Pagine

9 giugno 2004

Mercato elettrico: big bang o big flop?

Il big bang del mercato elettrico italiano non farà molto rumore. L'allargamento del parco utenti liberi da 150mila a circa sette milioni, che il calendario europeo fissa alla fine di questo mese, avverrà in sordina, "perché energia competitiva sul mercato italiano non ce n'è". Questa è la previsione di Giuseppe Gatti di Energy Advisors e di tutti gli altri esperti di energia, oltre che della maggior parte degli operatori. Mentre la domanda sale già alle stelle con i primi caldi - insieme alla febbre dei prezzi all'ingrosso, che superano ormai del doppio il prezzo di generazione preso a riferimento dall'Autorità per definire le attuali tariffe - sul mercato italiano continua a mancare la materia prima. Ma a ogni apertura del mercato, si sa, c'è bisogno di materia prima in eccesso per scatenare la concorrenza. Nelle fasi precedenti sono state usate le importazioni o l'energia Cip 6 per ampliare i margini di manovra. Oggi invece non c'è moneta corrente per dar fiato alla nuova tappa della liberalizzazione. "In queste condizioni - fa notare Gatti - per i concorrenti di Enel sarà molto difficile fare offerte convenienti ai nuovi utenti liberi". Con l'allargarsi del numero di clienti idonei, il delta di prezzo fra mercato libero e vincolato tenderà anzi a ridursi. A farne le spese saranno le piccole e piccolissime imprese (attive soprattutto nei settori del commercio e dei servizi) che con il 1° luglio speravano di accedere al meraviglioso mondo degli sconti sulla bolletta elettrica e che invece si troveranno davanti a un sistema ancora troppo ingessato per offrire grandi limature. Con la prossima tappa, solo le utenze domestiche rimarranno affidate al mercato vincolato, cioè 23-24 milioni di famiglie che consumano meno di 60 terawattora (miliardi di kilowattora) l'anno sui 310 complessivi. Tutto il resto del mercato - ben tre quarti dei consumi - sarà potenzialmente libero. "E' un passaggio cruciale - spiega Davide Tabarelli, direttore del Rie (Ricerche industriali energetiche) di Bologna - perché stavolta avviene a valle della Borsa elettrica, partita in aprile. Anche se i prezzi sono destinati ad aumentare nelle prossime settimane e sono ancora molto legati all'operatore dominante, almeno c'è una certa trasparenza, che alla lunga stimola una maggiore concorrenza". Ma anche per Tabarelli nell'immediato non può esserci vera competizione: "Al massimo gli utenti potranno usare questa nuova apertura come uno strumento per chiedere servizi migliori, sarà difficile che riescano a spuntare grandi sconti". Il passaggio più difficile, per gli utenti decisi a usufruire della libertà di scegliere, sarà trovare un fornitore alternativo: pochi nuovi entranti sono disposti a sviluppare un servizio commerciale capace di reggere l'impatto del mass market, visti i margini risicatissimi. A parte le inziative di aggregazione delle varie associazioni di categoria, infatti, di solito è grazie all’azione di un nuovo fornitore impegnato sul fronte della vendita, che un utente vincolato, soprattutto se di dimensioni piccole, accede al mercato libero. "Ma calcolando che un cliente costa ogni anno 40-50 euro di fatture e che il guadagno di vendita su ogni utente finale allacciato in bassa tensione è di due euro l'anno, per chi svolge solo l'attività di vendita il trade-off è improponibile", fa notare Antonio Urbano di Dynameeting, operatore indipendente leader nella fornitura alle piccole e medie imprese. Solo chi ha anche un'attività di produzione può estrarre qualche margine in più dai nuovi utenti liberi. Fra i più ottimisti, Mario Molinari, direttore generale di Energia (gruppo Cir), prende la prossima tappa con slancio, malgrado le difficoltà: "Tra i principali scogli tecnici da superare - spiega Molinari - ci sono i costi di trasporto diversi a seconda delle varie reti di distribuzione, quello che nella telefonia si chiamerebbe l'ultimo miglio. Per offrire un prodotto ugualmente valido a un utente di Milano, di Bologna o di Napoli, il nostro modo di prezzare l'energia deve tener conto di queste differenze. E quando si tratta di gestire migliaia di piccoli clienti la questione si complica". Malgrado ciò, Molinari è convinto che se non dal 1° luglio almeno dal 1° gennaio successivo (i contratti di fornitura in genere si stipulano su base annuale) qualcosa comincerà a muoversi. Anche Enel concorda e dopo le dolorose esperienze precedenti comincia già ad attrezzarsi, mettendo in moto la sua potente macchina commerciale per far rientrare dalla finestra i clienti che rischia di perdere dalla porta. Chi sa meglio dell'ex monopolista come affrontare il mass market?

7 giugno 2004

James Lovelock

Per salvare la Terra dalla catastrofe climatica bisogna ricorrere all' uso massiccio del nucleare. L' appello lanciato qualche giorno fa da James Lovelock, uno dei più famosi scienziati verdi del pianeta, fra i primi a denunciare l' effetto serra, sta sollevando un vivace dibattito fra gli ambientalisti e dovunque l' uso del nucleare sia stato fortemente limitato, come in Germania, dove non si costruiscono più centrali nuove e si punta a chiudere quelle esistenti man mano che invecchiano. Il primo effetto della moratoria nucleare è stato il ricorso crescente all' uso di combustibili fossili, come petrolio, gas o carbone, visto che le nuove fonti (soprattutto eolico e solare), non sono ancora sufficientemente competitive per sostenere il fabbisogno energetico di un Paese industrializzato. Con la conseguenza di aumentare significativamente le emissioni di anidride carbonica, principale responsabile dell' effetto serra, insieme ai prezzi dell' energia, sempre più legati alle quotazioni del petrolio. In Italia, l' unico grande Paese d' Europa che non si è limitato alla moratoria, ma ha anche chiuso le sue uniche quattro centrali funzionanti, oggi l' 80% dell' energia deriva da combustibili fossili e il suo prezzo medio è quasi doppio rispetto al resto d' Europa. Secondo gli ultimi dati dell' Enea, nel 2001 il nostro Paese ha conquistato il terzo posto nell' Ue per le emissioni di anidride carbonica dal sistema energetico (14%) e la tendenza è in forte crescita. Per Lovelock, biologo inglese diventato famoso per la teoria di Gaia, secondo cui la Terra sarebbe simile a un organismo vivente in grado di autoregolarsi, questo circolo vizioso va assolutamente spezzato. E in fretta. Perché tanta fretta? «Il ritmo del surriscaldamento della Terra è stato ampiamente sottostimato anche da chi, come me, se ne occupa da oltre vent' anni. Che la temperatura sia cambiata ce ne siamo accorti tutti in Europa: gli inverni sono più caldi, la primavera arriva in anticipo e si trasforma subito in estate, i ghiacciai delle Alpi si sciolgono sotto i nostri occhi. L' ondata di caldo che ha colpito l' anno scorso l' Europa continentale ha fatto ventimila morti e secondo un approfondito studio di un gruppo di scienziati svizzeri, il fenomeno è certamente legato all' effetto serra. Ma quello che gli europei non vedono sono le conseguenze sui ghiacci artici, dove il riscaldamento del clima è circa doppio rispetto alla fascia temperata. Dalla Groenlandia scende acqua a fiumi e nel giro di trent' anni la calotta artica, ancora più vulnerabile, potrebbe essere già completamente sciolta. A quel punto potremmo già avere grandi città costiere, come Londra, New York, Tokio o Calcutta, minacciate dall' acqua alta. Per non parlare di Venezia, dove il danno sarà ormai irrimediabile». Non le sembra un catastrofismo da film The day after tomorrow? «Quello è un film del tutto antiscientifico, ma coglie un dato di fondo: l' urgenza. A poco a poco i popoli dell' Occidente industrializzato si stanno accorgendo che andiamo incontro a un' emergenza. Le conseguenze dell' effetto serra si amplificano a vicenda, creando un' accelerazione complessiva del fenomeno finora mai vista. Ci resta pochissimo tempo per contrastare questa gravissima minaccia alla civiltà umana». Ma perché proprio con l' energia nucleare? «L' effetto serra va affrontato con misure immediate, come se fossimo in guerra. Ma l' industrializzazione non si può spegnere come una lampadina, perciò bisogna sostituire ai combustibili fossili una fonte alternativa già pronta. Il nucleare è l' unica fonte alternativa immediatamente fruibile: in attesa di svilupparne altre in futuro, non c' è altra soluzione. Bisogna che i miei amici verdi accettino l' evidenza e smettano di contrastarla». E il problema delle scorie? «L' opposizione all' energia nucleare è basata su timori irrazionali e del tutto antiscientifici, amplificati ad arte dalla lobby ambientalista. Anch' io sono un ambientalista, ma resto uno scienziato e basta leggere le statistiche per rendersi conto che il nucleare è la fonte energetica più sicura del mondo. I danni causati dalle fughe radioattive sono ridicoli rispetto a quelli derivanti dalla combustione di carbone o petrolio, ma perfino dalle dighe dell' idroelettrico. Bisogna smettere di demonizzare le scorie come pericolose. Sono sorvegliatissime e occupano un volume infinitesimale del nostro spazio: tutte le scorie prodotte dai reattori del Regno Unito, che funzionano da decine di anni, non riempirebbero uno stanzone di dieci metri per dieci». Ma allora perché insistere tanto sulla ratifica del protocollo di Kyoto da parte della Russia e degli Usa? «Già, perché? La ratifica della Russia è imminente, ma non sarà certo l' applicazione di queste regole ridicole a salvare l' umanità. È molto più utile quello che stanno facendo gli Usa, con tutti gli investimenti sull' idrogeno e lo sviluppo di un nuovo tipo di reattore nucleare ancora più sicuro ed efficiente. Purtroppo anche gli americani non percepiscono ancora quanto sia urgente intervenire in maniera radicale, anche se ci sono alcuni singoli Stati - come la California - che hanno introdotto restrizioni molto severe alle emissioni di anidride carbonica. Molto più severe degli accordi di Kyoto».

6 giugno 2004

La "tassa pubblicitaria" alle tv è giustificata?

Il programma s'interrompe, parte lo spot pubblicitario e la mano corre al telecomando. E' un riflesso condizionato, ormai, per milioni di telespettatori. Soprattutto nei Paesi, come gli Stati Uniti, dove l'enorme numero di canali televisivi invita allo zapping continuo, ma anche nelle aree ancora soggette all'oligopolio di poche emittenti, come in Italia, il salto dello spot è uno sport molto praticato. E c'è chi comincia a mettere seriamente in dubbio l'efficacia della pubblicità televisiva, in particolare per i marchi più maturi dei beni di largo consumo. "Negli ultimi cinquant'anni, le emittenti televisive hanno ricavato una sorta di tassa fissa dalle aziende produttrici di beni di largo consumo. Ma ho l'impressione che siamo entrati in una nuova fase, in cui queste aziende si stanno accorgendo che gli spot televisivi non funzionano più", spiega Andrew Shore, analista di Deutsche Bank e autore di un approfondito studio sul rendimento della pubblicità televisiva per i marchi maturi. "Le spese di questo tipo - secondo Shore - sono la prossima voce destinata a cadere sotto la scure delle grandi multinazionali". Non stiamo parlando di noccioline: dei 500 miliardi di dollari spesi quest'anno nel mondo in pubblicità, circa il 40% finirà in spot televisivi. Ma per i colossi americani dei beni di largo consumo la "tassa alle tv" arriva al 60% di tutte le spese pubblicitarie, cioè circa 12 miliardi l'anno scorso. E secondo l'approfondito studio di Shore, gran parte di questi soldi è stata spesa a vuoto. Dopo aver esaminato la ricaduta degli investimenti pubblicitari televisivi sull'aumento dei volumi e degli utili nei principali 23 marchi dei prodotti di largo consumo lungo un arco di tre anni, Shore sostiene infatti che quegli spot hanno prodotto un ritorno positivo solo nel 18% dei casi sul breve termine e nel 45% dei casi sul lungo termine. Nella migliore delle ipotesi, quindi, meno della metà di quei soldi valeva la pena di essere spesa. Un'affermazione ardita, che non tutti condividono. Secondo Robert Heath, docente di marketing all'università di Bath, è riduttivo calcolare le ricadute della pubblicità televisiva in base al puro e semplice ritorno sull'investimento: "Anche quando sono deliberatamente ignorati, i messaggi pubblicitari televisivi vengono comunque assorbiti a livello inconscio. E siccome la memoria implicita dura molto più a lungo della memoria esplicita, le immagini che associamo a un marchio, una volta imparate non si dimenticano più". Ma il tentativo di Shore di calcolare in maniera più precisa le ricadute degli investimenti pubblicitari in tv suscita il plauso di molte aziende. Jim Stengel, capo del marketing di Procter & Gamble (principale inserzionista Usa con 2,8 miliardi spesi in pubblicità nel 2003), tuona: "Muoviamo 500 miliardi di dollari all'anno con meno disciplina e meno dati di quanti ne abbiamo in mano per decidere se spendere centomila dollari in altri settori". P&G è l'unica casa produttrice di beni di largo consumo che ha cominciato recentemente a usare dei modelli basati sulle vendite per stimare il ritorno sugli investimenti nelle campagne pubblicitarie e anche dai suoi calcoli emergono forti dubbi sull'efficacia degli spot televisivi tradizionali. L'avvento della tv via cavo, con la conseguente frammentazione dell'audience (vent'anni fa le "big three" Abc, Nbc e Cbs avevano l'80% dell'audience, oggi il 40%) e la diffusione dei videoregistratori digitali, con cui si possono saltare gli spot, sta rendendo la pubblicità televisiva obsoleta. Ma se è vero che gli spot tradizionali non funzionano più, quali sono le alternative? Per trovare altri canali bisogna fare i conti con la proliferazione dei media. I ragazzini americani passano ormai oltre 7 ore alla settimana alla consolle dei videogiochi, i quattro quinti delle famiglie hanno un allacciamento a Internet, di cui un quarto a banda larga (sarà la metà nel 2008) e un altro quarto ad alta velocità. Ne approfittano le pubblicità interattive, in cui si può rispondere a determinati segnali nei programmi tv attraverso il telecomando, un telefonino o Internet. Si usano gli sms per far partire campagne di marketing virale. Si mettono provocazioni in rete con metodi da guerilla marketing. Steve Heyer, presidente di Coca-Cola, ha recentemente dichiarato l'intenzione di abbandonare la tv per portare le bollicine fra i giovani con il cinema, la musica, i videogiochi, attraverso il product placement. Nel 2003 la spesa di Coca-Cola in pubblicità televisiva è scesa del 60%. Nel frattempo, il gigante di Atlanta ha aperto delle aree chiamate Coke Red Lounge nei centri commerciali, dove si può sentire musica o vedere un film e dove i giovani possono rilassarsi con un bicchiere di Coca-Cola in mano. Lo stesso ha fatto anche la Campbell, aprendo una catena di Soup Sanctuaries, dove offre una minestra rigenerante ai forzati dello shopping. La promozione attraverso esperienze positive s'inserisce perfettamente nel tentativo di vendere uno stile di vita più che un prodotto. Aziende come Estée Lauder o Starbucks si basano su questa concezione già da anni: sono molto parche nelle spese pubblicitarie e fanno piuttosto assegnamento sull'esperienza positiva dei clienti e sul loro passaparola. L'anno scorso Amazon ha bloccato una campagna televisiva giudicata inefficace e da allora si basa su promozioni dirette o su incentivi come la spedizione gratuita per attirare clienti. Di qui a soppiantare la tv, naturalmente, c'è tantissima strada da fare. Ma la fuga dal piccolo schermo è già cominciata.

30 maggio 2004

Attenti alle api impollinatrici del marchio

Quando alla festa di compleanno un ospite trascorre la serata decantando le doti dell'ultimo modello Bmw o del nuovo telefonino Nokia, rizzate le orecchie. Che sia un agente pubblicitario sotto mentite spoglie? Un'ape indaffarata a impollinare i vostri amici? Che sia arrivato anche in Italia l'ultimo grido del marketing? Il passaparola, tanto decantato dai guru del marketing virale ma poco praticato dalle agenzie tradizionali, sta diventando un business. Si chiama BzzAgent la società di Boston che si è specializzata in questa difficile missione: propagandare un prodotto attraverso i consigli confidenziali dell'amico, del cugino, del vicino di casa. E con una rete di 25mila agenti (che si allarga al ritmo di 50 nuovi agenti al giorno) le sue campagne pubblicitarie stanno già diventando una leggenda a soli due anni dalla fondazione. Il "padre" di BzzAgent (e suo amministratore delegato) è Dave Balter, un pioniere del marketing diretto che prima di mettersi in proprio ha organizzato campagne di fidelizzazione per varie multinazionali americane. Con BzzAgent, Balter si è prefisso di imbrigliare il passaparola, per farne uno strumento disciplinato e strategico da mettere al servizio delle aziende. "Il mio obiettivo - spiega Balter - è trovare un modo per catturare il passaparola, trasformando un gruppo di consumatori appassionati in evangelisti dei prodotti in cui credono". Non più pubblicità per i consumatori, ma con i consumatori. Influenzare le scelte del pubblico con campagne massificate, del resto, diventa sempre più difficile e costoso. Secondo uno studio di Jupiter Research il numero di messaggi in competizione per attirare l'attenzione dei consumatori è quintuplicato negli ultimi dieci anni. Per di più, l'avvento della tv via cavo e via satellite ha ridotto il numero di persone raggiunte da un annuncio audiovisivo, raddoppiandone il costo. E' qui che s'inserisce Balter con la sua organizzazione. Il sistema usato da BzzAgent è molto semplice. Prima di tutto si esamina a fondo il prodotto o il servizio da propagandare per capire quale dev'essere il profilo sociologico e psicologico degli agenti che potrebbero apprezzarlo. Poi si esplora la banca dati alla ricerca degli agenti che più si avvicinano a questa tipologia, cui viene offerto l'incarico di partecipare alla campagna con una descrizione dettagliata del prodotto, per farsi un'idea. Chi accetta l'incarico riceve un campione del prodotto da propagandare e un manualetto in cui si descrivono le strategie più adatte a diffondere il messaggio. A ogni "impollinazione", l'agente manda un resoconto alla centrale descrivendo la situazione e l'impatto della sua attività promozionale. Ne riceve un feedback con ulteriori suggerimenti. E così avanti per tutto il periodo prefissato. L'effetto è stupefacente. La campagna organizzata da BzzAgent per Rock Bottom Restaurants, famosa catena di ristoranti e pub "Vecchio West" sparsi in 15 Stati del Midwest, ha fatto balzare le vendite di 1,2 milioni di dollari in un trimestre con l'impegno di un migliaio di agenti. Agli "impollinatori" sono state regalate delle carte fedeltà di Rock Bottom, che erano invitati ad estrarre "per sbaglio" quando pagavano al supermercato o ai grandi magazzini, attaccando così discorso con commesse e clienti per magnificare le specialità culinarie dei ristoranti da propagandare. Anche chiedere al tassista, al portiere dell'albergo o alla cassiera del bar dov'è il Rock Bottom più vicino può funzionare benissimo per iniziare una conversazione sul tema. Oppure buttare là un commento positivo su Rock Bottom tutte le volte che si viene coinvolti in uno scambio di opinioni sul cibo. In queste occasioni, gli agenti venivano consigliati di articolare il più possibile il loro discorso, menzionando anche specifiche pietanze o marche di birra. Una campagna di questo tipo (12 settimane con mille agenti) costa circa 85.000 dollari, esclusi i campioni del prodotto (in questo caso le carte fedeltà). Gli effetti della campagna sono stati descritti in uno studio della Harvard Business School: nel corso dei tre mesi c'è stato un aumento del 76% sulle vendite, precedentemente piatte da tre trimestri, e un aumento del 55% sulle vendite di carte fedeltà, con oltre diecimila nuovi clienti stabili acquisiti. Risultati analoghi sono stati conseguiti in altre campagne per Estée Lauder, Penguin Putnam e per i jeans Lee. Dei mille agenti coinvolti nella campagna Rock Bottom, il 40% si è dichiarato intenzionato a continuare l'opera di propaganda anche dopo la fine dell'incarico, per pura e semplice simpatia nei confronti dei ristoranti. E' proprio l'impegno sincero del network di Balter a farne uno strumento particolarmente attraente per le aziende. "Abbiamo reso il sistema sufficientemente complesso da scoraggiare la gente che vuole soltanto intascare gratuitamente qualche campione promozionale", spiega Balter. Chi partecipa lo fa soprattutto per passione, per curiosità, per sapere in anticipo che cosa si muove su un certo mercato. E anche perché ormai essere un agente di Balter va di moda, soprattutto fra i giovani. C'è chi se lo scrive sul biglietto da visita, in particolare se ha un numero basso di adesione, come Derek Archambault, agente numero 36, un architetto di Providence (Rhode Island) appassionato di musica, che ha partecipato a una campagna per propagandare un nuovo CD. L'esperienza è interessante anche per i professionisti del marketing: Steve Cook, vice presidente di Coca-Cola con delega sul marketing strategico, è stato una delle prime reclute di Balter e sta considerando l'opportunità di usare il network per generare un po' di brusio a favore del gigante delle bollicine. Fra i seguaci di Balter, insomma, non ci sono solo ragazzini in cerca di esperienze cool: il 65% degli aderenti ha più di 25 anni, il 60% sono donne e ci sono anche due amministratori delegati di multinazionali americane, che preferiscono non essere citati. Non a caso il network di Balter è stato anche usato da una major dell'entertainment per testare un nuovo videogame, che poi è stato modificato seguendo i consigli degli agenti coinvolti. Veicolo di marketing, strumento di ricerca, società di consulenza: in soli due anni BzzAgent si è fatto una bella fama. Cha abbia mandato in giro i suoi evangelisti a diffondere il verbo?

Etichette:


Attenti alle api impollinatrici del marchio

Quando alla festa di compleanno un ospite trascorre la serata decantando le doti dell'ultimo modello Bmw o del nuovo telefonino Nokia, rizzate le orecchie. Che sia un agente pubblicitario sotto mentite spoglie? Un'ape indaffarata a impollinare i vostri amici? Che sia arrivato anche in Italia l'ultimo grido del marketing? Il passaparola, tanto decantato dai guru del marketing virale ma poco praticato dalle agenzie tradizionali, sta diventando un business. Si chiama BzzAgent la società di Boston che si è specializzata in questa difficile missione: propagandare un prodotto attraverso i consigli confidenziali dell'amico, del cugino, del vicino di casa. E con una rete di 25mila agenti (che si allarga al ritmo di 50 nuovi agenti al giorno) le sue campagne pubblicitarie stanno già diventando una leggenda a soli due anni dalla fondazione. Il "padre" di BzzAgent (e suo amministratore delegato) è Dave Balter, un pioniere del marketing diretto che prima di mettersi in proprio ha organizzato campagne di fidelizzazione per varie multinazionali americane. Con BzzAgent, Balter si è prefisso di imbrigliare il passaparola, per farne uno strumento disciplinato e strategico da mettere al servizio delle aziende. "Il mio obiettivo - spiega Balter - è trovare un modo per catturare il passaparola, trasformando un gruppo di consumatori appassionati in evangelisti dei prodotti in cui credono". Non più pubblicità per i consumatori, ma con i consumatori. Influenzare le scelte del pubblico con campagne massificate, del resto, diventa sempre più difficile e costoso. Secondo uno studio di Jupiter Research il numero di messaggi in competizione per attirare l'attenzione dei consumatori è quintuplicato negli ultimi dieci anni. Per di più, l'avvento della tv via cavo e via satellite ha ridotto il numero di persone raggiunte da un annuncio audiovisivo, raddoppiandone il costo. E' qui che s'inserisce Balter con la sua organizzazione. Il sistema usato da BzzAgent è molto semplice. Prima di tutto si esamina a fondo il prodotto o il servizio da propagandare per capire quale dev'essere il profilo sociologico e psicologico degli agenti che potrebbero apprezzarlo. Poi si esplora la banca dati alla ricerca degli agenti che più si avvicinano a questa tipologia, cui viene offerto l'incarico di partecipare alla campagna con una descrizione dettagliata del prodotto, per farsi un'idea. Chi accetta l'incarico riceve un campione del prodotto da propagandare e un manualetto in cui si descrivono le strategie più adatte a diffondere il messaggio. A ogni "impollinazione", l'agente manda un resoconto alla centrale descrivendo la situazione e l'impatto della sua attività promozionale. Ne riceve un feedback con ulteriori suggerimenti. E così avanti per tutto il periodo prefissato. L'effetto è stupefacente. La campagna organizzata da BzzAgent per Rock Bottom Restaurants, famosa catena di ristoranti e pub "Vecchio West" sparsi in 15 Stati del Midwest, ha fatto balzare le vendite di 1,2 milioni di dollari in un trimestre con l'impegno di un migliaio di agenti. Agli "impollinatori" sono state regalate delle carte fedeltà di Rock Bottom, che erano invitati ad estrarre "per sbaglio" quando pagavano al supermercato o ai grandi magazzini, attaccando così discorso con commesse e clienti per magnificare le specialità culinarie dei ristoranti da propagandare. Anche chiedere al tassista, al portiere dell'albergo o alla cassiera del bar dov'è il Rock Bottom più vicino può funzionare benissimo per iniziare una conversazione sul tema. Oppure buttare là un commento positivo su Rock Bottom tutte le volte che si viene coinvolti in uno scambio di opinioni sul cibo. In queste occasioni, gli agenti venivano consigliati di articolare il più possibile il loro discorso, menzionando anche specifiche pietanze o marche di birra. Una campagna di questo tipo (12 settimane con mille agenti) costa circa 85.000 dollari, esclusi i campioni del prodotto (in questo caso le carte fedeltà). Gli effetti della campagna sono stati descritti in uno studio della Harvard Business School: nel corso dei tre mesi c'è stato un aumento del 76% sulle vendite, precedentemente piatte da tre trimestri, e un aumento del 55% sulle vendite di carte fedeltà, con oltre diecimila nuovi clienti stabili acquisiti. Risultati analoghi sono stati conseguiti in altre campagne per Estée Lauder, Penguin Putnam e per i jeans Lee. Dei mille agenti coinvolti nella campagna Rock Bottom, il 40% si è dichiarato intenzionato a continuare l'opera di propaganda anche dopo la fine dell'incarico, per pura e semplice simpatia nei confronti dei ristoranti. E' proprio l'impegno sincero del network di Balter a farne uno strumento particolarmente attraente per le aziende. "Abbiamo reso il sistema sufficientemente complesso da scoraggiare la gente che vuole soltanto intascare gratuitamente qualche campione promozionale", spiega Balter. Chi partecipa lo fa soprattutto per passione, per curiosità, per sapere in anticipo che cosa si muove su un certo mercato. E anche perché ormai essere un agente di Balter va di moda, soprattutto fra i giovani. C'è chi se lo scrive sul biglietto da visita, in particolare se ha un numero basso di adesione, come Derek Archambault, agente numero 36, un architetto di Providence (Rhode Island) appassionato di musica, che ha partecipato a una campagna per propagandare un nuovo CD. L'esperienza è interessante anche per i professionisti del marketing: Steve Cook, vice presidente di Coca-Cola con delega sul marketing strategico, è stato una delle prime reclute di Balter e sta considerando l'opportunità di usare il network per generare un po' di brusio a favore del gigante delle bollicine. Fra i seguaci di Balter, insomma, non ci sono solo ragazzini in cerca di esperienze cool: il 65% degli aderenti ha più di 25 anni, il 60% sono donne e ci sono anche due amministratori delegati di multinazionali americane, che preferiscono non essere citati. Non a caso il network di Balter è stato anche usato da una major dell'entertainment per testare un nuovo videogame, che poi è stato modificato seguendo i consigli degli agenti coinvolti. Veicolo di marketing, strumento di ricerca, società di consulenza: in soli due anni BzzAgent si è fatto una bella fama. Cha abbia mandato in giro i suoi evangelisti a diffondere il verbo?

26 maggio 2004

Basta con la ricerca in ordine sparso

Basta con la ricerca in ordine sparso. Bisogna far convergere le risorse sui temi d'eccellenza, confrontarsi con il panorama internazionale, individuare i settori in cui si può correre più degli altri. Ora le linee guida per riformare il Consiglio nazionale delle ricerche ci sono. I quattro comitati, in cui Adriano De Maio ha riunito i migliori cervelli d'Italia, hanno lavorato giorno e notte per mesi. Il serbatorio di conoscenze avanzate più capiente d'Italia, con dentro oltre quattromila ricercatori e 2.600 tecnici, è stato passato al settaccio per individuare i settori di eccellenza e le teste migliori. La chiamano "anagrafe strategica" del Cnr: "Ma quella che abbiamo scritto in questi mesi è solo l'introduzione a un libro di mille pagine. Ora bisogna vedere se ci saranno la volontà e le risorse per scrivere il resto, per mettere in pratica il nostro piano di rilancio", spiega il fondatore del Cefriel Maurizio Decina, uno degli esperti che hanno contribuito alla stesura della piattaforma Ict. Insieme alle altre tre piattaforme, dedicate alle Scienze della vita, alle Scienze della materia e alla Progettazione molecolare, si è lavorato per mettere su un binario unitario un carrozzone pieno di meraviglie, che finora vagava a briglia sciolta senza una direzione chiara. I risultati di questo lavoro verranno presentati la settimana prossima da De Maio, che si appresta ad abbandonare il posto di comando del Cnr, dov'è stato commissario per un anno. Il testimone passa nelle mani del fisico Fabio Pistella, membro fresco di nomina dell'Autorità per l'energia e vice-commissario al Cnr, designato a sorpresa presidente con un mese di anticipo sulla scadenza del mandato di De Maio. "L'importante è che tutto il lavoro fatto in questi mesi non resti solo sulla carta", si augura Enrico Drioli, uno dei massimi esperti mondiali di tecnologia delle membrane e direttore dell'omonimo istituto del Cnr, che ha animato la piattaforma sulla Progettazione molecolare. "L'operazione avviata da De Maio - spiega Drioli, che ha coinvolto nel suo lavoro di setaccio un migliaio di ricercatori - ha messo in moto per la prima volta tutto il Cnr, nello sforzo di capire che cosa facciamo e dove stiamo andando. I problemi che abbiamo riscontrato sono molti: la frammentazione delle competenze in 107 istituti diversi che viaggiano slegati, la mancanza di multidisciplinarietà, l'età troppo elevata dei ricercatori, la mancanza di competizione interna e di riconoscimento delle professionalità, la carenza di riscontri e di valutazioni, la concentrazione del personale amministrativo là dove non serve, la burocrazia eccessiva. Ma non si può prescindere dalla questione dei finanziamenti: con un budget da 680 milioni non si va da nessuna parte. Per fare un lavoro serio bisognerebbe almeno recuperare quel 30-40% che ci è stato tolto negli ultimi anni. Per adeguarsi ai livelli degli altri Paesi ci vorrebbe un raddoppio". "Se crediamo di poter essere bravi soltanto sull'orizzonte italiano, siamo destinati a morte certa", mette il dito sulla piaga Gian Nicola Babini, direttore dell'Istituto di scienza e tecnologia dei materiali ceramici di Faenza, uno dei fiori all'occhiello del Cnr. Babini si riconosce nella struttura dei sette progetti abbozzati dalle linee guida di De Maio: terra e ambiente, salute, energia, alimentare, valorizzazione del patrimonio culturale, manufacturing, identità culturale. Buoni punti di aggregazione per concentrare le forze, ma al momento dell'allocazione delle risorse sarà necessario tener conto del mercato. "Bisogna valutare il sistema produttivo italiano nel quadro europeo e mondiale. Solo partendo dal mercato mondiale si possono operare delle scelte in una prospettiva dinamica", insiste Babini. Di casa nel distretto delle piastrelle, Babini ha ben presente la rapida avanzata della Cina e delle altre potenze asiatiche sul fronte delle alte tecnologie. E capisce che il tempo stringe. L'anno scorso la Cina ha speso 60 miliardi di dollari per la ricerca. L'Italia, che pure ha un Pil superiore, non è andata oltre i 10 miliardi. Non a caso la quota italiana del commercio mondiale nei beni ad alta tecnologia si è ridotta ormai al lumicino: siamo all'1,64%. Fra la trentina di Paesi dell'Ocse, solo Polonia, Grecia e Turchia stanno peggio. "La quota di brevetti depositati dall’Italia presso l'ufficio europeo di Monaco è solo il 3,5% contro il 6,9% della Francia e il 19,6% della Germania. D’altro canto l’Italia è tra i maggiori acquirenti di brevetti stranieri", spiega il presidente dell'Istituto di promozione industriale Riccardo Gallo. In questi numeri ci sono tutti i limiti della ricerca italiana, compresa quella fatta al Cnr. "E' mancata l'attenzione dello Stato, ma anche del Paese reale, nei confronti della ricerca scientifica", fa notare Luciano Caglioti, ordinario di Chimica alla Sapienza, consulente del Cnr e coordinatore del Comitato per il trasferimento tecnologico dell'Ipi. "Le carenze che troviamo oggi nel Cnr sono le stesse che affliggono l'università, dove negli ultimi cinquant'anni sono stati scoraggiati in tutti i modi i rapporti dei professori con il mercato", precisa Caglioti. Ci vuole uno sforzo ciclopico e collettivo per invertire una tendenza così radicata. Ammesso che basti.

24 maggio 2004

Jim Rogers

Jim Rogers è l’uomo dei record: due volte nel Guinness dei primati per aver fatto il giro del mondo in moto e in fuoristrada, ha fondato Quantum insieme a George Soros nel ’73 mettendo poi a segno con la sua gestione un rendimento del 4.000 per cento fino alla fine degli anni Settanta (nello stesso periodo l’S&P 500 era cresciuto meno del 50%). Dopo quell’esperienza Rogers ha abbandonato gli investimenti di corto respiro per dedicarsi ad altre storie, con prospettive di maggiore ampiezza. Ad esempio le materie prime, su cui ha lanciato un indice e poi, nel ’98, un fondo di cui è appena partita la versione denominata in euro (Diapason Rogers Commodity Index Fund). Segno che il naso è sempre quello di una volta, visto il boom vissuto dalle materie prime negli ultimi anni: dal ’98 a oggi, il fondo è cresciuto del 156%.
Cinicamente, viene da pensare che dopo una performance del genere, il futuro potrebbe riservare qualche delusione a chi investe oggi in questo campo…
“A mio avviso le materie prime sono ancora il migliore investimento per molti anni a venire. Nel lungo periodo di crisi degli anni Ottanta e Novanta, nessuno ha investito in nuova capacità di produzione. Così l’offerta è caduta mentre la domanda continuava a progredire. Le riserve si sono esaurite. Questo significa che il Toro è destinato a regnare sulle commodities ancora per molti anni, fino a riequilibrare la domanda con l’offerta. In generale i cicli delle materie prime durano una ventina d’anni: cinque anni in questo campo è un lasso di tempo molto breve”.
Quindi lei non è molto ottimista su una ripresa stabile dell’economia e dei mercati…
“La ripresa economica è reale negli Stati Uniti e in gran parte del mondo, perché i banchieri americani, giapponesi e cinesi emettono un’enorme montagna di denaro. Ma dopo le elezioni di novembre sospetto che negli Usa ci sarà un rallentamento nel 2005 e 2006 perché gli americani non possono continuare a emettere tutto questo denaro senza danneggiare il dollaro. Detto questo, ci sono Paesi che anche a lungo termine andranno molto bene: il Canada, l’Australia, la Nuova Zelanda, la Cina, l’Indonesia, il Brasile…
E l’Europa?
“In Europa avete un problema demografico molto serio e dei costi sociali schiaccianti. Questo costituisce un appesantimento persistente dell’economia europea. Penso che sia meglio mettere i propri soldi nelle economie legate alle risorse naturali e con una popolazione giovane”.
E i mercati azionari, perché sono così ondivaghi in questo periodo?
“In generale non ho una buona opinione dei mercati azionari, perché le azioni sono molto care nel mondo intero. Ci avviamo verso un periodo simile a quello tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Ottanta. A mio avviso i mercati stanno entrando in uno di quei periodi di fluttuazione che non vanno a parare da nessuna parte. E’ stupido comprare delle azioni che hanno già superato un valore di venti volte gli utili e pensare di diventare ricchi così. Non è mai accaduto nella storia”.
Eppure c’è un vasto consenso fra gli analisti sul fatto che Wall Street continuerà ad avanzare fino alle elezioni…
“Non ragiono mai in termini così ravvicinati. Certo è che il 2005 e il 2006 saranno due brutte annate per gli Stati Uniti. E già quest’anno Wall Street rischia di chiudere sotto i valori attuali. Secondo me la gente comincerà a vendere prima delle elezioni”.
Lei in che cosa investe?
“La maggior parte dei miei investimenti sono nei Paesi che beneficeranno del boom delle materie prime, ad esempio in Cina. Credo molto nella progressiva emancipazione delle donne asiatiche e quindi sono favorevole alle imprese che ne beneficeranno, come i produttori di pillole contraccettive o di cosmetici. In Europa, sono interessanti le banche di piccole dimensioni e il comparto della difesa, in previsione di un processo di consolidamento nei due settori. Ma in generale sui mercati azionari sono un venditore, non un compratore. Sul mercato americano sto vendendo le azioni delle grandi banche e delle imprese legate al boom immobiliare, come Fannie Mae (ha il bilancio più indebitato d’America). Quella immobiliare è una bolla destinata a scoppiare presto”.
Non teme un rallentamento dell’economia cinese?
“Anche se l’economia cinese dovesse subire una battuta d’arresto, sul lungo termine è una scommessa sicura”.
Ma sul lungo termine, come diceva Keynes, saremo tutti morti. Bisognerà pur vendere a un certo punto per monetizzare l’investimento…
“Vendere? Non sono un bravo trader. Probabilmente sono il peggiore trader che si sia mai visto sul mercato. Se fosse per me, terrei sempre tutto all’infinito. Prima di tutto se non si vende non si è costretti a pagarci sopra le tasse. E poi per decidere di vendere bisogna seguire gli investimenti passo passo. Io invece cerco delle belle storie con prospettive di lunghissimo termine, le compro e poi non ci penso più. Prendiamo il Botswana: è un Paese che ho comprato a mani basse nell’81 e non ho mai più venduto. Certo se venisse eletto un cattivo governo o le risorse naturali si esaurissero bisognerebbe vendere. Ma finora non è successo”.
Così ha più tempo per girare il mondo…
“Già. Comodo no?”

17 maggio 2004

Prezzi alti, una mazzata per le aziende

I consumi corrono, le centrali non decollano, domanda e offerta di energia sono sempre più distanti. Per di più, a differenza degli altri Paesi europei, oltre due terzi dell' elettricità italiana viene prodotta da idrocarburi, che seguono le quotazioni del petrolio. E il greggio ormai buca il soffitto. C' è poco da stupirsi, dunque, se il prezzo dei chilovattora in Italia viaggia su valori quasi doppi rispetto alla media europea e la bolletta scoppia. «Nel primo mese di vita, sulla piattaforma dell' Ipex sono stati scambiati ben 7,4 teravattora (sui 25 complessivi del mercato italiano), per un controvalore di 408 milioni di euro», spiega Sergio Agosta, amministratore delegato del Gme (il Gestore del mercato elettrico, che gestisce la Borsa). Il prezzo medio ponderato in base ai volumi scambiati è stato di 51,83 euro al MWh, che evidenzia una divaricazione del 14% rispetto al prezzo di generazione (Pgn) preso a riferimento dall' Autorità per definire le attuali tariffe del mercato vincolato. Il confronto lascia il tempo che trova, naturalmente, perché non ha senso paragonare un prezzo regolamentato con quello emerso dall' incrocio tra domanda e offerta sul libero mercato; tuttavia a fine giugno l' Autorità di Alessandro Ortis dovrà pur tener conto del divario per stabilire quanto incideranno i rincari della materia prima sulle bollette degli italiani. «Va ricordato - risponde Ortis - che gli aggiornamenti tariffari restano trimestrali, e quindi si tratterà sempre di medie che per loro natura appiattiscono le punte. Inoltre, per proteggere i consumatori vincolati dalla volatilità dei prezzi, l' Acquirente Unico acquista fuori Borsa più della metà dell' energia che gli serve. Ad aprile si è rifornito anche attraverso contratti bilaterali diretti con i produttori (27% del fabbisogno), attraverso gli approvvigionamenti di energia Cip6 (11%), l' import (13%) e gli acquisti in Borsa a prezzo garantito (10%, contratti differenziali). Quindi, per aprile, meno del 40% degli acquisti risente del prezzo di Borsa». Fatti i conti, la ricaduta potrebbe essere del 2-2,5% secondo le stime di Energy Advisors, una delle prime società di consulenza nel settore. Sulle imprese che si possono approvvigionare al mercato libero, invece, le ricadute sono già evidenti. «L' effetto Borsa sta causando rincari del 5-10%», spiega Carlo Tortato, presidente del consorzio veneto Unindustria Multiutilities, che l' anno scorso ha intermediato 836 mila MWh per 230 siti produttivi. I contratti bilaterali stipulati dalle piccole e medie aziende del consorzio infatti prevedono uno sconto fisso rispetto al prezzo di riferimento. «Se sale il prezzo di riferimento, alla fine aumenta anche il nostro», puntualizza Tortato. Sommando all' effetto Borsa le ricadute delle nuove fasce orarie decise in marzo dall' Autorità, contro cui Unindustria ha presentato un ricorso al Tar insieme ad altri 12 consorzi, si arriva a un rincaro medio annuale del 10-15%. «Ma non basta: a questo vanno aggiunte le nuove componenti tariffarie, gli oneri di capacità e di perdite, che ci costeranno un altro 5%», conclude Tortato, stimando sul 15-20% l' aumento complessivo della bolletta energetica cui dovranno far fronte le imprese italiane nel corso di quest' anno. «E sono stime prudenziali - precisa Tortato -, perché tengono conto solo dei rincari di aprile, un mese tradizionalmente molto tranquillo per i prezzi dell' energia, con i riscaldamenti al minimo, i condizionatori spenti e i bacini idroelettrici pieni». Secondo le stime del Grtn (il gestore della rete), da quest' anno l' Italia entrerà nel novero dei Paesi ricchi dove il fabbisogno estivo di energia supera il fabbisogno invernale: contro un picco invernale di 55.500 MW, il picco estivo potrebbe raggiungere i 55.800 MW. Giugno e luglio saranno i due mesi a rischio blackout e presenteranno la sfida più ardua anche per le quotazioni di Borsa, che in presenza di forti carenze rischiano d' impennarsi. L' anno scorso i due picchi erano già quasi equivalenti: 53.400 MW d' inverno contro 53.100 d' estate. Ma basta andare indietro di pochi anni per constatare la differenza: nel 2000 il picco invernale si era attestato sui 49.713 MW, mentre il picco estivo si era fermato a 47.383. I consumi di energia degli italiani, quindi, sono a una svolta. Non così la produzione. A fronte del fabbisogno previsto per quest' anno, sarà difficile superare l' estate senza distacchi di corrente, perché la potenza disponibile del sistema elettrico italiano per ora non supera i 50 mila MW (a fronte di una potenza installata di oltre 76 mila MW) e l' import è stato ridotto a 5 mila MW. Il divario fra potenza installata e potenza disponibile è una grande debolezza del sistema, dovuta alla variabilità delle fonti idroelettriche e alle inefficienze causate dal caldo nelle centrali termoelettriche o sulle linee ad alta tensione. L' altra è l' estrema lentezza con cui procede l' incremento della capacità produttiva. «Nonostante piccoli passi avanti, non abbiamo ancora superato le resistenze opposte da più parti alla costruzione di nuove centrali», ammette Giovanni Dell' Elce, sottosegretario alle Attività produttive e promotore di un Osservatorio per sveltire le procedure. «Decine di progetti sono bloccati dai veti locali, da complessità burocratiche o dalle incertezze normative che frenano gli investitori finanziari», rincara Dell' Elce, che punta sulla riforma delle politiche energetiche messa in campo dal ministro Marzano, in attesa del via libera parlamentare. «La prossima settimana vogliamo riportare il decreto al Senato e siamo decisi a porre la fiducia se incontrerà altre resistenze», ammonisce Dell' Elce. Dei 12.600 MW di produzione autorizzati dal ministero, in effetti, ben pochi sono stati realizzati e per quest' estate saranno disponibili al massimo un paio di migliaia di megawatt in più rispetto all' anno scorso.

10 maggio 2004

Pier Luigi Celli

Anima, identità, esperienza, narrazione. Le parole chiave che usa Pier Luigi Celli nel suo ultimo libro sarebbero adatte a descrivere un organismo vivente più che un' azienda. Celli, responsabile dell' identità aziendale del gruppo Unicredit, è stato direttore generale della Rai e ha costruito la squadra di alcuni grandi gruppi italiani, uno per tutti Omnitel. E questo bagaglio si vede: in Impresa e classi dirigenti (editore Baldini Castoldi Dalai, pagg. 144, 13 euro), sembra quasi di sentir parlare John Browne, l' amministratore delegato di Bp e il pioniere della cosiddetta adaptive enterprise. Immaginare l' interazione dei dipendenti di un' azienda come un complesso gioco di cellule all' interno di un organismo, del resto, è una metafora molto attraente, tipica delle teorie manageriali postfordiste, che hanno mandato in soffitta la concezione piramidale dell' impresa come macchina manovrata dall' amministratore delegato per utilizzare l' esasperata connettività introdotta con lo sviluppo di Internet: reti piatte ed estese i cui nodi sono perennemente in collegamento, anche quando si trovano a migliaia di chilometri di distanza. Ma non è da tutti il dono di saper insufflare la vita nella propria azienda, rendendola capace di trasformarsi con abilità camaleontica a seconda delle esigenze del mercato, pur senza smarrire la propria identità. Celli mette in luce questi limiti. Limiti ormai endemici nella grande industria italiana, che perde un pezzo dopo l' altro senza apparenti prospettive di resurrezione. Limiti imputati principalmente a una classe dirigente «egoista e senza anima, abile a semplificare e a controllare». Troppo poco in un mondo globalizzato in cui lo spessore degli individui si misura ormai su un' arena sempre più vasta e dove le competenze tecniche non bastano a dominare il presente e a scrutare il futuro. Alla tavola imbandita da Celli siede chiaramente un convitato di pietra, anche se non viene mai chiamato per nome: è Silvio Berlusconi, il sottinteso modello negativo di leader che recita la vita «come un teatrino, uno studio televisivo dalle pareti di cartongesso», a cui gran parte del libro s' ispira e si rivolge. La maledizione di una classe dirigente arrogante, ma al tempo stesso volatile e insicura, è secondo Celli alla base della decadenza che ha colpito l' Italia su tutti i fronti, sia su quello aziendale che su quello politico, diventati ormai intercomunicanti. «Nessuna élite degna di questo nome è mai nata nel deserto culturale in cui il confronto, il dibattito, la messa in discussione di idee, di punti di vista o di scelte di vita (in una parola: di valori), fossero considerati un inciampo per un pragmatico affermarsi degli interessi individuali o di gruppo, come scelta di fondo». Al fallimento e alla rinuncia della grande impresa s' intreccia così l' indebolimento della politica alta, producendo la legittimazione incrociata tra sistemi deboli. E siamo al «deserto narrativo» in cui, «inariditi gli antichi racconti che avevano celebrato il successo di uomini e imprese spesso memorabili (Olivetti, Pirelli, Fiat, Eni, Iri ), c' è dato solo di constatare la mancanza di nuovi filoni di racconto, di nuovi casi emblematici a cui poter attaccare nuovo slancio e nuova vitalità imprenditoriale». Resta il mito delle piccole e medie imprese, come serbatoio di ricchezza del Paese e sua assicurazione sul futuro. «Il piccolo - risponde Celli - ha fatto più della sua parte, ma il respiro, in difetto di strutture di supporto, di reti di connessione, di servizi rapidi ed efficienti, di istituzioni che non sanno uscire da una cronica irriformabilità, non può che restare corto». E allora? Allora non basta turare le falle, farsi il lifting. «Bisogna rovesciare il modello: dare per scontato che ciò che è piccolo e vitale può continuare anche a crescere, ma è alla politica vera che bisogna tornare se si vuole offrire un ancoraggio serio a quanti cercano un orientamento e una prospettiva». La politica «vera» come grimaldello per riproporre quella mediazione fra locale e globale fallita dalla grande industria: per riavviare un dibattito alto, ma soprattutto per tirare su nuovi «produttori di luoghi». Il vero leader, per Celli, è chi riempie di senso uno spazio e un tempo che prima non c' erano o non erano riconoscibili. Solo con gente così, che non ha bisogno di teatrini, si può rianimare un organismo ormai sull' orlo del collasso.

9 maggio 2004

Burton Malkiel

Chi gioca a fare il prossimo Warren Buffett, non vada a chiedere consigli a Burton Malkiel, docente di Economia a Princeton e grande fautore dei fondi indicizzati. In una delle sue molte frasi celebri, Malkiel ha sostenuto che uno scimpanzé bendato potrebbe selezionare un portafoglio tirando freccette sulle pagine finanziarie di un quotidiano molto meglio di un qualsiasi esperto. E che il segreto di un buon investimento, soprattutto in periodi di rendimenti modesti come questo, sta nel contenimento dei costi, non nella scelta dei titoli.
Ma se il mercato ha sempre ragione, come lei teorizza, allora come si spiegano le bolle? E come si fa a batterle?
“Bella domanda. Ammetto che il mercato non ha sempre ragione, ma sul lungo periodo non vedo nessuno che sia stato capace di trovare i titoli giusti per batterlo, nemmeno gli hedge funds. I gestori che sono riusciti a battere il mercato nel ’98-’99 poi sono andati lunghi distesi nel 2000-2002 e viceversa. Dalle mie ricerche emerge chiaramente che chi fa bene in un periodo non è mai lo stesso che fa bene nel periodo successivo: i migliori fondi degli anni Sessanta sono andati male nei Settanta e i più bravi degli Ottanta erano allo sbando nei Novanta. Perciò il mio consiglio resta sempre uguale: piuttosto che cercare un ago nel pagliaio, comperate il pagliaio”.
Un consiglio interessato da parte di uno che sta nel consiglio d’amministrazione del gruppo Vanguard, uno dei più noti fondi indicizzati del mondo?
“Guardi, io ho cominciato a dire che bisognava comperare il pagliaio nel ’73, quando i fondi indicizzati non esistevano nemmeno, con la prima edizione del mio libro A Random Walk Down Wall Street. Semmai sono loro che hanno preso spunto da me, non viceversa”.
E da trent’anni ripete sempre lo stesso consiglio?
“In un certo senso sì, anche se ho continuato modificare il libro, che l’anno scorso è arrivato all’ottava edizione, perché gli strumenti cambiano e gli investitori hanno bisogno di indicazioni concrete”.
Con un milione di copie vendute, ormai avrebbero dovuto capirla. Eppure oggi esistono più fondi comuni a gestione attiva che titoli a Wall Street…
“Già, sembra incredibile. E nell’ultima edizione del mio libro mi sono divertito a esaminare dettagliatamente i loro rendimenti e a paragonarli con quelli dei fondi indicizzati. Il risultato non lascia spazio ad alcun dubbio. Nell’ultimo decennio, ad esempio, il Vanguard Total Stock Market Index Fund, che rappresenta il più fedelmente possibile il mercato americano, ha battuto del 41% il fondo Magellan di Fidelity, uno dei più noti fondi a gestione attiva. Per di più ha imposto commissioni molto più basse. E in una prospettiva di rendimenti modesti come quella in cui ci troviamo, ridurre i costi diventa essenziale”.
Secondo lei si va verso rendimenti molto più modesti dell’ultimo decennio?
“Sì. Dall’82 al 2000, gli investitori hanno goduto di rendimenti medi annuali del 18%. Se calcoliamo il rendimento medio dal ’26 ad oggi, si va sul 10% abbondante. Da oggi in poi, secondo me, non supereremo l’8%. Sempre il doppio dei buoni del Tesoro, comunque…”
Come si arriva a questa previsione?
“Molto semplice. Si tratta di una formula ben collaudata, che somma il tasso di rendimento del mercato (oggi un 2% scarso) e il tasso di crescita degli utili aziendali sul lungo periodo, che si avvicina al 6%. Mettendoli assieme si ottiene un 8% scarso ed è quello che gli investitori intascheranno secondo me, in media, nel prossimo decennio. Facendo lo stesso calcolo dal ’26 ad oggi, da qualunque momento si parta il risultato si avvicina moltissimo al rendimento effettivo ottenuto dagli investitori”.
Gli investitori che scommetteranno sul mercato…
“Chiaro”.
Ma nel suo libero lei non esclude completamente l’idea di puntare su qualche singolo titolo…
“Cosa vuole, dire a un investitore che deve assolutamente evitare di scommetere su singoli titoli è come dire a un bambino che Babbo Natale non esiste”.
Quali sono i suoi consigli per non fare troppi guai?
“Le regole fondamentali sono quattro: comprare solo azioni di aziende in grado di sostenere una crescita media al di sopra della media, tipo Microsoft o Pfizer; non comprare mai titoli che presentino un rapporto prezzo/utili molto superiore alla media, che oggi si aggira sul 20; scegliere aziende con una bella storia da raccontare, su cui gli investitori potrebbero costruire qualche castello in aria; cambiare pochissimo. Anche qui, sono convinto che per avere rendimenti alti bisogna avere spese basse”.
Lei in cosa investe?
“Il grosso è in fondi indicizzati, anche per l’obbligazionario (uso il Lehman Aggregate Bond Index Fund). Ma mi piace puntare su qualche singolo titolo. Altrimenti mi annoio”.

5 maggio 2004

Kilowatt salato? Per qualcuno è una manna

"In Italia il prezzo dell'energia è alto e resterà alto ancora per molti anni". Una iattura per i consumatori finali, ma Gianni Locatelli sorride soddisfatto a questa constatazione. Dopo una vita passata ai vertici del Sole 24 Ore, della Rai, dell'Istituto Tumori (e anche del movimento Libertà e Giustizia), oggi Locatelli punta a un futuro con la scossa come presidente della consociata italiana del gruppo Trafigura, uno dei primi trader mondiali di materie prime, sbarcata a Milano per cogliere le occasioni offerte dalla liberalizzazione del mercato dell'energia. E approfittare dei suoi prezzi stratosferici. "Ai prezzi alti - argomenta Locatelli - in Italia non c'è scampo: prima di soddisfare appieno la domanda, in forte crescita, ci vorranno molti anni, perché nessuno ha interesse a investire pesantemente nella generazione finché il mercato resterà così dominato dall'Enel e perché le autorizzazioni a nuove linee d'interconnessione con l'estero arrivano con il contagocce. Il petrolio resterà molto caro e il dollaro è destinato a salire. Così continueremo a produrre energia costosa, perché da noi manca il nucleare e in parte anche il carbone". Trafigura - società olandese specializzata nel trading di idrocarburi con un giro d'affari da 12 miliardi di dollari, una centrale operativa a Lucerna e uffici in tutto il mondo - vede nel mercato italiano una piazza molto appetitosa, poiché da noi l'energia si fa soprattutto con il petrolio e il gas. Ma lo considera soprattutto un buon trampolino per allargare ai chilovattora l'esperienza maturata nelle altre commodities. Trafigura Italia - con un giro d'affari di 165 milioni nel 2003 - compra e vende all'ingrosso anche sul mercato francese e tedesco. Importa energia in Italia da tutti i Paesi confinanti: "L'energia che ha rimesso in moto la centrale di Brindisi bloccata dal blackout - spiega Locatelli - l'abbiamo importata noi dalla Grecia". Riesce persino ad esportarla, una contraddizione in termini vista la carenza sul mercato domestico: "Dopo il blackout, quando il Grtn ridusse il carico delle importazioni dalla Svizzera - ricorda Locatelli - noi utilizzammo la linea per portare in Svizzera 250 MW di energia italiana". Vende all'ingrosso alle municipalizzate e ai grandi distributori. Al dettaglio a oltre 400 clienti idonei. E rappresenta una delle poche società indipendenti, non legate a grandi compagnie elettriche, produttori o distributori, che opererà sulla Borsa italiana dell'energia dalla fine di quest'anno. "Ma non vogliamo soltanto vendere e comprare energia come stiamo facendo adesso - precisa l'amministratore delegato Vincenzo Vadacca, ingegnere nucleare ex Ansaldo - perché nelle condizioni attuali i margini più interessanti si ottengono sulla generazione più che sul trading puro". Ecco perché Trafigura Italia ha messo mano al piccone, per costruire una piccola centrale turbogas a Gorizia in società con la municipalizzata triestina Acegas e un'altra un po' più grande a Nola, oltre a tre merchant lines d'interconnessione con la Slovenia e la Croazia. Per ora tutti i grandi investimenti successivi alla liberalizzazione si sono concentrati soprattutto sul repowering di centrali già esistenti, comperate da Enel al momento della dismissione delle tre gen.co oppure interne agli stabilimenti produttivi delle grandi industrie. Pochissimi hanno costruito centrali da zero. Trafigura lo sta facendo perché le sue centrali non saranno come tutte le altre. "La nuova struttura dei consumi elettrici, derivata dal declino del settore manifatturiero, sconsiglia la costruzione di impianti molto grandi, che sono i più lenti ad accendersi", spiega Vadacca. Piccolo è bello, per saltare agilmente di picco in picco, accendendo l'impianto quando la domanda è più forte e i prezzi volano, per spegnerlo invece nei periodi di calma. Flessibilità è la parola d'ordine in un mercato come quello italiano, l'unico in Europa dove si possa contare su picchi frequenti e costosissimi. Con appena 60 MW di potenza e una turbina d'aereo GE per partire a razzo, la centrale a gas di Gorizia (un investimento da 35 milioni) avrà un costo di generazione molto basso: 590 euro per kW contro costi oscillanti fra i 640 e gli 830 euro per le centrali dismesse da Enel. Entrerà in funzione a fine luglio. Per Nola, un investimento da 63 milioni con potenza doppia, ci vorrà più tempo: il via alla produzione è previsto per la fine dell'anno prossimo.Sulle linee d'interconnessione con Slovenia e Croazia Trafigura è ancora in attesa dell'autorizzazione da parte del Grtn, che si attende di giorno in giorno. "In questo modo - commenta Locatelli - avremo accesso a due mercati molto interessanti. Quello della Slovenia perché ha molta energia da esportare e quello della Croazia perché ha delle ottime interconnessioni con Bulgaria e Romania, grandi produttori di energia destinati a entrare ben presto nell'Unione europea". Sul fronte sloveno l'investimento da 140 milioni sarà condiviso con Terna e Acegas, mentre sul versante croato (un cavo sottomarino da altri 140 milioni) solo con Acegas e la croata Montmontaza. Bucare i confini è il sogno di tutti i trader: sul trucco di comperare a buon mercato di là per vendere a caro prezzo di qua si reggono i bilanci di diverse compagnie elettriche italiane. Peccato che i consumatori non possano fare shopping all'estero. Ancora.

3 maggio 2004

Nero, sporco e cattivo. O no?

Nero, sporco e cattivo. Fa tanto «fumo di Londra» e soffre del complesso di Kyoto. Eppure il carbone è una fonte energetica molto economica, largamente disponibile e priva di controindicazioni geopolitiche. Non a caso il suo uso è cresciuto quasi del 50% negli ultimi 25 anni, sfidando ambientalisti e luoghi comuni. In Europa il 32% dell' energia elettrica proviene dal carbone, con punte del 52% in Germania (come negli Stati Uniti), o del 40% nel Regno Unito. La Francia, che ha appena chiuso la sua ultima miniera in Lorena, fa eccezione: con un 76% di energia prodotta dal nucleare se lo può permettere. «L' Italia è l' unico Paese d' Europa che, pur non facendo ricorso al nucleare, ha una quota molto bassa di utilizzo del carbone, sul 9%», spiega Andrea Clavarino, presidente di Assocarboni e anche dell' associazione europea Euracoal. È questa anomalia, dovuta a motivi storici ma anche a pregiudizi duri a morire, una delle cause principali del caro-bolletta in Italia rispetto agli altri Paesi d' Europa. Petrolio e gas, entrambi combustibili costosi, coprono infatti il 70% del nostro fabbisogno energetico. E con la progressiva riduzione dell' olio, caro e inefficiente, la quota del metano è destinata ad aumentare: così nel 2006, mentre l' Europa continuerà a basare la propria produzione elettrica sull' accoppiata nucleare e carbone almeno al 60%, l' Italia andrà per la stessa percentuale a gas naturale, che importiamo soprattutto da Russia ed Algeria. «Al contrario del petrolio e del gas - commenta Clavarino - il carbone garantisce la sicurezza dell' approvvigionamento energetico, perché le riserve mondiali sono distribuite su oltre cento Paesi diversi, dagli Stati Uniti alla Cina, dalla Germania all' Australia, dalla Russia al Sudafrica, in concorrenza fra di loro. Non c' è il rischio di cartelli o di crisi politiche dirompenti, perché si può facilmente cambiare fornitore. Può viaggiare senza problemi perché non è esplosivo né inquinante per il suolo o per l' acqua. Se va a fondo si può addirittura recuperare senza micidiali maree oleose. E il prezzo basso unito ai minori costi di produzione lo rende veramente competitivo rispetto alle altre fonti». Secondo l' ultima rilevazione dell' Autorità per l' energia, in effetti, produrre un chilowattora di energia con il carbone costa 2,18 centesimi, con l' olio combustibile 5,51 centesimi e con il metano 6,34 centesimi. È da questo dato che l' amministratore delegato dell' Enel, Paolo Scaroni, è partito quando ha deciso di aumentare fino al 20% l' uso del carbone nella produzione di energia dell' ex monopolista. Un proposito destinato a sollevare non poche polemiche. Ma Enel, che ha sette centrali a carbone e ne sta riconvertendo un' ottava nei pressi di Civitavecchia, ha fatto i compiti a casa. «Oggi possiamo abbattere quasi completamente, con tecnologie molto sofisticate, le emissioni nocive alla salute, come l' anidride solforosa, gli ossidi di azoto e le polveri», spiega Gennaro De Michele, responsabile della ricerca Enel. Una centrale a carbone può ridurre anche del 70-80% le emissioni nocive rispetto ad una vecchia a olio. Nell' ultimo quinquennio i produttori italiani di energia hanno investito complessivamente oltre 4 miliardi di euro per l' ambientalizzazione delle centrali a carbone. «Gli inquinanti - precisa De Michele - vengono abbattuti con la combustione a stadi del carbone e con la depurazione dei fumi. Quel che non si può abbattere è l' anidride carbonica». Il carbone, quando brucia, produce quasi il doppio di anidride carbonica rispetto al metano. Il gas non è nocivo per l' uomo, ma è additato dal protocollo di Kyoto come il principale responsabile dell' effetto serra. Può essere compensato con un maggiore ricorso alle fonti rinnovabili, su cui Enel ha un piano di sviluppo da un miliardo entro il 2008. O si può cercare di sequestrarlo in depositi naturali sotterranei. Oppure si può seguire la via dell' efficienza: usando meno combustibile per gli stessi chilowattora si riducono le emissioni di CO2. L' Enel segue tutte e tre le strade. «Stiamo studiando insieme all' Istituto nazionale di vulcanologia e all' Enea - racconta De Michele - la possibilità di sequestrare l' anidride carbonica nei giacimenti petroliferi esauriti della Pianura Padana. E stiamo costruendo accanto alla centrale di Fusina (Ve), nell' Hydrogen Park di Porto Marghera, un impianto di gassificazione ad altissima efficienza per trarre l' idrogeno dal carbone». Entrerà in funzione nel giro di due anni.

26 aprile 2004

A Torino decolla l'economia all'idrogeno

L' economia all' idrogeno, tanto cara a Jeremy Rifkin, comincia a prendere forma anche in Italia. E Torino è la sua capitale. In maggio, dopo l' ultimo test fissato per venerdì prossimo, il Gruppo Torinese Trasporti metterà in circolazione il primo e unico autobus italiano all' idrogeno, che potrebbe diventare il fratello maggiore di una piccola flotta di bus puliti da utilizzare in occasione delle Olimpiadi del 2006. Poche settimane dopo, a Settimo Torinese, sarà completato il primo edificio italiano all' idrogeno: un palazzo di quattro piani dove ha sede l' Asm, la municipalizzata locale sponsor del progetto, che sarà totalmente autosufficiente e produrrà abbastanza idrogeno da alimentare anche un distributore per autoveicoli. Pianeta, la società guidata dall' ex «Mister Vitaminic» Adriano Marconetto che ha costruito questo primo impianto, conta di utilizzare il know-how acquisito per dare energia a un centro accoglienza atleti nell' ex colonia Italsider di San Sicario. Mentre all' Environment Park, il parco tecnologico della Torino verde, bollono in pentola diversi progetti per l' utilizzo dell' idrogeno nella microcogenerazione e nell' alimentazione elettrica in condizioni estreme, ad esempio sui grandi yacht della Azimut Benetti. L' ultimo nato nell' EnviPark, che ospita una sessantina di imprese con oltre 600 addetti, è HySyLab (acronimo di Hydrogen system laboratory), un centro d' eccellenza completamente dedicato all' idrogeno a cui guardano con grande interesse tutte le imprese regionali impegnate nella componentistica auto, nell' industria meccanica e nel tessile, in cerca di nuovi sbocchi per riconvertire la produzione. HySyLab, che offre alle imprese strutture e competenze molto avanzate nella filiera dell' idrogeno, è stato realizzato con un investimento iniziale di 3 milioni di euro (finanziato al 70% dai fondi strutturali europei), in collaborazione con il gruppo Sapio, specializzato nella produzione di gas industriali, con il Gruppo Torinese Trasporti e con gli enti locali, ma è un' emanazione diretta del Politecnico di Torino, dove il preside della facoltà d' Ingegneria, Francesco Profumo, anima già da anni un gruppo interdisciplinare cui partecipano una cinquantina di docenti e ricercatori attivi a vario titolo sul fronte dell' idrogeno. «Per sviluppare una tecnologia nuova come questa - spiega Profumo - c' è bisogno di fare massa, di concentrare gli sforzi e i finanziamenti, indirizzandoli poi sui tre binari paralleli della formazione, della ricerca di base e della ricerca applicata. Solo così, coinvolgendo gli enti locali e le imprese in un sistema organico, si può competere a livello internazionale». Profumo ha lanciato quest' anno un programma di dottorato sulle tecnologie dell' idrogeno finanziato dalla Regione Piemonte e il mese scorso ha firmato un accordo di collaborazione con il Berkeley Lab, il tempio californiano della ricerca in materia di energia. Ha costituito una rete regionale di laboratori in collaborazione con la grande industria, dal Centro Ricerche Fiat al Centro Ricerche Edison, passando per le Fabbricazioni Nucleari di Bosco Marengo, che produce componenti di celle a combustibile. E ha fondato HySyLab, cuore pulsante di un distretto in via di formazione. Non sorprende che da questo sistema sapientemente ramificato comincino a maturare i primi frutti. Il bus a idrogeno, che nasce da una collaborazione fra Irisbus-Iveco, Sapio, Ansaldo, Enea e Compagnie Valdotaine des Eaux sotto la direzione del Gruppo Torinese Trasporti, entrerà fin dal primo giorno in concorrenza con una flotta di trenta bus appena messa in circolazione da DaimlerChrysler in altrettante capitali europee, da Londra a Lisbona, da Madrid a Stoccolma. «Naturalmente non si tratta ancora di una tecnologia matura per lo sviluppo industriale - commenta Davide Gariglio, amministratore delegato del Gtt - ma bisogna scendere in campo per sviluppare soluzioni originali. Se si aspetta che maturi, si perde la gara prima di cominciare». «Senza contare tutta la ricerca, un bus come questo - precisa il responsabile del progetto, Armando Cocuccioni - costa due milioni di euro, contro i 220-240 mila euro di un normale bus diesel. Per renderlo competitivo, bisognerebbe abbassare i costi almeno al livello di un filobus, che costa 5-600 mila euro. Anche questo è un problema di quantità: è diverso ripartire i costi su dieci bus o su un milione». L' eco-bus ha un' autonomia di 200 chilometri e può viaggiare a 80 chilometri orari, emettendo solo qualche goccia d' acqua. Per Adriano Marconetto, pioniere della musica in rete con Vitaminic (di cui è ancora socio), e oggi dell' energia pulita, la strada è più in discesa: mentre l' idrogeno nell' automotive ci metterà probabilmente altri 10-15 anni per arrivare a maturazione, le applicazioni stazionarie di modeste dimensioni come la sua potrebbero diventare remunerative già nel giro di 4-5 anni. «Entro l' estate - assicura Marconetto - i 160 dipendenti di Asm lavoreranno in una sede autosufficiente, che trarrà energia dai pannelli solari in parte per utilizzarla direttamente e in parte per estrarre l' idrogeno dall' acqua con l' elettrolisi. L' idrogeno verrà usato nelle celle a combustibile per alimentare il palazzo quand' è buio o nuvoloso, ma potrà anche andare ad alimentare un distributore che stiamo costruendo sul posto». Pianeta, la società che ha sviluppato il progetto da poco più di un milione di euro, è controllata al 51% da Asm e per il resto è in mano a Marconetto ed Emilio Paolucci, docente di Economia al Politecnico di Torino.

22 aprile 2004

Hydrogen highway

Quando Arnold Schwarzenegger, nella sua campagna elettorale, ha dichiarato di voler realizzare stazioni di rifornimento per l'idrogeno ogni 20 miglia su tutte le autostrade della California, molti gli hanno dato del populista visionario. Ma si sbagliavano: la settimana scorsa Schwarzy ha inaugurato la prima di 200 stazioni già pianificate sulla "hydrogen highway" che attraversa lo Stato più popoloso dell'unione e prevede di completare il progetto entro il 2010. Nell'uso dell'idrogeno per autotrazione, gli Stati Uniti sono all'avanguardia. L'anno scorso il presidente George Bush ha proposto al Congresso uno stanziamento di 1,2 miliardi di dollari per accelerare la ricerca nel settore delle vetture alimentate ad idrogeno il segretario del Dipartimento per l'Energia Spencer Abraham Abraham ha precisato che i finanziamenti ammonteranno ad una cifra di 720 milioni di dollari nel corso dei prossimi cinque anni, finalizzati allo sviluppo delle infrastrutture necessarie per la produzione, stoccaggio e distribuzione di idrogeno da utilizzare in propulsori con tecnologia "Fuel cells" e generatori di corrente per uso civile. Ulteriori 500 milioni di dollari faranno parte di un programma quinquennale denominato "Freedom Car" annunciato nel 2002 e mirato alla realizzazione di veicoli a combustione tradizionale alimentati ad idrogeno. la notizia è rivoluzionaria: sono le carenze nella distribuzione, infatti, a porre i maggiori problemi alle case automobilistiche che stanno sperimentando questo nuovo carburante. I più avanzati nel campo dei prototipi sono i giapponesi: per inaugurare la prima stazione di servizio californiana, il governatore ha guidato una Honda, ma anche la Toyota ha prodotto diversi modelli. In Europa, la Bmw è stata la prima a impegnarsi sul fronte delle auto e la DaimlerChrysler sul fronte dei bus, anche se oggi un po' tutte le case stanno cominciando a lavorarci. Ma non sarà certo l'automotive il primo ambito in cui l'idrogeno sfonderà a livello di massa, perché le difficoltà tecniche da superare sono ancora molte e i costi proibitivi.

19 aprile 2004

Borsa o non Borsa, restiamo i più cari

Prezzi lievemente in calo per l' energia in queste prime due settimane di Borsa elettrica, ma pur sempre molto alti rispetto alle analoghe Borse estere, che in questo periodo si godono la tranquillità dei riscaldamenti al minimo, dei condizionatori ancora spenti e delle centrali idroelettriche al massimo della potenza. Mentre i prezzi medi dell' Ipex continuano a mantenersi attorno ai 50 euro al MWh, quelli del Nordpool (la principale Borsa mondiale dell' energia), della tedesca Eex, della francese Powernext, dell' olandese Apx e della spagnola Omel si aggirano attorno ai 30 euro. Non stupisce, in queste condizioni, che il prezzo finale al consumatore in Italia sia più alto che all' estero. La Borsa elettrica, partita all' inizio di aprile con oltre due anni di ritardo rispetto ai tempi previsti dal decreto Bersani che ha avviato la liberalizzazione, porta sul mercato italiano una trasparenza senza precedenti: oggi tutti possono conoscere il prezzo dell' energia per ognuna delle 24 ore del giorno successivo e le medie giornaliere sia aritmetica che ponderata in base ai volumi scambiati. Ma da qui a introdurre un vero e proprio regime di concorrenza, ce ne passa. Così tutti attendono l' Ipex, già in tensione a causa della carenza di energia ormai endemica nel nostro Paese, alla prova dei mesi estivi, quando è previsto un incremento della domanda per l' uso sempre più esteso dei condizionatori, in coincidenza con la riduzione fisiologica della potenza degli impianti. «La Borsa elettrica non può fare altro che rispecchiare un mercato bloccato dal punto di vista dell' offerta», commenta l' amministratore delegato dell' Ipex, Sergio Agosta. E non potrà certo impedire da sola altri blackout, anche se uno dei suoi obiettivi è proprio di incentivare gli investimenti in nuove centrali, fornendo uno sbocco sicuro alla futura produzione di energia. «L' avvio delle contrattazioni - fa notare Agosta - aiuterà a gestire i momenti critici della domanda, perché l' aumento dei prezzi indurrà i produttori a mettere sul mercato tutta l' energia che riescono a generare e gli utenti a contenere i consumi. Naturalmente potremo evitare con certezza di restare al buio solo quando aumenterà la capacità di generazione complessiva, probabilmente non prima del 2006-2007, quando verranno immessi nel sistema i 12 mila MW degli impianti attualmente in costruzione». Per ora Agosta si rallegra soprattutto della liquidità che l' Ipex è riuscita ad attirare: «Si temeva che non saremmo riusciti a catturare volumi importanti e invece ci ritroviamo a essere la prima Borsa europea (tranne quella spagnola che è obbligatoria), con una liquidità attorno al 32% ed è probabile che questo trend continui o si accresca, anche perché l' Acquirente Unico è stato molto incentivato con sconti a fare in Borsa i suoi acquisti per il mercato vincolato e quindi si procurerà qui quasi due terzi del suo fabbisogno». Ma i consumatori si attendevano dall' avvio della Borsa una maggior concorrenza fra i produttori e quindi un calo dei prezzi, non certo un aumento come sembra probabile. «Mentre i grandi consumatori possono almeno tutelarsi con i contratti bilaterali - si lamenta Marco Pierani di Altroconsumo - i clienti vincolati rischiano di restare imprigionati nel meccanismo e di doversi accollare tutti gli oneri del sistema». Il dito è puntato contro l' Enel, che controlla oltre metà della capacità di generazione in Italia. In condizioni di carenza di materia prima come queste, l' ex monopolista può fare il bello e il brutto tempo, senza alcuna possibilità di controbilanciare il suo potere di mercato. «L' Enel ha in mano le redini dei prezzi - spiega Antonio Urbano di Dynameeting, principale grossista indipendente attivo sul mercato italiano - anche perché possiede gli impianti strategici, quelli a olio combustibile, che sono i più flessibili ma anche i più costosi e quindi vengono utilizzati solo in caso di necessità, spingendo in alto le quotazioni». In altri termini, Borsa o non Borsa, nelle condizioni attuali il prezzo dell' energia in Italia lo fa l' Enel. È l' ex monopolista che decide quanto chiedere per mettere a disposizione la sua preziosa materia prima. Ed è impensabile che la società guidata da Paolo Scaroni e controllata dal Tesoro riduca i suoi margini solo per far piacere ai consumatori italiani. Per instaurare un regime più favorevole alla concorrenza ci sono solo due strade: una rapida crescita della potenza produttiva dei rivali - da Edison a Endesa, da Atel a E.On passando per la varie municipalizzate - oppure un' ulteriore ondata di dismissioni dopo quella delle prime tre Genco, già proposta a suo tempo dall' Antitrust e bocciata dal Tar del Lazio.

11 aprile 2004

Responsabilità sociale addio

Responsabilità sociale addio. Dopo anni di buonismo rampante, di utili accompagnati dal senso di colpa, di performance sempre e solo etica, torna di moda il capitalismo brutale delle origini. Lo risvegliano dalla tomba due guru del Boston Consulting Group, George Stalk e Rob Lachenauer, che stanno per pubblicare un libro sull’argomento e ne anticipano i temi su Harvard Business Review. “Chi vince negli affari gioca duro e non si scusa per questo”, sostengono nel loro saggio, che è un’autentica sberla controcorrente. E portano una serie di esempi per ricordare a tutti che non c’è nulla di male nel concetto di gareggiare per vincere, ammesso che si giochi pulito. Stalk e Lachenauer mettono subito in chiaro che parlare di lotta senza esclusione di colpi non significa guardare con occhio benevolo alle società corrotte: “Enron e WorldCom potrebbero sembrare concorrenti che hanno giocato duro, ma in realtà usavano tattiche tipiche di chi non prende la competizione veramente sul serio, come la manipolazione (legale o illegale) dei risultati, per farli sembrare migliori. Chi gioca duro non imbroglia”. Ma chi sarebbero queste aziende che giocano duro? E quali tattiche usano? Si tratta di macchine da guerra come Wal-Mart, Toyota o Southwest che perseguono con grande determinazione la posizione dominante e tutti i vantaggi che ne derivano, dalla quota più consistente ai margini più ampi, passando per i benefici intangibili derivanti dal controllo di un mercato. Questo tipo di giocatori “individuano i propri obiettivi, vanno in cerca dello scontro, impongono il ritmo, saggiano i limiti del possibile”. Le aziende meno competitive, invece, possono dare buoni risultati ma non sono fortemente determinate a vincere. “Non accettano il fatto che talvolta bisogna ferire i propri rivali e anche rischiare di farsi male per ottenere quello che si vuole”. Invece di correre in una direzione precisa, si guardano in giro e fischiettano. Giocano per giocare. E anche se non finiscono tra i veri perdenti, non sono certamente destinate a vincere. Stalk e Lachenauer accusano la scienza del management di aver inquinato aziende e imprenditori con il pensiero debole, che trasuda da ogni produzione accademica in materia: “La preferenza per una costellazione di argomenti deboli come la cultura aziendale, la gestione della conoscenza, la gestione del talento, la necessità di coccolare i dipendenti e la clientela, ha incoraggiato quest’approccio ‘soft’ al business”. E ammoniscono gli imprenditori: “Non date da leggere questa roba ai vostri dipendenti e non mandateli a sentire i discorsi di questa gente”. Nomi e cognomi non se ne fanno, ma la provocazione è fin troppo chiara. E’ guerra senza quartiere contro il buonismo dominante. Tutta la loro ammirazione, invece, va alle tecniche con cui i giocatori forti perseguono il proprio vantaggio. “Molte aziende parlano di vantaggio competitivo, ma poche sono in grado di descrivere con precisione il proprio e ancor meno di quantificarlo”. Chi gioca duro è in grado. Wal-Mart, ad esempio, è principalmente un gigante della logistica che ha vinto la sua battaglia sui prezzi usando una serie di grandi autoporti dove la merce in arrivo dai fornitori passa direttamente sui camion in uscita verso i supermercati. Per spingere al massimo l’efficienza di questi autoporti, Wal-Mart esercita una pressione fortissima sui fornitori, imponendo una serie di condizioni capestro che mettono molte aziende in difficoltà. E chi non ci sta viene eliminato senza complimenti: com’è successo a Rubbermaid nel ’96, un’azienda da due miliardi di fatturato, definita da Fortune una delle società più ammirate degli Stati Uniti, che ha denunciato queste pratiche ed è rimasta tagliata fuori dalla catena. Due anni dopo era sull’orlo della bancarotta (nel ’99 è stata acquisita da Newell). La durezza con cui Wal-Mart stringe i bulloni della sua macchina logistica portano i prezzi sempre più in basso e le sopracciglia dei suoi critici sempre più in alto. In una recente copertina, BusinessWeek si chiedeva: “Wal-Mart è troppo potente?” Stalk e Lachenauer, ovviamente, rispondono di no. Toyota è un altro caso di pensiero forte che i due guru additano ad esempio. L’estremo vantaggio competitivo conferitole dal suo ammiratissimo sistema di produzione la pone completamente fuori dalla portata dei suoi rivali. “Spesso chi gioca duro si basa su un sistema produttivo inespugnabile, su un rapporto privilegiato con un cliente o con un fornitore irraggiungibile per i rivali, su talenti come un’estrema velocità di sviluppo dei prodotti o una conoscenza della clientela impossibile da replicare”. I concorrenti tendono a protestare, considerando questo vantaggio ingiusto, non perché sia stato conseguito illegalmente, ma perché non riuesciranno mai a eguagliarlo. Toyota è così convinta di questo che ha perfino invitato i rivali a visitare i suoi stabilimenti. “Studiateci quanto volete”, ha offerto. E in effetti le tre sorelle di Detroit non sono mai riuscite a imitarla, malgrado i ripetuti tentativi. Nel frattempo la casa giapponese continua a stringere i bulloni. E i risultati sono spettacolari: la quota di mercato mondiale di Toyota, che l’anno scorso ha scavalcato Ford, è cresciuta dal 5% nell’80 al 10% di oggi (ogni punto vale dieci miliardi di fatturato). Già nel 2010, secondo le previsioni, dovrebbe arrivare al 15%. Commento di BusinessWeek: “Come fermare Toyota?” Il terzo caso, quello di Southwest Airlines, è costruito sull’attacco indiretto. La filosofia di Herb Kelleher, copiata poi in Europa dal fondatore di RyanAir, Michael O’Leary, è di aggirare la posizione dominante stabilita dalle compagnie principali nei grandi hub concentrandosi sui piccoli aeroporti collocati in posizioni strategiche. La sua strategia mise le grandi compagnie di fronte a un dilemma: lasciarlo crescere o affrontarlo sul suo stesso terreno? Ma quando United provò a lanciare un servizio in competizione con Southwest in California, Kelleher tirò fuori le unghie, mobilitando i suoi dipendenti con una lettera intitolata “Inizio delle ostilità” in cui si ammoniva che l’attacco di United metteva in gioco “le nostre azioni, i nostri stipendi, la sicurezza dei nostri posti di lavoro e le nostre possibilità di espansione”. Negli aeroporti più esposti, i dipendenti di Southwest cominciarono ad andare a lavorare in tuta mimetica. E l’attacco di United abortì. Anche Continental Lite si è schiantata subito. E Southwest è l’unica compagnia aerea ameriana che ha continuato a crescere anche dopo l’11 settembre.

8 aprile 2004

La carica dei vecchietti

Quando un attore come Jack Nicholson mostra il sedere a 66 anni e Diane Keaton, la sua compagna nel film “Tutto può succedere”, si lascia andare a un nudo frontale all’alba dei 57, possiamo star certi che un fenomeno di costume si sta consolidando. In questo caso la regista Nancy Meyers (54 anni) ha centrato in pieno l’ultima tendenza di mercato: agganciare i pensionandi e pensionati, il segmento di popolazione più in crescita in tutto il mondo industrializzato. Non a caso il film, pieno di emergenze cardiovascolari, battute sulla menopausa e sesso a base di Viagra, ha sbancato il botteghino mettendo assieme la cifra record di 17 milioni di dollari nella prima settimana in sala, battendo rivali come “L’ultimo samurai” o “Master and Commander”. Meyers segnala che qualcosa sta cambiando nel giovanilismo a tutti i costi della società occidentale e che i vecchietti meritano più attenzione di quella che ricevono. In fondo gli ultrasessantenni sono responsabili del 40% di tutti i consumi americani, ma rappresentano il target di meno del 10% di tutti gli annunci pubblicitari. E un prodotto diretto agli ultracinquantenni aumenterà le proprie vendite dal 35 al 50% nei prossimi vent’anni solo mantenendo ferma la propria quota di mercato. Perché? Due fenomeni, la denatalità e l’allungamento della vita media, contribuiscono a fare degli ultrasessantenni il gruppo che cresce più rapidamente al mondo: erano 200 milioni nel ‘50, 600 milioni nel 2000 e nei prossimi cinquant’anni triplicheranno ancora. Un boom che non ha precedenti nella storia umana. Per migliaia di anni, infatti, l’aspettativa di vita è rimasta più o meno costante: alla fine dell’Ottocento non superava i quarant’anni ma in poco più di un secolo è raddoppiata. Nel mondo industrializzato l’età media di morte nel ’50 era di 68 anni, oggi supera gli ottanta. In questa parte del mondo oggi gli ultrasessantenni rappresentano un quinto, ma già nel 2050 saranno un terzo della popolazione complessiva. Il problema è che gli ultra-cinquantenni e sessantenni non sono un target facile per gli uffici marketing. E’ ampiamente dimostrato, infatti, che i gusti della gente tendono a consolidarsi entro i 35 anni e poi cambiano in misura quasi impercettibile. Che senso ha dunque cercare di ammaliare una fetta - seppure crescente - di popolazione che di norma si dà per persa? E’ questa la domanda che si è posto Simon Silvester, uno stratega di Young & Rubicam, nel suo studio “You’re Getting Old – Europe’s Demographic Problem Is Your Marketing Problem”. Secondo Silvester le imprese non tendono ad indirizzare le proprie campagne promozionali ai giovani per colpa di inveterati pregiudizi contro gli anziani, ma semplicemente perché solo i giovani sono aperti al cambiamento e quindi disposti ad adottare nuove abitudini e prodotti diversi da quelli che acquistavano prima. Basta esaminare la collezione di dischi di chiunque abbia superato la quarantina – nota lo studio di Young & Rubicam - per farsi un’idea del suo approccio alla vita: è probabile che da un certo punto in poi sia piena di compilation di canzoni vecchie e non includa gli artisti più recenti. Nello stesso modo sarà difficile far cambiare la marca del dentifricio a un cinquantenne o a un sessantenne il suo whisky preferito. Difficile ma non impossibile, controbatte nel suo libro “The New Old: Why the Baby Boomers Won’t be Pensioned off” la ricercatrice Julia Huber di Demos, un think tank londinese specializzato negli incroci fra la demografia e il mercato. Huber spiega come gli ultrasessantenni di oggi non possano essere paragonati con i vecchietti di una volta. Si tratta di una categoria piena di Mick Jagger, Bob Dylan o Bill Clinton, che probabilmente hanno molta più voglia di fare e di cambiare di qualsiasi ventenne medio. Si tratta di persone nate per la maggior parte durante il picco demografico dell’immediato dopoguerra che si avviano alla pensione consapevoli di essere destinati a vivere più a lungo dei propri genitori e decisi a trascorrere i prossimi anni in forma e in letizia. “Sono persone molto più combattive – precisa Huber - che hanno fatto il ’68 e a cui spesso è rimasta la rivoluzione nel sangue. E’ gente nata e cresciuta nella società dei consumi, che non ha nessuna intenzione di rinunciarvi. Basarsi sull’approccio agli acquisti delle passate generazioni di pensionati per capire che cosa farà questa generazione negli anni della pensione è fondamentalmente sbagliato”. “E’ sbagliato pensare che sia impossibile rivolgersi a questa fascia d’età”, conferma Giuseppe Cogliolo di McCann-Erickson. “Si tratta di un gruppo molto attivo, che vuole ancora stupire e venire a sapere le cose prima degli altri, solo che le imprese sono molto tradizionaliste e oppongono un’enorme resistenza. Quando abbiamo iniziato a lavorarci su in Italia un paio di anni fa, tutti ci hanno presi per matti. Ora qualcuno a poco a poco si sta svegliando”. Il vero test verrà quando questa generazione comincerà ad andare in pensione. Alcune imprese stanno cominciando a mettere a punto le proprie strategie, ma siamo ancora talmente all’inizio che i risultati sono impossibili da quantificare. L’inatteso successo di “operazioni nostalgia” come la riedizione del Maggiolino Volkswagen o della Mini da parte della Bmw potrebbero essere segnali in questa direzione. Le attenzioni rivolte a un maggiore comfort nella Ferrari Enzo, cui sono state apportate alcune lievi modifiche proprio per rendere più facile l’accesso all’abitacolo anche agli sportivi con un inizio d’artrite, sono un altro segnale (l’età media di chi acquista una Ferrari ormai si avvicina ai cinquanta). Il dilagare della chirurgia estetica rientra in questo quadro. E anche le incursioni di Saga Holidays, un operatore turistico britannico specializzato in questa fascia d’età, verso proposte più avventurose, come un viaggio in kayak sui torrenti canadesi o un trekking nella giungla del Borneo. Il proprietario di Saga, Roger de Haan, che ha costruito la sua fortuna sui vecchietti, ha appena annunciato la sua intenzione di ritirarsi, quotando la società in Borsa. Si stima che in questo modo intascherà quasi due miliardi di euro. Abbastanza per fare rafting fino a novant’anni.

5 aprile 2004

Binari liberalizzati, arrivano gli stranieri

La liberalizzazione corre sui binari. O meglio arranca. A sei anni dal decreto legislativo che gettava le basi della deregulation anche sulle tratte dei pendolari oltre che sulle merci, finalmente le Regioni si muovono, tutte fuori tempo massimo (il termine ultimo era il 31 dicembre 2003). Così, nel giro di un paio d' anni i pendolari del Veneto, della Liguria e della Lombardia potrebbero andare al lavoro su treni privati, diversi da Trenitalia. Ma le barriere d' ingresso sono ancora altissime, tanto che il gruppo guidato da Giancarlo Cimoli non fa una grinza: non mette in conto di perdere più del 5% del traffico in questo modo, com' è successo nei servizi cargo, dove solo il 3% del mercato per ora è in mano ai privati (cosa che non impedisce alle Ferrovie di contare perdite operative pari a quasi un terzo del fatturato). Il timore di finire come Alitalia non sfiora l' ex monopolista, che si avvia ad affrontare con animo sereno la liberalizzazione totale del traffico merci, fissata da Bruxelles al 1° gennaio 2007, e delle tratte internazionali a partire dal 2010. «Un atteggiamento comprensibile - spiega Marco Andreassi, consulente di A.T. Kearney specializzato nelle reti - ma forse ottimista, poiché è noto che in sede di gara l' incumbent tende a perdere». Il Veneto è il primo a scendere in campo, mettendo in palio il 75% del servizio regionale, in un blocco unico, con una base d' asta di oltre 420 milioni di euro per sei anni: un impegno ciclopico per chi risulterà vincitore. Anche la Liguria ha scelto il lotto unico, per motivi geografici, con una base di 590 milioni per nove anni. La Lombardia, invece, opta per una strada più liberista, cominciando la deregulation con tre piccole direttrici. «La griglia dei requisiti richiesti nel bando del Veneto - spiega Marco Piuri, direttore generale del gruppo Ferrovie Nord Milano - è tale che nemmeno noi, seconda impresa ferroviaria italiana, saremmo in grado di soddisfarli da soli. Per far funzionare quel servizio ci vorranno almeno 100 treni. Tanto per fare un paragone, noi ne abbiamo 100 in tutto». In pratica, Venezia ha messo all' asta un bene indicando implicitamente anche il compratore, se ci si limita al mercato italiano. Così per partecipare Fnm ha dovuto allearsi con Citypendeln, controllata svedese del colosso francese Keolis. Sulla Liguria ha messo gli occhi anche l' altra grande francese, Connex, partecipata da Vivendi, oltre all' inglese Arriva: domani, alla scadenza del bando di presentazione, sapremo se ce l' hanno fatta. Deutsche Bahn, già attiva in Italia sul fronte cargo attraverso la controllata Railion, ha cercato a lungo un alleato italiano per partecipare alla gara in Veneto e continuerà a cercarlo per le prossime aste. In Lombardia la situazione è più distesa: «Abbiamo scelto - spiega l' assessore alle Infrastrutture Massimo Corsaro - di non mettere in gara l' intero servizio ferroviario in un lotto unico, ma di far svolgere le gare progressivamente a partire da tre lotti sperimentali. In assenza di competizione, infatti, è difficile pensare che le gare possano produrre gli effetti attesi dai cittadini lombardi». Effetti che dovrebbero comprendere il miglioramento del servizio e magari il contenimento dei prezzi. Il grosso scoglio è il materiale rotabile. Con la recente sentenza dell' Antitrust, che ha escluso la possibilità di mettere il materiale di Trenitalia a disposizione dei concorrenti, chi vuole mettersi in affari sui binari italiani deve presentarsi con i suoi treni. Impresa non facile, visto i costi e il fatto che per costruirne uno ci vogliono almeno 24 mesi dall' ordine. Per non penalizzare troppo i concorrenti di Trenitalia, l' Autorità ha consigliato alle Regioni di fissare l' inizio del servizio tenendo conto del tempo necessario a procurarsi i convogli, cioè due anni. Ma già nei primi bandi la Liguria non ha rispettato il limite. «Altro sarebbe se l' Italia avesse scelto la strada britannica, dove il monopolista è stato smontato in 20 società operative e il materiale rotabile affidato alle Rosco (Rolling stock company), che lo danno in leasing ai vincitori delle gare», precisa Marco Ponti, docente di economia dei trasporti al Politecnico di Milano. L' esempio britannico fa scuola, malgrado la cattiva fama. «Cattiva fama immeritata - insiste Ponti - visto che le ferrovie britanniche sono oggi le più efficienti sulla piazza e non meno sicure di altre. Anche negli anni più neri il numero di morti britannici sui binari è sempre stato inferiore ai tedeschi». «È proprio la strada tedesca - fa notare Piuri - che l' Antitrust ha scelto di seguire in Italia. Da loro le gare si fanno lasciando sempre 24 mesi di tempo per consentire al vincitore di procurarsi il materiale». Ma è un approccio che funziona nei lotti contenuti. Quando si tratta di mettere in campo 100 convogli, come in Veneto, il discorso cambia. E solo i giganti europei possono affrontarlo. «Non che le grandi compagnie estere possano utilizzare direttamente in Italia i propri convogli: le reti ferroviarie nazionali sono state pensate volutamente come sistemi chiusi, anche per motivi di sicurezza, e le differenze fra una rete e l' altra impediscono di usare sulle tratte regionali treni costruiti per un altro Paese», spiega Piuri. Ma una società come Keolis (al 49% di Paribas e 43% di Sncf), che opera in nove Paesi su 1.500 chilometri di binari, ha la potenza finanziaria per sostenere un investimento di questa portata, soprattutto se spinta dall' incentivo di mettere piede per prima in un mercato che si sta aprendo. In altre parole, come fa notare brutalmente Ponti, «qui si tratta di andare in dumping e finanziare le ferrovie del Veneto» per piantare una bandierina in Italia. La calata degli stranieri in queste condizioni è inevitabile.

2 aprile 2004

Paul Samuelson

Preoccupazione per la fragilità della ripresa e per i deficit gemelli in crescita negli Stati Uniti, esortazione a una maggiore flessibilità nella politica monetaria europea, incoraggiamento alla nuova politica di aumento della produttività delineata negli scorsi giorni dal primo ministro italiano. A quasi novant'anni, il premio Nobel Paul Samuelson non perde una battuta. E nemmeno la voglia di scherzare.
Allora è vero che gli italiani lavorano poco?
"Mica solo gli italiani. La media di partecipazione al lavoro degli europei nella fascia d'età 55-64 anni non arriva al 40%, mentre negli Usa supera il 60%. Da noi il 12% degli ultrasettantenni lavora ancora. Io stesso, quando sono a Boston, vado quasi tutti i giorni al Mit, mentre in Europa credo che l'unico ultrasettantenne ancora in ufficio sia Chirac".
Quindi sarebbe una buona idea aumentare il tasso di partecipazione al mercato del lavoro…
"Più che una buona idea mi sembra una necessità impellente. Altrimenti i servizi sociali offerti dall'Europa ai suoi cittadini ben presto non saranno più sostenibili. Con i moderni sviluppi della scienza medica, ormai la vita umana si è talmente allungata che i lavoratori non sono più in grado di mantenere i pensionati a non far niente per trent'anni. Considerando poi le dinamiche demografiche disastrose che stanno rapidamente decimando la popolazione giovane europea, non c'è dubbio che l'età del pensionamento vada alzata, e di molto".
E che cosa ne pensa della proposta di sopprimere delle festività?
"Anche questo è un aspetto importante: la quantità di giorni lavorati incide sul prodotto e in Italia (ma anche in Europa continentale) il numero dei giorni lavorati è veramente troppo ridotto rispetto alle medie americane. Qui però bisogna stare attenti a non confondere l'aumento della produzione con l'aumento della produttività. In prospettiva, stimolare l'aumento della produttività è molto più importante, anche se si tratta di un'operazione più complicata rispetto al semplice taglio di due giorni festivi".
Che cosa consiglia?
"I metodi sono sempre gli stessi: maggiore mobilità e flessibilità nel mercato del lavoro, apertura all'innovazione, capacità di sviluppare una manodopera molto qualificata. Solo così si può battere la concorrenza dei Paesi emergenti e mantenere i posti di lavoro in Occidente. Bisogna dare una forte spinta alla ricerca e soprattutto stimolare uno scambio continuo fra il mondo accademico e quello produttivo. Per fare questo, è essenziale costruire un sistema dove i più brillanti fanno più strada, quindi gestire università e aziende su criteri meritocratici, non ingessati dalla burocrazia. Il Mit, dove ho insegnato per più di quarant'anni, è un buon esempio di questa interazione".
E la riduzione delle tasse?
"E' certamente utile stimolare gli investimenti con dei tagli fiscali, ma in un contesto come quello italiano, dove l'indebitamento pubblico supera il Pil, bisogna stare attenti".
Eppure gli Stati Uniti hanno usato questa forma di stimolo a piene mani, con buoni risultati…
"Dipende da che cosa s'intende per buoni risultati. E' vero che l'economia ha ripreso a girare, sostenuta dai consumi privati e negli ultimi mesi anche dagli investimenti delle imprese. Con una crescita del Pil all'8,2% nel terzo trimestre 2003 e al 4,2% nel quarto, non ci possiamo lamentare. Ma la mia sensazione è che questa ripresa resti ancora molto fragile. Anomala. Il ritmo lentissimo della creazione di nuovi posti di lavoro non corrisponde ai cicli normali. In un contesto normale, con un aumento del Pil di questa portata, la crescita dell'occupazione dovrebbe superare il 2% rispetto all'inizio del periodo recessivo, invece restiamo sotto del 3%. E se il mercato del lavoro non si rimette in moto, prima o poi i prodotti cominceranno a restare sugli scaffali".
Ma l'esportazione prospera con la debolezza del dollaro…
"E' vero. Malgrado ciò, il disavanzo commerciale resta altissimo e insieme al deficit di bilancio ha raggiunto dimensioni senza precedenti. Non a caso anche nei mercati finanziari si sta diffondendo una certa prudenza. E se la ripresa americana dovesse inciampare, l'Europa non sarebbe certo in grado di darle una mano per tirarsi su".
Che cosa manca alla congiuntura europea?
"Una politica monetaria. La Banca centrale europea mette insieme interessi troppo disparati per riuscire a seguire una linea coerente. Questo problema di fondo, che con il progressivo allargamento dell'area euro tenderà ad aggravarsi nel tempo, paralizza completamente la sua azione. In queste condizioni, l'Europa può solo andare al traino degli Stati Uniti, mai dare un suo contributo originale. Ma attenzione, se per una volta gli Stati Uniti avessero bisogno di aiuto, chi ci sarà a sostenerli?"