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1 novembre 2011

Perotti: gli investitori non si fanno prendere in giro

Dopo l'euforia post-vertice di Bruxelles, con i mercati in festa, per l'Italia è arrivata la doccia fredda dell'asta Btp, con i rendimenti alle stelle: per comperare i titoli italiani, gli investitori chiedono di più. "Evidentemente si sono accorti che il vertice di Bruxelles non ha risolto tutto", commente Roberto Perotti, l'economista della Bocconi che insieme a Luigi Zingales ha stilato un decalogo di misure per portare subito in pareggio i conti pubblici italiani.


Che cos'è successo?
"E' successo che chi investe in titoli di Stato italiano non si fa prendere in giro dalle operazioni di marketing di Angela Merkel e Nicolas Sarkozy: al vertice di Bruxelles hanno suonato la grancassa sulla moltiplicazione dei soldi a disposizione del fondo salva-Stati, ma in realtà i soldi sono sempre gli stessi, 250 miliardi, e non è vero che si possono moltiplicare per quattro".
Quindi ci hanno detto una bugia?
"Hanno cercato di tranquillizzare i mercati, ma in realtà è chiaro a tutti che il fondo non sarebbe in grado di salvare l'Italia o la Spagna, se venissero giù. Quindi il vertice di Bruxelles ha raggiunto alcuni risultati, ma non ha messo la parola fine al problema".
Quali sono le implicazioni per l'Italia?
"Quelle che vediamo. Rendimenti più alti significa maggiori costi per il servizio del debito, che gravano sul bilancio dello Stato. Alla lunga il peso potrebbe diventare insostenibile".
Come ridurli?
"Dando ai mercati un segnale chiaro: l'Italia deve fare un aggiustamento di bilancio più marcato di quello che ha fatto fino ad oggi, perché la Germania, la Francia, l'Olanda e gli altri non pagheranno per noi se andiamo in default. Dobbiamo farcela da soli".
E la lettera di Berlusconi?
"Anche quella è un'operazione di marketing. Sono buoni propositi, ma non sono realistici. Non è possibile che la Merkel non si renda conto che i problemi di bilancio dell'Italia non si possono risolvere con una lettera scritta in 3 ore, se non li abbiamo risolti in 15 anni..."
Nella pratica, cosa si aspettano i mercati?
"Fatti, non parole. Non ci vuole moltissimo, non è che ci chiedano un taglio delle spese macroscopico, come quello fatto ad esempio dall'Indonesia nel '97, ma bisogna tagliare la spesa almeno del 2-3% del Pil, con provvedimenti decisi".
Ad esempio?
"Nel nostro decalogo ne elenchiamo vari, ma su una spesa pubblica che pesa il 48% del Pil, qualsiasi taglio alla macchina dello Stato va bene: i costi della politica, gli stipendi dei dipendenti pubblici, la sanità, le pensioni, le grandi opere, i sussidi alle imprese. Si è fatto l'esempio di dimezzare i deputati: va bene anche quello. L'importante è dare un segnale concreto, deciso, anche se la ricaduta economica sul Pil è modesta. Basta far vedere che qualcosa si muove".

31 ottobre 2011

Boeri: riforme a costo zero, a partire dal lavoro

Le proposte del governo sul mercato del lavoro? "Sembrano più che altro un manifesto elettorale, per essere utili andrebbero dettagliate", commenta Tito Boeri, economista della Bocconi e fondatore di LaVoce.info, oltre che autore insieme a Pietro Garibaldi di un libro sulle "Riforme a costo zero", che esce il 3 novembre per Chiarelettere e lancia alcune idee proprio sul mercato del lavoro.

In particolare nella lettera del governo all'Ue si parla di "nuova regolazione dei licenziamenti per motivi economici nei contratti di lavoro a tempo indeterminato". Che ne pensa?
"Così com'è adesso, più che una riforma mi sembrano delle pure e semplici minacce agli elettori tipicamente di sinistra, che sono prevalentemente dipendenti pubblici. Così non si contribuisce a risolvere il problema più grave del mercato del lavoro intaliano, quello dell'ingresso dei giovani. In un momento di crisi come questo sarebbe fondamentale intervenire sulle regole d'ingresso al mercato del lavoro, superando l'attuale dualismo: potrebbe servire anche per rilanciare i consumi e per riequilibrare i rapporti fra vecchi e giovani, vittime questi ultimi di un'ingiustizia sociale che rischia di diventare una bomba a orologeria".
Nella lettera si parla anche di contratti di apprendistato per contrastare le forme improprie di lavoro dei giovani...
"L'apprendistato è utile solo all'interno di una riforma delle regole di assunzione, altrimenti diventa un'altra mangiatoia per ex sindacalisti, che serve solo a dare lavoro ai formatori, ma non ad aumentare le chance di trovare lavoro".
Quindi lei cosa suggerisce?
"Il contratto unico a tutele progressive, di cui c'è già un disegno di legge in Parlamento, è stato pensato apposta per cercare di superare l'attuale dualismo del mercato del lavoro, diviso fra iper-garantiti e iper-precari, che danneggia gravemente la produttività del sistema Italia e crea una fortissima sperequazione fra lavoratori giovani e anziani".
Come funziona?
"La nostra proposta vorrebbe istituire un contratto unico, a tempo indeterminato da subito, ma diluendo le garanzie nell'ambito di tre anni di tempo, in modo tale da togliere ai datori di lavoro l'impressione che un'assunzione a tempo indeterminato sia subito vincolante, cosa che li induce a non assumere nessuno in pianta stabile. D'altra parte, introdurre un minimo di stabilità consentirebbe ai lavoratori di avere maggiori prospettive e ai datori di lavoro di investire in formazione dei dipendenti, a tutto vantaggio della produttività".
Nella lettera del governo si parla anche di rapporti di lavoro a tempo parziale e di crediti d'imposta....
"Ma certo, ci vogliono i contratti a tempo parziale e gli sgravi fiscali condizionati all'impiego, per incentivare l'ingresso delle donne nel mercato del lavoro. Queste sono regole che già si applicano in molti Paesi d'Europa, basta guardare da loro come si fa e applicarle anche da noi. Ma non si possono risolvere questi problemi, di cui si dibatte da anni, con quattro idee buttate lì in maniera più o meno casuale. Bisogna circostanziarle, evitando gli annunci a effetto, perché il diavolo sta sempre nei dettagli".

30 ottobre 2011

Abbiamo bisogno di una città agile

Charles Darwin diceva che non è mai la specie più forte a prevalere, ma quella più capace di adattarsi al cambiamento. La stessa regola si può applicare anche alla storia dell'umanità: non sono le società più forti a prevalere, ma quelle più flessibili. Nella nostra epoca, vincerà chi saprà affrontare meglio i due principali cambiamenti in corso: l'inurbamento e il riscaldamento del clima.
Per la prima volta nella storia, dall'anno scorso la popolazione urbana del pianeta ha superato quella rurale. Per questo abbiamo bisogno di "città agili", corvette da filibustieri più che galeoni spagnoli, capaci di adattarsi alle nuove esigenze di abitabilità, mobilità e anche, nel caso, agli inconvenienti tipici dell'effetto serra: alluvioni, tempeste, sbalzi climatici. Città piene di verde, dove l'acqua in eccesso possa essere riassorbita e filtrata naturalmente, non foderate di cemento e asfalto che fa da tappo. Città evoluzionarie, non bloccate da normative fisse, dove le regole si adattino ai tempi, premiando i risultati finali - in termini di energia, acqua ed emissioni risparmiate - non imponendo quali lampadine dobbiamo usare o quali auto dobbiamo guidare. Città rapide, dove la densità abitativa aiuti a sfruttare i piedi o la bici per gli spostamenti di corto raggio e dove gli insediamenti si sviluppino lungo le direttrici del trasporto pubblico su rotaia, più che lungo le strade, scoraggiando l'uso dell'auto. La crescita sostenibile dovrebbe tradursi in strade sgombre e abitazioni ariose, orientate in modo da rendere la climatizzazione necessaria solo pochi giorni all'anno. Concentrando gli sforzi su edifici e trasporti, che sono responsabili del 40 e del 28% delle emissioni a effetto serra, potremmo tagliare una bella fetta della CO2 che produciamo, con grande sollievo dell'ambiente, ma anche della vivibilità cittadina. Non dimentichiamo poi che i megawatt costano, mentre i negawatt ci fanno risparmiare. E quindi, tanto di guadagnato.

L'evoluzione verso un modello dinamico di città, verso una correzione di rotta a piccoli passi e non più basata sui mega-progetti si legge ormai da vari anni in tutti i contributi più significativi alla letterattura di settore: da "Green Metropolis" di David Owen a "Triumph of the City" di Ed Glaeser, da "Walking Home" di Ken Greenberg a "Urbanism in the Age of Climate Change" di Peter Calthorpe, fino all'ultimo "The Agile City" di James Russell, il mantra della crescita sostenibile non parla più solo di pannelli solari sul tetto, ma di cambiare modi e luoghi in cui si costruisce, bloccando la crescita auto-centrica dei sobborghi sventagliati a caso attorno alle metropoli e in generale gli insediamenti sorti da greenfield.
 In ultima analisi, riqualificare è più importante di edificare da zero e la densità urbana si scopre molto più virtuosa dell'idillio bucolico caro a Thomas Jefferson. A Manhattan e a Parigi girano sicuramente meno auto pro capite e più metropolitane che a Monticello, il suo amato villaggio nelle campagne della Virginia: per renderle efficienti non occorre inventare nulla, basta affinare le mille tattiche già esistenti e renderle sempre più diffuse con gli incentivi giusti. La città si riconosce più intelligente della campagna e il grigio più verde del verde. Il discorso di Russell arriva fino a mettere in questione il sacro diritto alla proprietà immobiliare, caro a tutto il mondo occidentale, ma soprattutto agli americani: è lecito costruire insediamento dopo insediamento sulla riva dell'oceano, per accontentare tutte le richieste? Come la mettiamo con gli uragani e le alluvioni? Quando questa gente rimarrà senza casa, come nel caso Katrina, chi pagherà gli aiuti? E non è un discorso solo americano: basta andare in Costa del Sol, per capire i danni della cementificazione diffusa. Quando il sistema dei mutui crolla, come ora, altro che agilità: siamo al rigor mortis...
Gli esempi virtuosi, per fortuna, non mancano. Ormai ci sono edifici, anche grandi, che riescono a ridurre le emissioni a zero, in perfetta autosufficienza, come la California Academy of Science a San Francisco o il nuovo Centro Culturale Stavros Niarchos ad Atene, di Renzo Piano. Zero. Fino a pochi anni fa, un taglio delle emissioni del 20-30 per cento faceva già notizia. Addirittura, ci sono insediamenti che riescono ad andare in positivo, come Dockside Green a Victoria, in Canada, che produce più energia di quanta ne consumi, imbrigliando le risorse naturali del territorio. Altri optano per adeguarsi alla natura invece di combatterla, come a Ijburg, un nuovo quartiere di Amsterdam, dove molte case sono galleggianti e non circolano macchine. Sono edifici e quartieri che non richiedono tecnologie futuristiche ma strumenti che abbiamo già, non impongono particolari rinunce agli abitanti, né grandi variazioni nello stile di vita. L'investimento iniziale è alto, ma di solito si ammortizza rapidamente. L'impatto zero ormai è a portata di tutti, basta volerlo.

29 ottobre 2011

No white elephants for London 2012

In confronto a Pechino, siamo in un'altra dimensione. E in un'altra epoca. Per i giochi olimpici di Londra gli investimenti previsti sono di 15 miliardi. A Pechino ne sono stati spesi 40. Ma tra i due eventi c'è la bancarotta di Lehman Brothers, annunciata il 15 settembre 2008, tre settimane dopo la chiusura delle ultime Olimpiadi. Nulla sarà più come prima. Nel post-Lehman va di moda la frugalità: si esibiscono i tagli, di emissioni e di costi. Niente "elefanti bianchi", intesi come cattedrali nel deserto. Si sfrutteranno molte strutture già esistenti, da Earls Court a Wimbledon, da Hyde Park a Wembley. L'elegante Aquatics Centre di Zaha Hadid era già stato progettato prima ancora che passasse la candidatura di Londra, quindi era destinato a servire comunque per la riqualificazione di Stratford. E gli altri edifici sorti nel parco olimpico sono bellissimi, ma molto leggeri, fanno un po' kleenex. Infatti alcuni sono usa e getta. La Basketball Arena, un colosso da 12mila posti, è temporanea. Lo stesso stadio olimpico, che al momento dei giochi potrà mettere sedute 80mila persone, verrà parzialmente smontato alla fine dell'evento.
Del resto è inutile appesantire una zona, l'East End di Londra, che ha già le sue gatte da pelare. Anche qui, si ritorna al concetto di "città agile". La parola d'ordine è: legacy. Cosa lasceranno in eredità queste Olimpiadi alla comunità locale? Per Simon Wright, responsabile infrastrutturale di London 2012, è il punto fondamentale.
"Innanzitutto, una rete di trasporti più efficace", spiega Wright durante una visita al parco. Le novità includono l'estensione della East London Line e il potenziamento della Docklands Light Railway e della North London Line, tre linee ferroviarie leggere che serviranno a connettere meglio con il centro una delle aree più sottosviluppate della capitale e consentiranno anche in futuro un accesso sostenibile al parco olimpico e alle sue magnifiche strutture. Una linea ad alta velocità progettata apposta per i giochi, il Javelin, collegherà inoltre Ebbsfleet, nel Kent, stazione degli Eurostar in arrivo dal Continente, con lo scalo londinese di St Pancras, fermandosi a Stratford, dentro il parco olimpico. "Prevediamo che l'80% dei visitatori e dello staff arriveranno al parco via rotaia", precisa Wright. Per il resto, staff e atleti avranno a disposizione una flotta di 200 auto elettriche, Bmw e Mini.
Sul fronte energetico, Wright punta al taglio del 20% di emissioni complessive rispetto alla media delle precedenti edizioni. E quindi ha dovuto inventarsi un sistema di alimentazione molto più sostenibile. Il problema è stato risolto da General Electric, con l'installazione di due centrali di cogenerazione Jenbacher, alimentate a biomasse e gas naturale, nei due Energy Centre di Olympic Park e Stratford City. Insieme, queste macchine ad altissima efficienza (46% per l'energia elettrica e 90% contando anche quella termica) forniranno 10 megawatt tra elettricità, calore e raffreddamento per l'appuntamento del 2012, in sostituzione dei sistemi di produzione energetica tradizionali. Finiti i giochi, le due centrali supporteranno il fabbisogno dei nuovi edifici del villaggio olimpico, che verranno riconvertiti in abitazioni low cost, scuole e strutture sanitarie per la comunità locale. "Per centrare i nostri obiettivi, partendo da una zona completamente devastata da insediamenti industriali dismessi, abbiamo dovuto applicare un'ampia gamma di tecnologie di riconversione su tutti i fronti, dal riciclo dei rifiuti al trattamento naturale delle acque, fino al design sostenibile degli edifici", commenta Wright. Un lavoro immenso, portato a termine con quasi un anno di anticipo e senza sforare sui costi. "Ora possiamo permetterci il lusso di collaudare tutto con calma", sorride soddisfatto. Vedremo se sarà così anche a Milano per l'Expo 2015.

25 ottobre 2011

Living Building: efficiente ed elegante come un fiore

Per Jason McLennan, l'edificio ideale dovrebbe essere "efficiente ed elegante come un fiore". Obiettivo quanto mai ambizioso, tanto che esistono solo tre costruzioni al mondo, secondo lui, ad averlo raggiunto. Edifici viventi, capaci di interagire con l'ambiente circostante dialogando da pari a pari con la natura, senza "interporsi" fra lei e l'uomo che ci vive dentro, ma inserendovisi in maniera armonica. Un po' quello che aspirava ad ottenere Frank Lloyd Wright nei suoi progetti più stimolanti. I tre edifici che sono riusciti a raggiungere il Living Building Standard, la massima certificazione esistente in materia di sostenibilità, conferita dall'istituto di McLennan, l'International Living Future Institute, sono un punto di riferimento mondiale per tutto il settore.
L'Omega Center for Sustainable Living di Rhinebeck, New York, il Tyson Living Learning Center di Eureka, Missouri, e l'Energy Lab della Hawaii Preparatory Academy a Kamuela, Hawaii, sono state le prime costruzioni a ottenere una certificazione completa. La realizzazione di questi tre progetti segna un punto di svolta fondamentale nel movimento ambientalista, con la dimostrazione del fatto che gli edifici possono essere progettati per beneficiare gli ecosistemi in cui vivono e non va dato per scontato che li danneggino soltanto. Un edificio, per raggiungere lo standard "living", deve esibire tutti gli otto petali del fiore, sfoggiando performance da dieci e lode in materia di acqua, energia, salute, materiali, posizione, equità sociale, bellezza e procedure di costruzione. Un "living building" deve generare tutta l'energia di cui ha bisogno attraverso fonti rinnovabili, utilizzare materiali non tossici e dare un senso di benessere a chi ci abita, senza trascurare il senso estetico dell'architettura. Se riesce a soddisfare tutti i requisiti del programma a un anno dalla fine dei lavori, può ottenere la certificazione.
Poi c'è anche la possibilità di ottenere una certificazione parziale, solo su alcuni degli standard richiesti, come nel caso di una residenza privata canadese a Victoria, British Columbia. L'abitazione, soprannominata Eco-Sense, era iniziata come un progetto molto più modesto, ma si è sviluppata strada facendo in un'impresa esemplare, caratterizzata da un design passivo, dotato di un impianto fotovoltaico e solare termico. Assicura un risparmio energetico e idrico del 90%, servizi igienici di compostaggio, la raccolta dell'acqua piovana e il riutilizzo delle acque reflue, tetto verde e pavimenti e finiture naturali. Il tutto integrato nell'ambiente circostante secondo un design moderno e piacevole. Ciascuno di questi progetti promette di fornire un nuovo modello super-efficiente, sano, acqua-indipendente di edificio a zero consumi di energia.
Il target altissimo di McLennan - che è anche il fondatore del Cascadia Green Building Council, la sezione del Nord Ovest americano della società di certificazione Leed (Leadership in Energy and Environmental Design) - ha finora impedito la diffusione del suo modello a livello di massa, ma un centinaio di progetti di "edifici viventi" sono in via di sviluppo. E' alla luce di queste esperienze che si stanno rivoluzionando i processi di progettazione e costruzione in tutto il mondo.

Omega L'Omega Center for Sustainable Living utilizza un impianto naturale di trattamento di tutte le acque reflue per un campus di 80 ettari nella Hudson Valley. Produce più energia di quanta ne consumi con tre diversi impianti fotovoltaici, di cui uno sul tetto e uno su una parete dell'edificio principale. Ha utilizzato per la costruzione solo materiali atossici e naturali. Sorge su un sito già occupato in precedenza da altri edifici e in origine addirittura da una discarica. Come organizzazione non-profit, Omega offre esperienze educative diverse e innovative che ispirano un approccio integrato al cambiamento personale e sociale rivolto all'ambiente, con seminari che ospitano fino a 23.000 persone l'anno.

Tyson Il Tyson Center ospita un laboratorio di ricerca ambientale della Washington University di St Louis (Missouri) e sfrutterà l'edificio certificato come strumento educativo per i suoi studenti, con grandi aule aperte sull'esterno. Fornirà un paesaggio vivente per gli studi sulla sostenibilità degli ecosistemi. E' rivestito di legni raccolti sul posto e il tetto è ricoperto di pannelli fotovoltaici, che coprono tutto il fabbisogno di energia. L'acqua potabile è fornita da un sistema di raccolta dell'acqua piovana senza componenti chimiche. Le acque reflue sono filtrate con un ciclo naturale. Tutti i rifiuti umidi hanno un sito di compostaggio. Il sito era precedentemente occupato da un parcheggio all'aperto, trasformato in un giardino piantumato.

Energy lab L'Energy Lab of Hawaii Preparatory Academy è stato concepito come un laboratorio scolastico dedicato allo studio delle energie alternative. Tutta l'accademia, che ospita bambini e ragazzi dall'asilo al liceo, produce l'energia che consuma e il progetto è stato pensato per trasmettere agli studenti una coscienza ambientale tramite le sue caratteristiche. Il sito era precedentemente occupato dall'area di compostaggio. L'edificio soddisfa il proprio fabbisogno di energia con pannelli fotovoltaici, filtra le acque reflue, raccoglie l'acqua piovana, ha utilizzato per la costruzione prevalentemente materiali locali, ma ha dovuto importare alcuni oggetti introvabili sul posto, aggravando la propria impronta ambientale, che è stata poi alleggerita con una particolare attenzione ai processi costruttivi.



23 ottobre 2011

Mobilità verde: arriva lo scooter ibrido

Non solo auto. Per chi vuole muoversi su mezzi propri a impatto zero ci sono anche le moto e le bici elettriche plug-in, cioè ricaricabili da una semplice presa di corrente, oppure gli scooter ibridi, che riescono a ricaricarsi sia attaccandosi direttamente alla rete elettrica, sia con il movimento del motore a combustione interna, come una Prius. Gli scooter puliti sono molto importanti per il mercato italiano, che assorbe il 20% dei ciclomotori venduti in tutta Europa, impestando le nostre città con una nuvola di gas di scarico, soprattutto nel caso dei motori a due tempi, particolarmente inefficienti e inquinanti: i test relativi riferiscono del 30% di carburante incombusto, a cui va aggiunto l'olio scaricato in aria con la miscela. Insieme, sono responsabili del 20% di composti organici volatili presenti nell'aria cittadina.

 Ma le alternative ci sono, da quest'anno anche grazie a una moto made in Italy molto innovativa: lo scooter ibrido Aspes, un marchio simbolo delle due ruote nostrane, prodotto a Gallarate in tre diverse cilindrate - 50, 125 e 150 - e a prezzi abbordabili, con una meccanica brevettata dal gruppo Menzaghi, che ha acquisito la storica azienda due anni fa. "In pratica, i nostri scooter sono dotati di due motori, uno elettrico e uno a combustione interna, che si possono attivare singolarmente o insieme, a seconda delle necessità", spiega il presidente Umberto Pertosa. Per i tragitti urbani il motore elettrico offre un'autonomia di 40 chilometri e poi ci vogliono 4 ore per ricaricare completamente la batteria, che si può collegare alla rete lasciandola nello scooter oppure estrarre da sotto la pedana con grande facilità e portare in casa per attaccarla a una presa domestica. La batteria al litio-ferro-fosfato non ha memoria, quindi non è necessario aspettare che sia completamente scarica per rimetterla sotto carica, e garantisce 3000 cicli, equivalenti a una dozzina d'anni, una vita ben più lunga delle comuni batterie agli ioni di litio. "In più, il nostro scooter può essere ricaricato anche attraverso il secondo motore, ad esempio nei tragitti extraurbani", aggiunge Pertosa. In modalità mista, il motore a scoppio - a 4 tempi e catalizzato - si attiva a supporto dell'elettrico, dando più potenza e ricaricando la batteria: così si riesce a viaggiare per 80 chilometri con un solo litro di benzina. Questa è una caratteristica unica degli scooter Aspes, che non hanno rivali ibridi sul mercato.
Nel segmento degli elettrici, invece, c'è già parecchia competizione. Oxygen, società padovana nata da una costola di Atala, ha già convinto le poste del Belgio, quelle svizzere e il Comune di Stoccarda con il suo CargoScooter, che viene offerto in due versioni, una fino a 45 chilometri all'ora, l'altra fino a 65. Poi c'è lo scooter tedesco e-Max, il più diffuso in Germania, anche questo distribuito in Italia in due versioni, più o meno veloce. EC-03, lo scooter elettrico Yamaha, invece, è una specie di moderno Ciao, simile al francese e-Solex, che scende quasi al rango delle biciclette a pedalata assistita. Da qui in giù, c'è solo l'imbarazzo della scelta.

20 ottobre 2011

Città sostenibili, ma non solo: belle, eque e innovative...

Le città sostenibili non possono essere solo ecologiche, devono anche funzionare bene, essere belle e alla portata di tutti. Per i seimila studi da 126 Paesi che hanno partecipato quest'anno al concorso internazionale della svizzera Holcim Foundation, uno dei più prestigiosi nel campo dell'architettura sostenibile, si tratta di rispettare le cinque P imposte dal regolamento: Progress, People, Planet, Prosperity, Proficiency. E i vincitori si collocano precisamente all'incrocio fra innovazione, equità sociale, efficienza nell'uso delle risorse, compatibilità economica e impatto estetico.
Un suggestivo progetto di "piscina fluviale", per restituire alla balneabilità il ramo della Sprea che costeggia l'isola dei musei nel centro di Berlino, proposto dal team tedesco di realities united, ha vinto il primo premio da 100mila dollari dell'edizione europea del concorso, consegnato a Milano.

Berlin
L'argento è andato alla riconversione di un'ex fabbrica in municipio e centro civico per la città di Oostkamp in Belgio, proposta dallo studio spagnolo di Carlos Arroyo, sfruttando la struttura esistente con una serie di soluzioni al tempo stesso raffinate ed efficienti.
Oostkamp
La visionaria conversione in "villaggio verticale" di uno dei viadotti prospicenti lo stretto di Messina in Calabria, recentemente dismesso in seguito alla realizzazione di una variante autostradale, è valsa il bronzo a tre studi francesi nella competizione europea.
Scilla
Nell'edizione latino-americana è prevalso un edificio multifunzionale pensato per offrire attività sociali alla favela di Paraisòpolis a San Paolo e al tempo stesso bloccare l'erosione e le frane che minacciano continuamente i suoi abitanti. Il primo premio per l'Africa e il Medio Oriente è andato al progetto di una scuola in Burkina Faso, che usa soltanto energia eolica e solare per il raffrescamento delle aule, proposto dallo studio dell'architetto Diébédo Kéré, basato in Germania ma originario del villaggio dove la scuola verrà costruita. Il secondo premio di questa sezione è andato al team milanese di ArCò - Architettura e Cooperazione, per la ristrutturazione della scuola di una comunità beduina nei territori palestinesi, con criteri di sostenibilità nella ventilazione e nell'illuminazione naturale. Riconoscimenti sono andati anche alle proposte più interessanti di tecnologia produttiva e di nuovi materiali arrivate alla giuria, tra cui la realizzazione di elementi prefabbricati in calcestruzzo leggero con schiuma di vetro riciclato come aggregato interno, inventati da un'azienda tedesca, o l'impiego di una cassaforma di cera riutilizzabile, proposto da uno studio di Zurigo. Tutti i primi arrivati nelle varie sezioni potranno accedere alla competizione globale, di cui i vincitori verranno annunciati nella primavera del 2012.
La filosofia del concorso, unico nel suo genere, ha attirato negli anni progetti sempre molto innovativi, che dimostrano la capacità di estendere le nozioni convenzionali di edilizia sostenibile a una grande attenzione per l'efficacia economica e sociale. "I progetti che hanno vinto quest'anno sono ottimi esempi di quello che si potrebbe realizzare in una città coraggiosa, partendo da una ricca tradizione architettonica, ma senza dimenticare le esigenze delle persone di oggi, che ci vivono dentro", rileva Lucy Musgrave, fondatrice dell'agenzia londinese di pianificazione urbana Publica e membro della giuria degli Holcim Awards. "Il problema fondamentale dello spazio urbano europeo è la staticità, che spesso opprime gli abitanti quanto l'estraniamento causato dall'estrema mobilità del paesaggio urbano americano". Ma le città, pur con tutto il rispetto per un'importante eredità culturale da preservare, non sono musei. Se vogliamo che la gente ci resti e ci si trovi bene, dobbiamo anche offrirle un fiume pulito in cui nuotare, con buona pace dell'altare di Pergamo, che resterà sempre un'apparizione emozionante, ma non si può visitare tutti i giorni.

18 ottobre 2011

Italia campione del solare, ma la ricerca non tiene il passo

Con oltre 10 gigawatt di potenza fotovoltaica installata, l'Italia è diventata quest'anno il primo mercato mondiale per l'energia del sole. Ma la ricerca non tiene il passo. Nel 2010 dai laboratori italiani sono arrivate solo 95 domande di brevetti in materia energetica all'European Patent Office, contro 1805 dagli Stati Uniti o 1175 dalla Corea. 

 "Negli ultimi vent'anni, siamo rimasti fermi su questo fronte, mentre gli altri Paesi industrializzati hanno fatto passi da gigante", spiega Stefano Da Empoli di I-Com, commentando il suo rapporto sull'innovazione energetica. "La Corea è un buon esempio di questo divario, viste le analogie con l'Italia sotto il profilo economico: nel 2000 le domande di brevetto coreane erano paragonabili alle nostre, oggi sono oltre dieci volte tanto", precisa Da Empoli. Ma anche la Spagna, che nel 2000 anni fa era ancora all'età della pietra, oggi produce più brevetti dell'Italia. In complesso, nell'arco temporale 1988-2007 la quota italiana sui brevetti europei era del 2,5%, mentre nel 2010 non è andata oltre lo 0,7%.
Questa evoluzione si rispecchia nella dinamica degli investimenti. Nell'ultimo decennio, il settore energetico ha conquistato una fetta crescente degli investimenti globali in ricerca e sviluppo, che nel 2000 rappresentava il 4,5% del totale, contro il 4,9% del 2009. Ma a seconda dei Paesi cambia molto il rapporto tra investimenti pubblici e privati. Rispetto agli altri Paesi industrializzati, l'Italia è un'eccezione assoluta, perché il pubblico fa sempre la parte del leone. Nelle altre economie avanzate è l'inverso: malgrado un aumento della quota pubblica negli ultimi anni di crisi, sono sempre le aziende private che spendono di più in ricerca e sviluppo, anche nel campo dell'energia. Senza citare l'esempio degli Stati Uniti, dove il rapporto è di quattro a uno, nell'Ue a 27 gli investimenti privati sono il doppio di quelli pubblici, in Germania e nel Regno Unito il triplo, in Spagna il quadruplo. E' il governo francese, invece, quello che spende di più per la ricerca energetica in Europa, ferma restando anche qui la prevalenza dello sforzo privato sul pubblico: tra il 2001 e il 2009, i suoi investimenti hanno rappresentato annualmente, in media, il doppio di quelli tedeschi e italiani, che si aggirano attorno ai 500 milioni di dollari.
In complesso, in questi dieci anni l'Unione Europea ha destinato la quota maggiore di risorse pubbliche al nucleare, ma è una spesa che si sta contraendo, dal 55% del 2000 al 32% del 2009. In Italia, invece, la programmazione politica ha preferito sostenere la ricerca nell'efficienza energetica, a cui ha destinato il 22,8% delle risorse nel 2009, rispetto all'8,8% del 2000.

11 ottobre 2011

Un batterio salverà l'Amazzonia

Un batterio salverà l'Amazzonia. E non ci metterà neanche tanto tempo: "Quattro o cinque anni", sostiene Greg Stephanopoulos, professore di ingegneria chimica e biotecnologie al Mit di Boston, in Italia per partecipare a un convegno organizzato da Federchimica e dall'Accademia dei Lincei in occasione dell'anno mondiale della chimica. Stephanopoulos è il "papà" di quel batterio: lo ha educato amorevolmente per anni a trasformare qualsiasi carboidrato in olio e ora la creatura è capace di farlo in maniera rapida ed efficiente. "Molto più rapida ed efficiente di tutti gli altri esempi pubblicati dalla letteratura scientifica", precisa il genitore.

Il suo batterio, per la precisione, è in grado di produrre biodiesel da risorse rinnovabili a 25-30 centesimi di dollaro al litro, quindi competitivo con il diesel da petrolio, senza sussidi statali e senza far concorrenza alle coltivazioni alimentari. Ora il processo, sviluppato nei laboratori di ingegneria metabolica del Mit, dev'essere industrializzato. E Stephanopoulos ci sta provando con una start-up chiamata Novogy, considerata l'oggetto più misterioso del mercato americano dei biocarburanti, per il segreto che la circonda. Da qui alla produzione di massa, ci vorrà qualche anno. Ma Stephanopoulos è ottimista, perché vede in arrivo un grosso investimento da parte di una major petrolifera. E, si sa, con le spalle coperte da una major i processi di industrializzazione vanno piuttosto spediti.
Certo è che la gara dell'ingegneria genetica per la produzione di biocarburanti è cominciata e chi arriverà per primo potrebbe diventare il prossimo John Rockefeller post-petrolifero. Sulla linea di partenza non c'è solo lui, Stephanopoulos, ma anche diversi suoi colleghi, a partire da Jay Keasling, un'altra star della ricerca che si occupa di biologia sintetica al Joint BioEnergy Institute di Emeryville, nella baia di San Francisco, a due passi da Berkeley. Keasling ha fondato una start-up chiamata Amyris, direttamente in concorrenza con Novogy.
Come disse lo sceicco Yamani, l'era del petrolio non finirà per l'esaurimento del petrolio, così come l'età della pietra non è finita per l'esaurimento delle pietre. Anche se il petrolio durasse all'infinito, infatti, un prodotto altrettanto economico ed efficace, ma più facile da industrializzare e più ecologico, alla lunga potrebbe avere la meglio sull'originale. Non a caso, tutte le compagnie petrolifere mondiali sono molto interessate alla ricerca nei combustibili non convenzionali, tanto che Stephanopoulos ha vinto qualche mese fa l'Eni Award 2011. "Ormai non si parla più di idrocarburi solo in termini di riserve sotterranee, ma anche di riserve 'above ground', riferendosi alle coltivazioni destinate a biofuel", spiega. Peccato che queste riserve 'above ground' spesso e volentieri comportino l'abbattimento di miglia e miglia di foreste, per destinare quei territori alla coltivazione della soja, da cui estrarre l'olio per produrre biodiesel. Al momento attuale, il 90% del biodiesel mondiale deriva dalla soja. La deforestazione dell'Amazzonia procede al ritmo di 7.000 chilometri quadrati all'anno. In questo modo il Brasile è diventato il primo produttore mondiale di granaglie, compresa la soja, che rappresenta ormai oltre un terzo del suo prodotto interno lordo.
Gli studi di Stephanopoulos e compagni, invece, mirano a utilizzare i batteri come "raffinerie" sempre più efficienti nella trasformazione di materie prime rinnovabili in biocarburanti che abbiano prestazioni uguali a quelle dei carburanti petroliferi, con procedimenti abbastanza poco costosi da renderli competitivi. Il risultato più rilevante conseguito da Stephanopoulos, un ingegnere chimico che si occupa già da vent'anni di biotecnologie, è l'incremento della tolleranza delle coltivazioni microbiche alla tossicità dei prodotti. In questo modo aumenta la produttività nella fabbricazione di biofuel e la versatilità di trasformazione. Il batterio ingegnerizzato al Mit può produrre biodiesel da qualsiasi zucchero, acido acetico, glicerina o biomassa cellulosica. Non ha certamente bisogno di materie prime da coltivazioni alimentari e probabilmente nemmeno di coltivazioni ad hoc: basta dargli in pasto i rifiuti delle nostre tavole o delle attività agricole. "E il rendimento è doppio rispetto ai nostri concorrenti", sostiene fiero Stephanopoulos.
La ricerca, sia per Stephanopoulos che per Keasling, parte da lontano. Per tutti e due, il primo amore è stata la medicina: producendo con le biotecnologie molecole che prima venivano sintetizzate in laboratorio a costi altissimi, sono riusciti a fornire ai pazienti le stesse cure a prezzi irrisori. Stephanopoulos è arrivato a produrre il Taxol, un'importante arma nella lotta contro il cancro, partendo da una forma riprogrammata di Escherichia coli. Keasling ha fatto lo stesso con l'Artemisinina, un potente farmaco antimalarico. In tutti e due i casi, si è trattato di far fare a un batterio il lavoro di una pianta: il Taxol viene estratto dalla corteccia del tasso del Pacifico mentre l'Artemisinina viene dall'Artemisia annua, molto diffusa in Cina. Resta una perplessità: perché trasferire ai batteri un compito già assolto da altre forme viventi? "I batteri sono lavoratori low cost, sostituendosi all'equivalente processo chimico che richiederebbe temperature e pressioni elevate e solventi costosi", rileva Stephanopoulos. Un buon soggetto per Charlie Chaplin e un altro Modern Times.

4 ottobre 2011

La bolletta energetica ci costa mille euro a testa

Quotazioni in risalita alla Borsa elettrica, imprese in allarme per il caro-energia, famiglie tartassate dall'inflazione, import sempre più salato. Il deficit della bilancia commerciale energetica italiana è cresciuto del 30% negli ultimi dodici mesi, superando il massimo storico di 60 miliardi di euro, cioè mille euro esatti per abitante, neonati compresi. E questi aumenti, derivati soprattutto dal caro-petrolio, li vedremo ben presto in bolletta. L'unica difesa è produrre e utilizzare l'energia in maniera efficiente e razionale, in base a una strategia nazionale che per adesso non c'è: il piano promesso a metà settembre dal governo ancora non si vede. "Serve una cabina di regia per indirizzare la crescita del settore", ha detto il presidente dell'Authority Guido Bortoni al Festival dell'Energia di Firenze, organizzato da Aris e FederUtility.

 Ma la vera incognita per il mercato energetico italiano è rappresentata dagli effetti dell'inasprimento della Robin Tax, che secondo le prime stime peserà sulle aziende elettriche attorno a 1,8 miliardi e avrà ricadute inevitabili sui prezzi finali. Solo per Enel ed Edison, si calcola, il costo sarà di circa 400 e 150 milioni l'anno per i prossimi tre anni. La nuova maggiorazione Ires, secondo l'Authority per l'Energia, comporterà certamente un aumento delle tariffe per i consumatori, oltre a un possibile impatto sugli investimenti per le infrastrutture. In una segnalazione a governo e parlamento, l'Autorità ha già contestato la nuova formulazione della tassa istituita anni fa per togliere un po' di margine alle compagnie petrolifere, che ora la manovra ha esteso all'elettricità e alle reti energetiche. "Il principale effetto di un aumento dell'Ires – avverte l'Autorità dell'energia – è ridurre la propensione all'investimento nell'attività colpita dall'aumento". Proprio il calo degli investimenti, in un momento in cui il settore ne avrebbe grande bisogno, rischia di riflettersi sulle tariffe perché, spiega il documento, "nelle attività svolte a mercato, è attraverso la contrazione degli investimenti e, di conseguenza, dell'offerta che può aver luogo, in linea generale, la futura traslazione degli effetti dell'aumento dell'imposta diretta sui prezzi e quindi sui consumatori". La squadra di Bortoni, ovviamente, vigilerà affinché le imprese coinvolte nell'addizionale non scarichino i sovraccosti sugli utenti, un'operazione vietata dalla legge. Ma questi controlli sono molto difficili.
Già adesso, le imprese italiane pagano una bolletta elettrica del 31,7% più cara rispetto alla media Ue e cioè sborsano un costo maggiore di 8 miliardi di euro l'anno per la corrente elettrica, equivalente a 1.776 euro in più per ciascuna, in base a una ricerca di Confartigianato. E sul gas non ce la passiamo meglio: tra caro-petrolio, assenza delle forniture libiche e cronica mancanza di competitività sul mercato interno, il divario fra prezzi italiani ed europei è salito da una media di 4-5 euro al megawattora di luglio-agosto fino agli attuali 6-7 euro. Per Carlo Stagnaro dell'Istituto Bruno Leoni, la differenza con il Paese europeo più liberalizzato, la Gran Bretagna, è del 32% per i grandi utenti e del 50% per quelli di medie dimensioni. I consumatori soffrono della rigidità dei contratti di lungo termine che ci legano ai nostri fornitori esteri, in primis Gazprom, mentre nel resto d'Europa prevalgono le compravendite sul mercato, da quando è molto più liquido grazie alla diffusione del gas non convenzionale americano. L'Europa ha registrato nel 2010 un vero e proprio boom del trading di gas, con volumi saliti del 29% rispetto all'anno precedente, secondo il rapporto European Gas Trading 2011 di Prospex Research. "Perché questo accada anche da noi, occorre che ci siano molti operatori e grosse quantità da vendere", spiega Davide Tabarelli di Nomisma Energia. Ma oggi non è così.
Su queste e altre distorsioni che aggravano le nostre bollette, l'Authority chiede da anni il varo di una strategia nazionale, che corregga una volta per tutte i continui cambi di direzione delle politiche energetiche governative. Il caos sulla promozione delle fonti rinnovabili, varata lo scorso marzo per recepire le direttive europee in materia, ma a cui mancano ancora una ventina di decreti attuativi, è un tipico esempio di queste distorsioni: scoraggia gli investimenti e crea forti sperequazioni tra le diverse fonti, per cui si incentiva fortemente il fotovoltaico ma si tralascia completamente il solare termico, che invece potrebbe aggiungere un elemento di grande efficienza nel panorama energetico italiano. "La strategia è in corso di realizzazione, è stato affidato lo studio preliminare all'Enea e quindi speriamo, entro la fine dell'anno, di poter dare un quadro complessivo di lungo termine", ha detto il sottosegretario allo Sviluppo con delega all'Energia, Stefano Saglia. E questo significa un altro slittamento, visto che il ministro Paolo Romani l'ultima volta aveva parlato di metà novembre.

30 settembre 2011

Revenge of the Electric Car, alle volte ritornano

Alle volte ritornano. Vi ricordate lo splendido documentario di Chris Paine sulle auto elettriche, "Who killed the electric car?"

 Bene, il lavoro del regista americano ha avuto un seguito, che si chiama "Revenge of the Electric Car", nelle sale americane da luglio. "Who killed the electric car?" raccontava di come, nel 1996, fosse stato affossato il primo modello di auto elettrica realizzato da General Motors, la EV1. I responsabili? Le grandi compagnie petrolifere, che si erano messe di traverso, perché non avvenisse il temuto passaggio da benzina a elettricità. Nel nuovo film, Paine racconta il lavoro di oggi a favore della mobilità a batterie proprio della Gm, della Nissan e della Tesla, azienda californiana specialista di auto sportive.  A parlare sono i due amministratori delegati di Nissan e Tesla, Carlos Ghosn (che insieme a Renault guida il gruppo oggi più impegnato nel settore) e il giovane Elon Musk, più per la Gm l’ex vicepresidente e veterano del mondo dell’auto Bob Lutz. "Revenge of the electric car", uscito quest'estate a New York e in arrivo sugli schermi europei, spiega dunque la rinascita del sogno elettrico, in un sequel trionfale dove vincono gli eroi del nuovo corso. Per ora non sono ancora arrivati i cinesi, ma forse quelli chiuderanno la trilogia.

27 settembre 2011

E.on, il gigante si è ristretto

L'uscita dall'atomo della Germania fa le prime vittime. E.on, il gigante malato, ristruttura la sua filiale italiana, perdendo l'amministratore delegato Luca Dal Fabbro, che lascia dopo appena un anno. L'ex ad italiano Klaus Schaefer, invece, raddoppia: dopo aver occupato per un anno l'ambita posizione di ad di Ruhrgas (il braccio di E.on nel gas), andrà a dirigere la nova business unit di vendita del gas, che vedrà Ruhrgas accorpata a E.on Energy Trading, in seguito alla drastica ristrutturazione in atto.

 E.on ha perso quest'anno quasi metà della sua capitalizzazione, ridotta a 28 miliardi, a fronte di 34 miliardi di debito. Il titolo è sceso fino a 13 euro dai 25 di gennaio (già la metà dei 50 euro del gennaio 2008) e il rischio di scalata è fortissimo. Sulle 11 centrali nucleari di sua proprietà, quattro sono state spente e per le altre è in programma la chiusura entro dieci anni. Un danno grave - quantificato in 1,9 miliardi solo sui primi 6 mesi di quest'anno - di cui il colosso di Duesseldorf sta chiedendo conto al governo tedesco per vie legali. Intanto il numero uno Johannes Teyssen cerca di tenere la barca in equilibrio con vigorosi tagli e una decisa sterzata. Il primo passo è la razionalizzazione delle operazioni in Europa, per indirizzare nuove risorse verso i mercati emergenti, soprattutto India, Brasile e Turchia. Ma la novità più importante è l'integrazione di E.on Energy Trading con E.on Ruhrgas, due strutture parallele che si occupano di vendite: in questo modo, Teyssen spera di ottenere un taglio dei costi di 1,5 miliardi all'anno, da qui al 2015. Saltano così una serie di poltrone, anche nei due consigli d'amministrazione, mentre l'ad di Ruhrgas Klaus Schaefer andrà a dirigere entrambe le unità a partire dal primo ottobre. Non basta. La rete di 12mila chilometri di gasdotti dovrà essere venduta. In realtà la divisione trading di Ruhrgas era un business in perdita, per colpa dei contratti fissi di lungo termine con Gazprom, e la riduzione era nell'aria già da tempo. Ma nessuno si aspettava un taglio così radicale.
E' stato l'incidente di Fukushima e la conseguente moratoria nucleare tedesca ad accelerare la ristrutturazione. A fine agosto, E.on ha annunciato 11mila tagli sugli attuali 80mila dipendenti, di cui la metà in Germania. La settimana scorsa, in una lettera interna agli 800 dipendenti che lavorano nel quartier generale di Duesseldorf, l'ex presidente Bernhard Reutersberg, ancora membro del board, ha annunciato che in quella sede un posto di lavoro su due sarà tagliato. In pratica, E.on si avvia a una vera e propria rivoluzione e tra i dipendenti è già in uso la sigla "E.on 2" per designare il nuovo volto dell'azienda, che punta a focalizzarsi molto sulle fonti rinnovabili e sul gas. La trasformazione del gruppo da "utility europea a fornitore specializzato globale di soluzioni energetiche" è stata delineata da Teyssen nella convinzione che "la sovracapacità in molti mercati energetici, i mutamenti tecnologici e gli interventi dei politici e dei regolatori continueranno a causare negli anni a venire considerevoli effetti avversi al settore".
In termini operativi, già quest'anno ci sarà un forte sviluppo delle attività in Russia e in Scandinavia, mentre le riduzioni maggiori colpiranno la Germania e il Regno Unito. Nel resto d'Europa, compresa l'Italia, per ora l'attività dovrebbe rimanere stabile. Ma il primo effetto di un ridimensionamento è già visibile in Italia, con l'accorpamento dei ruoli di presidente e amministratore delegato nelle mani di Miguel Antoñanzas e l'uscita di scena del numero uno Luca Dal Fabbro. Il manager, proveniente dall'Enel dov'era stato responsabile marketing di Enel Trade e direttore generale di Enel Energia, cambia veste ed entra come azionista in Domotecnica, leader nazionale nel franchising per le aziende d'installazione termoidraulica, diventandone anche l'amministratore delegato. Per E.on Italia, si ridimensiona così anche il board, composto da tre membri invece di quattro. Ma non è detto che questo passo giustifichi le voci di possibili cessioni ricorrenti sul ramo italiano del gruppo.

24 settembre 2011

L'Italia si scopre Paese del sole

Italia primo mercato mondiale del fotovoltaico quest'anno. La stima è di SolarPlaza, che nel 2011 prevede per il solare italiano una crescita superiore a quello tedesco, fino ad oggi mercato di riferimento per l'energia del sole. E non stupisce, visto che ormai siamo ben oltre i 10mila megawatt installati, secondo i dati del Gestore dei Servizi Energetici, contro i 1000 megawatt dell'inizio 2010 e i 3000 dell'inizio di quest'anno. In un anno e mezzo abbiamo decuplicato la potenza installata e secondo il Gse arriveremo a quasi 12mila megawatt entro fine anno, con oltre 350mila impianti in esercizio.


E' un boom rapidissimo, che sembra destinato a continuare. L'Italia, se queste previsioni si riveleranno esatte, nel 2011 avrà installato il triplo della potenza realizzata in Germania, da oltre un decennio leader del mercato fotovoltaico mondiale. A oggi, in totale, sono entrati in esercizio oltre 270mila impianti. La Puglia, con circa 1.685 megawatt per 17.812 impianti in esercizio, mantiene il primato della regione con maggiore potenza installata, mentre la Lombardia resta in testa alla classifica delle regioni con maggior numero di impianti in esercizio (38.810 per 993 megawatt), seguita dal Veneto, con 36.066 impianti per 894 megawatt. La Germania, che l'anno scorso ha realizzato nuova potenza fotovoltaica per oltre 7mila megawatt, resterà comunque al primo posto per potenza cumulata e SolarPlaza sostiene che ci vorrà ancora qualche anno di crescita robusta prima che l'Italia possa conquistare la palma anche in questa classifica. L'autorevole società di analisi sottolinea che al momento la crescita del fotovoltaico è ancora legata ai sistemi incentivanti, ma ritiene che nei prossimi anni la situazione sia destinata a cambiare a seguito della riduzione del costo dei moduli, già sceso del 60% negli ultimi 3 anni. La battuta d'arresto tedesca dipende proprio dal taglio degli incentivi deciso quest'anno dal governo, mentre quelli italiani continuano ad attirare investitori da tutto il mondo, malgrado l'inattesa riduzione dei sussidi, che da fine giugno sono stati decurtati del 20%. E questa è la vera notizia: la crescita continua. Dopo il rush finale per rientrare nel regime incentivante più favorevole, che ha portato a un boom d'installazioni nei primi mesi dell'anno, lo slancio si è solo lievemente ridotto, ma non sgonfiato com'era previsto.
Solsonica, il primo produttore italiano di celle e moduli fotovoltaici, ha aumentato le vendite di pannelli del 48% tra il 1° giugno e il 31 agosto, per un controvalore stimato di oltre 38 milioni di euro. Enel Green Power ha inaugurato un nuovo impianto da 6 megawatt in Veneto, a Canaro vicino Rovigo. TerniEnergia tra il 1° luglio e il 31 agosto ha collegato in rete 28 impianti di taglia industriale. Viaggia ormai verso i 50 megawatt la capacità fotovoltaica installata in Italia da Solar Ventures: nel solo mese di agosto l'azienda ha annunciato di aver connesso 20 megawatt su un totale di sei impianti in Sardegna, Piemonte e Puglia. Il gruppo Magaldi - leader nella produzione di impianti industriali per il trasporto di materiali ad alta temperatura, con base a Salerno – ha realizzato in Campania 4 impianti fotovoltaici della capacità di 5,3 megawatt su tetti di grandi capannoni industriali. Fintel ha annunciato la connessione di un parco da 5,2 megawatt vicino a Macerata, grazie al quale ha raggiunto gli 11,4 megawatt installati. Phoenix Solar ha reso noto di aver fornito i pannelli per tre impianti per circa 4 megawatt totali connessi entro il 31 agosto, e di avere ricevuto un ordine per un impianto su tetto da 227 kilowatt.
Di pari passo con il boom d'installazioni, calano i prezzi. E anche su questo fronte, l'Italia è in pole position: in base all'ultimo rapporto dell'European Photovoltaic Industry Association, sarà l'Italia il primo Paese europeo in cui il costo dell'energia fotovoltaica raggiungerà la parità con quello delle fonti tradizionali, la cosiddetta "grid parity". Il rapporto Solar Photovoltaics Competing in the Energy Sector, redatto in collaborazione con AT Kearney, prevede che il fotovoltaico raggiungerà la grid parity nel 2013 in Italia, per poi estendersi entro il 2020 agli altri Paesi europei, anche in considerazione dell'aumento del prezzo dell'elettricità prodotta con altre fonti. Il rapporto Epia prevede di qui al 2020 un ulteriore potenziale di riduzione del costo del fotovoltaico del 50%: dai 0,16-0,35 euro a kilowattora del 2010 a 0,08-0,18 euro a kilowattora nel 2020 a seconda degli impianti e dell'irradiazione solare.
A livello globale, la riduzione più drastica sta avvenendo negli Stati Uniti, dove il costo degli impianti fotovoltaici è sceso del 17% nel 2010 rispetto all'anno precedente e di un ulteriore 11% nei primi 6 mesi del 2011. Il dato emerge da un rapporto del Lawrence Berkeley National Laboratory, secondo cui il calo è derivato non solo dal calo del prezzo dei moduli registrato negli ultimi due anni, ma anche dalla discesa del 18% tra il 2009 e il 2010 di altri costi come inverter, installazione e commercializzazione.

22 settembre 2011

Il vento è ripartito, ma non soffia da queste parti

L'eolico ha ripreso a correre a livello globale, ma in Italia la crescita resta lenta. Con 18,4 gigawatt installati nella prima metà dell'anno e 43,9 previsti a fine anno, nel 2011 l'energia del vento mette a segno un balzo che per ora supera il 20% rispetto all'anno scorso. Nei primi sei mesi del 2011, in base al rapporto della World Wind Energy Association, la potenza totale installata è arrivata a 215.000 megawatt. Un quarto di questi si trovano in Cina (52.800 megawatt), che nel primo semestre dell'anno ha consolidato la sua leadership avviandone altri 8.000. Gli Usa si sono invece fermati a 2.252 megawatt in più, mantenendo comunque il secondo posto con un totale di 42.432 megawatt installati. Ma la vera sorpresa del rapporto è l'India, che con 1.480 megawatt avviati nel primo semestre ha raggiunto quota 14.550 ed è sempre più vicina alla Germania (+766 megawatt a 27.981 megawatt) e alla Spagna (+480 megawatt a 21.150 megawatt). L'Italia arriva in sesta posizione con 6.200 megawatt, grazie a un installato superiore a quello della Francia (6.060 megawatt), ormai tallonata dalla Gran Bretagna, a 5.707 megawatt.

Saranno proprio questi due Paesi, secondo la European Wind Energy Association, a mettere a segno la crescita più spettacolare nei prossimi anni. In base al rapporto Pure Power, nel 2020 l'Unione raggiungerà una capacità eolica pari a 265 gigawatt, in grado di soddisfare il 18,4% di consumi elettrici europei, soprattutto grazie alla cavalcata del Regno Unito, che dovrebbe sestuplicare la sua potenza eolica da 5.204 a 34.000 megawatt, e della Francia, da 5.660 a 26.000 megawatt. In tutti e due i casi, il balzo spettacolare avverrà grazie all'eolico offshore, che Francia e Inghilterra stanno sviluppando aggressivamente proprio in questo periodo. Ma anche Germania e Spagna - che dovrebbero raddoppiare da 27.214 a 52.000 megawatt e da 20.676 a 42.500 megawatt rispettivamente - puntano molto sull'offshore.
Non a caso il vento del mare è quello che raccoglie maggiori investimenti. Il fondo americano Blackstone, ad esempio, ha appena annunciato un investimento di 2,5 miliardi di euro nelle acque del Mare del Nord tedesco per i parchi di Meerwind e Noerdlicher Grund, che avranno assieme una potenza di oltre 600 megawatt. A New York il tratto di oceano davanti a Long Island è destinato a ospitare 700 megawatt di pale, con un investimento di 2,7 miliardi di dollari, grazie alla nascita di un consorzio fra la Long Island Power Authority (Lipa), la New York Power Authority (Nypa) e l'operatore Con Edison.
In Italia, invece, l'eolico offshore resta al palo prima ancora di nascere. Tutti gli investimenti proposti, da quello di Effeventi al largo della costa molisana a quello di Enel Green Power davanti a Gela, fino al progetto più recente nel golfo dell'Asinara in Sardegna, sono stati immediatamente stoppati dalle resistenze locali. Ma in base alle valutazioni dell'Associazione Nazionale Energia del Vento, l'eolico offshore potrebbe arrivare almeno fino a 680 megawatt installati entro il 2020. E secondo Bruno Baldissara dell'Enea, "in uno scenario particolarmente favorevole si potrebbero superare i 1.500 megawatt". Resta il fatto che le caratteristiche dei nostri mari non sono ideali per questa tecnologia, che si sviluppa meglio sui fondali bassi come quelli che si trovano nei mari del Nord.
Il rapporto Pure Power prevede che l'Italia passi dai 5.797 megawatt eolici in funzione a fine 2010 (3,2% della domanda) a 18.000 megawatt nel 2020, equivalenti a una copertura del 10% dei consumi elettrici italiani, ma le incertezze normative per ora frenano la crescita potenziale. "Mentre il mondo intero riconosce nell'eolico un settore strategico per crescita e sviluppo, in Italia l'ennesimo taglio del 10% previsto con la Robin Tax è sintomo dello scarso interesse da parte del governo per un comparto che potrebbe rilanciare l'economia nazionale con importanti benefici in termini di occupazione", commenta Simone Togni, presidente dell'Associazione Nazionale Energia del Vento. Il potenziale occupazionale dell'eolico, secondo le valutazioni dell'Anev, è di 67.010 addetti al 2020, nel caso il settore riprendesse a crescere come l'anno scorso, prima del taglio degli incentivi, già decurtati del 35% prima ancora della Robin Tax. Malgrado il rallentamento, comunque, ancora qualcosa si muove: il 7 ottobre Falck Renewables inaugura il parco eolico più grande d'Italia tra Buddusò e Alà dei Sardi. Con 69 turbine e 138 megawatt di potenza installata, il nuovo parco è uno dei maggiori a livello europeo. Collocato in una delle zone più ventose del Paese, consentirà di generare 330 gigawattora all'anno di energia pulita, sufficiente per coprire il fabbisogno di 110.000 famiglie. Proprio grazie all'eolico, Falck Renewables ha archiviato il primo semestre dell'anno con una crescita a due cifre: i ricavi a 114 milioni (+32%), il margine operativo lordo in aumento del 39% a 65 milioni e l'utile netto in aumento del 59% a 14,3 milioni. In barba alla Robin Tax e al taglio degli incentivi.

19 settembre 2011

Occhio allo spread fra il greggio europeo e americano

Lo spread tra Bund e Btp agita i sonni degli italiani, ma c'è un altro spread che ci terrà svegli tutti, alla lunga: quello fra il prezzo del petrolio americano ed europeo, che sta facendo andare alle stelle le quotazioni globali di greggio. Solo lo sblocco del petrolio libico potrebbe gettare acqua sul fuoco di questo differenziale.

A Londra, sui circuiti dell'InterContinental Exchange, il Brent europeo in consegna ottobre supera i 110 dollari al barile, mentre sui circuiti del Nymex il West Texas Intermediate, stessa consegna, è sceso sotto quota 84: il differenziale ormai supera i 26 dollari, un record storico, e non si fermerà qui. Il petrolio libico viene raffinato tutto in Europa e quindi influisce sul listino di Londra, non su quello di New York. "La prospettiva che la produzione libica torni a fluire nei tubi ridurrà la pressione sul Brent - commenta Michael Wittner, capo delle materie prime di Société Générale - ma i tempi della ripresa restano un'enorme incognita". Gli analisti prevedono che la battaglia interna al Consiglio Nazionale di Transizione sulla gestione del tesoro nazionale sarà lunga e che il differenziale di prezzo fra le due qualità di greggio sia destinato ad allargarsi, anche fino a 50 dollari al barile.

Abdeljalil Mayouf, portavoce della compagnia petrolifera controllata dai ribelli, l'Arabian Gulf Oil Company, ha dichiarato che "possiamo avviare la produzione in qualsiasi momento, anche senza le compagnie internazionali" e che "non abbiamo problemi con le compagnie occidentali, ma abbiamo difficoltà politiche con la Russia, la Cina e il Brasile". Ahmed Jehani, responsabile della ricostruzione, sostiene al contrario che "i contratti petroliferi antecedenti sono sacrosanti" e che "non verranno fatte discriminazioni politiche di alcun tipo", rassicurando tutti i contendenti, in particolare Cina e Russia. Ma le impostazioni divergenti interne al campo dei ribelli rischiano di allungare molto i tempi di ripresa della produzione. Goldman Sachs prevede 12-18 mesi solo per superare la soglia produttiva dei 500.000 barili al giorno e tempi ancora più lunghi per tornare ai livelli pre-crisi di 1,6 milioni di barili (oggi siamo a 60mila). Wood MacKenzie, società di analisi specializzata nei mercati petroliferi, è ancora più pessimista: stima 36 mesi secchi per ritornare ai livelli pre-crisi. L'esperienza di precedenti conflitti, dalla rivoluzione iraniana del '79 allo sciopero prolungato in Venezuela nel 2002-2003, insegna che alla radice dei ritardi ci sono proprio i contrasti politici in seno ai vincitori, non i danni materiali alle infrastrutture. "La guerra in Iraq dimostra che la ripresa della produzione dipende dall'efficacia della pacificazione nazionale", rileva Lawrence Eagles, capo della ricerca petrolifera di JPMorgan ed ex dirigente dell'International Energy Agency.

La questione è particolarmente importante per l'Italia, che prima della crisi riceveva dalla Libia circa un quarto del suo fabbisogno di petrolio e oltre il 10% dei suoi consumi di gas naturale. I francesi sono convinti di uscire vincitori dalla competizione: già in aprile, secondo indiscrezioni, Total avrebbe concluso un accordo segreto con i ribelli per assicurarsi una quota del 35% della produzione libica di greggio. Paolo Scaroni, numero uno dell'Eni, non ci crede: "Non c'è ragione di cambiare operatori che lavorano lì da anni e conoscono il territorio come nessun altro", ha detto. Ai tempi di Gheddafi, l'Italia era al primo posto nella graduatoria dell'export libico di petrolio, con il 28% della produzione, la Francia al secondo, con il 16%, la Cina al terzo con l'11% e la Spagna al quarto con il 10%. Ma ora Parigi vanta il merito di essere stata la prima a riconoscere il Consiglio Nazionale di Transizione. In realtà, l'unica certezza è che la produzione libica ci metterà diversi anni per essere ripristinata ai livelli pre-crisi. E questo influirà molto sul differenziale di prezzo fra greggio europeo e americano.

Normalmente lo spread è inverso. Il Wti americano viene scambiato a un prezzo superiore in ragione della maggiore leggerezza, del basso contenuto di zolfo e dei costi di trasporto, più alti negli Stati Uniti. Le ragioni che da alcuni mesi hanno spinto al rialzo il Brent sono legate alla persistente instabilità politica del Nord Africa, mentre il petrolio americano ha visto calare le sue quotazioni grazie alle scorte record. La produzione americana e canadese di greggio continua a crescere, ma la crisi economica ha ridotto i consumi e non ci sono abbastanza oleodotti per portare il petrolio del Nord verso i porti del Golfo del Messico. Così i serbatoi di Cushing, il centro di raccolta in Oklahoma che dà il prezzo al Wti, continuano a riempirsi. In Europa, invece, succede il contrario. "A un certo punto, da qui alla prossima estate, il differenziale di prezzo fra Brent e Wti potrebbe raddoppiare", spiega Ed Morse, capo della ricerca sulle materie prime di Citi. Solo lo sblocco del petrolio libico getterebbe acqua sul fuoco. Con il Brent al di sopra dei 110 dollari al barile, non manca l'incentivo finanziario per indurre Tripoli a mettersi d'accordo in fretta con le compagnie. Ma non è detto che lo stimolo sia sufficiente a superare le divisioni.


14 settembre 2011

Balzo dei prezzi del gas per l'industria italiana

Aumenti del 35-40% sul prezzo del gas per l'industria ceramica. E' questo l'esito dei contratti appena chiusi per il prossimo anno termico, in partenza il 1° ottobre. Per le imprese del distretto, già messe in difficoltà dalla crisi, è una mazzata potente. "Il costo della materia prima per noi è la voce principale insieme al personale e incide almeno del 20% sui costi di produzione", spiega Armando Cafiero, direttore generale di Confindustria Ceramica. Un aumento di questa portata, quindi, rischia di spingere fuori mercato i produttori più deboli.

Come si giustifica il nuovo balzo dei prezzi? "E' vero che le quotazioni del petrolio sono aumentate molto quest'anno e il prezzo del gas mantiene ancora un aggancio all'andamento del greggio, ma è anche vero che fra i prezzi italiani e quelli europei, già più alti rispetto al mercato americano, c'è un divario del 15-20%, il che penalizza moltissimo la competitività dell'industria italiana", precisa Cafiero. Come mai? "In Italia c'è pochissima liquidità sul mercato del gas, ma non perché non ne arrivi abbastanza. Le forniture correnti abbondano rispetto alla domanda, che è calata per le note difficoltà dell'industria. Ma la capacità d'importazione è sottoutilizzata dall'Eni, che la sfrutta solo al 60% e non consente ad altri di far passare il proprio gas nelle infrastrutture inutilizzate. La conservazione di quote di capacità non utilizzata evidentemente riduce la competizione e la liquidità del nostro mercato", sostiene Cafiero. La denuncia dei consumatori industriali in materia di limitazioni nelle disponibilità di trasporto da mercati più maturi e competitivi non è nuova. Ma in questi tempi di crisi, la richiesta di liberalizzazione del mercato del gas si fa particolarmente pressante.

"E' urgente mettere a disposizione dei soggetti industriali parte della capacità d'importazione inutilizzata sui gasdotti Transitgas e Tag (provenienti dal Nord Europa e dalla Russia)", sollecita Confindustria Ceramica. L'idea è quella di una concessione interrompibile, che possa essere restituita in qualsiasi momento al titolare, nel caso abbia necessità di utilizzarla. In questo modo i grandi consumatori di gas, riuniti in consorzio, potrebbero già oggi acquistare materia prima sui mercati europei e aumentare così la liquidità e la competitività del mercato italiano, senza danneggiare le prerogative dell'Eni, proprietario di Snam Rete Gas, cui si riconoscerebbe il diritto di rioccupare con il suo gas le quote di capacità concessa, in caso di necessità per il sistema.


12 settembre 2011

A Marcoule salta un inceneritore, non una centrale nucleare

Una fornace è esplosa oggi nel sito nucleare per il trattamento delle scorie di Marcoule, nel Sud della Francia, provocando la morte di una persona e quattro feriti, di cui uno grave. Il sito, di proprietà della società Edf, non contiene alcuna centrale nucleare, a differenza di quanto diffuso da molti organi d'informazione. A Marcoule, sede della prima centrale nucleare francese, non ci sono reattori in funzione: l'ultimo è stato spento nell'84. Dal '99 il sito viene sfruttato per lo smaltimento di scorie provenienti dall'industria nucleare, dai centri di ricerca e dagli ospedali.
La fornace saltata in aria fa parte di un inceneritore attivo all'interno del Centre Nucléaire de Traitement e Conditionnement (Centraco), dove vengono bruciati soprattutto oggetti metallici, come vasche, pompe o utensili, usciti dalla manutenzione dei reattori o dallo smantellamento di centrali, ma anche tute da lavoro, guanti e in misura minore rifiuti liquidi, come soluzioni di lavaggio, solventi, resine e residui oleosi. I rifiuti solidi vengono introdotti nella camera primaria, mentre i liquidi anche in quella secondaria, a seconda della composizione chimica. Il motivo dell'esplosione non è stato ancora chiarito, ma potrebbe trattarsi della reazione al calore eccessivo di un materiale non conforme alle temperature d'incenerimento.
L'obiettivo principale dell'incenerimento è di comprimere il volume delle scorie radioattive, che si riducono da 10 a 17 volte e poi vengono sottoposte a un riprocessamento nelle unità specifiche. I residui usciti dall'inceneritore sono recuperati e mischiati a una matrice solida per renderli inerti, infine introdotti in fusti metallici e trasportati nel centro di smaltimento dell'Agenzia nazionale per la gestione dei rifiuti radioattivi.
L'Agenzia per la Sicurezza Nucleare ha annunciato che è stata contenuta completamente all'interno della fornace. Anche la polizia ha confermato che non ci sono state contaminazioni fuori dall'impianto, che si trova a circa 30 chilometri da Avignone e a circa 80 chilometri dalla costa mediterranea.

7 settembre 2011

Le vie della mobilità sostenibile sono (quasi) infinite

Dall'auto elettrica alla bicicletta, dal car-sharing ai mezzi pubblici: le vie della mobilità sostenibile sono (quasi) infinite. L'importante è ridurre l'inquinamento dei motori a combustione interna nelle aree più densamente popolate, quelle dove oggi si concentra maggiormente. Se è vero che le città, come dice l'economista di Harvard Ed Glaeser, sono la migliore invenzione dell'umanità, è anche vero che rischiano di diventare invivibili se non si applicheranno soluzioni di mobilità intelligente, nella prospettiva di una rapida crescita della popolazione urbana: saremo 9 miliardi nel 2050, all'80% concentrati nelle metropoli. E quindi cerchiamo di non soffocarle con i nostri tubi di scappamento.

"In centro senza la macchina!" è appunto lo slogan della European Mobility Week, che si svolge dal 16 al 22 settembre e a cui partecipano 25 città italiane. Per aderire, bisogna dimostrare di aver adottato una qualsiasi misura in favore del trasferimento permanente di spazi urbani dalle auto ai pedoni, alle bici o al trasporto pubblico. E questo sta diventando il punto centrale dell'azione di molti sindaci che dettano l'agenda della sostenibilità in Europa e oltre. La vivibilità cittadina, infatti, non si compone di una singola misura, ma di una serie di buone pratiche applicate a tappeto per molti anni. E' il caso di Zurigo, che vanta una ripartizione modale del 63% su trasporto pubblico e solo del 25% su auto privata, o di Copenhagen, dove il 36% della mobilità urbana si risolve con la bici (26% in auto), ma anche di New York, dove un fiume di pendolari si riversa su Manhattan via treno o via traghetto. I tre modelli sono diversi, ma puntano nella stessa direzione: abbassare il più possibile la quota di auto private circolanti nello spazio urbano. All'altro capo della graduatoria, in Europa, si collocano Torino e Palermo, con una prevalenza del 79 e 78% dell'auto privata sulle altre opzioni di mobilità, contro il 5 e il 9% del trasporto pubblico. Milano è una via di mezzo, con il 47% di auto private nella ripartizione modale, non lontano da Roma (53%), Madrid (48%) e Budapest (46%). Tra i casi più virtuosi, oltre a Zurigo e Copenhagen, troviamo Berlino e Vienna (31%).

A New York, solo il 24% dei pendolari usa la macchina per arrivare in ufficio: il 41% usa la metropolitana, il 12% l'autobus e gli altri vanno in bici, in treno o in traghetto. La metropolitana è talmente importante per gli abitanti della Grande Mela, che è sempre in funzione, 24 ore su 24, così come il treno dei pendolari che viene dal New Jersey, il Path. I newyorkesi macinano complessivamente oltre 18 miliardi di miglia sui mezzi pubblici ogni anno, contro i 2,8 miliardi degli abitanti di Los Angeles e i 2,2 miliardi dei cittadini di Chicago. L'alta incidenza dei trasporti pubblici sulla mobilità cittadina ne fa una delle città più efficienti del mondo industrializzato: il consumo pro-capite di idrocarburi equivale alla media americana del 1920.

Stesso discorso vale per Zurigo: la capitale finanziaria della Svizzera è considerata un modello a livello globale per la funzionalità dei suoi mezzi pubblici, che attirano il 63% degli spostamenti. Questa prevalenza è stata ottenuta migliorando costantemente l'offerta e coordinando le 41 diverse compagnie di trasporti pubblici di tutta la regione, che insieme gestiscono 262 linee, per 2300 chilometri complessivi, con un unico biglietto comune. Corine Mauch, prima donna e primo sindaco apertamente gay a guidare la più grande città elvetica, ha incentrato sul trasporto pubblico la sua campagna elettorale nel 2008, promuovendo un referendum per ancorare nella Costituzione cittadina il concetto di società a 2000 watt, passato a larga maggioranza. Mauch applica una politica sempre più restrittiva sui parcheggi in centro, dove ormai si può lasciare la macchina solo per un'ora, pagando tariffe salatissime e con la certezza di una multa in caso di inadempienza. Copenhagen, la città campione mondiale della bici, dove solo il 26% dei tragitti cittadini si copre in auto, non è da meno: la difficoltà di lasciare la macchina e la certezza della pena rappresentano un deterrente formidabile per gli automobilisti. Ma in ultima analisi, quello che conta di più è la fierezza degli abitanti nel perseguire uno stile di vita che rende l'aria più respirabile e consegna ai posteri una metropoli dove fa piacere abitare.


5 settembre 2011

Battaglia d'autunno per l'auto elettrica

La battaglia d'autunno per l'auto elettrica è cominciata. Autolib’, il servizio di car-sharing elettrico in partenza a Parigi, potrebbe essere il primo passo di una vera rivoluzione per la mobilità urbana, non solo sul piano tecnologico ma anche di sistema. In città il traffico veicolare è di gran lunga il primo responsabile delle emissioni di polveri sottili e di ossidi di azoto, i precursori dell’ozono. A fine agosto, in base ai dati elaborati da LaMiaAria.it, la qualità dell’aria di Milano era "eccellente". Il riposo estivo, con le auto in trasferta, ha fatto scendere al minimo i livelli d’inquinamento. Ma fra non molto ricominceremo a contare i giorni di sforamento dei livelli di PM10: nel 2010 sono stati 134 a Torino, 95 a Napoli, 87 a Milano, 67 a Roma, 65 a Firenze e via enumerando.
Da Parigi, invece, arriva aria nuova. Silenziose e prive di emissioni, tremila auto elettriche made in Italy stanno per invadere la Ville Lumière e 81 comuni limitrofi. Blue Car, disegnata da Pininfarina con la tecnologia di Vincent Bolloré, sarà la protagonista assoluta di questo gigantesco programma di mobilità sostenibile, il più grande del mondo, con un bacino d’utenza di quattro milioni di clienti fra la capitale e l’Ile de France. Blue Car è la prima auto elettrica prodotta in serie alimentata da batterie ai polimeri di litio-metallo, una tecnologia innovativa in grado di memorizzare, a parità di peso, fino a cinque volte l'energia delle batterie tradizionali e quindi di aumentare notevolmente l'autonomia dei veicoli. Alla batteria è abbinato un dispositivo per lo stoccaggio dell'energia, un supercapacitore che recupera e immagazzina l'energia in frenata, per poi renderla disponibile alla ripartenza del mezzo. I grandi produttori come Renault e Peugeot, che stanno investendo miliardi di euro nello sviluppo dell'auto elettrica, hanno preferito le batterie agli ioni di litio, considerate meno instabili. Blue Car dichiara un'autonomia di 250 chilometri, contro i 100 della Smart ED, i 110 della Nissan Leaf o i 160 della Renault Fluence.
Bolloré è convinto della sua scelta, che sta sperimentando da dieci anni con la società Batscap, insieme al colosso dell'energia Edf: la nuova fabbrica di Ergué-Gabéric, nel suo feudo di Finistère, servirà proprio per alimentare le Blue Car destinate ad Autolib'. Il senso industriale della sua sfida è evidente: se riuscirà a convincere il pubblico della bontà di questa tecnologia, alle sue batterie si aprirà un vasto mercato. Per questo ha partecipato alla gara parigina, indetta l'anno scorso, impegnandosi a investire almeno 60 milioni di euro nell'impresa. Così ha battuto due rivali ben più strutturati di lui per la loro esperienza in reti di trasporto: Veolia e il consorzio formato da Ratp, Sncf, Vinci e Avis. Il Comune di Parigi gli ha assegnato in concessione 700 stazioni di parcheggio e ricarica, di cui 500 in superficie e 200 in garage sotterranei. Le prime vetture, già omologate, saranno in circolazione da settembre, in tempo per la presentazione ufficiale durante la Nuit Blanche, il 1° ottobre. A livello di massa, il lancio del servizio è previsto a partire da dicembre. Chiunque potrà accedervi, con soli 12 euro al mese di costo fisso e una tariffa variabile a seconda delle ore di utilizzo.
Ma Autolib’ sarà un laboratorio interessante anche sotto altri punti di vista. Il car sharing elettrico, infatti, rappresenta una sfida per il modello di automobilismo proprietario, profondamente radicato nella nostra società. Non a caso la rivoluzione parte da Parigi, dove appena il 42% degli abitanti ha la macchina. Solo a Londra (36%) e New York (20%) le vetture private sono ancora meno diffuse, mentre Roma e Milano, con oltre 70 auto ogni cento abitanti, hanno un tasso di motorizzazione fra i più alti al mondo. «Modificando i tradizionali confini fra mobilità individuale e trasporto pubblico, Autolib’ porterà nuova linfa alla progettazione della mobilità urbana», spiega Sylvain Marty, direttore del consorzio misto titolare dell’iniziativa. In questo senso, il nuovo servizio dovrebbe aiutare i parigini a ripensare l’intero sistema: i treni del Réseau Express Régional e la fitta rete del metro si potrebbero vedere come le grandi arterie di un organismo complesso, di cui le auto elettriche diventeranno i capillari, quell’ultimo miglio capace di portare gli utenti a destinazione, da porta a porta. E senza gas di scarico.

2 settembre 2011

Embargo al petrolio siriano: l'Italia resiste

Con l'embargo al petrolio siriano, decretato oggi in sede europea, l’Italia resta a secco di un'altra importante fonte di approvvigionamento. Mancano già all’appello le forniture libiche, pari al 23% del nostro fabbisogno. A queste si andrà a sommare un altro 3% che proveniva dalla Siria. Ammanco a cui negli ultimi mesi si sta facendo fronte ricorrendo sempre più ai fornitori dell’Est, Azerbaijan in testa.

L’embargo all’acquisto, importazione e trasporto di greggio e prodotti petroliferi dalla Siria metterà a dura prova il regime di Bashar al Assad. La Ue assorbe, infatti, il 95% del petrolio siriano, di cui un terzo finisce in Italia. Da qui la richiesta italiana, ignorata da Bruxelles, di posticipare il bando alla fine di novembre, allo scopo di salvaguardare i contratti già in essere tra imprese europee e siriane. Non a caso, in cima agli acquirenti c'è TotalErg. L'export di greggio contribuisce per quasi un terzo alle entrate del governo di Damasco.