La
strada più diretta per arrivare a Santiago parte da Vienna e passa per
Chicago. Ma l’anno di partenza non è il 1973. È nel settembre del 1923,
esattamente mezzo secolo prima, che Friederich von Hayek sbarca a
Manhattan con in tasca due lauree dell’università di Vienna – in
Economia e in Giurisprudenza – deciso a conseguire un dottorato alla New
York University. Tipico prodotto dell’impero austro-ungarico, il
ventiquattrenne Friedrich viene da una famiglia di biologi e funzionari
governativi, ma è stato travolto come suo cugino Ludwig Wittgenstein
dalla Prima guerra mondiale e dal collasso dell’impero mentre camminava
spedito verso un’ordinata carriera di botanico. Dopo la guerra, in cui
ha combattuto da ufficiale in battaglie dove i suoi uomini «parlavano
undici lingue diverse» (secondo il suo stesso resoconto), Friedrich
torna a Vienna socialista convinto e decide di mettere le sue competenze
al servizio della costruzione di un’organizzazione sociale più giusta,
contro ogni nazionalismo. Mentre la vibrante società viennese d’inizio
secolo, in cui era cresciuto, si sfalda, Friedrich studia come un matto
Economia e Giusrisprudenza, deciso a mollare gli ormeggi appena
possibile verso il Nuovo Mondo.
Lo
sbarco a New York nel settembre del 1923 è fondamentale per la
formazione di Hayek, ma in un certo senso si rivela una falsa partenza:
il suo interesse per l’economia si rafforza, ma ben presto gli mancano i
soldi per mantenersi ed è costretto a tornare a Vienna. Qui, sotto
l’influenza di Ludwig von Mises, esponente di punta della Scuola
austriaca del pensiero economico, si converte al liberalismo e
all’economia di mercato. Nel 1931, dopo essere stato per anni assistente
di Mises, Hayek viene chiamato da Lionel Robbins a insegnare alla
London School of Economics, un bastione di sinistra dove però il
dipartimento di macroeconomia sta virando su posizioni liberiste, contro
il dominante influsso statalista di John Maynard Keynes. Con
l’avvicinarsi della Seconda guerra mondiale, Hayek è sempre più
preoccupato dallo statalismo e dal nazionalismo rampanti nel Vecchio
Continente. In uno dei suoi articoli più profetici, pubblicato in quegli
anni, spiega il fallimento delle economie pianificate centralmente con
la famosa teoria della conoscenza: chi sta al centro – secondo Hayek –
non ha tutte le informazioni necessarie per prendere delle decisioni
economiche. Solo il «meraviglioso sistema dei prezzi», spiega, «è un
meccanismo perfetto per comunicare informazioni con la velocità del
vento anche nelle regioni più remote». Ecco perché in ogni caso bisogna
lasciarli fluttuare liberamente.
Questa
e altre sue teorie vengono condensate in un libro ferocemente
antistatalista, The Road to Serfdom, oggi considerato la pietra angolare
del neoliberismo all’austriaca. Ma nel regno di Keynes era impossibile
pubblicarlo. È così che si crea per la seconda volta un proficuo
cortocircuito fra il rigido ufficiale austroungarico e il Nuovo Mondo,
dove tutto è possibile. Nel 1944 il libro di Hayek viene pubblicato
dalla Chicago University Press su indicazione di Aaron Director, docente
di Economia e genero di Milton Friedman, economista di punta
dell’ateneo. Il libro scoppia come una bomba nel mondo accademico e in
breve diventa un bestseller. Il giovane Friedman (più tardi consigliere
economico di Ronald Reagan e infine premio Nobel per l’economia nel
1976, due anni dopo Hayek), lo legge. Poco dopo il volume finisce
avventurosamente fra le mani di una studentessa dell’università di
Oxford, Margaret Roberts, non ancora Margaret Thatcher. Keynes lo legge
mentre è in viaggio per il vertice di Bretton Woods, dove verrà deciso
l’assetto economico del mondo dopo la fine della Seconda guerra
mondiale. In una memorabile lettera al suo acerrimo nemico, lo definisce
cavallerescamente «un grande libro», ma ribadisce la sua incrollabile
fiducia nella pianificazione centralizzata dell’economia: «Semmai ce ne
vorrebbe di più», scrive Keynes, «non certo di meno». E aggiunge: «Se
solo potessi indirizzare la tua crociata in questa direzione, eviteresti
la figura di Don Chisciotte che stai facendo adesso».
Keynes aveva ragione. Dopo la Prima guerra mondiale e specialmente dopo la Grande Depressione
tutto il mondo si era mosso quasi all’unisono verso una maggiore
pianificazione centrale dell’economia, a partire dal blocco socialista
per arrivare all’America Latina, passando per l’Europa continentale e
perfino per il Nord America. Il protezionismo nazionalista dilagava, con
dazi altissimi per impedire le importazioni e schermare le industrie
locali dalla concorrenza estera, con regolamentazioni sempre più
stringenti sui prezzi che portavano al boom del mercato nero, con vaste
nazionalizzazioni delle industrie principali e un mercato del lavoro
sempre più rigido. Negli anni della guerra la pianificazione centrale
era irrinunciabile e il «successo» del sistema stava portando gli
alleati a procedere nella stessa direzione anche nel dopoguerra.
In
questo contesto, la crociata di Hayek contro lo statalismo e a favore
del libero mercato, per un ritorno alla visione classica dell’economia
ancorata negli insegnamenti di Adam Smith, sembrava davvero una
battaglia contro i mulini a vento. Eppure oggi sappiamo che il vento,
all’insaputa di tutti, già allora stava girando nella direzione indicata
da Vienna. La globalizzazione, frutto dell’apertura dei mercati locali
alla concorrenza internazionale, della deregulation reaganiana, delle
liberalizzazioni à la Thatcher e del crollo dell’impero sovietico,
discende direttamente dalle teorie di Hayek. E la prima tappa nella
nuova direzione, per una serie di coincidenze fortuite, è Santiago. Ma
prima ancora di arrivare là, si passa da Chicago.
Hayek abbandona la London School
of Economics per l’università di Chicago nel 1950. Gli viene affidata
la cattedra di Scienze sociali, che non fa parte del dipartimento di
economia, ma l’interazione con gli economisti è vivace e il rapporto con
Milton Friedman, diventato nel frattempo il padre del neoliberismo
americano, sempre più stretto. È qui che Hayek scrive la sua opera più
importante, The Constitution of Liberty, pubblicata nel 1960, dove si
afferma che il laissez-faire non è sufficiente ad assicurare un buon
funzionamento dell’economia e che il ruolo più importante dello Stato
sta proprio nello sviluppo di leggi e regole capaci di assicurare la
libera concorrenza. Un’affermazione che oggi sembra banale, ma allora
suonava del tutto nuova e rivoluzionaria. Negli stessi anni il Nobel
Theodore Schulz, rettore dell’Università di Chicago, e Julio Chana,
rettore dell’Università cattolica di Santiago, instaurano un rapporto di
collaborazione molto stretto fra i due atenei, aprendo un ponte fra
Santiago e Chicago per tutti gli studenti cileni di economia interessati
ad ampliare le proprie conoscenze.
Negli
anni Sessanta lo stesso canale, che presuppone un importante aiuto
economico agli studenti stranieri, viene aperto anche con l’Argentina.
Al Harberger, un collega di Friedman che ha dedicato tutta la sua vita
al progetto sudamericano, lo descrive così: «Ora i latinos possono
andare dappertutto, ma allora non era così. Negli anni Sessanta, mentre a
Chicago si potevano trovare anche 40 o 50 studenti sudamericani in
corsa per il dottorato su una popolazione complessiva di 150-180
neolaureati, a Harvard ce n’erano forse tre o quattro, al Mit cinque o
sei. È la nostra politica delle ammissioni che ha fatto diventare
Chicago così importante sulla scena sudamericana: eravamo pronti ad
ammettere anche studenti che avrebbero potuto fallire lungo il cammino,
mentre le altre grandi università americane ammettono praticamente solo
studenti in grado di garantire fin dal primo giorno il raggiungimento di
un dottorato al top dei voti». In una decina d’anni, il canale aperto
con l’America Latina ha portato a Chicago oltre trecento studenti, di
cui in tempi diversi 25 sono diventati ministri, 12 governatori della
Banca centrale del proprio Paese e gli altri sono andati via via a
riempire tutti gli scaglioni più elevati delle varie istituzioni
economiche del continente. A partire dalla fine degli anni Sessanta i
cosiddetti Chicago Boys, molto influenzati dall’impostazione
neoliberista dell’ateneo di Friedman e Hayek, erano pronti ad agire.
I
loro Paesi d’origine non erano certo terre vergini. Fin dagli anni
Trenta tutti gli economisti del mondo guardavano con molto interesse al
cono Sud del continente americano, compreso John Maynard Keynes, più
volte ospite a Buenos Aires del suo allievo Raul Prebitsch, allora
governatore della Banca centrale argentina. Le teorie keynesiane di
Prebitsch, dal 1950 direttore dell’Ecla (Economic Commission for Latin
America), un’emanazione dell’Onu con sede a Santiago, hanno dominato
completamente la scena economica sudamericana per quasi mezzo secolo. I
leader del continente, pur di opposte tendenze politiche, erano infatti
concordi sull’approccio di base sviluppato da Prebitsch, chiamato
«dependencia». L’economista argentino divideva il mondo in un centro e
una periferia, con il centro nei Paesi industrializzati (Europa e Nord
America), dove ha origine l’innovazione tecnologica, e la periferia
negli altri Paesi, produttori di materie prime, che nell’interscambio
commerciale fra i due contraenti risultano sempre perdenti. Per
emancipare i produttori di materie prime dalla dipendenza dai manufatti
importati dall’estero – sosteneva Prebitsch – basta ostacolare le
importazioni alzando insormontabili barriere commerciali, nazionalizzare
la produzione di materie prime e con i proventi delle esportazioni
costruire da zero un’industria nazionale. La sua teoria, perfettamente
in linea con le impostazioni autarchiche dei fascismi europei, ma anche
con la battaglia per l’industrializzazione dell’Unione sovietica, è
stata applicata alla lettera dai regimi sudamericani di destra e di
sinistra, da Juan Peron a Fidel Castro, passando per Eduardo Frei,
presidente cileno dal 1965 al 1970 e nazionalizzatore delle importanti
miniere di rame, allora in mani statunitensi.
Dall’Argentina
al Cile, dall’Uruguay al Brasile, dal Messico alla Bolivia, uno a uno i
confini nazionali venivano inchiavardati da dazi che negli anni
Cinquanta e Sessanta raggiungevano livelli del 3-400 per cento, con
l’assurda conseguenza di proteggere dalla concorrenza estera impianti
produttivi spesso completamente inefficienti e di costringere gli
abitanti dell’America Latina a pagare i manufatti locali il doppio o il
triplo di quel che avrebbero speso per gli stessi prodotti importati
dall’estero. L’inflazione rampante costringeva i governi sudamericani a
mettere in circolazione un’enorme massa di denaro e a indebitarsi fino
al collo proprio da quegli stessi Stati da cui volevano rendersi
indipendenti. La politica di socializzazione dell’apparato produttivo
cileno, inaugurata da Salvador Allende nei suoi anni di governo, non è
altro che l’applicazione fino alle estreme conseguenze delle teorie di
Prebitsch. Le espropriazioni delle industrie, le imposizioni di salari e
prezzi fissati dall’alto e più in generale la distribuzione di una
ricchezza che non veniva creata – con le conseguenti enormi spinte
inflazioniste, il boom del mercato nero e il crescente malcontento di
quel 62 per cento della popolazione che non aveva votato Allende – sono
l’effetto della diffusa convinzione che le leggi del mercato possano
essere semplicemente abolite costruendo un alto muro lungo i confini
nazionali.
È
in questo contesto particolarmente ostile alla loro impostazione
liberale che i Chicago Boys cileni si trovano a operare. Animati dalla
convinzione che le teorie di Prebitsch stiano portando il Paese alla
rovina, i giovani economisti concepiscono una piattaforma economica per
il candidato della destra, Jorge Alessandri, battuto da Allende alle
elezioni del 1970. Malgrado la sconfitta, i Chicago Boys continuano a
incontrarsi tutti i martedì sera a Santiago e ad aggiornare le loro
proposte.
È
grazie a questa piattaforma, chiamata «El Ladrillo» (Il mattone) per
quanto era diventata voluminosa nel frattempo, che dopo il colpo di
stato e dopo un infelice tentativo dei militari di fare da sé,
all’inizio del 1975 il gruppo viene contattato da Ricardo Hausmann, un
uomo politico legato alla dittatura militare, per chiedere il loro aiuto
a rimettere in piedi il libero mercato demolito dai governi precedenti.
Risale
a quel periodo anche la visita di Milton Friedman a Santiago, per un
giro di conferenze di cinque giorni nel marzo del 1975, che gli è valsa
l’accusa infamante di collaborazionismo con il regime di Pinochet. In
effetti Friedman in quei giorni fece un discorso intitolato «La
fragilità della libertà» all’Università cattolica di Santiago, che
infiammò gli animi dell’opposizione per i suoi toni antiautoritari. Nel
suo discorso Friedman mise in guardia l’uditorio sulla fragilità della
libertà, che viene rapidamente distrutta da ogni tipo di controllo
centrale, spiegando che la libertà di espressione politica è il
presupposto centrale per il corretto funzionamento di ogni libero
mercato. Proprio per questa ragione il padre della scuola neoliberista
americana considera a tutt’oggi stupefacente la scelta di Pinochet di
affidare ai suoi allievi la gestione dell’economia cilena: «La struttura
militare»,così Friedman spiega la sua meraviglia, «si distingue per
essere una tipica organizzazione top-down: il generale ordina al
colonnello, il colonnello ordina al capitano e così via. Il mercato,
invece, è una tipica organizzazione bottom-up. Il cliente entra nel
negozio e ordina al dettagliante, il dettagliante invia l’ordine su per
la catena fino al produttore e così via. I principi di base dei
militari, dunque, sono esattamente il contrario della struttura
organizzativa del libero mercato o di una società democratica. È
stupefacente che per gestire l’economia i militari cileni abbiano
adottato la struttura bottom-up invece della struttura top-down usata
fino ad allora».
Pinochet
lascia infatti mano libera ai Chicago Boys, tranne su qualche
particolare come la privatizzazione delle miniere di rame, cui mette il
veto. José Pinera si occupa della privatizzazione del sistema
pensionistico, Hernan Buchi di quella del sistema sanitario, Sergio De
Castro e Carlos Caceres si alternano al vertice del ministero delle
Finanze, Luis Larrain è ministro per la Pianificazione, Patricia Matte
per lo Sviluppo, Pablo Ihnen, Carlos Mendez e Martin Costaba gestiscono
il bilancio dello Stato, per non citare che i nomi più importanti. La
terapia shock comprende la liberalizzazione dei prezzi e del commercio,
la privatizzazione del sistema pensionistico e sanitario, l’abbattimento
dei dazi e delle restrizioni alla libera circolazione dei capitali e
una robusta politica anti-inflazionistica. Di conseguenza esplodono le
esportazioni di frutta, vino, prodotti ittici e legname, che diventano
gradualmente più importanti del rame, e comincia a svilupparsi
un’industria alimentare molto competitiva.
L’effetto
immediato è il cosiddetto «miracolo cileno», con una rapida discesa
dell’inflazione e una fortissima espansione economica, malgrado
l’atmosfera di sanguinosa repressione politica. Ma con il varo della
nuova Costituzione, che designa Pinochet al potere per altri otto anni,
aumenta l’isolamento internazionale del regime e si cominciano a vedere i
primi segnali della crisi. Il peso insostenibile del debito, indotto
dal massiccio afflusso di petrodollari dai Paesi arabi in tutto il Sud
America dopo gli anni del boom del prezzo del petrolio, porta al
fallimento a catena di molte economie sudamericane, a partire dal
Messico.
L’improvviso
crollo degli investimenti esteri spinge anche il Cile al collasso nel
1982: dopo sei anni di tassi di crescita stratosferici, il prodotto
interno lordo cileno perde di colpo il 14 per cento, la disoccupazione
schizza al 33 per cento. Ma Pinochet mantiene la barra sulla rotta
neoliberista e una decisa svalutazione del peso ridà fiato alle
esportazioni, rimettendo in equilibrio la barca già l’anno seguente,
mentre il resto dell’America Latina continua a risentire di quella crisi
per tutto il decennio (chiamato appunto il «decennio perduto»).
In
complesso, sotto la guida dei Chicago Boys l’economia cilena è
cresciuta più rapidamente dei suoi vicini, a un ritmo del 5-6 per cento
all’anno, ma i salari sono rimasti bassi e le differenze sociali acute.
L’eredità più importante di tutta l’operazione resta il radicale
cambiamento di direzione rispetto alle politiche del passato, che ha
preparato il Cile molto meglio dei suoi vicini alla successiva ondata
globalizzatrice.
Coscienti
di questo vantaggio competitivo, anche i tre presidenti democratici che
si sono succeduti dopo il plebiscito del 1988 hanno mantenuto
l’apertura al libero mercato e alla concorrenza internazionale come
caratteristica fondamentale delle loro politiche economiche, proseguendo
nella scia tracciata ai tempi di Pinochet. Al momento attuale il Cile è
indubbiamente l’economia più stabile del Sud America e in anni recenti
il suo modello è stato adottato con alterni successi più o meno
dappertutto.
Per
i Chicago Boys, riciclati in gran parte come consulenti dei vari
governi dell’America Latina attraverso l’Istituto per la libertà e lo
sviluppo, anche oggi il lavoro non manca.