabile in base agli standard occidentali proprio per la mancanza di sistemi multipli di sicurezza, la fuoriuscita di materiale radioattivo avvenne a causa dell'esplosione, che scagliò in aria il combustibile nucleare, non in seguito a una fusione.

Nel caso di Fukushima Daiichi, il monitoraggio dell'International Atomic Energy Agency (il braccio di sicurezza nucleare delle Nazioni Unite) ci dice che il reattore è stato spento subito. Ma il riscaldamento continua attraverso la reazione nucleare, che ci mette molto tempo prima di esaurirsi. Non possiamo sapere se la drammatica esplosione cui abbiamo assistito attraverso le riprese televisive abbia davvero intaccato solo le pareti esterne della centrale. L'unica fuoriuscita radioattiva di cui siamo a conoscenza è derivata dalla necessità di sfiatare la pressione che si era creata nella camera di contenimento. Questa manovra, resasi necessaria per contenere il surriscaldamento, dovrebbe far uscire solo isotopi radioattivi che decadono rapidamente, prodotti dall'acqua di raffreddamento. Resta da spiegare la presenza di isotopi di cesio. Questi sono prodotti dalla reazione nucleare del nocciolo e dovrebbero restare confinati all'interno del reattore. Se sono stati registrati all'esterno della centrale, vuol dire che il nocciolo ha cominciato a disintegrarsi.

 


10 marzo 2011

Fotovoltaico: il rischio è finire come la Spagna

Il rischio è sotto gli occhi di tutti. Il fotovoltaico italiano potrebbe finire come quello spagnolo.

In Spagna le tariffe incentivanti troppo generose hanno finito col drogare il mercato, facendo crescere il settore del fotovoltaico e il costo pubblico degli incentivi a ritmi non sostenibili, tanto che il governo, nel 2009, è dovuto correre ai ripari. «Le tariffe sono state abbassate con effetto retroattivo – ha spiegato l'esperto spagnolo David Perez, di Eclareon, al convegno  di stamattina Governare la crescita del fotovoltaico, organizzato dal Kyoto Club – e sono stati introdotti dei tetti alla potenza incentivabile». L'effetto sul mercato è stato quello di un vero e proprio blocco, tanto che il giro d'affari del fotovoltaico spagnolo è passato dai 18 miliardi di euro del 2008 ad appena 650 milioni nel 2010, con la perdita di un terzo dei posti di lavoro del settore. Una vera e propria ecatombe, simile allo scenario che potrebbe aprirsi in Italia dopo l'approvazione del decreto Romani.

Ma da oggi si è accesa una protesta unitaria delle principali categorie di produttori (Aper, Assosolare, AssoEnergie Future, Gifi/Anie, Anev, Ises Italia) contro il provvedimento di riordino del sistema. Cuore delle azioni di protesta è stato il teatro Quirino a Roma, dove c'erano 2.000 persone tra cui anche il segretario del Pd Pier Luigi Bersani. La contrarietà al provvedimento è arrivata anche in rete: dal collegamento via web tv con il teatro romano (in streaming con 450 micro-emittenti) all'apertura del sito www.sosrinnovabili.it (60.000 contatti in 4 giorni), fino alle condivisioni su Facebook per oltre 50.000 contatti e 8.000 sostenitori in poche ore, testimonianze su Skype e oltre 45.000 e-mail di protesta inviate al governo. I produttori chiedono essenzialmente di correggere il provvedimento approvato dal governo la scorsa settimana: in particolare di cancellarne la retroattività, considerata illegittima. Ma soprattutto, in vista dell'incontro di martedì 15 marzo convocato dal ministro dello Sviluppo Economico Paolo Romani, chiedono di poter sedere al tavolo insieme con banche e Confindustria. Altrimenti, meditano su una manifestazione di piazza e non nascondono l'intenzione di considerare ''tutte le vie legali per far decadere questo decreto incostituzionale'', ricorrendo dal ''Tar, alla Corte costituzionale, alla Corte di giustizia Ue'', senza escludere la possibilità di ''avviare una class action''.

Gli effetti prodotti dal decreto che blocca gli incentivi al fotovoltaico al 31 maggio sono già evidenti, con le banche che ritirano i finanziamenti e i cantieri che chiudono. Ma è solo l'inizio. ''Sarebbe come chiudere la Fiat - ha detto Angelo Bonelli, presidente dei Verdi - si mandano di botto a casa 140.000 persone''. Intanto la Aecos, un'azienda della Sardegna con 30 dipendenti, porta la protesta anti-decreto sul tetto del proprio stabilimento, dove da tre giorni si alternano i lavoratori. ''Siamo soprattutto venditori e agenti bloccati - spiega Giampiero Pittorra, titolare dell'impresa - mentre mandiamo avanti il più possibile il lavoro degli installatori'' per tentare di anticipare a maggio ''le commesse previste per agosto ed oltre'' pari a ''1 megawatt'' che tradotti sono tra ''i 2 e i 3 milioni di euro''.

La ricetta per evitare un blocco analogo a quello che ha afflitto il mercato iberico, però, esiste. Prevede un taglio sostanziale degli incentivi (almeno del 20-30%) da programmare sul medio e lungo periodo, sul modello di quanto accade in Germania. «Il sistema tedesco – ha spiegato Alex Sorokin, di Interenergy, al convegno del Kyoto Club – funziona col meccanismo della feed-in-tariff: lo stato riconosce al produttore di energia fotovoltaica un certo incentivo, ma a questo non si aggiunge anche il prezzo di mercato dell'elettricità, come avviene in Italia. In questo modo, il costo complessivo per la collettività si riduce, e il rischio di “bolle” e specluazioni è inferiore». Gli imprenditori scelgono se incassare gli incentivi oppure vendere l'energia al prezzo di mercato, quando questo si rivela più conveniente. Questa, però, non è l'unica differenza rispetto al modello di casa nostra. «Le tariffe incentivanti tedesche – ha aggiunto Sorokin – si abbassano gradualmente in proporzione alla crescita del mercato e al calo dei prezzi degli impianti».  La legge che regola il sistema feed-in-tariff tedesco viene revisionata ad intervalli regolari di quattro anni, garantendo in questo modo una certa stabilità al meccanismo e rassicurando gli operatori sulle possibilità di rientro degli investimenti.

Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, è scettico, da parte sua, sull'adeguatezza dell'obiettivo che l'Italia si è data in materia di sviluppo dell'energia solare. «Gli 8 Gigawatt di potenza fotovoltaica che il nostro Paese aveva scelto come target per il 2020 rappresentano una soglia fin troppo cautelativa, soprattutto se confrontati con i 52 Gw della Germania». Secondo Tabarelli, accontentarsi di un risultato del genere impedirebbe all'Italia di rispettare l'impegno assunto in sede comunitaria: soddisfare, entro il 2020, il 17% del consumo nazionale di elettricità con energia da fonti rinnovabili.


9 marzo 2011

Fotovoltaico: cancellato per decreto

Domani alle 9.30 le associazioni che rappresentano il settore delle fonti rinnovabili (Aper, Assosolare, Anev, AssoEnergie Future, Gifi, Ises Italia) incontrano imprese e cittadini al teatro Quirino di Roma per spiegare gli effetti immediati del decreto ammazza-rinnovabili e per rilanciare una "collaborazione paritaria tra il governo e l’industria per una legislazione finalizzata alla reale promozione delle rinnovabili in Italia che dia certezze nel lungo periodo".

Già venerdì il ministro Paolo Romani incontrerà tutti gli operatori del settore: "Massimo in due settimane vogliamo produrre un provvedimento che dia certezze al settore, in modo che le nostre banche, i nostri imprenditori e i nostri produttori abbiano la possibilità di investire in base a quanto consentito e consentibile da parte dei cittadini", ha dichiarato nel corso dell'audizione in Commissione Industria del Senato.

Ma il decreto ha già fatto effetto, prima ancora di essere pubblicato in Gazzetta Ufficiale. Le banche hanno immediatamente tirato i remi in barca e tutti i progetti in corso si sono fermati, con danni colossali ai soggetti coinvolti e la prospettiva reale di perdere l'unico settore in forte crescita nel panorama industriale italiano, così com'è successo in Spagna.

In una lettera aperta al Presidente del Consiglio dal titolo Cancellati per Decreto, pubblicata oggi in uno spazio pubblicitario su diversi quotidiani, quindici imprese del settore "che impiegano centinaia di lavoratori e hanno circa 1,3 miliardi di euro investiti in impianti che entreranno in esercizio oltre il 31 maggio 2011" polemizzano duramente con il governo: "Se si vogliono cambiare le regole, che lo si faccia ma qualsivoglia cambiamento non deve avere alcun impatto retroattivo e sui lavori in corso".

Così non è, grazie alle gravi incongruenze contenute nel decreto e messe in luce dall'avvocato Paolo Falcione di DLA-Piper anche in una lettera diretta al presidente Giorgio Napolitano, per invitarlo a non firmare una normativa palesemente illegittima. Ma il suo appello è caduto nel vuoto.

"Il comma 9-bis - spiega Falcione - pone come data di scadenza del 3° Conto Energia il 31 maggio 2011. Termine che si pone in palese violazione dell’art. 41 della Costituzione che tutela l’iniziativa economica privata, in quanto le decisioni di investimento relative al 3° Conto Energia sono state fatte facendo affidamento su un regime adottato nell’agosto 2010 ed entrato in vigore il 1° gennaio 2011 e previsto fino a tutto il 2013. E se è vero che l’ammissione all’incentivo è ex post rispetto all’allacciamento, non per questo si può ledere l’affidamento degli investitori: infatti essi si assumono il rischio costruzione, ma non di repentino mutamento del quadro legislativo. La norma rasenta la modifica retroattiva di regimi di incentivazione, regolarmente sanzionata come illegittima dal Consiglio di Stato".

Per di più, il decreto impone che il quarto Conto Energia venga adottato in tempi strettissimi, entro il 30 aprile 2011, ma se ciò non avverrà per ritardo o perché cadrà il governo prima, il comma 9-bis è indipendentemente idoneo a bloccare l’attuale 3° Conto Energia.

"Da ultimo - precisa Falcione - il quarto Conto Energia si baserebbe su scaglioni annuali di potenza massima incentivabile. Si deve allora ipotizzare che si torni ad una ammissione ante costruzione, altrimenti non sarebbe un regime di incentivo ma una sorta di roulette russa, in cui ogni primo gennaio si riparte da zero in un meccanismo di chi prima arriva meglio alloggia, che in Italia, per esperienza, incentiva solo la corruzione".

 

 

 


4 marzo 2011

Presidente, non firmi il decreto ammazza-rinnovabili

Il decreto ammazza-rinnovabili ha fortissimi profili di incostituzionalità: in primo luogo quello legato all’eccesso di delega. In sostanza, il Parlamento ha delegato il Governo a recepire la direttiva europea a favore delle rinnovabili, ma il Governo non ha in nessun modo recepito i pareri espressi dalle Commissioni Parlamentari, cioè dall’istituzione delegante. È solo uno dei punti su cui il decreto legislativo licenziato dal Consiglio dei Ministri di ieri appare viziato da gravi difetti di costituzionalità.

Per questo, Aper, Assosolare, Asso Energie Future e Gifi, le associazioni di categoria che rappresentano la quasi totalità del settore fotovoltaico, hanno lanciato oggi in una conferenza stampa congiunta un appello al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano perché non firmi il decreto legislativo che getta il settore delle rinnovabili nell’incertezza, aprendo la strada a una crisi che non si fermerà alle aziende del fotovoltaico e dell’eolico.

 “ Lo schema di Decreto Legislativo nel testo adottato dal Consiglio dei Ministri è palesemente illegittimo sotto il profilo costituzionale in quanto viola uno dei principi cardine del nostro ordinamento giuridico che è la certezza del diritto e la tutela dell’affidamento ed è in contrasto altresì con le norme internazionali della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. Inoltre è un atto arbitrario del Governo senza l’intesa delle Regioni che si sono pronunciate su un testo sostanzialmente da quello approvato dal Consiglio dei Ministri. Sono state inoltre violate le prerogative parlamentari e, in particolare, la delega conferita al Governo. In altre parole il governo ha adottato un testo con finalità opposte a quelle fissate dal Legislatore”, ha detto Pietro Pacchione, consigliere delegato di Aper, associazione che raccoglie 480 imprese operanti nel settore delle rinnovabili.

“So che già molte migliaia di messaggi stanno arrivando al sito e ai fax del Quirinale per chiedere di fermare oggi il decreto, prima che centinaia di piccole imprese vadano a gambe all’aria: già numero istituti di credito hanno fatto sapere che in queste condizioni, i finanziamenti necessari alle aziende e alle famiglie per installare un pannello fotovoltaico sono stati bloccati. Non si può giocare con la vita 150.000 lavoratori”, ha dichiarato Massimo Sapienza, presidente di Asso Energie Future in rappresentanza di 40 importanti aziende che lavorano esclusivamente nell’ambito delle rinnovabili.

Secondo Gianni Chianetta, presidente di Assosolare , associazione che raccoglie circa 90 imprese del settore, “la scelta del governo è stata irresponsabile, probabilmente non si rende ancora conto delle conseguenze economiche e sociali. Il vuoto normativo nel quale ci troviamo ha bloccato i cantieri in corso e quelli che stavano per partire, e a breve si vedranno anche i drammatici effetti sull’occupazione e sulle imprese, in primis quelle italiane. Il costo in bolletta non giustifica un simile colpo di mano che non ha tenuto conto del parere delle camere. Gli italiani pagano l’1,6% per il fotovoltaico contro l’8% dei tedeschi. Assosolare da mesi ha dialogato bene con il governo e tantissimi senatori e parlamentari che oggi sono contrari a quanto deliberato e farà valere le proprie ragioni nelle sedi opportune”.

Valerio Natalizia, presidente di Gifi ha chiarito che “il decreto come approvato determina sin da subito effetti pesantemente negativi quali il ricorso immediato alla cassa integrazione straordinaria (stimabile in oltre 10.000 unità direttamente impegnate nel settore), il blocco degli investimenti per i prossimi mesi di oltre 40 MLD di euro, il blocco delle assunzioni e la perdita di qualificati posti di lavoro. Inoltre subiranno un blocco immediato gli ordinativi già in corso per un valore di circa 8 MLD di euro e i contratti già stipulati per circa 20 MLD di euro. Tutti gli investitori nazionali ed internazionali si sono fermati attendendo la pubblicazione di un nuovo sistema incentivante”.

 Le associazioni, riunite su un solo fronte nell’appello al Capo dello Stato affinché non firmi il decreto, viziato da diversi elementi di incostituzionalità, hanno inoltre confermato la volontà di percorrere tutte le strade giuridiche e istituzionali per sensibilizzare sul tema i soggetti decisori. Non escludono pertanto azioni legali direttamente presso le istituzioni europee.


2 marzo 2011

E' italiana la superbatteria finanziata dal governo Usa

Un litro di benzina contiene 35 volte l'energia immagazzinata in una batteria convenzionale al piombo e 6 volte quella contenuta in una batteria agli ioni di litio, la più usata nelle auto elettriche di ultima generazione. "In questo rapporto, chiamato densità energetica, sta tutto il problema dei veicoli elettrici", ragiona Riccardo Signorelli, che di batterie se ne intende. Se esistessero delle batterie in grado di raggiungere la stessa densità energetica dei combustibili fossili e di caricarsi istantaneamente come un serbatoio alla pompa, il motore a combustione interna, insieme ai suoi mefitici gas di scarico, sarebbe già andato in pensione.

La missione di Signorelli, come scienziato e come imprenditore, è fare concorrenza alla benzina, migliorando la performance delle batterie. E ci riesce abbastanza bene: in 13 anni di studio, a partire dalla laurea in ingegneria elettrica al Politecnico di Milano fino al dottorato al Massachusetts Institute of Technology, questo bergamasco di 32 anni ha messo a punto un primo prototipo, che usa minuscole strutture di nanotubi al carbonio per immagazzinare energia. "Non si tratta di una batteria vera e propria, ma di un capacitore, che ha una densità di potenza molto maggiore delle batterie e può caricarsi e scaricarsi istantaneamente, quasi all'infinito, perché funziona in base a un principio fisico, non elettrochimico", spiega Signorelli, che ha passato i suoi sei anni al Mit insieme a Joel Schindall, direttore del mitico Lees (Laboratory for Electromagnetic and Electronic Systems), a mettere a punto la tecnologia dei nanotubi al carbonio. Ora il suo ultracapacitore ha ricevuto 5,3 milioni di dollari dal governo americano e altri 2 da investitori privati, per finanziarne lo sviluppo e l'industrializzazione, nel giro di due anni. Con il grant del ministero dell'Energia, Signorelli ha fondato la sua impresa, FastCap, arruolando anche Schindall come consulente, e parla ormai più volentieri l'inglese dell'italiano, soprattutto se il discorso si fa tecnico.

Le pareti dei tubi sviluppati da Signorelli hanno uno spessore di appena 12 atomi e crescono, come fili d'erba, alloggiando nei minuscoli interstizi particelle cariche di energia. In questo modo, si possono immagazzinare moltissime particelle cariche in un piccolo spazio, con strutture leggere. E siccome la connessione è fisica, non chimica, le particelle cariche possono staccarsi e attaccarsi quasi istantaneamente. Il risultato è una struttura ridotta, con una densità di potenza molto alta. In pratica, l'obiettivo di Signorelli è arrivare alla dimensione di una batteria da torcia, capace di contenere meno energia di una batteria elettrochimica, ma in grado di caricarsi e scaricarsi in due secondi. Aggregato alla batteria di un veicolo, il suo ultracapacitore si attiverebbe per l'avviamento, le accelerazioni e decelerazioni rapide, allungando la vita della batteria e riducendo dimensioni e costi. Sarebbe la soluzione ideale per alcuni dei problemi fondamentali delle batterie al litio: durata, costo e dimensioni.

"Stiamo ancora lavorando per ottimizzare il risultato, abbassando al minimo pesi, volumi e costi, ma abbiamo già ricevuto molte segnalazioni d'interesse da parte dell'industria automobilistica", racconta Signorelli, che fin da ragazzo, all'istituto tecnico Pesenti di Bergamo, ha sempre avuto la passione dell'elettricità e ora è molto soddisfatto di poter dare un contributo "energetico" in un momento di svolta per il mondo dei trasporti.