12 giugno 2006
Sulle rinnovabili il modello è tedesco
Bene il gas, ma ci vogliono anche le fonti rinnovabili. Per Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto Club, associazione d' imprese ed enti impegnati sul fronte delle energie alternative, il mix italiano di generazione elettrica ha enormi potenzialità su questo fronte, che non vengono sfruttate. Ma fra neanche un anno e mezzo il nostro sistema energetico arriverà al dunque. Nel 2007, infatti, Kyoto presenta il conto e per l' industria italiana sarà un conto salato. Spiega Silvestrini: «Bruciando idrocarburi, il nostro sistema industriale - in primo luogo le imprese produttrici di energia elettrica - produce 120 milioni di tonnellate all' anno di anidride carbonica in più rispetto al limite che ci è stato assegnato. Se facciamo il conto complessivo sui primi 5 anni del protocollo, sono 600 milioni di tonnellate. Di questi, circa un terzo potrebbe essere ridotto con i provvedimenti già varati e noi riteniamo che un altro terzo si dovrebbe riuscire ad abbattere con ulteriori misure di efficienza energetica. Il resto andrà comprato sul mercato dei certificati di emissione: calcolando un prezzo medio di 15 euro a tonnellata, già molto ottimistico, la spesa si aggira sui 3 miliardi di euro. Ma perché non metterli in Italia - si chiede Silvestrini - invece che andare a spenderli all' estero?». Basterebbe un minimo di programmazione per far nascere anche qui, come in Germania o in Danimarca, una filiera delle fonti rinnovabili potenzialmente molto redditizia. «Sul fotovoltaico, dopo il decreto d' incentivazione in conto energia, qualcosa si sta già muovendo: ci sono aziende produttrici straniere che vengono a chiedermi informazioni per un possibile investimento in Italia. Ma l' obiettivo di raggiungere i 1000 MW fotovoltaici entro il 2015 è troppo basso. Per ora solo 340 MW sono stati autorizzati, a fronte di una valanga di richieste. Basterebbe alzare l' obiettivo, e magari ridimensionare un pò l' incentivazione per non sforare il budget, per creare i presupposti all' insediamento di produttori di pannelli sul nostro territorio, dando vita a un' industria di questo tipo, com' è già successo in Germania». Ma in Italia non c' è solo il sole. «Le resistenze all' eolico di alcune regioni, come Sardegna e Puglia, andrebbero corrette con un sistema di "burden sharing": ogni regione dovrebbe essere obbligata a dare il suo contributo alla costruzione di un sistema di fonti rinnovabili. Se non vuole l' eolico, scelga qualcos' altro, dal solare alle biomasse, ce n' è per tutti. Dire no e basta non dovrebbe essere consentito». Un sistema che potrebbe aiutare molto alcuni settori in crisi. «Guardiamo ad esempio alla conversione della produzione agricola dal food al non food che si è scatenata in Germania: con gli alti prezzi del petrolio, l' entrata in vigore del protocollo di Kyoto e la fine della Pac, la politica agricola comunitaria, le fonti rinnovabili sono state una manna per i contadini in cerca di nuove fonti di reddito: ospitare aerogeneratori o pannelli fotovoltaici, produrre biomasse o biocarburanti per la generazione elettrica o il trasporto sta salvando un settore in crisi».
Municipalizzate ancora troppo piccole
La partita dell' energia ormai è una partita globale. Per Andrea Gilardoni, direttore del master in Economia e gestione dei servizi di pubblica utilità della Bocconi, il problema della dimensione d' impresa delle utilities va visto in una prospettiva europea. «Da un lato - dice - bisogna accelerare il processo d' internazionalizzazione delle imprese italiane dell' energia, dall' altro favorire l' aggregazione interna fra gruppi di utilities per consentire la formazione di quattro o cinque poli capaci di competere fra loro». Il che non esclude, naturalmente, l' apertura del mercato italiano a soggetti stranieri. «La presenza di operatori internazionali è una preziosa opportunità per arricchire il sistema nazionale da molti punti di vista, tecnologici, finanziari e di approvvigionamento - dice Gilardoni -. Anche se, data la strategicità della materia energetica, questa presenza non dovrebbe mai diventare ragione di eccessiva dipendenza e perdita di autonomia». L' internazionalizzazione, quindi, è in cima all' agenda: «Con tutto il rispetto per l' importanza del libero mercato - fa notare Gilardoni - il ruolo del governo non va sottovalutato in questo campo: in tema di approvvigionamento è stato nel passato, ed è ancora oggi, decisivo. Non bisogna dimenticare, infatti, che in molti Paesi sono le compagnie di Stato a gestire le risorse energetiche. E ciò impone delle considerazioni di carattere più generale sul ruolo fondamentale della diplomazia». Di conseguenza non è pensabile, secondo Gilardoni, una completa privatizzazione di Eni ed Enel, né un ulteriore smagrimento dei due «campioni nazionali»: tranne per quanto riguarda Snam Rete Gas, che andrebbe scorporata dall' Eni per renderla neutrale come Terna. «Basta guardare che cos' è successo in questi giorni con la questione Suez, o durante l' inverno con i problemi di approvvigionamento del gas dalla Russia, per capire che Enel ed Eni devono andare nel mondo con alle spalle un governo ben deciso a sostenerle». D' altra parte, il governo dovrebbe avviare una politica capace di facilitare la crescita della competizione interna, favorendo le aggregazioni. «Un processo in questo senso è già bene avviato, con le aggregazioni nel Nord, attorno ad Aem Milano e a Hera, ma bisognerebbe allargare il raggio d' azione, creare concentrazioni più vaste». La strada per accelerare il processo di aggregazione non passa tanto attraverso un sistema di incentivazione diretta - precisa Gilardoni - bensì attraverso la rimozione di circostanze che, di fatto, scoraggiano l' accorpamento. «Utilizzando, ad esempio, il sistema delle gare per l' affidamento della distribuzione locale, e rafforzando l' obbligo di condizioni minime di sicurezza e qualità del servizio, si porta automaticamente le società più piccole a unirsi per sfruttare le economie di scala. Nella pratica, per una piccola società è spesso difficile ottemperare in maniera rigorosa a tutti gli obblighi su sicurezza e qualità. Già oggi si vedono gli effetti dei controlli dell' Autorità: una costante pressione del regolatore in questo senso ha l' effetto di spingere le società ad aggregarsi e a diventare più efficienti».
29 maggio 2006
Kyoto, Enel presenta il conto
Il mercato delle quote di anidride carbonica non è ancora partito in Italia, ma l' Enel già presenta il conto di Kyoto ai suoi grandi clienti, con una maggiorazione del 2% sul prezzo dell' elettricità. La richiesta di pagare un addizionale di 1,67 euro al megawattora colpisce tutte le imprese energivore che avevano firmato contratti diretti con l' ex monopolista, compreso l' Acquirente Unico che rifornisce di energia le famiglie italiane, già salassate da un prezzo dell' energia superiore di un terzo rispetto al resto d' Europa. «Nel 2005 - dice l' Enel - l' onere sopportato per l' acquisto di quote e già iscritto a bilancio è stato pari a circa 180 milioni di euro». La compagnia elettrica guidata da Fulvio Conti, infatti, ha sforato di ben 8,6 milioni di tonnellate le emissioni di anidride carbonica assegnate alle sue centrali dal Piano nazionale di allocazione, appena varato in applicazione del protocollo di Kyoto, contro gli 1-2 milioni previsti inizialmente. E se quest' anno è andata così, le prospettive per l' anno prossimo non sono certo rosee, calcolando la crisi del gas che nei primi mesi del 2006 ha costretto gli operatori elettrici italiani a far andare diverse centrali a olio combustibile invece che a metano, con un aggravio notevole sul bilancio dell' anidride carbonica. Le emissioni in eccesso vanno compensate, comprando una quantità corrispondente di permessi sul mercato, altrimenti si rischiano multe salatissime. Ed è quello che Enel ha fatto, come del resto era previsto: sin dal settembre 2004 il gruppo aveva avvertito gli operatori che i prezzi dell' energia elettrica avrebbero potuto inglobare i costi dell' acquisto dei permessi. Resta da chiedersi, come ha scritto Emma Marcegaglia in una lettera di protesta a Fulvio Conti, se è corretto scaricare in toto questi extra-costi sui clienti e quindi, in ultima analisi, sulle bollette. L' Enel non ha alcun dubbio: i costi di Kyoto vanno spalmati sulla comunità. E ci è andata pure bene: in Germania - precisa il gruppo - «l' incremento imputabile al costo della CO2 nel 2005 è stimato attorno ai 13 euro al megawattora». Ma i rincari lasciano lo stesso perplessi tutti quanti, anche perché altri operatori, come Edison, hanno presentato un conto più modesto o addirittura, come Electrabel, hanno deciso di non trasferire questi costi sui consumatori. Soltanto per le 520 mila imprese riunite in Confartigianato gli oneri aggiuntivi sono stati stimati in 20 milioni di euro. Un esborso particolarmente fastidioso se si considera che ogni anno i consumatori versano circa 2 miliardi di euro, attraverso le tariffe stabilite dall' Authority, per incentivare la produzione di energia pulita. «Che fine hanno fatto queste risorse - si chiede il presidente Giorgio Guerrini - dal momento che non hanno consentito di abbattere le quote di anidride carbonica?». La domanda è legittima, tanto più che le imprese italiane non brillano certo per la loro lungimiranza in tema di applicazione del protocollo. «A meno di un mese dalla definizione dei nuovi piani di assegnazione delle quote per il periodo 2008-2012 in Italia permane una situazione di caos: solo il 20% degli impianti ha provveduto alla restituzione delle emissioni nei tempi previsti (in buona parte per colpa del malfunzionamento del registro nazionale) e il 5% non ha ancora attuato la verifica, con il risultato che il deficit di emissioni salirà ancora», spiega Michele Villa, partner del gruppo Environmental Resources Management ed esperto del protocollo di Kyoto. «Tra i grandi produttori - fa notare Villa - pochi sembrano guadagnare dal sistema, alcuni registrano un forte bilancio negativo tra emissioni effettive e quote assegnate. È il segnale di una capacità ancora ridotta di valutare il proprio contributo alle emissioni e quindi di definire strategie vincenti sui mercati di scambio». Mentre la macchina europea dell' Emissions Trading esce in questi giorni dalla fase di rodaggio, infatti, il sistema italiano non ha ancora nemmeno gettato le basi per negoziare gli scambi. Con la prospettiva di forti squilibri competitivi per le imprese italiane sul mercato europeo.
Eric von Hippel
Chi è che ne sa di più su un prodotto? Una volta si sarebbe detto la persona che lo ha progettato. Ma oggi non è più cosi. Ci sono molti utenti che davvero ne sanno di più su alcuni prodotti rispetto alle stesse aziende produttrici. E' per questo che Eric Von Hippel, autore di “Democratizing Innovation”, dalla sua cattedra della Sloan School of Management al Mit teorizza da tempo l'idea che il prossimo passo sarà la trasformazione della produzione di massa di stampo fordista e post-fordista in qualcosa di completamente diverso, su misura, creato e gestito dagli utenti stessi attraverso il web. E' il trasferimento del concetto di open source alla più ampia produzione industriale di beni di consumo.
Come vede dunque il futuro della produzione industriale? “Vedo una produzione di massa in cui attraverso il web le persone abbiano la possibilità di customizzare al massimo il prodotto, riducendolo a una miriade di micro scambi in cui si salti l'attuale filiera degli intermediari e il processo produttivo si trasformi, dando spazio a una nuova modalità di produzione su misura mirata direttamente al consumatore”.
Sembra fantascienza... “Non direi. L’Ibm è famosa per il suo ricco magazzino di invenzioni brevettate. L'anno scorso, ancora una volta è arrivata prima nelle classifiche della ricerca per gli Stati Uniti, mettendo insieme 3.248 brevetti, più di qualsiasi altra società. E ha guadagnato circa 800 milioni di euro vendendo e distribuendo licenze delle sue idee. Perché, allora, ha cambiato corso, regalando alcuni dei risultati della sua ricerca, invece di far pagare gli altri per utilizzarli? Perché ha interesse a farlo”.
In che cosa consiste questo interesse? “Controcorrente rispetto all’opinione diffusa, l’azienda ha calcolato che a volte condividere la tecnologia può essere più redditizio che non difendere gelosamente i propri diritti su brevetti, copyright e segreti commerciali. E le sue mosse vengono osservate attentamente nel mondo degli affari. Recentemente, Ibm ha fatto un gesto significativo in direzione di quella che ha definito una nuova era nei metodi per mantenere il controllo delle sue proprietà intellettuali, annunciando di voler mettere gratuitamente a disposizione 500 brevetti, per la maggior parte codici di programmazione per la gestione di programmi di commercio elettronico, immagazzinamento dati, elaborazione di immagini e comunicazioni Internet. Big Blue ha dichiarato che tutti i suoi futuri contributi alla più importante associazione per la standardizzazione del commercio elettronico, l’Organization for the Advancement of Structured Information Standards, saranno gratuiti”.
L’Ibm è all’avanguardia da questo punto di vista, ma anche altre aziende,in tutti i settori, stanno riconsiderando la loro strategia sulla proprietà intellettuale. Cosa mettere in comune con gli altri? Cosa tenere per sé, facendo pagare chi vuole utilizzarlo? “Internet, la globalizzazione, e la pressione dei costi stanno spingendo le aziende a collaborare alla ricerca di un innalzamento di produttività e ad accelerare il ritmo dello sviluppo dei prodotti. Questa collaborazione impone alle aziende di condividere una maggior quantità di informazioni tecniche con i clienti, i fornitori e i partner di settore. Il risultato è che le linee di confine e i termini di scambio, nel campo della proprietà intellettuale si stanno spostando. Il mondo degli affari oggi è impegnato in un gigantesco esperimento per cercare di capire quali settori della proprietà intellettuale aprire e quali mantenere chiusi. Il destino di molte aziende,e la forza delle economie nazionali, dipenderanno dagli esiti di questo esperimento".
Questo cambiamento dev'essere attentamente calibrato... “Guardiamo di nuovo all'Ibm: Big Blue non sta rinunciando alla sua lucrativa attività di concessione dei diritti di utilizzazione, né sta rinunciando a registrare nuovi brevetti. E non intende neanche dare via gratis la tecnologia per i suoi computer mainframe, i suoi software di archiviazione brevettati e altri prodotti completi. Caso mai mette a disposizione gratuitamente i tasselli tecnologici che consentono di estendere la comunicazione all’interno delle reti di settore.
Queste iniziative comportano dei rischi... "Quando metti a disposizione parte della tua tecnologia, sei costretto a salire ancora più in alto nella catena alimentare economica del tuo settore. Attraverso le reti di cooperazione informativa si realizza un’innovazione sempre maggiore nel settore e per questo sono necessari standard tecnici aperti”.
Anche in altri settori le aziende stanno lavorando su standard per la condivisione di una quota maggiore d'informazioni... “Per creare standard robusti e largamente usati, le aziende devono rendere disponibili i propri brevetti a tariffe contenute o gratuiti. Il ritorno potenziale sta nel fatto che aprire gli standard aiuterà tutto il settore a crescere più velocemente. Se apri agli altri la tua tecnologia e lo fai rapidamente, gli altri ci costruiranno su qualcosa. Così essere aperti diventa più efficiente economicamente".
Nel suo libro “Demcratizing Innovation” lei sostiene che l'innovazione originata dagli utenti può diventare più competitiva di quella originata dalle aziende. Può fare qualche esempio? “La storia del kite surfing è un buon esempio. Il kite surfing è uno sport acquatico in cui si utilizza una tavola simile alla tavola da surf ma invece che alle onde ci si affida alla spinta del vento, aggrappandosi a un grande aquilone comandabile che consente di fare grandi salti e acrobazie molto suggestive. Nel corso degli anni le vendite di equipaggiamento dedicato a questo sport sono cresciuto fino a raggiungere un giro d'affari da oltre 100 milioni di dollari, spartito fra diverse aziende di attrezzature sportive. Ma nel 2001 Saul Griffith, dottorando al Mit e molto interessato a questo sport, decise di creare un sito Internet dove la comunità del kite surfing potesse scambiarsi dei consigli e mettere in comune le innovazioni utili a migliorare la funzionalità delle attrezzature. Il sito ebbe subito molto successo e diversi surfer cominciarono a mettere in rete i loro disegni. Alcuni misero a disposizione della comunità dei software capaci di creare nuovi modelli aerodinamici e trasformarli rapidamente in prototipi. Molti partecipanti si rivelarono ben presto tecnici sofisticati, addirittura dipendenti di società aerospaziali. La qualità dello sforzo collettivo finì per superare le capacità innovative delle aziende produttrici, che cominciarono ad attingere direttamente al sito per scaricare i disegni migliori. In altre parole, l'innovazione prodotta dagli utenti diventò trainante rispetto a quella delle aziende produttrici”.
Si tratta però di un mercato di nicchia... “Sì, ma non è l'unico settore. Ad esempio tutto il mercato della strumentazione medica, un settore dal giro d'affari gigantesco, sta subendo una metamorfosi di questo tipo. Perfino nel mondo dell'automotive si riscontrano fenomeni analoghi. In pratica, si tratta di un trend molto più diffuso di quanto si creda. Con gli struemtni presenti in rete, gli utenti sono sempre più capaci d'innovare da soli e di mettersi in contatto con altre persone interessate agli stessi argomenti, scovandole anche all'altro capo del mondo. Lo sviluppo di strumenti informatici di progettazione sempre più sofisticati e la crescente estensione delle reti di utenti connessi, consentono agli utenti che non trovano in commercio quello che vogliono di svilupparselo da soli”.
In pratica, si torna all'abito tagliato su misura? “Sì, c'è un marcato trend in questa direzione. Dai dati che abbiamo risulta chiaramente che i consumatori sono sempre più eterogenei ed esigenti. Questo porta automaticamente ad un livello sempre più elevato di innovazione dal basso. In base alle ricerche empiriche che abbiamo condotto nell'ultimo anno, dal 10 al 40% dei consumatori hanno apportato in proprio delle modifiche a un prodotto industriale in molti settori diversi. Ed è chiaramente una tendenza in crescita”.
22 maggio 2006
Edward Prescott
Prima regola: «Se l' Italia vuole risanare i suoi conti pubblici, deve tagliare le tasse». Seconda regola: «Il punto non è aumentare la bassissima produttività degli italiani, basta ricondurre alla luce il sommerso e raddoppierà da sola». Terza regola: «Per rimettere in moto la crescita, non bisogna spingere a colpi d' investimenti pubblici, basta mollare il freno, togliendo le barriere di protezione a certi settori». Edward Prescott non è un pazzo visionario, ma un Nobel per l' economia e il suo messaggio al nuovo governo italiano va preso sul serio. Dal forum Sas di Ginevra, dove ha parlato di efficienza della produzione attraverso l' uso della tecnologia, Prescott si rivolge a Romano Prodi sapendo di indirizzare le sue valutazioni a un collega prima ancora che a un politico.
Il nuovo governo s' insedierà con un' emergenza già in corso sul fronte dei conti pubblici: il deficit si avvia a sforare la soglia del 4% sul Pil, mentre in base agli accordi con Bruxelles non dovrebbe superare il 3,8%. E il rapporto debito-Pil è già ben superiore al 100%. Le sembriamo in condizione di tagliare le tasse? «Non bisogna spaventarsi di un aumento momentaneo del disavanzo. In definitiva l' Italia è in buona compagnia: anche il Giappone è nelle stesse condizioni. La differenza è che adesso il Giappone cresce, mentre l' Italia no. Il vero problema dell' Italia è la crescita piatta, non il disavanzo».
Cos' è che blocca la crescita? «Bisogna eliminare le rigidità e le barriere che imbrigliano l' efficienza produttiva: da un lato l' eccessiva fiscalità, dall' altro lato le protezioni di cui godono settori fatiscenti, solo per garantire l' occupazione a quei pochi privilegiati che ci lavorano. Bisogna ricordarsi che la protezione del posto di lavoro di qualcuno non avviene mai senza un costo e comunque sempre a discapito di qualcun altro».
Quindi? «Primo: ridurre le aliquote fiscali. È stato ampiamente dimostrato da una serie di studi, compresi i miei, che la produttività è fortemente influenzata dalla fiscalità. Dalle statistiche dell' Ocse si deduce che gli americani nella fascia d' età 16-64 lavorano il 50% in più dei francesi. Valori analoghi risultano anche rispetto ai tedeschi e agli italiani. Per spiegare queste differenze spesso si citano fattori culturali o i sussidi alla disoccupazione, ma andando a verificare sulle serie storiche emerge chiaramente che l' unico motivo vero è il livello della tassazione. Nei primi anni Settanta, infatti, la situazione era capovolta. E anche le aliquote fiscali».
Nella pratica? «In pratica, le tasse sul reddito rappresentano un chiaro incentivo a lavorare di meno. E anche se si tassano solo i più ricchi, non si fa altro che disincentivare la produttività. Spesso i cosiddetti ricchi sono solo famiglie in cui lavorano sia il padre che la madre. L' aumento della pressione fiscale su questo tipo di famiglie ha solo l' effetto di far restare la madre a casa. E questo non è un male solo per il reddito familiare, ma anche per le casse dello Stato, che vedranno le entrate fiscali calare invece che crescere».
Come si fa a spezzare questo circolo vizioso? «È semplice: se gli europei fossero tassati come gli americani, avrebbero gli stessi livelli di produttività. E di crescita. È la quantità di lavoro disponibile, non dimentichiamolo, il fattore chiave per aumentare la crescita. Ricordo quando l' Europa riuscì a raggiungere gli Stati Uniti in termini di output e di produttività. È successo dall' inizio degli anni Sessanta fino a cavallo degli anni Ottanta. Poi il declino. La gente, sia in America che in Europa, sia in Cile che in Giappone, risponde in maniera analoga ad analoghi stimoli fiscali».
Anche in Italia? «Per l' Italia questo discorso è ancora più valido, considerando la dimensione consistente del sommerso. Gli italiani non lavorano necessariamente meno degli americani, solo che una parte del loro lavoro non viene tassata. Se il governo riducesse le aliquote abbastanza da catturare anche una buona fetta di questa torta, facendola emergere, potrebbe aumentare le sue entrate fiscali del 25 per cento. E improvvisamente si scoprirebbe che gli italiani sono dei gran lavoratori. Tanto quanto gli americani».
Ma tagliare le tasse non basta. «No, ci sono altre riforme molto importanti: lo Stato dovrebbe smettere di proteggere le rendite di posizione, di qualsiasi tipo. Dovrebbe eliminare le barriere che scoraggiano il libero uso della tecnologia per migliorare l' efficienza della produzione. Dovrebbe togliere le rigidezze normative che ingessano il mercato del lavoro proteggendo solo i lavoratori garantiti. Dovrebbe spingersi oltre sulla riforma delle pensioni, introducendo gradualmente un sistema a capitalizzazione ed eliminando i privilegi ancora accordati ad alcune categorie...».
E tutto questo in quattro anni? «Non solo questo. C' è dell' altro: l' Europa deve assolutamente favorire il libero commercio internazionale, eliminando le barriere doganali contro i prodotti asiatici. Solo la libera competizione consente ai consumatori occidentali di accedere alle merci più a buon mercato e promuove una distribuzione efficiente della produzione mondiale, lasciando ai Paesi più industrializzati solo le industrie con maggiore valore aggiunto e agli altri quelle in cui è essenziale un basso costo della manodopera».
Ma questo significa autodistruggere interi settori della produzione industriale... «Vero. Ma sono settori che non sopravvivrebbero comunque e resistere strenuamente alla loro distruzione significa danneggiarne altri, che invece sono i settori del futuro e andrebbero incentivati. Chi perde dall' abbandono di un sistema difficilmente si rassegna e chi guadagna difficilmente ha i mezzi per far valere le proprie ragioni. Ma la dittatura dello status quo imposta da alcuni gruppi al resto della società ci danneggia tutti».
Come si esce da questa dittatura? «Eliminando gli steccati che impediscono ai nuovi competitor di entrare. Le barriere alla competizione arricchiscono le imprese esistenti, ma soffocano le nuove. Il potere economico "compra" il potere politico e rende il passaggio all' innovazione politicamente difficile, pur essendo economicamente conveniente. Nel Medio Evo, per esempio, come ricordano i libri di storia, le gilde usavano il proprio potere politico per indurre i governanti ad introdurre regolamentazioni che limitavano la competizione attraverso controlli dei prezzi, standard di produzione e un numero chiuso di agenti attivi sul mercato locale».
Come gli ordini professionali di oggi... «Il risultato fu quello di tagliare il flusso di nuove idee, portando al declino i Paesi dove questo sistema è riuscito a prevalere. Tuttavia l' esperienza storica ci dice pure che non tutti i sistemi sono uguali e che non tutti i Paesi rimangono intrappolati in strategie e politiche perdenti. Dipende dall' indipendenza e dallo spessore dei politici che li governano».
15 maggio 2006
L'Italia ritorna all'atomo. In Francia
L' Italia ritorna all' atomo. Con la partecipazione dell' Enel alla costruzione di un reattore di terza generazione a Flamanville, in Normandia, e l' acquisizione di quattro reattori operativi (più altri due da completare) in Slovacchia, si avvicina il momento tanto atteso dagli ingegneri nucleari italiani, che da vent' anni sono sottoutilizzati o costretti a espatriare per lavorare nel proprio campo. «Dopo il referendum dell' 87 - spiega Giancarlo Aquilanti, appena chiamato a gestire la nuova squadra atomica dell' ex monopolista elettrico - in Enel siamo rimasti in pochi, non più di una quarantina. Al momento del referendum ero impegnato nella progettazione dei nuovi reattori che l' Enel voleva costruire in diversi siti già individuati, come Trino Vercellese II o Avetrana in Puglia, ma sono stati bloccati dalla reazione popolare. Poi ho continuato a occuparmi di progettazione e costruzione d' impianti, non più atomici ovviamente». Da ottobre, insieme ad altri ingegneri nucleari della «vecchia guardia», Aquilanti è entrato nell' orbita della nuova squadra che si andava formando e da qualche giorno ne è diventato il responsabile. «Abbiamo attinto alle forze interne - precisa Aquilanti - ma stiamo soprattutto assumendo giovani che lavorano all' estero e sono attratti da questa nuova avventura italiana oppure sono appena usciti dalle poche facoltà che ancora ne sfornano: a Torino, Milano, Pisa e Roma. Alla fine, dovremmo arrivare a una quarantina di persone, di cui una trentina saranno inserite a scacchiera nel progetto francese dell' European Pressurized Reactor già avviato in Normandia». La partecipazione italiana al progetto di Flamanville è stata approvata la settimana scorsa dal cda di Edf, dopo una serie interminabile di resistenze generate dalla guerra dei nervi in corso fra Enel e Suez. Con questo delicato passaggio, l' Italia approda finalmente al futuro dell' atomo in Europa: l' Epr che sorgerà a Flamanville, infatti, è simile a quello che Areva (erede di Framatome con una partecipazione di Siemens) sta già costruendo a Olkiluoto in Finlandia e diventerà l' impianto standard europeo, da ripetere tutte le volte che ci sarà bisogno di una nuova centrale nucleare. Le altre due tecnologie concorrenti - l' Ap 1000 dell' ex americana, ora giapponese, Westinghouse e la russa Vvr 1000 - sono lievemente in ritardo rispetto ai francesi. L' accordo di Enel con Edf, ora al vaglio dell' Antitrust europea, darà agli italiani il 12,5% della produzione del primo Epr. Come contropartita, l' Enel finanzierà l' equivalente del 12,5% dell' investimento globale di 3,3 miliardi di euro. In più, potrà esercitare un' opzione per la stessa quota su altri cinque reattori successivi, tutti da 1.600 MW, che verranno costruiti sullo stesso modello e il cui costo, grazie alle economie di scala, non supererà i 2 miliardi. Alla fine l' Enel potrà dunque contare sulla produzione di 1.200 MW nucleari, ai quali si aggiungono i 2.600 MW nucleari appena acquisiti dalla privatizzazione della compagnia elettrica slovacca Slovenské Elektrárne. In tutto, una potenza nucleare da 3.800 MW, oltre il doppio della capacità produttiva dismessa dopo il referendum dell' 87. Per ora nel progetto francese è presente solo l' Italia, ma è probabile che la partecipazione nei prossimi mesi verrà allargata anche alla tedesca E.on, alla belga Electrabel e forse alla spagnola Endesa, tutte interessate a contribuire alla costruzione di quello che diventerà il nuovo reattore standard d' Europa. È attorno al 2020 che la maggior parte dei 59 reattori francesi, insieme a quelli di molti altri Paesi europei, arriveranno all' età della pensione ed è per quell' epoca che i partner elettrici del continente si stanno preparando a una nuova stagione del nucleare.
8 maggio 2006
Prodi si scotterà con il carbone?
Civitavecchia è un territorio energeticamente sismico: ogni volta che l' Enel comincia a costruire qualcosa, dal sottosuolo della politica si scatena un terremoto. Non appena i lavori per la riconversione a carbone della centrale a olio combustibile di Torrevaldaliga si sono rimessi in moto, dopo la sentenza favorevole del Tar che ha sospeso il blocco regionale, i sindaci della zona hanno dissotterrato l' ascia di guerra, invitando alla mobilitazione popolare: la prossima manifestazione di protesta dei «No Coke Alto Lazio» è fissata per il 13 maggio. Le richieste più pressanti del Wwf e degli ambientalisti non sono rivolte a Piero Marrazzo, il governatore del Lazio che già sta facendo tutto il possibile per bloccare l' impresa, ma a Romano Prodi: «Gli obiettivi di Kyoto sono incompatibili con la scelta del carbone, ci piacerebbe quanto prima sapere da che parte starà il nuovo governo». «Per Prodi sarà questo il primo banco di prova», dicono. Ed è vero. Le recenti follie del greggio che in certi giorni ha superato i 73 dollari al barile e le difficoltà vissute quest' inverno in Europa nell' approvvigionamento di gas hanno convinto tutti i principali esponenti politici nazionali, compreso Romano Prodi, della necessità e dell' urgenza di diversificare le fonti di approvvigionamento delle materie prime per la produzione di energia. In Italia infatti usiamo idrocarburi per produrre circa il 70% della nostra elettricità, mentre in Europa la stessa percentuale è prodotta con il carbone e il nucleare. «L' Enel - spiega l' amministratore delegato Fulvio Conti - punta ad azzerare il ricorso al petrolio»: ha riconvertito nove centrali da olio a gas per 5 mila MW con un investimento di oltre due miliardi e sta riconvertendo altre due centrali a carbone da 4.500 MW complessivi, Civitavecchia e Porto Tolle. Per Civitavecchia, l' investimento è di 1,5 miliardi, di cui 1,2 miliardi già spesi per la fornitura di macchinari e lavoro. Il progetto - approvato con decreto ministeriale nel dicembre 2003 - prevede l' adozione delle migliori tecnologie disponibili per l' abbattimento delle emissioni, che consentiranno di aumentare il rendimento dal 37 al 45% e di ridurre le emissioni dell' anidride solforosa dell' 82%, degli ossidi di azoto del 61% e delle poveri dell' 82%. Anche le emissioni di anidride carbonica, che è un gas considerato responsabile dell' effetto serra a livello globale, si ridurranno del 18% rispetto al livello attuale. Ma da quando sono cominciati i lavori di riconversione - dopo un processo autorizzativo che ha raccolto l' assenso sia dell' amministrazione comunale che di quella regionale - una lunga teoria di proteste, ricorsi e manifestazioni ha intralciato la realizzazione del progetto, fino all' ordinanza della giunta Marrazzo, che in marzo ha vietato i dragaggi delle opere a mare, necessari per predisporre l' attracco delle navi carboniere. Praticamente una pietra tombale, che ha sollevato notevoli dubbi a livello nazionale: Pier Luigi Bersani, responsabile economico dei Ds, ha notato «una certa sfasatura nei tempi della decisione», della giunta Marrazzo. La questione, però, sta diventando centrale per il futuro energetico del Paese: la morte del progetto di Civitavecchia, con un conseguente danno economico colossale per l' Enel che minaccia di chiedere 2 miliardi di danni alla Regione, si tradurrebbe infatti nella morte della strategia pro carbone della compagnia guidata da Fulvio Conti. Una strategia che rappresenta per l' Italia l' unica opportunità d' introdurre il carbone pulito nel mix nazionale di generazione, riducendo le bollette elettriche, poiché nessun altro operatore si arrischia a puntare su questo combustibile povero ma tanto osteggiato. Ora si attende - il 25 maggio - l' udienza di merito del Tar, che si è già pronunciato un anno fa a favore della legittimità dei lavori. Ma anche in caso di sentenza favorevole all' Enel, gli strumenti di pressione della giunta Marrazzo per tenere in scacco la politica energetica del nuovo governo sono infiniti. A meno che Prodi non s' imponga.
24 aprile 2006
Rubbia, così perdiamo il treno del sole
Eravamo all' avanguardia, ma oggi stiamo perdendo il treno del solare di ultima generazione. E per di più andiamo ad offrire le nostre conoscenze ai cinesi prima ancora di averle applicate in Italia. A quasi un anno dalla cacciata di Carlo Rubbia dall' Enea, il premio Nobel denuncia l' affondamento sistematico dei suoi progetti pionieristici sul solare termodinamico, che ora il fisico goriziano è stato chiamato a realizzare in Spagna. E le contraddizioni della nuova gestione. La delegazione con cui Luigi Paganetto, nuovo commissario dell' Enea, ha firmato qualche giorno fa un accordo per realizzare in Cina impianti basati sul prototipo di centrale solare costruita da Rubbia alla Casaccia, aveva già bussato più di una volta alla porta dell' Enea sotto la gestione precedente, ottenendo risposte interlocutorie. «Prima di esportare la nostra tecnologia laggiù - spiega il premio Nobel - volevamo passare alla fase di produzione su scala industriale, per aprire la strada a una filiera energetica made in Italy». A questo fine doveva servire il cosiddetto progetto Archimede, un impianto siciliano in provincia di Siracusa, a Priolo, dov' era già avviata in collaborazione con l' Enel l' applicazione a livello industriale del nuovo solare termodinamico, che cattura l' energia con gli specchi parabolici, invece che con i pannelli fotovoltaici, per immagazzinarla in un fluido salino. Quell' impianto - che oggi potrebbe essere già in funzione - non è mai partito. Tre anni di ricerca e sviluppo per arrivare alla prima centrale solare termodinamica made in Italy sono stati buttati al vento per beghe di cortile: la realizzazione della «terza via delle energie rinnovabili», molto più efficiente del solare fotovoltaico, è stata osteggiata in tutti i modi. L' Enel e l' Enea sono ancora in attesa di un provvedimento ministeriale, in assenza del quale il progetto Archimede non ha le necessarie garanzie di sostenibilità economica. E ora il Nobel Carlo Rubbia è andato a fare in Spagna quel che in Italia non gli è stato consentito di realizzare. «Il grande progresso degli ultimi anni, introdotto con il modello Archimede - precisa lo scienziato-manager - è stato quello dello sviluppo dell' accumulo termico del calore solare prodotto, cioè il passaggio intermedio del calore dagli specchi ad un contenitore isolato termicamente ad alta temperatura (quattro-cinquecento gradi centigradi). L' energia viene poi trasferita all' utilizzo industriale, ma solamente quando sia necessario e con una continuità che prescinda ad esempio dal ciclo giorno-notte o dal passaggio delle nubi». Al posto del vecchio olio infiammabile e inadatto alle alte temperature, l' impianto di Priolo doveva usare - e sarebbe stato il primo al mondo - una miscela di sali fusi capace di riscaldarsi molto di più e di accumulare energia in modo da renderla disponibile in ogni momento. Per decollare, però, il solare termodinamico aveva bisogno di essere equiparato per legge al fotovoltaico, in modo da concedere un prezzo incentivante anche all' energia così prodotta. «Abbiamo atteso questa legge un anno e mezzo - ricorda Carlo Rubbia - ma non è mai arrivata». Nel frattempo gli spagnoli, sollecitati dall' impulso della nuova sperimentazione italiana, avevano adeguato la loro legislazione e hanno invitato Rubbia a portare avanti il suo progetto a Madrid. Così, in settembre, il fisico italiano si è installato al Ciemat, il centro di ricerca spagnolo corrispondente all' Enea, dove i risultati non si sono fatti attendere. «Grazie a una normativa opportuna, approvata in Spagna nel 2004, e purtroppo tuttora assente in Italia, gli impianti solari spagnoli sono economicamente vantaggiosi: perciò vengono finanziati totalmente con capitale privato dall' industria. Sono in rapida crescita in diverse regioni del sud della Spagna, dove esiste una ricca insolazione, tipica delle regioni mediterranee. La potenza installata prevista nei prossimi anni è di una trentina di impianti dell' ordine di circa millequattrocento megawatt elettrici continuativi, di cui tre sono già in fase di costruzione». Un tipico impianto spagnolo da cinquanta megawatt - partecipato da tutti i giganti del settore, da Iberdrola a Abengoa, da Acs a Acciona - copre una superficie di un chilometro quadrato di specchi e costa circa duecentocinquanta milioni. «Tanto per intenderci - commenta Rubbia con un sorriso - con questo sistema basterebbe usare il tre per cento della superficie disponibile nel meridione della Spagna per soddisfare tutto il fabbisogno di energia elettrica del Paese». Dal punto di vista scientifico, che un impianto di rilevanza mondiale venga realizzato in un Paese piuttosto che in un altro non cambia nulla: sono solo i posti di lavoro creati da questa filiera che si spostano. E, anche se indirettamente, innovazioni come questa aumentano comunque la capacità attrattiva e il prestigio di un Paese. «Ma sul ruolo strategico del solare per l' Italia - precisa Rubbia - andrebbe aperta una seria riflessione: la quantità di sole che cade sul nostro Paese non è inferiore a quella dei nostri vicini e con un' adeguata volontà politica, si sarebbe potuto realizzare un programma di vasto respiro, così com' è accaduto in Spagna. Invece noi ci avviamo a una dipendenza quasi totale dell' importazione energetica dall' estero. Vogliamo accettarla? Se invece vogliamo dotarci di risorse endogene, va compiuto uno sforzo a livello nazionale in tal senso, con mezzi, uomini, finanziamenti adeguati». Per ora succede esattamente il contrario. Da un lato, gli attuali vertici dell' Enea hanno più volte affermato che la sperimentazione di Rubbia sul solare termodinamico è stata un fallimento. Dall' altro firmano un accordo con il governo di Pechino per esportare questa stessa tecnologia in Cina, in occasione delle Olimpiadi che si terranno nel 2008. Delle due l' una: o siamo in presenza di un progetto fallimentare, oppure si tratta di una tecnologia valida, che all' estero ci invidiano e non si stancano di chiederci. E, a giudicare dall' insistenza dei cinesi, sembrerebbe più vera la seconda ipotesi. «In Cina - commenta Carlo Rubbia - le risorse solari sono vastissime e i costi di costruzione imbattibili. Queste sono tecnologie molto semplici e facilmente riproducibili in casa loro. In più i cinesi hanno un grandissimo bisogno di energia». Resta da chiedersi: se il progetto Archimede era così semplice e vantaggioso, perché il solare termodinamico non è riuscito a farsi strada qui da noi? «Certamente non per colpa mia - replica il premio Nobel - la risposta dovrebbero darla coloro che si sono pubblicamente opposti al progetto». CHI È Carlo Rubbia Carlo Rubbia (72 anni, nella foto) laureato in Fisica alla Normale di Pisa, ha studiato alla Columbia University, al Cern di Ginevra, al Fermilab di Chicago e ha vinto il Nobel nel 1984, sviluppando una macchina acceleratrice molto potente con cui ha osservato nuove particelle subatomiche. È stato presidente dell' Enea fino all' anno scorso.
28 marzo 2006
Twitter, usarlo e odiarlo è tutt'uno
Cos'è più di moda che usare Twitter? Odiare Twitter, naturalmente. Questo nuovo servizio online, come tutti i social network, permette di creare un profilo pubblico e di collegarsi ad altri utenti. La caratteristica principale è che l'aggiornamento del proprio profilo avviene tramite l'uso di micropost, messaggi di testo molto brevi, quasi fossero sms, che si possono ricevere su qualsiasi programma di chat o sul cellulare. Man mano che il servizio si diffonde, aumentano i micropost degli amici che ci aggiornano su quel che hanno mangiato a pranzo o su com'è andata la lezione di yoga. I più addicted possono mettere in rete anche quindici o venti post al giorno. Ed ecco che il servizio comincia a diventare un tormento, soprattutto se il terminale prescelto è il cellulare. Dice Dario Salvelli sul suo blog: "Twitter è quasi come un gioco e a volte è utile sapere cosa stanno facendo i nostri amici, ma rischia di diventare una brutta abitudine". Francesco Fullone, sul suo, ha già pronta una netiquette: "Twitter non si linka; su Twitter si parla in terza persona; l'inglese è opzionale, ma consigliato; Twitter non è un contatto IM normale, non spammatelo, state facendo broadcasting; su Twitter non si dialoga e non si risponde agli altri utenti, per quello ci sono gli IM o le mail; se proprio volete usare la notifica su SMS ricordatevi che pagate il costo di un SMS per ogni invio fatto, più followers avete più pagate; Twitter dà assuefazione, state attenti".
Per ora il fenomeno è limitato. A detta del suo inventore, il pioniere del Web 2.0 Evan Williams, Twitter ha solo 80mila utenti. In effetti, il servizio è partito l'estate scorsa, ma è decollato soltanto nelle ultime settimane. La tecno-kermesse South by Southwest, che ha animato Austin (Texas) dal 9 al 18 marzo, sembra sia stata il punto di svolta. Obvious, la start up di Williams, ha piazzato una serie di schermi nei punti strategici del festival, da cui si potevano leggere i messaggini postati dagli utenti di Twitter. Negli stessi giorni, Jonathan Schwartz ha consacrato Twitter come il nuovo YouTube. Il famoso blogger Robert Scoble si è dichiarato Twitter-dipendente. E il candidato presidenziale John Edwards ha cominciato a mettere in rete post del tipo: "Partito da Houston stamattina. Nel pomeriggio assemblea sui problemi della sanità a Council Bluffs, Iowa. Stasera sono a Des Moines". Nella settimana successiva il traffico sul server di Obvious è quasi raddoppiato. Potenza del marketing virale.
Ma Twitter è solo uno dei vari servizi gratuiti (come Dodgeball di Google) che collegano la messaggistica istantanea, la telefonia cellulare e il social networking. Twitter consente di mandare brevi messaggi, di 140 caratteri al massimo, a una rete di corrispondenti. Gli utenti devono specificare se vogliono essere contattati sul telefonino o sul pc con un servizio di messaggistica istantanea. Come tutti i sistemi di social networking, una volta aperta un'utenza si possono invitare gli amici a fare lo stesso oppure ci si può collegare agli utenti già registrati. C'è chi si collega solo a pochi corrispondenti, altri ne rastrellano decine. Ovviamente ogni utente ha la facoltà di bloccare un corrispondente indesiderato. Malgrado ciò, dopo una prima ondata di entusiasmo, già comincia a diffondersi il tedio. E la preoccupazione di fronte alle bollette del telefonino più pesanti del solito. L'invio dei post come SMS, infatti, non si paga a Twitter ma si paga al gestore mobile. Per circoscrivere la tempesta di messaggi, Scoble, che è collegato a oltre mille conoscenti, ha deciso di creare una seconda utenza chiamata "SilentScoble", dove si limita a cinque post al giorno. In un recente messaggio si lamentava: "E' difficile attenersi a cinque post..."
Resta da chiedersi: cosa vuole fare Twitter da grande? Più d'uno, evidentemente, si dev'essere posto questa domanda. Lo stesso Schwartz è in attesa di sviluppi, come risulta chiaro dal suo paragone fra Twitter e YouTube. "Anche YouTube era solo un gioco, finché qualcuno non se l'è comprato per un miliardo e mezzo di dollari", ha commentato riferendosi all'acquisizione di Google. Cominciano a spuntare le prime applicazioni, finalizzate a rendere Twitter qualcosa di più di un gioco: ad esempio un motore di ricerca oppure dei sistemi di localizzazione geografica per identificare dove si trova un certo utente. In attesa della killer application, attenzione alla prossima grandinata. Di messaggi.
20 marzo 2006
Tenaglia Gazprom-Sonatrach, in mezzo ci siamo noi
Con una mano firma un memorandum di vasto respiro insieme all' Eni per aprirsi un varco diretto nel mercato italiano del gas, con l' altra si allea alla compagnia petrolifera algerina Sonatrach, storica partner dell' Eni nel sistema di gasdotti Transmed. Le mosse del colosso russo Gazprom, che stanno per arrivare a maturazione quasi contemporaneamente sui due fronti - forse già venerdì prossimo con l' Eni e in aprile con Sonatrach - provocano una certa inquietudine ai piani alti del cane a sei zampe. Dalle prime indiscrezioni che circolano fra gli operatori dopo la visita lampo di Vladimir Putin al suo omologo Abdelaziz Bouteflika, infatti, Sonatrach avrebbe in mente di cedere a Gazprom una quota della sua partecipazione in Galsi, il nuovo gasdotto in via di realizzazione fra l' Algeria e l' Italia (con tappa in Sardegna), di cui possiede il 36%. Galsi - che oltre a Sonatrach vede nella sua composizione societaria Edison, Enel, Wintershall (braccio petrolifero di Basf), Hera e due società della Regione Sardegna - è il primo metanodotto non controllato dall' Eni che approderà sul territorio italiano. Dal 2009 ci porterà 10 miliardi di metri cubi di gas maghrebino, con una condotta sottomarina fra il porto algerino di El Kala e le coste meridionali sarde, completata da un' altra bretella fra Olbia e Piombino. E Sonatrach ha già firmato accordi di fornitura con una dozzina di operatori italiani, fra cui Edison per 4 miliardi di metri cubi e la Regione Sardegna per 2. Tutti gli altri tubi che portano gas in Italia sono controllati dall' Eni: a metà il Tenp che viene dall' Olanda, al 90% il Tag che viene dalla Russia e al 50% con Sonatrach il Transmed, che attraversa il Canale di Sicilia per portarci il metano algerino. Se ora Gazprom s' inserisce in questa rete anche da Sud, subentrando del tutto o in parte a Sonatrach nella composizione societaria di Galsi, l' Italia sarà stretta in una morsa poco piacevole: la Russia e l' Algeria ci forniscono il 70% del nostro fabbisogno di gas. Se si mettono insieme, siamo all' «Opec del gas» paventata da Paolo Scaroni. Inoltre Gazprom si porrà contemporaneamente come alleato di vasto respiro di Eni e come concorrente sul suo stesso territorio, andando a braccetto con un suo vecchio partner. Negli accordi in via di finalizzazione con il cane a sei zampe, il colosso russo punta a ottenere una partecipazione in Enipower, il braccio elettrico della compagnia petrolifera italiana. In questo modo avrà, da un lato, accesso diretto al mercato, costituito dalle centrali elettriche di Enipower che vanno a gas, mentre, dall' altro, controllerà l' approvvigionamento da Nord in quanto produttore e da Sud in quanto distributore. Niente di male, dicono all' Eni, fintantoché le contropartite in termini di accesso ai giacimenti russi sono corrette, gli accordi chiari e le forze in campo equilibrate. «Che cosa accadrebbe - si è chiesto più volte Scaroni - se Gazprom invece dell' Eni si trovasse a trattare con una piccola municipalizzata italiana?» Ma la partnership fra Aleksej Miller, capo di Gazprom, e Paolo Scaroni resta comunque gravemente squilibrata. Come ammesso più volte dallo stesso Scaroni, al momento attuale «il mercato è in mano a chi vende e non a chi compra». L' asse Sonatrach-Gazprom è un patto fra produttori, con ricadute potenzialmente gravissime. Dall' incontro fra i due capi azienda, Mohamed Meziane e Aleksej Miller, è emerso l' interesse di Sonatrach per il gas naturale liquefatto russo: la società algerina punterebbe a costruire un terminale di liquefazione nel Baltico. Gazprom, insieme a Lukoil, potrà invece partecipare a grandi progetti di sviluppo delle reti distributive del gas e del greggio in Algeria e verso Paesi terzi, come il gasdotto verso la Sardegna o quello verso la Spagna, via Marocco. Sui temi trattati per ora regna il massimo riserbo, ma non è escluso che fra i due si arrivi anche ad un' intesa per spuntare prezzi migliori sui mercati di sbocco, in Europa o negli Stati Uniti. E fra gli operatori del settore già si parla di un pericoloso oligopolio. Tenendo anche conto del recente accordo Mosca-Berlino per il gasdotto del Nord, il disegno strategico del colosso russo che custodisce un quarto delle riserve mondiali di gas, si dimostra a tutto campo. L' Eni, volente o nolente, deve per forza partecipare al grande gioco.
13 marzo 2006
Scorie nucleari in viaggio verso Parigi
Tutte le strade portano a Parigi. Dopo Edison ed Enel, ora è la volta delle scorie nucleari italiane: 235 tonnellate di materiale fissile irraggiato, eredità di una stagione nucleare durata trent' anni e finita nel lontano ' 87. Da allora a oggi, l' Italia non ha ancora trovato l' occasione per risolvere il problema e ha finito per stoccare il materiale da «riprocessare» in vari depositi, sparsi fra le quattro centrali ferme di Trino, Caorso, Latina e Garigliano e gli altri impianti che facevano parte del ciclo del combustibile: l' Eurex di Saluggia, le Fabbricazioni Nucleari di Bosco Marengo, l' Opec e il Plutonio della Casaccia e l' Itrec della Trisaia. Da qui, le scorie devono essere spedite all' estero per il procedimento che ne riduce la pericolosità, e poi riportate in Italia per stoccarle definitivamente in un deposito nazionale che non abbiamo: il sito individuato a Scanzano Jonico, infatti, è stato abbandonato nel 2004 in seguito alla rivolta dei locali e non ne sono stati indicati altri. Alla gara indetta dalla Sogin (la società pubblica del nucleare creata da una costola dell' Enel) oltre un anno fa per mettere in palio una commessa da circa 300 milioni di euro, partecipano solo due contendenti: la francese Cogema, con un gigantesco stabilimento sulla punta estrema della Normandia, e l' inglese British Nuclear Fuel Limited con l' impianto di Sellafield, che s' affaccia sul canale d' Irlanda. Al momento attuale non ci sono altri stabilimenti al mondo che svolgano questo tipo di servizio, anche se il governo italiano ha tentato a lungo di mettersi d' accordo con Mosca per il riprocessamento e lo stoccaggio permanente dei rifiuti in Russia, senza riuscirci. L' esito ufficiale della competizione non è ancora stato comunicato, ma dalle recenti dichiarazioni del ministro Claudio Scajola sembra di poter dire con certezza che i francesi hanno vinto l' appalto. «Le scorie nucleari - ha detto Scajola - le daremo in gestione ai francesi ancora per parecchi anni». E poi: «L' accordo con la Francia per la gestione delle scorie era uno dei dossier dell' incontro (con il ministro Francois Loos, ) che ho dovuto disdire» dopo l' annuncio della fusione Suez-Gaz de France. Nella partita energetica Italia-Francia, dunque, sono rientrate anche le scorie. Non a caso: il nucleare svolge un ruolo centrale - anche se clandestino - in questo braccio di ferro, poiché la prospettiva di un ritorno dell' Italia nel circolo atomico poggia quasi esclusivamente sulla partecipazione di Enel alla realizzazione del nuovo reattore Epr (European Pressurized Reactor) che si sta avviando a Flamanville, sempre in Normandia. Dal progetto franco-tedesco - un investimento di tre miliardi di euro - dovrà uscire nel giro di cinque anni un reattore di terza generazione destinato a diventare il nuovo standard europeo in materia di energia atomica. La partecipazione dell' Enel al progetto, prevista al 12,5% dagli accordi preliminari, dev' essere finalizzata in questi giorni: fonti interne alla compagnia guidata da Fulvio Conti danno fine marzo come data realistica per la firma definitiva. Ma non è sfuggito agli osservatori un riferimento del presidente di Edf, Pierre Gadonneix, che nell' impeto della battaglia su Suez ha minacciato di farla slittare di nuovo. Alla faccia dello sblocco dei diritti di voto di Edf in Edison, già avvenuto nel maggio scorso, che avrebbe dovuto portare «contestualmente» all' ingresso di Enel nel progetto Epr e sul mercato francese dell' energia. D' altra parte l' estrema debolezza italiana sul fronte nucleare è chiara a tutti. Il patrimonio di competenze di un' industria un tempo fiorente oggi è confluito nella Sogin, che con 800 dipendenti e un ricco budget finanziato dalle bollette elettriche non svolge più solo il compito di guardiana dei pericolosi detriti, ma anche un ruolo attivo nello smantellamento d' impianti nucleari all' estero, soprattutto Est Europa. Proprio in questo contesto, la società guidata dal generale Carlo Jean (ex consigliere militare di Cossiga e collega alla Luiss di Antonio Martino), ha avuto uno scontro non da poco con l' Autorità per l' Energia che le contesta i 4,8 milioni di euro spesi per l' apertura di una sfavillante sede a Mosca. Lo scandalo sulle spese portato qualche cambio al vertice, ma il nuovo ad Giuseppe Nucci non ha fatto in tempo a mettere giù la borsa che già la Sogin era coinvolta in un altro guaio: stavolta si parla di assunzioni partigiane, dal figlio di Antonio Baldassarri alla nuora di Gustavo Selva, passando per una lunga serie di parenti di politici della Cdl. Tutte le raccomandazioni sono documentate dal senatore Ds Aleandro Longhi in quattro interrogazioni rivolte al ministro dell' Economia. Le scorie nucleari italiane sono in queste mani.
27 febbraio 2006
Il videogioco sconfina in libreria
L'ultima moda dell'intrattenimento digitale? Sconfinare, saltare il fosso, sfuggire al video e insinuarsi nella vita vera. Pare di sentire un antico grido di guerra: contenuti digitali unitevi! E a ranghi compatti i Sam Fisher e Lara Croft di videogiocosa memoria escono dall'universo virtuale per invadere il nostro mondo.
Prima c'è stato EverQuest, con i suoi intrecci fra gioco e vita vera giunti al punto tale da poter vendere a caro prezzo su eBay gli avatar più talentuosi e altri beni del tutto immateriali, mettendo in moto un mercato secondario stimato attorno agli 800 milioni di dollari l'anno. Ma questo era solo l'inizio. I caratteri dei videogiochi ormai invadono tutto: dalle piattaforme mediatiche più antiche, come la carta stampata, alle più moderne come i concerti rock. L'importante è che la storia funzioni. Del resto c'è poco da stupirsi: è naturale che un mondo capace di generare - solo negli Stati Uniti - un giro d'affari da 10 miliardi di dollari l'anno (nel 2005, tanto per fare un paragone, le vendite dei biglietti di cinema negli Usa non hanno superato i 9 miliardi e mezzo) finisca per invadere altri mondi contigui.
Prendiamo, per l'appunto, il cinema. Diversi grandi film d'azione usciti in anni recenti, da Matrix a Spider Man, hanno un corrispondente videogame, modellato sullo stile pittorico del film. Ma è la prima volta che un grande regista si butta su un gioco per trarne un film: Peter Jackson, autore del Signore degli Anelli e di King Kong, è stato reclutato dalla Universal Pictures per concepire una pellicola basata su un videogame fra i più diffusi e apprezzati, Halo. Jackson, lui stesso un appassionato giocatore di Halo, vuole riprodurre nei suoi sudios in Nuova Zelanda le apocalittiche battaglie che oppongono Master Chief alla potente alleanza di alieni decisa a distruggere la razza umana. "Cercavamo qualcuno appassionato dell'universo di Halo quanto Jackson lo è stato della Terra di Mezzo di Tolkien", dicono alla Microsoft, che ha prodotto il gioco e parteciperà al 10% dei guadagni del film. Nessuno dubita che sarà un successo, con un pezzo da novanta come Jackson, maestro di scontri epici: l'arrivo nelle sale è previsto per l'anno prossimo.
Così come Andy a Larry Wachowski, che hanno diretto sia Matrix sia i videogiochi tratti dal film, Jackson è uno degli autori più adatti a funzionare in tutti e due i mondi. Non a caso anche il suo King Kong è stato riversato in un videgame, prodotto da una casa europea, la Ubisoft di Montpellier. Con i suoi 44 anni, il regista neozelandese fa parte di una generazione cresciuta a pane e videogiochi. E non è il solo. Electronic Arts, il numero uno del settore, ha appena annunciato che Steven Spielberg si sta mettendo al lavoro per sviluppare tre giochi, poi destinati a migrare sul grande schermo. Un'evoluzione non da poco per un'industria che di solito aveva lasciato lo sviluppo di questi mondi a dei programmatori con un buon talento creativo, mai a grandi nomi della celluloide.
Ma se l'intrattenimento digitale e il cinema sono due mondi contigui, che si sovrappongono con una certa facilità, l'invasione della carta stampata lascia ben più interdetti. Eppure basta entrare in una grande libreria americana per rendersi conto che ormai gli scaffali sono pieni di romanzi incentrati sui protagonisti di noti videogiochi, che improvvisamente si arricchiscono di nuove passioni del tutto sconosciute anche ai giocatori più avidi. Si scopre così che Sam Fisher, eroe di Splinter Cell, ha 47 anni ed è innamorato della sua istruttrice di arti marziali, che Lara Croft lotta contro il sessismo dei suoi compagni in "The Amulet of Power" e Master Chief ha spesso paura in battaglia ma non lo dà a vedere in "The Fall of Reach". Per chi passa molto tempo a giocare, dicono, non manca una sensazione di straniamento: di solito il giocatore s'identifica nel protagonista e leggere nel libro quali sono le sue emozioni può risultare davvero curioso. Il romanzo su Resident Evil, poi, porta addirittura lo stesso nome del gioco, che a sua volta era tratto da un film. E qui il cerchio della convergenza si chiude.
Senza contare le variazioni collaterali, ad esempio nel mondo della musica. Nobuo Uematsi, autore della colonna sonora di Final Fantasy, si è prodotto in un arrangiamento rock, con la sua band The Black Mages, che spopola in Giappone e ora sta cominciando a diffondersi anche negli Stati Uniti, tanto che il gruppo è già stato invitato per una serie di concerti. Tommy Tallarico, un altro musicista autore di colonne sonore di videogiochi, ha girato gli Stati Uniti quest'estate con un tour in 25 tappe, chiamato Video Games Live. E altri, presumibilmente, ne verranno.
30 gennaio 2006
Con il petrolio in orbita, si scava sotto il mare
Una torta da 240 miliardi di dollari: è questa la cifra che verrà destinata nel 2006 all' esplorazione e produzione, finalmente in crescita dopo anni di stasi. Il caro-greggio, così sgradito quando pesca nei nostri portafogli, ha almeno questa ricaduta positiva: le compagnie si stanno muovendo di nuovo. Da qualche anno, ormai, per ogni due barili di petrolio consumati se ne rimpiazza solo uno con le nuove scoperte. Era ora, quindi, che le major si dessero una mossa. Ma attenzione: se è vero che il budget complessivo dedicato all' esplorazione ha ripreso a crescere, è anche vero che la natura degli investimenti è completamente cambiata. «I forzieri delle compagnie si sono aperti e la cifra dedicata all' esplorazione è destinata a raddoppiare ancora se si vuole tener dietro alla domanda, ma già nel giro di un quinquennio ben 50 miliardi di dollari di quel budget saranno riversati nell' esplorazione in acque profonde, un campo finora molto limitato», spiega Zeno Soave, fondatore di Socotherm, azienda leader nel rivestimento e isolamento dei tubi per petrolio e gas, che ha le mani in pasta dovunque si trivelli oltre i mille metri di profondità. «Nel deepwater - osserva Soave - l' estrazione avviene a 50-100 chilometri dalla costa, oltre il bordo della piattaforma continentale: il fondo da perforare sta sotto di due-tre chilometri e ci vuole ancora qualche chilometro per arrivare alle sacche petrolifere. I costi, come si può immaginare, sono molto più elevati rispetto ai sistemi tradizionali: per estrarre un barile di greggio in queste condizioni si spendono circa 15 dollari, rispetto ai 2-3 dollari delle zone più facili, come il deserto arabico. Una spesa, peraltro, che le compagnie possono ampiamente permettersi». L' International Energy Agency calcola che il costo medio di perforazione sia più che raddoppiato, in termini reali, dall' inizio degli anni ' 90. Ma con un prezzo del petrolio ampiamente triplicato, si può fare. Chevron prevede per quest' anno un incremento del 30% degli investimenti in esplorazione e anche Lukoil punta in alto (+28%), mentre Petrobras batte tutti i record con un balzo che sfiora il 70%. L' Eni si difende, alzando la posta del 10%. Del resto, non c' è altra scelta. La domanda cresce costante dal 3 al 5% all' anno e l' oro nero non si trova più nel cortile di casa. Come dimostra la difficile perforazione offshore dell' Eni a Kashagan o il gigantesco progetto Shell a Sakhalin, le major devono abituarsi ad andarlo a cercare in condizioni sempre più estreme. E la nuova frontiera della ricerca è il deepwater: «Le major - commenta Soave - fanno a gara per accaparrarsi i lotti migliori. I giacimenti del Mare del Nord ormai non coprono che il 10% del mercato. Il Golfo del Messico conta per il 15-20%. Ma i pozzi più ricchi, quelli dove c' è greggio da estrarre ancora per molti anni, sono al largo dell' East Africa e del Brasile». La produzione mondiale nel deepwater è balzata dal milione di barili al giorno del ' 98 ai 4 milioni dell' anno scorso ed è destinata a raddoppiare entro la fine del decennio. A tutto vantaggio delle aziende come Socotherm, che domina sul mercato dei tubi per le estrazioni in acque profonde con una quota del 60%. «Una volta trovata la vena giusta - dice Soave - per far risalire il petrolio in superficie da quelle profondità bisogna attraversare strati di acqua talmente fredda che il greggio tende a congelarsi nei tubi. I nostri rivestimenti termici sono essenziali per portare a buon fine l' estrazione». Tanto che ormai l' azienda di Adria è presente in tutte le zone calde: dal Brasile con Petrobras al largo della Nigeria con ExxonMobil e Shell, passando per l' Angola con Bp e Chevron.
26 gennaio 2006
Joi Ito
Non sono in molti a potersi vantare di aver buttato i libri alle ortiche per ben due volte. Joi Ito, venture capitalist fra i più arditi della New Economy, è uno di loro: ha abbandonato prima la Tufts University e poi l'università di Chicago per fare il dj a Tokio. Definito dal World Economic Forum come uno dei 100 leader del futuro, Joi è un consulente, manager e attivista fra i più interessanti della cultura digitale. Nato a Kyoto 39 anni fa ma educato negli Stati Uniti, Joi è tornato in patria da adolescente e ha costruito il suo successo agli albori di Internet in Giappone, dove ha fondato Neoteny, società di venture capital con cui ha raccolto finanziamenti per 20 milioni di dollari. E' stato fra i primi a investire nei blog e nei wiki, creando Six Apart, una software house specializzata che presiede tuttora, Technocrati, il principale indice di weblog con 7 milioni di utenti, e SocialText, un'impresa dedicata a integrare l'idea dei wiki nei software aziendali. E' consulente del governo giapponese e membro del board di Icann, la più importante autorità regolatrice del web. Ma soprattutto è impegnato nel sostegno della conoscenza condivisa attraverso il suo blog ed è stato uno dei fondatori di Creative Commons (www.creativecommons.it), l'organizzazione inventata dal giurista di Stanford Lawrence Lessig, per ridefinire la concezione di proprietà intellettuale nell'era digitale.
In che cosa consiste la sharing economy? Quale modello di business si può creare con la condivisione delle risorse in rete? “La sharing economy non vuole distruggere i modelli di business dell'economia tradizionale, ma trovare un suo spazio al suo fianco. Nella fotografia amatoriale, per esempio, chiunque può scattare una fotografia e se è vero che le gallerie non guadagnano nulla, è comunque un settore che ha alle spalle un grande business, decisamente maggiore di quello della fotografia professionale. Allo stesso modo, ci sono diversi soggetti economici nella sharing economy: i produttori di software e di hardware e chi fornisce l’infrastruttura. Quindi non si guadagna più sul copyright, ma sugli strumenti che permettono alle persone di creare contenuti e di condividerli. L’industria che produce contenuti protetti da copyright non scomparirà, così come non è scomparso il segmento della fotografia professionale, ma si stabiliranno nuovi rapporti e nuovi equilibri. Io non credo che bisognerebbe permettere la condivisione di materiale sotto copyright, ma sono convinto che occorra consentire alle persone di condividere i contenuti prodotti da loro stessi”.
Ma i blog dei singoli, ad esempio, non hanno un marchio consolidato che permetta ai lettori di valutarli, nel bene e nel male. Come si risolvono questi problemi di valutazione? “La questione si sta evolvendo, ma ci sono essenzialmente due meccanismi che determinano la valutazione dei blog. Il primo è la reputazione e già oggi un blogger ben conosciuto probabilmente ha una reputazione pari a quella di un redattore di un quotidiano. Ma esiste anche un secondo modello di autorevolezza online, incarnato tipicamente da Wikipedia, dato dal fatto che gli articoli, anonimi, devono riuscire a sopravvivere alla lettura di centinaia di migliaia di persone, con un meccanismo molto democratico. Quindi dei metodi alternativi esistono, oggi non conta più solo il marchio di una testata con un centinaio di anni di storia alle spalle e io credo che il pubblico si abituerà a sfruttare sia il modello della reputazione tipico dei blog, sia il modello anonimo e democratico di Wikipedia”.
Lei parla di una classe creativa universale che incarna questa nuovo modello di economia condivisa. Da come la descrive lei sembrerebbe un gruppo molto omogeneo, ma ci saranno pure differenze culturali fra queste persone a seconda della provenienza... "Naturalmente le differenze ci sono. Ad esempio Internet e i blog sono molto di moda negli Stati Uniti, in Cina, in Iran e in Polonia. Oltre 200 milioni di americani hanno un indirizzo di posta elettronica e una ventina di milioni hanno un blog, mentre in Germania o in Italia molta gente non sa nemmeno che cosa sono. In alcuni Paesi asiatici e in Israele ci sono ormai più telefonini che persone. In Europa, invece, la televisione digitale è a uno stadio molto più avanzato che altrove. Ma la convergenza fra queste varie piattaforme è ormai talmente sviluppata che le diverse categorie cominciano a sovrapporsi e i consumatori di punta dei vari generi rientrano nello stesso calderone comune. Si forma così una classe sovranazionale, che secondo le stime più attendibili in Europa arriva a circa 35 milioni di persone mentre negli Stati Uniti sfiora i 40 milioni, con molte caratteristiche comuni. Ci sono più similitudini, ad esempio, fra i bloggers americani e iraniani che non tra gli abitanti dello stesso Paese che usano o non usano Internet".
Qual'è la funzione di questa classe creativa? "Di fare da apripista ai consumi culturali e tecnologici del futuro. In generale si tratta di opinion leader, molto interessati alle novità ma con una spiccata tendenza al pensiero autonomo, alla creazione e allo scambio di contenuti piuttosto che alla fruizione passiva. Quindi con loro non funziona il normale ciclo di produzione: sviluppare nuove idee e nuovi prodotti per poi calarli dall'alto sul mercato con forti investimenti pubblicitari per diffonderli. Con questo target invece funziona meglio il procedimento contrario: bisogna indagare le mode e le necessità di questa gente e sviluppare prodotti che le soddisfino. In questo modo non serve investire cifre colossali in pubblicità: basta il passaparola, con cui si ottiene una diffusione molto più efficace spendendo poco".
Procedimento molto complesso. Proviamo a fare un esempio... "La nascita dell'I-Mode è un buon esempio. La madre di questo sistema che ha rivoluzionato il mondo della telefonia cellulare si chiama Mari Matsunaga ed è una top manager di Ntt DoCoMo. Nei primi anni Novanta, Mari ha osservato come i ragazzini giapponesi si scambiassero messaggi usando i codici numerici dei cercapersone, gli antenati dei telefonini. Il primo pensiero è stato di creare uno strumento che rispondesse meglio alle loro esigenze e così è nato un sistema di messaggistica con le lettere dell'alfabeto, che facilitava molto le comunicazioni e ha avuto un successo istantaneo. Oggi Ntt fattura 8 miliardi di euro solo sul traffico I-Mode".
Dunque partire dal basso e far circolare le idee. Ma come la mettiamo con il copyright? "Il problema della proprietà intellettuale è la questione fondamentale da risolvere: è la ragione principale per cui i media tradizionali non riescono a comunicare con questa classe creativa. Per cogliere lo spirito del tempo c'è bisogno di grande flessibilità e di grande libertà, altrimenti si rischia di soffocare la creatività dei singoli. Le normative vigenti in materia di copyright e i regolamenti fissi sulle architetture dei diversi sistemi di comunicazione non tengono conto di questi nuovi modelli di fruizione e finiscono per ostacolare l'emergere di killer application per i dispositivi mobili di nuova generazione, per la televisione interattiva e per tutti gli altri sistemi di comunicazione digitale".
Quindi? "Quindi le media companies tradizionali devono convincersi che conviene anche a loro mettere in circolazione liberamente almeno una parte dei contenuti proprietari".
16 gennaio 2006
La via del Qatar parte da Firenze
Ras Laffan è un vasto agglomerato industriale affacciato sul Golfo Persico, che si estende per più di cento chilometri quadrati sul deserto piatto del Qatar: da qui viene convogliata verso l' Occidente affamato di metano tutta la produzione del gigantesco North Gas Field, un giacimento che contiene il 20% delle riserve mondiali non associate a campi petroliferi. Ed è qui che si gioca il futuro di un gioiello dell' industria italiana, l' ex Nuovo Pignone, oggi diventato la testa della divisione Oil & Gas di General Electric. «Abbiamo appena firmato un contratto da 200 milioni di dollari con Ras Gas, joint venture tra Exxon Mobil e Qatar Petroleum, per partecipare alla realizzazione del più grande impianto esistente al mondo di liquefazione del gas» spiega il catalano Claudi Santiago, vicepresidente di GE e capo della divisione Oil & Gas del colosso americano, basato a Firenze. Il progetto, che comporta la fornitura di 22 mega-turbine e consacra la leadership mondiale dell' ex Nuovo Pignone nel campo del gas naturale liquefatto, «rappresenta una pietra miliare nella storia di questo settore, fissando nuovi standard per le economie di scala possibili». In un comparto che cresce già di per sé a ritmi esponenziali, battere dei record non è facile. Gli analisti si attendono un raddoppio abbondante del settore nel giro dei prossimi dieci anni, dalla produzione attuale di 145 milioni di tonnellate annue a oltre 370 milioni. Solo a Ras Laffan, le esportazioni raggiungeranno i 77 milioni di tonnellate all' anno nel 2009, secondo le previsioni, dalle 10 tonnellate attuali. «Il boom del gas naturale liquefatto deriva dai prezzi esorbitanti del petrolio e dall' esigenza di diversificare gli approvvigionamenti. L' utilizzo del metano liquido consente di emancipare il mercato del gas dalla schiavitù dei gasdotti. Per questo la produzione liquefatta cresce molto di più della produzione trasmessa per gasdotto. Nel contempo, i costi di liquefazione e rigassificazione si riducono rapidamente, grazie allo sviluppo di tecnologie sempre più raffinate, come le nostre» spiega Santiago. Dal quartier generale di Firenze i tecnici dell' ex Nuovo Pignone controllano via satellite e assicurano il corretto funzionamento di un terzo del mercato internazionale dell' energia collegato all' estrazione di idrocarburi. In dieci anni di privatizzazione, da quando l' Eni l' ha venduta agli americani, il fatturato dell' azienda è quadruplicato, superando i 4 miliardi di dollari. «Il segreto del successo? Investire negli uomini e nelle tecnologie, senza mai smettere di cavalcare la globalizzazione - commenta Santiago -. I 5.600 dipendenti - precisa Santiago, nato e cresciuto a Barcellona, entrato nei servizi informatici di GE fresco di laurea nell' 80 per arrivare a guidare il marketing globale nella sede di Rockville, in Maryland, prima di trasferirsi in Italia a occuparsi di energia - sono basati per la maggior parte in Italia, ma vengono da 80 Paesi diversi: in questo modo, possiamo sempre parlare il linguaggio dei nostri clienti. Una premessa molto importante per un' azienda che esporta il 90% della propria produzione». E poi c' è la leadership tecnologica: nel triennio appena trascorso, GE ha investito 250 milioni di dollari per la ricerca nella divisione Oil & Gas, di cui 85 solo nel 2005. «Il Nuovo Pignone - conclude Santiago - ha saputo conquistare la leadership internazionale nella tecnologia di liquefazione del metano a basse temperature e poi di rigassificazione nei porti di destinazione. Questo ci ha consentito di abbattere i costi di lavorazione in maniera importante, rivoluzionando il mercato a tutto vantaggio degli utenti finali». Da qui, la commessa in Qatar. E, se l' Eni si butterà come dice nel business del gas liquido, anche i vecchi padroni dovranno rivolgersi agli ingegneri di Firenze.
9 gennaio 2006
British Gas: "Vi bruciate la reputazione"
Etichette: gas
Emergenza gas, rigassificatori fermi
L' emergenza gas ce l' ha fatto toccare con mano: per emanciparsi dalla schiavitù del tubo l' unica soluzione sono i rigassificatori, che consentono di ricevere il metano via mare e quindi di eliminare la dipendenza da un solo produttore dominante, come la Russia. Lo dice Sandro Ortis, presidente dell' Authority per l' energia: «L' attivazione, più rapida possibile, di terminali di rigassificazione per gas liquido, importabile via nave da nuovi, promettenti mercati (africani, mediorientali e asiatici), rappresenta un contributo essenziale per la diversificazione e l' economicità delle fonti di approvvigionamento, per la concorrenza e per una maggiore flessibilità». L' Autorità insiste da anni su questo punto, oltre che sulla sottrazione della rete e degli stoccaggi al controllo dell' ex monopolista, e ha appena varato una regolazione incentivante per i nuovi investimenti nelle infrastrutture di trasporto e rigassificazione, che potranno beneficiare di una maggiore remunerazione. Ma per ora impiantare un rigassificatore in Italia resta un' odissea. La politica energetica italiana, infatti, è strettamente dipendente dalle strategie dell' Eni, che con i suoi gasdotti ha tenuto saldamente in mano per quarant' anni tutta la capacità d' importazione di metano. I rigassificatori, portatori di libera concorrenza, ovviamente non erano graditi. Sul territorio nazionale ne esiste solo uno, costruito nei lontani anni Sessanta a Panigaglia in Liguria. E di chi è? Di Snam, cioè dell' Eni. Per frenare la costruzione di nuovi impianti, la major guidata da Paolo Scaroni ha agitato fino a poco tempo fa lo spettro della «bolla di gas»: secondo le valutazioni del Cane a sei zampe, in sostanza, i suoi metanodotti che ci collegano con la Russia, l' Algeria e la Libia dovevano bastare e avanzare per soddisfare il fabbisogno nazionale. Ulteriore capacità d' importazione avrebbe creato un eccesso d' offerta, rischiando di far crollare i prezzi. Questo orientamento strategico, innestandosi sui naturali fenomeni di rifiuto del progresso tecnologico che dominano il Paese, ha impedito l' apertura del mercato a fonti di approvvigionamento alternative. In realtà, al contrario di quel che diceva l' Eni, con il rapido aumento della domanda di metano per la generazione elettrica, il mercato italiano è sempre stato «corto», tant' è vero che i prezzi sono ben più alti che all' estero. Ora che cresce la pressione dell' Authority per una maggiore liberalizzazione del mercato, l' Eni ha cambiato idea: da qualche mese non parla più del pericolo di un «eccesso di offerta» e nelle ultime settimane Scaroni ha ripetuto più volte la necessità di costruire nuovi rigassificatori. Le sue sollecitazioni, però, arrivano tardi. Il danno è già fatto e il Paese è in preda all' emergenza. Per sbloccare la situazione, in teoria, basterebbe darsi una mossa. Ma rimettere in moto una macchina che procede con il freno tirato da quarant' anni non è facile. «Dal punto di vista ingegneristico - spiega Roberto Potì, responsabile dei nuovi progetti di Edison - un impianto di rigassificazione si costruisce in meno di due anni, se è offshore in poco più di due anni». In Italia bisogna aggiungerne oltre sette di carte bollate. Ammesso che si riesca a concludere l' iter. Provare per credere: i primi studi per il terminale dell' Exxon Mobil con Edison e Qatar Petroleum, al largo di Rovigo, sono stati avviati nel ' 97, la valutazione d' impatto ambientale è stata ripetuta tre volte e nel maggio 2005 finalmente sono partiti i lavori, che termineranno a fine 2007. Dieci anni. E questo è l' unico progetto già cantierizzato: gli altri dieci sono tutti arenati, guarda caso, in svariati bracci di ferro con le autorità locali. Per non parlare dei progetti tramontati, come quelli dell' Enel a Montalto e a Monfalcone, dove l' iter è stato interrotto in stadio così avanzato che la compagnia elettrica aveva già firmato i contratti d' acquisto del gas liquido dalla Nigeria. «In mancanza di sbocchi in Italia - precisano all' Enel - ora quel metano dev' essere rigassificato in Francia da Gaz de France e importato via tubo». Nel frattempo, il resto del mondo cammina: ci sono 46 terminali di questo tipo attivi sui cinque continenti, di cui buona parte in Europa, da Sines in Portogallo a Zeebrugge in Belgio, da Barcellona a Marsiglia. Collocata in una posizione geografica ideale per trasformare la penisola in un hub del gas a livello europeo, l' Italia rischia invece di perdere il treno. «Gli attuali limiti di capacità - commenta Ortis - sommati alla scarsa flessibilità dei gasdotti internazionali, hanno un duplice effetto: da un lato, costituiscono una barriera all' entrata nel sistema dei nuovi operatori e ostacolano prospettive di sviluppo per il settore nazionale, anche favorendo progetti concorrenti in altri Paesi (dai Balcani alla penisola iberica), dall' altro lato non consentono agli operatori di soddisfare le richieste di una domanda crescente». In pratica, affidandosi soltanto ai tubi dell' Eni, non solo non si riesce a trasformare la Penisola in un centro d' esportazione del gas verso l' Europa - disegno più volte caldeggiato dall' Autorithy e anche da politici lungimiranti come Bruno Tabacci - ma non si copre nemmeno il fabbisogno nazionale: «Le forti opposizioni locali che ostacolano la costruzione di nuovi terminali di rigassificazione - precisa Ortis - vanno di pari passo con la crescita sostenuta della domanda, registrata nel corso di questi ultimi tre anni, e con la scarsità di stoccaggio, che lo scorso inverno ha contribuito a determinare l' interruzione della fornitura per alcuni clienti e il ricorso alle riserve strategiche». In questo freddo inverno 2006, abbiamo già sfiorato l' emergenza una volta. Ma il peggio deve ancora venire: l' anno scorso la crisi è scoppiata in marzo. Da qui a marzo, con un altro paio di centrali elettriche a gas in via di completamento e la crescente instabilità dei tre unici fornitori, l' Italia rischia di restare al palo.
Britsh Gas: fateci lavorare o ce ne andiamo
Abbiamo «scelto Brindisi per la sua posizione favorevole nel centro del Mediterraneo e per la presenza sulla costa di un sito già destinato all' energia, tra la centrale Edipower e il Petrolchimico. Un impianto di rigassificazione collocato in quella posizione è il modo migliore per collegare in maniera flessibile i giacimenti del Nord Africa con l' Europa, senza le rigidità tipiche dei metanodotti. British Gas costruisce impianti di questo tipo in tutto il mondo. Per Brindisi e per il mercato italiano del gas sarebbe un gran peccato se decidessimo di andarlo a fare altrove, magari in Spagna». Armando Henriques, amministratore delegato di British Gas Italia, è strabiliato, più che arrabbiato. La costruzione del vostro impianto è bloccata da due anni. Perché? «Intralci burocratici di tutti i tipi: in due anni l' impianto avrebbe potuto già essere pronto, invece siamo appena riusciti a cominciare i lavori di colmata». Ma le autorizzazioni le avete? «Il processo autorizzativo è finito nel 2003, con un decreto ministeriale emesso in accordo con la Regione, dopo una Conferenza servizi che ha coinvolto oltre venti istituzioni locali e nazionali. Nel decreto è scritto che possiamo costruire qui un rigassificatore da 8 miliardi di metri cubi l' anno, un decimo del fabbisogno italiano. Con quel documento in mano, abbiamo avviato le gare d' appalto in Italia e siamo andati a costruire sulla costa egiziana, a Idku, il terminale di liquefazione del gas destinato ad alimentare Brindisi con il metano che estraiamo dai nostri giacimenti egiziani. Quell' impianto di liquefazione è già pronto da tempo. Ma manca ancora il terminale gemello, in Puglia». Che cos' è successo nel frattempo? «Niente. Non è successo niente. Nessun grave incidente a qualche rigassificatore, che del resto sarebbe difficile, visto che il gas viene conservato in serbatoi sicurissimi a pressione ambiente, escludendo rischi di esplosione. Nessuna nube tossica, poiché il metano non inquina. Nessun caso di marea nera: eventuali versamenti di gas liquefatto in mare darebbero luogo solo a evaporazione, senza lasciare residui». Dev' essere pur successo qualcosa per ritardare di due anni «Le elezioni. I nuovi eletti in Comune, Provincia e Regione, Domenico Minnitti, Michele Errico e Nichi Vendola, vogliono spazzare via il lavoro dei predecessori. Ci hanno messo i bastoni fra le ruote in tutti i modi, con ricorsi al Tar e alla magistratura, ispezioni, blocchi, manifestazioni. Abbiamo dovuto muovere perfino l' ambasciatore britannico, sir Ivor Roberts, che è sceso a Brindisi prima di Natale per cercare un accordo. Non so perché vogliano ritirare la parola data, ma se il governo lo consentisse non sarebbe un grande esempio di credibilità». E voi? «Andiamo avanti. La pressione degli enti locali non può annullare il decreto di autorizzazione e il blocco del Tar è stato eliminato in ottobre da una sentenza del Consiglio di Stato, con cui si faceva notare che tutti questi ostacoli burocratici sono strumentali e stanno causando danni rilevanti alla società. Se ci lasciano lavorare, l' impianto sarà pronto nel 2008». Gli enti locali dicono che Brindisi aspira a rilanciare la propria vocazione turistica e vorrebbero spostare il terminale in qualche località dei dintorni. «Impossibile, dovremmo ricominciare daccapo con le autorizzazioni. Del resto ai fini turistici la localizzazione del terminale è ottima: nella zona industriale del porto esterno, a oltre tre chilometri dal porto interno, dove la città si affaccia sul mare. Il traffico di navi metaniere, 100 all' anno, interesserà solo la zona esterna per 70-80 minuti alla settimana. A Barcellona, nel centro del porto, c' è un terminale che accoglie 230 navi metaniere l' anno. E il turismo prospera. Questo impianto, un investimento da 390 milioni, è una grande opportunità di sviluppo per il territorio: dalla creazione di posti di lavoro alla formazione di competenze distintive, dagli investimenti indiretti ai servizi portuali e industriali connessi. Non c' è motivo di spostarlo».
5 gennaio 2006
Conad, il pieno di burocrazia
Le questioni di viabilità vanno affrontate con Comune e Provincia, i problemi urbanistici con la Regione. Poi si deve passare attraverso l' Asl, i Vigili del fuoco, l' Agenzia regionale per la protezione dell' ambiente, l' Istituto superiore per la prevenzione e la sicurezza sul lavoro, l' Ufficio metrico della camera di commercio, l' Agenzia dogane e l' Agenzia nazionale delle scorte. A ogni passaggio si rischia il veto di un funzionario. Nel frattempo, cambiano le leggi. «Da quando abbiamo istruito la prima pratica fino all' inaugurazione dell' impianto, le normative regionali che regolano la materia sono cambiate tre volte: oggi la Toscana proibisce tout-court di aprire una pompa di benzina in un centro commerciale come quello di Gallicano, perciò, se avessimo dovuto cominciare adesso, non avremmo nemmeno avviato la trafila» spiega Roberto Dessì, segretario generale di Conad, l' insegna della grande distribuzione che ha inaugurato la settimana scorsa il suo primo discount della benzina in Garfagnana. «La smettano di dire che è impossibile aprire un nuovo benzinaio» sbotta da parte sua Luca Squeri, presidente Figisc, l' organizzazione dei distributori aderenti a Confcommercio. Ma, se in teoria tutto è possibile, nella pratica le barriere all' ingresso di nuovi entranti nel business dei carburanti sono davvero altissime. Pur avendo a che fare con un' amministrazione comunale molto efficiente, Conad Tirreno ci ha messo quattro anni e dieci diversi pareri legali per sfondare il muro delle resistenze. E non è finita qui: «Dopo tutto questo lavoro, ora ci attendiamo le cause, anche se abbiamo fatto il massimo per ottemperare a ogni cavillo normativo», commenta Dessì. I gestori, in effetti, già minacciano un esposto all' Antitrust. Non a caso benzina e gasolio in Italia restano i più cari d' Europa. «Gli ostacoli principali sono il problema delle distanze minime dagli altri distributori, la questione del formato dell' impianto e le limitazioni di orario», precisa Dessì. Per la grande distribuzione l' imperativo categorico è l' efficenza: solo così è possibile offrire prezzi bassi. Ecco perché è stato scelto il formato self service post pay, che consente di pagare all' uscita dal piazzale, sul modello di quanto avviene in qualunque casello autostradale. Proprio questo, guarda caso, è il formato più penalizzato dalle normative, che impongono distanze ancora maggiori dagli altri distributori. «Ma, se avessimo dovuto tenere una distanza minima da ogni negozietto, nelle città italiane non ci sarebbero supermercati» obietta Dessì. Problemi anche per il posizionamento in prossimità di due elettrodotti: «Su ricorso del sindacato gestori, ci hanno mandato gli ispettori per controllare che non ci fossero dispersioni di corrente» racconta Dessì. Per fortuna era tutto a posto, altrimenti la pompa, già costruita, avrebbe dovuto essere smantellata. «E come si fa a tagliare i costi se siamo costretti ad avere orari sfalsati rispetto all' ipermercato?» si chiede Dessì. A Gallicano, il distributore è obbligato a chiudere all' ora di pranzo, mentre l' ipermercato ovviamente è aperto. Per trovare un fornitore, poi, è stato un incubo. «Le compagnie petrolifere ci hanno fatto delle offerte vergognose - rileva Dessì - e quindi siamo andati a cercarci la benzina in Francia». Malgrado i costi aggiuntivi di trasporto, la benzina comprata da Siplec, compagnia di distribuzione di Leclerc, è molto più competitiva di quella italiana. Ma importare carburante dalla Francia non è roba da tutti i giorni: ci vuole la licenza. E giù carte bollate...
3 gennaio 2006
Lubiana minaccia di chiudere il rubinetto
Allarme sulle importazioni di energia elettrica dall' estero: da un lato gli sloveni minacciano l' interruzione del flusso sul confine orientale, dall' altro Edf mette in discussione i contratti con Enel sulla frontiera occidentale, il che causerebbe all' Italia un danno da 150 milioni di euro. Parigi avrebbe deciso infatti di mettere all' asta questa energia, a prezzi sicuramente crescenti rispetto agli attuali, per uniformarsi a una direttiva europea. Ma la protesta ufficiale di Lubiana per la disparità di trattamento riservata dall' Italia agli operatori sloveni rispetto a quelli francesi e svizzeri, potrebbe causarci un danno ancora maggiore: «Vi chiediamo di rivedere i criteri di attribuzione delle capacità garantite sulle singole frontiere elettriche italiane per l' anno 2006, portando quella sul confine sloveno a 800MW», scrive Djordje Zebeljan, direttore generale del ministero sloveno dell' Industria, al suo omologo italiano Sergio Garribba. E tra le righe si capisce l' intenzione di puntare i piedi senza complimenti, anche interrompendo i flussi con misure strumentali, come la manutenzione «mirata» degli impianti. Il fatto è che il gestore della rete (ora Terna) tiene ferma da anni una delle due linee di collegamento con la Slovenia, perché sulle 18 interconnessioni tra la rete italiana e i Paesi limitrofi, una dev' essere sempre sgombra per fronteggiare le emergenze. In questo modo gli operatori sloveni possono usare solo una terna da 400MW per esportare in Italia, pur avendo a disposizione una capacità di carico ben superiore. Per di più la seconda terna, lungi dal restare sgombra, finisce per ospitare tutti i flussi in eccesso provenienti dagli operatori francesi e svizzeri che non riescono a passare sulle altre. Zebeljan suggerisce di riequilibrare i flussi, mettendo in riserva la nuova linea d' interconnessione con la Svizzera, appena inaugurata. «Favorendo il sovraccarico elettrico sulle altre frontiere - spiega Boris Peric di Kb, la società che rappresenta gli interessi degli operatori sloveni danneggiati - si determina di fatto una posizione dominante degli operatori elettrici francesi e svizzeri a discapito di quelli austriaci e sloveni, proprio nel momento in cui Enel sta estendendo la propria capacità produttiva nell' Europa dell' Est». Data la rilevanza dell' import di energia, che alimenta quasi un quinto del fabbisogno italiano, l' interruzione dei flussi dal confine orientale sarebbe una catastrofe per il sistema.
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