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9 dicembre 2008

Croazia, nuova frontiera della rete

Una nuova frontiera elettrica, che porterà l' Italia a confinare con la Croazia, saltando i vicini sloveni, potrebbe nascere ben presto dalle opportunità aperte con il via libera ministeriale alle merchant lines, le linee private d' interconnessione elettrica con l' estero per importare energia a basso costo. «Ci sono voluti cinque anni per partorire questo decreto - commenta Alessandro Clerici, responsabile del gruppo di lavoro sulle infrastrutture elettriche di Confindustria - ma ora finalmente i progetti bloccati dal vuoto normativo potranno andare in porto». Di progetti ne sono stati presentati ben 48, a suo tempo, all' esame del gestore della rete. Ma non tutte queste manifestazioni d' interesse sono destinate a realizzarsi: il decreto, già firmato dal ministro Claudio Scajola ma non ancora pubblicato in Gazzetta Ufficiale, spazza via l' ordine di lista precedente e impone di passare attraverso le forche caudine di Regioni e Comuni prima di ottenere la concessione. Gianni Locatelli, presidente di Trafigura Italia (società olandese leader mondiale nel trading di idrocarburi), ha discusso la settimana scorsa con Riccardo Illy, presidente del Friuli-Venezia Giulia, il suo progetto d' interconnessione con la Croazia, che metterà in collegamento la rete italiana con quella balcanica, dove arriva la corrente a buon mercato dalla Bulgaria e dalla Romania, oltre che dall' Ungheria e dalla Slovacchia. Il cavo sottomarino, progettato dalla Pirelli, potrebbe diventare così uno snodo essenziale per l' importazione di elettricità dai Balcani e dal Centro Europa, dove l' Enel si sta costruendo un impero nel nucleare. «Aumentare l' interconnessione con l' Est - commenta Locatelli, già direttore del Sole 24 Ore e della Rai - servirà anche a loro, prima o poi». La linea, concepita in partnership con la triestina Acegas e con il colosso croato delle infrastrutture Montmontaza, dovrebbe partire dalla stazione elettrica di Planais, nella Bassa Friulana, e inabissarsi nella laguna di Marano, per riemergere sulla costa croata a Punta Salvore, proprio a ridosso del confine con la Slovenia, e allacciarsi alla rete croata dell' alta tensione a Pisino, nel centro della penisola istriana. «In Croazia - fa notare Locatelli - un megawattora costa sui 35-40 euro, in Italia ormai siamo a 70, praticamente il doppio». Ma il progetto Trafigura-Acegas non è unico. Altri vorrebbero attaccare la spina in Slovenia, a sua volta terra di passaggio e di prezzi modici. Un consorzio paritetico italo-sloveno si è formato attorno alla compagnia slovena Istrabenz e a Iris, l' ex municipalizzata di Gorizia, con la partecipazione della Rete Ferroviaria Italiana, per collegare con appena 16 chilometri di cavo interrato le sottostazioni elettriche ferroviarie di Vrtojba (a Sud di Nova Gorica) e di Redipuglia (a Nord di Monfalcone). Anche su quest' idea il governatore Riccardo Illy è stato già consultato. Più a Nord, Energia del gruppo Cir (De Benedetti), ha un progetto d' interconnessione con l' Austria fra Udine e Arnoldstein. «Fra Italia e Austria c' è solo una linea di collegamento, la Lienz-Soverzene: noi vorremmo aggiungerne almeno un' altra, sfruttando le infrastrutture già esistenti», spiega Mario Molinari di Energia. Per la compagnia elettrica di De Benedetti non c' è necessità di trovare un partner oltre confine, visto che è già partecipata al 40% da Verbund, la più grossa azienda elettrica austriaca.

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La Borsa elettrica non scalda gli operatori

L'Italian Power Exchange funziona. I tre mercati che compongono la Borsa elettrica sono operativi, anche se resta qualche problemino sulle misurazioni. Quindi bando alle incertezze: il 1° aprile, come previsto, si parte. Dopo tre anni di rinvii, siamo al taglio del nastro. Ma l'atmosfera festosa che regna al ministero delle Attività produttive lascia freddini gli operatori. Restano infatti irrisolte alcune questioni di fondo che inevitabilmente creeranno delle distorsioni. Innanzitutto la carenza di energia: in un mercato dove la materia prima continua a scarseggiare, inevitabilmente il prezzo lo farà il produttore con più potenza di fuoco, che è ancora l'Enel. E non si potrà fare a meno di mettere in campo anche le centrali meno efficienti. Lungi dall'abbassare i prezzi, insomma, l'avvio della Borsa rischia di spingerli in alto. Sembrerebbe naturale mettere in relazione a questo dato di fatto la recente delibera con la quale l'Autorità per l'energia ha tagliato del 5-7% la base di calcolo delle tariffe per i mesi di marzo-aprile-maggio, concentrando le remunerazioni più alte in estate. Dopo l'esperienza dell'anno scorso, quando ci si è resi conto che il picco della domanda si sta spostando verso giugno, l'Autorità cerca di calmierare il prezzo abbassandolo nel trimestre precedente. In questo modo offre anche alla Borsa una base più bassa da cui partire. Un trucco non privo di logica, peccato che l'operazione sia stata messa in atto con i contratti già in essere, causando una perdita secca ai produttori e grossisti che avevano già venduto l'energia sulla base delle vecchie tariffe. Di qui la decisione di molti operatori di ricorrere al Tar della Lombardia per ottenere una sospensiva del provvedimento. E la richiesta, nell'ultima riunione tenuta al ministero, di far slittare a ottobre la partenza della Borsa. Con i prezzi amministrati, infatti, almeno i produttori avrebbero la certezza di recuperare il mancato incasso sui mesi in corso. Ma il governo si sente il fiato sul collo e non vuole deludere con un ulteriore rinvio la Commissione europea, che ha già deprecato più volte la lentezza della liberalizzazione italiana. Inoltre slittare ancora infliggerebbe una mazzata colossale a cui vuole investire nel settore ma attende l'avvio della Borsa come uno sbocco sicuro per mettere in vendita la propria produzione. In definitiva, l'Ipex porterà un maggiore trasparenza e potrebbe riuscire a sbloccare l'impasse all'origine del blackout di settembre. Se riuscirà a vedere la luce.

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Snam: nessuna fusione con Terna

Terna, la rete elettrica ad alta tensione, è già da anni separata dall' Enel e privatizzata. Ora si parla di scorporo e vendita della rete Telecom. E Snam Rete Gas? La rete dei metanodotti disegnata negli anni Cinquanta da Enrico Mattei è ancora di proprietà dell' Eni al 50%, una quota che entro il 2008 dovrebbe calare sotto il 20%. Ma Paolo Scaroni non è d' accordo: la discesa di Eni nel capitale di Snam Rete Gas «non farebbe gli interessi degli azionisti», ha detto recentemente, augurandosi che «il Parlamento riveda» la norma. Sul fronte opposto, il presidente dell' Authority Sandro Ortis: «Enel ha ceduto la rete e non mi pare che sia diventata più debole. Non vedo pericoli per l' Eni». E quindi occorre che «al più presto Snam e Stogit diventino terze, perché hanno ricavi connessi a tariffe che tutti paghiamo» e «perché gli operatori possano accedere senza discriminazioni di sorta». «Ma questo già si fa», replicano alla Snam. Anzi. «Da quando la rete si è costituita in società autonoma per poi venire quotata in Borsa nel 2001, ad oggi, gli operatori che fanno transitare il loro gas sulla nostra rete sono più che raddoppiati: erano 19, ora sono una cinquantina», spiega l' amministratore delegato Carlo Malacarne. «E non abbiamo mai avuto una sola rimostranza», aggiunge fiero il presidente Alberto Meomartini. Vero è che le tariffe di trasporto entry-exit applicate sulla rete italiana sono le più basse d' Europa e sono considerate un modello di equità anche dalla Commissione Europea e dal Forum di Madrid, dove si definiscono i benchmark del mercato europeo del gas. Ma nelle ultime settimane, anche sull' onda dell' accordo con Gazprom e delle passate indiscrezioni sull' interesse dei russi nella rete italiana, s' infittiscono le voci di scorporo e anche di fusione con Terna, sul modello inglese. «È un' operazione che personalmente non caldeggio ma che ha qualche significato logico», commenta Scaroni. A condizione, fa capire, che Snam rimanga controllata dall' Eni. Di conseguenza anche Terna, se fusa in Snam, dovrebbe rinunciare alla propria indipendenza per passare direttamente sotto il cane a sei zampe. «Niente di simile è allo studio», precisa Meomartini. E la definisce un' operazione squisitamente finanziaria, visto che le due reti funzionano in base a principi del tutto antitetici: mentre la rete elettrica comanda sulle centrali, accendendole o spegnendole in base alle oscillazioni della domanda, la rete gas è un contenitore molto più elastico, che non comanda nulla e dev' essere invece pronto in ogni momento a soddisfare le esigenze degli operatori. Non a caso sugli scambi di energia elettrica - dove domanda e offerta devono sempre mantenersi perfettamente in equilibrio - è attiva già da anni una Borsa elettrica, mentre la Borsa del gas, pensata a suo tempo come un tassello importante della liberalizzazione, non è mai stata avviata. Poche sarebbero, dunque, le sinergie possibili fra i due network, che pure servono a trasmettere materie prime correlate. L' Italia infatti sta uscendo dall' era delle centrali a olio e non avendo altra scelta (il nucleare non c' è e il carbone viene fortemente osteggiato dalle comunità locali) vira rapidamente verso un sistema elettrico alimentato prevalentemente a metano: a fronte dei 18 mila MW attuali di potenza installata a gas, ce ne sono quasi 9 mila in costruzione e Snam prevede un parco centrali a metano da 32 mila MW complessivi nel 2009. Quasi un raddoppio. A fronte della domanda che corre, è inevitabile l' aumento dell' offerta: arrivano i rigassificatori e si potenziano i metanodotti che importano il gas dalla Russia e dall' Algeria, con altri in progetto per portare in Puglia il gas del Mar Nero attraverso la Turchia e la Grecia (l' Igi) e in Sardegna quello algerino (il Galsi). La domanda si concentra soprattutto al Nord, l' offerta al Sud. In mezzo c' è la rete Snam, che diventa sempre più strategica per il sistema Paese. «Gli investimenti di oggi sono già pensati in questa prospettiva: 3 miliardi e mezzo di lavori da qui al 2009 per potenziare la rete in vista delle nuove immissioni dalla Russia e dall' Algeria e in previsione di nuovi rigassificatori in funzione oltre al nostro di Panigaglia», spiega Meomartini. Oggi la rete primaria movimenta 85 miliardi di metri cubi di metano all' anno, ma già nel 2010 saranno 95 e nel 2015, secondo le previsioni, 106. «Per noi il futuro è già qui - commenta - non possiamo permetterci di farci cogliere di sorpresa dagli avvenimenti». Si è visto con la crisi del gas: nei momenti di panico vissuti dall' Italia lo scorso inverno, mancava il metano ma non i tubi per trasportarlo. «In quest' ottica di prevenzione dei possibili problemi - aggiunge Meomartini - stiamo potenziando la rete in corrispondenza dei punti di sbocco dei gasdotti esteri, quindi in Friuli e in Sicilia, ma anche nell' area padana e lungo la dorsale adriatica, colonna vertebrale del sistema». Snam si prepara così ad ogni evenienza, anche a una provvidenziale sovrabbondanza di gas rispetto al fabbisogno nazionale, che consentirebbe di fare dell' Italia uno snodo centrale di tutto il mercato europeo, quel famoso hub del gas vagheggiato da anni dal presidente dell' Authority Sandro Ortis. «Gli operatori che stanno costruendo nuovi terminali possono stare tranquilli: la rete ci sarà, neutrale ed efficiente», prospetta Meomartini. Con un piano d' investimenti di questa portata, del resto, le prospettive di fusioni impallidiscono sullo sfondo. E comunque, dice Scaroni: «Se proprio dovessimo cedere Snam, la venderemo a chi paga di più». E non è detto che gli azionisti di Terna siano il migliore offerente. Magari un' offerta in rubli potrebbe battere la concorrenza.

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8 dicembre 2008

Vendola: rigassificatori a Brindisi mai

Sul rigassificatore di Brindisi, «mi trovo di fronte a un mandato popolare chiaro: il consiglio regionale si è espresso all' unanimità contro questo impianto, così come il consiglio provinciale e quello comunale». Nichi Vendola, governatore della Puglia, fin dalla campagna elettorale si è schierato con decisone contro la collocazione di un terminal di rigassificazione nel porto industriale di Brindisi, dove il gruppo British Gas (Bg) sta lavorando da un anno. L' impianto, che poteva essere già pronto nel 2007, ha subito una serie di rallentamenti burocratici tali da farne slittare l' entrata in esercizio al 2009. Fra il 2001 e il 2002, le amministrazioni regionale, provinciale e comunale si erano già pronunciate a favore dell' impianto proposto da Bg, che all' inizio del 2003 ha ottenuto il via libera con un decreto interministeriale. Non le sembra un capitolo chiuso? «No, non mi sembra un capitolo chiuso. Qui bisogna decidere a che cosa dare più importanza: al mandato popolare o a un' astratta procedura amministrativa?». La procedura amministrativa ha messo insieme 23 diversi enti locali e centrali, pronunciatisi all' unanimità nella conferenza servizi. Non discendevano da un mandato popolare? «Ma sia l' amministrazione comunale che quella provinciale e regionale poi sono state mandate a casa. Ciò significa che le decisioni prese da quelle amministrazioni non hanno soddisfatto la popolazione locale. Quindi vanno modificate. Non è un caso che gli attuali amministratori siano stati votati proprio sull' onda dell' opposizione a quell' impianto. Ora che siamo stati eletti, dobbiamo dare seguito alle promesse fatte in campagna elettorale. Per questo chiediamo che venga fatta una nuova valutazione d' impatto ambientale». Non è detto che quando un' amministrazione viene mandata a casa, bisogna disfare tutto quello che ha messo in piedi. Le decisioni prese spesso diventano legge. Come la mettiamo con la certezza del diritto? «L' iter procedurale attraverso il quale si è giunti al decreto si è svolto in un clima di degrado politico, di gestione affaristica della cosa pubblica e di vaste corruttele che ora noi vogliamo correggere. Non si possono lasciar correre scelte rilevanti per il futuro del territorio che potrebbero essere state portate a maturazione da interessi personali». Lei accusa le amministrazioni precedenti di aver agito per interessi personali? «Questo è compito della magistratura». Ma non tutti a Brindisi sono contro il rigassificatore. «Ci sono alcune espressioni sindacali, che restano legate alle logiche di gestione delle passate amministrazioni. Ma sono estremamente minoritarie in termini di consenso popolare». Dunque la sua opinione è che il rigassificatore di Brindisi non s' ha da fare? «Senza dubbio. Abbiamo detto sì a una vasta serie di progetti nel campo dell' energia: a Brindisi sorgerà una maxi centrale solare. Ci piacerebbe fare della Puglia uno dei più importanti parchi energetici alternativi. Abbiamo concluso la moratoria all' eolico e detto sì al metanodotto fra la Grecia a Otranto. Non abbiamo nemmeno espresso un no pregiudiziale ai rigassificatori: c' è il progetto di Taranto». Si farà? «Non ho detto questo. Bisogna vedere che ne pensano i tarantini...».

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7 dicembre 2008

Slovacchia: l'Enel in un vicolo cieco?

Parlare slovacco non basta. «Per concludere con successo un affare a Bratislava, è meglio sapere anche il ceco. E magari il russo». Questa è l' opinione di Karol Schlosser, grande finanziatore del nucleare cecoslovacco e titolare di due contratti di leasing che rischiano d' intralciare il passaggio definitivo della proprietà di due terzi di Slovenské Elektràrne dalla mano pubblica alle tasche di Enel. «Contratti come questi - spiega Schlosser - che complicano la struttura proprietaria delle centrali a cui Enel è interessata, ce n' è più d' uno: sono serviti, negli anni a cavallo della separazione della Slovacchia dalla Repubblica Ceca, a finanziare lo sviluppo del sistema elettrico del Paese». Prima della separazione, nel ' 93, Slovenské Elektràrne era un tutt' uno con Cez, la compagnia elettrica ceca che era sicura di ricomprarsi la sua quota in febbraio, nella gara poi vinta da Enel per 840 milioni di euro. Ora Enel è alle prese con le ultime battute dell' affare: a metà ottobre ha avuto l' approvazione del piano d' investimenti, dopo la crisi di fine agosto e la defenestrazione di Pavol Rusko: il ministro che ha accolto l' offerta di Enel al posto di Cez. In quell' occasione, il partito di Rusko è uscito dall' alleanza di governo e ora il premier Mikulàs Dzurinda governa con una coalizione di minoranza, incalzata dai nazionalisti di Vladimir Meciar per anticipare le elezioni ad aprile. Ma Enel, che rischia di vedersi sfumare l' affare sotto gli occhi in caso di un cambio di governo, spera di chiudere prima. «Stiamo cercando di districarci in queste complesse strutture proprietarie per staccare le centrali, come quella idroelettrica di Gabcikovo, che non sono comprese nel perimetro dell' acquisizione -, spiega Peter Mitka, superconsulente ceco di PriceWaterhouseCoopers, che ha guidato Enel nell' avventura slovacca - . Si tratta più che altro di questioni formali, che saranno sbrigate entro la fine dell' anno». A giudicare dalle ultime dichiarazioni di Fulvio Conti, amministratore delegato, i vertici di Enel sembrano convinti che l' affare sia pressoché concluso, tanto che hanno già trasferito a Bratislava 168 degli 840 milioni dovuti per il pagamento. Ma Mitka si dichiara all' oscuro dei contratti di leasing di Schlosser. Nel nuovo piano, Enel si è impegnata a investire ben 1,9 miliardi nello sviluppo della società, di cui almeno 1,5 andranno nel completamento dei due reattori nucleari di Mochovce, già costruiti a metà dalla ceca Cez prima della separazione fra i due Stati. Lo scoglio è lo scorporo dei due reattori di Jaslovské Bohunice (che dovranno essere dismessi entro il 2006-2008, nell' ambito degli accordi per l' ingresso nell' Unione Europea) e di tutte le pendenze pregresse sulla liquidazione del nucleare già in corso. Negli accordi di febbraio, il governo si è impegnato a scaricare Enel dagli oneri del Fondo di liquidazione, compreso il deficit del Fondo (390 milioni di euro), attualmente di pertinenza di Slovenské Elektràrne, che copre parte delle spese di liquidazione e paga al Fondo una tassa annuale di 70 milioni di euro. «Il governo ripete da mesi la sua intenzione di varare un decreto in questo senso - spiega Beata Balogova, direttrice dello Slovak Spectator - ma con tutte le grane che hanno, prima che si mettano d' accordo...». Ma il problema, forse, è un altro. Tutto il sistema nucleare cecoslovacco è stato costruito da Cez, in parte con finanziamenti russi: a partire da Jaslovské Bohunice e Mochovce, ora in Slovacchia, fino a Dukovany e Temelin, in Boemia. Cez è anche la casa madre di Skoda Praga, il braccio operativo del sistema atomico sovietico. «Su disegni russi - spiega Jozef Valach, esperto nucleare slovacco, che ha diretto per sette anni la centrale nucleare di Mochovce - Skoda ha costruito almeno una ventina di reattori in tutto l' Est Europa, simili a quelli attivi a Mochovce, di tipo VVER-440. Anche le due unità che Enel vorrebbe completare a Mochovce per compensare lo spegnimento dei due reattori di Jaslovske Bohunice sono dello stesso tipo. Tutte le componenti principali sono già installate, mi meraviglierebbe che Enel possa continuare la costruzione senza richiamare in azione le aziende ceche e russe che hanno cominciato vent' anni fa». Per Enel le prossime mosse saranno decisive. «Il problema non è solo la chiusura dell' acquisizione di Slovenské Elektràrne», fa notare Schlosser, che ha partecipato al finanziamento di diverse centrali nucleari e ora sollecita il riscatto dei due contratti di leasing prima del perfezionamento delle trattative con il governo di Bratislava. «Se Enel, come sembra, vuole continuare a partecipare alle privatizzazioni del nucleare in Est Europa, sarà bene che si metta in comunicazione con il sistema atomico russo, svincolandosi dai suoi rapporti di sudditanza con i francesi». Un' opinione che serpeggia anche fra i banchi del Parlamento slovacco e che potrebbe rimettere in discussione tutto se a Roma qualcuno non aprirà bene le orecchie.

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6 dicembre 2008

Skype, alle volte ritornano

Che sia il secondo centro per Niklas Zennstrom e Janus Friis, i due scandinavi che hanno inventato Kazaa, il più popolare servizio di file-sharing del mondo? Da quando hanno venduto la loro prima creatura all'australiana Sharman Networks nel 2002, lo svedese Zennstrom e il danese Friis stanno lavorando in gran segreto a un servizio di telefonia su Internet, Skype, che negli ultimi sei mesi è stato scaricato da nove milioni di utenti in 170 Paesi, un ritmo superiore a quello di Hotmail quand'era al suo apice. Skype non è l'unico servizio al mondo che offra voce su protocollo Internet (Voip), ma la qualità del suono e la facilità di utilizzo ne stanno facendo un leader. Il software si usa con una cuffia e un microfono, usando Internet per collegarsi con qualsiasi altro utente nel mondo dotato dello stesso software. A differenza di altri servizi di voce su protocollo Internet, non passa mai per le linee telefoniche e quindi non deve pagare l'accesso agli altri operatori, uno dei principali costi sostenuti dalle compagnie telefoniche (AT&T spende quasi dieci miliardi all'anno, l'uscita più rilevante del suo bilancio, per passare sulle linee degli altri). Per ora Skype ha raccolto venti milioni di finanziamenti per sviluppare il suo business, che si basa sul concetto di chiamate gratuite ma servizi aggiuntivi a pagamento. I giganti del mercato, come AT&T negli Usa e BT nel Regno Unito, si stanno attrezzando per contrastare la sua ascesa. Anche Tiscali sta per entrare in questo mercato. E tutti sostengono che il servizio offerto da Skype è troppo primitivo per dilagare. Certo è che il loro primo software, Kazaa, è stato scaricato da 314 milioni di utenti. Questo non ha portato a Zennstrom e Friis grandi utili, ma ha rivoluzionato senza possibilità di ritorno il mercato della musica, devastando i conti delle major. Non è detto che anche Skype sia destinato a un successo di queste dimensioni, ma per ora le premesse ci sono. A questo punto la redditività del business e quindi le sue prospettive di crescita dipendono molto dall'abilità imprenditoriale dei due scandinavi. Che ci sia un futuro per Skype, comunque, si vede già dalla velocità con cui fioccano i finanziamenti. Malgrado i due stiano lavorando molto sottotono, anche perché scottati dall'esperienza di Kazaa (hanno due cause pendenti contro di loro intentate dalle major musicali negli Usa e in Olanda), tutti i principali produttori di cuffie, compreso il leader mondiale Plantronics, si stanno precipitando su questa opportunità. Per non parlare del venture capital di Silicon Valley, da dove una delle principali società, la Draper Fisher Jurvetson, ha già investito oltre otto milioni in questa prima tornata. Per ora il software è diffuso soprattutto tra gli utenti di servizi peer-to-peer, che conoscevano già Zennstrom e Friis attraverso Kazaa. Anche Skype utilizza lo stesso sistema, basandosi sui computer degli utenti per far transitare le telefonate, senza un server centrale. Per Zennstrom e Friis, quindi, il costo non cambia con un milione o dieci milioni o cento milioni di telefonate in linea. E questo consente loro di offrire gratuitamente il servizio base. Skype funziona come i servizi di instant messaging: l'utente scarica il software sul suo computer, selezione uno screen name e crea una lista di compagni che usano lo stesso software. Ogni volta che uno di loro è online, Skype manda un segnale al network, che indica la presenza dell'utente e il suo numero. Per chiamare, gli altri cliccano su un'icona telefonica che compare sullo schermo e i due computer si collegano. Invece di vibrare attraverso il doppino di rame, la voce viene confezionata in pacchetti di dati che viaggiano attraverso Internet e poi vengono riassemblati all'altro capo della connessione. I computer più veloci connessi al network di Skype funzionano come centralini, mantenendo aggiornata la lista dei presenti in linea e smistando il traffico delle chiamate. Per ora la media degli utenti in linea con Skype in qualsiasi momento della giornata è di mezzo milione. Data la dimensione dell'utenza e le prospettive di crescita, Platnronics ha già stretto un accordo con i due fondatori per mettere anche il marchio di Skype sulle sue cuffie e offrire delle promozioni, ad esempio due mesi di servizi aggiuntivi gratis. Per adesso i servizi premium sono solo due: un servizio di segreteria telefonica e un sistema per collegarsi alla rete telefonica locale. La società ha anche venduto a Siemens la licenza per incorporare il suo software nelle future generazioni di telefoni cordless venduti in Europa. Quando Skype uscirà dai circoli chiusi degli studenti universitari e degli utenti di servizi peer-to-peer, l'industria europea è già pronta ad accoglierlo.

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5 dicembre 2008

Auto mangiapetrolio: stiamo salvando un cadavere?

Ha scelto una fabbrica della Renault, nel Nord della Francia a Douai, per annunciare un vasto piano di rilancio dell'economia: il presidente francese Nicolas Sarkozy ha reso pubblico un programma da 26 miliardi di euro, che comprende un robusto pacchetto a favore dell'industria automobilistica. Sarkozy incide così la prima crepa nella diga europea contro gli aiuti all'auto e da qui in poi si può star certi che si apriranno le cateratte. L'auto impiega infatti in Francia, direttamente o indirettamente, il 10% della popolazione attiva, all'incirca 2 milioni e mezzo di persone. E i costruttori, di fronte al crollo verticale delle vendite, avevano già previsto una serie di tagli ai posti di lavoro: 2.000 per Renault e 3.400 per Psa. Ora con il piano anti-crisi, Sarkozy offre un incentivo di mille euro alla rottamazione, un fondo statale d’investimento da 300 milioni per aiutare i fornitori del settore automotive e una linea di credito da un miliardo per le finanziarie che fanno credito all’acquisto di vetture.
GERMANIA E ITALIA
Ma questo è solo il primo passo. La cancelliera tedesca Angela Merkel è sottoposta a un pressione fortissima in queste settimane da parte dei governatori regionali più coinvolti nei tagli occupazionali che stanno colpendo il settore anche in Germania. Chiedono a gran voce un pacchetto di aiuti simile a quello varato in Francia. E Sergio Marchionne, capo della Fiat, l'ha detto chiaro: gli aiuti devono essere per tutti o per nessuno, altrimenti si introduce uno squilibrio industriale nel mercato, che falsa la concorrenza. Il problema dei finanziamenti statali all'industria è proprio questo: in un mercato così globalizzato, appena un Paese li concede sono costretti ad andarci dietro anche gli altri, altrimenti l'industria nazionale rischia di rimanere l'unica strangolata dalla crisi globale. Lo stesso discorso vale anche per gli americani.
LE BIG THREE CON IL CAPPELLO IN MANO
Che tristezza vedere i vertici di General Motors, Chrysler e Ford, una volta potentissimi, elemosinare aiuti federali davanti al Congresso, facendo leva sul ricatto morale dei posti di lavoro che andrebbero perduti e del disastro sociale che si abbatterebbe su Detroit. Tutto vero, ma qualcuno dovrebbe chiedergli perché non ci hanno pensato prima ai posti di lavoro che stavano distruggendo, quando continuavano a sfornare Suv e auto di vecchia concezione per un mercato che prima o poi si sarebbe saturato (e loro lo sapevano). Perché non hanno cercato di imitare i giapponesi, che hanno investito su motori di nuova generazione, per esempio? Non sapevano che prima o poi il petrolio avrebbe creato qualche problema? Patetica anche l’offerta dei manager di ridurre il loro stipendio a un dollaro al giorno se si approvasse il salvataggio. Ma fino a ieri quanti soldi guadagnavano? Ora il Congresso deve decidere se sborsare i 34 miliardi di aiuti pubblici che chiedono. Ma c'è chi dubita che bastino. General Motors, la più grossa, è messa malissimo. Chiede una linea di finanziamento immediata di 4 miliardi e altri 8 nel primo trimestre del 2009, solo per sfuggire alla bancarotta. Il suo capo Rick Wagoner ha detto alla Commissione bancaria del Senato che il tempo a disposizione per salvare il gigante di Detroit è ormai agli sgoccioli, l'ossigeno finanziario può durare solo fino alla fine dell'anno.
MA E' GIUSTO?
Le crisi hanno questo di salutare: servono anche a far morire aziende vecchie o produzioni obsolete per le quali la domanda scarseggia. Riaccendere questa domanda artificialmente con aiuti pubblici è spesso dannoso. Il presidente Barack Obama è molto legato all'industria automobilistica: Michigan e Illinois sono Stati contigui e sui Grandi Laghi la solidarietà con i lavoratori dell'auto è un luogo comune. Ma è giusto resuscitare a colpi di trasfusioni di sangue, spremuto dal bilancio federale, un gruppo di colossi industriali che hanno sbagliato a fare i conti con la storia?
LE ORIGINI
Basta rileggersi le origini dell'industria automobilistica americana per capire quanto sia importante per i governi schierarsi dalla parte giusta dei processi storici, facilitando il passaggio dal vecchio al nuovo. Cent'anni fa, Ford e GM erano i pionieri di un'industria che ancora non esisteva. Con la loro capacità di mettersi al servizio delle masse, hanno travolto una pletora di marchi creati solo per il jet set dai rampolli dell'alta borghesia di Detroit, che non avevano capito i bisogni dei contadini e dei commercianti: volevano un'auto anche loro, ma non potevano permettersi le Packard, le Wayne, le Willys-Overland, le King o le Studebaker. Tutte aziende che in breve sono state spazzate via dalle catene di montaggio di Henry Ford e dalla formidabile segmentazione introdotta in General Motors da Alfred Sloan, l'inventore di quel sistema progressivo di marchi a qualità e prezzo crescente - al servizio della mobilità sociale americana - ancora oggi prevalente nell'industria automobilistica mondiale. Mettersi di traverso non serve a niente, si rischia solo di buttare fondi federali nella fossa già scavata per ospitare un cadavere. Illustre quanto si vuole, ma pur sempre un cadavere.

La storia infinita delle scorie nucleari

Scanzano ha vinto la sua battaglia contro le scorie nucleari: non finiranno sepolte nelle miniere lucane di salgemma le migliaia di barre radioattive ancora stipate a Caorso, nel Piacentino, e nei depositi piemontesi di Saluggia. Dopo quasi vent'anni di “sonno”, la decisione di trasferire in Francia e in Gran Bretagna per il riprocessamento tutto il materiale fissile che ci è rimasto in eredità dall'esperienza nucleare, al modico prezzo di 300 milioni di euro, rappresenta una vittoria clamorosa per gli attivisti che hanno animato un anno fa la rivolta popolare contro la designazione di Scanzano Ionico come sito ideale per lo stoccaggio. Dopo la Sardegna, prima sede scelta dal governo per smaltire i 70 mila metri cubi di scorie radioattive prodotte dalla stagione italiana dell'atomo, la ribellione localistica contro i rifiuti scomodi è passata in Basilicata, per toccare anche Sicilia e Toscana, sull'onda delle voci che le vedevano come probabili localizzazioni alternative. Eppure l'energia atomica, fin che c'era, veniva utilizzata da tutti. Ma oggi è l'Italia intera, in ordine sparso, a rigettare l'ipotesi di ospitare sul proprio territorio le scorie derivate da quella produzione elettrica. Salvo poi riporsi il problema fra vent'anni, quando il materiale residuo verrà rispedito al mittente, a conclusione del riprocessamento. Con l'ordine impartito alla fine di dicembre dal commissario alla sicurezza nucleare Carlo Jean, che ha affidato alla Sogin il compito di svuotare i depositi italiani per dare avvio all'operazione, si dà per la prima volta ufficialmente ragione a chi punta sulla rissa per anteporre i veti locali all'interesse nazionale: la sindrome Nimby, acronimo inglese per "not in my backyard" (non nel mio cortile), ha colpito ancora. E non sarà l'ultima volta. Secondo il censimento del Nimby Forum, un progetto di monitoraggio promosso da Allea, oggi in Italia gli impianti fermi a causa di proteste di piazza sono 130, in aumento rispetto ai 92 casi contati sei mesi fa. Fra i più contestati sono i progetti nel campo dello smaltimento dei rifiuti: una trentina di impianti d'incenerimento ("termovalorizzatori" secondo la nuova definizione), destinati a bruciare i rifiuti ottenendo energia elettrica da vendere alla rete nazionale, sono bloccati dall'opposizione locale in giro per l'Italia. Quello di Acerra è il caso più eclatante: il cantiere avviato dal gruppo Impregilo alle porte di Napoli è fermo da anni grazie alle contestazioni e alle minacce personali, culminate alla fine dell'estate scorsa con l'occupazione delle strade e i blocchi dei collegamenti Roma-Napoli, con le posizioni barricadere del sindaco Espedito Marletta e con il blitz delle forze dell'ordine. Il commissario straordinario per l'emergenza rifiuti in Campania, Corrado Catenacci, aveva assicurato che in settembre avrebbe imposto la ripresa dei lavori, ma a tutt'oggi il cantiere è fermo, presidiato dalla polizia, e nessuno crede veramente che il termovalorizzatore si farà. "La malavita - sostiene Catenacci - è fortemente impegnata nel business delle discariche: se calcoliamo il valore degli appalti in tutta la regione, il giro d'affari su cui può contare il circuito malavitoso è di 500 milioni di euro l'anno, una cifra che la costruzione di termovalorizzatori prosciugherebbe". Ma la sindrome non colpisce solo il Sud: gli attivisti del comitato Nimby (niente a che fare con il Nimby Forum) hanno accumulato ormai quasi trecento giorni di digiuno per protestare contro la costruzione di un termovalorizzatore a Ischia Podetti, in Trentino. Problemi analoghi si riscontrano sulla costruzione di altre infrastrutture, dalle centrali elettriche agli elettrodotti, dai ripetitori telefonici ai porti turistici, dalle strade alle ferrovie. E' della settimana scorsa l'ennesimo appello degli enti locali contro la riconversione a carbone della centrale Enel di Civitavecchia, un'altra storia infinita che non accenna a risolversi, mentre 12mila megawatt di energia a basso costo restano bloccati a Nord delle Alpi dall'opposizione a 41 linee d'interconnessione transfontaliera. Un quarto di queste linee ad alta tensione attraverserebbero la Val Chiavenna e la Valtellina, dove gli elettrodotti si abbattono a colpi di cheddite, l'esplosivo da cava che la scorsa primavera ha abbattuto un pilone lungo la linea che scende dalla Svizzera, rischiando di colpire uno stabilimento Vallespluga. Nel campo della viabilità, i progetti colpiti e spesso affondati dalla sindrome Nimby non si contano: ultima vittima è la BreBeMi, la direttissima Milano-Brescia pensata per sgravare il tratto dell'A4 tra i due centri lombardi, congelata in dirittura d'arrivo, dopo cinque anni di dibattito, dalla nuova giunta provinciale perché presenterebbe problemi d'impatto ambientale. Fioriscono le proteste locali, con allegre grigliate sul tracciato autostradale e presidi in ogni paesino, contro le varie pedemontane in Piemonte, Lombardia e Veneto. E una discarica che non si vuole spostare blocca da sei mesi i lavori dell'alta velocità ferroviaria in Emilia-Romagna, su un tratto di 800 metri a Modena, dove le opere per la Tav sono già quasi ultimate.Resta da chiedersi: ha senso condurre le diatribe sulle opere pubbliche a colpi di risse, piazzate, manifestazioni e blocchi ai pubblici servizi? La vittoria di Scanzano dimostra di sì.

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4 dicembre 2008

Slovacchia atomica per l'Enel

La Slovacchia è terra di montagne drammatiche, dai Tatra ai Carpazi, e di fiumi maestosi, come il Danubio. E' anche la patria di Slovenske Elektrarne, principale azienda azienda elettrica del Paese, con una produzione complessiva che sfiora i 7.000 MW tra gas, carbone, idroelettrico e nucleare: uno dei bocconcini più appetitosi del risiko energetico in corso nell'Europa dell'Est e nei Balcani, dove le privatizzazioni cavalcano spedite. Su Slovenske Elektrarne la partita è già quasi chiusa. La settimana scorsa Enel ha ottenuto il placet del ministro dell'Economia Pavol Rusko, che si è detto "deliziato" dall'offerta italiana di 840 milioni di euro per una quota del 66%, contro i 691 milioni messi sul tavolo dalla cugina ceca Cez e i 548 milioni della joint venture russa Rao-Ues. Dicono che alla Cez, potente società pubblica praghese in piena campagna acquisti, si stiano mangiando le mani. Anche se la prudenza è d'obbligo, infatti, l'assenso del ministro competente dovrebbe essere determinante per la scelta, che dipende dal governo e verrà comunicata alla fine di settembre. Superato questo scoglio, gli uomini di Enel si metteranno a discutere con l'advisor di Bratislava, Peter Mitka di PwC, per chiarire i dettagli. E se tutto andrà bene fra qualche mese la compagnia guidata da Paolo Scaroni sarà la felice proprietaria di due bei reattori nucleari, oltre a tutto il resto. "Sarà un'ottima occasione - dicono all'Enel - per ricostruire quel know-how che abbiamo perduto, dopo quasi vent'anni di astensione dall'energia atomica". E sarà anche una buona occasione per accedere a una generosa fonte di energia a buon prezzo, così diversa da quella che è costretta a produrre in Italia. Ma Slovenske Elektrarne non è la prima preda che l'Enel mette in carniere da queste parti. In Bulgaria si è aggiudicata una centrale termoelettrica, Maritza Est, e ha preso parte alla gara per la rete di distribuzione, che è stata divisa in tre pacchetti ed è finita invece nelle mani della ceca Cez, dell'austriaca Evn e della tedesca E.on. Entro la fine di quest'anno i bulgari dovrebbero mettere in vendita altri tre impianti termoelettrici e hanno ripreso la costruzione della centrale nucleare di Belene, sul Danubio. Sofia punta chiaramente a diventare il centro principale di produzione e distribuzione elettrica nei Balcani - dov'è già oggi il primo esportatore di energia - ma anche oltre il Bosforo, verso la Turchia. Secondo stime del governo, sono previsti 6 miliardi di euro d'investimenti in progetti energetici entro il 2007. E quindi la presenza su questo mercato è altamente strategica. In Romania Enel ha acquisito due società di distribuzione: Banat, nella regione occidentale di Timisoara tanto cara agli italiani, e Dobrogea, agli antipodi, sul Mar Nero. Ma Bucarest sta per mettere in vendita entro la fine di quest'anno le tre centrali di Rovinari, Craiova e Turceni - raggruppate nella società Energy Complex, che include anche le vicine miniere di lignite - e il resto della rete di distribuzione. Tutti affari attraenti per Enel, che si trova di fronte sempre meno concorrenti occidentali, dopo l'abbuffata degli scorsi anni che ha aperto buchi notevoli nelle finenze di diverse compagnie elettriche europee, Edf in testa. Ma anche dove la privatizzazione è già a uno stadio molto avanzato, come in Ungheria, resta qualche preda interessante. Qui sono già stati ceduti diversi impianti di produzione al colosso tedesco Rwe e ai francesi di Edf, così come tutta la rete di distribuzione, che si sono spartiti in tre: Rwe, Edf e E.on. Rimane ancora in mano allo Stato, però, la principale compagnia elettrica magiara, il gruppo Mvm (Magyar Villamos Művek), su cui molti stanno mettendo gli occhi. Anche nella Repubblica Ceca il colosso Cez dev'essere prima o poi privatizzato, ma dopo un tentativo di metterlo all'asta due anni fa, cui parteciparono Enel e Edf, si sta trasformando da preda in rivale. Sotto la guida dell'aggressivo Martin Roman, Cez sta puntando a diventare la principale potenza elettrica della regione con una campagna acquisti poderosa e ha saputo tener testa ai rivali occidentali su diverse piazze importanti. E' già la maggiore esportatrice di energia dell'area e in futuro potrebbe giocare un ruolo importante anche a livello continentale. Prima o poi ce la potremmo trovare di fronte come fornitrice. A maggior ragione si è molto risentita davanti al successo di Enel in Slovacchia, un Paese che si è staccato dalla Repubblica Ceca solo dieci anni fa e dove Cez si sente quasi a casa propria. Invece non è riuscita a mettere le mani nemmeno sulla rete di distribuzione, che è stata spartita fra Rwe, E.on e Edf.In Polonia, il mercato più grande fra i nuovi membri dell'Unione, il processo di privatizzazione va a rilento, anche perché il 97% dell'energia prodotta viene dal carbone e di solito le centrali sono strettamente legate alle miniere circostanti. La svedese Vattenfall, la belga Tractabel, la spagnola Iberdrola e la francese Edf hanno già messo a segno qualche acquisto, ma di piccole dimensioni. Poco più su, in Lituania, ci troviamo invece in un mondo completamente diverso: la piccola repubblica baltica è una delle principali esportatrici di energia del mercato est europeo, che produce quasi esclusivamente con reattori nucleari, su cui ha in piedi un contenzioso con Bruxelles per questioni di incompatibilità tecniche. Quando avrà superato queste difficoltà, i suoi impianti potrebbero diventare una delle prede più ambite del continente.

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Wifi, eppur si muove

Il WiFi, dicono, è come le dotcom. Continuiamo a buttarci dentro dei soldi, ma non è per niente sicuro che prima o poi questi soldi tornino indietro, né a chi arriveranno in tasca. Eppure qualcosa si muove. Questa tecnologia non finisce sui tavolini di Starbucks o di McDonald’s, fra i tecnomani metropolitani intenti a scaricare la posta con un panino in mano. E la ragione è molto semplice: se da un hotspot WiFi (o Bluetooth, il suo eurocentrico cugino) si possono mandare dati senza fili, perché non usarlo anche per fare una telefonata? Già oggi questo è teoricamente possibile, usando un laptop per fare una cosiddetta chiamata VoIP (voice over internet protocol), così com’è teoricamente possibile da tutte le postazioni fisse nelle case della gente. Solo che si tratta di una procedura troppo complicata per diventare un business. Ma con la crescente diffusione di milioni di hotspot e di reti aziendali basate sulla tecnologia scandinava Bluetooth, sarebbe ora che cominciassero a spuntare anche dei telefonini capaci di approfittarne. Ed è quello che sta succedendo. British Telecom, ad esempio, sta armeggiando con un apparecchio ancora da lanciare che funziona come un normale telefono cellulare finché non entra nel raggio d’azione della sua base fissa. Qui, tramite la tecnologia Bluetooth, cambia rete e consente di telefonare via internet su una linea dati, che può essere usata contemporaneamente anche per navigare. Telefonare con Bluephone non è gratis, ma costa molto meno di una telefonata convenzionale. Usare il WiFi per fare lo stesso sarebbe un po’ più complicato, ma non c’è nulla che lo vieti, soprattutto da quando cominceranno a spuntare hotspot di nuova generazione, con uno standard migliore degli attuali. BT sta lavorando anche su questo, nel tentativo di estendere le capacità di Bluephone anche sul WiFi. E ci sono buone probabilità che ci riesca, anche se la prima versione del nuovo telefonino, che arriverà nei negozi nel 2004, non sarà ancora “trilingue”. Gli americani, per cui il WiFi sta diventando ormai una religione, sono invece più concentrati su questa modalità. Motorola e la giapponese Nec stanno sviluppando insieme un telefonino a doppio uso, capace di passare automaticamente dalle reti convenzionali al protocollo internet non appena entra nel raggio d’azione di uno hotspot. Ma non è ancora pronto. E Cisco ha appena lanciato un cosiddetto “campus phone”, capace di funzionare via internet ma non sulle reti normali, destinato a tutti quegli utenti che passano la maggior parte della loro vita all’interno di uno hotspot, come ad esempio gli studenti universitari. Secondo Frank Hanzlik, dell’americana WiFi Alliance, non siamo molto distanti dalla nascita di telefonini “agnostici”, capaci di passare indifferentemente da una modalità all’altra. La sua valutazione, forse ottimistica, è che non ci vogliano più di 18 mesi per arrivarci. In tre anni potrebbero già cominciare a diffondersi. Resta da chiedersi: a chi giova? Non necessariamente agli operatori mobili, che già vedono il WiFi come un intruso sul loro terreno, per il modo in cui rosicchia una parte dei loro utili sulla trasmissione dati. Ma siccome l’80% dei loro affari li fanno con la voce, per ora non si preoccupano. Vero è che proprio dagli operatori mobili provengono l’esperienza e le conoscenze necessarie per consentire alla gente di fare telefonate attraverso internet con la stessa facilità con cui le fanno adesso sulle loro reti. E’ dunque logico che in qualche modo questo sviluppo coinvolga anche loro, soprattutto se saranno capaci di stabilire le alleanze giuste. Ad esempio accordandosi con i diversi proprietari degli hospot in modo da usare la SIM card del telefonino come chiave di accesso universale e impronta identificativa dell’utente, per evitare alla gente la scomodità di pagare l’uso di ogni hotspot separatamente, come oggi succede spesso. L'unica cosa da non fare è pestarsi i piedi a vicenda.

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3 dicembre 2008

La caduta degli amministratori delegati

Martha Stewart Living, la società che insegna alle casalinghe americane come arredare e decorare la casa, è la vittima più recente. Con la sua fondatrice messa alla gogna proprio in questi giorni a New York, in uno dei processi più spettacolari degli ultimi anni, l'impero mediatico nato dal nulla nel '91 ha perso circa metà del suo valore rispetto alla quotazione di partenza e l'azienda è finita in rosso. Martha Stewart, naturalmente, ha ceduto il timone ai suoi collaboratori. Ma non è chiaro se un'azienda così strettamente legata alla personalità del suo amministratore delegato sarà in grado di rimettersi dopo l'accusa infamante di insider trading che l'ha disarcionata. Nell'ondata di scandali societari seguiti allo scoppio della bolla borsistica e all'"esuberanza irrazionale" degli ultimi anni Novanta, Martha Stewart Living non è stata certamente l'unica società, né la più importante, a soffrire del crollo dei suoi vertici e delle loro strategie spericolate. Dopo i disastri di Enron, GlobalCrossing, WorldCom o Tyco nella prima fase, oggi è il turno di HealthSouth, Hollinger, Parmalat, Ahold, Skandia. Per non parlare delle banche o delle società di revisione contabile, devastate dalla bufera che ha travolto i loro capi. E non sono solo le frodi ad aver messo schiere di amministratori delegati fuori combattimento: da Aol a Bertelsmann, spesso le strategie troppo ardite che sono costate la testa a più d'un capo azienda vengono oggi disfatte in fretta e furia dai suoi successori. Un bilancio completo della distruzione di valore avvenuta in questi anni non è ancora stato stilato, ma resta la curiosità di andare a vedere i danni causati nelle singole aziende. Citizen Works, un'organizzazione americana impegnata nella difesa dei consumatori, si è presa la briga di esaminare i casi più eclatanti. Andersen è l'unico caso di estinzione completa fra i marchi colpiti dalla pubblica infamia. L'amministratore delegato dello scandalo, Joseph Berardino, si è dimesso nel marzo 2002 dietro sollecitazione di un comitato di saggi guidato da Paul Volcker, chiamato a salvare l'azienda. Ma non è servito a nulla: con la condanna della sua controllata americana Arthur Andersen, in primissima linea nell'affare Enron, il colosso delle revisioni contabili (con un giro d'affari da quasi 10 miliardi di dollari) si è trovato abbandonato nel giro di poche settimane da tutti i suoi clienti e costretto a chiudere in breve tempo l'intero network di 390 uffici in 85 Paesi del mondo. La fusione fra Time Warner e Aol, nel 2001, è stata il canto del cigno della rivoluzione digitale che ha sostenuto la straordinaria crescita economica americana negli anni Novanta. Oggi, tutti i manager che hanno contribuito al matrimonio fra il numero uno mondiale dei media e il numero uno di Internet hanno perso il posto: il presidente Steve Case (fondatore di Aol) si è dimesso l'anno scorso, poco dopo l'abbandono di Ted Turner (fondatore della Cnn), e l'amministratore delegato Jerry Levin (ex-capo di Time Warner) aveva lasciato la nave già nel 2002, non appena il fallimento della storica operazione era diventato evidente. Nel 2002, Aol TimeWarner ha messo a segno un gigantesco buco da 98,7 miliardi di dollari, la più spettacolare perdita della storia americana. E sui risultati dell'anno precedente pesa un'indagine della Sec, che li ha scoperti gonfiati per abbellire i connotati della maxi-fusione. Nel 2003, la due società sono state separate (anche nel nome) e Aol, che era entrata nelle nozze da padrona, è diventata una controllata di Time Warner. Nello stesso anno il primo Internet provider del mondo ha perso oltre due milioni di abbonati, attratti dai rivali più economici. Ma anche le divisioni "old economy" del gigante dei media non se la passano benissimo: il nuovo presidente e amministratore delegato, Dick Parsons, ha definito il 2003 un "anno di riassetto", dedicato più alla riduzione dei debiti che alla crescita. La sua ultima mossa, infatti, è stata la vendita di Warner Music a Edgar Bronfman, ex capo della Seagram, che sarà perfezionata nei prossimi giorni. Lo scandalo Ahold ha spazzato via nel giro di poche settimane il 63% del valore di Borsa del colosso olandese della grande distribuzione, che oggi capitalizza poco più di tre miliardi di dollari. In seguito alle irregolarità nei conti della sua affiliata americana, l'amministratore delegato Cees van der Hoeven e il direttore finanziario Michiel Meurs si sono dimessi l'anno scorso, seguiti poche settimane fa dal presidente Henny de Ruiter. Nel 2002 Ahold ha messo a segno la prima perdita della sua storia ultracentenaria: un buco da 1,27 miliardi di dollari. Gli altri casi europei più eclatanti di amministratori delegati caduti in disgrazia sono quelli di Vivendi Universal e di Bertelsmann, dove all'origine della caduta non ci sono state frodi, ma banali manie di grandezza su cui gli azionisti hanno preferito tirare il freno. Anche qui, i successori si sono affrettati a disfare ciò che i due visionari Jean-Marie Messier e Thomas Middelhoff avevano costruito durante il loro mandato, accumulando montagne di debiti. In Bertelsmann, Gunter Thielen ha ceduto tutte le quote comprate dal suo predecessore Middelhoff in diverse Internet companies e rallentato i piani di quotazione in Borsa. In Vivendi, dopo la cacciata di Messier nel 2002 il suo successore Jean-René Fourtou ha venduto Vivendi Universal Publishing a Lagardère e sta cedendo gli studios Universal al network televisivo di General Electric, Nbc. Malgrado ciò, nel 2002 la società è andata in rosso di 25 miliardi di dollari, un passivo senza precedenti in tutta la storia francese.

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Cellulari, nuova frontiera della pubblicità

I cellulari stanno diventando la nuova frontiera delle agenzie di pubblicità. Messaggi testuali o video, suonerie scaricabili, concorsi a premi e buoni sconto sono gli strumenti più usati per insinuarsi nella nostra quotidianità attraverso i piccoli schermi dei telefonini, il più intimo mezzo di comunicazione sulla piazza. C'era da aspettarselo: ne portiamo in tasca ormai oltre un miliardo e prima o poi era logico che anche questi aggeggi si trasformassero in un potente strumento di marketing. I vantaggi del wireless marketing sono evidenti. Da un lato la tecnologia è molto economica da usare: per mandare un messaggino bastano pochi centesimi e se il consumatore stesso, divertito, lo passa avanti è tanto di guadagnato. Dall'altro offre nuove possibilità di identificare le aree geografiche o i tempi migliori sulla base delle risposte ricevute, consentendo di mirare le campagne con precisione sempre più accurata. Inoltre è un mezzo molto adatto per mantenersi in contatto con dei consumatori che si muovono in continuazione. Il salto di qualità compiuto dalle agenzie specializzate è dimostrato dal fatto che per la prima volta una campagna di questo tipo ha vinto uno degli ambitissimi premi al festival della pubblicità di Cannes, a fine giugno. Il Leone d'argento è andato a 12snap, un'agenzia con sede in Germania ma molto attiva anche nel Regno Unito e in Italia. 12snap ha vinto con una campagna per la PlayStation2 della Sony che ha interessato 500mila giovanissimi tedeschi: poco prima di Natale i ragazzi hanno ricevuto una telefonata registrata da una nonna molto irritante che minacciava di passare a trovarli per le feste. I ragazzi potevano poi girare la telefonata a dei loro amici e contemporaneamente mandare ai propri genitori un altro messaggio, firmato Babbo Natale, in cui si comunicava il loro desiderio di ricevere in regalo la PlayStation2. La campagna ha avuto un effetto sensazionale: secondo una ricerca indipendente citata dai giudici di Cannes, il 25% dei partecipanti ha effettivamente ricevuto una PlayStation, contro il 5% del gruppo di controllo, oggetto di campagne convenzionali. Un altro segno di una certa maturità deriva dai nomi dei clienti che stanno fioccando su queste agenzie: McDonald's, Wella, KitKat figurano tra i clienti tedeschi di 12Snap, che in Italia ha fatto campagne per Cosmopolitan, Philips e United International Pictures (braccio distributivo internazionale di Universal, Paramount e Dreamworks). FlyTxt, leader nel Regno Unito, ha già oltre mille campagne al suo attivo per clienti come Coca-Cola, Bayer, Cadbury Schweppes e la Bbc. Una delle più memorabili è stata quella lanciata per Cadbury, in cui i consumatori venivano invitati a mandare un messaggio a un numero stampato sull'involucro di ogni barretta di cioccolata per sapere se avevano vinto un premio. La campagna ha generato cinque milioni di risposte, una cifra pazzesca per questo tipo di concorsi, di conseguenza ha avuto l'onore di essere citata nel bilancio di Cadbury come un fattore chiave nella spettacolare crescita del 21% delle vendite dell'anno scorso. E quando una campagna pubblicitaria finisce in un bilancio annuale, gli altri amministratori delegati se ne accorgono. Un'altra campagna FlyTxt di grande successo è stata quella lanciata per Bayer in Germania, in cui vengono inviate informazioni sul tempo e sui parassiti agli agricoltori, includendo uno slogan pubblicitario su prodotti Bayer e un numero di contatto. Vivendo molto fuori casa, anche i più tecnofobi fra i contadini tedeschi ormai si portano sempre dietro un telefonino e la risposta è stata ottima, tanto che Bayer sta pensando di ampliarla. MindMatics, un'agenzia che opera da Monaco, Bonn e Londra, si è avventurata invece nel campo dei buoni sconto: il buono arriva sotto forma di messaggio e viene poi riscattato alla cassa passando uno scanner sopra lo schermo. Per ora il sistema è stato usato solo da una catena tedesca di negozi di abbigliamento. Con l'ampliamento del mercato, anche le agenzie tradizionali cominciano a sbarcare sul nuovo segmento, alzando la barra della competizione per le specializzate. Il colosso Ogilvy è stato il primo a entrare in questo terreno di caccia finora eslusivo, ma non è l'unica categoria che guarda con interesse al nuovo fenomeno. Anche qualche operatore mobile, come la britannica O2 (ex BT Wireless) che ha già lanciato una campagna per Mars, si stanno organizzando con dei servizi interni. Insomma, come tutti i business che raggiungono una certa maturità, anche qui l'ambiente si sta facendo affollato. Il timore è che se il wireless marketing diventerà onnipresente, la potenza dell'impatto comincerà a calare e potrebbe anche instaurarsi un'irresistibile reazione di rifiuto. Secondo gli ultimi sondaggi della società di consulenza Carat Interactive, i consumatori europei non sarebbero disposti a tollerare più di quattro o cinque contatti al giorno e solo da operatori che hanno prima chiesto il permesso di mandarli. Le comunicazioni che attraggono di più sono le informazioni in tempo reale o i messaggi che offrono opportunità di interazione, come i concorsi a premi o i quiz. Ma il problema dei messaggini è che se diventano irritanti possono scatenare un rigetto molto più potente delle campagne convenzionali. "Dobbiamo assicurarci che la pubblicità sia fatta in modo che non solo rispetti la privacy, evitando lo spamming, ma crei valore aggiunto interessando e divertendo il consumatore", è il motto di Francesco Caselli, amministratore delegato di 12snap Italia. Insomma, sì alla crescita ma con giudizio.

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2 dicembre 2008

Vienna: rifiuti trasformati in calore

Sotto le strade di Vienna corre un labirinto lungo quasi mille chilometri, fatto di tubature interrate fino a 15 metri di profondità. E' il sistema di teleriscaldamento più grande d'Europa e funziona più o meno come qualsiasi circuito interno a un edificio: l'acqua che parte calda dai produttori si raffredda nelle case degli utenti e torna ai produttori per essere nuovamente riscaldata. In questo modo nella fredda Vienna si scaldano 200mila nuclei familiari e cinquemila clienti istituzionali (scuole, ospedali, ministeri…). Fatti i conti, circa metà della popolazione, in una città di 1.600.000 abitanti, risolve così il problema del riscaldamento. "Un quarto del calore che circola in questo sistema - spiega Philipp Krobath, l'ingegnere responsabile del termovalorizzatore di Spittelau - è generato con l'incenerimento delle immondizie". Spittelau macina 250mila tonnellate di rifiuti all'anno. Si tratta naturalmente di "Restmuell", cioè delle immondizie che restano dopo la raccolta differenziata di vetro, metallo, carta e compost (rifiuti organici adatti a essere trasformati in terriccio), destinati invece al riciclaggio. Bruciando questi rifiuti a 800 gradi, come richiesto dalla legge, le due linee dell'inceneritore producono ciascuna 90 tonnellate di vapore all'ora, che vengono condensate e trasferite alla rete del teleriscaldamento. "L'efficienza dell'impianto - fa notare Krobath - è molto alta, supera l'80%, ma naturalmente ci sono periodi dell'anno in cui tutto questo calore non serve. Perciò stiamo studiando la possibilità di produrre freddo invece di caldo, trasformando così il teleriscaldamento in un impianto di climatizzazione durante l'estate. Dal punto di vista tecnico non ci sono problemi, abbiamo già avviato alcune sperimentazioni con successo. Staremo a vedere". L'impianto di Spittelau e il labirinto di tubature sotterranee sono nati insieme: nel '69 il Comune di Vienna ha varato il piano complessivo di smaltimento dei rifiuti, da utilizzare come fonte per il teleriscaldamento. Il sistema ha cominciato a funzionare nel '71 solo per i grandi clienti istituzionali, allargandosi poi via via a tutti i cittadini interessati. "Ancora oggi - precisa Krobath - si continuano a interrare nuovi tubi per servire la città in maniera sempre più capillare". Nel frattempo si è aggiunto un secondo impianto di termovalorizzazione e un terzo sta per essere costruito. Ma Spittelau è il più centrale, a un tiro di schioppo dal Ring e dal "salotto buono" della capitale. "L'impianto di Spittelau - commenta Krobath - è sorto così in centro perché inizialmente si voleva utilizzarlo soprattutto per riscaldare il nuovo ospedale generale, che sta qui accanto. Poi il progetto è stato gradatamente ampliato, fino all'estensione attuale". Non è mancata qualche resistenza da parte della popolazione locale a costruire un inceneritore in una zona così abitata. "Ma i progressi della tecnologia fanno sì che le nostre emissioni nocive siano ormai talmente ridotte, da risultare inferiori a quelle del tubo di scappamento di un camion", puntualizza Krobath. Lo testimonia un grande display che riporta in tempo reale, ad uso e consumo dei passanti, tutti i valori dei gas inquinanti esalati in quel momento dal camino del termovalorizzatore, mettendoli a confronto con i valori consentiti dalla restrittiva legge austriaca (in genere il rapporto è di uno a cento).In più, la multiutility viennese Wiener Stadtwerke, proprietaria dell'impianto, si è sempre sforzata di mantenere vivo il dialogo con la popolazione. Nell'86, sotto il sindaco Helmut Zilk, figura leggendaria della politica austriaca, il termovalorizzatore è stato profondamente rinnovato dal punto di vista tecnologico e ristrutturato dall'architetto Friedensreich Hundertwasser, famoso per i suoi edifici in rigorosa sintonia con l'ambiente, che sembrano usciti da una fiaba di elfi e folletti. "Anche l'occhio vuole la sua parte", si entusiasma Krobath in uno slancio di riconciliazione universale. Così Spittelau non è più una brutta ciminiera puzzolente da cui difendersi e tenersi alla larga, ma attira fra le sue cupole d'oro visitatori dalla città e da tutto il mondo, offre ai bambini le strutture del suo piccolo parco giochi e funge ormai da piacevole luogo d'incontro di quartiere.

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1 dicembre 2008

Google Earth arma segreta per la difesa del pianeta

Vedere per credere. L'evidenza fotografica ha un'abilità unica di trasmettere la realtà concreta del riscaldamento del clima alla gente comune. James Balog, fotogiornalista di grido, ha inserito in Google Earth le immagini delle sue fotocamere di monitoraggio, undici occhi virtuali che registrano lo scioglimento dei ghiacci eterni, dalla Groenlandia al massiccio del Monte Bianco, per rendere consapevole il mondo di quello che sta succedendo, in tempo reale. Il suo è uno dei grandi progetti di tutela ambientale che stanno portando alla ribalta Google Earth come uno strumento fra i più potenti per la difesa del pianeta. Ma ce ne sono altri. Julian Bayliss, uno studioso dei Royal Botanical Gardens inglesi, ha scoperto quest'inverno una vasta regione di foresta vergine in Mozambico, sul monte Mabu, semplicemente esaminando con attenzione le mappe di quel Paese in Google Earth, da cui saltava all'occhio una densa macchia verde ancora inesplorata: la spedizione nata dalle sue scorribande virtuali ha portato alla luce una sacca perduta di biodiversità, con tre nuove specie di farfalle e una rarissima orchidea. Per non parlare del monitoraggio delle emissioni eseguito dal Carbon Dioxide Information Analysis Center, dalla vigilanza sulla deforestazione del World Resources Institute o dello studio del Natural Resources Defence Council sulle aree più adatte a essere sfruttate per la produzione di elettricità da fonti rinnovabili. Il primo lancio di un satellite per usi civili non limitati alle previsioni del tempo risale al 1972, quando la Nasa piazzò in orbita il Landsat per monitorare lo sfruttamento del territorio ad usi agricoli e la desertificazione del pianeta. Da allora ad oggi, sono andati in orbita molti altri satelliti, con una grande varietà di telecamere e di sensori, capaci di penetrare oltre le nuvole, di misurare le temperature sulla superficie terrestre e perfino di percepire il progressivo assottigliamento dei ghiacci artici. Molti Paesi usano i satelliti per sorvegliare il proprio territorio, compreso il Brasile, che ha uno dei sistemi più sofisticati del mondo per il monitoraggio istantaneo della deforestazione, ma non sempre dimostra la volontà politica di bloccarla. Solo dal 2005, però, Google Earth organizza queste immagini e le aggrega con le fotografie aeree e le riproduzioni del territorio in 3D da un'ampia varietà di fonti, per presentarle e renderle accessibili gratuitamente agli utenti della rete. Il linguaggio KLM di programmazione di Google Earth è stato subito identificato dai conservazionisti come il gergo ideale per "interagire" con il pianeta, da un lato utilizzando i dati geospaziali per scoprire le modifiche sul territorio, dall'altro per metterle in evidenza con immagini e informazioni raccolte personalmente, in una vasta impresa collettiva di documentazione. Oggi ne vediamo i primi frutti.

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Illy: un rigassificatore va bene, anzi due

Per un Paese come l' Italia «la carenza di gas è gravissima: già nell' inverno scorso diverse aziende friulane sono state costrette ad interrompere la produzione dalla crisi ucraina. Bisogna assolutamente fare qualcosa perché questo non si ripeta più». Riccardo Illy, governatore del Friuli-Venezia Giulia, ha aderito con slancio alla «giusta volontà del governo di accelerare i tempi», ammettendo che «i terminal di rigassificazione sono l' unico strumento a disposizione nel medio termine». Tanto da prendere in considerazione l' ipotesi di collocarne addirittura due nel Golfo di Trieste. Come mai tanto entusiasmo per questi impianti, che stanno già sollevando delle polemiche tra gli ambientalisti locali? «Nessun entusiasmo pregiudiziale, ma nemmeno contrarietà di principio. Semplicemente facciamo la nostra parte, senza pretese di considerarla esaustiva. Naturalmente prenderemo tutti i provvedimenti necessari per evitare rischi ambientali: abbiamo già chiesto un approfondimento tecnico alle due società che li propongono, Endesa e Gas Natural. Ma si tratta di impianti abbastanza semplici e quindi contiamo di chiudere la partita entro la fine dell' anno». Due terminal in uno specchio d' acqua di queste dimensioni, non le sembra eccessivo? «Guardiamoci un po' intorno, prima di fasciarci la testa: nella baia di Tokyo, lunga 50 chilometri e larga 20, circa il doppio del golfo di Trieste, ce ne stanno cinque, che portano un traffico di 400 navi gasiere l' anno. Pur con un mare meno profondo del nostro, non mi risulta che ci siano problemi». Quali problemi potrebbero dare? «Il gas liquido viene compresso a una temperatura molto bassa e per riportarlo allo stato gassoso bisogna farlo tornare a temperatura ambiente: di solito si usa l' acqua di mare, che si raffredda nel processo. Ma si tratta di una massa d' acqua modesta, che non può certo causare abbassamenti di temperatura in tutto il golfo. E il freddo generato può anche essere sfruttato in qualche altro modo. Per l' impianto di Gas Natural, che dovrebbe sorgere in una zona industriale del porto, vicino a un termovalorizzatore e a un impianto siderurgico, si potrebbero studiare delle sinergie con questi stabilimenti. È un aspetto ancora da studiare». E l' altro impianto dove si collocherebbe? «Il terminal proposto da Endesa è su una piattaforma off-shore. Oltre alla questione del raffreddamento dell' acqua, questo impianto presenta un problema paesaggistico, anche se la dimensione è modesta: non supera il profilo di una nave. In più, c' è l' uso del cloro, che serve a mantenere gli scambiatori di calore sgombri da alghe. Vogliamo capire se si riesce a sostituirlo con qualche altro sistema. Ma anche qui si tratta di quantità veramente irrisorie: usiamo certamente più cloro, in proporzione, per rendere potabile la nostra acqua». Che vantaggi porterebbero questi impianti? «In un Paese che ha scelto il gas come fonte energetica principale, il primo vantaggio consiste nel garantire gli approvvigionamenti. In più, si aumenta la concorrenza, favorendo la diminuzione dei prezzi. E naturalmente c' è anche un vantaggio economico, in termini di posti di lavoro e di entrate nelle casse locali. Per la nostra regione, queste sono considerazioni importanti. Dopo il terremoto del ' 76, il nostro motto è stato: prima ricostruire le fabbriche, poi le case, infine le chiese. Il lavoro viene prima di tutto».

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30 novembre 2008

Eco-riconversioni per superare la crisi

Cinque progetti di riconversione industriale, un trend comune che emerge dal Nord al Sud della penisola: l'energia da fonti rinnovabili è il nuovo Eldorado, ricco di sussidi pubblici e di prospettive di sviluppo, su cui le imprese italiane puntano per susperare la crisi. Le eco-riconversioni ormai non si contano e i casi illustrati qui sono solo alcuni esempi di una vera e propria rivoluzione industriale in atto, che sta trasformando il tessuto produttivo del Paese. Basta fare alcuni numeri per rendersene conto. Con oltre 140 MW fotovoltaici installati e un giro d'affari sugli 800 milioni di euro solo nel 2008, in Italia il solare ha messo a segno un tasso di crescita del 500% rispetto all'anno precedente. E le prospettive di crescita, dati i generosi incentivi del conto energia entrati in vigore l'anno scorso, sono esponenziali. Nel 2009 si prevede l'installazione di altri 250 MW fotovoltaici, con un fatturato di 1.200 milioni. Un discorso analogo si può fare per l'eolico, in crescita quest'anno dai 2.700 MW installati a fine 2007 ai 3.400 previsti a fine 2008, con potenzialità di raddoppio entro il 2012, malgrado i tempi lunghissimi delle autorizzazioni. Per i biocarburanti, l'obbligo di miscelazione al 2% nel 2008 fino al 5,75% nel 2010, entrato in vigore ad aprile, sta causando un analogo boom, che coinvolge anche il settore agricolo. E questi dati descrivono solo lo sbocco a valle della filiera. Ma si sta mettendo in moto qualcosa anche a monte. Sorgono impianti di produzione di celle fotovoltaiche, parte lo sviluppo di pannelli cosiddetti "organici", che fanno a meno del silicio – con la innovativa joint venture fra Erg e PermasteelIsa - e si fa strada un primo tentativo di sfornare anche in Italia del silicio policristallino (la materia prima necessaria per le celle) da parte di Silfab, un'azienda fondata nel 2007 che ha già raccolto 84 milioni d'investimento da due partner asiatici, per cominciare a produrre nel 2009 in uno stabilimento a Borgofranco d'Ivrea. Sul fronte dell'eolico, il colosso danese Vestas ha inaugurato in aprile una nuova linea di produzione di aerogeneratori vicino a Taranto. Per i biocarburanti, il progetto Mambo di Assocostieri è all'avanguardia nell'estrazione di olio dalle microalghe su scala industriale. In pratica, è un intero comparto che nasce e prende il posto di altre produzioni ormai decotte.

PRIOLO
Chiusure e dismissioni degli stabilimenti petrolchimici - che negli anni Sessanta avevano portato nel Siracusano sviluppo economico e drammatiche conseguenze ambientali - lasciano oggi spazio per nuove produzioni. In questo processo s’inserisce il progetto di una raffineria di biodiesel della famiglia di petrolieri romani Jacorossi: l’impianto Ecoil produrrà, per un investimento di 33 milioni di euro, 200mila tonnellate di biodiesel all’anno e soddisferà così l’obbligo di miscelazione di tutto il carburante utilizzato in Sicilia. Occuperà 21 addetti e farà da terminale a una filiera agricola di 400mila ettari di piante oleaginose, generando almeno altri 300 posti di lavoro. Non avrà impatti sul suolo o sulle acque né emissioni in atmosfera, essendo biodegradabili sia la materia prima sia i prodotti.

RUSSI

La riforma comunitaria dell’industria saccarifera comporta la chiusura degli zuccherifici Eridania Sadam - che producevano circa la metà dello zucchero italiano - e la necessità di riconvertire ad altre produzioni le aree dedicate alla bieticoltura. Gli zuccherifici di Russi (Ravenna), Avezzano (L’Aquila), Castiglion Fiorentino (Arezzo), Fermo e Villasor (Cagliari), verranno riconvertiti in centrali alimentate a biomasse e oli vegetali per la produzione di energia elettrica (potenza complessiva 164 MW) dalla società PowerCrop, una joint venture fra il gruppo Falck e il gruppo Maccaferri, proprietario degli zuccherifici originari. La riconversione, con entrata in esercizio nel 2011, comporterà un investimento di 5-600 milioni complessivi e il mantenimento di 70-80 posti di lavoro per ogni impianto, oltre all’indotto agricolo.

CAIRO MONTENOTTE

Grazie a un investimento di 30 milioni di euro dell’armatore genovese Messina, l’ex Ferrania si trasformerà in Ferrania Solis e produrrà celle, moduli e impianti fotovoltaici con fornitura “chiavi in mano”. Storica produttrice di materiale fotografico, Ferrania è in crisi come tutte le aziende del comparto, da Kodak a Polaroid: l’attività è ormai ridotta al minimo e su 450 dipendenti, 300 sono in cassa integrazione. E’ stata recentemente acquistata da una cordata composta da Messina, Malacalza e Gavio, ma in luglio il gruppo Messina ha rilevato le quote degli altri due per realizzare uno stabilimento di pannelli, di cui in Italia c’è fortissima domanda. Inizialmente, Ferrania Solis occuperà direttamente una settantina di persone.

SCANDICCI
L’impianto ex-Electrolux passa dai frigoriferi al fotovoltaico e all’eolico. Con un investimento di 45 milioni in tre anni Energia Futura, società controllata dal fondo italo-americano Mercatech e dalla famiglia Lanari, la produzione verrà riconvertita in 3 linee produttive per l’assemblaggio di pannelli fotovoltaici e una linea di fabbricazione di rotori eolici. I 370 lavoratori saranno reimpiegati in scaglioni tra gennaio 2009 e il terzo trimestre del 2010. Energia Futura è attiva in tutte le fonti rinnovabili: fotovoltaico (sta costruendo in Sicilia l’impianto più grande d’Europa), termodinamico (partecipa agli studi Enea per il progetto Archimede), idroelettrico, eolico e biomasse.

MARZABOTTO
L’idea di un polo energetico sulle ceneri della cartiera Burgo di Marzabotto nasce dal progetto di Dufenergy, braccio energetico del gruppo acciaiero Duferco, d’installare una serie di impianti specializzati nella produzione di energia per i picchi di domanda. Sui 12 ettari occupati dalla cartiera - un impianto di produzione ad altissimo impatto ambientale già abbandonato e quindi destinato al progressivo degrado – saranno installati diversi impianti energetici di piccola taglia, fra cui un campo fotovoltaico, una centralina idroelettrica e un ciclo combinato a gas, per una potenza complessiva di 60 MW.

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Eco-riconversioni per superare la crisi

Cinque progetti di riconversione industriale, un trend comune che emerge dal Nord al Sud della penisola: l'energia da fonti rinnovabili è il nuovo Eldorado, ricco di sussidi pubblici e di prospettive di sviluppo, su cui le imprese italiane puntano per susperare la crisi. Le eco-riconversioni ormai non si contano e i casi illustrati qui sono solo alcuni esempi di una vera e propria rivoluzione industriale in atto, che sta trasformando il tessuto produttivo del Paese. Basta fare alcuni numeri per rendersene conto. Con oltre 140 MW fotovoltaici installati e un giro d'affari sugli 800 milioni di euro solo nel 2008, in Italia il solare ha messo a segno un tasso di crescita del 500% rispetto all'anno precedente. E le prospettive di crescita, dati i generosi incentivi del conto energia entrati in vigore l'anno scorso, sono esponenziali. Nel 2009 si prevede l'installazione di altri 250 MW fotovoltaici, con un fatturato di 1.200 milioni. Un discorso analogo si può fare per l'eolico, in crescita quest'anno dai 2.700 MW installati a fine 2007 ai 3.400 previsti a fine 2008, con potenzialità di raddoppio entro il 2012, malgrado i tempi lunghissimi delle autorizzazioni. Per i biocarburanti, l'obbligo di miscelazione al 2% nel 2008 fino al 5,75% nel 2010, entrato in vigore ad aprile, sta causando un analogo boom, che coinvolge anche il settore agricolo. E questi dati descrivono solo lo sbocco a valle della filiera. Ma si sta mettendo in moto qualcosa anche a monte. Sorgono impianti di produzione di celle fotovoltaiche, parte lo sviluppo di pannelli cosiddetti "organici", che fanno a meno del silicio – con la innovativa joint venture fra Erg e PermasteelIsa - e si fa strada un primo tentativo di sfornare anche in Italia del silicio policristallino (la materia prima necessaria per le celle) da parte di Silfab, un'azienda fondata nel 2007 che ha già raccolto 84 milioni d'investimento da due partner asiatici, per cominciare a produrre nel 2009 in uno stabilimento a Borgofranco d'Ivrea. Sul fronte dell'eolico, il colosso danese Vestas ha inaugurato in aprile una nuova linea di produzione di aerogeneratori vicino a Taranto. Per i biocarburanti, il progetto Mambo di Assocostieri è all'avanguardia nell'estrazione di olio dalle microalghe su scala industriale. In pratica, è un intero comparto che nasce e prende il posto di altre produzioni ormai decotte.
PRIOLO
Chiusure e dismissioni degli stabilimenti petrolchimici - che negli anni Sessanta avevano portato nel Siracusano sviluppo economico e drammatiche conseguenze ambientali - lasciano oggi spazio per nuove produzioni. In questo processo s’inserisce il progetto di una raffineria di biodiesel della famiglia di petrolieri romani Jacorossi: l’impianto Ecoil produrrà, per un investimento di 33 milioni di euro, 200mila tonnellate di biodiesel all’anno e soddisferà così l’obbligo di miscelazione di tutto il carburante utilizzato in Sicilia. Occuperà 21 addetti e farà da terminale a una filiera agricola di 400mila ettari di piante oleaginose, generando almeno altri 300 posti di lavoro. Non avrà impatti sul suolo o sulle acque né emissioni in atmosfera, essendo biodegradabili sia la materia prima sia i prodotti.
RUSSI
La riforma comunitaria dell’industria saccarifera comporta la chiusura degli zuccherifici Eridania Sadam - che producevano circa la metà dello zucchero italiano - e la necessità di riconvertire ad altre produzioni le aree dedicate alla bieticoltura. Gli zuccherifici di Russi (Ravenna), Avezzano (L’Aquila), Castiglion Fiorentino (Arezzo), Fermo e Villasor (Cagliari), verranno riconvertiti in centrali alimentate a biomasse e oli vegetali per la produzione di energia elettrica (potenza complessiva 164 MW) dalla società PowerCrop, una joint venture fra il gruppo Falck e il gruppo Maccaferri, proprietario degli zuccherifici originari. La riconversione, con entrata in esercizio nel 2011, comporterà un investimento di 5-600 milioni complessivi e il mantenimento di 70-80 posti di lavoro per ogni impianto, oltre all’indotto agricolo.
CAIRO MONTENOTTE
Grazie a un investimento di 30 milioni di euro dell’armatore genovese Messina, l’ex Ferrania si trasformerà in Ferrania Solis e produrrà celle, moduli e impianti fotovoltaici con fornitura “chiavi in mano”. Storica produttrice di materiale fotografico, Ferrania è in crisi come tutte le aziende del comparto, da Kodak a Polaroid: l’attività è ormai ridotta al minimo e su 450 dipendenti, 300 sono in cassa integrazione. E’ stata recentemente acquistata da una cordata composta da Messina, Malacalza e Gavio, ma in luglio il gruppo Messina ha rilevato le quote degli altri due per realizzare uno stabilimento di pannelli, di cui in Italia c’è fortissima domanda. Inizialmente, Ferrania Solis occuperà direttamente una settantina di persone.
SCANDICCI
L’impianto ex-Electrolux passa dai frigoriferi al fotovoltaico e all’eolico. Con un investimento di 45 milioni in tre anni Energia Futura, società controllata dal fondo italo-americano Mercatech e dalla famiglia Lanari, la produzione verrà riconvertita in 3 linee produttive per l’assemblaggio di pannelli fotovoltaici e una linea di fabbricazione di rotori eolici. I 370 lavoratori saranno reimpiegati in scaglioni tra gennaio 2009 e il terzo trimestre del 2010. Energia Futura è attiva in tutte le fonti rinnovabili: fotovoltaico (sta costruendo in Sicilia l’impianto più grande d’Europa), termodinamico (partecipa agli studi Enea per il progetto Archimede), idroelettrico, eolico e biomasse.
MARZABOTTO
L’idea di un polo energetico sulle ceneri della cartiera Burgo di Marzabotto nasce dal progetto di Dufenergy, braccio energetico del gruppo acciaiero Duferco, d’installare una serie di impianti specializzati nella produzione di energia per i picchi di domanda. Sui 12 ettari occupati dalla cartiera - un impianto di produzione ad altissimo impatto ambientale già abbandonato e quindi destinato al progressivo degrado – saranno installati diversi impianti energetici di piccola taglia, fra cui un campo fotovoltaico, una centralina idroelettrica e un ciclo combinato a gas, per una potenza complessiva di 60 MW.

Via la cravatta per risparmiare energia

Via la cravatta. Per l'Eni è questa la parola d'ordine dell'estate. L’iniziativa, nata due anni fa, consiste nel sollecitare i dipendenti a un abbigliamento meno rigoroso in ufficio, con l’obiettivo di risparmiare energia. I risultati dell’iniziativa lo scorso anno sono stati molto positivi: alzando di un grado la temperatura interna dei suoi uffici, il Cane a sei zampe ha ottenuto un risparmio di energia elettrica di 302.000 kilowattora, pari a una diminuzione dei consumi di energia elettrica per climatizzazione del 9% e a una riduzione delle emissioni di anidride carbonica di circa 175 tonnellate. Il risparmio economico derivato dall’iniziativa è stato investito in progetti di sostenibilità, nell'ambito di un impegno per l’efficienza energetica che è stato anche oggetto di una vasta campagna pubblicitaria, volta a spingere le famiglie italiane verso un consumo più razionale delle risorse energetiche. Ma l'Eni non è un caso isolato. Incoraggiare i dipendenti a togliere la cravatta in ufficio è una metafora per affrontare un argomento decisamente concreto, la sensibilizzazione sul tema dei consumi attribuibili all’uso smodato dei condizionatori d’aria durante i mesi estivi. In Spagna, dopo che un'azienda importante come Acciona ha raccomandato ai suoi 4.000 dipendenti un abbigliamento informale, è lo stesso governo a lavorare a un pacchetto di misure di risparmio energetico da proporre a tutti gli spagnoli. In Inghilterra il look tradizionale dell'uomo d'affari è mutato e non è difficile incontrare gli gnomi della finanza che si aggirano per la City in maniche di camicia. In Giappone è stata varata la campagna "cool biz", lanciata due anni fa dall'ex premier Junichiro Koizumi, che ha inaugurato il nuovo stile casual per i dipendenti pubblici e ha fatto risparmiare al Giappone 70 milioni di kilowattora. In Cina è stato il segretario Hu Jintao in persona a chiedere di indossare solo una camicia a maniche corte.

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Nucleare? Il modello giusto è finlandese

Nucleare, sì grazie. Nel dibattito sempre più acceso sull' eccessiva dipendenza del nostro Paese dagli idrocarburi, si stacca dal rumore di fondo una proposta: consorziamoci. Di fronte alle riserve del ministro dello Sviluppo economico Pier Luigi Bersani, che invita i nuclearisti a «fare due conti» invece di dare tutte le responsabilità agli ostacoli politici, per la prima volta alcuni industriali italiani scendono sul piano pratico, ispirandosi al modello finlandese, dove la corsa al nucleare è già ripresa da anni con un reattore in costruzione e altri due in progetto. «Un intervento di consorzio su uno o due impianti nucleari di nuova generazione in Italia mi sembra fattibile - propone Giuliano Zuccoli, presidente di Edison e capo operativo di Aem Milano, oltre che della nuova superutility del Nord insieme ad Asm Brescia -. Il mio gruppo - sostiene Zuccoli - sta cercando di raccogliere le compagnie elettriche su questo progetto. La logica suggerisce di unire le forze: ma ci vuole un consenso generalizzato, perché se qualcuno resta fuori si metterà a fare opposizione». Gli fa eco Giuseppe Pasini, amministratore delegato del gruppo Feralpi e presidente di Federacciai: «Qualsiasi iniziativa si apra sul nucleare, noi acciaieri saremo disponibili a partecipare, per abbattere i costi del kilowattora e aumentare la sicurezza degli approvvigionamenti». «Non si può puntare solo sulle fonti rinnovabili, ancora troppo poco efficienti - fa notare Pasini -. Ma per smussare l' opposizione dell' opinione pubblica al nucleare, basata su informazioni sbagliate, ci deve venire incontro la politica». La politica, per ora, sta a guardare. «Cominciare oggi da zero un programma nucleare - ipotizza Bersani - significherebbe mettere in bolletta una quota di prezzo molto alta: non si può discutere di nucleare, come di qualsiasi altro progetto, senza conti alla mano». È proprio questo che le imprese elettriche italiane e le industrie più energivore stanno facendo, insieme. Zuccoli vede bene il modello finlandese proprio per il vasto consenso che è riuscito a raccogliere nel Paese, dove le comunità locali si contendono i nuovi impianti, considerati un volano per lo sviluppo tecnologico del territorio. Un' alleanza di sessanta produttori, distributori e consumatori di elettricità ha consentito di finanziare la nuova centrale, che entrerà in funzione nel 2010, senza alcun costo aggiuntivo sulla bolletta elettrica e senza sussidi statali. «Solo un sodalizio di questo tipo può far uscire l' Italia dal vicolo cieco in cui si è cacciata, ma la scelta va fatta oggi, se non vogliamo che domani i nostri figli ci maledicano», insiste Zuccoli, che prevede uno scenario devastante per l' Italia da qui a dieci anni senza l' opzione nucleare: «Avremo molto più inquinamento che all' estero, l' energia sarà più cara e l' approvvigionamento più incerto». Per realizzare il suo progetto, Zuccoli punta alla collaborazione con partner internazionali: il pensiero è alla svizzera Atel, di cui Aem detiene il 5,8%, ma anche ai francesi di Edf, attraverso Edison. «Bisogna inserirsi nella rinascita del nucleare - sottolinea Zuccoli - ora che l' industria europea si sta muovendo per rimpiazzare le centrali obsolete, come in Francia o in Finlandia». La novità del modello finlandese sta nella capacità di coniugare i costi del nucleare con un sistema elettrico europeo pienamente liberalizzato, senza favoritismi da parte dello Stato o pianificazioni di stile sovietico. «L' esperienza finlandese - spiega Alessandro Clerici, presidente del gruppo di lavoro del World Energy Council sul futuro del nucleare in Europa e coordinatore della task force confindustriale sull' efficienza energetica - parte dalla fondazione di Tvo, formazione di una società senza scopo di lucro cui partecipano 60 imprese della domanda e dell' offerta, impegnandosi a prelevare ciascuna pro quota tutta l' energia prodotta dal nuovo impianto di Olkiluoto con dei contratti take or pay di lungo termine».

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Joi Ito

Non sono in molti a potersi vantare di aver buttato i libri alle ortiche per ben due volte. Joi Ito, venture capitalist fra i più arditi della New Economy, è uno di loro: ha abbandonato prima la Tufts University e poi l'università di Chicago per fare il dj a Tokio. Definito dal World Economic Forum come uno dei 100 leader del futuro, Joi è un consulente, manager e attivista fra i più interessanti della cultura digitale. Nato a Kyoto 39 anni fa ma educato negli Stati Uniti, Joi è tornato in patria da adolescente e ha costruito il suo successo agli albori di Internet in Giappone, dove ha fondato Neoteny, società di venture capital con cui ha raccolto finanziamenti per 20 milioni di dollari. E' stato fra i primi a investire nei blog e nei wiki, creando Six Apart, una software house specializzata che presiede tuttora, Technocrati, il principale indice di weblog con 7 milioni di utenti, e SocialText, un'impresa dedicata a integrare l'idea dei wiki nei software aziendali. E' consulente del governo giapponese e membro del board di Icann, la più importante autorità regolatrice del web. Ma soprattutto è impegnato nel sostegno della conoscenza condivisa attraverso il suo blog ed è stato uno dei fondatori di Creative Commons (www.creativecommons.it), l'organizzazione inventata dal giurista di Stanford Lawrence Lessig, per ridefinire la concezione di proprietà intellettuale nell'era digitale.
In che cosa consiste la sharing economy? Quale modello di business si può creare con la condivisione delle risorse in rete?
“La sharing economy non vuole distruggere i modelli di business dell'economia tradizionale, ma trovare un suo spazio al suo fianco. Nella fotografia amatoriale, per esempio, chiunque può scattare una fotografia e se è vero che le gallerie non guadagnano nulla, è comunque un settore che ha alle spalle un grande business, decisamente maggiore di quello della fotografia professionale. Allo stesso modo, ci sono diversi soggetti economici nella sharing economy: i produttori di software e di hardware e chi fornisce l’infrastruttura. Quindi non si guadagna più sul copyright, ma sugli strumenti che permettono alle persone di creare contenuti e di condividerli. L’industria che produce contenuti protetti da copyright non scomparirà, così come non è scomparso il segmento della fotografia professionale, ma si stabiliranno nuovi rapporti e nuovi equilibri. Io non credo che bisognerebbe permettere la condivisione di materiale sotto copyright, ma sono convinto che occorra consentire alle persone di condividere i contenuti prodotti da loro stessi”.
Ma i blog dei singoli, ad esempio, non hanno un marchio consolidato che permetta ai lettori di valutarli, nel bene e nel male. Come si risolvono questi problemi di valutazione?
“La questione si sta evolvendo, ma ci sono essenzialmente due meccanismi che determinano la valutazione dei blog. Il primo è la reputazione e già oggi un blogger ben conosciuto probabilmente ha una reputazione pari a quella di un redattore di un quotidiano. Ma esiste anche un secondo modello di autorevolezza online, incarnato tipicamente da Wikipedia, dato dal fatto che gli articoli, anonimi, devono riuscire a sopravvivere alla lettura di centinaia di migliaia di persone, con un meccanismo molto democratico. Quindi dei metodi alternativi esistono, oggi non conta più solo il marchio di una testata con un centinaio di anni di storia alle spalle e io credo che il pubblico si abituerà a sfruttare sia il modello della reputazione tipico dei blog, sia il modello anonimo e democratico di Wikipedia”.
Lei parla di una classe creativa universale che incarna questa nuovo modello di economia condivisa. Da come la descrive lei sembrerebbe un gruppo molto omogeneo, ma ci saranno pure differenze culturali fra queste persone a seconda della provenienza...
"Naturalmente le differenze ci sono. Ad esempio Internet e i blog sono molto di moda negli Stati Uniti, in Cina, in Iran e in Polonia. Oltre 200 milioni di americani hanno un indirizzo di posta elettronica e una ventina di milioni hanno un blog, mentre in Germania o in Italia molta gente non sa nemmeno che cosa sono. In alcuni Paesi asiatici e in Israele ci sono ormai più telefonini che persone. In Europa, invece, la televisione digitale è a uno stadio molto più avanzato che altrove. Ma la convergenza fra queste varie piattaforme è ormai talmente sviluppata che le diverse categorie cominciano a sovrapporsi e i consumatori di punta dei vari generi rientrano nello stesso calderone comune. Si forma così una classe sovranazionale, che secondo le stime più attendibili in Europa arriva a circa 35 milioni di persone mentre negli Stati Uniti sfiora i 40 milioni, con molte caratteristiche comuni. Ci sono più similitudini, ad esempio, fra i bloggers americani e iraniani che non tra gli abitanti dello stesso Paese che usano o non usano Internet".
Qual'è la funzione di questa classe creativa?
"Di fare da apripista ai consumi culturali e tecnologici del futuro. In generale si tratta di opinion leader, molto interessati alle novità ma con una spiccata tendenza al pensiero autonomo, alla creazione e allo scambio di contenuti piuttosto che alla fruizione passiva. Quindi con loro non funziona il normale ciclo di produzione: sviluppare nuove idee e nuovi prodotti per poi calarli dall'alto sul mercato con forti investimenti pubblicitari per diffonderli. Con questo target invece funziona meglio il procedimento contrario: bisogna indagare le mode e le necessità di questa gente e sviluppare prodotti che le soddisfino. In questo modo non serve investire cifre colossali in pubblicità: basta il passaparola, con cui si ottiene una diffusione molto più efficace spendendo poco".
Procedimento molto complesso. Proviamo a fare un esempio...
"La nascita dell'I-Mode è un buon esempio. La madre di questo sistema che ha rivoluzionato il mondo della telefonia cellulare si chiama Mari Matsunaga ed è una top manager di Ntt DoCoMo. Nei primi anni Novanta, Mari ha osservato come i ragazzini giapponesi si scambiassero messaggi usando i codici numerici dei cercapersone, gli antenati dei telefonini. Il primo pensiero è stato di creare uno strumento che rispondesse meglio alle loro esigenze e così è nato un sistema di messaggistica con le lettere dell'alfabeto, che facilitava molto le comunicazioni e ha avuto un successo istantaneo. Oggi Ntt fattura 8 miliardi di euro solo sul traffico I-Mode".
Dunque partire dal basso e far circolare le idee. Ma come la mettiamo con il copyright?
"Il problema della proprietà intellettuale è la questione fondamentale da risolvere: è la ragione principale per cui i media tradizionali non riescono a comunicare con questa classe creativa. Per cogliere lo spirito del tempo c'è bisogno di grande flessibilità e di grande libertà, altrimenti si rischia di soffocare la creatività dei singoli. Le normative vigenti in materia di copyright e i regolamenti fissi sulle architetture dei diversi sistemi di comunicazione non tengono conto di questi nuovi modelli di fruizione e finiscono per ostacolare l'emergere di killer application per i dispositivi mobili di nuova generazione, per la televisione interattiva e per tutti gli altri sistemi di comunicazione digitale".
Quindi?
"Quindi le media companies tradizionali devono convincersi che conviene anche a loro mettere in circolazione liberamente almeno una parte dei contenuti proprietari".

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