9 giugno 2004
Mercato elettrico: big bang o big flop?
7 giugno 2004
James Lovelock
6 giugno 2004
La "tassa pubblicitaria" alle tv è giustificata?
30 maggio 2004
Attenti alle api impollinatrici del marchio
Quando alla festa di compleanno un ospite trascorre la serata decantando le doti dell'ultimo modello Bmw o del nuovo telefonino Nokia, rizzate le orecchie. Che sia un agente pubblicitario sotto mentite spoglie? Un'ape indaffarata a impollinare i vostri amici? Che sia arrivato anche in Italia l'ultimo grido del marketing? Il passaparola, tanto decantato dai guru del marketing virale ma poco praticato dalle agenzie tradizionali, sta diventando un business. Si chiama BzzAgent la società di Boston che si è specializzata in questa difficile missione: propagandare un prodotto attraverso i consigli confidenziali dell'amico, del cugino, del vicino di casa. E con una rete di 25mila agenti (che si allarga al ritmo di 50 nuovi agenti al giorno) le sue campagne pubblicitarie stanno già diventando una leggenda a soli due anni dalla fondazione. Il "padre" di BzzAgent (e suo amministratore delegato) è Dave Balter, un pioniere del marketing diretto che prima di mettersi in proprio ha organizzato campagne di fidelizzazione per varie multinazionali americane. Con BzzAgent, Balter si è prefisso di imbrigliare il passaparola, per farne uno strumento disciplinato e strategico da mettere al servizio delle aziende. "Il mio obiettivo - spiega Balter - è trovare un modo per catturare il passaparola, trasformando un gruppo di consumatori appassionati in evangelisti dei prodotti in cui credono". Non più pubblicità per i consumatori, ma con i consumatori. Influenzare le scelte del pubblico con campagne massificate, del resto, diventa sempre più difficile e costoso. Secondo uno studio di Jupiter Research il numero di messaggi in competizione per attirare l'attenzione dei consumatori è quintuplicato negli ultimi dieci anni. Per di più, l'avvento della tv via cavo e via satellite ha ridotto il numero di persone raggiunte da un annuncio audiovisivo, raddoppiandone il costo. E' qui che s'inserisce Balter con la sua organizzazione. Il sistema usato da BzzAgent è molto semplice. Prima di tutto si esamina a fondo il prodotto o il servizio da propagandare per capire quale dev'essere il profilo sociologico e psicologico degli agenti che potrebbero apprezzarlo. Poi si esplora la banca dati alla ricerca degli agenti che più si avvicinano a questa tipologia, cui viene offerto l'incarico di partecipare alla campagna con una descrizione dettagliata del prodotto, per farsi un'idea. Chi accetta l'incarico riceve un campione del prodotto da propagandare e un manualetto in cui si descrivono le strategie più adatte a diffondere il messaggio. A ogni "impollinazione", l'agente manda un resoconto alla centrale descrivendo la situazione e l'impatto della sua attività promozionale. Ne riceve un feedback con ulteriori suggerimenti. E così avanti per tutto il periodo prefissato. L'effetto è stupefacente. La campagna organizzata da BzzAgent per Rock Bottom Restaurants, famosa catena di ristoranti e pub "Vecchio West" sparsi in 15 Stati del Midwest, ha fatto balzare le vendite di 1,2 milioni di dollari in un trimestre con l'impegno di un migliaio di agenti. Agli "impollinatori" sono state regalate delle carte fedeltà di Rock Bottom, che erano invitati ad estrarre "per sbaglio" quando pagavano al supermercato o ai grandi magazzini, attaccando così discorso con commesse e clienti per magnificare le specialità culinarie dei ristoranti da propagandare. Anche chiedere al tassista, al portiere dell'albergo o alla cassiera del bar dov'è il Rock Bottom più vicino può funzionare benissimo per iniziare una conversazione sul tema. Oppure buttare là un commento positivo su Rock Bottom tutte le volte che si viene coinvolti in uno scambio di opinioni sul cibo. In queste occasioni, gli agenti venivano consigliati di articolare il più possibile il loro discorso, menzionando anche specifiche pietanze o marche di birra. Una campagna di questo tipo (12 settimane con mille agenti) costa circa 85.000 dollari, esclusi i campioni del prodotto (in questo caso le carte fedeltà). Gli effetti della campagna sono stati descritti in uno studio della Harvard Business School: nel corso dei tre mesi c'è stato un aumento del 76% sulle vendite, precedentemente piatte da tre trimestri, e un aumento del 55% sulle vendite di carte fedeltà, con oltre diecimila nuovi clienti stabili acquisiti. Risultati analoghi sono stati conseguiti in altre campagne per Estée Lauder, Penguin Putnam e per i jeans Lee. Dei mille agenti coinvolti nella campagna Rock Bottom, il 40% si è dichiarato intenzionato a continuare l'opera di propaganda anche dopo la fine dell'incarico, per pura e semplice simpatia nei confronti dei ristoranti. E' proprio l'impegno sincero del network di Balter a farne uno strumento particolarmente attraente per le aziende. "Abbiamo reso il sistema sufficientemente complesso da scoraggiare la gente che vuole soltanto intascare gratuitamente qualche campione promozionale", spiega Balter. Chi partecipa lo fa soprattutto per passione, per curiosità, per sapere in anticipo che cosa si muove su un certo mercato. E anche perché ormai essere un agente di Balter va di moda, soprattutto fra i giovani. C'è chi se lo scrive sul biglietto da visita, in particolare se ha un numero basso di adesione, come Derek Archambault, agente numero 36, un architetto di Providence (Rhode Island) appassionato di musica, che ha partecipato a una campagna per propagandare un nuovo CD. L'esperienza è interessante anche per i professionisti del marketing: Steve Cook, vice presidente di Coca-Cola con delega sul marketing strategico, è stato una delle prime reclute di Balter e sta considerando l'opportunità di usare il network per generare un po' di brusio a favore del gigante delle bollicine. Fra i seguaci di Balter, insomma, non ci sono solo ragazzini in cerca di esperienze cool: il 65% degli aderenti ha più di 25 anni, il 60% sono donne e ci sono anche due amministratori delegati di multinazionali americane, che preferiscono non essere citati. Non a caso il network di Balter è stato anche usato da una major dell'entertainment per testare un nuovo videogame, che poi è stato modificato seguendo i consigli degli agenti coinvolti. Veicolo di marketing, strumento di ricerca, società di consulenza: in soli due anni BzzAgent si è fatto una bella fama. Cha abbia mandato in giro i suoi evangelisti a diffondere il verbo?
Etichette: management
Attenti alle api impollinatrici del marchio
26 maggio 2004
Basta con la ricerca in ordine sparso
24 maggio 2004
Jim Rogers
Cinicamente, viene da pensare che dopo una performance del genere, il futuro potrebbe riservare qualche delusione a chi investe oggi in questo campo… “A mio avviso le materie prime sono ancora il migliore investimento per molti anni a venire. Nel lungo periodo di crisi degli anni Ottanta e Novanta, nessuno ha investito in nuova capacità di produzione. Così l’offerta è caduta mentre la domanda continuava a progredire. Le riserve si sono esaurite. Questo significa che il Toro è destinato a regnare sulle commodities ancora per molti anni, fino a riequilibrare la domanda con l’offerta. In generale i cicli delle materie prime durano una ventina d’anni: cinque anni in questo campo è un lasso di tempo molto breve”.
Quindi lei non è molto ottimista su una ripresa stabile dell’economia e dei mercati… “La ripresa economica è reale negli Stati Uniti e in gran parte del mondo, perché i banchieri americani, giapponesi e cinesi emettono un’enorme montagna di denaro. Ma dopo le elezioni di novembre sospetto che negli Usa ci sarà un rallentamento nel 2005 e 2006 perché gli americani non possono continuare a emettere tutto questo denaro senza danneggiare il dollaro. Detto questo, ci sono Paesi che anche a lungo termine andranno molto bene: il Canada, l’Australia, la Nuova Zelanda, la Cina, l’Indonesia, il Brasile…
E l’Europa? “In Europa avete un problema demografico molto serio e dei costi sociali schiaccianti. Questo costituisce un appesantimento persistente dell’economia europea. Penso che sia meglio mettere i propri soldi nelle economie legate alle risorse naturali e con una popolazione giovane”.
E i mercati azionari, perché sono così ondivaghi in questo periodo? “In generale non ho una buona opinione dei mercati azionari, perché le azioni sono molto care nel mondo intero. Ci avviamo verso un periodo simile a quello tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Ottanta. A mio avviso i mercati stanno entrando in uno di quei periodi di fluttuazione che non vanno a parare da nessuna parte. E’ stupido comprare delle azioni che hanno già superato un valore di venti volte gli utili e pensare di diventare ricchi così. Non è mai accaduto nella storia”.
Eppure c’è un vasto consenso fra gli analisti sul fatto che Wall Street continuerà ad avanzare fino alle elezioni… “Non ragiono mai in termini così ravvicinati. Certo è che il 2005 e il 2006 saranno due brutte annate per gli Stati Uniti. E già quest’anno Wall Street rischia di chiudere sotto i valori attuali. Secondo me la gente comincerà a vendere prima delle elezioni”.
Lei in che cosa investe? “La maggior parte dei miei investimenti sono nei Paesi che beneficeranno del boom delle materie prime, ad esempio in Cina. Credo molto nella progressiva emancipazione delle donne asiatiche e quindi sono favorevole alle imprese che ne beneficeranno, come i produttori di pillole contraccettive o di cosmetici. In Europa, sono interessanti le banche di piccole dimensioni e il comparto della difesa, in previsione di un processo di consolidamento nei due settori. Ma in generale sui mercati azionari sono un venditore, non un compratore. Sul mercato americano sto vendendo le azioni delle grandi banche e delle imprese legate al boom immobiliare, come Fannie Mae (ha il bilancio più indebitato d’America). Quella immobiliare è una bolla destinata a scoppiare presto”.
Non teme un rallentamento dell’economia cinese? “Anche se l’economia cinese dovesse subire una battuta d’arresto, sul lungo termine è una scommessa sicura”.
Ma sul lungo termine, come diceva Keynes, saremo tutti morti. Bisognerà pur vendere a un certo punto per monetizzare l’investimento… “Vendere? Non sono un bravo trader. Probabilmente sono il peggiore trader che si sia mai visto sul mercato. Se fosse per me, terrei sempre tutto all’infinito. Prima di tutto se non si vende non si è costretti a pagarci sopra le tasse. E poi per decidere di vendere bisogna seguire gli investimenti passo passo. Io invece cerco delle belle storie con prospettive di lunghissimo termine, le compro e poi non ci penso più. Prendiamo il Botswana: è un Paese che ho comprato a mani basse nell’81 e non ho mai più venduto. Certo se venisse eletto un cattivo governo o le risorse naturali si esaurissero bisognerebbe vendere. Ma finora non è successo”.
Così ha più tempo per girare il mondo… “Già. Comodo no?”
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Prezzi alti, una mazzata per le aziende
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Pier Luigi Celli
9 maggio 2004
Burton Malkiel
Ma se il mercato ha sempre ragione, come lei teorizza, allora come si spiegano le bolle? E come si fa a batterle? “Bella domanda. Ammetto che il mercato non ha sempre ragione, ma sul lungo periodo non vedo nessuno che sia stato capace di trovare i titoli giusti per batterlo, nemmeno gli hedge funds. I gestori che sono riusciti a battere il mercato nel ’98-’99 poi sono andati lunghi distesi nel 2000-2002 e viceversa. Dalle mie ricerche emerge chiaramente che chi fa bene in un periodo non è mai lo stesso che fa bene nel periodo successivo: i migliori fondi degli anni Sessanta sono andati male nei Settanta e i più bravi degli Ottanta erano allo sbando nei Novanta. Perciò il mio consiglio resta sempre uguale: piuttosto che cercare un ago nel pagliaio, comperate il pagliaio”.
Un consiglio interessato da parte di uno che sta nel consiglio d’amministrazione del gruppo Vanguard, uno dei più noti fondi indicizzati del mondo? “Guardi, io ho cominciato a dire che bisognava comperare il pagliaio nel ’73, quando i fondi indicizzati non esistevano nemmeno, con la prima edizione del mio libro A Random Walk Down Wall Street. Semmai sono loro che hanno preso spunto da me, non viceversa”.
E da trent’anni ripete sempre lo stesso consiglio? “In un certo senso sì, anche se ho continuato modificare il libro, che l’anno scorso è arrivato all’ottava edizione, perché gli strumenti cambiano e gli investitori hanno bisogno di indicazioni concrete”.
Con un milione di copie vendute, ormai avrebbero dovuto capirla. Eppure oggi esistono più fondi comuni a gestione attiva che titoli a Wall Street… “Già, sembra incredibile. E nell’ultima edizione del mio libro mi sono divertito a esaminare dettagliatamente i loro rendimenti e a paragonarli con quelli dei fondi indicizzati. Il risultato non lascia spazio ad alcun dubbio. Nell’ultimo decennio, ad esempio, il Vanguard Total Stock Market Index Fund, che rappresenta il più fedelmente possibile il mercato americano, ha battuto del 41% il fondo Magellan di Fidelity, uno dei più noti fondi a gestione attiva. Per di più ha imposto commissioni molto più basse. E in una prospettiva di rendimenti modesti come quella in cui ci troviamo, ridurre i costi diventa essenziale”.
Secondo lei si va verso rendimenti molto più modesti dell’ultimo decennio? “Sì. Dall’82 al 2000, gli investitori hanno goduto di rendimenti medi annuali del 18%. Se calcoliamo il rendimento medio dal ’26 ad oggi, si va sul 10% abbondante. Da oggi in poi, secondo me, non supereremo l’8%. Sempre il doppio dei buoni del Tesoro, comunque…”
Come si arriva a questa previsione? “Molto semplice. Si tratta di una formula ben collaudata, che somma il tasso di rendimento del mercato (oggi un 2% scarso) e il tasso di crescita degli utili aziendali sul lungo periodo, che si avvicina al 6%. Mettendoli assieme si ottiene un 8% scarso ed è quello che gli investitori intascheranno secondo me, in media, nel prossimo decennio. Facendo lo stesso calcolo dal ’26 ad oggi, da qualunque momento si parta il risultato si avvicina moltissimo al rendimento effettivo ottenuto dagli investitori”.
Gli investitori che scommetteranno sul mercato… “Chiaro”.
Ma nel suo libero lei non esclude completamente l’idea di puntare su qualche singolo titolo… “Cosa vuole, dire a un investitore che deve assolutamente evitare di scommetere su singoli titoli è come dire a un bambino che Babbo Natale non esiste”.
Quali sono i suoi consigli per non fare troppi guai? “Le regole fondamentali sono quattro: comprare solo azioni di aziende in grado di sostenere una crescita media al di sopra della media, tipo Microsoft o Pfizer; non comprare mai titoli che presentino un rapporto prezzo/utili molto superiore alla media, che oggi si aggira sul 20; scegliere aziende con una bella storia da raccontare, su cui gli investitori potrebbero costruire qualche castello in aria; cambiare pochissimo. Anche qui, sono convinto che per avere rendimenti alti bisogna avere spese basse”.
Lei in cosa investe? “Il grosso è in fondi indicizzati, anche per l’obbligazionario (uso il Lehman Aggregate Bond Index Fund). Ma mi piace puntare su qualche singolo titolo. Altrimenti mi annoio”.
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Paul Samuelson
Allora è vero che gli italiani lavorano poco? "Mica solo gli italiani. La media di partecipazione al lavoro degli europei nella fascia d'età 55-64 anni non arriva al 40%, mentre negli Usa supera il 60%. Da noi il 12% degli ultrasettantenni lavora ancora. Io stesso, quando sono a Boston, vado quasi tutti i giorni al Mit, mentre in Europa credo che l'unico ultrasettantenne ancora in ufficio sia Chirac".
Quindi sarebbe una buona idea aumentare il tasso di partecipazione al mercato del lavoro… "Più che una buona idea mi sembra una necessità impellente. Altrimenti i servizi sociali offerti dall'Europa ai suoi cittadini ben presto non saranno più sostenibili. Con i moderni sviluppi della scienza medica, ormai la vita umana si è talmente allungata che i lavoratori non sono più in grado di mantenere i pensionati a non far niente per trent'anni. Considerando poi le dinamiche demografiche disastrose che stanno rapidamente decimando la popolazione giovane europea, non c'è dubbio che l'età del pensionamento vada alzata, e di molto".
E che cosa ne pensa della proposta di sopprimere delle festività? "Anche questo è un aspetto importante: la quantità di giorni lavorati incide sul prodotto e in Italia (ma anche in Europa continentale) il numero dei giorni lavorati è veramente troppo ridotto rispetto alle medie americane. Qui però bisogna stare attenti a non confondere l'aumento della produzione con l'aumento della produttività. In prospettiva, stimolare l'aumento della produttività è molto più importante, anche se si tratta di un'operazione più complicata rispetto al semplice taglio di due giorni festivi".
Che cosa consiglia? "I metodi sono sempre gli stessi: maggiore mobilità e flessibilità nel mercato del lavoro, apertura all'innovazione, capacità di sviluppare una manodopera molto qualificata. Solo così si può battere la concorrenza dei Paesi emergenti e mantenere i posti di lavoro in Occidente. Bisogna dare una forte spinta alla ricerca e soprattutto stimolare uno scambio continuo fra il mondo accademico e quello produttivo. Per fare questo, è essenziale costruire un sistema dove i più brillanti fanno più strada, quindi gestire università e aziende su criteri meritocratici, non ingessati dalla burocrazia. Il Mit, dove ho insegnato per più di quarant'anni, è un buon esempio di questa interazione".
E la riduzione delle tasse? "E' certamente utile stimolare gli investimenti con dei tagli fiscali, ma in un contesto come quello italiano, dove l'indebitamento pubblico supera il Pil, bisogna stare attenti".
Eppure gli Stati Uniti hanno usato questa forma di stimolo a piene mani, con buoni risultati… "Dipende da che cosa s'intende per buoni risultati. E' vero che l'economia ha ripreso a girare, sostenuta dai consumi privati e negli ultimi mesi anche dagli investimenti delle imprese. Con una crescita del Pil all'8,2% nel terzo trimestre 2003 e al 4,2% nel quarto, non ci possiamo lamentare. Ma la mia sensazione è che questa ripresa resti ancora molto fragile. Anomala. Il ritmo lentissimo della creazione di nuovi posti di lavoro non corrisponde ai cicli normali. In un contesto normale, con un aumento del Pil di questa portata, la crescita dell'occupazione dovrebbe superare il 2% rispetto all'inizio del periodo recessivo, invece restiamo sotto del 3%. E se il mercato del lavoro non si rimette in moto, prima o poi i prodotti cominceranno a restare sugli scaffali".
Ma l'esportazione prospera con la debolezza del dollaro… "E' vero. Malgrado ciò, il disavanzo commerciale resta altissimo e insieme al deficit di bilancio ha raggiunto dimensioni senza precedenti. Non a caso anche nei mercati finanziari si sta diffondendo una certa prudenza. E se la ripresa americana dovesse inciampare, l'Europa non sarebbe certo in grado di darle una mano per tirarsi su".
Che cosa manca alla congiuntura europea? "Una politica monetaria. La Banca centrale europea mette insieme interessi troppo disparati per riuscire a seguire una linea coerente. Questo problema di fondo, che con il progressivo allargamento dell'area euro tenderà ad aggravarsi nel tempo, paralizza completamente la sua azione. In queste condizioni, l'Europa può solo andare al traino degli Stati Uniti, mai dare un suo contributo originale. Ma attenzione, se per una volta gli Stati Uniti avessero bisogno di aiuto, chi ci sarà a sostenerli?"