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27 febbraio 2006

Il videogioco sconfina in libreria

L'ultima moda dell'intrattenimento digitale? Sconfinare, saltare il fosso, sfuggire al video e insinuarsi nella vita vera. Pare di sentire un antico grido di guerra: contenuti digitali unitevi! E a ranghi compatti i Sam Fisher e Lara Croft di videogiocosa memoria escono dall'universo virtuale per invadere il nostro mondo. Prima c'è stato EverQuest, con i suoi intrecci fra gioco e vita vera giunti al punto tale da poter vendere a caro prezzo su eBay gli avatar più talentuosi e altri beni del tutto immateriali, mettendo in moto un mercato secondario stimato attorno agli 800 milioni di dollari l'anno. Ma questo era solo l'inizio. I caratteri dei videogiochi ormai invadono tutto: dalle piattaforme mediatiche più antiche, come la carta stampata, alle più moderne come i concerti rock. L'importante è che la storia funzioni. Del resto c'è poco da stupirsi: è naturale che un mondo capace di generare - solo negli Stati Uniti - un giro d'affari da 10 miliardi di dollari l'anno (nel 2005, tanto per fare un paragone, le vendite dei biglietti di cinema negli Usa non hanno superato i 9 miliardi e mezzo) finisca per invadere altri mondi contigui. Prendiamo, per l'appunto, il cinema. Diversi grandi film d'azione usciti in anni recenti, da Matrix a Spider Man, hanno un corrispondente videogame, modellato sullo stile pittorico del film. Ma è la prima volta che un grande regista si butta su un gioco per trarne un film: Peter Jackson, autore del Signore degli Anelli e di King Kong, è stato reclutato dalla Universal Pictures per concepire una pellicola basata su un videogame fra i più diffusi e apprezzati, Halo. Jackson, lui stesso un appassionato giocatore di Halo, vuole riprodurre nei suoi sudios in Nuova Zelanda le apocalittiche battaglie che oppongono Master Chief alla potente alleanza di alieni decisa a distruggere la razza umana. "Cercavamo qualcuno appassionato dell'universo di Halo quanto Jackson lo è stato della Terra di Mezzo di Tolkien", dicono alla Microsoft, che ha prodotto il gioco e parteciperà al 10% dei guadagni del film. Nessuno dubita che sarà un successo, con un pezzo da novanta come Jackson, maestro di scontri epici: l'arrivo nelle sale è previsto per l'anno prossimo. Così come Andy a Larry Wachowski, che hanno diretto sia Matrix sia i videogiochi tratti dal film, Jackson è uno degli autori più adatti a funzionare in tutti e due i mondi. Non a caso anche il suo King Kong è stato riversato in un videgame, prodotto da una casa europea, la Ubisoft di Montpellier. Con i suoi 44 anni, il regista neozelandese fa parte di una generazione cresciuta a pane e videogiochi. E non è il solo. Electronic Arts, il numero uno del settore, ha appena annunciato che Steven Spielberg si sta mettendo al lavoro per sviluppare tre giochi, poi destinati a migrare sul grande schermo. Un'evoluzione non da poco per un'industria che di solito aveva lasciato lo sviluppo di questi mondi a dei programmatori con un buon talento creativo, mai a grandi nomi della celluloide. Ma se l'intrattenimento digitale e il cinema sono due mondi contigui, che si sovrappongono con una certa facilità, l'invasione della carta stampata lascia ben più interdetti. Eppure basta entrare in una grande libreria americana per rendersi conto che ormai gli scaffali sono pieni di romanzi incentrati sui protagonisti di noti videogiochi, che improvvisamente si arricchiscono di nuove passioni del tutto sconosciute anche ai giocatori più avidi. Si scopre così che Sam Fisher, eroe di Splinter Cell, ha 47 anni ed è innamorato della sua istruttrice di arti marziali, che Lara Croft lotta contro il sessismo dei suoi compagni in "The Amulet of Power" e Master Chief ha spesso paura in battaglia ma non lo dà a vedere in "The Fall of Reach". Per chi passa molto tempo a giocare, dicono, non manca una sensazione di straniamento: di solito il giocatore s'identifica nel protagonista e leggere nel libro quali sono le sue emozioni può risultare davvero curioso. Il romanzo su Resident Evil, poi, porta addirittura lo stesso nome del gioco, che a sua volta era tratto da un film. E qui il cerchio della convergenza si chiude. Senza contare le variazioni collaterali, ad esempio nel mondo della musica. Nobuo Uematsi, autore della colonna sonora di Final Fantasy, si è prodotto in un arrangiamento rock, con la sua band The Black Mages, che spopola in Giappone e ora sta cominciando a diffondersi anche negli Stati Uniti, tanto che il gruppo è già stato invitato per una serie di concerti. Tommy Tallarico, un altro musicista autore di colonne sonore di videogiochi, ha girato gli Stati Uniti quest'estate con un tour in 25 tappe, chiamato Video Games Live. E altri, presumibilmente, ne verranno.

30 gennaio 2006

Con il petrolio in orbita, si scava sotto il mare

Una torta da 240 miliardi di dollari: è questa la cifra che verrà destinata nel 2006 all' esplorazione e produzione, finalmente in crescita dopo anni di stasi. Il caro-greggio, così sgradito quando pesca nei nostri portafogli, ha almeno questa ricaduta positiva: le compagnie si stanno muovendo di nuovo. Da qualche anno, ormai, per ogni due barili di petrolio consumati se ne rimpiazza solo uno con le nuove scoperte. Era ora, quindi, che le major si dessero una mossa. Ma attenzione: se è vero che il budget complessivo dedicato all' esplorazione ha ripreso a crescere, è anche vero che la natura degli investimenti è completamente cambiata. «I forzieri delle compagnie si sono aperti e la cifra dedicata all' esplorazione è destinata a raddoppiare ancora se si vuole tener dietro alla domanda, ma già nel giro di un quinquennio ben 50 miliardi di dollari di quel budget saranno riversati nell' esplorazione in acque profonde, un campo finora molto limitato», spiega Zeno Soave, fondatore di Socotherm, azienda leader nel rivestimento e isolamento dei tubi per petrolio e gas, che ha le mani in pasta dovunque si trivelli oltre i mille metri di profondità. «Nel deepwater - osserva Soave - l' estrazione avviene a 50-100 chilometri dalla costa, oltre il bordo della piattaforma continentale: il fondo da perforare sta sotto di due-tre chilometri e ci vuole ancora qualche chilometro per arrivare alle sacche petrolifere. I costi, come si può immaginare, sono molto più elevati rispetto ai sistemi tradizionali: per estrarre un barile di greggio in queste condizioni si spendono circa 15 dollari, rispetto ai 2-3 dollari delle zone più facili, come il deserto arabico. Una spesa, peraltro, che le compagnie possono ampiamente permettersi». L' International Energy Agency calcola che il costo medio di perforazione sia più che raddoppiato, in termini reali, dall' inizio degli anni ' 90. Ma con un prezzo del petrolio ampiamente triplicato, si può fare. Chevron prevede per quest' anno un incremento del 30% degli investimenti in esplorazione e anche Lukoil punta in alto (+28%), mentre Petrobras batte tutti i record con un balzo che sfiora il 70%. L' Eni si difende, alzando la posta del 10%. Del resto, non c' è altra scelta. La domanda cresce costante dal 3 al 5% all' anno e l' oro nero non si trova più nel cortile di casa. Come dimostra la difficile perforazione offshore dell' Eni a Kashagan o il gigantesco progetto Shell a Sakhalin, le major devono abituarsi ad andarlo a cercare in condizioni sempre più estreme. E la nuova frontiera della ricerca è il deepwater: «Le major - commenta Soave - fanno a gara per accaparrarsi i lotti migliori. I giacimenti del Mare del Nord ormai non coprono che il 10% del mercato. Il Golfo del Messico conta per il 15-20%. Ma i pozzi più ricchi, quelli dove c' è greggio da estrarre ancora per molti anni, sono al largo dell' East Africa e del Brasile». La produzione mondiale nel deepwater è balzata dal milione di barili al giorno del ' 98 ai 4 milioni dell' anno scorso ed è destinata a raddoppiare entro la fine del decennio. A tutto vantaggio delle aziende come Socotherm, che domina sul mercato dei tubi per le estrazioni in acque profonde con una quota del 60%. «Una volta trovata la vena giusta - dice Soave - per far risalire il petrolio in superficie da quelle profondità bisogna attraversare strati di acqua talmente fredda che il greggio tende a congelarsi nei tubi. I nostri rivestimenti termici sono essenziali per portare a buon fine l' estrazione». Tanto che ormai l' azienda di Adria è presente in tutte le zone calde: dal Brasile con Petrobras al largo della Nigeria con ExxonMobil e Shell, passando per l' Angola con Bp e Chevron.

26 gennaio 2006

Joi Ito

Non sono in molti a potersi vantare di aver buttato i libri alle ortiche per ben due volte. Joi Ito, venture capitalist fra i più arditi della New Economy, è uno di loro: ha abbandonato prima la Tufts University e poi l'università di Chicago per fare il dj a Tokio. Definito dal World Economic Forum come uno dei 100 leader del futuro, Joi è un consulente, manager e attivista fra i più interessanti della cultura digitale. Nato a Kyoto 39 anni fa ma educato negli Stati Uniti, Joi è tornato in patria da adolescente e ha costruito il suo successo agli albori di Internet in Giappone, dove ha fondato Neoteny, società di venture capital con cui ha raccolto finanziamenti per 20 milioni di dollari. E' stato fra i primi a investire nei blog e nei wiki, creando Six Apart, una software house specializzata che presiede tuttora, Technocrati, il principale indice di weblog con 7 milioni di utenti, e SocialText, un'impresa dedicata a integrare l'idea dei wiki nei software aziendali. E' consulente del governo giapponese e membro del board di Icann, la più importante autorità regolatrice del web. Ma soprattutto è impegnato nel sostegno della conoscenza condivisa attraverso il suo blog ed è stato uno dei fondatori di Creative Commons (www.creativecommons.it), l'organizzazione inventata dal giurista di Stanford Lawrence Lessig, per ridefinire la concezione di proprietà intellettuale nell'era digitale.
In che cosa consiste la sharing economy? Quale modello di business si può creare con la condivisione delle risorse in rete?
“La sharing economy non vuole distruggere i modelli di business dell'economia tradizionale, ma trovare un suo spazio al suo fianco. Nella fotografia amatoriale, per esempio, chiunque può scattare una fotografia e se è vero che le gallerie non guadagnano nulla, è comunque un settore che ha alle spalle un grande business, decisamente maggiore di quello della fotografia professionale. Allo stesso modo, ci sono diversi soggetti economici nella sharing economy: i produttori di software e di hardware e chi fornisce l’infrastruttura. Quindi non si guadagna più sul copyright, ma sugli strumenti che permettono alle persone di creare contenuti e di condividerli. L’industria che produce contenuti protetti da copyright non scomparirà, così come non è scomparso il segmento della fotografia professionale, ma si stabiliranno nuovi rapporti e nuovi equilibri. Io non credo che bisognerebbe permettere la condivisione di materiale sotto copyright, ma sono convinto che occorra consentire alle persone di condividere i contenuti prodotti da loro stessi”.
Ma i blog dei singoli, ad esempio, non hanno un marchio consolidato che permetta ai lettori di valutarli, nel bene e nel male. Come si risolvono questi problemi di valutazione?
“La questione si sta evolvendo, ma ci sono essenzialmente due meccanismi che determinano la valutazione dei blog. Il primo è la reputazione e già oggi un blogger ben conosciuto probabilmente ha una reputazione pari a quella di un redattore di un quotidiano. Ma esiste anche un secondo modello di autorevolezza online, incarnato tipicamente da Wikipedia, dato dal fatto che gli articoli, anonimi, devono riuscire a sopravvivere alla lettura di centinaia di migliaia di persone, con un meccanismo molto democratico. Quindi dei metodi alternativi esistono, oggi non conta più solo il marchio di una testata con un centinaio di anni di storia alle spalle e io credo che il pubblico si abituerà a sfruttare sia il modello della reputazione tipico dei blog, sia il modello anonimo e democratico di Wikipedia”.
Lei parla di una classe creativa universale che incarna questa nuovo modello di economia condivisa. Da come la descrive lei sembrerebbe un gruppo molto omogeneo, ma ci saranno pure differenze culturali fra queste persone a seconda della provenienza...
"Naturalmente le differenze ci sono. Ad esempio Internet e i blog sono molto di moda negli Stati Uniti, in Cina, in Iran e in Polonia. Oltre 200 milioni di americani hanno un indirizzo di posta elettronica e una ventina di milioni hanno un blog, mentre in Germania o in Italia molta gente non sa nemmeno che cosa sono. In alcuni Paesi asiatici e in Israele ci sono ormai più telefonini che persone. In Europa, invece, la televisione digitale è a uno stadio molto più avanzato che altrove. Ma la convergenza fra queste varie piattaforme è ormai talmente sviluppata che le diverse categorie cominciano a sovrapporsi e i consumatori di punta dei vari generi rientrano nello stesso calderone comune. Si forma così una classe sovranazionale, che secondo le stime più attendibili in Europa arriva a circa 35 milioni di persone mentre negli Stati Uniti sfiora i 40 milioni, con molte caratteristiche comuni. Ci sono più similitudini, ad esempio, fra i bloggers americani e iraniani che non tra gli abitanti dello stesso Paese che usano o non usano Internet".
Qual'è la funzione di questa classe creativa?
"Di fare da apripista ai consumi culturali e tecnologici del futuro. In generale si tratta di opinion leader, molto interessati alle novità ma con una spiccata tendenza al pensiero autonomo, alla creazione e allo scambio di contenuti piuttosto che alla fruizione passiva. Quindi con loro non funziona il normale ciclo di produzione: sviluppare nuove idee e nuovi prodotti per poi calarli dall'alto sul mercato con forti investimenti pubblicitari per diffonderli. Con questo target invece funziona meglio il procedimento contrario: bisogna indagare le mode e le necessità di questa gente e sviluppare prodotti che le soddisfino. In questo modo non serve investire cifre colossali in pubblicità: basta il passaparola, con cui si ottiene una diffusione molto più efficace spendendo poco".
Procedimento molto complesso. Proviamo a fare un esempio...
"La nascita dell'I-Mode è un buon esempio. La madre di questo sistema che ha rivoluzionato il mondo della telefonia cellulare si chiama Mari Matsunaga ed è una top manager di Ntt DoCoMo. Nei primi anni Novanta, Mari ha osservato come i ragazzini giapponesi si scambiassero messaggi usando i codici numerici dei cercapersone, gli antenati dei telefonini. Il primo pensiero è stato di creare uno strumento che rispondesse meglio alle loro esigenze e così è nato un sistema di messaggistica con le lettere dell'alfabeto, che facilitava molto le comunicazioni e ha avuto un successo istantaneo. Oggi Ntt fattura 8 miliardi di euro solo sul traffico I-Mode".
Dunque partire dal basso e far circolare le idee. Ma come la mettiamo con il copyright?
"Il problema della proprietà intellettuale è la questione fondamentale da risolvere: è la ragione principale per cui i media tradizionali non riescono a comunicare con questa classe creativa. Per cogliere lo spirito del tempo c'è bisogno di grande flessibilità e di grande libertà, altrimenti si rischia di soffocare la creatività dei singoli. Le normative vigenti in materia di copyright e i regolamenti fissi sulle architetture dei diversi sistemi di comunicazione non tengono conto di questi nuovi modelli di fruizione e finiscono per ostacolare l'emergere di killer application per i dispositivi mobili di nuova generazione, per la televisione interattiva e per tutti gli altri sistemi di comunicazione digitale".
Quindi?
"Quindi le media companies tradizionali devono convincersi che conviene anche a loro mettere in circolazione liberamente almeno una parte dei contenuti proprietari".

16 gennaio 2006

La via del Qatar parte da Firenze

Ras Laffan è un vasto agglomerato industriale affacciato sul Golfo Persico, che si estende per più di cento chilometri quadrati sul deserto piatto del Qatar: da qui viene convogliata verso l' Occidente affamato di metano tutta la produzione del gigantesco North Gas Field, un giacimento che contiene il 20% delle riserve mondiali non associate a campi petroliferi. Ed è qui che si gioca il futuro di un gioiello dell' industria italiana, l' ex Nuovo Pignone, oggi diventato la testa della divisione Oil & Gas di General Electric. «Abbiamo appena firmato un contratto da 200 milioni di dollari con Ras Gas, joint venture tra Exxon Mobil e Qatar Petroleum, per partecipare alla realizzazione del più grande impianto esistente al mondo di liquefazione del gas» spiega il catalano Claudi Santiago, vicepresidente di GE e capo della divisione Oil & Gas del colosso americano, basato a Firenze. Il progetto, che comporta la fornitura di 22 mega-turbine e consacra la leadership mondiale dell' ex Nuovo Pignone nel campo del gas naturale liquefatto, «rappresenta una pietra miliare nella storia di questo settore, fissando nuovi standard per le economie di scala possibili». In un comparto che cresce già di per sé a ritmi esponenziali, battere dei record non è facile. Gli analisti si attendono un raddoppio abbondante del settore nel giro dei prossimi dieci anni, dalla produzione attuale di 145 milioni di tonnellate annue a oltre 370 milioni. Solo a Ras Laffan, le esportazioni raggiungeranno i 77 milioni di tonnellate all' anno nel 2009, secondo le previsioni, dalle 10 tonnellate attuali. «Il boom del gas naturale liquefatto deriva dai prezzi esorbitanti del petrolio e dall' esigenza di diversificare gli approvvigionamenti. L' utilizzo del metano liquido consente di emancipare il mercato del gas dalla schiavitù dei gasdotti. Per questo la produzione liquefatta cresce molto di più della produzione trasmessa per gasdotto. Nel contempo, i costi di liquefazione e rigassificazione si riducono rapidamente, grazie allo sviluppo di tecnologie sempre più raffinate, come le nostre» spiega Santiago. Dal quartier generale di Firenze i tecnici dell' ex Nuovo Pignone controllano via satellite e assicurano il corretto funzionamento di un terzo del mercato internazionale dell' energia collegato all' estrazione di idrocarburi. In dieci anni di privatizzazione, da quando l' Eni l' ha venduta agli americani, il fatturato dell' azienda è quadruplicato, superando i 4 miliardi di dollari. «Il segreto del successo? Investire negli uomini e nelle tecnologie, senza mai smettere di cavalcare la globalizzazione - commenta Santiago -. I 5.600 dipendenti - precisa Santiago, nato e cresciuto a Barcellona, entrato nei servizi informatici di GE fresco di laurea nell' 80 per arrivare a guidare il marketing globale nella sede di Rockville, in Maryland, prima di trasferirsi in Italia a occuparsi di energia - sono basati per la maggior parte in Italia, ma vengono da 80 Paesi diversi: in questo modo, possiamo sempre parlare il linguaggio dei nostri clienti. Una premessa molto importante per un' azienda che esporta il 90% della propria produzione». E poi c' è la leadership tecnologica: nel triennio appena trascorso, GE ha investito 250 milioni di dollari per la ricerca nella divisione Oil & Gas, di cui 85 solo nel 2005. «Il Nuovo Pignone - conclude Santiago - ha saputo conquistare la leadership internazionale nella tecnologia di liquefazione del metano a basse temperature e poi di rigassificazione nei porti di destinazione. Questo ci ha consentito di abbattere i costi di lavorazione in maniera importante, rivoluzionando il mercato a tutto vantaggio degli utenti finali». Da qui, la commessa in Qatar. E, se l' Eni si butterà come dice nel business del gas liquido, anche i vecchi padroni dovranno rivolgersi agli ingegneri di Firenze.

9 gennaio 2006

British Gas: "Vi bruciate la reputazione"

Armando Henriques, capo di British Gas per l' area del Mediterraneo, è un manager navigato, si occupa da vent' anni di petrolio e di gas, ma una situazione come questa non l' aveva mai vista. «Abbiamo il gas che serve all' Italia - dice -, ma non sappiamo dove farlo arrivare, perché il nostro terminale di Brindisi, che doveva essere già pronto nel 2007, subisce un intralcio dietro l' altro dalle autorità locali». E prosegue: «Il rigassificatore che stiamo costruendo, dopo avere ottenuto già da anni tutte le autorizzazioni, è il più importante investimento mai fatto da un' impresa britannica in Italia: 400 milioni di euro complessivi, di cui 150 già spesi. Se i nostri sforzi venissero frustrati adesso, questo solleverebbe gravi dubbi sull' attrattività dell' Italia per gli investimenti esteri». Proprio mentre il ministro dello Sviluppo economico, Pierluigi Bersani, si fa in quattro per dare una soluzione alla crisi del gas prossima ventura, accelerando il processo autorizzativo per gli altri rigassificatori in progetto, l' unico impianto che potrebbe essere già quasi pronto sembra definitivamente incagliato nel limbo delle resistenze locali. «Dragon, il terminale gemello che stiamo costruendo nel Galles, sarà operativo nel 2007 come previsto - dice Henriques - e comincerà subito a ricevere il gas dai nostri pozzi egiziani». Il gruppo Bg, infatti è uno dei giganti mondiali del gas, attivo anche nell' estrazione, e il rigassificatore di Brindisi è uno dei pochi progetti in Italia con i contratti di approvvigionamento già in essere: un vantaggio non indifferente in un mercato dove la materia prima comincia a scarseggiare. «Gli impianti di rigassificazione costruiti oggi senza la certezza dell' approvvigionamento - spiega Henriques - rischiano di diventare cattedrali nel deserto». È per questo che Bg ha messo in cantiere contemporaneamente a Brindisi anche un impianto di liquefazione a Idku, in Egitto, con un investimento da un miliardo e mezzo. Ma il gas liquefatto destinato a Brindisi ora sta prendendo altre destinazioni: verso gli Usa, dove Bg gestisce il più grande rigassificatore americano in Louisiana, o verso altri Paesi europei. «Peccato, perché da Brindisi potremmo fornire 8 miliardi di metri cubi di gas all' anno, quasi un decimo del fabbisogno italiano, colmando le carenze che si sono evidenziate lo scorso inverno», fa notare Henriques, intervenuto al culmine della crisi con due navi gasiere mandate in aiuto all' Eni nel suo impianto di Panigaglia. «La richiesta globale di Gnl ormai supera la domanda - commenta Henriques -, perché si costruiscono sempre più rigassificatori, che sono il modo migliore di ricevere gas da Paesi lontani senza la schiavitù del tubo». In Spagna, negli ultimi anni, ne sono sorti quattro. Nel frattempo, in Italia, Brindisi ha subito continui slittamenti: «Abbiamo passato tutta la trafila, abbiamo raccolto l' unanimità dei consensi alla conferenza servizi da 23 enti locali e nazionali, compresi Comune, Provincia e Regione, oltre ai sei ministeri competenti, che già nel 2003 ci hanno dato il via con un decreto. Ma quando siamo partiti con i lavori le autorità locali hanno subito cominciato a chiedere altre verifiche, rallentando il progetto di anni». Il fatto è che, nel frattempo, c' erano state le elezioni e le amministrazioni locali avevano cambiato colore. Nel 2004 il nuovo sindaco di centro-destra Domenico Mennitti è subentrato a Giovanni Antonino, mentre alla Provincia il diessino Michele Errico ha sostituito il forzista Nicola Frugis. Nel 2005 Nichi Vendola si è seduto sulla poltrona di Raffaele Fitto. E ognuno di loro ha voluto distruggere il lavoro del predecessore. Il gruppo britannico non si spiega le loro motivazioni. «Abbiamo cercato il dialogo - sostiene Henriques -. Abbiamo tenuto il cantiere fermo in attesa di una nuova valutazione del Consiglio superiore dei Lavori pubblici, che è stata positiva. Abbiamo subito persino una verifica archeologica dell' area su cui stavamo costruendo, che non ha scoperto nulla di nuovo. Ci hanno chiesto di cambiare localizzazione, ma siamo quasi a metà dei lavori e qualsiasi spostamento ci farebbe ripartire daccapo con le autorizzazioni. Il Consiglio di Stato ci ha dato ragione. E comunque localizzazioni migliori non ci sono: siamo in una zona già destinata a usi industriali e non diamo fastidio né agli abitanti, che sono lontani, né al porto. Riceveremo due navi alla settimana, che non impiegano più di 40 minuti per fare la manovra. E daremo lavoro e prospettive di sviluppo a un' area in crisi». What' s the problem?
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Emergenza gas, rigassificatori fermi

L' emergenza gas ce l' ha fatto toccare con mano: per emanciparsi dalla schiavitù del tubo l' unica soluzione sono i rigassificatori, che consentono di ricevere il metano via mare e quindi di eliminare la dipendenza da un solo produttore dominante, come la Russia. Lo dice Sandro Ortis, presidente dell' Authority per l' energia: «L' attivazione, più rapida possibile, di terminali di rigassificazione per gas liquido, importabile via nave da nuovi, promettenti mercati (africani, mediorientali e asiatici), rappresenta un contributo essenziale per la diversificazione e l' economicità delle fonti di approvvigionamento, per la concorrenza e per una maggiore flessibilità». L' Autorità insiste da anni su questo punto, oltre che sulla sottrazione della rete e degli stoccaggi al controllo dell' ex monopolista, e ha appena varato una regolazione incentivante per i nuovi investimenti nelle infrastrutture di trasporto e rigassificazione, che potranno beneficiare di una maggiore remunerazione. Ma per ora impiantare un rigassificatore in Italia resta un' odissea. La politica energetica italiana, infatti, è strettamente dipendente dalle strategie dell' Eni, che con i suoi gasdotti ha tenuto saldamente in mano per quarant' anni tutta la capacità d' importazione di metano. I rigassificatori, portatori di libera concorrenza, ovviamente non erano graditi. Sul territorio nazionale ne esiste solo uno, costruito nei lontani anni Sessanta a Panigaglia in Liguria. E di chi è? Di Snam, cioè dell' Eni. Per frenare la costruzione di nuovi impianti, la major guidata da Paolo Scaroni ha agitato fino a poco tempo fa lo spettro della «bolla di gas»: secondo le valutazioni del Cane a sei zampe, in sostanza, i suoi metanodotti che ci collegano con la Russia, l' Algeria e la Libia dovevano bastare e avanzare per soddisfare il fabbisogno nazionale. Ulteriore capacità d' importazione avrebbe creato un eccesso d' offerta, rischiando di far crollare i prezzi. Questo orientamento strategico, innestandosi sui naturali fenomeni di rifiuto del progresso tecnologico che dominano il Paese, ha impedito l' apertura del mercato a fonti di approvvigionamento alternative. In realtà, al contrario di quel che diceva l' Eni, con il rapido aumento della domanda di metano per la generazione elettrica, il mercato italiano è sempre stato «corto», tant' è vero che i prezzi sono ben più alti che all' estero. Ora che cresce la pressione dell' Authority per una maggiore liberalizzazione del mercato, l' Eni ha cambiato idea: da qualche mese non parla più del pericolo di un «eccesso di offerta» e nelle ultime settimane Scaroni ha ripetuto più volte la necessità di costruire nuovi rigassificatori. Le sue sollecitazioni, però, arrivano tardi. Il danno è già fatto e il Paese è in preda all' emergenza. Per sbloccare la situazione, in teoria, basterebbe darsi una mossa. Ma rimettere in moto una macchina che procede con il freno tirato da quarant' anni non è facile. «Dal punto di vista ingegneristico - spiega Roberto Potì, responsabile dei nuovi progetti di Edison - un impianto di rigassificazione si costruisce in meno di due anni, se è offshore in poco più di due anni». In Italia bisogna aggiungerne oltre sette di carte bollate. Ammesso che si riesca a concludere l' iter. Provare per credere: i primi studi per il terminale dell' Exxon Mobil con Edison e Qatar Petroleum, al largo di Rovigo, sono stati avviati nel ' 97, la valutazione d' impatto ambientale è stata ripetuta tre volte e nel maggio 2005 finalmente sono partiti i lavori, che termineranno a fine 2007. Dieci anni. E questo è l' unico progetto già cantierizzato: gli altri dieci sono tutti arenati, guarda caso, in svariati bracci di ferro con le autorità locali. Per non parlare dei progetti tramontati, come quelli dell' Enel a Montalto e a Monfalcone, dove l' iter è stato interrotto in stadio così avanzato che la compagnia elettrica aveva già firmato i contratti d' acquisto del gas liquido dalla Nigeria. «In mancanza di sbocchi in Italia - precisano all' Enel - ora quel metano dev' essere rigassificato in Francia da Gaz de France e importato via tubo». Nel frattempo, il resto del mondo cammina: ci sono 46 terminali di questo tipo attivi sui cinque continenti, di cui buona parte in Europa, da Sines in Portogallo a Zeebrugge in Belgio, da Barcellona a Marsiglia. Collocata in una posizione geografica ideale per trasformare la penisola in un hub del gas a livello europeo, l' Italia rischia invece di perdere il treno. «Gli attuali limiti di capacità - commenta Ortis - sommati alla scarsa flessibilità dei gasdotti internazionali, hanno un duplice effetto: da un lato, costituiscono una barriera all' entrata nel sistema dei nuovi operatori e ostacolano prospettive di sviluppo per il settore nazionale, anche favorendo progetti concorrenti in altri Paesi (dai Balcani alla penisola iberica), dall' altro lato non consentono agli operatori di soddisfare le richieste di una domanda crescente». In pratica, affidandosi soltanto ai tubi dell' Eni, non solo non si riesce a trasformare la Penisola in un centro d' esportazione del gas verso l' Europa - disegno più volte caldeggiato dall' Autorithy e anche da politici lungimiranti come Bruno Tabacci - ma non si copre nemmeno il fabbisogno nazionale: «Le forti opposizioni locali che ostacolano la costruzione di nuovi terminali di rigassificazione - precisa Ortis - vanno di pari passo con la crescita sostenuta della domanda, registrata nel corso di questi ultimi tre anni, e con la scarsità di stoccaggio, che lo scorso inverno ha contribuito a determinare l' interruzione della fornitura per alcuni clienti e il ricorso alle riserve strategiche». In questo freddo inverno 2006, abbiamo già sfiorato l' emergenza una volta. Ma il peggio deve ancora venire: l' anno scorso la crisi è scoppiata in marzo. Da qui a marzo, con un altro paio di centrali elettriche a gas in via di completamento e la crescente instabilità dei tre unici fornitori, l' Italia rischia di restare al palo.

Britsh Gas: fateci lavorare o ce ne andiamo

Abbiamo «scelto Brindisi per la sua posizione favorevole nel centro del Mediterraneo e per la presenza sulla costa di un sito già destinato all' energia, tra la centrale Edipower e il Petrolchimico. Un impianto di rigassificazione collocato in quella posizione è il modo migliore per collegare in maniera flessibile i giacimenti del Nord Africa con l' Europa, senza le rigidità tipiche dei metanodotti. British Gas costruisce impianti di questo tipo in tutto il mondo. Per Brindisi e per il mercato italiano del gas sarebbe un gran peccato se decidessimo di andarlo a fare altrove, magari in Spagna». Armando Henriques, amministratore delegato di British Gas Italia, è strabiliato, più che arrabbiato. La costruzione del vostro impianto è bloccata da due anni. Perché? «Intralci burocratici di tutti i tipi: in due anni l' impianto avrebbe potuto già essere pronto, invece siamo appena riusciti a cominciare i lavori di colmata». Ma le autorizzazioni le avete? «Il processo autorizzativo è finito nel 2003, con un decreto ministeriale emesso in accordo con la Regione, dopo una Conferenza servizi che ha coinvolto oltre venti istituzioni locali e nazionali. Nel decreto è scritto che possiamo costruire qui un rigassificatore da 8 miliardi di metri cubi l' anno, un decimo del fabbisogno italiano. Con quel documento in mano, abbiamo avviato le gare d' appalto in Italia e siamo andati a costruire sulla costa egiziana, a Idku, il terminale di liquefazione del gas destinato ad alimentare Brindisi con il metano che estraiamo dai nostri giacimenti egiziani. Quell' impianto di liquefazione è già pronto da tempo. Ma manca ancora il terminale gemello, in Puglia». Che cos' è successo nel frattempo? «Niente. Non è successo niente. Nessun grave incidente a qualche rigassificatore, che del resto sarebbe difficile, visto che il gas viene conservato in serbatoi sicurissimi a pressione ambiente, escludendo rischi di esplosione. Nessuna nube tossica, poiché il metano non inquina. Nessun caso di marea nera: eventuali versamenti di gas liquefatto in mare darebbero luogo solo a evaporazione, senza lasciare residui». Dev' essere pur successo qualcosa per ritardare di due anni «Le elezioni. I nuovi eletti in Comune, Provincia e Regione, Domenico Minnitti, Michele Errico e Nichi Vendola, vogliono spazzare via il lavoro dei predecessori. Ci hanno messo i bastoni fra le ruote in tutti i modi, con ricorsi al Tar e alla magistratura, ispezioni, blocchi, manifestazioni. Abbiamo dovuto muovere perfino l' ambasciatore britannico, sir Ivor Roberts, che è sceso a Brindisi prima di Natale per cercare un accordo. Non so perché vogliano ritirare la parola data, ma se il governo lo consentisse non sarebbe un grande esempio di credibilità». E voi? «Andiamo avanti. La pressione degli enti locali non può annullare il decreto di autorizzazione e il blocco del Tar è stato eliminato in ottobre da una sentenza del Consiglio di Stato, con cui si faceva notare che tutti questi ostacoli burocratici sono strumentali e stanno causando danni rilevanti alla società. Se ci lasciano lavorare, l' impianto sarà pronto nel 2008». Gli enti locali dicono che Brindisi aspira a rilanciare la propria vocazione turistica e vorrebbero spostare il terminale in qualche località dei dintorni. «Impossibile, dovremmo ricominciare daccapo con le autorizzazioni. Del resto ai fini turistici la localizzazione del terminale è ottima: nella zona industriale del porto esterno, a oltre tre chilometri dal porto interno, dove la città si affaccia sul mare. Il traffico di navi metaniere, 100 all' anno, interesserà solo la zona esterna per 70-80 minuti alla settimana. A Barcellona, nel centro del porto, c' è un terminale che accoglie 230 navi metaniere l' anno. E il turismo prospera. Questo impianto, un investimento da 390 milioni, è una grande opportunità di sviluppo per il territorio: dalla creazione di posti di lavoro alla formazione di competenze distintive, dagli investimenti indiretti ai servizi portuali e industriali connessi. Non c' è motivo di spostarlo».

5 gennaio 2006

Conad, il pieno di burocrazia

Le questioni di viabilità vanno affrontate con Comune e Provincia, i problemi urbanistici con la Regione. Poi si deve passare attraverso l' Asl, i Vigili del fuoco, l' Agenzia regionale per la protezione dell' ambiente, l' Istituto superiore per la prevenzione e la sicurezza sul lavoro, l' Ufficio metrico della camera di commercio, l' Agenzia dogane e l' Agenzia nazionale delle scorte. A ogni passaggio si rischia il veto di un funzionario. Nel frattempo, cambiano le leggi. «Da quando abbiamo istruito la prima pratica fino all' inaugurazione dell' impianto, le normative regionali che regolano la materia sono cambiate tre volte: oggi la Toscana proibisce tout-court di aprire una pompa di benzina in un centro commerciale come quello di Gallicano, perciò, se avessimo dovuto cominciare adesso, non avremmo nemmeno avviato la trafila» spiega Roberto Dessì, segretario generale di Conad, l' insegna della grande distribuzione che ha inaugurato la settimana scorsa il suo primo discount della benzina in Garfagnana. «La smettano di dire che è impossibile aprire un nuovo benzinaio» sbotta da parte sua Luca Squeri, presidente Figisc, l' organizzazione dei distributori aderenti a Confcommercio. Ma, se in teoria tutto è possibile, nella pratica le barriere all' ingresso di nuovi entranti nel business dei carburanti sono davvero altissime. Pur avendo a che fare con un' amministrazione comunale molto efficiente, Conad Tirreno ci ha messo quattro anni e dieci diversi pareri legali per sfondare il muro delle resistenze. E non è finita qui: «Dopo tutto questo lavoro, ora ci attendiamo le cause, anche se abbiamo fatto il massimo per ottemperare a ogni cavillo normativo», commenta Dessì. I gestori, in effetti, già minacciano un esposto all' Antitrust. Non a caso benzina e gasolio in Italia restano i più cari d' Europa. «Gli ostacoli principali sono il problema delle distanze minime dagli altri distributori, la questione del formato dell' impianto e le limitazioni di orario», precisa Dessì. Per la grande distribuzione l' imperativo categorico è l' efficenza: solo così è possibile offrire prezzi bassi. Ecco perché è stato scelto il formato self service post pay, che consente di pagare all' uscita dal piazzale, sul modello di quanto avviene in qualunque casello autostradale. Proprio questo, guarda caso, è il formato più penalizzato dalle normative, che impongono distanze ancora maggiori dagli altri distributori. «Ma, se avessimo dovuto tenere una distanza minima da ogni negozietto, nelle città italiane non ci sarebbero supermercati» obietta Dessì. Problemi anche per il posizionamento in prossimità di due elettrodotti: «Su ricorso del sindacato gestori, ci hanno mandato gli ispettori per controllare che non ci fossero dispersioni di corrente» racconta Dessì. Per fortuna era tutto a posto, altrimenti la pompa, già costruita, avrebbe dovuto essere smantellata. «E come si fa a tagliare i costi se siamo costretti ad avere orari sfalsati rispetto all' ipermercato?» si chiede Dessì. A Gallicano, il distributore è obbligato a chiudere all' ora di pranzo, mentre l' ipermercato ovviamente è aperto. Per trovare un fornitore, poi, è stato un incubo. «Le compagnie petrolifere ci hanno fatto delle offerte vergognose - rileva Dessì - e quindi siamo andati a cercarci la benzina in Francia». Malgrado i costi aggiuntivi di trasporto, la benzina comprata da Siplec, compagnia di distribuzione di Leclerc, è molto più competitiva di quella italiana. Ma importare carburante dalla Francia non è roba da tutti i giorni: ci vuole la licenza. E giù carte bollate...

3 gennaio 2006

Lubiana minaccia di chiudere il rubinetto

Allarme sulle importazioni di energia elettrica dall' estero: da un lato gli sloveni minacciano l' interruzione del flusso sul confine orientale, dall' altro Edf mette in discussione i contratti con Enel sulla frontiera occidentale, il che causerebbe all' Italia un danno da 150 milioni di euro. Parigi avrebbe deciso infatti di mettere all' asta questa energia, a prezzi sicuramente crescenti rispetto agli attuali, per uniformarsi a una direttiva europea. Ma la protesta ufficiale di Lubiana per la disparità di trattamento riservata dall' Italia agli operatori sloveni rispetto a quelli francesi e svizzeri, potrebbe causarci un danno ancora maggiore: «Vi chiediamo di rivedere i criteri di attribuzione delle capacità garantite sulle singole frontiere elettriche italiane per l' anno 2006, portando quella sul confine sloveno a 800MW», scrive Djordje Zebeljan, direttore generale del ministero sloveno dell' Industria, al suo omologo italiano Sergio Garribba. E tra le righe si capisce l' intenzione di puntare i piedi senza complimenti, anche interrompendo i flussi con misure strumentali, come la manutenzione «mirata» degli impianti. Il fatto è che il gestore della rete (ora Terna) tiene ferma da anni una delle due linee di collegamento con la Slovenia, perché sulle 18 interconnessioni tra la rete italiana e i Paesi limitrofi, una dev' essere sempre sgombra per fronteggiare le emergenze. In questo modo gli operatori sloveni possono usare solo una terna da 400MW per esportare in Italia, pur avendo a disposizione una capacità di carico ben superiore. Per di più la seconda terna, lungi dal restare sgombra, finisce per ospitare tutti i flussi in eccesso provenienti dagli operatori francesi e svizzeri che non riescono a passare sulle altre. Zebeljan suggerisce di riequilibrare i flussi, mettendo in riserva la nuova linea d' interconnessione con la Svizzera, appena inaugurata. «Favorendo il sovraccarico elettrico sulle altre frontiere - spiega Boris Peric di Kb, la società che rappresenta gli interessi degli operatori sloveni danneggiati - si determina di fatto una posizione dominante degli operatori elettrici francesi e svizzeri a discapito di quelli austriaci e sloveni, proprio nel momento in cui Enel sta estendendo la propria capacità produttiva nell' Europa dell' Est». Data la rilevanza dell' import di energia, che alimenta quasi un quinto del fabbisogno italiano, l' interruzione dei flussi dal confine orientale sarebbe una catastrofe per il sistema.

19 dicembre 2005

La major del web si buttano sulla telefonia

Dopo Google e Yahoo, ora ci si mette anche Microsoft: è sfrenata la corsa al VoIP da parte delle major della rete, che s'inseriscono ormai senza tanti complimenti nel business delle compagnie telefoniche. Evoluzioni ed accordi commerciali si susseguono a ritmo giornaliero: l'ultimo in ordine di tempo riguarda la stretta di mano tra Microsoft e l'operatore statunitense Mci, che hanno annunciato in questi giorni un'alleanza per estendere il servizio di instant-messaging di MSN anche all'affollato mercato della telefonia via internet.In questo modo Microsoft accelera il suo ingresso concreto nel mercato telefonico, tallonando a ruota servizi come quelli forniti da Skype, Google e Yahoo, che da poco tempo ha aggiunto al proprio nome la dicitura "with voice", a conferma anche formale della propria intenzione di partecipare alla partita del VoIP. Rispetto alle altre offerte, però, Microsoft ha dalla sua l'alleanza con un colosso della telefonia: una differenza non da poco. Il nuovo servizio, che combina la rete a banda larga di MCI con il software di Microsoft, sarà chiamato MCI Web Calling for Windows Live Call e sarà reso disponibile nella prima metà del 2006 attraverso Windows Live Messenger, l'erede di MSN Messenger, che ha oltre 185 milioni di utenti attivi in giro per il mondo e compete direttamente con i servizi di messaggistica istantanea di Aol e Yahoo.Il primo passo della strategia di Microsoft per entrare nel mercato della telefonia via Internet è stata l'acquisizione, in settembre, di Teleo, una piccola software house di San Francisco che ha sviluppato un sistema paragonabile a quello di Skype, capace di collegare uno speciale apparecchio telefonico al proprio pc e di raggiungere con questo un qualsiasi telefono, fisso o mobile che sia. Il neonato servizio Google Talk, invece, richiede che entrambi i conversatori abbiano pc e cuffie. L'accordo, stando a quanto dichiarato dalle due aziende, consentirà ai consumatori di effettuare chiamate al costo di 2,3 centesimi di dollaro al minuto (2 centesimi di euro). L'intenzione è di essere molto competitivi sul prezzo con le società presenti sul mercato: Skype, leader indiscusso di questo mercato, che è appena stato acquisito da eBay, offre chiamate per circa 2 centesimi di euro. Come i clienti di SkypeOut, anche gli utenti del servizio Microsoft/MCI dovranno comprare dei pacchetti prepagati e potranno eseguire chiamate a numeri fissi o mobili, cliccando dal pc sulla corrispondente voce nella loro lista di contatti. Al momento, Microsoft e MCI stanno testando una versione beta del servizio su diecimila utenti negli Stati Uniti, ma il test verrà presto esteso all'Europa in Francia, Germania, Regno Unito e Spagna. Certo è che potenzialmente Microsoft è in grado di diventare una stella di prima grandezza della telefonia, se davvero riuscirà a trasformare i quasi 200 milioni di utenti dei servizi Msn in altrettanti clienti del suo VoIP. Il padre di Skype Niklas Zennström, svedese, 39 anni, geniale sviluppatore inviso ai potentati del copyright per aver lanciato qualche anno fa KaZaA (un sistema di condivisione di brani musicali scaricato da 370 milioni di persone), è convinto che la rivoluzione del VoIP sia destinata a sconquassare il mercato telefonico nel giro di pochi anni. Un'opinione certamente tendenziosa, ma non del tutto da buttar via. Skype è già stato scaricato 63 milioni di volte e sta affermandosi come l'offerta di comunicazione vocale con il più rapido tasso di crescita a livello globale (si prevede che raggiungerà i 240 milioni di utenti entro il 2008). E se anche Bill Gates si è lanciato in questo business, un motivo ci dev'essere. Resta ancora da superare lo scoglio della qualità. Le chiamate via Internet, come sa bene chi le usa, costano poco visto che la voce viaggia sul web aggirando i costi delle teleselezioni nazionali e internazionali, ma la commutazione di pacchetto non è l’ideale per mantenere la fluidità della conversazione, che a seconda dello stato delle linee soffre di rantoli, mancamenti e ritardi più o meno consistenti. Il problema non affligge i pregiati (e costosi) sistemi VoIP aziendali, ma può diventare un vero fastidio per gli utenti casalinghi, che sono il pubblico a cui si rivolgono i servizi di Msn. Ma la tecnologia si sviluppa a passi da gigante e la banda larga si diffonde nelle case della gente, dunque è lecito aspettarsi qualità sempre migliori e pc-telefonate sempre più facili. Se oggi come oggi la telefonata via Internet copre nicchie interessanti ma minoritarie di utenti e servizi, come le telefonate dirette “chiama con clic” dalle pagine web dei portali e dei siti di e-commerce, domani potrebbe davvero esplodere come servizio di massa. E Microsoft, come al solito, potrebbe sfruttare la sua posizione dominante nei sistemi operativi. Il telefono di Msn probabilmente è solo un assaggio, la vera partita si giocherà dotando Windows (e naturalmente Windows Mobile) di un supporto nativo al VoIP, di altissima qualità anche grazie alla collaborazione dei 25 esperti di Teleo. L'ingresso di Microsoft, insomma, può essere un segnale positivo per il mercato ma ha già acceso una spia d'allarme sul cruscotto di Skype. Una preoccupazione che ricorda quella che avevano qualche anno fa Jim Clark e Marc Andreessen, i fondatori di Netscape, all'annuncio dell'allora imminente arrivo di Explorer...

12 dicembre 2005

Informatica in ritardo, ma il futuro non è nero

Un miliardo di fatturato bruciato in quattro anni. E l' involuzione dell' industria informatica italiana continua: dopo un annus horribilis come il 2004, il 2005 non si annuncia molto migliore. «Solo il mondo consumer fa crescere l' hi-tech italiano - spiega Roberto Schisano, amministratore delegato di Getronics -. Mentre l' amministrazione pubblica continua a battere la fiacca e le imprese stanno ancora alla finestra, accumulando un ritardo sempre più vistoso rispetto all' Europa». Le famiglie italiane hanno speso quest' anno circa 33 miliardi di euro per le nuove tecnologie, con un incremento dell' 8,4% rispetto al 2004. E anche sull' anno prossimo le previsioni sono buone, con un aumento della spesa del 7,1%. Ma la domanda di hi-tech per intrattenimento domestico e personale non basta a tenere su il mercato. Alla fine del 2005, secondo dati Eito (European information technology observatory), la crescita della domanda italiana d' informatica sarà dell' 1,5% contro il 3,5% europeo, con una spesa pro capite di 1.064 euro contro una media europea di 1.487 e americana di 2.240. Se poi dai dati di settore si separano le tlc, il ritardo appare ancora più marcato. Non a caso il 10% delle 85 mila aziende che gravitano sul comparto è in crisi, cioè in fallimento o in liquidazione. «Sono evidenze - precisa Schisano - che non possono essere ridotte a questioni di settore, perché i Paesi che più investono in Ict sono anche i più competitivi e in crescita». Il letargo del sistema industriale italiano si vede in particolare sul comparto dei software e servizi, che rappresentano la vera anima del mercato It, non solo per la loro rilevanza sul totale, pari a poco meno del 70%, ma anche perché rappresentano il vero motore dei progetti e della domanda. «Il clima che si respira oggi in Italia sembra confinare l' innovazione a fattore di sopravvivenza piuttosto che di sviluppo: mentre l' hardware prosegue la sua corsa, spinto soprattutto dalla domanda di pc da parte delle famiglie - spiega Alberto Tripi, presidente di Federcomin, la federazione di settore più concentrata sui servizi -, il mercato dei software è sostanzialmente piatto e i servizi vanno indietro, con un calo che continua da anni». Tripi, il «re dei call-center», si è imbarcato quest' anno nell' avventura della sua vita, rilevando da Telecom Finsiel, cioè tutto quel che resta dell' informatica italiana di Stato, per accorparla al suo gruppo Cos. Con questa acquisizione, l' Italia ha messo la parola fine al sogno, vagheggiato a lungo, di creare un campione nazionale, fondendo Finsiel con le altre realtà più importanti della tradizione informatica nostrana, da Elsag (gruppo Finmeccanica) a Engineering, passando forse per Getronics, che ha inglobato l' eredità di Olivetti. Il progetto del grande polo informatico nazionale si è infranto proprio sulle difficoltà attraversate dal comparto, che bloccano le grandi ristrutturazioni. Ma Tripi vede buone prospettive di crescita: «Pensiamo alle crescenti esigenze d' informatizzazione delle amministrazioni locali, così come al gap d' innovazione da colmare per le piccole e medie imprese. Pensiamo a quei processi di convergenza tra settori differenti dell' Ict, che sull' esempio di realtà straniere molti gruppi italiani stanno perseguendo nella ridefinizione del loro business. Su questa strada le imprese informatiche possono trovare nuove opportunità di business». Insomma, qualcosa si muove sotto la cenere. Ma soprattutto per le piccole realtà, più flessibili e rapide nel cogliere le occasioni al volo. «La pressione in atto sui prezzi, tipica di un mercato in contrazione, favorisce le piccole imprese più innovative», spiega Luciano Marini, presidente di SoftPeople, azienda che l' anno scorso ha stupito il mercato mettendo a segno una crescita record, passando da 53 a 78 milioni di euro, e quest' anno arriva a quota 100. Dalle sei sedi sparse sul territorio, Softpeople fornisce ai propri clienti servizi abbastanza eterogenei, dalle soluzioni software per le imprese pubbliche e private alle infrastrutture di sicurezza e tlc, fino alla comunicazione via web e all' outsourcing della gestione della clientela. Il segreto della crescita sta in un' organizzazione aziendale davvero non comune: tante piccole Srl che agiscono sul mercato come delle business unit vere e proprie, ma con ampia libertà di manovra. Su un' organizzazione snella e flessibile punta anche Enterprise Digital Architects, uno spin-off italiano di Ericsson che si sta cimentando su tutti i settori più nuovi dell' Ict, dal Voip al digitale terrestre, dalla sicurezza all' outsourcing. «Per star dietro al ritmo dell' innovazione - spiega Luigi Caruso, amministratore delegato di Enterprise - bisogna seguire un' altra logica rispetto a quella pachidermica delle grandi aziende». Caruso, che dirigeva l' unità di business Enterprise prima ancora dello spin-off, concepisce il distacco dal colosso scandinavo come un' emancipazione necessaria per adeguarsi ai nuovi ritmi: «Le nuove piattaforme tecnologiche modificano rapidamente la domanda e richiedono un cambiamento fortissimo nella risposta delle imprese». Per questo Enterprise, che ha raddoppiato in quattro anni da 350 a 700 addetti, con un fatturato di 300 milioni, rifugge le strutture rigide e organizza il lavoro a progetti, concentrando l' operatività dei dipendenti su temi anche molto diversi a seconda delle necessità. E la contaminazione incrociata per stimolare intuizione e creatività ha già dato qualche frutto: Enterprise è stata la prima impresa in Italia a occuparsi di digitale terrestre ed è una delle poche aziende ad avere già ultimato la sperimentazione del WiMax, disseminando di antenne Roma e Torino. Commenta Caruso: «C' è una bella rivoluzione in atto».

5 dicembre 2005

Tornado Cina sulle materie prime

È la Cina, naturalmente! Dal petrolio al carbone, dall' oro ai diamanti, tutti i movimenti sul mercato delle materie prime quest' anno e negli anni a venire hanno un solo motore principale: la fame di crescita del colosso asiatico. L' effetto traino del boom che sta interessando il celeste impero, accoppiato a quello dei vicini indiani, farà aumentare d' ora in poi la domanda mondiale di energia dell' 1,6% all' anno, un ritmo ben più sostenuto degli anni scorsi, fino a raggiungere il 50% in più rispetto al fabbisogno attuale nel 2030. Di pari passo cresce il consumo di combustibili fossili, dal petrolio al gas naturale, passando per il carbone. La stessa Cina che spinge la domanda, per fare un esempio, ha in programma l' installazione di nuove centrali a carbone per 50 mila megawatt, una dimensione quasi equivalente alla potenza complessiva di generazione disponibile in Italia. Secondo il World Energy Outlook 2005, il rapporto annuale dell' Agenzia internazionale per l' energia, saranno necessari ben 17 mila miliardi di dollari d' investimenti (sarebbe a dire 1,86 miliardi al giorno), nel prossimo quarto di secolo per far fronte all' aumento del fabbisogno. Il petrolio resterà la principale fonte di energia primaria e la domanda mondiale, oggi a 85 milioni di barili al giorno, salirà a 115 milioni nel 2030. Il gas naturale, per cui l' Aie prevede una crescita folgorante del 75% (a un tasso medio annuo che supera il 2%), scavalcherà il carbone come fonte di energia primaria, mentre la quota percentuale del nucleare è prevista costante e quella delle fonti rinnovabili si manterrà irrisoria, sotto il 2%. In questo scenario si calcola che il prezzo del petrolio sia destinato a scendere un po' sulle prime, attorno ai 35 dollari, per poi stabilizzarsi a 39, un livello più alto rispetto agli ultimi quindici anni, ma non drammatico. «A patto - specifica Faith Birol, capo economista dell' Aie - che i Paesi del Medio Oriente e del Nord Africa siano in grado di estrarre ed esportare le maggiori quantità di idrocarburi richieste dal mercato». In caso contrario, lo scenario prevede che l' aumento dei prezzi cui abbiamo assistito quest' anno diventi strutturale, stabilizzando le quotazioni del greggio sui 52 dollari. Anche se poi la conseguenza sarebbe una contrazione della domanda e il rallentamento del Pil mondiale. Quanto sia cruciale il ruolo dell' area mediorientale nella produzione di idrocarburi si è dimostrato nelle ultime settimane, con la crisi del mercato del gas britannico, dove i prezzi hanno raggiunto in pochi giorni valori 10 volte superiori al normale e di conseguenza le quotazioni dell' elettricità sono schizzate a 80 sterline per megawattora, ben oltre i salatissimi prezzi italiani. «Le cause - spiega Davide Tabarelli del Rie - sono semplici: la capacità produttiva si riduce in presenza di continua crescita della domanda. La produzione del Mare del Nord, che fra il ' 95 e il 2000 era raddoppiata a 105 miliardi di metri cubi, da due anni è in sensibile calo e quest' anno si avvicinerà ai 90 miliardi. Al contrario, la domanda continua stabilmente a salire oltre i 100 miliardi». Sbalzi simili nel prezzo del gas sono accaduti negli stessi giorni anche in Germania e in Francia. Qui non ancora, ma l' Italia è l' unico Paese al mondo che abbia scelto di affidarsi al gas per gran parte della produzione elettrica, circa il 60% nel 2010, mentre negli altri Paesi industrializzati si continuerà ad usare abbondantemente il carbone e il nucleare. La vasta diffusione del carbone in diverse aree del globo ne fa un combustibile sempre più popolare, al riparo dalle incertezze geopolitiche mediorientali: i cinesi, al primo posto nella graduatoria dei produttori, quest' anno ne hanno consumato talmente tanto da far salire l' import del 30%, passando dalla parte degli importatori netti e imprimendo una netta impennata alle quotazioni mondiali. Il fenomeno potrebbe ripetersi anche nel 2006, ma sul lungo periodo la produzione cinese di carbone crescerà, fino a raggiungere nel 2010 la cifra record di 2,4 miliardi di tonnellate. È sempre Pechino ad alimentare l' aumento dei prezzi delle altre commodities: le quotazioni record dell' alluminio subiscono la pressione di una crescita annua dei consumi cinesi del 7,2%, mentre la corsa dell' oro va di pari passo con l' apertura dello Shanghai Gold Exchange e la liberalizzazione del commercio dell' oro nel celeste impero. Per la prima volta in oltre cinquant' anni, i cinesi possono accedere a una forma d' investimento considerata fino a ieri «degenerata» dal partito comunista, che l' aveva severamente proibita fin dai primi giorni del suo regime, nel lontano 1949. Il buon momento dell' oro, dell' argento e del platino, naturalmente, dipende anche dalla loro attrazione generale come beni rifugio contro la minaccia dell' inflazione. Perfino i diamanti, spinti dalla domanda cinese e indiana, brillano più che mai: i prezzi delle gemme grezze continuano a salire e l' offerta non riesce a tenere il passo, mentre i tradizionali centri di taglio soffrono la concorrenza spietata delle nuove realtà asiatiche.

21 novembre 2005

Eni, la nuova strategia di Scaroni

Nulla sarà più come prima. Il punto di svolta, per l' Eni di Paolo Scaroni, è il caso Gazprom. La lezione del brutto accordo russo - firmato in maggio dal direttore della divisione Gas & Power Luciano Sgubini, disfatto in ottobre con un blitz a Mosca da Scaroni in persona e riproposto in questi giorni in veste «ripulita», come Scaroni ha anticipato settimana scorsa nel «memorandum»in Turchia - porterà a San Donato una nuova politica del gas e nei prossimi mesi anche un avvicendamento al vertice fra Sgubini e Vincenzo Cannatelli, che ha lasciato la guida del mercato e del gas in Enel. Le mosse di Scaroni, che con il suo gesto ha dato corpo alla svolta, puntano tutte nella stessa direzione: allargare la torta del gas ad altri mercati di sbocco piuttosto che combattere, come si è fatto fino a oggi, per mantenere a tutti i costi il monopolio assoluto sul mercato italiano, controllando i rubinetti d' entrata per non far arrivare troppo metano. L' inversione di rotta comporterà un progressivo sbottigliamento dell' import, fino a trasformare l' Italia in un hub del gas europeo, com' era l' Olanda prima che i giacimenti nel Mare del Nord fossero sfiatati, e com' è oggi la Svizzera per il mercato elettrico continentale. A pilotare la svolta, secondo voci sempre più insistenti, dovrebbe essere proprio Cannatelli, che ha guidato fino a pochi giorni fa la scelta espansiva di Enel nel gas, trasformando l' ex monopolista elettrico nel secondo operatore del metano in Italia, con l' 11% del mercato. Le condizioni per saltare sul treno dell' export di gas ci sono tutte: il fabbisogno di metano in Europa sta crescendo rapidamente, di pari passo con la proliferazione di centrali elettriche a gas, e il Belpaese è piazzato proprio in mezzo al Mediterraneo, in posizione strategica di raccordo fra l' Europa continentale e i giacimenti di gas del Nord Africa e dell' Asia Centrale. Due metanodotti, più altri due in costruzione, ci collegano alla sponda sud del Mediterraneo, e altri due si dipartono a nord verso Russia e Olanda. Al centro della ragnatela, l' Italia può diventare il punto privilegiato d' interscambio, agendo sulle leve dell' import e dell' export a seconda delle convenienze. In questo quadro l' alleanza con Gazprom - rafforzata dal preaccordo in via di definizione, che allarga la collaborazione anche al petrolio - è altamente strategica: il Tag, infatti, attraversa tutto il Centro Europa e basterebbe mettersi d' accordo con i russi per piazzare insieme un po' del loro gas nei mercati intermedi, cammin facendo. Ma Scaroni non si accontenta dei tubi: «L' Italia - ha detto recentemente - si liberi dalla dipendenza dalle pipeline», costruendo impianti di rigassificazione per il gas naturale liquefatto (Gnl). Anche questa è una novità: dagli anni ' 60, quando è stato costruito il terminale di Panigaglia, l' Eni si è tenuta alla larga dai rigassificatori, considerati veicoli di concorrenza su un mercato in cui l' offerta doveva rimanere contenuta per non rischiare di abbattere i prezzi. Che cos' è successo nel frattempo? Sotto la guida di Vittorio Mincato, l' Eni è diventata la sesta potenza petrolifera mondiale e ha aumentato il suo output del 70% a 1,8 milioni di barili (olio e gas) al giorno. E d' ora in poi, con il caro greggio che manda i prezzi in orbita, crescere ai ritmi del passato sarà complicato. Perciò Scaroni preferisce aprire a nuovi orizzonti.

7 novembre 2005

Croazia, nuova frontiera della rete

Una nuova frontiera elettrica, che porterà l' Italia a confinare con la Croazia, saltando i vicini sloveni, potrebbe nascere ben presto dalle opportunità aperte con il via libera ministeriale alle merchant lines, le linee private d' interconnessione elettrica con l' estero per importare energia a basso costo. «Ci sono voluti cinque anni per partorire questo decreto - commenta Alessandro Clerici, responsabile del gruppo di lavoro sulle infrastrutture elettriche di Confindustria - ma ora finalmente i progetti bloccati dal vuoto normativo potranno andare in porto». Di progetti ne sono stati presentati ben 48, a suo tempo, all' esame del gestore della rete. Ma non tutte queste manifestazioni d' interesse sono destinate a realizzarsi: il decreto, già firmato dal ministro Claudio Scajola ma non ancora pubblicato in Gazzetta Ufficiale, spazza via l' ordine di lista precedente e impone di passare attraverso le forche caudine di Regioni e Comuni prima di ottenere la concessione. Gianni Locatelli, presidente di Trafigura Italia (società olandese leader mondiale nel trading di idrocarburi), ha discusso la settimana scorsa con Riccardo Illy, presidente del Friuli-Venezia Giulia, il suo progetto d' interconnessione con la Croazia, che metterà in collegamento la rete italiana con quella balcanica, dove arriva la corrente a buon mercato dalla Bulgaria e dalla Romania, oltre che dall' Ungheria e dalla Slovacchia. Il cavo sottomarino, progettato dalla Pirelli, potrebbe diventare così uno snodo essenziale per l' importazione di elettricità dai Balcani e dal Centro Europa, dove l' Enel si sta costruendo un impero nel nucleare. «Aumentare l' interconnessione con l' Est - commenta Locatelli, già direttore del Sole 24 Ore e della Rai - servirà anche a loro, prima o poi». La linea, concepita in partnership con la triestina Acegas e con il colosso croato delle infrastrutture Montmontaza, dovrebbe partire dalla stazione elettrica di Planais, nella Bassa Friulana, e inabissarsi nella laguna di Marano, per riemergere sulla costa croata a Punta Salvore, proprio a ridosso del confine con la Slovenia, e allacciarsi alla rete croata dell' alta tensione a Pisino, nel centro della penisola istriana. «In Croazia - fa notare Locatelli - un megawattora costa sui 35-40 euro, in Italia ormai siamo a 70, praticamente il doppio». Ma il progetto Trafigura-Acegas non è unico. Altri vorrebbero attaccare la spina in Slovenia, a sua volta terra di passaggio e di prezzi modici. Un consorzio paritetico italo-sloveno si è formato attorno alla compagnia slovena Istrabenz e a Iris, l' ex municipalizzata di Gorizia, con la partecipazione della Rete Ferroviaria Italiana, per collegare con appena 16 chilometri di cavo interrato le sottostazioni elettriche ferroviarie di Vrtojba (a Sud di Nova Gorica) e di Redipuglia (a Nord di Monfalcone). Anche su quest' idea il governatore Riccardo Illy è stato già consultato. Più a Nord, Energia del gruppo Cir (De Benedetti), ha un progetto d' interconnessione con l' Austria fra Udine e Arnoldstein. «Fra Italia e Austria c' è solo una linea di collegamento, la Lienz-Soverzene: noi vorremmo aggiungerne almeno un' altra, sfruttando le infrastrutture già esistenti», spiega Mario Molinari di Energia. Per la compagnia elettrica di De Benedetti non c' è necessità di trovare un partner oltre confine, visto che è già partecipata al 40% da Verbund, la più grossa azienda elettrica austriaca.

31 ottobre 2005

Slovacchia: l'Enel in un vicolo cieco?

Parlare slovacco non basta. «Per concludere con successo un affare a Bratislava, è meglio sapere anche il ceco. E magari il russo». Questa è l' opinione di Karol Schlosser, grande finanziatore del nucleare cecoslovacco e titolare di due contratti di leasing che rischiano d' intralciare il passaggio definitivo della proprietà di due terzi di Slovenské Elektràrne dalla mano pubblica alle tasche di Enel. «Contratti come questi - spiega Schlosser - che complicano la struttura proprietaria delle centrali a cui Enel è interessata, ce n' è più d' uno: sono serviti, negli anni a cavallo della separazione della Slovacchia dalla Repubblica Ceca, a finanziare lo sviluppo del sistema elettrico del Paese». Prima della separazione, nel ' 93, Slovenské Elektràrne era un tutt' uno con Cez, la compagnia elettrica ceca che era sicura di ricomprarsi la sua quota in febbraio, nella gara poi vinta da Enel per 840 milioni di euro. Ora Enel è alle prese con le ultime battute dell' affare: a metà ottobre ha avuto l' approvazione del piano d' investimenti, dopo la crisi di fine agosto e la defenestrazione di Pavol Rusko: il ministro che ha accolto l' offerta di Enel al posto di Cez. In quell' occasione, il partito di Rusko è uscito dall' alleanza di governo e ora il premier Mikulàs Dzurinda governa con una coalizione di minoranza, incalzata dai nazionalisti di Vladimir Meciar per anticipare le elezioni ad aprile. Ma Enel, che rischia di vedersi sfumare l' affare sotto gli occhi in caso di un cambio di governo, spera di chiudere prima. «Stiamo cercando di districarci in queste complesse strutture proprietarie per staccare le centrali, come quella idroelettrica di Gabcikovo, che non sono comprese nel perimetro dell' acquisizione -, spiega Peter Mitka, superconsulente ceco di PriceWaterhouseCoopers, che ha guidato Enel nell' avventura slovacca - . Si tratta più che altro di questioni formali, che saranno sbrigate entro la fine dell' anno». A giudicare dalle ultime dichiarazioni di Fulvio Conti, amministratore delegato, i vertici di Enel sembrano convinti che l' affare sia pressoché concluso, tanto che hanno già trasferito a Bratislava 168 degli 840 milioni dovuti per il pagamento. Ma Mitka si dichiara all' oscuro dei contratti di leasing di Schlosser. Nel nuovo piano, Enel si è impegnata a investire ben 1,9 miliardi nello sviluppo della società, di cui almeno 1,5 andranno nel completamento dei due reattori nucleari di Mochovce, già costruiti a metà dalla ceca Cez prima della separazione fra i due Stati. Lo scoglio è lo scorporo dei due reattori di Jaslovské Bohunice (che dovranno essere dismessi entro il 2006-2008, nell' ambito degli accordi per l' ingresso nell' Unione Europea) e di tutte le pendenze pregresse sulla liquidazione del nucleare già in corso. Negli accordi di febbraio, il governo si è impegnato a scaricare Enel dagli oneri del Fondo di liquidazione, compreso il deficit del Fondo (390 milioni di euro), attualmente di pertinenza di Slovenské Elektràrne, che copre parte delle spese di liquidazione e paga al Fondo una tassa annuale di 70 milioni di euro. «Il governo ripete da mesi la sua intenzione di varare un decreto in questo senso - spiega Beata Balogova, direttrice dello Slovak Spectator - ma con tutte le grane che hanno, prima che si mettano d' accordo...». Ma il problema, forse, è un altro. Tutto il sistema nucleare cecoslovacco è stato costruito da Cez, in parte con finanziamenti russi: a partire da Jaslovské Bohunice e Mochovce, ora in Slovacchia, fino a Dukovany e Temelin, in Boemia. Cez è anche la casa madre di Skoda Praga, il braccio operativo del sistema atomico sovietico. «Su disegni russi - spiega Jozef Valach, esperto nucleare slovacco, che ha diretto per sette anni la centrale nucleare di Mochovce - Skoda ha costruito almeno una ventina di reattori in tutto l' Est Europa, simili a quelli attivi a Mochovce, di tipo VVER-440. Anche le due unità che Enel vorrebbe completare a Mochovce per compensare lo spegnimento dei due reattori di Jaslovske Bohunice sono dello stesso tipo. Tutte le componenti principali sono già installate, mi meraviglierebbe che Enel possa continuare la costruzione senza richiamare in azione le aziende ceche e russe che hanno cominciato vent' anni fa». Per Enel le prossime mosse saranno decisive. «Il problema non è solo la chiusura dell' acquisizione di Slovenské Elektràrne», fa notare Schlosser, che ha partecipato al finanziamento di diverse centrali nucleari e ora sollecita il riscatto dei due contratti di leasing prima del perfezionamento delle trattative con il governo di Bratislava. «Se Enel, come sembra, vuole continuare a partecipare alle privatizzazioni del nucleare in Est Europa, sarà bene che si metta in comunicazione con il sistema atomico russo, svincolandosi dai suoi rapporti di sudditanza con i francesi». Un' opinione che serpeggia anche fra i banchi del Parlamento slovacco e che potrebbe rimettere in discussione tutto se a Roma qualcuno non aprirà bene le orecchie.

10 ottobre 2005

Il conto di Kyoto lo pagano gli elettrici

Mezzo miliardo all' anno per Kyoto: questo è il conto, euro più euro meno, che le compagnie elettriche italiane dovranno pagare per rispettare le regole del protocollo. Tanto costano, alle quotazioni correnti, i 23 milioni di tonnellate di anidride carbonica che Bruxelles ci chiede di tagliare e che il sistema industriale italiano dovrà comprare sul mercato, se non vuole chiudere gli impianti incriminati. Centrali elettriche, ma anche acciaierie e cementifici, cartiere e vetrerie. Sono 1.240 in tutto le imprese che già nel triennio 2005-2007 devono ridurre le loro emissioni di gas serra. Eppure chi si aspetta che i tagli vengano distribuiti qua e là, pro quota, si sbaglia. I costi di Kyoto graveranno sulle spalle del sistema elettrico, con il rischio di un aumento delle bollette, già salatissime, che l' Authority ha quantificato in un 5-10%. «Abbiamo deciso di non distribuire i tagli a pioggia, ma di legarli all' andamento della produzione industriale, scegliendo i settori dove ci sono più margini d' intervento» spiega Corrado Clini, direttore generale del ministero dell' Ambiente, alla vigilia della pubblicazione del Piano nazionale di assegnazione (Pna) delle quote di anidride carbonica, da cui le imprese italiane apprenderanno quanti fumi può emettere ciascun impianto e quanto devono tagliare o comprare sul mercato dalle aziende più virtuose. Così potrà partire anche in Italia il meccanismo europeo dell' Emissions Trading, il mercato dei fumi, che si basa come dato di partenza su un tetto massimo di emissioni cui ogni membro dell' Ue doveva adeguarsi, fornendo le quote di assegnazione della CO2 impianto per impianto già nel lontano marzo 2004. L' Italia ha consegnato il piano con mesi di ritardo e i negoziati con Bruxelles si sono prolungati fino a quest' estate: in conclusione, al nostro Paese è stato chiesto di abbassare il tetto complessivo da 255,5 a 232,5 milioni di tonnellate di CO2 all' anno. I ritardi accumulati potrebbero costare cari alle imprese italiane, che entrano nel meccanismo dell' Emissions Trading quando le quotazioni dell' anidride carbonica sono già schizzate alle stelle: dai 7-8 euro a tonnellata del gennaio di quest' anno ai 23,9 euro di oggi. «Per fortuna - prevede Clini - è probabile che il governo finisca per offrire alle imprese più penalizzate permessi di emissione a basso costo acquisiti attraverso l' Italian Carbon Fund, il fondo istituito dall' Italia presso la Banca Mondiale per sostenere progetti di riduzione delle emissioni nei Paesi in via di sviluppo». In questo caso, il costo complessivo si ridurrebbe a un quarto, perché le quotazioni di anidride carbonica su quei mercati non superano i 5-6 euro. «Poteva andare ben peggio - commenta Clini - considerando il fatto che inizialmente l' Italia si era impegnata a ridurre del 6,5% le emissioni complessive rispetto ai valori del ' 90. In realtà abbiamo spuntato un aumento del 10%». Eppure le imprese non sono soddisfatte: «Il rischio - fa notare Annalisa Oddone, responsabile ambiente di Confindustria - è di dover sostenere costi marginali molto elevati per ottenere modesti risultati nella riduzione delle emissioni, perché si va ad incidere su un sistema produttivo che presenta già un' altissima efficienza energetica». «Ma questi tagli - precisa Clini - derivano proprio dall' inesattezza dei dati che ci sono stati forniti dai diversi settori industriali. Prima siamo stati un anno fermi per colpa delle imprese, che non ci davano i numeri per stilare il piano. Poi, quando siamo andati a discuterli a Bruxelles, ci siamo accorti di avere in mano un quadro sovrastimato, soprattutto nel settore elettrico, rispetto a quel che risultava dalle statistiche europee. Non è colpa nostra se i consumi elettrici l' anno scorso sono cresciuti dell' 1,6%, contro il 3% previsto dai produttori».

3 ottobre 2005

L'energia pulita va in negozio

Non più solo scarpe, cravatte e telefonini. Lo shopping in corso Buenos Aires a Milano o in viale Parioli a Roma si arricchisce di una nuova merce sempre più ambita: l' energia. Con l' avanzare della liberalizzazione e la minaccia del caro-greggio che incombe, la domanda di energia intelligente da parte degli italiani cresce a vista d' occhio. Chi si butta sul solare, chi sull' eolico, chi sull' idroelettrico: «L' ascesa dell' oro nero rende sempre più appetibile l' energia prodotta da fonti rinnovabili e ormai siamo sommersi dalle richieste», spiega Giuseppe Zanardelli, uno dei primi imprenditori italiani a operare come grossista sul mercato liberalizzato dell' energia, che ora si appresta ad aprire una catena di 35 negozi specializzati in tutta la Penisola, da Bergamo a Trieste, da Genova a Napoli. «Nei nostri negozi - precisa l' imprenditore bresciano - venderemo una serie di prodotti utili per combattere il caro-energia, da un lato offrendo contratti di risparmio a chi può uscire dal mercato vincolato, cioè chiunque abbia una partita Iva, dall' altro pacchetti d' installazione per impianti solari di piccola generazione alle famiglie che desiderano autoprodurre la propria elettricità». Spinto dalla nuova forma d' incentivazione in conto energia, il solare sembra avviato verso un vero e proprio boom: negli uffici del Grtn giacciono già centinaia di domande per l' autorizzazione di nuovi impianti. E sul fronte dell' eolico, la fiducia degli investitori nell' unica quotata italiana, Actelios (gruppo Falck), schizzata da 6 a 17 euro dall' inizio dell' anno ad oggi, testimonia del clima di euforia che domina il settore. «Per la prima volta quest' anno i piccoli imprenditori che vengono da noi a comprare energia non cercano più solo lo sconto ma chiedono soprattutto forniture certificate da fonti rinnovabili», fa notare Zanardelli, talmente oberato dalle richieste da essere costretto a fondare una seconda società per lavorare in specifico sull' energia pulita. Non si tratta di un interesse esclusivamente etico, ma anche di un' esigenza di marketing. Il «bollino verde» sulla porta del negozio attira clienti, soprattutto se si lavora con il Nord Europa, dove l' utilizzo di energia verde può rappresentare una discriminante nella scelta di un prodotto. Anche all' Enel, leader mondiale nella produzione di energia da fonti rinnovabili, se ne sono accorti. «Quest' anno abbiamo superato i cento milioni di chilowattora di energia verde venduti, un quantitativo decisamente superiore alle nostre più rosee aspettative», conferma Luca Dal Fabbro di Enel Energia, il braccio retail dell' ex monopolista. «C' è un boom di richieste del nostro bollino verde - rileva Dal Fabbro - soprattutto nel mondo del turismo: dal Tanka Village del gruppo Ligresti al Parco di San Rossore, dall' Auditorium Parco della Musica di Roma alla Fondazione Peggy Guggenheim di Venezia...». Grande interesse anche per l' efficienza energetica, che fa bene all' ambiente e anche al portafoglio. «Con il caro-bolletta - spiega Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto Club - cresce la domanda di risparmio energetico». E negli uffici dell' Autorità per l' energia piovono le domande (oltre 400 finora), di autorizzazione per costituire delle EsCo (Energy Service Company), specializzate in interventi per il miglioramento dell' efficienza energetica di aziende pubbliche e private.

26 settembre 2005

Carbone, piace a tutti ma nessuno lo usa

Il parere del governo in carica si conosce: «Entro il 2010 dovremo essere in grado di sostituire il petrolio con il carbone pulito e il gas», dice il ministro delle Attività Produttive Claudio Scajola. Perfino il ministro dell' Ambiente, Altero Matteoli, sostiene che «il carbone non va criminalizzato». E il premio Nobel Carlo Rubbia concorda: «Il carbone è oggi sulla terra il combustibile più ricco, ne abbiamo per 230-240 anni, contro i 30-40 anni di petrolio e gas». Un coro di consensi, eppure il piano di riconversione di Enel dal petrolio al carbone stenta ad avanzare. La trasformazione della centrale di Civitavecchia procede a rilento per le continue proteste locali, a Porto Tolle non sono ancora complete le lunghissime procedure autorizzative, mentre la battuta d' arresto per Rossano Calabro, destinata a uscire dal mercato se non si converte al carbone, è ormai considerata definitiva. E anche sull' ipotesi carbone per Montalto si sta scatenando un diluvio di polemiche. Perché? L' unico produttore italiano impegnato fortemente sul fronte del carbone oggi è l' Enel. Tutti gli altri fanno solo centrali a gas. Edison sta costruendo con ExxonMobil un terminale di rigassificazione da 4 miliardi al largo di Rovigo, che alla fine del 2007 consentirà d' importare dal Qatar 8 miliardi di metri cubi di gas all' anno, il 10% dei consumi italiani. «Il carbone non riduce le bollette degli utenti ma i costi di produzione delle aziende elettriche», sostiene Umberto Quadrino, presidente di Edison. E la battaglia di Eni contro il carbone è nota: prima del varo della riforma Marzano, che promuove il suo uso, l' ex amministratore delegato Vittorio Mincato è intervenuto davanti alla commissione Industria del Senato con un invito al legislatore ad essere «molto cauto nel sostenere la generazione di energia elettrica attraverso il carbone, perché il carbone più pulito inquina comunque molto». L' Enel invece è di tutt' altro avviso. «Con la conversione a carbone delle nostre centrali di Civitavecchia e Porto Tolle - spiega il nuovo amministratore delegato Fulvio Conti - ridurremo drasticamente i costi di produzione e così i prezzi dell' energia potranno scendere del 20 per cento, riavvicinando la bolletta italiana a quella media europea. Useremo una tecnologia all' avanguardia - spiega Conti - che riduce fino all' 80 per cento i livelli d' inquinamento rispetto agli impianti tradizionali» e consente di tagliare «anche del 18% le emissioni di anidride carbonica per chilowattora prodotto». Con le nuove tecniche di combustione, oltre ad abbattere il particolato, gli ossidi di azoto e di zolfo, si migliora talmente l' efficienza da ottenere un vantaggio anche sulle emissioni di carbonio, che alimentano l' effetto serra e sono ormai limitate per legge in base al protocollo di Kyoto. «Ma per fare un confronto corretto fra gas e carbone - sostiene Andrea Clavarino, presidente di Assocarboni - bisogna prendere in esame anche le emissioni precombustione, che nei giacimenti di gas da cui si approvvigiona l' Italia sono altissime: in particolare in Russia, la percentuale di CO2 nel gas naturale arriva al 20% del volume e al momento dell' estrazione viene semplicemente rilasciata nell' atmosfera. Mettendo a confronto le emissioni complessive, si scopre che fra gas e carbone non c' è poi tanta differenza». Non a caso il carbone galoppa: «Nel 2004 la domanda globale è cresciuta del 7%, un balzo più che doppio rispetto agli altri combustibili fossili (il petrolio è cresciuto del 3%, il gas del 2,7%) - spiega Clavarino -. Negli ultimi sei anni i consumi di steam coal, quello che serve per mandare avanti le centrali, sono cresciuti del 60 per cento». Già oggi viene dal carbone il 32% dell' elettricità europea e il 39% di quella mondiale, mentre in Italia la sua quota si ferma al 14%.

22 settembre 2005

L'irresistibile ascesa dell'etichetta intelligente

Il codice a barre può fare molte cose per un tubetto di dentifricio, ma non può rivelare al padrone del negozio la sua provenienza o il suo sapore, né comunicargli quando è stato tirato giù dallo scaffale o se qualcuno sta cercando di rubarlo. Inoltre il codice a barre è capace di dire tutto quello che sa solo se messo faccia a faccia con un lettore, a pochi centimetri di distanza. Mai potrebbe farlo senza tirare fuori il tubetto di dentifricio dal carrello del supermercato e men che meno al buio, cioè attraverso una confezione già incartata o uno strato di ghiaccio, condensa, sporco. Le etichette intelligenti Rfid, dotate di un minuscolo chip e di un'antennina in grado di trasmettere via radio le informazioni utili sull'oggetto che le ospita, invece, sono capaci di fare tutto ciò. Ecco perché stanno sostituendo i codici a barre in moltissimi prodotti di largo consumo. Wal-Mart, il più grande dettagliante del mondo, ha imposto ai suoi fornitori l'uso dei radio tag in tutta la catena logistica entro la fine di quest'anno e anche in Europa le più grosse catene di supermercati, come Tesco e Metro, stanno sperimentando: Metro ha aperto un grande negozio basato su questa tecnologia alla periferia di Duesseldorf e Tesco ha fatto lo stesso a Hazel Grove, vicino a Manchester. Non stupisce l'ottimismo di Kevin Ashton, direttore dell'AutoID Center del Massachusetts Institute of Technology (punto di riferimento centrale dello studio su questa tecnologia nel mondo), che calcola "venti miliardi di tags in uso entro il 2006 e mille miliardi entro il 2010". Ma la nuova frontiera dei chip Rfid, detti anche radio tag, sta nel terziario. Dai servizi bancari alle cantine di stagionatura del parmigiano, dalle sale del pronto soccorso ai pacchi postali, passando per i biglietti della metropolitana e per gli skipass. In Giappone, grazie all'iMode, i cellulari dotati di chip Rfid possono già essere utilizzati per i micropagamenti. Negli Stati Uniti la JP Morgan Chase ha lanciato in giugno una nuova carta di credito chiamata Blink, che oltre alla tradizionale banda magnetica dispone di un chip a radiofrequenza capace di dialogare con uno speciale lettore a diversi metri di distanza. Con questo nuovo sistema i clienti potranno pagare il conto in meno di 20 secondi, il che dovrebbe ridurre sensibilmente le attese alla cassa. Stesso discorso, in Italia, per gli impianti di risalita sulle Dolomiti, dove a partire dall'ultima stagione invernale 4 milioni di pass sono stati muniti di chip Rfid per sveltire le code degli sciatori. Nel consorzio di latterie sociali mantovane Virgilio, invece, l'Rfid viene utilizzato, affogato in una placca di caseina, per facilitare la tracciabilità delle forme nel corso del processo di stagionatura, che dura diversi mesi. Poi c'è l'universo della sanità: dalla tracciabilità del farmaco al monitoraggio del tempo di permanenza di un paziente in ospedale. Tutti usi già sperimentati negli Stati Uniti. In realtà la tecnologia alla base dei radio tag, chiamata Radio Frequency Indentification, è applicata da anni sotto diverse forme nei processi industriali. I sistemi anti taccheggio, ad esempio, sono uno degli usi più comuni, ma anche il telepass si basa sullo stesso concetto: un circuito radio ridotto ai minimi termini che nella sua forma più tipica dispone di un'antenna ricevente, un trasmettitore, una batteria e una memoria. Nati dalla ricerca militare nei primi anni del dopoguerra, questo tipo di apparecchi - molto più voluminosi e costosi di un radio tag - vengono usati in tutto il mondo per identificare oggetti in transito, ad esempio per localizzare vagoni merci sulla rete ferroviaria o colli sui tapis roulant di un centro d'interscambio logistico, per definire con esattezza il contenuto di un container o di un camion anche mentre questo è in movimento, per dialogare con le componenti di una catena di montaggio nell'industria automobilistica… Il salto di qualità che sta segnando il passaggio dell'Rfid dalle applicazioni industriali a quelle retail dipende dalla progressiva miniaturizzazione del chip, che ora non ha più nemmeno bisogno di una batteria perché sfrutta direttamente il segnale radio inviato dal lettore per attivarsi. L'assenza di batterie garantisce ai radio tag passivi una durata illimitata, un peso irrisorio e un costo minimo (dai 5 ai 50 centesimi di euro a seconda della capienza). Il chip, non più spesso di un capello, viene incastonato tra due fogli di carta insieme a un'antenna sottilissima - avvolta a spirale attorno al microprocessore - per produrre un'etichetta non più grande di quella del codice a barre. Anzi, oggi viene spesso incastonato nella stessa etichetta del codice a barre, per consentire una doppia lettura. Ma può venire immesso tranquillamente anche nel ciclo produttivo, ad esempio inserendolo nel tessuto dei capi di abbigliamento (come ha fatto Prada nel suo famoso megastore interattivo di Soho, a Manhattan). E' proprio questo che preoccupa le associazioni impegnate sul fronte della tutela della privacy, che temono scenari alla Grande Fratello con milioni di chip inseriti in tutti i prodotti di consumo, capaci di comunicare alle case di produzione tutti i nostri movimenti, gusti e abitudini. Katherine Albrecht, fondatrice e presidente di Caspian (Consumers Against Supermarket Privacy Invasion and Numbering), ha lanciato una vera e propria crociata contro i radio tag negli Stati Uniti, sostenendo che molti produttori le utilizzano in gran segreto per controllare meglio i propri canali di vendita e scatenando una profonda diffidenza nei consumatori per questa nuova tecnologia. "Una lattina di aranciata sarà il nuovo volto nascosto del Grande Fratello", ammonisce la Albrecht. La risposta di Ashton e compagni alle critiche della vestale della privacy sono prudenti, ma ferme: "I chip più pervasivi saranno quelli più economici, cioè quelli senza batteria, il che riduce drasticamente a meno di cinque metri la distanza da cui un oggetto può essere tracciato. Sarà quindi impossibile per i produttori seguire i loro prodotti fin dentro le nostre case. Ma anche se fosse possibile, come potrebbero seguire miliardi di tag e riuscire a dare un senso a questa enorme massa d'informazioni?" Malgrado ciò, l'AutoID Center consiglia ai suoi clienti, cioè a tutte le grandi multinazionali dei prodotti di consumo, da Procter & Gamble a Unilever, di informare sempre con accuratezza in quali prodotti è inserito un radio tag e di offrire alla gente la possibilità di neutralizzarli con un apparecchio che potrebbe essere collocato all'uscita di ogni supermercato.

19 settembre 2005

Skype, l'ammazzabolletta arriva sul cellulare

Skype, con il suo servizio di voce su protocollo Internet, sta rivoluzionando il mondo della telefonia fissa. Ma non è che l' inizio: dal fisso ormai si può passare al mobile, con almeno tre programmi. Niklas Zennstrom e Janus Friis, i due fondatori di Skype, hanno aperto i loro codici in primavera e nel giro di pochi mesi è cominciata la fioritura: tra le applicazioni più interessanti c' è un software americano, iSkoot, e due europei, IPdrum e Jajah Mobile. In più, la settimana scorsa, prima di firmare l' accordo con eBay, i due scandinavi hanno concluso la prima alleanza ufficiale di Skype con un operatore mobile, il tedesco E-Plus. I norvegesi di IPdrum sono stati i primi. Con questo software di trasferimento è possibile fare e ricevere chiamate con il telefonino in modalità IP, cioè usando la connessione a banda larga del pc e quindi spendendo molto meno. Il vantaggio è eclatante soprattutto per le telefonate internazionali. Il trucco è facile se si ha un pc sempre acceso con una connessione a banda larga, il programma Skype già caricato e una Sim associata: bisogna chiamare il secondo cellulare, collegato con il pc attraverso un cavetto Usb, e dare il numero con cui si vuole essere collegati. Il software norvegese usa il pc come router per trasferire gratuitamente la chiamata dal primo al terzo telefonino, che può anche essere dall' altra parte del globo. Resta il costo della telefonata locale: abbattibile con le tariffe agevolate degli operatori per un numero predefinito. I due fratelli Guedalia, fondatori di iSkoot, hanno messo in rete il loro prodotto alla fine di agosto per 10 dollari all' anno e sono già sommersi dalle richieste, perché elimina la chiamata locale, riducendola a un semplice sms. Il messaggio può contenere un numero telefonico normale o la sigla di un altro utente Skype. Il software iSkoot estrae dal messaggio il numero da chiamare e usa il pc di casa come ponte per avviare la conversazione direttamente in modalità IP, un processo che normalmente dura dagli otto ai quindici secondi. Se la chiamata è verso un altro utente Skype, è gratis. Altrimenti costa due o tre cent al minuto per il Nord America, l' Europa o l' Estremo Oriente, qualcosa in più per i Paesi in via di sviluppo. Tipico frutto di Kendall Square, il quartiere di Cambridge che si estende attorno al Massachusetts Institute of Technology, iSkoot è un prodotto già molto sofisticato, ampiamente testato e messo in vendita da una compagnia abbastanza strutturata da reggere l' impatto di una vasta clientela. Jacob Guedalia, laureato in fisica all' Istituto Weizmann, è una vecchia conoscenza negli ambienti più innovativi di Boston, perché ha già avviato e venduto tre diverse start-up, fra cui Mobilee, un' azienda che produce sistemi di riconoscimento della voce, ceduta l' anno scorso a Nms Communications per 13 milioni di dollari. I principali operatori mobili nordamericani, come Verizon o Cingular, lo prende molto sul serio, tanto che hanno già minacciato di verificare la legalità del loro sistema. Gli austriaci di Jajah, che hanno appena messo in rete una versione beta del loro software, rientrano in una categoria diversa: non si appoggiano al software Skype ma si considerano suoi diretti concorrenti, perché operano anche nel campo del fisso, lasciando però dialogare liberamente i loro clienti con gli utenti Skype (che invece è un sistema chiuso). La versione Jajah Mobile per i telefonini funziona solo dai cellulari con un browser da cui bisogna collegarsi direttamente al sito di Jajah per poi chiamare in modalità IP anche qui soprattutto sulle telefonate internazionali o ad altri utenti Jajah o Skype.

12 settembre 2005

Scaroni cambia cappello e opinione

A quattro mesi dalla nomina a capo dell' Eni, Paolo Scaroni si presenta la prossima settimana al mercato con qualche prima indicazione sui suoi piani per il futuro e gli analisti non cessano di aggiornare all' insù i target di prezzo, in attesa di consistenti novità. Ma in questo periodo di assestamento il nuovo timoniere dell' unica vera multinazionale italiana si è perfettamente sintonizzato sulla diversa lunghezza d' onda: se prima, quand' era a capo di Enel, era tutto per il carbone, ora è tutto per il gas; se prima si batteva per la neutralizzazione della rete Snam (di cui era il principale cliente), ora sembra deciso a difendere il suo asset fino in fondo. Cambiamento legittimo: come ha scritto nel suo libro Professione manager, l' interesse dell' azienda è sovrano. Ma data la profonda rivalità delle due società che si è trovato a guidare, oggi la sua posizione è particolarmente delicata, anche perché senza precedenti. Il primo nodo importante cui va incontro Scaroni è la cessione della rete: «Procederemo a breve allo scorporo della rete Snam dall' Eni», ha dichiarato l' interventista Claudio Scajola, lasciando tutti interdetti. In realtà, la rete è già stata scorporata e anche parzialmente privatizzata (l' Eni ne controlla circa il 50%), ma quel che intende Scajola è ben altro: una vera e propria smobilitazione, al di sotto del 20 per cento o addirittura del 5 per cento, come chiedono le autorità regolatrici. Vittorio Mincato, del resto, aveva già deciso di mollare. E lo stesso Scaroni, quand' era all' Enel, si era spinto molto in là sulla necessità di neutralizzare la rete, magari fondendola con Terna: «Fra Terna e la rete Snam ci possono essere delle sinergie vere», ragionava all' inizio del 2003. «Ho esaminato attentamente quello che è successo in Inghilterra tra National Grid e Lattice - precisava, sostenuto dall' allora ministro delle Attività produttive Antonio Marzano, che aveva già incaricato Mediobanca e Goldman Sachs di studiare i particolari di fusione e privatizzazione delle due reti - e ho visto che le sinergie hanno superato le aspettative». Ma ora che è passato ai vertici del cane a sei zampe, Scaroni ha cambiato idea: «Le terapie suggerite dall' Authority sono un unicum in Europa», è stato il suo commento critico alla recente relazione annuale di Alessandro Ortis, che chiede da anni l' uscita di Eni dalla rete. «Nella seconda direttiva europea - ha insistito Scaroni - non si parla di terzietà ma solo di separazione della rete». Altro che neutralizzazione. Il dietro-front è stato profetico: nel corso del suo recente incontro con Silvio Berlusconi a Sochi, sul Mar Nero, Vladimir Putin ha indicato il suo interesse per una partecipazione diretta di Gazprom nella rete Snam. La prospettiva di una smobilitazione precipitosa, entro il luglio 2007, come quella che si profila, ha acceso dunque l' appetito dei concorrenti stranieri, soprattutto alla luce del responso dell' Antitrust sull' operazione gemella, con cui l' Autorità di Antonio Catricalà si è opposta al trasferimento di una corposa quota azionaria di Terna alla Cassa depositi e prestiti, se non ridurrà drasticamente la sua partecipazione in Enel, ora al 10%. Anche per Snam Rete Gas si prospettava il timone della Cassa, che ha già il 10% dell' Eni. Ma ora il ruolo della Cdp è congelato. E Scaroni si trova a fronteggiare i primi pretendenti con le spalle un po' scoperte. Sulla questione dei combustibili più convenienti, il manager fa oggi altre valutazioni e sottolinea come il problema centrale sia ampliare l' offerta di gas. Scaroni, che aveva messo il carbone al centro della strategia di Enel per la prima volta nella storia della compagnia, nei suoi tre anni di gestione non si era mai stancato di rimarcare l' eccessiva dipendenza dell' Italia dal gas: «In Europa l' energia elettrica viene prodotta al 70% da carbone e nucleare, mentre in Italia al 70% da olio combustibile e gas. Il risultato di questa differenza si traduce in un costo del kilowattora diverso: se il costo variabile, ovvero il costo del combustibile di un kilowattora, in Italia è 100, allora in Germania è 55, in Spagna è 53 e 38 in Francia. «Da questi numeri si può capire perché l' energia elettrica prodotta in Italia costi di più che nel resto d' Europa», spiegava nel maggio 2003. La predilezione per il carbone per il capo di un' azienda elettrica in cerca di competitività era inevitabile. Ma la riscossa del carbone promossa da Scaroni mandava su tutte le furie Vittorio Mincato, preoccupato dal rischio incombente di un eccesso di gas nel caso venissero a mancare i consumi delle centrali Enel. La strategia di Scaroni - accusava Mincato - vorrebbe sacrificare l' obiettivo di un ambiente più pulito sull' altare di un' ipotetica riduzione dei costi». Ora che è passato all' Eni, Scaroni del gas dice: «Capisco le preoccupazioni dell' Autorità - commenta Scaroni - per un andamento che si acuisce quando il prezzo del greggio sale. Anche l' Eni è preoccupato, ma vorrei ricordare che dall' avvio della liberalizzazione le tariffe del gas hanno registrato un calo dell' 8% in termini costanti».

1 settembre 2005

Codice a barre contro "radio tag": non c'è gara

Il codice a barre può fare molte cose per un tubetto di dentifricio, ma non può rivelare al padrone del negozio la sua provenienza o il suo sapore, né comunicargli quando è stato tirato giù dallo scaffale o se qualcuno sta cercando di rubarlo. Inoltre il codice a barre è capace di dire tutto quello che sa solo se messo faccia a faccia con un lettore, a pochi centimetri di distanza. Mai potrebbe farlo senza tirare fuori il tubetto di dentifricio dal carrello del supermercato e men che meno al buio, cioè attraverso una confezione già incartata o uno strato di ghiaccio, condensa, sporco. Le etichette intelligenti dotate di un minuscolo chip chiamato radio tag, invece, sono capaci di fare tutto ciò. Ecco perché sono avviate a sostituire i codici a barre. Gillette ha già cominciato a inserire queste etichette intelligenti in tutti i suoi prodotti (pare ne abbia ordinate un miliardo al produttore, Alien Technology) e Wal-Mart, il più grande dettagliante del mondo, ha deciso d'imporre ai suoi primi cento fornitori l'uso dei radio tag in tutta la catena logistica entro la fine di quest'anno, mentre gli altri 12mila fornitori avranno tempo fino alla fine dell'anno prossimo per adeguarsi. Anche in Europa le più grosse catene di supermercati, come Tesco e Metro, stanno sperimentando: Metro ha inaugurato qualche mese fa a Rheinberg, vicino a Duesseldorf, un negozio tutto basato su questa tecnologia e Tesco ha fatto lo stesso a Hazel Grove, vicino a Manchester. Non stupisce la previsione dell'istituto di ricerca Vdc, secondo cui il mercato dei radio tag sta crescendo del 25% all'anno. E nemmeno l'ottimismo di Kevin Ashton, direttore dell'AutoID Center del Massachusetts Institute of Technology (punto di riferimento centrale dello studio su questa tecnologia nel mondo), che calcola "venti miliardi di tags in uso entro il 2006 e mille miliardi entro il 2010". In realtà la tecnologia alla base dei radio tag, chiamata Radio Frequency Indentification e abbreviata in RFID, è già in uso da anni a monte dei supermercati, sotto diverse forme di applicazioni industriali. I sistemi anti taccheggio, ad esempio, sono uno degli usi più comuni, ma anche il Telepass si basa sullo stesso concetto: un circuito radio ridotto ai minimi termini che nella sua forma più tipica dispone di un'antenna ricevente, un trasmettitore, una batteria e una memoria. Nati dalla ricerca militare nei primi anni del dopoguerra, questo tipo di apparecchi - molto più voluminosi e costosi di un radio tag - vengono usati in tutto il mondo per identificare oggetti in transito, ad esempio per localizzare vagoni merci sulla rete ferroviaria o colli sui tapis roulant di un centro d'interscambio logistico, per definire con esattezza il contenuto di un container o di un camion anche mentre questo è in movimento, per dialogare con le componenti di una catena di montaggio nell'industria automobilistica… Il salto di qualità che sta segnando il passaggio dell'RFID dalle applicazioni industriali a quelle retail dipende dalla progressiva miniaturizzazione del chip, che ora non ha più nemmeno bisogno di una batteria perché sfrutta direttamente il segnale radio inviato dal lettore per attivarsi. L'assenza di batterie garantisce ai radio tag passivi una durata illimitata, un peso irrisorio e un costo minimo (dai 5 ai 50 centesimi di euro a seconda della capienza). Il chip, non più spesso di un capello, viene incastonato tra due fogli di carta insieme a un'antenna sottilissima - avvolta a spirale attorno al microprocessore - per produrre un'etichetta non più grande di quella del codice a barre. Anzi, al momento attuale viene spesso incastonato nella stessa etichetta del codice a barre, per consentire una doppia lettura. Ma in teoria potrebbe venire immesso direttamente nel ciclo produttivo, ad esempio inserendolo nel tessuto dei capi di abbigliamento (come ha fatto Prada nel suo famoso megastore interattivo di Soho, a Manhattan). E' proprio questo che preoccupa le associazioni impegnate sul fronte della tutela della privacy, che temono scenari alla "Grande Fratello" con milioni di chip inseriti in tutti i prodotti di consumo, capaci di comunicare alle case di produzione tutti i nostri movimenti, gusti e abitudini. Katherine Albrecht, fondatrice e presidente di Caspian (Consumers Against Supermarket Privacy Invasion and Numbering), ha lanciato una vera e propria crociata contro i radio tag negli Stati Uniti, sostenendo (forse a ragione) che non solo Gillette ma molti altri produttori la utilizzano già da tempo in gran segreto per controllare meglio i propri canali di vendita e scatenando una profonda diffidenza nei consumatori per questa nuova tecnologia. "Una lattina di aranciata sarà il nuovo volto nascosto del Grande Fratello", ammonisce la Albrecht. La risposta di Ashton e compagni alle critiche della vestale della privacy sono prudenti, ma ferme: "I chip più pervasivi saranno quelli più economici, cioè quelli senza batteria, il che riduce drasticamente a meno di cinque metri la distanza da cui un oggetto può essere tracciato. Sarà quindi impossibile per i produttori seguire i loro prodotti fin dentro le nostre case. Ma anche se fosse possibile, come potrebbero seguire miliardi di tag e riuscire a dare un senso a questa enorme massa d'informazioni?" Malgrado ciò, l'AutoID Center consiglia ai suoi clienti, cioè a tutte le grandi multinazionali dei prodotti di consumo, da Procter & Gamble a Unilever, di informare sempre con accuratezza in quali prodotti è inserito un radio tag e di offrire alla gente la possibilità di neutralizzarli con un apparecchio che potrebbe essere collocato all'uscita di ogni supermercato.

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