24 gennaio 2005
E' un telefonino, ma anche un portafoglio
Con i cellulari ormai si scattano foto, si naviga in rete, si ascolta musica. Perché non usarli anche come portafoglio digitale? La tecnologia esiste, in Giappone e in Corea si fa già, ma per essere accettato in Occidente il sistema ha ancora molta strada da fare. Alcuni degli ultimi cellulari – in particolare i Sony e i Nokia, due aziende che hanno scommesso da tempo su questo business – sono già dotati di un chip che consente di trasformarli in un portafoglio digitale. Caricati a dovere, questi telefonini possono assolvere al ruolo di una carta di credito semplicemente avvicinandoli a un parchimetro, a un distributore automatico di snack o a un registratore di cassa e dando l'indicazione dell'importo da pagare. Un'abitudine ancora sconosciuta in Occidente, ma il fenomeno merita una certa attenzione: secondo Juniper Research, infatti, il commercio tramite cellulare è destinato raggiungere un giro d'affari da 88 miliardi di dollari nel 2009. Resta il fatto che il chip da inserire nel telefonino è solo un lato dell'equazione: finché i commercianti non si decideranno ad investire nei lettori capaci d'interfacciarsi con questi cellulari e la tecnologia non sarà più diffusa, i consumatori non s'imbarcheranno in quest'avventura.
I primi ad avviare un esperimento di massa sono stati i giapponesi di Ntt DoCoMo, che hanno lanciato in luglio diversi telefonini dotati del chip necessario a diventare un portafoglio digitale. Il servizio, chiamato I-Mode FeliCa, consente di registrare una certa cifra sul telefonino, che può essere poi usata per fare acquisti in diverse catene di grandi magazzini, da McDonald's o per comprare i biglietti dei treni e degli aerei di alcune compagnie. In Norvegia, la Telenor ha avviato un sistema analogo poche settimane fa.
La tecnologia utilizzata è un'estensione del sistema Rfid (Radio Frequency Identification), un metodo di trasmissione dati a distanze modeste che viene già ampiamente applicato nella logistica della grande distribuzione. Il colosso olandese Philips è l'azienda produttrice più avanzata in questa tecnologia, chiamata Near Field Communication (Nfc) e ha annunciato all'inizio di quest'anno diversi accordi con Samsung, Sony e Nokia per inserire un chip Nfc in tutti i loro nuovi modelli. Oltre al protafoglio virtuale, gli analisti elencano miriadi di altre applicazioni, dalla registrazione della carta d'imbarco per abbreviare i tempi morti negli aeroporti all'archiviazione dei dati sanitari per portarseli sempre dietro.
Ma ogni sistema di pagamento comporta una vasta rete di cooperazione fra soggetti diversi: la tecnologia Nfc richiede d'inserire un sistema di lettura specifico nei terminali dei negozi per la trasmissione dati delle carte di credito e quindi il coinvolgimento delle società di emissione delle carte, oltre che dei commercianti. Visa, che sta lavorando da due anni con Philips per sviluppare questo sistema, è il prima colosso del credito che si muove con decisione in questo senso. Secondo Debbie Arnold, vicepresidente di Visa e responsabile per i sistemi non convenzionali di pagamento, il portafoglio virtuale è una logica evoluzione sia per le carte di credito che per i telefonini. “In quest'epoca di trasmissione dati ad alta velocità, di cellulari sempre più potenti e di commercio virtuale sempre più diffuso, è molto strano che le alternative digitali ai contanti stentino ancora a prendere piede”, fa notare Arnold.
Una spiegazione potrebbe essere la sicurezza. Che cosa succede quando un telefonino con migliaia di dollari registrati, o con altri dati riservati, va perso o viene rubato? Prima di affidarli al suo cellulare, l'utente vorrà almeno avere la certezza che l'accesso a questi dati non possa essere utilizzato da altri in maniera fraudolenta. Per ottenere questo risultato, alcuni produttori come Ericsson, Intel o Nokia stanno ricorrendo alla sicurezza biometrica e puntano su mini-scanner delle impronte digitali, talmente piccoli da poterli inserire in un telefonino. Così gli utenti saranno in grado di chiudere l'accesso ai dati e renderlo davvero esclusivo. Una soluzione che per ora resta però a livello sperimentale.
15 gennaio 2005
Covey: il segreto sta nella fiducia
Steven Covey racconta spesso questa storiella: "Una volta un padre mi disse: 'Non riesco a capire mio figlio, non mi sta mai ad ascoltare'. Allora io gli chiesi: 'Non riesci a capire tuo figlio perché lui non ti ascolta?' 'Esattamente', rispose. 'Proviamo di nuovo'. E ripetei: 'Non riesci a capire tuo figlio perché lui non ti ascolta?' 'E' quello che ho detto!' mi rispose. 'Pensavo che per capire qualcuno dovessi essere tu ad ascoltare lui', suggerii". La storiella del padre e del figlio illustra bene il quinto dei sette "comandamenti" di Covey: "Prima cerca di capire e poi di farti capire".
Per arrivare alla produzione perfetta, una specie di Nirvana per il più noto guru americano della produttività, secondo Covey basta acquisire questa e le altre sei abitudini fondamentali: agisci deliberatamente, comincia sapendo già dove vuoi arrivare, metti le tue azioni in ordine d'importanza, organizzati in modo da beneficiare anche gli altri e non solo te stesso, cerca le sinergie, rinnovati continuamente. Sembrano luoghi comuni, ma per Covey sono sufficienti, se interiorizzati con metodo, a migliorare in maniera sostanziale la performance di chiunque in qualsiasi ambiente di lavoro (per non parlare della vita privata). E a giudicare dai suoi successi il metodo funziona. Covey è stato recentemente inserito dalla rivista Time nella lista dei 25 americani più influenti: fra i suoi clienti non ci sono solo grandi multinazionali come Wal-Mart, Toyota, Shell, Siemens, Nestlè e General Motors, ma anche leader politici come Kim Dae Jung, Vicente Fox, Margaret Thatcher o Bill Clinton. L'incrollabile fiducia di Covey nella capacità di reinventarsi, di rimettersi continuamente in discussione, di collaborare con gli altri, è un tratto tipicamente americano, difficile da applicare in contesti sociali diversi, dove la mobilità sociale e geografica è molto meno spiccata. Ma proprio per l'estrema rigidità degli ambienti di lavoro europei, la sfida di applicare anche da questa parte dell'Atlantico le regole di vita che il guru mormone cerca di insegnare ai suoi clienti diventa particolarmente attraente.
Secondo un recente sondaggio di Harris Interactive, meno di metà (44%) dei dipendenti di una grande impresa hanno una comprensione chiara degli obiettivi ultimi della loro società. Solo uno su sei pensa che la società si sia data una meta precisa. Uno su cinque dichiara di sentirsi impegnato a raggiungerli e uno su dieci li condivide completamente. La maggior parte degli intervistati ammette di spendere oltre la metà del proprio tempo a sbrigare incarichi urgenti ma non realmente importanti. "Mettendo insieme questi dati - nota Covey - c'è poco da stupirsi che molte organizzazioni finiscano per perdere di vista le vere priorità e per mancare i propri obiettivi".
In un'epoca caratterizzata dalla necessità per le aziende di crescere limitando i costi, liberare il potenziale umano già presente, ma imprigionato dalle carenze strategiche interne, può diventare una formidabile occasione di sviluppo. "Il più grande tesoro di un'azienda - spiega Covey - è quello che ha già: sono i suoi dipendenti. Basta riscoprirli e valorizzarli". Un altro punto fondamentale degli insegnamenti di Covey, l'importanza della fiducia all'interno delle grandi organizzazioni, suona molto attuale di questi tempi, sotto il segno di Enron e Parmalat. "Il costo della mancanza di fiducia in un'azienda è altissimo - commenta Covey - anche se risulta difficile quantificarne le ricadute sui risultati di bilancio". Alla platea del World Business Forum, Covey spiegherà com'è possibile interrompere il circolo vizioso delle emergenze continue, per rimettere a fuoco gli scopi più importanti su cui si deve incentrare l'attività di ogni individuo e di ogni team che faccia parte di una vasta organizzazione. Soprattutto in un'epoca di congiuntura stagnante, come quella che sta vivendo l'Europa in questi anni, si sente davvero il bisogno di rimettere ordine nelle priorità e di creare una cultura aziendale più vibrante. Riposizionare le proprie abitudini e scoprire il potenziale umano nascosto nelle pieghe della routine, che ci intontisce giorno dopo giorno, potrebbe essere un ottimo antidoto per scuotersi di dosso la sensazione di girare in tondo, che ormai opprime l'industria italiana.
12 gennaio 2005
La storia infinita delle scorie nucleari
Scanzano ha vinto la sua battaglia contro le scorie nucleari: non finiranno sepolte nelle miniere lucane di salgemma le migliaia di barre radioattive ancora stipate a Caorso, nel Piacentino, e nei depositi piemontesi di Saluggia. Dopo quasi vent'anni di “sonno”, la decisione di trasferire in Francia e in Gran Bretagna per il riprocessamento tutto il materiale fissile che ci è rimasto in eredità dall'esperienza nucleare, al modico prezzo di 300 milioni di euro, rappresenta una vittoria clamorosa per gli attivisti che hanno animato un anno fa la rivolta popolare contro la designazione di Scanzano Ionico come sito ideale per lo stoccaggio. Dopo la Sardegna, prima sede scelta dal governo per smaltire i 70 mila metri cubi di scorie radioattive prodotte dalla stagione italiana dell'atomo, la ribellione localistica contro i rifiuti scomodi è passata in Basilicata, per toccare anche Sicilia e Toscana, sull'onda delle voci che le vedevano come probabili localizzazioni alternative. Eppure l'energia atomica, fin che c'era, veniva utilizzata da tutti. Ma oggi è l'Italia intera, in ordine sparso, a rigettare l'ipotesi di ospitare sul proprio territorio le scorie derivate da quella produzione elettrica. Salvo poi riporsi il problema fra vent'anni, quando il materiale residuo verrà rispedito al mittente, a conclusione del riprocessamento.
Con l'ordine impartito alla fine di dicembre dal commissario alla sicurezza nucleare Carlo Jean, che ha affidato alla Sogin il compito di svuotare i depositi italiani per dare avvio all'operazione, si dà per la prima volta ufficialmente ragione a chi punta sulla rissa per anteporre i veti locali all'interesse nazionale: la sindrome Nimby, acronimo inglese per "not in my backyard" (non nel mio cortile), ha colpito ancora. E non sarà l'ultima volta. Secondo il censimento del Nimby Forum, un progetto di monitoraggio promosso da Allea, oggi in Italia gli impianti fermi a causa di proteste di piazza sono 130, in aumento rispetto ai 92 casi contati sei mesi fa. Fra i più contestati sono i progetti nel campo dello smaltimento dei rifiuti: una trentina di impianti d'incenerimento ("termovalorizzatori" secondo la nuova definizione), destinati a bruciare i rifiuti ottenendo energia elettrica da vendere alla rete nazionale, sono bloccati dall'opposizione locale in giro per l'Italia. Quello di Acerra è il caso più eclatante: il cantiere avviato dal gruppo Impregilo alle porte di Napoli è fermo da anni grazie alle contestazioni e alle minacce personali, culminate alla fine dell'estate scorsa con l'occupazione delle strade e i blocchi dei collegamenti Roma-Napoli, con le posizioni barricadere del sindaco Espedito Marletta e con il blitz delle forze dell'ordine. Il commissario straordinario per l'emergenza rifiuti in Campania, Corrado Catenacci, aveva assicurato che in settembre avrebbe imposto la ripresa dei lavori, ma a tutt'oggi il cantiere è fermo, presidiato dalla polizia, e nessuno crede veramente che il termovalorizzatore si farà. "La malavita - sostiene Catenacci - è fortemente impegnata nel business delle discariche: se calcoliamo il valore degli appalti in tutta la regione, il giro d'affari su cui può contare il circuito malavitoso è di 500 milioni di euro l'anno, una cifra che la costruzione di termovalorizzatori prosciugherebbe". Ma la sindrome non colpisce solo il Sud: gli attivisti del comitato Nimby (niente a che fare con il Nimby Forum) hanno accumulato ormai quasi trecento giorni di digiuno per protestare contro la costruzione di un termovalorizzatore a Ischia Podetti, in Trentino.
Problemi analoghi si riscontrano sulla costruzione di altre infrastrutture, dalle centrali elettriche agli elettrodotti, dai ripetitori telefonici ai porti turistici, dalle strade alle ferrovie. E' della settimana scorsa l'ennesimo appello degli enti locali contro la riconversione a carbone della centrale Enel di Civitavecchia, un'altra storia infinita che non accenna a risolversi, mentre 12mila megawatt di energia a basso costo restano bloccati a Nord delle Alpi dall'opposizione a 41 linee d'interconnessione transfontaliera. Un quarto di queste linee ad alta tensione attraverserebbero la Val Chiavenna e la Valtellina, dove gli elettrodotti si abbattono a colpi di cheddite, l'esplosivo da cava che la scorsa primavera ha abbattuto un pilone lungo la linea che scende dalla Svizzera, rischiando di colpire uno stabilimento Vallespluga.
Nel campo della viabilità, i progetti colpiti e spesso affondati dalla sindrome Nimby non si contano: ultima vittima è la BreBeMi, la direttissima Milano-Brescia pensata per sgravare il tratto dell'A4 tra i due centri lombardi, congelata in dirittura d'arrivo, dopo cinque anni di dibattito, dalla nuova giunta provinciale perché presenterebbe problemi d'impatto ambientale. Fioriscono le proteste locali, con allegre grigliate sul tracciato autostradale e presidi in ogni paesino, contro le varie pedemontane in Piemonte, Lombardia e Veneto. E una discarica che non si vuole spostare blocca da sei mesi i lavori dell'alta velocità ferroviaria in Emilia-Romagna, su un tratto di 800 metri a Modena, dove le opere per la Tav sono già quasi ultimate.Resta da chiedersi: ha senso condurre le diatribe sulle opere pubbliche a colpi di risse, piazzate, manifestazioni e blocchi ai pubblici servizi? La vittoria di Scanzano dimostra di sì.
10 gennaio 2005
Sean Meehan
Sean Meehan è il Mike O'Leary del marketing: ai clienti – dice - non va dato un prodotto diverso da quello della concorrenza, ma migliore. E migliore in molti casi significa più semplice. In un'epoca senza fiato come la nostra, la gente ama chi le semplifica la vita. “Un servizio che funziona davvero, un'auto che non ti lascia in panne, un telefono facile da usare, un piano tariffario comprensibile a colpo d'occhio, sono questi i prodotti che fanno guadagnare quote di mercato”, spiega Meehan, di passaggio a Milano per presentare alla business community il suo libro Simply Better, in un forum promosso dall'Imd di Losanna in collaborazione con Gea. Pubblicato in settembre dalla Harvard Business School Press, Simply Better è scoppiato come una bomba nel mondo del marketing, dove da cinquant'anni si cerca di ammaliare la clientela presentando ogni novità come unica e inimitabile.
“Ma la gente non cerca soluzioni rivoluzionarie, si accontenta di soluzioni migliori: un operatore che offre tariffe telefoniche al secondo invece che al minuto, una compagnia automobilistica che dà sei mani di vernice invece di cinque, un supermercato che ti fa fare la spesa online come se fossi nel negozio”. Back to basics è il mantra di Sean Meehan, docente di marketing all'Imd, e del suo co-autore Patrick Barwise, che insegna alla London Business School. Basta trattare i clienti come dei bambini, da affascinare con un branding mirabolante e con promesse fantasmagoriche, che spesso non vengono mantenute. “Smettiamo – martella Meehan – di puntare al colpo di fulmine, alla killer application, perché di occasioni così ne capitano davvero raramente. Cerchiamo invece di battere la concorrenza con un'offerta un po' migliore, rispondendo alle esigenze di base del cliente”. Un appello contro l'innovazione tecnologica? No, risponde Meehan, l'innovazione ci vuole. Ma bisogna aggiungere tecnologia solo lì dove serve, non tanto per fare. E soprattutto bisogna essere capaci di aggiungerla senza complicare la vita all'utente. “Altrimenti – chiarisce Meehan – meglio lasciar perdere”.
Negli esempi che cita, da Toyota a Tesco, da Unilever a Cemex, la corsa alla semplicità ha sempre un impatto evidente sul conto economico. A differenza delle grandi strategie di marketing, i cui effetti sono spesso difficili da quantificare, Meehan si sforza di mettere sul tavolo numeri chiari: in questo senso il caso più emblematico è Orange. Nella storia della liberalizzazione britannica delle tlc, Orange e One2One hanno avuto contemporaneamente una licenza, sono state soggette alla stessa autorità regolatrice, hanno avuto entrambe una casa madre generosa alle spalle e capacità tecnologiche analoghe. Dieci anni dopo, sono passate di mano a distanza di sei mesi l'una dall'altra: Orange, quella delle tariffe al secondo, valeva 28 miliardi di euro e One2One neanche 10.L'attenzione alle necessità del cliente evidentemente paga. Ma come si fa a sapere che cosa vuole? “Basta mettersi nei suoi panni – suggerisce Meehan - provare i propri prodotti o i propri servizi mettendosi in fila con gli altri: in questo modo non sarà difficile scoprire le assurdità che gli vengono propinate tutti i giorni dai nostri stessi dipendenti”. Un esperimento scomodo e difficile, che evidentemente i grandi manager praticano sempre di meno: Michael O'Leary, il fondatore di RyanAir, è famoso per la sua mania di mischiarsi con la gente agli sportelli. E' lì che ha capito cosa volevano i passeggeri europei: volare a buon prezzo, senza tanti orpelli. Una constatazione banale, ma vincente. Come quelle di Meehan, un altro irlandese che rischia di fare epoca.
8 gennaio 2005
La dieta sul palmare
Dopo le feste, è tempo di rimettersi in forma. Per chi ha uno smart phone in tasca, può essere più facile. Una delle ultime novità in materia di diete tecnologiche è il programma prodotto della Weight Watchers in alleanza con Palm, che consente l'accesso via cellulare a tutti i dati relativi alla propria dieta, depositati in un elaboratore centrale. Weight Watchers On-the-Go, lanciato a metà dicembre, permette agli abbonati di consultare la lista dei cibi e di utilizzare una serie di strumenti interattivi per non perdere il conto dei punti mentre sono in giro. I fan della dieta Atkins, invece, dovranno attendere ancora qualche giorno. Atkins2Go, una guida ai carboidrati che misura anche l'aderenza alla tabella di marcia pasto per pasto, partirà alla fine di questo mese, con due versioni diverse sviluppate da NoviiMedia, una per i cellulari tradizionali e una più adatta agli smart phone. Atkins si sta mettendo d'accordo con i vari operatori mobili per consentire agli abbonati di pagare il servizio con un semplice sovrappiù sulla bolletta telefonica. E la mossa di Weight Watchers sta smuovendo tutto il mercato: anche South Beach Diet, una società specializzata in consigli nutrizionali meno famosa ma molto seguita negli Stati Uniti, si sta mettendo sulla stessa strada. Per gli appassionati di diete che sono spesso fuori casa, dunque, la vita si fa più facile.
"Così non è più necessario portarsi dietro il solito libretto con la tabella di marcia e i valori nutrizionali dei vari cibi", spiega Scott Parlee, il responsabile del programma Weight Watchers On-the-Go. "Al ristorante o in palestra, ora gli abbonati possono controllare direttamente quanti punti ha perso o ha guadagnato e quali sono i cibi compatibili con il suo regime. Questo li spinge a non eccedere anche quando sono lontano da casa”, precisa Parlee. Soprattutto per chi viaggia molto, il cellulare o lo smart phone sono diventati compagni inseparabili: con il nuovo sistema non ci sono più scuse per uscire dai binari. La risposta delle “cavie” usata nel periodo dei test è stata entusiastica. Manager, viaggiatori di commercio o inviati, abituati a mangiare quasi sempre al ristorante, ora possono navigare in un database di 25mila voci, che classifica alimenti, ristoranti e cibi confezionati, in base al programma dell'abbonato. In pratica, è come avere un sistema di posizionamento veloce sul terreno accidentato del mangiare sano.
Ma Weight Watchers non è la prima azienda a offrire contenuti di questo tipo sulle antenne dei telefonini: Handango, una società che vende applicazioni per cellulari e palmari, ha già venduto negli ultimi mesi 400mila programmi per maniaci della forma. Scaricare Diet & Exercise Assistant costa 20 dollari ed è ormai uno delle applicazioni più vendute: è specializzato nel monitoraggio della calorie assunte, che mette in relazione con quelle bruciate facendo del movimento. “Tutti i grandi consumatori di diete ormai sono sempre in giro con un cellulare o uno smart phone in tasca: un mercato gigantesco per questo tipo di contenuti”, commenta Clint Patterson, vice presidente di Handango. “Un cellulare – aggiunge Patterson - può gestire la tua dieta molto meglio di una moglie o un marito, perché è sempre con te”.
Weight Watchers ha capito dal successo di Fandango che era ora di muoversi: uno degli scogli principali della dieta, infatti, è il lavoro di contabilità che si deve fare per seguirla. Un avido misuratore di calorie farebbe di tutto per liberarsi da questo lavoro e delle applicazioni capaci di svolgerlo al suo posto rappresentano un ottimo motivo per mettersi in linea con il cellulare. Lo stesso concetto si può applicare agli strumenti per facilitare l'esercizio fisico, come i vari apparecchi che aiutano gli appassionati dello jogging a misurare la propsia performance con un sistema di posizionamento satellitare Gps. La Nike ne ha lanciato uno qualche mese fa in partnership con Philips: MP3RUN, che misura i chilometri percorsi e anche il battito cardiaco. Tutti sistemi che potrebbero essere facilmente integrati in un cellulare e in alcuni casi sperimentali lo sono già.
L'ampia area dei contenuti salutistici non è ancora diffusa in Europa, ma prima o poi lo sarà: non a caso il 60% dei decessi nel mondo industrializzato, secondo i dati dell'Oms, dipendono da malattie legate a una dieta poco sana o alla mancanza di esercizio.
5 gennaio 2005
Un bosco italiano sull'Orinoco
Lungo il basso corso dell'Orinoco, là dove le acque dell'immenso fiume venezuelano scorrono in mezzo alla savana dopo generazioni di deforestazione, sta nascendo un bosco italiano. "Per ora sono 1.500 ettari, su cui abbiamo avviato l'estate scorsa un progetto pilota di riforestazione, ma ci sono altri 10.000 ettari disponibili, dove incominceremo a piantare in primavera", spiega Luca Cidonio, finora l'unico imprenditore italiano sceso in campo sui "meccanismi flessibili" del protocollo di Kyoto, che con la ratifica del Parlamento russo sta per entrare in vigore.
Uno dei meccanismi flessibili previsti dal protocollo, il Clean Development Mechanism (Cdm), consente alle imprese dei Paesi industrializzati di realizzare progetti che mirano alla riduzione delle emissioni di gas serra nei Paesi in via di sviluppo. Le emissioni tagliate grazie alla realizzazione dei progetti generano dei crediti, che possono essere utilizzati per l'osservanza degli impegni di riduzione assegnati a ogni impianto produttivo. Ma il requisito essenziale per partecipare a questo meccanismo è la definizione di un piano delle quote di emissione da assegnare a ogni stabilimento, che in Italia non è ancora finalizzato: il nostro piano, presentato a Bruxelles in luglio con tre mesi di ritardo, giace all'esame della Commissione europea, che la settimana scorsa ne ha autorizzati altri otto arrivando a quota sedici, corrispondenti a oltre 7.000 impianti produttivi (sui 12.000 europei). Il piano italiano è considerato molto controverso dalla direzione generale dell'Ambiente, perché sfora di circa cento milioni di tonnellate di anidride carbonica (575 milioni di tonnellate contro i 475 previsti) gli obiettivi prefissati. L'unico mezzo per rientrare nei limiti senza prendere la multa, sarà l'acquisto di quote di emissione all'estero. Ma non è ancora chiaro se e quando le imprese italiane potranno accedere agli scambi europei, che partiranno il 1° gennaio 2005 per i Paesi in regola con i piani di allocazione.
I progetti di riforestazione sono fra i più tipici utilizzati per mettere in moto questo meccanismo e nei Paesi in via di sviluppo - dal Brasile alla Tanzania, dall'Indonesia all'Ecuador - ne sono già partiti parecchi. "Naturalmente l'impresa che si occupa della riforestazione – spiega Cidonio - deve rispettare una serie di parametri per generare crediti validi: da un lato la quantità di gas serra, in questo caso anidride carbonica, abbattuta nel corso del progetto dev'essere precisamente misurata e dall'altro lato dev'essere chiaro che il progetto, senza l'incentivo dei crediti, non sarebbe realizzabile”. In pratica, non si possono generare crediti semplicemente come effetto collaterale di una riforestazione che avverrebbe comunque per altri scopi commerciali.
Per Cidonio, un ingegnere meccanico cresciuto nel gruppo Cir, la decisione di dedicarsi completamente a questo progetto è arrivata nel 2002, quando si sono chiariti i dettagli operativi per l'utilizzo della riforestazione nella generazione di carbon credits e si è cominciata a vedere una certa vitalità nello scambio di emissioni a livello mondiale. Appoggiandosi sulle attività del padre Pierfilippo a Caracas, dove opera da tempo nel settore alberghiero, Cidonio ha fondato in loco la Carbon Sinks de Venezuela e ha cominciato nel giugno 2003 a piantare i primi alberi vicino a Mapire, sull'Orinoco. “Qui la savana ha rimpiazzato ormai da anni le foreste, ricacciate indietro dalla pressione dell'uomo che taglia gli alberi per usarli come combustibile o per far pascolare il bestiame: ora noi abbiamo avviato la riforestazione con metodi molto diversi dalle piantagioni commerciali, cercando di rispettare la biodiversità. L'arco di crescita di queste piante sono 15 anni, nel corso dei quali vengono assorbite annualmente 400 tonnellate di anidride carbonica per ettaro, che generano 400 crediti di emissione”, precisa Cidonio. In accordo con la Banca Mondiale, che ha creato quattro diversi fondi per sostenere questo tipo di progetti (fra cui l'Italian Carbon Fund, finanziato dal governo italiano con 40 milioni di euro), la Carbon Sinks de Venezuela allargherà fra qualche mese la sua piantagione a circa 12mila ettari complessivi, un progetto di dimensioni ragguardevoli in confronto agli altri già in corso. L'anidiride carbonica assorbita da questi alberi, alle quotazioni attuali, costa circa 5 dollari a tonnellata. “Ma nei prossimi anni – sostiene Cidonio, confortato dal parere degli esperti in materia – le quotazioni sono destinate a salire parecchio”.Già oggi in Europa una tonnellata di anidride carbonica costa circa il doppio (10 dollari), mentre il governo russo ha più volte dichiarato di voler vendere i propri diritti di emissione a 70-100 dollari la tonnellata. Basta fare due conti per rendersi conto che lo sforamento previsto dal governo italiano potrebbe costare alle nostre imprese attorno ai 5 miliardi l'anno. Per i pionieri come Cidonio, tanto di guadagnato.
4 gennaio 2005
Bill Gross
Scommettere poco quando le probabilità di vincere sono basse, molto quando diventano più alte: nel lontano 1966, ai tavoli del blackjack dei casinò di Las Vegas, Bill Gross metteva in pratica, da giocatore professionista, le stesse tecniche che usa oggi per battere il mercato con i fondi obbligazionari di Pimco (Pacific Investment Management Company), una delle società di gestione del risparmio più grandi del mondo, con un patrimonio di quasi 400 miliardi di dollari.
Facile a dirsi, più difficile a farsi: può spiegare la sua tecnica un po’ più nei dettagli? “Un portafoglio obbligazionario ha sempre una frontiera di efficienza strutturale e il tentativo di raggiungerla è allegoricamente imparentato con la ricerca della pietra filosofale, laddove il gestore invece di trasformare piombo in oro, cerca di aumentare il valore aggiunto sull’indice di riferimento, ma senza aumentare il rischio (qualificazione importantissima)”.
Come? “Quando si vuole investire su un determinato mercato è molto importante basarsi su analisi approfondite dei trend macroeconomici: esaminare l’evoluzione demografica, il livello di globalizzazione, le attitudini dell’opinione pubblica. In questo modo di solito si riesce a battere la concorrenza. Ma la possibilità di compiere un errore c’è sempre. In particolare dopo l'11 settembre la scena internazionale è diventata molto più instabile e rischiosa. Qui entrano in gioco le capacità di innalzare una serie di difese, con cui sia possibile proteggere i risultati acquisiti e aumentare il valore aggiunto di un investimento anche quando i mercati sono fermi o quando il tocco magico sembra avervi abbandonato”.
Lei parla di struttura dell'investimento, un aspetto a cui solitamente si dà poca attenzione... "Ma è un errore. E' chiaro che fa più notizia quando Pimco acquista 35 miliardi di Treasuries ed è più divertente parlare della visione lungimirante di Warren Buffett piuttosto che della struttura dei suoi investimenti. Ma il segreto di Warren Buffett non sta nel suo naso per i buoni affari, sta nella sua struttura. Scommettere sul cavallo vincente è solo la seconda parte di un investimento: identificare una struttura vincente, invece, è la prima parte, ma non se ne parla mai. La struttura di Warren Buffett è brillante, anche se a lui non piace pubblicizzarla. Ne ha gettate le basi quando ha cominciato a comprare compagnie assicurative, che offronco il vantaggio di utilizzare riserve non proprie sostanzialmente senza interessi. Quando Buffett ha comprato Geico e General Re stava comprando una struttura, cioè la possibilità di prendere a prestito a interessi zero e di utilizzare quei fondi dall'interno del bozzolo di una compagnia assicurativa. Combinando il suo fiuto con la sua struttura, non c'è da stupirsi che quell'uomo faccia i miliardi".
Anche Pimco ha una sua struttura... "Naturalmente. La spiccata capacità di Pimco di battere il mercato viene in parte dalla nostra filosofia d'investimento, ma soprattutto dalla struttura. La mia struttura, in un certo senso, include l'abilità di vendere liquidità o volatilità di corto raggio e di aggiungere questi profitti al risultato finale. Dei 100 o 150 punti base che guadagnamo sul nostro punto di riferimento e che promettiamo ai clienti, almeno 30 o 40 vengono dalla struttura. Probabilmente la più importante decisione strutturale che un consulente può prendere per un cliente ha a che fare con le commissioni. In quest'epoca di rendimenti bassi, un 1% di commissioni può fare un'enorme differenza sul risultato finale. Se ci si muove in un ambiente finanziario dove azioni e obbligazioni non offrono rendimenti superiori al 5% l'anno, una commissione dell'1% rappresenta il 20% del rendimento. E' gigantesco".
Lei ha parlato di struttura anche come strategia difensiva. Quali sono le sue difese preferite? “Le difese di Pimco si sono evolute nel corso degli anni, aggiungendo un tocco qui e uno là, man mano che si dimostravano capaci di generare profitti con continuità, per ottenere una struttura basata su principi fondamentali, quasi permanenti, capaci di andare oltre i cicli di 3-5 anni su cui si concentrano le nostre previsioni. La magia di una struttura davvero efficiente viene dalla sua capacità di restare valida nel tempo. Negli anni Cinquanta il premio Nobel Harry Markowitz ha tentato di estendere la frontiera dell’efficienza di un portafoglio azionario con la diversificazione. Noi stiamo facendo lo stesso con un portafoglio obbligazionario”.
Nella pratica? “Reinventare la ruota non serve, ma la nostra struttura si basa sulla formazione nel tempo di tutta una serie di nuove ruote, fatte di materiali più moderni invece che di pietra. Alcune innovazioni finanziare ci sono sembrate inutili o persino dannose e infatti si sono ben presto schiantate, altre invece ci sono sembrate delle buone difese, dai futures agli swaps, da un moderato uso delle opzioni e della volatilità all’ingresso in un settore molto liquido come quello dei mercati emergenti".
Non può essere più preciso? "No. Da un lato si tratta di aggiustamenti minimi affinati nel corso degli anni che sarebbe difficile descrivere, dall'altro i miei clienti non sarebbero contenti se andassi a raccontare a tutti i miei segreti. Posso dire solo questo: per aggiungere profitti permanenti senza aumentare i rischi bisogna individuare all'interno dell'indice stesso quegli elementi strutturali che assicurino nel tempo i risultati migliori in relazione al rischio e accentuarli, riducendo d'altro canto le strutture che vanno nella direzione opposta. In un certo senso è lo stesso sistema che usavo al tavolo del blackjack quando facevo il giocatore professionista, alla fine degli anni Sessanta: mi limitavo a piccole giocate quando le probabilità erano in favore del banco e le raddoppiavo, triplicavo o quadruplicavo quando le carte che erano rimaste nel mazzo mi favorivano..."
3 gennaio 2005
Aria di rifondazione all'Enea
Aria di rifondazione all'Enea. Sulla scia del riordino più generale della ricerca pubblica, l'Ente per le nuove tecnologie, l'energia e l'ambiente guidato dal fisico Carlo Rubbia, ridotto in pochi anni da cinquemila a tremila persone, riparte dalle applicazioni industriali e riarticola la sua attività su cinque dipartimenti: i progetti speciali, l'ambiente e lo sviluppo sostenibile, le tecnologie fisiche e la fusione, le tecnologie energetiche, i nuovi materiali. Ma soprattutto, affianca alla gestione scientifica di Rubbia un manager come Paolo Savona, appena nominato presidente del Comitato d'indirizzo e coordinamento dei progetti di industrializzazione dal ministro delle Attività produttive Antonio Marzano. Sarà questo comitato, composto da sette membri in rappresentanza di tutto il tessuto industriale e artigianale del Paese, a fare da cerniera di trasmissione con il mondo delle imprese e a indirizzare l'attività dei ricercatori a partire dal mercato. Con la conferma, dopo un lungo interim, di Giovanni Lelli a direttore generale dell'ente, l'ultimo consiglio d'amministrazione, tenutosi subito prima di Natale, può dire di aver varato la nuova navicella, sperando in un futuro meno conflittuale del passato.
L'Enea, nato per guidare l'Italia nel mondo dell'energia atomica e più tardi riconvertito allo studio e alla diffusione delle energie alternative, ora affiancate dalle nuove tecnologie e dall'ambiente, negli ultimi quattro anni ha cambiato tre direttori generali. E da quando il Nobel per la fisica Carlo Rubbia si è insediato alla sua guida, nel '99, a più riprese ha rischiato lo smembramento in tre tronconi diversi, da accorpare in parte al ministero dell'Ambiente e in parte alle Attività produttive. Sullo stesso Rubbia, nominato presidente dal governo di Massimo D'Alema e confermato commissario dell'ente nel 2001 dal governo attuale, si sono abbattute diverse bufere politiche: prima con la bocciatura (non vincolante) della sua riconferma a presidente - concluso il commissariamento a fine 2003 - da parte della commissione Attività produttive della Camera, presieduta da Bruno Tabacci, e poi con la recente lettera di protesta "bipartisan" di tutto il parlamentino dell'Enea per chiedere la sua sostituzione. Non si sollevano dubbi, ovviamente, sulla statura scientifica del professore, ma sulle sue capacità manageriali. E' anche per questo che nel nuovo assetto si pone molto l'accento sulla necessità di mettersi in collegamento con il mercato e con le esigenze delle imprese.
"Per un buon funzionamento dell'ente, è essenziale incentivare il processo di trasferimento tecnologico verso le imprese", spiega Cosimo Dell'Aria, rappresentante del ministro Marzano nel cda dell'Enea. "Con il nuovo regolamento - precisa Dell'Aria - che entrerà in vigore in gennaio dopo il parere del ministero, verranno modificati in maniera sostanziale i processi interni, introducendo un momento di decisione comune e una serie di scambi d'informazioni fra i vertici dell'ente, il Comitato d'indirizzo e il Consiglio scientifico, di cui dev'essera ancora completata la composizione". Entro le prime settimane dell'anno la nuova geografia dei poteri dell'Enea dovrebbe essere perfezionata con la nomina dei responsabili dei cinque dipartimenti e delle tre direzioni centrali. "Non appena la nuova struttura si sarà stabilizzata, procederemo alla costituzione di una holding, cui sarà affidata la gestione delle partecipazioni dell'Enea in aziende industriali", precisa Dell'Aria. A questa holding, di diritto privato, potranno essere trasferiti, anche dagli stessi ricercatori, titolarità e diritti di sfruttamento dei brevetti conquistati con le attività di ricerca. Ad oggi, l'Enea detiene quote in 14 società italiane e una estera, l'Eurodif, che ha sede in Francia e si occupa della produzione di uranio arricchito, oltre alle partecipazioni in una dozzina di consorzi.Malgrado la lunga fase di transizione, l'ente si è lanciato in questi anni in una serie di progetti all'avanguardia sul fronte delle fonti alternative: dal grande progetto Archimede sull'energia solare, recentemente avviato a Priolo (Sicilia) in partnership con Enel, al progetto Trade (Triga Accelerator Driven Experiment), un tentativo pilota di sperimentare l'incenerimento delle scorie nucleari, che Rubbia sta cercando di avviare al Triga, il piccolo reattore sperimentale della Casaccia, vicino a Roma. Sempre nei laboratori Enea della Casaccia, Rubbia ha avviato un altro progetto importante, il cui punto di partenza è è sempre l'energia solare concentrata per mezzo di specchi, come per Archimede, mentre quello di arrivo è l'idrogeno, ricavato direttamente dall'acqua, attraverso un processo termodinamico ad alta efficienza, brevettato recentemente. Questo processo permette di produrre e accumulare idrogeno a costi non molto più alti rispetto a quelli del gas naturale. L'opzione dell'idrogeno solare è la pietra filosofale del ventunesimo secolo: ricavare grandi quantità del prezioso gas direttamente dall'acqua, infatti, ci metterebbe a disposizione una fonte inesauribile di energia perfettamente pulita. E' lì che il Nobel Rubbia punta da molti anni.
20 dicembre 2004
Lo spagnolo che punta sull'Italia
Lo sbarco spagnolo nell' elettricità italiana si sta rivelando un «ottimo affare». E potrebbe diventare ancor più redditizio nei prossimi mesi, quando si deciderà il destino del secondo operatore nostrano, Edison. Jesùs Olmos Clavijo, 44 anni, presidente di Endesa Italia, non si lascerà sfuggire l' occasione per dare battaglia. Nello sguardo vivace di questo ingegnere nucleare ormai prestato alla diplomazia internazionale, s' intravvede un obiettivo chiaro: portare Endesa al secondo posto, subito dietro Enel, sul mercato liberalizzato dell' energia italiana. Anche se la prudenza non gli consente di dirlo apertamente. «Attendiamo di capire che strada prenderà Pierre Gadonneix - commenta -. Per ora Edison non è in vendita, ma quando lo sarà non ci tireremo indietro». Vero è che l' ipotesi Edison è sinergica con le attività del colosso spagnolo, che si estendono a macchia d' olio su tutto il fronte mediterraneo. Soprattutto se si prende in considerazione Eurogen, la più grande delle tre gen.co con 7 mila megawatt installati, venduta da Enel a EdiPower, che Edison controlla insieme alle municipalizzate di Milano e Torino. Presente sul mercato italiano dal 2001 in partnership con l' Asm di Renzo Capra, il gruppo Endesa ha investito 3,5 miliardi di euro per conquistare Elettrogen, la seconda delle tre gen.co, cui si stanno aggiungendo investimenti per 1,3 miliardi nel ripotenziamento delle centrali esistenti e di un altro miliardo per i nuovi progetti. Nel caso maturino opportunità straordinarie, però, le disponibilità sarebbero sicuramente molto maggiori. Con 43 mila megawatt di potenza installata complessiva e oltre 20 milioni di clienti in 12 Paesi, infatti, Endesa è uno dei più grandi gruppi elettrici privati del mondo. Ma anche se il caso Edison dovesse risolversi altrimenti, le prospettive di crescita di Endesa restano molto concrete. Olmos, che ha da poco in mano anche tutto il business di Endesa in Europa, è soddisfatto: «In Italia le cose stanno andando bene, meglio del previsto. Il potenziamento e la razionalizzazione delle strutture acquisite da Enel ci hanno dato ottimi risultati e il piano di repowering dovrebbe portare la nostra capacità produttiva a 6.400 megawatt entro il 2007». Endesa è partita con cinque centrali termoelettriche da quasi 5 mila megawatt e due nuclei idroelettrici da 1.000 megawatt complessivi e ora sta diversificando nell' eolico e nel metano. Ora si appresta a costruire insieme a Asm Brescia una nuova centrale da 800 megawatt a Scandale, in Calabria. Ha completato la riconversione di tutti i gruppi a ciclo combinato a Ostiglia e a Tavazzano, in Lombardia, mentre a Monfalcone si prevede la trasformazione in ciclo combinato di un' unità a olio combustibile. «A Monfalcone - si rammarica Olmos - avevamo in progetto una riconversione a carbone da 640 megawatt, che avrebbe dato ottimi risultati sia sul piano economico che ambientale, ma siamo stati bloccati dalle autorità locali». Sull' eolico, l' obiettivo è raggiungere 400-450 megawatt di potenza installata: «Vogliamo coprire il nostro fabbisogno di certificati verdi con il vento», precisa Olmos, che ha appena firmato un accordo da 250 milioni con Gamesa per rilevare impianti italiani per 200 megawatt totali. A questi, si aggiungono i 20 megawatt del parco di Florinas, collocato proprio accanto alla centrale sarda di Fiumesanto. Inoltre si attende l' esito di una gara in Sicilia e di altri progetti sparsi. Anche in Sardegna Endesa aveva previsto il raddoppio della capacità attuale, ma è rimasta bloccata dalla moratoria voluta fortemente dal nuovo presidente regionale Renato Soru. Produrre energia in Italia di questi tempi non è facile. E nemmeno importare metano. Olmos ha in mente due possibilità per costruire un gassificatore, al largo di Monfalcone oppure al largo di Livorno, dove potrebbero arrivare via nave almeno 4 miliardi di metri cubi di metano liquefatto ogni anno. Oggi Endesa Italia - che dipende dalle forniture dell' Eni - ne consuma quasi 3 miliardi l' anno, con prospettive di forte crescita, vista la progressiva riconversione a gas dei suoi impianti produttivi e lo scarso successo dei progetti sul carbone. In previsione c' è un raddoppio delle sue spese in metano entro il 2007. Quindi il controllo diretto di una parte delle forniture sarebbe essenziale per gestire la catena del valore e aumentare la competitività sul mercato. «Anche qui ci si scontra con le resistenze delle autorità locali, preoccupate dall' impatto ambientale dei gassificatori», fa notare Olmos. Ma qualche resistenza emerge anche da parte di chi controlla il mercato e preferisce mantenere l' offerta limitata, all' origine dei prezzi alti. Per Olmos, il 2005 sarà un anno decisivo per capire se in Italia il processo di liberalizzazione è destinato a procedere spedito, sia nel mercato del gas che in quello elettrico, oppure si è arenato nelle secche della restaurazione.
13 dicembre 2004
Silenzio si alza il vento
Il vento in Italia vale come una grossa centrale nucleare, che dà elettricità a oltre 500 mila famiglie. Ma si potrebbe fare molto di più. Così diversi produttori si stanno concentrando sull' eolico per fare il pieno di energia verde, con Endesa in testa. Il colosso energetico spagnolo guidato da Jesus Olmos, terzo produttore di energia elettrica in Italia, ha appena firmato un accordo da 250 milioni con Gamesa, una delle prime imprese al mondo nell' installazione delle pale eoliche più avanzate, per rilevare impianti italiani da 200 megawatt totali, che si aggiungono ai 20 megawatt dell' impianto sardo di Florinas, acquisito da Enel al momento della cessione di Elettrogen, una delle tre genco. Enel, da parte sua, ha stanziato circa 100 milioni per installare un' ottantina di nuovi generatori entro il 2005, che aumenteranno del 10% la potenza complessiva nazionale, oggi sui mille megawatt. E anche gli altri operatori, da Edison a Energia, investono nel vento, che sta diventando sempre più remunerativo grazie ai rapidi progressi della tecnologia. Il decollo dell' eolico emerge inoltre dalla valanga di richieste di autorizzazioni presentate da società del tutto nuove rispetto ai tre capofila dell' eolico italiano (il gruppo Ivpc domina il mercato con il 44%, seguito da Edison con il 23% e da Enel con il 22%), per un totale che supera i 13 mila megawatt aggiuntivi, che avvicinerebbero l' Italia al record mondiale della Danimarca, capace di coprire con l' eolico il 17% del suo fabbisogno elettrico. L' Italia non può vantare medie di vento come quelle del Nord Europa, che superano facilmente i sei metri al secondo. Ma Sardegna e Sicilia, così come i crinali appenninici del Centro-Sud, hanno medie intorno ai 3,5-4,5 metri al secondo e presentano condizioni ideali per l' installazione di generatori. «Nel parco di Altanurra, in Sardegna - osserva Sergio Adami, responsabile di Enel per le energie rinnovabili - si può contare su oltre 2 mila ore di vento all' anno e quindi su una produzione di 24-25 milioni di chilowattora, in grado di soddisfare i consumi di quattromila famiglie. Nel parco di Sedini, vicino a Sassari, che stiamo completando, avremo una produzione capace di soddisfare il fabbisogno di oltre 15 mila famiglie». Con la drastica riduzione del rumore e l' efficienza delle pale più che raddoppiata, a vent' anni dal debutto delle prime turbine commerciali, l' eolico è sempre più conveniente perché i costi di produzione di elettricità sono 5 volte più bassi. «La potenza delle turbine, che nei primi anni Ottanta si aggirava intorno ai 20-60 kilowatt per macchina, oggi arriva a 1.700 chilowatt, e le pale girano molto più lentamente, facendo meno rumore, mentre il costo della produzione di energia è sceso dell' 80 per cento», spiega Adami. Con 30 mila megawatt l' Europa è il primo produttore mondiale di energia eolica, che soddisfa circa il 2,4% del fabbisogno complessivo di elettricità, cioè i consumi di 35 milioni di cittadini. La Germania da sola produce quasi 15 mila megawatt e in particolare nella regione dello Schleswig-Holstein l' eolico soddisfa il 30% del fabbisogno energetico. La Danimarca trae il 20% della sua elettricità dal vento, sfruttato anche con impianti eolici marini. La Spagna viene subito dopo la Germania in termini assoluti e in alcune regioni, come la Navarra, si arriva al 50% di energia dal vento. L' Italia è il quinto Paese al mondo e il quarto d' Europa per produzione di energia eolica, ma sullo scenario è calato recentemente il rigido altolà di Renato Soru, che alla fine di novembre ha emanato una legge regionale molto penalizzante per la costruzione di nuovi impianti in Sardegna. La nuova legge - uno stop in piena regola allo sfruttamento della regione più ventosa d' Italia - ha suscitato le proteste di Legambiente e dei produttori, che puntavano molto sull' isola. Eppure l' obiettivo del governo è di promuovere la costruzione di parchi eolici per arrivare a 3 mila megawatt entro il decennio, triplicando la potenza attualmente installata. Secondo i dati riportati dal primo Atlante eolico italiano, pubblicato recentemente dal Cesi in collaborazione con l' Enea, l' Italia avrebbe le condizioni geografiche per soddisfare addirittura il 15% del fabbisogno nazionale con questa fonte rinnovabile. Ma regioni con ottima ventosità e zone rurali a bassa densità abitativa come la Basilicata o le Marche si limitano a potenze installate inferiori ai 500 megawatt. Spazio per crescere ce n' è quanto si vuole.
1 dicembre 2004
Prove di un matrimonio a Nord Ovest
Prove di un matrimonio a Nord Ovest. Mentre le aggregazioni fra utilities lombarde segnano il passo e a Nord Est la voglia di alleanze si scontra con una selva di veti incrociati, all'ombra della Mole le cose si muovono in fretta.
Nato con la benedizione dei due sindaci ulivisti, il genovese Giuseppe Pericu e il torinese Sergio Chiamparino, il progetto d'integrazione territoriale fra i due capoluoghi ha messo a segno in questi giorni un primo passo concreto: la genovese Amga e la torinese Smat si sono aggiudicate la gara per rilevare il 67% di Acque Potabili, in quota Italgas. L'acquisizione disegna i nuovi contorni di un'aggregazione in grado di servire circa 5 milioni di abitanti. L'alleanza idrica nata sull'asse Genova-Torino ha spazzato via concorrenti illustri come la francese Vivendi e la romana Acea, dopo mesi di resistenze da parte dell'Eni, che in un primo tempo aveva giudicato inadeguate tutte le offerte ricevute. Italgas ha dato il via libera solo grazie a un ritocco all'insù dell'offerta di Amga e Smat, che sono riuscite a portarsi a casa due terzi di Acque Potabili con poco più di 85 milioni e ora dovranno procedere al lancio di un'Opa sul resto. L'operazione rappresenta il primo risultato dell'alleanza sottoscritta in giugno fra le due società per attuare una strategia comune di crescita e di espansione territoriale, oltre che di razionalizzazione nell'ambito delle rispettive sfere operative.
Ma l'alleanza Amga-Smat s'inserisce nel più vasto disegno di aggregazione concordato tra i due sindaci anche in materia di elettricità e gas, che sta portando alla fusione di Amga con Aem Torino: le due ex municipalizzate hanno appena completato uno studio interno sulle possibilità di sinergie industriali fra le due società e hanno affidato alla McKinsey l'incarico di advisor per la formulazione delle soluzioni necessarie all'aggregazione. "McKinsey - spiega il vicesindaco di Genova, Alberto Ghio - ci ha chiesto quattro settimane di tempo per preparare la documentazione. Ci aspettiamo di poter analizzare le proposte entro la fine dell'anno". Fra gli aspetti più delicati, c'è quello della governance della nuova entità: gli advisor potranno seguire il modello della fusione vera e propria tra Amga e Aem, oppure la strada di costituire una holding finanziaria di partecipazioni controllata dai Comuni, a cui verrebbe attribuita una quota della holding industriale quotata in Borsa. Nell'uno e nell'altro caso, non si tratta certamente di un matrimonio all'acqua di rose. E già oggi ci si sta ponendo il problema della squadra da chiamare ai vertici di questa super-utility del Nord Ovest. Fra i nomi che girano con maggiore insistenza sul fronte della holding, quello di Paolo Cantarella - ex amministratore delegato della Fiat - è stato bruciato in fretta dall'opposizione dei genovesi, che lo considerano troppo sbilanciato verso la Mole. La presenza poi di Fabrizio Palenzona - vicepresidente di Unicredit e membro della Fondazione Crt - fra i consiglieri di amministrazione dell'Amga, di cui Crt ha contribuito a finanziare l'aumento di capitale, delinea un incrocio finanziario che rafforza l'unione. Sul fronte industriale, l'alleanza schiera da un lato l'ex ministro Franco Reviglio, oggi presidente di Aem, dall'altra l'ad di Amga Roberto Bazzano, un manager cresciuto all'interno della società e fortemente impegnato sul fronte delle alleanze territoriali.
L'ipotesi di aggregazione tra Aem e Amga è molto interessante per la complementarietà tra le due società, con Aem concentrata su energia e teleriscaldamento e Amga nell'acqua potabile e nel gas nei rispettivi bacini di riferimento, ma non è destinata a fermarsi qui. "L'accordo con Amga non potrà limitarsi a definire una nuova entità industriale fine a se stessa - spiega il direttore generale di Aem Torino, Roberto Garbati - ma dovrà essere intesa come primo importante passo di un percorso capace di aggregare le altre aziende energetiche locali che operano in Piemonte, Liguria e Valle d'Aosta". Alessandria e Vercelli per il Piemonte, Sanremo e La Spezia per la Liguria potrebbero costituire la prima serie di alleati, mentre si sta consolidando la penetrazione di Amga nel Piemonte meridionale, dove la società genovese è già insediata da tempo in una quindicina di comuni attorno a Novi Ligure ed è recentemente approdata a Tortona, aggiudicandosi la gara per la gestione del servizio idrico integrato e del gas. Ma è la Valle d'Aosta - dove Amga è già presente nella gestione del riscaldamento degli edifici scolastici e regionali - l'obiettivo più ambito dell'aggregazione, con le 29 centrali idroelettriche della Compagnie Valdotaine des Eaux (Cva) che ne fanno un'esportatrice netta di energia fra le più attive. Il sindaco Chiamparino ha già gettato un amo in direzione del presidente di Cva Francesco Guerrieri, ma per ora resta un dialogo a distanza. Con l'"oro blu" valdostano, che l'anno scorso ha prodotto quasi 3 miliardi di chilowattora venduti sul mercato libero a prezzi molto remunerativi, trattandosi di energia verde, la maxi-utility del Nord Ovest si presenterebbe come un campione a tutto tondo, capace di competere con i giganti nazionali, ma anche sul mercato europeo.
24 novembre 2004
Bernabè sbarca nell'idroelettrico
Petrolio a 50 dollari, protocollo di Kyoto che incombe. Produrre energia di questi tempi è diventata un'impresa difficile. Ma a Edolo, sulle pendici dell'Adamello, si fa con una materia prima che non costa quasi nulla: l'acqua. La centrale di Edolo, mille megawatt di potenza, è un simbolo per l'idroelettrico nostrano: ha riacceso l'Italia piombata nel buio la fatidica notte del blackout, lo scorso autunno, dando una spinta ai grandi impianti termoelettrici che si erano scollegati dalla rete. A differenza di una centrale a gas o a olio combustibile, Edolo non ha bisogno della scintilla portata dall'esterno per avviare la produzione, basta la spinta dell'acqua. Sull'idroelettrico, una volta tanto, l'Italia è leader in Europa: il 19% della domanda nazionale di energia viene coperta con la potenza dei fiumi. E la forza dell'acqua attrae sempre di più: sono un centinaio i piccoli impianti idroelettrici in costruzione, soprattutto in Piemonte, Lombardia, Veneto e Friuli, ma c'è qualcosa anche sugli Appennini e in Sardegna.
"E' un settore con grandi potenzialità di crescita”, spiega Chicco Testa, che ha guidato l'Enel con Franco Tatò fino al 2002 e oggi opera in Rothschild Italia insieme a Franco Bernabè. Non a caso Bernabè e Testa sono entrati in una società bresciana di produzione idroelettrica, la Eva Energie Valsabbia, dove l'FB Group sta rilevando una quota del 30%. “Con la liberalizzazione del mercato e l'avvento delle limitazioni imposte dal protocollo di Kyoto si sono aperti spazi importanti per i nuovi produttori, soprattutto nelle energie rinnovabili – commenta Testa, presidente di Eva – in cui noi eravamo già presenti nel campo delle biomasse. Nell'idroelettrico contiamo d'investire circa 80 milioni di euro per arrivare a produrre 300 milioni di chilowattora l'anno, sia costruendo impianti nuovi che acquistandone di già esistenti”. L'espansione si concentra soprattutto nell'arco prealpino, ma la società, nata dall'iniziativa di un gruppo di professionisti valsabbini, ha progetti in stadio avanzato anche in Campania e in Calabria.
“Non dimentichiamo che la produzione di un milione di chilowattora da idroelettrico evita l'immissione nell'atmosfera di 600 tonnellate di anidride carbonica”, fa notare Sergio Adami, responsabile Enel per le energie alternative. “Al momento attuale – aggiunge Adami – l'anidride carbonica vale circa 10 dollari la tonnellata, ma con l'entrata in vigore del protocollo di Kyoto potrebbe arrivare a 70-80 dollari”. Per Enel, leader mondiale nel settore idroelettrico con 495 impianti per una capacità totale di 14.312 MW, si tratta quindi di un'ottima fonte di crediti verdi oltre che di energia a buon mercato. Se la produzione di un megawattora da olio combustibile costa 70 euro, da gas naturale 50 e da carbone 45, la stessa quantità di energia prodotta dall'acqua costa solo 20 euro. E' per queste due buone ragioni che Enel continua a espandere la sua capacità idroelettrica: gli ultimi investimenti sono due piccoli impianti ad acqua fluente sul fiume Tirso, in Sardegna, uno sul Biferno in Molise e altri ne arriveranno in Piemonte, in Veneto e nelle Marche. “Anche sui grandi impianti – aggiunge Adami - che spesso risalgono all'epoca fra le due guerre, si interviene per sostituire le turbine o nel caso tutto l'albero elettrico, talvolta anche sull'intero complesso di adduzione dell'acqua”. In questo modo cresce il rendimento e quindi la potenza aumenta sensibilmente anche senza costruire nuovi impianti.
Di tirar su dighe nuove, però, non se ne parla nemmeno. Mentre l'Austria e la Svizzera - che ci vendono una bella fetta della loro energia - continuano a riempire bacini e pompare acqua nelle condotte forzate, da noi la corsa ad attingere la potenza dei fiumi si è impantanata nel fango del torrente Vajont, tra le case sommerse di Erto e Casso. In quel lontano '63 la produzione idroelettrica copriva il 65% della domanda nazionale. Ma dopo il Vajont l'entusiasmo per lo sfruttamento delle risorse nazionali si è spento di colpo. Al vertiginoso aumento dei consumi, decollati a partire dal boom economico degli anni Sessanta, si è fatto fronte soprattutto con il petrolio. E a quarant'anni dal disatro, anche oggi che l'idroelettrico è tornato di moda, le dighe restano tabù. “Non ci proviamo nemmeno – puntualizza Adami - perché anche se ottenessimo l'autorizzazione del ministero, ci troveremmo contro le comunità locali”. Eppure le potenzialità ci sarebbero tutte: basti pensare alla potenza del Po, sfruttata pochissimo rispetto a quella di altri grandi fiumi europei. Perfino sugli impianti di piccola taglia, ad acqua fluente, le resistenze sono spesso strenue. Le opere idrauliche legate alle centraline idroelettriche devono sottostare ai parametri sul minimo deflusso vitale, definiti dalle regioni in base alle indicazioni delle singole autorità di bacino e degli enti locali: ogni fiume ha il suo. “La catena delle decisioni è troppo lunga, ci vuole un niente a spezzarla, basta un comitato di quartiere che si mette di traverso e il meccanismo s'inceppa”. Adami ne sa qualcosa: ha otto cause pendenti su dispute di questo tipo.
17 novembre 2004
Ortis e Fanelli restano soli, Authority zoppa
Da quando Fabio Pistella se n'è andato a dirigere il Cnr, l'Authority di Alessandro Ortis ha perso energia. Oltre al presidente, infatti, a capo dell'autorità è insediato al momento solo il commissario Tullio Maria Fanelli, mentre la legge Marzano ha portato da tre a cinque il numero di consiglieri e ha previsto 60 giorni, che scadono il 28 novembre, per integrare il collegio. Ma il balletto delle nomine prenderà senz'altro più tempo. L'Authority potrà continuare a deliberare anche a ranghi ridotti, secondo il parere legale prevalente, ma dalla fine di novembre le sue decisioni saranno leggere leggere. E in questa situazione dovrà affrontare una serie scadenze importanti.
Prima fra tutte lo scontro legale sui distacchi di corrente del 26 giugno 2003, che lasciarono al buio oltre 7 milioni di utenti. Per questa interruzione programmata del servizio, l'Enel rischia una multa salata e quindi ha deciso di precorrere i tempi pagando un'oblazione di 50mila euro (pari al doppio della sanzione minima prevista, che va da 25mila a 150 milioni) utilizzando una legge dell'81, secondo cui il pagamento è sufficiente ad archiviare l'istruttoria avviata dall'Authority. La società guidata da Paolo Scaroni aveva già fatto lo stesso in un'occasione precedente, quando era riuscita a bloccare una multa da 45 milioni di euro, comminata dall'Authority nel 2001 per aver fornito dati falsi sulle interruzioni di corrente nelle regioni del Sud. Per evitare la sanzione, l'Enel fece ricorso alla norma sull'oblazione, che non viene espressamente esclusa dalla legge di fondazione dell'Authority dell'energia così com'è stato fatto per l'Antitrust. Ortis è ricorso al Tar della Lombardia e poi al Consiglio di Stato, che gli hanno dato torto. L'ultima sentenza è dello scorso luglio. In settembre, l'Enel ci ha riprovato: un'altra oblazione per bloccare l'istruttoria sui distacchi di corrente del giugno 2003. Ma Ortis non si dà per vinto: non ha chiuso l'istruttoria e ha ripreso la strada del Consiglio di Stato, adducendo un vizio di forma per respingere l'oblazione. Nel frattempo si sta muovendo anche il mondo della politica: sia la maggioranza che l'opposizione hanno presentato in questi giorni un emendamento alla Finanziaria e alla legge comunitaria per eliminare la possibilità di aggirare con l'oblazione le sanzioni dell'Authority. Ma i tempi sono stretti e non è chiaro chi riuscirà a tagliare per primo il traguardo. La sentenza del Consiglio di Stato, infatti, è attesa in tempi brevi.
La conclusione di questa vicenda pesa anche su tutti gli altri procedimenti in corso, fra cui l'istruttoria sul blackout del 28 settembre, che secondo l'Authority si sarebbe potuto evitare. Sotto accusa sono soprattutto i "ritardi nelle riaccensioni", il distacco improvviso di 21 impianti che avrebbero dovuto restare accesi al minimo e le "disfunzioni nei sistemi di telecomunicazione". Oltre all'Enel (proprietaria di alcuni impianti che non dovevano staccarsi dal sistema), in questa istruttoria sono coinvolti anche altri operatori, comprese le grandi municipalizzate.
L'Eni a sua volta rischia una multa per aver rifiutato a Gas Natural l'accesso al proprio terminale di rigassificazione di Panigaglia: dopo aver imposto all'Eni di concedere l'accesso, l'Authority ha avviato un'ulteriore istruttoria per stabilire una sanzione, che sta per chiudersi. Un'altra indagine molto delicata, che si dovrebbe chiudere entro l'anno, è quella sul potere di mercato di Enel, che insieme alla dominanza di Eni sul mercato del gas è stato messo sotto accusa anche da Giuseppe Tesauro come la causa principale dei prezzi troppo alti. Tesauro ha recentemente indicato la possibilità di ricorrere "a strumenti di limitazione ex ante del potere di mercato, che ci si illudeva di non dover utilizzare con l'avvio della Borsa elettrica". E proprio sulle anomalie dei prezzi di Borsa, in particolare sui misteriosi picchi di giugno, Ortis ha aperto un'indagine conoscitiva che potrebbe portare a risultati molto interessanti. "I colli di bottiglia della rete - spiegano all'Authority - consentono a Enel di controllare i prezzi di Borsa con una manciata d'impianti". Una situazione - si dice a Piazza Cavour - che andrebbe risolta togliendo quegli impianti dalle mani dell'ex-monopolista. Sempre in tema prezzi di Borsa, fra pochi giorni l'Authority ha intenzione di emettere una delibera, anche perché si avvicina la fase delicata in cui l'Acquirente Unico dovrà concludere i contratti di fornitura per l'anno prossimo, che determineranno in larga misura la bolletta elettrica degli italiani. Grazie alle procedure anti-rincari dell'Authority e all'abile manovra messa in atto dall'Acquirente Unico - che al momento di stabilire le tariffe per il trimestre in corso ha buttato sulla bilancia ben 84,7 milioni di euro, intascati con le operazioni di trading su energia Cip6 attuate nel primo trimestre dell'anno - l'impatto del caro-greggio non si è ancora sentito sul mercato vincolato. Ma Ortis ha ormai sfuttato fino in fondo tutti i margini regolamentari e la bolla dei prezzi energetici rischia di scoppiarle in mano alla fine di questo trimestre, se il greggio non avrà ancora imboccato una discesa stabile. Con l'attuale mix italiano di combustibili, infatti, ogni dollaro in più al barile fa aumentare il costo di generazione di un euro, producendo un immediato rincaro del 2% per ogni megawattora. E su questo anche Ortis può fare ben poco.
11 novembre 2004
La campagna d'Italia di Edf
Marcel Roulet è un anziano signore, che ha trasformato France Telecom in una moderna compagnia telefonica e crede fermamente nelle privatizzazioni. La commissione governativa da lui presieduta emetterà giovedì il verdetto tanto atteso dal mercato italiano dell'energia, consegnando al ministro Nicolas Sarkozy il suo rapporto: Edf, la più grande società elettrica del mondo, deve disimpegnarsi dall'Italia e dalla Gran Bretagna per concentrarsi esclusivamente su Francia e Germania, in vista della quotazione in Borsa? Oppure deve restare in tutti e quattro i Paesi, diventando padrona di Edison, con o senza partner locali? Dalle indiscrezioni che filtrano da Parigi, la commissione sembrerebbe propendere per l'ipotesi espansiva. L'ultima parola, naturalmente, spetta al governo francese e soprattutto a Pierre Gadonneix, nuovo capo di Edf. La prova del nove l'avremo soltanto in febbraio, quando il colosso transalpino dovrà mettere sul tavolo circa 4 miliardi per rilevare le altre quote di Italenergia Bis, holding di controllo di Edison. E forse altri 4 miliardi per lanciare un'Opa a cascata. Ma l'orientamento della commissione e i contatti avuti da Sarkozy nella sua visita a Roma, dove ha incontrato anche Carlo De Benedetti (possibile partner in Edison) e Paolo Scaroni, lasciano sospettare che la strada sia segnata.
Le conseguenze per il mercato italiano sono di vasta portata: se Edf sbarcherà in forze su Edison, infatti, andrà risolto il blocco dei suoi diritti di voto al 2%. E il "pacchetto di scambio" concordato a suo tempo con Francois Roussely per avviare una certa reciprocità nell'apertura dei rispettivi mercati, coinvolge in pieno le strategie internazionali di Enel, che non potendo crescere nell'elettricità in Italia è molto concentrata sull'espansione all'estero. La possibile intesa, su cui Gadonneix non si è ancora pronunciato, comprende la cessione dei diritti di prelievo di 3-4mila megawatt di energia nucleare, per consentire a Enel di conquistare una quota del 3-4% del mercato francese, e la partecipazione al progetto Epr, la centrale nucleare di ultima generazione che francesi e tedeschi stanno costruendo a Flamanville, in Normandia. Un bel premio per Enel, che ha pochi alleati in Europa.
In attesa del responso, Scaroni corre da solo. Lo dimostra l'accordo appena concluso con Bratislava, per rilevare due terzi di Slovenske Elektrarne. Con l'acquisizione di due terzi dell'ex monopolista slovacco per 840 milioni di euro (è il boccone più grosso mai ingollato da Enel), Scaroni incamera una capacità produttiva di circa 7000 megawatt, equivalente a quella di Eurogen, la più grande delle gen.co, ceduta a Edison. Nel pacchetto di generazione, che rappresenta l'82% del mercato slovacco, sono comprese anche due centrali nucleari, per 2640 megawatt complessivi, dove Enel si è impegnata a completare la costruzione di due reattori, per rimpiazzare i due destinati al decommissioning. L'Italia entra così a pieno titolo nel business nucleare, anche se non sul territorio nazionale. "Sarà un'ottima occasione - dicono all'Enel - per ricostruire quel know-how che abbiamo perduto".
Ma la strategia di espansione in Est Europa non è certo finita qui: Scaroni l'ha illustrata nei dettagli venerdì scorso in un summit strategico a porte chiuse che si è tenuto a Venezia, dove gli amministratori della società hanno discusso liberamente, senza obblighi di trasparenza, le prospettive di crescita all'estero sul lungo periodo. "Siamo in prima linea per fare la nostra parte nella liberalizzazione del mercato russo, che partirà nel 2005", ha detto Scaroni. In Russia, Enel è attiva nella gestione di una centrale a ciclo combinato a San Pietroburgo, che dev'essere raddoppiata in tempi brevi. In questo modo si è fatta conoscere dal Cremlino e dall'ente elettrico pubblico, la Rao Ues, che sta per avviare la privatizzazione dello sterminato mercato russo, mettendo in vendita alcune gen.co come in Italia. La prima, un gigante da 9000 megawatt, dovrebbe andare in gara in tempi brevi. "L'Enel - ha promesso Scaroni - è pronto a partecipare".In Romania, dove Enel ha già il 20% del mercato della distribuzione, Scaroni è pronto a entrare nella produzione e ha in progetto di candidarsi al completamento della terza unità dell'impianto nucleare di Cernavoda. In Bulgaria si è aggiudicato una grande centrale a lignite, in via di modernizzazione. I bulgari, che stanno per mettere in vendita altri tre impianti e per completare la costruzione della centrale nucleare di Belen, puntano a diventare il centro principale di produzione elettrica nei Balcani - dove sono già oggi i primi esportatori di energia - e oltre il Bosforo, verso la Turchia. Quindi la presenza su questo mercato è altamente strategica. Ma c'è anche un altro aspetto strategico molto interessante: "Ora che il protocollo di Kyoto sta per essere applicato, la presenza in tutti i Paesi dell'Est offre notevoli vantaggi sul piano dei crediti di emissione", fanno notare all'Enel. Nessuno di questi Paesi, infatti, ha obblighi di riduzione delle emissioni di anidride carbonica. E gli impianti di produzione non sono certo gioielli di efficienza. Basta quindi poco sforzo per aumentare l'efficienza di un impianto dal 20 al 40-50% e acquisire così crediti di emissione da utilizzare per compensare le emissioni in eccesso generate in Italia, dove i processi di efficientamento sono molto più costosi.
28 ottobre 2004
Le Authorities vanno a scuola a Firenze
Una piattaforma comune ai 25 Paesi dell'Unione dove mettere assieme le conoscenze delle autorità regolatorie europee con quelle dei decisori politici e industriali, degli accademici e dei ricercatori, per sviluppare un linguaggio e una cultura regolatoria comune, anticipare nuove sfide e disseminare le best practices. Sarà tutto questo e forse qualcosa in più la Florence School of Regulation, che ha appena aperto i battenti all'European University Institute di Firenze, come joint venture fra la Commissione europea, il Consiglio delle autorità europee dell'energia (Ceer) e il Centro Robert Schuman di studi avanzati sotto la direzione di Pippo Ranci. "Partiamo come punto di riferimento europeo per chi si occupa di regolamentare il mercato dell'energia, anche perché siamo sostenuti dalle imprese del settore - spiega Ranci, ex presidente dell'Autorità per l'energia - ma contiamo di allargarci agli altri mercati regolamentati, cercando di riempire un vuoto molto sentito in questo campo: non esiste un luogo in Europa dove i decisori del mercato unico possano confrontarsi con le autorità regolatrici nazionali e con gli studiosi europei, per sottoporre a un'analisi comparata i meccanismi nati dalle esigenze interne di ogni settore". A riempire questo vuoto arriva ora la Florence School of Regulation, nata da una precedente consuetudine fra il Ceer e l'European University Institute, dove insegna anche Giuliano Amato, uno dei primi presidenti dell'Antitrust. "Già da qualche anno - precisa Ranci - il Ceer tiene qui i corsi di formazione per i dipendenti delle diverse Autorità europee dell'energia. La scuola parte da questo nucleo già esistente per allargare il suo campo d'azione a seminari più articolati e più aperti, ma anche a corsi brevi più avanzati, pensati per far incontrare i vertici delle Autorità con rappresentanti della Commissione, accademici e imprese". La missione della scuola fiorentina si ferma qui: non è stata pensata per arrivare a veri e propri corsi universitari strutturati, già offerti da altri istituti europei. "Cercheremo di fare quello che le altre università non fanno - commenta Ranci - muovendoci fra iniziative più ristrette e grandi conferenze di alto livello, come quella che stiamo già organizzando per la prossima primavera". L'interesse per l'iniziativa, del resto, già oggi non manca: i dieci nuovi membri dell'Unione sono i più attivi sul fronte dell'apprendimento, ma arrivano segnali anche dall'esterno. "Abbiamo avuto richieste di partecipare ai nostri corsi anche da Paesi non ancora aderenti, come la Romania e la Turchia", fa notare Ranci. Segno che la scuola fiorentina ha molto lavoro da fare.
22 ottobre 2004
Gli operatori wireless hanno scoperto Dio
Lo strumento più diabolico del creato si converte sulla via di Damasco. Sms pubblicitari, musica da scaricare o tv sul telefonino non bastano più: ora gli utenti dei cellulari hanno trovato Dio. Dalla cupola di San Pietro alle atmosfere New Age, dai minareti di Dubai ai templi indù di Bombay, dalle guglie metodiste di Manchester al Muro del tempio di Gerusalemme, la svolta spirituale degli operatori wireless si percepisce a tutte le latitudini. Per soddisfare le esigenze di ogni fede, servizi di messaggistica religiosa spuntano come funghi ai quattro angoli del globo.
Per i seguaci dell'Islam, che già da anni hanno imparato a sfruttare in chiave ideologica i potenti mezzi della tecnologia, saranno disponibili entro la fine dell'anno in India, Bangladesh, Indonesia e Malesia dei telefonini prodotti dalla società LG Electronics, insieme all'operatore Ilkone Mobile Telecom di Dubai, che ricordano le ore delle cinque preghiere quotidiane, contengono in memoria il calendario lunare, oltre a una serie di versetti del Corano, e indicano la direzione della Mecca. Ma anche gli islamici che non vogliono cambiare il telefonino possono utilizzare i servizi di diverse società specializzate per “islamizzarlo”: ad esempio con il “muezzin digitale” della MyAdhan, che manda a chiunque lo richieda un sms con gli orari giusti per pregare nella sua area geografica, o attraverso il portale francese MobIslam, che offre loghi e suonerie islamiche, oltre al solito servizio di segnalazione degli orari di preghiera.
Il Vaticano non è da meno: Verizon ha appena lanciato il Pensiero del giorno del Papa – già disponibile da tempo in Irlanda e Regno Unito attraverso Vodafone - che arriva sul telefonino ai suoi utenti americani per la modica cifra di 30 cent a messaggino. Il Vaticano partecipa all'affare confezionando gli sms attraverso il provider italiano Acotel. Ora si sta pensando anche alla diffusione di mms con le immagini della messa domenicale in San Pietro. Sempre negli Stati Uniti, da settembre la californiana SMS Media Group offre il servizio Mfaith, che invia ogni giorno verso le 11 un sms con un versetto del Nuovo Testamento. Un servizio analogo è già disponibile da tempo in Australia, attraverso la locale Bible Society. In Russia la diocesi di Voronezh ha lanciato una “scuola di Bibbia” gratuita per sms, inviando ogni giorno, a chiunque lo chieda, qualche frase dell'Antico Testamento con allegati i compiti per casa.
Nelle Filippine, la società Smart Communications ha inventato un “rosario mobile” per aiutare a tenere il conto delle preghiere: ogni volta che si clicca sul telefonino si avanza di un grano. E' disponibile anche una “Via Crucis mobile” con delle immagini adatte a ognuna della 14 stazioni, che servono d'ispirazione all'utente in preghiera. Le autorità cattoliche filippine hanno vietato invece le confessioni per sms, che cominciavano a diffondersi. In Olanda l'episcopato locale offre 15 diverse suonerie con inni cattolici a 1,15 euro ciascuno. Nel Regno Unito l'Unione delle chiese metodiste ha lanciato qualche mese fa una campagna per chiedere ai giovani d'inventare un nuovo comandamento per il 21° secolo, da aggiungere ai dieci già noti, ed è stata sommersa da migliaia di sms con i suggerimenti più svariati. "Non devi adorare falsi idoli pop" è il comandamento che ha vinto il concorso, guadagnandosi in premio un videotelefonino.
Anche in India si può trovare l'ispirazione religiosa via cellulare attraverso l'operatore BPMobile, che invia le preghiere dei suoi utenti, mandate per sms, a un tempio di Bombay dove vengono offerte al Dio indù Ganesh. Lo stesso procedimento viene usato da una società israeliana per soddisfare l'antica usanza ebraica di infilare le proprie preghiere scritte su un bigliettino nelle fessure tra le antiche pietre del Muro del tempio di Salomone a Gerusalemme: un rabbino s'incarica di trascrivere gli sms e piazzarli nel luogo più sacro all'ebraismo mondiale.
Perfino gli insegnamenti New Age del guru Deepak Chopra si possono ricevere quotidianamente, abbonandosi per 3,25 dollari al mese a un servizio chiamato le Sette Leggi Spirituali, dal titolo del suo libro più famoso. Il servizio, disponibile solo negli Stati Uniti attraverso due operatori telefonici, fornisce un aforisma quotidiano e una serie di consigli dietologici. "E' straordinario - ha commentato recentemente lo stesso Chopra - che la gente possa trovare sollievo in frasi così brevi. Forse basta un piccolo richiamo quotidiano per non dimenticare il senso profondo della vita".
21 ottobre 2004
Utilities, aggregazioni a rilento
"Aggregazioni secondo logiche industriali, non politiche. E privatizzazioni vere, non di facciata". Questo - secondo Renato Brunetta, consigliere economico di Palazzo Chigi - è l'obiettivo del governo nella battaglia delle utilities, che "rischia di finire come quella fra i capponi di Renzo", se non si darà un colpo di acceleratore ai processi di fusione in corso. La spinta a cui pensa il governo consiste in uno sconto fiscale sulle cessioni di quote delle ex-municipalizzate e in altri meccanismi per incentivare le privatizzazioni. "Stiamo inserendo nella finanziaria - spiega Brunetta - una serie di premi e punizioni per indurre gli enti locali a vendere quote, senza se e senza ma. La trasformazione delle ex-municipalizzate in Spa è stata un passo avanti, ma non si capisce perché i Comuni debbano restare proprietari delle Spa". Il forte divario fra la privatizzazione formale e sostanziale delle utilities è sottolineato anche dall'ultimo rapporto di Confservizi: le Spa, che erano 650 all'inizio del 2003, sono oggi 710, ma gli enti locali prevalgono di gran lunga come unici proprietari (73%) o come azionisti di maggioranza (23,6%), mentre solo una piccola percentuale (3,4%) ha optato per una quota minoritaria. E l'identificazione fra Comuni e aziende dei servizi pubblici fa da barriera alle aggregazioni: "La frammentazione degli operatori italiani è la più elevata in Europa - commenta Brunetta - e se non ci sbrighiamo a privatizzare fra di noi, arriverà qualcun altro di dimensioni ben più consistenti che lo farà a nostre spese".
Fra le norme che Brunetta vuole ribaltare c'è anche il famigerato provvedimento, inserito nella finanziaria dell'anno scorso, che consente alle società pubbliche l'affidamento degli appalti senza gara. Sullo stesso punto batte anche Pier Luigi Bersani: “Prima di privatizzare bisogna liberalizzare, correggendo le norme illiberali che favoriscono le aziende pubbliche invece di stimolare la concorrenza. Prima viene la liberalizzazione, che spinge alla crescita e alle aggregazioni, poi la privatizzazione. Altrimenti si finisce per privatizzare i monopoli”. Secondo Bersani, il processo di liberalizzazione e privatixzzazione avviato con la riforma del mercato elettrico che porta il suo nome, “sta andando indietro, non avanti”.
In effetti il processo di aggregazione delle utilities italiane, per ammissione di tutti gli attori interessati, fa fatica a scaricare la pesante zavorra del campanilismo e dei contrasti ideologici. Dopo l'aggregazione di Hera nel 2002 e la fusione fra Acegas (Trieste) e Aps (Padova) nel 2003, nel settore c'è sempre molto movimento, ma di accordi nero su bianco se ne vedono pochi. Comincia appena a prendere forma il maxi-polo delle utilities lombarde, promosso dal governatore Roberto Formigoni: le 21 aziende coinvolte nel progetto-pilota costituirebbero da sole il quarto operatore nazionale nel gas, il terzo nell'energia elettrica e il primo nel settore idrico e nell'igiene urbana. Per ora il modello Formigoni punta a una holding leggera e non coinvolge operatori nazionali come Edison, che invece rientrerebbe nella vecchia idea del “polo elettrico” alternativo a Enel con Aem Milano e Asm Brescia, su cui sta lavorando anche Mediobanca. Sul progetto, caldeggiato dal presidente della commissione Attività Produttive della Camera Bruno Tabacci, pesa però l'incognita Edf, che in primavera potrebbe diventare la padrona assoluta del secondo operatore elettrico italiano. E nel frattempo su Edison ha messo gli occhi anche il gruppo Endesa, il gigante spagnolo dell'energia - già alleato ad Asm Brescia nella conquista di Elettrogen - che considera l'Italia il suo principale mercato d'espansione. Mentre gli ex-monopolisti europei si danno da fare, sulla via Emilia la trattativa fra Meta (Modena) e le utilities di Piacenza, Parma e Reggio Emilia, sembrerebbe naufragata. E l'alternativa dell'alleanza con Hera ancora distante. Nel Nord-Est, la voglia di Nes (che doveva raccogliere otto municipalizzate partecipate da oltre 130 Comuni veneti e friulani) sta incontrando parecchie resistenze. Il tandem fra Vesta e Iris - le utilities di Venezia e Gorizia, forze trainanti del progetto - si scontra con le aspirazioni di crescita di Acegas-Aps, rivolte sia verso il Friuli che verso il Veneto. Dai friulani di Cafc, una pedina importante nel gioco di Nes, agli udinesi di Amga, dai veronesi di Agsm a Asco-Piave, le alleanze restano così in bilico. Continua invece il processo di avvicinamento fra l'Aem di Torino e l'Amga di Genova e sembrerebbe in dirittura d'arrivo il matrimonio fra Asm (Brescia) e Bas (Bergamo). Ma non è mai detta l'ultima parola. Bas sembrava già convolata a giuste nozze con l'Acsm di Como, quando un ribaltone politico ha rimesso tutto in discussione. E da qui emerge la debolezza di fondo di queste alleanze: finché si tratterà di imparentamenti basati sulle affinità elettive dei sindaci di questo o quel colore e non sulle logiche industriali, sarà difficile approdare a risultati seri e duraturi.
15 ottobre 2004
La via lituana alla liberalizzazione
E-government: fino a due anni fa in Lituania era una parola quasi sconosciuta. Ma con l'avvicinamento del piccolo Paese baltico all'Unione europea, sfociato in maggio nell'adesione, l'interesse per l'argomento cresce rapidamente. La penetrazione di Internet nelle case è aumentata del 15% nell'ultimo anno, riguadagnando il terreno perduto ai tempi della dominazione sovietica. La spinta commerciale ha causato una crescente diffusione dei computer nelle famiglie e un forte investimento del settore pubblico sui livelli formativi della popolazione sta facendo il resto. Ha trovato quindi terreno fertile lo sforzo italiano di portare a Vilnius un po' di e-government.
Nell'ambito del processo di adeguamento agli standard europei, infatti, il ministero italiano dell'Economia si è fatto carico di sostenere l'Authority lituana dell'energia nello sviluppo e l'articolazione delle attività regolatorie, comprese le necessità di comunicazione con i cittadini e le imprese locali. Il progetto, durato due anni, rientra nel concetto di "gemellaggio amministrativo", uno strumento di assistenza a favore dei nuovi Paesi membri e dei candidati all'adesione che si è rivelato fondamentale per il rafforzamento delle istituzioni locali, ma anche dei rapporti fra i nuovi aderenti e il nucleo originale dei Quindici. Negli ultimi tre anni, amministrazioni ed enti italiani hanno realizzato 46 progetti di gemellaggio. I progetti nascono da richieste del Paese beneficiario interessato ad accrescere le proprie capacità istituzionali in un determinato settore: sulla base di queste richieste ogni Paese membro può elaborare una proposta. Alla "gara" per l'Authority lituana dell'energia hanno partecipato anche i tedeschi e i danesi: "Ma gli italiani - spiega Vidmantas Jankauskas, presidente dell'Autorità - sono quelli che ci hanno fatto l'impressione migliore". Così per due anni una piccola truppa di 54 esperti italiani in otto diversi ambiti si sono trasformati in pendolari, passando circa una settimana al mese a Vilnius sotto la guida di Francesca Davoli, delegata dal ministero a coordinare la missione in loco.
La presenza italiana ha avuto notevoli ricadute sul quadro istituzionale, il sistema tariffario, i controlli di qualità, la riduzione delle controversie, le relazioni internazionali e i sistemi informatici dell'Authority lituana. Ma fra i risultati più interessanti saltano all'occhio quelli ottenuti nell'ambito della comunicazione. "Per un Paese uscito di recente da cinquant'anni di dittatura, la trasparenza nei rapporti istituzionali è un obiettivo particolarmente difficile da capire e da raggiungere", commenta Daniele Comboni, docente allo Iulm ed esperto di comunicazione d'impresa, che ha curato quest'area insieme ad Alessandro Papini, ricercatore allo Iulm ed esperto di e-government. "All'inizio c'è stata un po' di resistenza - precisa Papini - ma col tempo le acque si sono calmate e quando siamo arrivati all'inaugurazione del sito dell'Authority erano tutti entusiasti". La reticenza dello spirito nordico ha ceduto all'espansività mediterranea. Il risultato è un sito costruito sulla base dei più moderni standard di e-government, in cui cittadini e imprese possono trovare ogni tipo di informazioni sull'Authority, le tariffe, i contratti di licenza, gli atti legali, possono scaricare documenti e possono aprire un dialogo interattivo con gli esperti. "Quando sono arrivati i primi quesiti - ricorda Papini - c'è stato un attimo di sbandamento. Poi abbiamo messo in piedi una procedura standard, in cui ogni domanda dev'essere evasa entro cinque giorni: chi la riceve deve girarla al funzionario più competente in materia, che poi la restituisce all'area comunicazione, dove si controlla che la risposta sia comprensibile anche a un cittadino comune e la si mette in rete".Ora che il dialogo con la gente è avviato, starà alle autorità lituane mantenerlo vivo.
14 ottobre 2004
Liberalizzazione, indietro tutta
Liberalizzazione, indietro tutta. Stretto fra l'incudine del caro-greggio e il martello della scarsa competizione, il mercato libero dell'energia muore stritolato. E il ministero dell'Economia, che con una mano mette in vendita da oggi la terza tranche di Enel, con l'altra si assicura la pace sociale rimandando di un trimestre i rincari sulle tariffe per le famiglie. Ma intanto la bolletta elettrica sta diventando una questione di vita o di morte per migliaia di italiani. Nel Sulcis, milleduecento buste paga sono appese da mesi al filo del costo dell'energia: la più importante azienda italiana trasformatrice di piombo e di zinco, la Portovesme, fatica a star dietro alla concorrenza mondiale con una bolletta elettrica doppia rispetto ai rivali spagnoli e quasi tripla di quelli tedeschi. Gli utenti domestici, invece, pagano tariffe ragionevolmente vicine alla media europea, che privilegiano i consumi molto bassi - come quelli dei single che mandano le camicie in lavanderia - e penalizzano le famiglie numerose. Uno strabismo tariffario che alla lunga non conviene né agli uni né agli altri. Già oggi, tra gli utenti che hanno scelto il mercato libero serpeggia l'inquietudine e qualcuno confessa la tentazione di tornare al mercato vincolato. Se questo accadesse, la liberalizzazione italiana sarebbe fallita. E le conseguenze, dalla fuga degli investimenti alla perdita di competitività, ricadrebbero su tutto il Paese, famiglie comprese.
"Per ora riusciamo a reggere perché l'acciaio vende bene - commenta Antonio Gozzi, a.d. del gruppo Duferco e presidente dell'Associazione italiana elettrosiderurgici - ma sui contratti per l'anno prossimo, in discussione in questi giorni, si profilano aumenti del 20%, che si assommeranno ai rincari del 10% sofferti quest'anno. Considerando che la bolletta elettrica rappresenta il 25-30% dei nostri costi produttivi, non c'è da stupirsi se la siderurgia italiana, seconda in Europa dopo quella tedesca, abbandona il campo per produrre sempre di più all'estero, con conseguente perdita di posti di lavoro". Analogo grido di dolore viene dalle piccole e medie imprese: non divorano energia come l'industria siderurgica, ma la bolletta la pagano anche loro. E non fanno mistero di considerarla una delle ragioni principali per cui la delocalizzazione conviene. I grossisti, che hanno appena ricevuto le offerte di Enel per il 2005, si torcono le mani: dai 52 euro a megawattora di quest'anno, l'ex monopolista è passato a chiederne 62 per l'anno prossimo, il 16% abbondante in più. Carlo Tortato, presidente del Consorzio Unindustria Multiutilities, che acquista altrove l'energia per le imprese della provincia di Treviso, prevede "almeno una stangata del 10-12%". E' fra i più fortunati.
Risultato: tutti gli svantaggi si accumulano su chi ha scelto la strada del mercato libero, già un'infima minoranza di 20-25mila utenti consumatori rispetto alla grande platea del mercato libero potenziale, da luglio arrivato teoricamente alla soglia di 7 milioni. Mentre gli utenti vincolati per ora si salvano sotto l'ala protettrice dell'Authority. Ma non per molto. Con l'attuale mix italiano di combustibili - frutto di gravi errori strategici compiuti al tempo del monopolio - ogni dollaro in più sul barile di greggio fa aumentare il costo di generazione di un euro, producendo con un aggravio di almeno il 2% sui prezzi lordi del megawattora, quasi il doppio rispetto al Regno Unito, due volte e mezzo la Spagna, oltre sei volte la Germania, oltre 12 volte la Francia nuclearista. E allora com'è possibile che in un'annata in cui il greggio prezzo del petrolio è aumentato del 40%, il prezzo amministrato dell'energia sia sceso dello 0,4%? Com'è possibile che nell'ultimo trimestre dell'anno l'Authority di Alessandro Ortis abbia alzato le tariffe solo dello 0,7%, quando tutti gli operatori si attendevano rincari ben più salati? "E' un miracolo - ha detto il ministro delle Attività produttive Antonio Marzano" - contenere le bollette in questo limite, molto al di sotto del tasso d'inflazione".
Il miracolo di cui parla Marzano ha un nome e un cognome: si chiama Nando Pasquali, presidente e a.d. dell'Acquirente Unico, la società creata dal Grtn che da qualche mese è subentrata a Enel per garantire le forniture del mercato vincolato. Il contenimento delle tariffe per il mercato vincolato dipende dalle operazioni di trading su energia Cip6 attuate da Pasquali nel primo trimestre dell'anno e dall'assegnazione diretta della convenientissima energia francese disponibile su base giornaliera, che prima veniva messa correttamente all'asta fra tutti gli operatori. In questo modo, al momento di stabilire le tariffe per il trimestre in corso, il responsabile degli acquisti per il mercato vincolato si è trovato in tasca - toh! - ben 84,7 milioni di euro, che ha buttato zitto zitto sulla bilancia per contenere i rialzi. Operazione una tantum del tutto legittima, ma molto poco pubblicizzata.
Il che ci rimanda all'antico dirigismo energetico - quando il governo tamponava l'emergenza prendendo dall'uno per trasferire all'altro senza dare spiegazioni - incompatibile con le regole di trasparenza e con l'esigenza di certezze del mercato libero. "Per consentire agli operatori di fare le valutazioni necessarie alla stipula dei contratti 2005 e al buon funzionamento del mercato libero, è essenziale che le informazioni 'sensibili', come le assegnazioni asimmetriche di energia Cip6 o d'importazione, ma anche il quadro tariffario che l'Authority ha in mente, siano rese tempestivamente disponibili al mercato", ammonisce Antonio Urbano di Dynameeting, grossista indipendente. Resta da chiedersi che cosa succederà l'anno prossimo alle bollette delle famiglie, dopo questa provvidenziale abbondanza di mezzi, scoperta con sei mesi di ritardo proprio al momento giusto. C'è chi prevede rincari del 10-15%. “E' presto per fare previsioni”, risponde lapidario Alessandro Ortis.
6 ottobre 2004
Operazione verità sul Cip6
Con il caro energia eletto a emergenza nazionale, la corsa a tagliare i sussidi inutili, che poi pesano sulla bolletta, diventa prioritaria. Da qui il voto unanime della commissione Attività produttive della Camera a favore di un emendamento alla legge comunitaria - ormai in dirittura d'arrivo - per cancellare ogni agevolazione alla produzione elettrica che, pur non derivando da fonti rinnovabili, è stata “assimilata” a queste fonti verdi da una famigerata delibera del Comitato interministeriale prezzi, varata nel lontano 1992, la cosiddetta Cip6. Gli oneri derivanti dagli incentivi all'energia “Cip6” pesano sulle bollette degli italiani per oltre due miliardi di euro all'anno e sussidiano per la maggior parte fonti molto poco ecologiche, come i residui della raffinazione e di altri processi industriali. Risultato: le fonti veramente rinnovabili ricevono solo una minima parte dei fondi a loro destinati (oggi non più del 20% degli incentivi Cip6), contribuendo per un magro 4% alla produzione elettrica italiana complessiva, mentre le “assimilate” (spesso altamente inquinanti) arrivano al 15%. Domanda: “Se è vero che in base alle direttive europee l'Italia dovrà arrivare entro il 2012 a produrre oltre il 20% della sua energia da fonti rinnovabili, che cosa faremo quando si scoprirà il trucco?”, si chiede il diessino Erminio Quartiani, primo firmatario dell'emendamento. Risposta: “Forse faremmo meglio a fermare questa truffa il prima possibile e a usare i due miliardi all'anno risparmiati per sostenere le vere rinnovabili, oltre che per alleggerire le bollette degli italiani”, rileva Quartiani.
I contratti Cip6, che dal '92 a oggi sono costati alle famiglie italiane circa venti miliardi di euro, furono avviati per incentivare le fonti rinnovabili, ma anche per promuovere una produzione di energia alternativa al monopolio allora vigente, nel primo tentativo di liberalizzazione di un mercato completamente dominato da Enel. Ma in questo modo si creò una situazione di mercato assistito: l'elettricità Cip6 è acquistata dal Gestore della rete a un prezzo molto più alto (0,9 euro a chilowattora) di quello corrente ed è rivenduta ai consumatori liberi tramite aste, in cui la base d'asta è molto più bassa del prezzo di acquisto (0,5 euro a chilowattora). In pratica, si tratta di un sussidio ai grandi consumatori. Le utenze vincolate, cioè le famiglie, oltre a pagare l'incentivo ai produttori di energia "verde" (la differenza fra energia Cip6 e prezzo corrente) attraverso una voce della bolletta, reintegrano anche il sussidio ai grandi consumatori, che spesso sono gli stessi produttori originari. Nel 2003, i beneficiari dell'incentivo per la produzione di energia da fonti "assimilate" sono stati Edison (41,2%), Sarlux (10,8%), Erg (10,2%), Acea (6,3%), Foster Wheeler (5,1%), Enipower (4,3%) e Apienergia (3,4%).Ma l'"operazione verità", sollecitata a lungo dal presidente della commissione Attività produttive Bruno Tabacci, non può essere portata a termine immediatamente: "Bisogna attendere che i contratti Cip6 scadano", spiega Quartiani. Questione di pochi mesi per alcuni, di qualche anno per altri. Entro il 2008-2009 la "truffa legalizzata" del Cip6 - com'è stata definita da Tabacci - potrebbe essere eliminata e le bollette degli italiani parecchio alleggerite. Basterebbe infatti trasferire soltanto una modesta parte di questi incentivi alle energie effettivamente "verdi" per raggiungere risultati strabilianti, che metterebbero l'Italia sulla buona strada per raggiungere l'obiettivo fissato da Bruxelles. Secondo i calcoli di Legambiente, sui due miliardi di euro all'anno attualmente sborsati dalle famiglie italiane per il Cip6, basterebbe destinarne 70 milioni all'energia fotovoltaica per centrare l'obiettivo di 300 MW installati nel 2012, contro i 26 attuali. In questo modo si potrebbe finanziare il famoso incentivo "in conto energia" per i pannelli fotovoltaici, varato l'anno scorso con un decreto del Consiglio dei ministri e mai tradotto in pratica. Con il decreto, che doveva essere finanziato entro il giugno scorso, si modifica l'attuale meccanismo d'incentivazione dei pannelli fotovoltaici seguendo il modello della Germania, leader europeo con 400 MW di potenza installata. I tedeschi hanno introdotto da qualche anno il "contatore che torna indietro": chi installa i pannelli sul tetto, quando immette nella rete elettrica l'elettricità che produce, riceve un incentivo congruo al chilowattora. A differenza del contributo all'acquisto dell'impianto attualmente vigente - una tantum legata ai tempi e alla disponibilità della burocrazia - questo meccanismo incentiva la scelta di pannelli più efficienti e spinge alla loro manutenzione per non perdere chilowattora di produzione. In sostanza, com'è successo in Germania, spinge allo sviluppo di un vero e proprio business sull'energia solare, che l'attuale meccanismo d'incentivazione dei "Tetti Fotovoltaici" in Italia non è riuscito a creare: gli impianti installati con i finanziamenti pubblici non sono andati oltre i 4-5 MW complessivi. Per un Paese dove l'impiego del solare potrebbe coprire il 90% del consumo elettrico residenziale nelle città del Centro-Sud, è lecito parlare di fallimento.
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