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8 luglio 2009

Natura contro tecnologia, un dilemma virtuale

Natura contro tecnologia. E’ questo il dilemma che l’umanità si trova ad affrontare oggi, a quanto sembra. In realtà, si tratta di un dilemma apparente. Da un lato, è ormai superato, perché la tecnologia prevale. Già nel 1988 Don Norman, un neuroscienziato e informatico dell’università della California a San Diego, calcolò che l’americano medio incontra ben 20mila manufatti nella sua vita quotidiana, molti di più degli animali e delle piante che sarebbe in grado di distinguere. Le specie catalogate sulla Terra, del resto, sono un milione e mezzo in tutto, contro i 7 milioni di brevetti registratti solo negli Stati Uniti. La tecnosfera, quindi, supera di gran lunga la biosfera. Dall’altro lato, però, la natura è talmente ingranata nella psiche dell’uomo, che non c’è gara. La nostra specie ha trascorso gran parte della sua esistenza nella savana africana. C’è dibattito sui dettagli, ma è certo che la nostra mente non si è formata per vivere in un mondo popolato da miliardi di individui: la vita di un milanese o di un newyorkese, circondati da una moltitudine di estranei, è una novità assoluta nella storia dell’evoluzione. Migliaia di anni fa non c’erano la televisione, i McDonald’s, la pillola, la chirurgia plastica, gli orologi o la luce artificiale. C’erano solo alberi, torrenti, animali, il sole e la luna. Questo lungo passato ha lasciato un’impronta indelebile nella nostra mente. La gente ama stare vicina al mare, alle montagne e alle piante. Basta consultare i prezzi degli appartamenti che danno su Central Park o cercare una casa con “vista mare” per rendersene conto. Nei palazzi più lussuosi l’atrio è pieno di verde. Se vogliamo fare un piacere a qualcuno, gli portiamo dei fiori. Teniamo degli animali da compagnia nelle nostre case, un pezzo di natura, per quanto selezionata e “costruita” dagli uomini. E molti di noi fuggono dagli ambienti artificiali non appena possibile, per camminare, remare o andare a vela nella natura. Edward Osborne Wilson, un biologo di Harvard, ha condensato queste considerazioni nel concetto di “Biophilia”, su cui ha scritto un libro uscito nell’84. Non a caso, questo concetto sta alla base di vere e proprie terapie: è noto da innumerevoli test che un bel panorama aiuta la convalescenza e il contatto con gli animali serve per superare certi disturbi nervosi. In pratica, la natura ci fa bene alla salute. Non c’è verso di sostituirla con la tecnologia: ce ne accorgiamo istintivamente. Da questa consapevolezza deriva l’ansia che proviamo di fronte alla sua distruzione. Ci fa star male, ma non è ancora abbastanza acuta per portarci ad agire.

28 giugno 2009

Bioagricoltura e Ogm: un'alleanza che salverà il mondo?

Nell'orto botanico di Cascina Rosa, della Statale di Milano, cresce un melo più potente degli altri. E' stato creato per resistere alla melolonta, un elegante maggiolino che sta distruggendo i meli della Val d'Aosta. Le sue larve fanno strage delle radici e in breve tempo uccidono alberi di grande valore. Il melo valdostano così rischia l'estinzione, ma il suo omologo più resistente, costruito inserendo nel portainnesto un gene di Bacillus thuringiensis, è illegale in Italia. Non può essere piantato in terra e oggi non potrebbe nemmeno nascere, perché dal 2002 è bloccata anche la ricerca sugli Ogm, non solo la sperimentazione in campo. "In questo modo, per salvare il melo valdostano resta soltanto la chimica, ma anche quella in molti casi non basta: ci sono mele molto presenti sulle tavole degli italiani che subiscono ben 34 trattamenti antiparassitari all'anno, ma nessuno se ne preoccupa, invece dove gli Ogm sono legali, l'uso della chimica diminuisce drasticamente, come in Cina dove il cotone Ogm ha portato all'eliminazione quasi totale nell'uso di pesticidi, a tutto vantaggio della salute degli agricoltori e dei consumatori, per non parlare del risparmio sui costi di produzione", spiega Francesco Sala, il professore della Statale che ha creato i meli resistenti alla melolonta, inutilizzabili in Italia. "Le chiamano piante Frankenstein, ma mancano le prove che siano pericolose. Anzi, per la prima volta nella storia dell'agricoltura, gli ibridi prodotti con le biotecnologie devono essere sottoposti al vaglio di molte analisi scientifiche. Le piante utilizzate oggi in agricoltura, invece, non sono mai naturali, ma sono state selezionate senza tutti questi controlli. Per questo spesso sono più buone, ma più fragili dei loro antenati e hanno bisogno di interventi continui a base di pesticidi", precisa Sala. La situazione attuale dipende dalle condizioni storiche in cui si è sviluppata l'industria agraria nell'ultimo cinquantennio. La rivoluzione verde seguita alla seconda guerra mondiale ha contribuito a un enorme efficientamento delle tecniche agricole, ma alla perdita del 90% delle varietà di sementi utilizzate, rendendo gli agricoltori dipendenti da una o poche sementi, laddove un tempo ne usavano centinaia. Alla perdita di biodiversità, corrisponde la concentrazione dei produttori e rivenditori di sementi: nel 1990 le prime dieci società sementiere controllavano un quinto del mercato mondiale e nel 2000 il 32%, su un giro d'affari complessivo di 23 miliardi di dollari. Di pari passo, negli anni Settanta i produttori di pesticidi negli Usa erano 30, negli anni Novanta una decina. Sul fronte della ricerca, da un lato è cresciuta la genetica, che ha cercato di rendere le piante più resistenti dall'interno, ma nel contempo è cresciuta anche la chimica, da Montedison in poi, che punta allo stesso risultato con interventi esterni. Le multinazionali hanno utilizzato l'una e l'altra, creando un sistema integrato, fra sementi sterili, che devono essere ricomperate ogni anno, e trattamenti chimici mirati, a cui gli agricoltori non possono sottrarsi se entrano in quel sistema. "Alle multinazionali va sempre bene: se vogliamo gli Ogm ci danno gli Ogm, altrimenti ci danno i pesticidi, i loro guadagni li fanno comunque", commenta Sala. Per spezzare questo circolo vizioso, sta nascendo una rivoluzione verde 2.0, che punta a mettere a disposizione degli agricoltori le scoperte biotecnologiche, senza dover passare attraverso il sistema chiuso delle multinazionali. Richard Jefferson, un biologo australiano, ha fondato un movimento open source, Bios, che vorrebbe offrire al singolo gli strumenti di base per applicare da soli le biotecnologie, scegliendo liberamente l'approccio che preferisce. A chi è contrario agli Ogm si aprono così possibilità alternative d'intervento, come lo "smart breeding", una via di mezzo fra ingegneria genetica e selezione tradizionale. Con lo smart breeding si selezionano in laboratorio i geni da inserire per sviluppare determinate caratteristiche, si identifica la specie portatrice e poi si incrocia con la varietà locale usando le tecniche tradizionali. Il prodotto non è un Ogm e quindi non è brevettabile, ma la selezione è molto più rapida e precisa. In questo modo si potrebbe facilitare l'avvicinamento fra l'ingegneria genetica e l'agricoltura biologica, che molti genetisti considerano la carta vincente per il futuro. "L'agricoltura biologica ha dimostrato che è possibile ridurre drasticamente l'uso dei pesticidi", spiega Pamela Ronald, una genetista dell'Università della California a Davis, che ha isolato un gene capace di rendere il riso resistente a un batterio devastante per le risaie cinesi, brevettandolo e poi regalandolo a un gruppo di agronomi cinesi, che lo stanno inserendo nelle varietà ibride locali. "Ma le tecniche bio – aggiunge Ronald - presentano alcuni limiti invalicabili: molti parassiti e malattie delle piante non possono essere controllati con un approccio di questo tipo". Qui s'inserisce la prospettiva di un connubio con l'ingegneria genetica, che potrebbe diventare la soluzione migliore per saziare il mondo senza danneggiare l'ambiente.

La rivoluzione colturale parte dalle città

Gli antichi greci ci insegnano che l'umanità deve la capacità di coltivare i campi alla generosità di una dea. I semi di grano donati da Demetra al suo sacerdote, perché li distribuisse sorvolando il pianeta in lungo e in largo sul suo cocchio alato, hanno rappresentato per millenni il simbolo stesso della civiltà. Ma da allora ad oggi, le cose sono molto cambiate. Le tecniche agricole sviluppate dalla civiltà neolitica - in realtà ben prima e ben più a Est dell'Olimpo, nella Mezzaluna Fertile mediorientale oltre diecimila anni fa - si sono trasformate in una delle principali fonti d'inquinamento del pianeta. La benedizione della dea ha consentito all'umanità di moltiplicarsi e di colonizzare tutte le terre emerse, ma in questo processo ha causato danni colossali all'ambiente in cui viviamo. La deforestazione e il degrado del suolo sono andati avanti per millenni. L'avvento, nella prima metà del secolo scorso, dell'agricoltura meccanizzata e delle monoculture, per far fronte all'impennata dei fabbisogni alimentari mondiali, ha raddoppiato l'approvvigionamento globale di grano, mais e riso, ma ha nettamente aggravato i danni ambientali, portando alla perdita di biodiversità, al crescente consumo di combustibili fossili, all'uso sempre più spinto di pesticidi, diserbanti e fertilizzanti chimici. Il livello di tossicità dell'industria agricola continua ad aumentare, man mano che le erbe infestanti e i parassiti diventano resistenti ai veleni. Queste dosi sempre più micidiali inondano l'ambiente a ogni acquazzone, degradando il suolo, "bruciato" dai fertilizzanti. Benché i pesticidi più pericolosi, tossici e a volte cancerogeni della prima metà del secolo scorso, siano stati pressoché eliminati dall'uso agricolo (ma il Ddt continua a essere usato nei Paesi in via di sviluppo), i loro effetti non sono stati del tutto rimossi e lo scolo di fertilizzanti, pesticidi e diserbanti resta la principale fonte di inquinamento delle acque. Ora il sistema si scontra con i suoi limiti: le terre sfuttabili a fini agricoli sono sostanzialmente esaurite e la popolazione mondiale continua a crescere. La prima crisi, dovuta all'aumento repentino dei prezzi dei cereali, è avvenuta l'anno scorso, con una serie di rivolte del pane in tutto il Sud del mondo. Se la curva demografica globale ci porterà, come dicono le previsioni, a 9 miliardi di individui entro il 2050, per soddisfare la fame dell'umanità dovremmo aggiungere alle superfici attualmente coltivate un'estensione equivalente a tutto il territorio del Brasile. Ma questa terra arabile non esiste. Di conseguenza, gli esperti sono concordi nel sostenere che da qui ad allora l'agricoltura dovrà cambiare radicalmente faccia. Su cosa si baserà la nuova rivoluzione verde? La via che porta all'agricoltura sostenibile passa inevitabilmente per l'economia della conoscenza. Da un lato la conoscenza genetica delle piante consentirà di introdurre delle modifiche per renderle naturalmente resistenti ai parassiti, che abbattono di un terzo la produttività agricola del mondo, malgrado l'utilizzo diffuso di pesticidi. Dall'altro lato le conoscenze tecniche sull'energia verde, sulla desalinizzazione e sull'irrigazione “on demand” potranno ridurre la dipendenza dell'agricoltura dai combustibili fossili e gli enormi sprechi di acqua, consentendo anche di far fiorire il deserto, com'è già avvenuto in Israele. Le conoscenze urbanistiche, infine, ci spingono sempre di più a concentrare gli insediamenti per limitare l'eccessiva dispersione umana sul territorio, con il suo relativo impatto ambientale, e questa tendenza coinvolge anche la produzione alimentare. Basta guardare come si distribuisce la popolazione mondiale per capire che l'agricoltura urbana è il nostro futuro. All'inizio dell'800 il 90% degli americani lavorava la terra. All'inizio del '900 era il 40% e oggi non arriva al 4%. Lo stesso trend si ripropone in tutti i Paesi industrializzati. Quest'anno, per la prima volta nella storia dell'umanità, oltre la metà della popolazione mondiale risulta concentrata nelle città. E le previsioni dicono che nel 2050 gli agglomerati urbani ospiteranno l'80% dell'umanità. Per alimentare tutta questa gente, quale sistema migliore di costruire in loco le fattorie dove cresceranno le piante e gli animali destinati a sfamarli? Con 170 grattacieli di 30 piani, a pianta quadrata di due ettari (l'equivalente di un isolato a Manhattan), Dickson Despommier, professore alla Columbia University, assicura di essere in grado di sfamare tutta New York. Lotti vacanti o inutilizzati di questa dimensione in città ce ne sono 1.200: lui li ha contati. Con le tecniche di coltivazione idroponica, l'illuminazione a Led e la somministrazione controllata dell'esatta quantità di umidità e nutrienti necessari, le fattorie verticali di Despommier potrebbero produrre raccolti a ciclo continuo tutto l'anno, 20 volte di più di un appezzamento di terreno paragonabile. Potrebbero riciclare l'acqua che la città butta via, filtrandola e rimettendola in circolazione. Potrebbero produrre con il sole, il vento e la biomassa di scarto tutta l'energia necessaria per far funzionare ogni fattoria a impatto zero. Si tratta solo di decidere chi riuscirà a conquistare quell'ufficio d'angolo al trentesimo piano, esposto a Sud, con vista sull'oceano: i pomodori o le fragole?

Fattorie verticali per sfamare l'umanità urbanizzata

Dickson Despommier è un microbiologo della Columbia University, che ha passato 27 anni a studiare le malattie trasmesse dai parassiti, come la malaria o la scabbia. Nel corso dei suoi studi ha capito che l'agricoltura, così come viene praticata oggi, è una delle cause principali di diffusione delle epidemie. Daqui nasce l'idea della fattoria-grattacielo: trasferire le coltivazioni al chiuso, in condizioni controllate, è un buon sistema per eliminare i fattori patogeni ambientali. Ma anche per ridurre l'impronta agricola delle città, che divora sempre più territorio. "L'impronta agricola di New York ha le dimensionidella Virginia", spiega Despommier. "Quella sarebbe l'estensione che si libererebbe coltivando il cibo dei newyorkesi dentro la loro città, in verticale", precisa. "Il territorio liberato dalle coltivazioni potrebbe essere restituito alle foreste, con grande vantaggio per il bilancio delle emissioni. I contadini guadagnerebbero crediti, che alla lunga fruttano più del mais, nello spirito del protocollo di Kyoto". Nel 2001, Despommier ha messo a lavorare un team di ricercatori per definire meglio i dettagli tecnici ed economici delle fattorie verticali, arrivando a concepire un grattacielo di 30 piani in grado di nutrire 50mila persone per tutto l'anno, senza pesticidi e inquinamento. Ora il suo progetto ha attirato l'attenzione di un gigante delle costruzioni come Arup, che vorrebbe realizzarlo nella prima eco-città cinese, e di diverse municipalità, da Chicago a Las Vegas, da Shanghai a Inchon, in Sud Corea.

Gli alberi hanno sete? Mandano un sms al contadino

Serre nel deserto, che utilizzano l'acqua di mare per irrigare i filari, dopo averla distillata con il calore del sole. Dispositivi che riescono a sfruttare la rugiada per placare la sete degli ortaggi. Sistemi di irrigazione “on demand”, con cui le piante lanciano l'allarme da sole. La ricerca sfrutta ogni filone per risparmiare acqua. Come nel caso di un circuito che misura la conduttività elettrica all'interno della pianta e quando scende troppo trasmette una richiesta d'intervento al contadino: in caso d'emergenza, anche un sms. “La conduttività è correlata alla presenza d'acqua e indica con precisione se la pianta è a secco”, spiega Eran Raveh del Volcani Institute, il più grande centro di ricerca agricola d'Israele. “In questo modo – precisa Raveh – gli agricoltori potranno risparmiare dal 30 al 40% di acqua”.

25 giugno 2009

Wolfram Alpha e gli altri: il web semantico prossimo venturo

Trovare è sempre meglio di cercare. Ma per trovare nel mare magnum del web bisogna usare i termini giusti, in particolare se ci si avventura nel deep web, la rete profonda, quella dove neanche Google riesce a penetrare. Per quanto possa risultare difficile da credere, oltre i trilioni di pagine web indicizzate dall'algoritmo di Mountain View c'è un oceano di siti e informazioni che aspettano solo di essere catalogati e portati in superficie. L'attesa è legata non tanto a un difetto dei tradizionali motori di ricerca, quanto a una caratteristica intrinseca di internet. Per trovare i contenuti in rete si utilizzano dei web crawler, programmi-segugio che saltabeccano di collegamento in collegamento (hyperlink) in modo automatico, acquisendo una copia testuale di tutti i documenti visitati allo scopo di inserirla nell'indice di un motore di ricerca. Questi strumenti si sono rivelati inefficaci a scovare le risorse del deep web: non sono in grado di interrogare, per esempio, un database di una pagina dinamica, dato il numero infinito di termini che si potrebbero ricercare. In sostanza, riescono a sclafire solo la superficie, non vanno oltre la seconda domanda. Brightt, una società specializzata nell'indicizzazione di contenuti dinamci, valuta che gli attuali motori siano in grado di catalogare poco meno dell'1% dei contenuti presenti su internet. Ecco perché il web semantico resta una delle grandi promesse non mantenute della rete. Rendere internet un ambiente capace di fornire risposte evolute resta la sfida più difficile da raccogliere. Ma i malati di web continuano a provarci: Tim Berners-Lee insiste da anni su questo punto. Dagli ambienti che gli girano attorno nascono i nuovi software che tentano di addentrarsi nel deep web. Come ad esempio Kosmix (http://www.kosmix.com/), una start up che ha già ricevuto il sostegno di Jeff Bezos, nata per scavare laddove non c'è un collegamento ipertestuale. I crawler usati dai motori di ricerca convenzionali puntano a cercare l'ago nel pagliaio, mentre Kosmix cerca di esplorare il pagliaio. File Pdf, contenitori audio-video, banche dati ad accesso ristretto sono contenuti finora inaccessibili ai tradizionali crawler. A questo va aggiunto il fatto che il crawler è tutto sommato stupido. Non ragiona come un essere umano e non risponde alle domande formulate nel linguaggio corrente. Con gli attuali motori si inserisce una parola e il crawler scova tutte le pagine che contengono o sono collegate a quel termine. Ma le attuali tecnologie di ricerca non possono rispondere alle interrogazioni complesse, come la domanda: «Qual è il dottore migliore, vicino a casa mia, in grado di curare la tale malattia?» Per estrarre dei dati utili dal deep web, il software di ricerca deve analizzare i termini inseriti dall'utente e capire quali sono i database più utili per trovare informazioni relative a quei termini. Se per esempio un utente chiede “Rembrandt”, il software dovrebbe sapere quali banche dati contengono più informazioni sull'arte - dai cataloghi dei musei alle case d'asta – e che tipo di richieste verranno accettate da quelle banche dati. In questo spirito, una professoressa dell'università dello Utah, Juliana Freire, sta lavorando a un progetto molto ambizioso chiamato DeepPeep (http://www.deeppeep.org/), che punta a esplorare e indicizzare ogni banca dati presente sul web. Ma estrarre il contenuto da tutti questi database richiede una enorme capacità computazionale. Il modo più elementare sarebbe utilizzare per le proprie richieste tutte le parole del dizionario, ma DeepPeep ha già superato questo stadio e pone invece una serie di domande di base, con cui comincia a capire che tipo di database si trova di fronte, per poi scegliere dei termini di ricerca più mirati. Basandosi su questa analisi, il programma riesce a estrarre in media il 90% delle informazioni dalle banche dati che esplora. Il nuovo campo di ricerca aperto da questi pionieri ha già prodotto delle applicazioni interessanti. Wolfram Alpha (http://www.wolframalpha.com/), presentato all'università di Harvard a fine aprile, rappresenta un primo passo verso il web semantico. Per questo ha già sollevato un grande entusiasmo tra gli esperti: molti credono che questo nuovo motore di ricerca sarà una pietra miliare nell'evoluzione di internet e che diventerà un nuovo modello per utilizzare il computer per le ricerche in rete. Non contento di rispondere direttamente a delle domande come: “Quant'è alto il monte Everest?”, Wolfram Alpha genera una pagina molto chiara di informazioni con il soggetto richiesto, accompagnato anche da grafici e da tabelle. Ma la vera innovazione che porta questo nuovo motore di ricerca, è la capacità di trovare delle soluzioni a domande complesse in tempo reale. Stephen Wolfram, il suo inventore, è considerato una delle menti più acute e più stravaganti delle scienze matematiche. Figlio di ebrei tedeschi rifugiati in Inghilterra, enfant prodige della fisica delle particelle, laureato a 17 anni a Oxford, a 20 Wolfram aveva già ottenuto un dottorato al CalTech, ma l'anno dopo restava folgorato dall'informatica e in breve abbandonava la carriera accademica per dedicarsi ai computer. A meno di trent'anni era già miliardario, dopo aver sviluppato Mathematica, un package usato da tutti gli scienziati, gli ingegneri e i ricercatori del mondo per risolvere calcoli matematici complessi. Wolfram Alpha è stato sviluppato sulla base di Mathematica. Se gli domandate di “comparare l'altitudine dell'Everest con la lunghezza del Golden Gate Bridge”, ve lo dirà. Se volete sapere “che tempo faceva a Londra il giorno in cui il presidente Kennedy è stato assassinato”, il motore recupererà le informazioni e vi fornirà la risposta istantaneamente. Digitate “Re diesis maggiore" e vi farà ascoltare l'accordo. Se volete conoscere “la data della prossima eclisse solare su Chicago”, ve la indicherà.In occasione del lancio, Wolfram ha detto che voleva “rendere calcolabili le conoscenze che abbiamo accumulato nella nostra cività” e ha spiegato che il lancio di Wolfram Alpha non è che l'inizio del progetto. Il motore, ad accesso libero, basa le sue ricerche su internet e su delle banche dati inserite da privati e ci vorranno un migliaio di persone per tenerlo aggiornato con le ultime scoperte e informazioni. Considerando che Google e Microsoft (di cui è appena uscito Bing, un motore che ha le stesse ambizioni di Wolfram Alpha) si stanno muovendo entrambe in questa direzione, Wolfram Alpha potrebbe fare gola a molti. Wolfram ha già chiarito che non esclude la possibilità di alleanze o collaborazioni: “Vorremmo lavorare con tutte le società legate alla nostra attività. La ricerca, la narrazione, l'informazione sono complemetari a ciò che facciamo. Speriamo che ci saranno delle vere sinergie”.

14 giugno 2009

Via la cravatta per risparmiare energia

Via la cravatta. Per l'Eni è questa la parola d'ordine dell'estate. L’iniziativa, nata due anni fa, consiste nel sollecitare i dipendenti a un abbigliamento meno rigoroso in ufficio, con l’obiettivo di risparmiare energia. I risultati dell’iniziativa lo scorso anno sono stati molto positivi: alzando di un grado la temperatura interna dei suoi uffici, il Cane a sei zampe ha ottenuto un risparmio di energia elettrica di 302.000 kilowattora, pari a una diminuzione dei consumi di energia elettrica per climatizzazione del 9% e a una riduzione delle emissioni di anidride carbonica di circa 175 tonnellate. Il risparmio economico derivato dall’iniziativa è stato investito in progetti di sostenibilità, nell'ambito di un impegno per l’efficienza energetica che è stato anche oggetto di una vasta campagna pubblicitaria, volta a spingere le famiglie italiane verso un consumo più razionale delle risorse energetiche. Ma l'Eni non è un caso isolato. Incoraggiare i dipendenti a togliere la cravatta in ufficio è una metafora per affrontare un argomento decisamente concreto, la sensibilizzazione sul tema dei consumi attribuibili all’uso smodato dei condizionatori d’aria durante i mesi estivi. In Spagna, dopo che un'azienda importante come Acciona ha raccomandato ai suoi 4.000 dipendenti un abbigliamento informale, è lo stesso governo a lavorare a un pacchetto di misure di risparmio energetico da proporre a tutti gli spagnoli. In Inghilterra il look tradizionale dell'uomo d'affari è mutato e non è difficile incontrare gli gnomi della finanza che si aggirano per la City in maniche di camicia. In Giappone è stata varata la campagna "cool biz", lanciata due anni fa dall'ex premier Junichiro Koizumi, che ha inaugurato il nuovo stile casual per i dipendenti pubblici e ha fatto risparmiare al Giappone 70 milioni di kilowattora. In Cina è stato il segretario Hu Jintao in persona a chiedere di indossare solo una camicia a maniche corte.

12 giugno 2009

Tecnologie pulite, un mercato da 150 miliardi

Le tecnologie pulite, che migliorano l'efficienza o riducono l'impatto ambientale relativo alla produzione di energia, sono in pieno boom: un mercato da 150 miliardi di dollari, che secondo le stime di un rapporto delle Nazioni Unite è destinato a crescere fino a 600 miliardi nel 2020. Il flusso degli investimenti si incanala in un'ampia varietà di tecnologie, dal solare ai biocarburanti, dall'eolico all'efficienza energetica. L'ultima novità arriva dalla Germania: un consorzio di 20 aziende tedesche ha in progetto di realizzare un investimento da 400 miliardi di euro da qui al 2050 per costruire centrali solari nel deserto del Sahara e distribuire l'energia in Europa. L'idea non è nuova, sono decenni che se ne parla. Ora, però, si stanno muovendo i primi passi. Con una previsione di investimenti enorme, visto che la trasmissione prevede la realizzazione di reti elettriche in corrente continua. Oltre a vasti campi di pannelli solari a concentrazione: grossi specchi che concentrano i raggi del sole su un tubo al cui interno passa un liquido. Questo, una volta scaldato, viene poi utilizzato per creare vapore acqueo in grado di alimentare una serie di turbine. I nomi sono di tutto rispetto. Sotto l'egida del colosso assicurativo Munich Re verrà creato il 13 luglio a Monaco di Baviera il consorzio Desertec, di cui fanno parte tra gli altri Siemens, Deutsche Bank e Rwe. La prima fornitura in Germania di energia solare proveniente dal Sahara dovrebbe aver luogo tra 10 anni. Nei piani del consorzio, Desertec dovrebbe coprire a medio termine il 15 per cento del fabbisogno energetico europeo. Il presidente di Munich Re, Thorsten Jeworrek, si è detto molto ottimista su una partecipazione a medio termine di aziende italiane e spagnole. Il Mediterraneo, a patto che ci siano la volontà politica e gli investimenti necessari, in qualche decennio potrebbe diventare un grande laboratorio per le energie rinnovabili. Ma non è l'unico esempio di investimenti in tecnologie futuribili. Sapphire Energy, una società basata a San Diego che sta cercando di produrre biocarburante dalle alghe, ha raccolto in primavera - già in piena crisi dei mercati - più di 100 milioni di dollari da un gruppo di investitori, inclusa la società di venture capital di Bill Gates, Cascade Investment. Eppure la tecnologia per estrarre biocarburante dalle alghe è ancora ai primi passi. Alcuni osservatori avanzano il sospetto che le tecnologie pulite siano destinate a seguire lo stesso percorso della Net Economy, con un periodo di euforia iniziale destinato a spegnersi nell'arco di pochi anni. Ma in realtà l'atteggiamento degli investitori sembra molto più prudente stavolta. “I capitalisti di ventura sono molto più focalizzati sulla vendibilità di queste tecnologie al consumatore finale”, spiega Peter Linthwaite, amministratore delegato di Carbon Trust Investment. “Non a caso c'è un grande flusso di capitali verso l'eolico o il solare di grandi dimensioni, mentre mancano fondi per le piccole società che hanno progetti interessanti ma non ancora commercializzabili”, precisa Linthwaite. “Non è così che si gonfia una bolla”, commenta. Vero è che le tecnologie più affermate, come l'eolico o il solare, sono quelle che corrono di più. L'interesse dell'industria energetica per l'energia del vento è stato dimostrato dal valore crescente delle acquisizioni. Alla fine dell'anno scorso, il leader tedesco dell'energia Eon ha comprato per 1,4 miliardi di dollari i campi eolici americani di Airtricity, battendo tutti i record del settore, ma già all'inizio di quest'anno la Scottish and Southern Energy ha comprato il resto della compagnia eolica irlandese per 1,45 miliardi di euro. Un altro settore attraente per gli investitori è quello dell'efficienza energetica, nelle sue varie applicazioni. Le tecnologie che aiutano a tagliare i consumi dei server aziendali sono le più popolari. Ma vendono bene anche le tecnologie che aiutano le compagnie elettriche a far risparmiare energia ai propri utenti e a spostare i consumi nelle ore notturne. Enel, ad esempio, ha investito 2 miliardi di euro nei contatori elettronici, portando l'Italia all'avanguardia nel movimento di informatizzazione della rete. “L'installazione dei contatori intelligenti in 31 milioni di case – spiegano all'Enel - ci consente di offrire tariffe molto diversificate a seconda degli orari o dei giorni, ma anche di misurare la produzione dei piccoli impianti fotovoltaici familiari, che ormai sono molto numerosi. E il passaggio alla telelettura per noi significa un risparmio di 3-400 milioni all'anno”.

Sfida all'ultimo barile fra Est e Ovest

I consumatori italiani se ne accorgono solo quando Mosca chiude i rubinetti del gas, ma la battaglia senza quartiere tra Est e Ovest per il dominio mondiale dell'energia, che dura da almeno sessant'anni, è ancora d'attualità. Nel suo libro, “Sfida all'ultimo barile” (Brioschi), Stefano Casertano ripercorre tutta la storia della Guerra Fredda dal punto di vista delle risorse energetiche. Un'analisi che arriva a fagiolo, proprio quando sta per riproporsi un'altra crisi del gas e le oscillazioni del prezzo del petrolio danno le vertigini anche ai più esperti. Il crollo della cortina di ferro, infatti, non ha certo arrestato un conflitto che prende aspetti sempre più estremi. Tanto che il concetto di “nuova guerra fredda” gode da qualche tempo di sorprendente popolarità. “Ci sono tanti spunti, dalle misteriose morti di ex-spie e giornalisti russi al litigio sui missili nella Repubblica Ceca, che negarne l'uso sarebbe quasi un torto”, commenta Casertano, consulente per clienti pubblici e privati, tra cui il Carter Institute di Joseph Stiglitz e il progetto Millennium Villages di Jeffrey Sachs. E' chiaro che la “guerra fredda energetica” non è mai terminata, perché “la disgregazione sovietica non è stata la fine del soggetto politico russo, ma una sua riorganizzazione strategica”. Per ritrovarne traccia, basta guardare come si sta muovendo il Cremlino per contrastare il progetto europeo Nabucco, un gasdotto pensato per portare il metano del Caucaso direttamente in Europa, svincolando i produttori dall'ingombrante intermediario russo. “Mosca non commenta lo sviluppo del gasdotto Nabucco, ma sta provando un'altra tattica: comprare gli azionisti del progetto”, spiega Casertano. “E' per questo che Gazprom è entrata in Mol, azienda energetica ungherese e tra i principali investitori in Nabucco. Non basta: in Ungheria aziende russe stanno comprando compagnie aeree, reti di distribuzione del gas e altro ancora”. In fondo, conclusa la fase del controllo politico tramite governi fantoccio, non c'è motivo per Mosca di rinunciare a esercitare un'influenza importante sui vicini, utilizzando strumenti diversi. La sfida all'ultimo barile si combatte anche così.

9 giugno 2009

Il 15 giugno giornata mondiale del vento

Una pala eolica che svetta su Villa Borghese, un trekking eolico nel Fortore per visitare i parchi più suggestivi, un volo di aquiloni nel cielo di Andalo, una regata sul Garda, una mostra al Museo della bora di Trieste, un festival del windsurf a Porto Ercole: cosa avranno mai in comune tutte queste attività? Il vento. E infatti si svolgono, organizzate dall’Anev, in occasione della Giornata del vento, che quest’anno da europea diventa mondiale. Il 15 giugno cinque continenti saranno uniti da eventi, convegni, feste e concorsi per celebrare e promuovere questa fonte di energia pulita. Dall’Australia alla Lituania, dall’India agli Stati Uniti, moltissimi impianti eolici apriranno le loro porte ai visitatori interessati a capire come funzionano i nuovi mulini a vento. In Italia, al centro di tutte le attività, oltre ai convegni, gli incontri e i laboratori che assicureranno una completa informazione di carattere tecnico, normativo, ambientale e regolatorio sull’energia elettrica da fonte eolica, ci sarà una esposizione dei principali operatori del settore nella suggestiva cornice romana del Parco dei Daini, ai piedi della pala eolica dimostrativa. L’impianto, che domina gli storici platani, rimarrà esposto fino al 21 giugno: se fosse messo in funzione sarebbe in grado di produrre 660 chilowatt l’ora. Le iniziative programmate in Italia, che si susseguono per tutto giugno ai quattro angoli dello stivale, sono di carattere scientifico, culturale, ludico, didattico e di intrattenimento, finalizzato alla diffusione di una corretta informazione sulle tematiche connesse all’energia del vento: il calendario si può consultare sul sito www.anev.org e http://www.globalwindday.org/.

5 giugno 2009

I green jobs salveranno il mercato del lavoro?

Un potenziale occupazionale di 250mila posti di lavoro nel 2020 per le fonti rinnovabili, di cui oltre 77mila per l'eolico. E' questo il risultato di uno studio dello Iefe dell'università Bocconi sulle pospettive di sviluppo delle tecnologie rinnovabili, che fotografa l'Italia energetica del 2020 analizzando diversi scenari. Il risultato dello Iefe coincide a grandi linee con l'analisi dell'Anev, che valuta il potenziale occupazionale del vento in Italia attorno ai 66mila posti di lavoro al 2020, se si realizzeranno i 16.000 MW eolici che il nostro Paese potrebbe ospitare. I due studi s'inseriscono in un esercizio prospettico che hanno fatto in tanti: in un momento di cambiamenti epocali nell'organizzazione del sistema produttivo e di forte crisi economica come questo, sono cresciute le aspettative legate al ruolo positivo che l’innovazione tecnologica in campo energetico-ambientale può giocare sulla ripresa. Basti citare un recente rapporto curato dall’Unep, il Programma Ambiente delle Nazioni Unite, in cui si sottolinea come nei prossimi anni saranno soprattutto i green jobs ad ingrossare le fila dell’occupazione: solo nelle fonti rinnovabili, infatti, si passerà dagli attuali 2,3 milioni di occupati ad oltre 20 milioni di addetti nel 2030. Lo studio Iefe parte dalla considerazione che le politiche energetiche europee potranno garantire “un'opportunità di business e di sviluppo occupazionale per il nostro Paese” se gli sforzi si concentreranno sull'industria nazionale. L'Italia presenta infatti “buoni livelli di attrattività degli investimenti”, ma per farcela occorre eliminare alcune barriere: un “quadro regolatorio incerto e instabile” e “le difficoltà di gestione dei flussi elettrici, a fronte di problemi di congestione e di alcune rigidità delle reti di trasporto”. Poi c'è il fronte industriale. Gli impianti che sfruttano le energie rinnovabili nel nostro Paese sono in decisa crescita, in particolare eolico e fotovoltaico, ma in certi settori la filiera industriale non capitalizza i segmenti con maggiori margini di guadagno. E' per questo che occorre “sfruttare le risorse e le competenze già acquisite in altri settori manifatturieri (meccanica, automazione, elettrotecnica ed elettronica) per non lasciare il campo alle sole importazioni di apparati e componenti industriali degli impianti a fonti rinnovabili”. Per quanto riguarda l'eolico, in realtà, la fascia alta della filiera, quella che si occupa della produzione degli aerogeneratori, è già piuttosto ben rappresentata. Con il suo stabilimento di Taranto, in dieci anni di presenza in Italia il colosso danese Vestas ha prodotto più turbine di tutto il parco installato nel nostro Paese. Con un migliaio di occupati, i danesi rappresentano ormai un tassello molto importante nel panorama industriale pugliese. E ci sono altre due aziende, agli estremi opposti dello stivale - il gruppo Leitner a Vipiteno e il gruppo Moncada a Porto Empedocle – che hanno appena cominciato a produrre i primi aerogeneratori tutti italiani. Per non parlare della miriade di aziende meccaniche ed elettroniche che forniscono componenti molto importanti per il funzionamento dei grandi mulini. Non a caso, fra i professionisti “verdi” più ricercati nel mercato del lavoro, ci sono proprio il progettista meccanico e l'addetto al montaggio delle turbine. Due profili che le aziende fanno sempre più fatica a trovare.

1 giugno 2009

Il vento si prende la rivincita sull'oscurantismo snob

Ernesto Galli Della Loggia tuona contro la “lebbra eolica”. Alberto Asor Rosa plaude al “divieto di pala” proclamato da Volterra nel suo circondario. Vittorio Sgarbi si appella al capo dello Stato perché “intervenga contro lo stupro delle pale eoliche”. Raffaele Lombardo, governatore della Sicilia, annuncia fiero di essere riuscito “a fermare la macchina dell'eolico”. Ma anche il sindaco di Gela Rosario Crocetta, politicamente agli antipodi, dice che sul golfo di Gela, tra il petrolchimico, i pozzi e le trivelle, vuole gettare “uno sguardo pulito”, non offuscato dai mulini a vento che l'Enel progetta di piantare a quasi 6 (sei) chilometri dalla costa. “Vogliono rubarci anche la bellezza – rincara Sgarbi, sindaco di Salemi - l'ultima cosa che rimane alla Sicilia martoriata dalla mafia, dalla criminalità, dalla speculazione, dall’ignoranza”. Il più accanito di tutti è l'ex ministro dell'Ambiente Carlo Ripa Di Meana, che da anni ormai guida Italia Nostra in una crociata senza quartiere contro l'eolico, dalle Alpi alle Piramidi: “Le gigantesche centrali industriali eoliche, che si avvicinano ormai ai 150 metri di altezza, sono rovinose per il paesaggio italiano in ogni sua espressione: addosso alle sue città d'arte, come Perugia e Lecce, lungo le sue coste, come nel Golfo di Policastro e a Otranto, lungo i suoi crinali appenninici e domani lungo lo skyline delle Prealpi e delle Alpi”. Per loro e per molti altri, l'Italia dovrebbe bandire l'eolico dai suoi confini: un Paese de-eolicizzato. Ma non tutti la pensano così. Legambiente e Greenpeace hanno appena firmato un protocollo d'intesa con l'Associazione nazionale energia del vento, che raggruppa gli operatori dell'eolico in Italia, per il corretto inserimento degli impianti eolici nel paesaggio. "In assenza di una direttiva nazionale che desse dei criteri di limitazione, gli associati Anev si sono sempre autoregolamentati con una speciale attenzione nei confronti del territorio italiano, che presenta caratteristiche particolari, estetiche e orografiche", spiega Simone Togni, direttore generale dell'azzociazione. Ora questi criteri sono stati codificati meglio e condivisi con le associazioni ambientaliste. "L'intesa esclude la costruzione di parchi eolici da tutte quelle aree che, pur non essendo precluse dalla normativa vigente, sono di particolare pregio ambientale e paesaggistico. Impone l'utilizzo delle migliori tecnologie disponibili, quindi le più efficienti e silenziose. Obbliga alla minimizzazione degli impatti visivi e al ripristino totale dello stato dei luoghi al termine dei 15 anni di vita tecnica degli impianti", precisa Togni. Il protocollo d'intesa mette tutti i crociati della campagna anti-eolico di fronte alla realtà: le associazioni ambientaliste sono in maggioranza dalla parte delle pale. "Questo rispecchia la posizione prevalente nella popolazione: in generale l'accettazione dei nostri impianti è molto alta e non c'è un singolo progetto eolico che sia stato bloccato dalle proteste locali. Perfino il famoso caso del parco eolico di Scansano, portato davanti al giudice da un proprietario terriero del posto e da Italia Nostra, è finito in nulla e le pale continuano a girare come prima", sostiene Togni. Lo dimostrano i vari sondaggi d'opinione condotti sia dall'Anev che da fonti indipendenti, dove le percentuali di favorevoli alla costruzione di campi eolici, anche vicini a casa, si aggira sul 95%. Ma lo dimostra anche la popolarità dell'immagine delle pale, che vengono scelte come sfondo dalle pubblicità di tutte le più grandi case automobilistiche, dalla Toyota alla Bmw, e perfino dai cartelloni dei politici in campagna elettorale. Chi ha ragione, dunque? Chi spera di rastrellare consensi scagliandosi contro l'energia del vento o chi la utilizza per farsi pubblicità? "A giudicare dall'esito delle elezioni, si direbbe che i politici filo-eolico abbiano centrato l'obiettivo meglio degli altri", commenta Togni. Man mano che l'energia del vento si diffonde, anzi, sembra che la percezione migliori invece di peggiorare. Forse un giorno le pale saranno viste come i mulini a vento dell'Olanda, che ormai fanno parte del paesaggio e sono diventati un simbolo di civiltà.

28 maggio 2009

Dalle micro-pale ai giganti offshore

Investimenti in crescita e tecnologia in piena evoluzione fanno dell'eolico una palestra per gli innovatori. E alcune promesse, come quella del mini-eolico o dell'eolico offshore, si stanno già realizzando. L’eolico di piccola taglia è in grande crescita in Italia, anche perché dall'inizio di quest'anno gli è stato esteso un meccanismo di incentivazione simile al conto energia fotovoltaico. Si tratta di una fonte meno remunerativa dell'eolico di taglia normale, ma molto adatta a essere inserita nell'ecosistema economico della generazione distribuita, quel segmento della produzione di energia rinnovabile "fatta in casa" e sempre più integrata nella costruzione degli edifici. Il movimento, per la verità, è iniziato prima degli incentivi: esistono già diversi produttori, come Ionica Impianti, Terom, Bluminipower, Siper, Ropatec e Tozzi Nord, che sfornano pale di piccola taglia, per ora sfruttate soprattutto per dare corrente ai rifugi di montagna o alle barche a vela, ma usate anche nelle zone agricole. L'eolico offshore, invece, in Italia non decolla, mentre i progetti si moltiplicano nei mari del Nord. Qui i mulini che girano davanti alle coste sono ormai una presenza industriale consolidata. Anzi, sta cominciando ad affermarsi anche l'idea di piantarli in mare aperto, un'evoluzione che consentirebbe di sfruttare venti più potenti. Già da alcuni mesi, ad esempio, è entrata a regime al largo della costa olandese la Princess Amalia Wind Farm: con le sue 60 turbine da 2 MW ciascuna, è la più grande centrale eolica offshore mai realizzata nel mondo oltre il limite delle 12 miglia che segnano le acque territoriali, ma anche la più lontana dalla terra ferma e quella installata alla maggiore profondità. La mega-centrale è gestita da Econcern, gruppo internazionale con sede centrale nei Paesi Bassi, insieme a Eneco, una delle tre maggiori utilities olandesi, che si sta riposizionando nella produzione di rinnovabili. Attraverso la sua controllata Evelop, la holding olandese partecipa anche in altri due progetti analoghi, quello di Scira, con una capacità di 315 MW nelle acque territoriali britanniche e quello di Belwind da 330 Mw al largo della costa belga. Oggi l'installazione offshore costa il doppio di quelle sulla terraferma, ma il mare è un territorio di frontiera, nel quale i costi sembrano destinati a calare rapidamente. Nell'area compresa tra la penisola scandinava, la Gran Bretagna e l'Europa continentale, gli esperti hanno già sviluppato generatori che utilizzano la forza delle onde o delle maree, come quelli attivi a Saint Malo in Francia (240 Mw) o a Murmansk in Russia (400 Mw), che potrebbero essere abbinati alle windfarm. E c'è chi pensa di moltiplicare la potenza installata aumentando la dimensione delle pale. Un primo esempio è Beatrice, prototipo record di turbina da 6 MW di potenza, con un diametro di 126 metri e un mozzo alto 95, realizzata dal colosso tedesco dell'eolico Repower e installata al largo delle coste scozzesi, in un campo petrolifero chiamato appunto Beatrice. È il primo esemplare del programma europeo Downvind, che punta a combinare le tecnologie di sostegno delle piattaforme petrolifere con le turbine, consentendo così di sfruttare anche i fondali più profondi, dove i generatori sollevano meno obiezioni e producono meglio. Queste sono tecnologie che potrebbero essere sfruttate molto bene lungo le coste italiane, dove la profondità dei fondali è maggiore rispetto alle coste olandesi. Ma per ora da noi non si muove quasi nulla. Il progetto in joint venture fra Enel e il gruppo Moncada di installare 115 aerogeneratori nelle acque del Golfo di Gela, con una potenza complessiva tra i 345 e i 575 MW e un investimento previsto di 500 milioni di euro, ha già ricevuto il pollice verso sia dal Comune di Gela che da Licata e Vittoria. Il Molise, dopo la fiera opposizione al parco da 162 MW della milanese Effeventi, si oppone ora anche al progetto della romagnola Trevi Energy, che vorrebbe realizzare 150 MW eolici al largo di Campomarino. Proprio in relazione al progetto di Effeventi, che ha già ottenuto da tempo la Via dei ministeri competenti, il governo ha impugnato per illegittimità costituzionale la legge regionale del Molise e ha ribadito che le competenze in materia di eolico offshore sono dello Stato. Resta il fatto che di eolico offshore, per ora, in Italia non si vede l'ombra.

25 maggio 2009

Il club dell'eolico è sempre più affollato

Diventa sempre più affollato il club dei signori del vento, che fino a pochi anni fa era riservato a una ristretta cerchia di adepti. L'ultimo arrivato è Carlo Toto, rimasto appassionato di eliche anche dopo la cessione di AirOne. L'imprenditore abruzzese, che un anno fa si era impegnato a far diventare Alitalia la quarta compagnia aerea europea, oggi si dedica ai mulini a vento nella provincia di Foggia, con due campi eolici che dovrebbero entrare in funzione nel giro di due anni. Complessivamente, tenendo conto di un terzo campo eolico in dirittura d'arrivo con gli iter autorizzativi, la Toto Costruzioni installerà 110 megawatt, per un investimento complessivo attorno ai 150 milioni di euro. Ma Toto non è certo l'unico nuovo membro del club. Dal Walter Burani all'ex Montedison Giuseppe Garofano, da Gaetano Maccaferri a Ferdinando Brachetti Peretti, sono in tanti a comprare il vento fra i volti noti dell'imprenditoria italiana. Garofano, ex amministratore delegato di Montedison e stratega finanziario del gruppo Ferruzzi fino ai primi anni '90, è oggi leader della compagine azionaria di Alerion, società quotata che vanta cinque parchi eolici operativi in Italia, per un totale di 89 MW installati. Il piano aziendale prevede la costruzione entro l’anno prossimo di quattro nuovi parchi, che porteranno a 204 i MW installati in Italia da Alerion. Ma la lista degli imprenditori conquistati dal business del vento comprende i settori più disparati. La moda, per esempio: Walter Burani, marito di Mariella, ha investito nell’eolico con due società quotate, Greenvision e Bioera. Tra i cementieri, Carlo Pesenti con Italgen sta investendo in campi eolici soprattutto all'estero: in Marocco, Egitto e Turchia. In Emilia ci ha pensato invece Gaetano Maccaferri, presidente dell’omonimo gruppo e di Unindustria Bologna: è entrato nel settore con la Seci Energia, che si è poi alleata con Api Nòva Energia del petroliere Ferdinando Brachetti Peretti. L'obiettivo è di costruire campi eolici in Italia e all'estero, con 200 MW già in fase di sviluppo. Col vento in poppa, naturalmente, vanno anche le compagnie energetiche che già da anni operano in questo segmento. Oggi l'azienda leader dell'eolico italiano è il gruppo britannico International Power, con la controllata Ip Maestrale: 550 MW che rappresentano una quota di poco inferiore al 15%. A seguire, si spartiscono quasi alla pari metà del mercato Enel Green Power, Edison Energie Speciali, la tedesca E.on, la Fri-EL dei fratelli altoatesini Gostner e la Ivpc di Oreste Vigorito, uno dei pionieri del vento italiano, con oltre 1000 MW di pale in gestione, di cui più di un terzo di sua proprietà. Enel Green Power punta molto anche all'estero: ha appena firmato un accordo con la società tedesca SoWiTec per sviluppare assieme 850 MW eolici in Cile. Edison vuole raggiungere entro il 2014 una potenza installata di 800 MW eolici, il doppio di oggi, in Italia e all'estero. La tedesca E.on, che possiede quasi 2000 MW eolici in giro per il mondo, in Italia ha ereditato i campi eolici di Endesa, che Enel ha dovuto dismettere. Sorgenia, invece, ha il grosso della sua capacità in Francia, dove controlla il secondo operatore eolico del Paese, ma ha appena inaugurato due campi in Campania e in Puglia. I neofiti del vento, del resto, sono in pieno boom anche a livello internazionale. Il Times ha elencato nella sua Green Rich List i ricchi del mondo che hanno messo più soldi nelle fonti rinnovabili, eolico in testa. Nella classifica compaiono americani, svedesi, britannici, francesi, spagnoli, svizzeri, tedeschi, cinesi, indiani, danesi, sudafricani e israeliani. Il primo della lista è Warren Buffett, che ha investito una parte del suo impero da 30 miliardi di euro nell'eolico e nello sviluppo di auto elettriche, seguito da Bill Gates, con i suoi 29 miliardi di euro di patrimonio. Al terzo posto della lista del Times, il fondatore di Ikea, lo svedese Ingvar Kamprad, uomo da 25 miliardi di euro. Gli americani sono 35, molti dei quali provenienti da Silicon valley, che negli ultimi mesi si sta sempre più convertendo dai chip dell'informatica alle tecnologie verdi. Un esempio su tutti è quello dei fondatori di Google, Larry Page e Sergey Brin. Ma non ci sono solo i sostenitori di Obama: tra i nuovi pionieri dell'economia verde c'è anche il petroliere texano di simpatie repubblicane T. Boone Pickens, che sta finanziando il Windy Texas Panhandle, il più vasto progetto mai intrapreso nell'eolico, per ridurre la dipendenza energetica degli Usa dall'estero.

22 maggio 2009

I mulini a vento battono la crisi

La forza del vento batte la crisi. Tra le fonti rinnovabili, l’energia eolica è quella che risponde meglio alle aspettative di sviluppo, andando oltre le stesse previsioni di crescita del settore. È avvenuto, ad esempio, negli Stati Uniti, dove nel 2008 sono stati installati 8.358 nuovi MW eolici, portando il totale della potenza del vento a 25.170 MW: un risultato ben superiore alle stime formulate dall’American Wind Energy Association e che vale il primato nel mondo, appartenuto fino al 2006 alla Germania. In realtà, un po’ ovunque durante il 2008 si è assistito a una crescita poderosa delle installazioni eoliche, che continua anche nel primo semestre 2009. Il motivo è molto semplice: l'eolico è l'unica fonte rinnovabile già competitiva con i costi di produzione delle fonti fossili, anche senza incentivi statali. E quindi installare un campo eolico è un investimento remunerativo quasi quanto costruire una centrale a gas, ma molto meno dipendente dalla volatilità del prezzo del combustibile. Oltre a essere una fonte di energia pulita, insomma, il vento è anche un buon affare.Non a caso, nell’Unione Europea l’eolico già copre il 4,2% della domanda elettrica e nel 2008 è cresciuto del 15% (a 64.948 MW), più di tutte le altre fonti energetiche, inclusi gas, carbone e nucleare. E se alcuni Paesi, come Germania e Spagna, hanno rallentato il loro tasso di crescita per il taglio degli incentivi, altri - come Francia e Gran Bretagna - hanno decisamente accelerato, portando a ben oltre i 3.000 MW installati la loro potenza eolica complessiva. Ancora meglio ha fatto l’Italia, che nel 2008 ha aggiunto 1.010 MW alla propria capacità eolica, portandosi a un totale di 3.736 MW, che consolida il suo terzo posto nello scenario europeo. La corsa all'eolico identifica il comparto come uno dei pochi mercati rimasti indenni nell'attuale tempesta economica e finanziaria, anche sotto il profilo occupazionale. Grazie all'eolico, nell’Unione Europea sono stati creati oltre 12mila posti di lavoro all'anno negli ultimi cinque anni e il previsto sviluppo del settore consentirà il raddoppio in pochi anni, passando da 154.000 posti di lavoro del 2007 a 325.000 nel 2020.A fronte di questi dati, che si aggiungono a quelli altrettanto incoraggianti provenienti dall'Asia, si rafforza la credibilità delle previsioni che assegnano per i prossimi anni contributi decisivi alla fonte eolica nella transizione energetica che si sta preparando. Secondo l’ultimo rapporto fornito dal Global Wind Energy Council, esistono tutte le condizioni per ritenere che l’eolico possa coprire il 12% del fabbisogno di energia elettrica mondiale entro il 2020. La rapidità con cui si sta sviluppando l’eolico mette in crisi le valutazioni molto più prudenti assunte da organismi internazionali autorevoli, tra cui l’International Energy Agency, che è stata criticata proprio per la sua sottovalutazione di questa fonte: basti pensare che, nel 2002, la Iea aveva previsto l'eolico a 104 GW nel 2020, quota già raggiunta nel 2008, con 12 anni di anticipo. In materia di eolico, insomma, si sta dimostrando azzardato fare previsioni, perché la realtà del mercato ha già più volte superato l'immaginazione degli esperti e degli stessi operatori, malgrado le diffuse resistenze autorizzative in nome dell'estetica del paesaggio. “In Italia – spiega Simone Togni, segretario generale dell'Anev - la crescita dell'eolico è bloccata da quasi quattro anni in Sardegna, considerata l'area con il migliore potenziale eolico d'Europa. E anche le altre regioni più ventose, dalla Sicilia alle Marche, dall'Abruzzo alla Calabria, lungo tutta la dorsale appenninica, vanno avanti a singhiozzo”. Tanto è vero che l'Italia ormai è un'esportatrice netta di aerogeneratori: nel suo impianto di Taranto, Vestas Italia ne produce più di quelli che riesca a installare sul territorio nazionale. In complesso, malgrado la corsa furiosa alle nuove installazioni, il terzo posto dell'Italia in Europa è molto distaccato dai due Paesi che la precedono: la Germania mantiene il primato con 24mila MW installati e la Spagna la segue con 17mila, contro i 3.700 MW dell'Italia. Le potenzialità del nostro Paese nello sfruttamento della forza del vento, quindi, restano molto elevate.

Italia: potenziale eolico come la Spagna

La forza del vento galoppa in Italia, come nel resto del mondo, ma il potenziale eolico del nostro Paese resta enorme. In uno studio recente, l'Associazione Nazionale Energia del Vento (Anev) lo quantifica in 16.200 MW. "E' un potenziale quasi equivalente a quello della Spagna", spiega il presidente Oreste Vigorito. Gli oppositori dell'eolico sostengono che ormai ci sono già troppe pale in giro e non c'è più spazio per metterne altre... "E' falso. Pur escludendo a priori le aree di particolare pregio paesaggistico, l'Italia ha ancora moltissime zone disponibili, per una potenzialità eolica complessiva di 16.200 MW, che potrebbero soddisfare il fabbisogno di ben 25 milioni di italiani. Queste cifre significano che in Italia l'energia del vento potrebbe garantire il 6,72% dei consumi interni lordi previsti al 2020 (405 TWh). In questo modo si eviterebbero oltre 23 milioni di tonnellate di emissioni e si risparmierebbero 107 milioni di barili di petrolio". Da dove vengono fuori questi numeri? "I dati sono stati elaborati dalle misurazioni di più di 300 anemometri sparsi su tutto il territorio nazionale, per un periodo di 12 anni. Il nostro studio tiene conto delle limitazioni di carattere normativo, dei vincoli e delle esigenze di rispetto ambientale, oltre che degli aspetti elettrici ed economici connessi alla producibilità minima". Quali sono le zone più adatte? "La mappatura del vento in Italia mostra che le condizioni più favorevoli sono nel Mezzogiorno: in testa c'è la Puglia (2.070 MW), seguita da Campania (1.915 MW) e Sardegna (1.900 MW). Al quarto posto le Marche (1.600 MW), che precedono Calabria (1.250 MW), Umbria (1.090 MW), Abruzzo e Lazio (900 MW ciascuna)". Cosa bisognerebbe fare per raggiungere questi obiettivi? "Ci vorrebbe una semplificazione normativa: al momento attuale, tirare su una pala eolica è più difficile che costruire una centrale nucleare. Ma soprattutto ci vorrebbero delle linee guida nazionali, per introdurre principi di uniformità e certezza su tutto il territorio italiano, con una ripartizione dell'obiettivo nazionale fra le diverse regioni". Che effetto ha sul mercato la delega alle Regioni? "La delega alle Regioni di competenze fondamentali in materia di pianificazione e autorizzazione ha portato alla frammentazione del quadro normativo: ogni Regione ha adottato regole specifiche, spesso condizionate da localismi. Nel proliferare del caos normativo, gli operatori energetici hanno abbandonato le fasi di sviluppo e di autorizzazione degli impianti, lasciando il passo ai cosiddetti 'developer'. Da questi intermediari gli operatori acquistano poi i progetti una volta divenuti cantierabili. Una semplificazione e unificazione delle norme eviterebbe questo 'mercato di carta', che appesantisce gravemente il settore e lo espone all'infiltrazione di elementi criminali, com'è successo recentemente in Sicilia».

18 maggio 2009

Il futuro del solare termodinamico è italiano

Una rincorsa faticosa che ha il sapore dello sprint. Gianluigi Angelantoni, amministratore delegato dell'omonimo gruppo, punta deciso verso un settore talmente innovativo da non avere ancora concorrenti sul mercato globale: il solare termodinamico basato sulla tecnologia a sali fusi inventata da Carlo Rubbia. E fa subito centro. La sua Archimede Solar Energy ha già attirato l'attenzione dei tedeschi di Siemens, che sono appena entrati nell'azionariato al 28%. "Con il nuovo stabilimento, che sarà operativo a metà dell'anno prossimo, sforneremo centomila tubi all'anno, adatti sia per i circuiti a olio sintetico che arriva a 350 gradi, sia per scaldare sali fusi fino a 550 gradi", spiega Angelantoni, che già oggi ne ha prodotte alcune migliaia in uno stabilimento più piccolo. In pratica, i suoi tubi rappresentano l'anima delle grandi centrali solari a concentrazione, dov'è cruciale l'immagazzinamento del calore, per continuare a produrre energia anche con diversi giorni di tempo coperto: nei sistemi utilizzati fino ad oggi, i grandi specchi parabolici concentrano il calore su un tubo sottovuoto dove scorre olio sintetico, che a sua volta deve scaldare con uno scambiatore di calore un grande serbatoio pieno di sali fusi. Nelle centrali di nuova generazione, come il progetto Archimede in costruzione a Priolo, basato su una tecnologia italiana brevettata dall'Enea, tutto il circuito è pieno di sali fusi, che raggiungono temperature impossibili per l'olio sintetico e non hanno bisogno dello scambiatore. Angelantoni si muove su un confine oltre il quale fino ad oggi non è andato nessuno: i suoi tubi, spalmati internamente di un coating chiamato Cermet, sono gli unici al mondo capaci di contenere un fluido a temperature così elevate. Questa tecnologia nuova migliora molto l'efficienza del solare termodinamico, tanto che Angelantoni ha già un'ordinazione per una grande centrale in costruzione in India e conta di aggiudicarsene molte altre nei prossimi mesi. Il mercato, infatti, è in piena esplosione, con 12 centrali in costruzione in Spagna e decine di altre in tutto il mondo, da Abu Dhabi agli Stati Uniti. "Già nel 2012 il fatturato generato dal solare termodinamico andrà a superare quello che fatturiamo oggi nel nostro business tradizionale", precisa Angelantoni. Laddove il suo "business tradizionale", del resto, non è nient'altro che la premessa per questo exploit. Già oggi l'azienda di Massa Martana produce fra le colline umbre macchine estremamente innovative: è tra le imprese leader nel campo dei simulatori per i test e delle apparecchiature biomedicali a basse temperature. Con le sue camere di simulazione ambientale e spaziale, i banchi di collaudo e i sistemi di vibrazione elettrodinamici, serve l'industria automobilistica, aerospaziale, elettronica e della difesa in Italia, Francia, Germania, Cina e India. Non a caso l'8% del fatturato nella sede centrale è dedicato alla ricerca. E questo sforzo innovativo rappresenta un traino non indifferente per tutto il distretto, dove diverse imprese sono state coinvolte nel progetto Archimede. "L'energia solare e fotovoltaica ha enormi prospettive di sviluppo e noi vogliamo essere al centro di questo processo, che potrebbe portare l'Italia all'avanguardia in un campo dove siamo ancora molto indietro", sostiene Angelantoni. La sua azienda, infatti, non è impegnata solo nel solare termodinamico, ma produce anche macchine per fare celle fotovoltaiche a film sottile, un'altra nuova frontiera del solare. "Stiamo realizzando una linea completa di produzione, lunga 130 metri, per Arendi del gruppo Marcegaglia, la società che produrrà per la prima volta in Italia moduli al telloruro di cadmio", una tecnologia molto innovativa - sviluppata da Nicola Romeo, docente di Fisica all'università di Parma - che punta a fare a meno del silicio. "Se vogliamo innovare, in questo Paese - commenta Angelantoni - dobbiamo dare più soldi ai ricercatori, nelle università e negli istituti di ricerca. Poi ci vorrebbe anche un miglior rapporto delle università con le imprese, ma il problema fondamentale sono i mezzi finanziari alla ricerca di base, che mancano".

14 maggio 2009

Da Obama a Marchionne: i manager della nuova era

Non più di 18 mesi fa, le metafore più idonee nel mondo della finanzaerano militari e i capi più riveriti erano tipi duri, bravi a dare ordini,stile Top Gun: si pensi a Dick Fuld di Lehman Brothers o a Sir Fred «TheShred» Goodwin di Royal Bank of Scotland. Tutti e due sono stati inghiottitidal gorgo della crisi e oggi l’umiltà ha rimpiazzato l’arroganza ai pianialti dei colossi della finanza. Come al solito, Goldman Sachs ne ha presocoscienza per prima, con la contrita ammissione di Lloyd Blankfein in undiscorso di qualche settimana fa a Washington, in cui ha riconosciuto che«l’anno scorso è stato profondamente umiliante» e che molte iniziativeindustriali degli anni passati, «col senno di poi, sembrano finalizzate allucro e all’ingordigia».Il modello di direzione aziendale basato sul maschio Alfa è passato di modacosì brutalmente che viene persino biasimato a livello ormonale: alcuni studiaccademici suggeriscono, infatti, che gli uomini con un elevato tasso ditestosterone abbiano una maggiore propensione alle transazioni commercialialtamente rischiose, cosa non necessariamente positiva in un momento in cui larecessione globale viene imputata a un’errata valutazione del rischio. E lostile «femminile» di gestione, più posato e ricettivo, diventa sempre piùdi moda. I fautori del femminismo devono trattare questi argomenti con grandecautela: le teorie economiche che favoriscono le donne in fase di recessionepotrebbero trasformarsi troppo facilmente in giustificazione intellettualepro-discriminazione durante il prossimo boom. Tuttavia, considerare come unosvantaggio il fatto che in alcuni quartieri generali sia presente troppotestosterone è sicuramente segno di un profondo mutamento culturale.Una prova di quanto ampia sia stata l’oscillazione del pendolo l’ha dataJack Welch, ex capo di General Electric e icona del vecchio modello imperiale,che ha conferito a Barack Obama un «10 e lode» per il suo stile al comando,nonostante dissenta su molti aspetti della sua politica. Il nuovo presidenteamericano, soprannominato dai suoi detrattori «Obambi» per indicare unaleadership debole, è il simbolo più accalamato del cambiamento. «Una storiadi successo fenomenale», fa notare Marco Rotondi, autore insieme a FedericoMioni di Obama Leadership (Franco Angeli), in libreria a fine maggio. Partitoda una startup con un ufficetto e una segretaria, in due anni Obama èriuscito a costruire un’«azienda» da 1.200 dipendenti. Ai nastri dipartenza, lo davano all’8 per cento. E invece lui ha sbaragliato una decinadi concorrenti con molta più esperienza di lui, in un mercato maturo, comequello della politica, dove gli outsider non sono precisamente i benvenuti.Tutto ciò, utilizzando uno stile di gestione completamente nuovo.L’Obama Style rompe decisamente con l’atteggiamento da Top Gun dei suoipredecessori. Rispetto al capo che impone la sua volontà in manierasbrigativa oppure, in alternativa, delega certe decisioni al collaboratorepiù competente, l’uomo nuovo sceglie una terza via: Rotondi l’ha chiamata«comprensione ossessiva». Chiede spiegazioni, vuole capire i problemi, va afondo delle questioni e solo alla fine decide. Cerca di condividere con glialtri le sue scelte, ma non si sottrae mai alle sue responsabilità. «Quandoi mercati prosperano, è facile coprire gli errori dei manager autoritari, cheprivilegiano le decisioni rapide e poco discusse, quindi rischiose», fanotare Rotondi. Oggi è più adatta la strategia di Obama, che preferiscedarsi il tempo per ascoltare gli altri. È facile capire il perché. Il nostromondo globalizzato, collegato in rete, multipolare, senza chiare linee didemarcazione ideologiche da guerra fredda, è diventato troppo complesso peressere gestito con un approccio di tipo comanda-e-controlla. L’Obama Styleaccetta la complessità invece di respingerla. Non cerca soluzionisemplicistiche e tagliate con l’accetta. Preferisce i compromessi, lesfumature.Non stupisce, dopo tanto successo, che più di un manager sia attratto dal suostile e molti abbiano tentato di metterci sopra il cappello. «Ma le adesionisuperficiali non bastano - commenta Rotondi - perché la strategia delcambiamento è molto più difficile da applicare di quanto non sembri». Fra idirigenti d’azienda che possono fregiarsi dell’Obama Style, secondoRotondi, l’esempio più fulgido lo abbiamo a casa nostra: è SergioMarchionne, il capitano che ha trasformato la Fiat da una carretta dei mari inuna portaerei. Senza mai alzare la voce.

10 maggio 2009

Google Earth arma segreta per la difesa del pianeta

Vedere per credere. L'evidenza fotografica ha un'abilità unica di trasmettere la realtà concreta del riscaldamento del clima alla gente comune. James Balog, fotogiornalista di grido, ha inserito in Google Earth le immagini delle sue fotocamere di monitoraggio, undici occhi virtuali che registrano lo scioglimento dei ghiacci eterni, dalla Groenlandia al massiccio del Monte Bianco, per rendere consapevole il mondo di quello che sta succedendo, in tempo reale. Il suo è uno dei grandi progetti di tutela ambientale che stanno portando alla ribalta Google Earth come uno strumento fra i più potenti per la difesa del pianeta. Ma ce ne sono altri. Julian Bayliss, uno studioso dei Royal Botanical Gardens inglesi, ha scoperto quest'inverno una vasta regione di foresta vergine in Mozambico, sul monte Mabu, semplicemente esaminando con attenzione le mappe di quel Paese in Google Earth, da cui saltava all'occhio una densa macchia verde ancora inesplorata: la spedizione nata dalle sue scorribande virtuali ha portato alla luce una sacca perduta di biodiversità, con tre nuove specie di farfalle e una rarissima orchidea. Per non parlare del monitoraggio delle emissioni eseguito dal Carbon Dioxide Information Analysis Center, dalla vigilanza sulla deforestazione del World Resources Institute o dello studio del Natural Resources Defence Council sulle aree più adatte a essere sfruttate per la produzione di elettricità da fonti rinnovabili. Il primo lancio di un satellite per usi civili non limitati alle previsioni del tempo risale al 1972, quando la Nasa piazzò in orbita il Landsat per monitorare lo sfruttamento del territorio ad usi agricoli e la desertificazione del pianeta. Da allora ad oggi, sono andati in orbita molti altri satelliti, con una grande varietà di telecamere e di sensori, capaci di penetrare oltre le nuvole, di misurare le temperature sulla superficie terrestre e perfino di percepire il progressivo assottigliamento dei ghiacci artici. Molti Paesi usano i satelliti per sorvegliare il proprio territorio, compreso il Brasile, che ha uno dei sistemi più sofisticati del mondo per il monitoraggio istantaneo della deforestazione, ma non sempre dimostra la volontà politica di bloccarla. Solo dal 2005, però, Google Earth organizza queste immagini e le aggrega con le fotografie aeree e le riproduzioni del territorio in 3D da un'ampia varietà di fonti, per presentarle e renderle accessibili gratuitamente agli utenti della rete. Il linguaggio KLM di programmazione di Google Earth è stato subito identificato dai conservazionisti come il gergo ideale per "interagire" con il pianeta, da un lato utilizzando i dati geospaziali per scoprire le modifiche sul territorio, dall'altro per metterle in evidenza con immagini e informazioni raccolte personalmente, in una vasta impresa collettiva di documentazione. Oggi ne vediamo i primi frutti.

7 maggio 2009

Smart Planet: l'informatica a servizio dell'ambiente

Nel Saguaro National Park di Tucson, in Arizona, ci sono quasi due milioni di cactus. Bob Love, il capo dei ranger, è costretto a difenderli con il fucile spianato insieme ai suoi uomini, perché quelle monumentali succulente, molto amate dal pubblico, possono valere migliaia di dollari. I più antichi arrivano anche a 200 anni, ma sono troppo grandi per essere trafugati. I ladri preferiscono i saguari di 40-50 anni, che di solito non superano i due metri d'altezza. Scavano sotto le radici e li avvolgono in un tappeto per non farsi massacrare dalle spine. Due di loro sono stati colti sul fatto recentemente con 18 saguari già caricati su un camion. Ma adesso basta. Love ha deciso di usare i moderni mezzi della tecnologia per difendere i suoi cactus e ha ordinato alcune migliaia di chip Rfid da iniettare nelle piante per poterle rintracciare. I chip, in realtà, non sono in grado di svegliare i ranger nel cuore della notte se arrivano i ladri, ma la gente ne è convinta lo stesso. Il punto vero è che i cactus rubati possono essere facilmente identificati con un apposito scanner nei vivai dei dintorni. Sia come sia, l'effetto deterrenza è assicurato, perché il sistema è già stato sperimentato in altri parchi naturali. A Lake Mead, vicino a Las Vegas, non sono i saguari a far gola ai ladri, ma un'altra succulenta tondeggiante di cui il parco è pieno, chiamata in inglese “barrel cactus”, meglio nota in italiano come “cuscino della suocera”. La direttrice Alice Newton ha già iniettato migliaia di chip nei suoi preziosi cactus, con ottimi risultati. I furti, cominciati nel 2000 con danni milionari, sono cessati dopo l'operazione Rfid. Questi sono solo due esempi di come le tecnologie di riconoscimento in radiofrequenza possano essere utilizzate per la tutela dell'ambiente. Ma se ne possono citare molti altri. Per difendere i cinghiali dell'Amazzonia dall'estinzione, gli attivisti del Wwf inseriscono un trasmettitore Rfid nell'orecchio di tutti gli esemplari che riescono ad acchiappare. Piazzando poi delle colonnine riceventi nei luoghi dove i cinghiali vanno ad abbeverarsi, il dispositivo segnala le strategie e gli spostamenti dei branchi senza bisogno di un trasmettitore satellitare, molto più costoso. Nel Kerala, in India, si usa lo stesso sistema per controllare gli spostamenti degli elefanti nelle riserve. L'estrema economicità dei trasmettitori in radiofrequenza è una delle ragioni principali di questo successo: per utilizzare un sistema Vhf si spenderebbero almeno 300 dollari per animale e con il Gps addirittura 3.000, mentre una cimice Rfid costa 3-4 dollari. Non a caso, l'idea di sfruttare a beneficio dell'ambiente questi sistemi, nati per facilitare la logistica della grande distribuzione, comincia ad attrarre anche le aziende che li producono. Ibm si è inserita nel nuovo filone coniando il marchio Smart Planet: sotto questo ombrello vende sofisticati sensori e sistemi che consentano di risparmiare risorse migliorando l'efficienza delle reti di elettricità, gas e acqua, di abbattere l'inquinamento evitando gli ingorghi, di gestire meglio la generazione elettrica dai tetti fotovoltaici e la raccolta dei rifiuti. La reazione delle amministrazioni pubbliche dimostra che la tecnologia verde ha già un mercato. Stoccolma ha chiesto un sistema per ridurre l'inquinamento rendendo più fluido il traffico, Seattle e Portland (Oregon) puntano a riequilibrare la domanda di energia con una tariffazione flessibile, Pechino a migliorare la gestione del bacino fluviale dello Yangtze. Per non parlare della raccolta differenziata dei rifiuti, su cui un ex consulente della Deloitte, Ron Gonen, ha fondato la sua startup RecycleBank. Il principio generale è che migliorando la qualità delle informazioni, la gente tende a prendere decisioni migliori. Trent'anni di studi sul risparmio energetico dimostrano, ad esempio, che semplicemente osservando in tempo reale l'impatto delle proprie azioni porta a un taglio dei consumi dal 5 al 15%. Agilewaves, una startup di ex scienziati della Nasa, punta proprio su questo: portare i consumi energetici fuori dal vano contatori, trasferendoli in tempo reale sul desktop di ogni utente, dovrebbe indurlo a tagliare le spese inutili. Gonen va ancora più in là e suggerisce alle municipalità di premiare i riciclatori più bravi con un sistema a punti. Il suo sistema consiste nel distribuire agli utenti dei contenitori per il riciclaggio dotati di un chip: ogni contenitore viene pesato dallo stesso braccio meccanico che lo svuota nei rispettivi camion di raccolta, per poi trasmettere i dati a un server centrale, dove le quantità riciclate vengono tradotte in un punteggio. La gente può scaricare i propri punti da un sito e utilizzarli poi in una serie di negozi convenzionati. Il suo sistema ha già attirato l'attenzione di diverse amministrazioni locali americane, fra cui quella di Dallas, che lo sta applicando. In termini più generali, l’idea di sposare le tecnologie di trasmissione in radiofrequenza, quelle satellitari e Internet per catturare, analizzare e interpretare i dati ambientali trova sempre nuove applicazioni. L’ultima si chiama Planetary Skin e la sta sviluppando Cisco insieme alla Nasa. Si tratta di una piattaforma di collaborazione online che punta a incrociare i dati satellitari dell’agenzia spaziale con quelli rilanciati da una miriade di sensori piazzati in cielo, in mare e sul territorio di tutto il pianeta, che finora viaggiavano su sistemi isolati fra loro. L’obiettivo è trasformare questi dati in informazioni, che governi e aziende possano utilizzare, per gestire le risorse naturali globali in maniera più efficiente e ridurre le emissioni climalteranti. In pratica, John Chambers sta lanciando un panopticon di vigilanza dell’intero pianeta, basandosi su reti già esistenti, ma scollegate fra loro, come le telecamere di monitoraggio del traffico, le centraline di registrazione dell’inquinamento o i satelliti che osservano lo scioglimento dei ghiacci e il depauperamento delle foreste, sfruttando lo stesso tipo di software che Wal-Mart utilizzerebbe per le consegne just-in-time dei suoi rifornimenti dalla Cina. Il suo occhio informatico avrà una prima applicazione, come si conviene, a San Francisco, dove tutte le informazioni provenienti dai sensori che misurano le emissioni cittadine, zona per zona, saranno messe in rete dalla fine di maggio. Una versione beta del sistema è già online nel sito di EcoMap. In questo sito, costruito con sistemi aperti, tutti i cittadini potranno verificare quali sono i quartieri più o meno virtuosi e anche aggiungere informazioni, raccolte personalmente. Il prossimo progetto si chiama Rainforest Skin e si focalizzerà sull’integrazione dei sensori di monitoraggio delle foreste mondiali, integrando il più possibile anche i dati forniti dagli indigeni. L’aperura del sistema al dialogo con le comunità locali non è casuale: l’occhio informatico di Chambers, infatti, può risultare inquietante per i tutori della privacy dei singoli. Non in tutte le culture si privilegia la trasparenza e anche là dov’è riconosciuta come un valore inestimabile - che induce inevitabilmente a comportamenti più civili e responsabili - la potenza di fuoco di un sistema informativo come quello concepito da Cisco potrebbe dare qualche mal di pancia. E’ chiaro che dotare Planetary Skin dell’aura di un sistema al servizio della comunità darà una mano a superare queste perplessità.