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9 dicembre 2008
Croazia, nuova frontiera della rete
La Borsa elettrica non scalda gli operatori
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Snam: nessuna fusione con Terna
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8 dicembre 2008
Vendola: rigassificatori a Brindisi mai
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7 dicembre 2008
Slovacchia: l'Enel in un vicolo cieco?
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6 dicembre 2008
Skype, alle volte ritornano
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5 dicembre 2008
Auto mangiapetrolio: stiamo salvando un cadavere?
GERMANIA E ITALIA Ma questo è solo il primo passo. La cancelliera tedesca Angela Merkel è sottoposta a un pressione fortissima in queste settimane da parte dei governatori regionali più coinvolti nei tagli occupazionali che stanno colpendo il settore anche in Germania. Chiedono a gran voce un pacchetto di aiuti simile a quello varato in Francia. E Sergio Marchionne, capo della Fiat, l'ha detto chiaro: gli aiuti devono essere per tutti o per nessuno, altrimenti si introduce uno squilibrio industriale nel mercato, che falsa la concorrenza. Il problema dei finanziamenti statali all'industria è proprio questo: in un mercato così globalizzato, appena un Paese li concede sono costretti ad andarci dietro anche gli altri, altrimenti l'industria nazionale rischia di rimanere l'unica strangolata dalla crisi globale. Lo stesso discorso vale anche per gli americani.
LE BIG THREE CON IL CAPPELLO IN MANO Che tristezza vedere i vertici di General Motors, Chrysler e Ford, una volta potentissimi, elemosinare aiuti federali davanti al Congresso, facendo leva sul ricatto morale dei posti di lavoro che andrebbero perduti e del disastro sociale che si abbatterebbe su Detroit. Tutto vero, ma qualcuno dovrebbe chiedergli perché non ci hanno pensato prima ai posti di lavoro che stavano distruggendo, quando continuavano a sfornare Suv e auto di vecchia concezione per un mercato che prima o poi si sarebbe saturato (e loro lo sapevano). Perché non hanno cercato di imitare i giapponesi, che hanno investito su motori di nuova generazione, per esempio? Non sapevano che prima o poi il petrolio avrebbe creato qualche problema? Patetica anche l’offerta dei manager di ridurre il loro stipendio a un dollaro al giorno se si approvasse il salvataggio. Ma fino a ieri quanti soldi guadagnavano? Ora il Congresso deve decidere se sborsare i 34 miliardi di aiuti pubblici che chiedono. Ma c'è chi dubita che bastino. General Motors, la più grossa, è messa malissimo. Chiede una linea di finanziamento immediata di 4 miliardi e altri 8 nel primo trimestre del 2009, solo per sfuggire alla bancarotta. Il suo capo Rick Wagoner ha detto alla Commissione bancaria del Senato che il tempo a disposizione per salvare il gigante di Detroit è ormai agli sgoccioli, l'ossigeno finanziario può durare solo fino alla fine dell'anno.
MA E' GIUSTO? Le crisi hanno questo di salutare: servono anche a far morire aziende vecchie o produzioni obsolete per le quali la domanda scarseggia. Riaccendere questa domanda artificialmente con aiuti pubblici è spesso dannoso. Il presidente Barack Obama è molto legato all'industria automobilistica: Michigan e Illinois sono Stati contigui e sui Grandi Laghi la solidarietà con i lavoratori dell'auto è un luogo comune. Ma è giusto resuscitare a colpi di trasfusioni di sangue, spremuto dal bilancio federale, un gruppo di colossi industriali che hanno sbagliato a fare i conti con la storia?
LE ORIGINI Basta rileggersi le origini dell'industria automobilistica americana per capire quanto sia importante per i governi schierarsi dalla parte giusta dei processi storici, facilitando il passaggio dal vecchio al nuovo. Cent'anni fa, Ford e GM erano i pionieri di un'industria che ancora non esisteva. Con la loro capacità di mettersi al servizio delle masse, hanno travolto una pletora di marchi creati solo per il jet set dai rampolli dell'alta borghesia di Detroit, che non avevano capito i bisogni dei contadini e dei commercianti: volevano un'auto anche loro, ma non potevano permettersi le Packard, le Wayne, le Willys-Overland, le King o le Studebaker. Tutte aziende che in breve sono state spazzate via dalle catene di montaggio di Henry Ford e dalla formidabile segmentazione introdotta in General Motors da Alfred Sloan, l'inventore di quel sistema progressivo di marchi a qualità e prezzo crescente - al servizio della mobilità sociale americana - ancora oggi prevalente nell'industria automobilistica mondiale. Mettersi di traverso non serve a niente, si rischia solo di buttare fondi federali nella fossa già scavata per ospitare un cadavere. Illustre quanto si vuole, ma pur sempre un cadavere.
La storia infinita delle scorie nucleari
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4 dicembre 2008
Slovacchia atomica per l'Enel
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Wifi, eppur si muove
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3 dicembre 2008
La caduta degli amministratori delegati
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Cellulari, nuova frontiera della pubblicità
Etichette: telecomunicazioni
2 dicembre 2008
Vienna: rifiuti trasformati in calore
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1 dicembre 2008
Google Earth arma segreta per la difesa del pianeta
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Illy: un rigassificatore va bene, anzi due
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30 novembre 2008
Eco-riconversioni per superare la crisi
Cinque progetti di riconversione industriale, un trend comune che emerge dal Nord al Sud della penisola: l'energia da fonti rinnovabili è il nuovo Eldorado, ricco di sussidi pubblici e di prospettive di sviluppo, su cui le imprese italiane puntano per susperare la crisi. Le eco-riconversioni ormai non si contano e i casi illustrati qui sono solo alcuni esempi di una vera e propria rivoluzione industriale in atto, che sta trasformando il tessuto produttivo del Paese. Basta fare alcuni numeri per rendersene conto. Con oltre 140 MW fotovoltaici installati e un giro d'affari sugli 800 milioni di euro solo nel 2008, in Italia il solare ha messo a segno un tasso di crescita del 500% rispetto all'anno precedente. E le prospettive di crescita, dati i generosi incentivi del conto energia entrati in vigore l'anno scorso, sono esponenziali. Nel 2009 si prevede l'installazione di altri 250 MW fotovoltaici, con un fatturato di 1.200 milioni. Un discorso analogo si può fare per l'eolico, in crescita quest'anno dai 2.700 MW installati a fine 2007 ai 3.400 previsti a fine 2008, con potenzialità di raddoppio entro il 2012, malgrado i tempi lunghissimi delle autorizzazioni. Per i biocarburanti, l'obbligo di miscelazione al 2% nel 2008 fino al 5,75% nel 2010, entrato in vigore ad aprile, sta causando un analogo boom, che coinvolge anche il settore agricolo. E questi dati descrivono solo lo sbocco a valle della filiera. Ma si sta mettendo in moto qualcosa anche a monte. Sorgono impianti di produzione di celle fotovoltaiche, parte lo sviluppo di pannelli cosiddetti "organici", che fanno a meno del silicio – con la innovativa joint venture fra Erg e PermasteelIsa - e si fa strada un primo tentativo di sfornare anche in Italia del silicio policristallino (la materia prima necessaria per le celle) da parte di Silfab, un'azienda fondata nel 2007 che ha già raccolto 84 milioni d'investimento da due partner asiatici, per cominciare a produrre nel 2009 in uno stabilimento a Borgofranco d'Ivrea. Sul fronte dell'eolico, il colosso danese Vestas ha inaugurato in aprile una nuova linea di produzione di aerogeneratori vicino a Taranto. Per i biocarburanti, il progetto Mambo di Assocostieri è all'avanguardia nell'estrazione di olio dalle microalghe su scala industriale. In pratica, è un intero comparto che nasce e prende il posto di altre produzioni ormai decotte.
PRIOLO
Chiusure e dismissioni degli stabilimenti petrolchimici - che negli anni Sessanta avevano portato nel Siracusano sviluppo economico e drammatiche conseguenze ambientali - lasciano oggi spazio per nuove produzioni. In questo processo s’inserisce il progetto di una raffineria di biodiesel della famiglia di petrolieri romani Jacorossi: l’impianto Ecoil produrrà, per un investimento di 33 milioni di euro, 200mila tonnellate di biodiesel all’anno e soddisferà così l’obbligo di miscelazione di tutto il carburante utilizzato in Sicilia. Occuperà 21 addetti e farà da terminale a una filiera agricola di 400mila ettari di piante oleaginose, generando almeno altri 300 posti di lavoro. Non avrà impatti sul suolo o sulle acque né emissioni in atmosfera, essendo biodegradabili sia la materia prima sia i prodotti.
RUSSI La riforma comunitaria dell’industria saccarifera comporta la chiusura degli zuccherifici Eridania Sadam - che producevano circa la metà dello zucchero italiano - e la necessità di riconvertire ad altre produzioni le aree dedicate alla bieticoltura. Gli zuccherifici di Russi (Ravenna), Avezzano (L’Aquila), Castiglion Fiorentino (Arezzo), Fermo e Villasor (Cagliari), verranno riconvertiti in centrali alimentate a biomasse e oli vegetali per la produzione di energia elettrica (potenza complessiva 164 MW) dalla società PowerCrop, una joint venture fra il gruppo Falck e il gruppo Maccaferri, proprietario degli zuccherifici originari. La riconversione, con entrata in esercizio nel 2011, comporterà un investimento di 5-600 milioni complessivi e il mantenimento di 70-80 posti di lavoro per ogni impianto, oltre all’indotto agricolo.
CAIRO MONTENOTTE
Grazie a un investimento di 30 milioni di euro dell’armatore genovese Messina, l’ex Ferrania si trasformerà in Ferrania Solis e produrrà celle, moduli e impianti fotovoltaici con fornitura “chiavi in mano”. Storica produttrice di materiale fotografico, Ferrania è in crisi come tutte le aziende del comparto, da Kodak a Polaroid: l’attività è ormai ridotta al minimo e su 450 dipendenti, 300 sono in cassa integrazione. E’ stata recentemente acquistata da una cordata composta da Messina, Malacalza e Gavio, ma in luglio il gruppo Messina ha rilevato le quote degli altri due per realizzare uno stabilimento di pannelli, di cui in Italia c’è fortissima domanda. Inizialmente, Ferrania Solis occuperà direttamente una settantina di persone.
SCANDICCI
L’impianto ex-Electrolux passa dai frigoriferi al fotovoltaico e all’eolico. Con un investimento di 45 milioni in tre anni Energia Futura, società controllata dal fondo italo-americano Mercatech e dalla famiglia Lanari, la produzione verrà riconvertita in 3 linee produttive per l’assemblaggio di pannelli fotovoltaici e una linea di fabbricazione di rotori eolici. I 370 lavoratori saranno reimpiegati in scaglioni tra gennaio 2009 e il terzo trimestre del 2010. Energia Futura è attiva in tutte le fonti rinnovabili: fotovoltaico (sta costruendo in Sicilia l’impianto più grande d’Europa), termodinamico (partecipa agli studi Enea per il progetto Archimede), idroelettrico, eolico e biomasse.
MARZABOTTO
L’idea di un polo energetico sulle ceneri della cartiera Burgo di Marzabotto nasce dal progetto di Dufenergy, braccio energetico del gruppo acciaiero Duferco, d’installare una serie di impianti specializzati nella produzione di energia per i picchi di domanda. Sui 12 ettari occupati dalla cartiera - un impianto di produzione ad altissimo impatto ambientale già abbandonato e quindi destinato al progressivo degrado – saranno installati diversi impianti energetici di piccola taglia, fra cui un campo fotovoltaico, una centralina idroelettrica e un ciclo combinato a gas, per una potenza complessiva di 60 MW.
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Eco-riconversioni per superare la crisi
PRIOLO Chiusure e dismissioni degli stabilimenti petrolchimici - che negli anni Sessanta avevano portato nel Siracusano sviluppo economico e drammatiche conseguenze ambientali - lasciano oggi spazio per nuove produzioni. In questo processo s’inserisce il progetto di una raffineria di biodiesel della famiglia di petrolieri romani Jacorossi: l’impianto Ecoil produrrà, per un investimento di 33 milioni di euro, 200mila tonnellate di biodiesel all’anno e soddisferà così l’obbligo di miscelazione di tutto il carburante utilizzato in Sicilia. Occuperà 21 addetti e farà da terminale a una filiera agricola di 400mila ettari di piante oleaginose, generando almeno altri 300 posti di lavoro. Non avrà impatti sul suolo o sulle acque né emissioni in atmosfera, essendo biodegradabili sia la materia prima sia i prodotti. RUSSI La riforma comunitaria dell’industria saccarifera comporta la chiusura degli zuccherifici Eridania Sadam - che producevano circa la metà dello zucchero italiano - e la necessità di riconvertire ad altre produzioni le aree dedicate alla bieticoltura. Gli zuccherifici di Russi (Ravenna), Avezzano (L’Aquila), Castiglion Fiorentino (Arezzo), Fermo e Villasor (Cagliari), verranno riconvertiti in centrali alimentate a biomasse e oli vegetali per la produzione di energia elettrica (potenza complessiva 164 MW) dalla società PowerCrop, una joint venture fra il gruppo Falck e il gruppo Maccaferri, proprietario degli zuccherifici originari. La riconversione, con entrata in esercizio nel 2011, comporterà un investimento di 5-600 milioni complessivi e il mantenimento di 70-80 posti di lavoro per ogni impianto, oltre all’indotto agricolo. CAIRO MONTENOTTE Grazie a un investimento di 30 milioni di euro dell’armatore genovese Messina, l’ex Ferrania si trasformerà in Ferrania Solis e produrrà celle, moduli e impianti fotovoltaici con fornitura “chiavi in mano”. Storica produttrice di materiale fotografico, Ferrania è in crisi come tutte le aziende del comparto, da Kodak a Polaroid: l’attività è ormai ridotta al minimo e su 450 dipendenti, 300 sono in cassa integrazione. E’ stata recentemente acquistata da una cordata composta da Messina, Malacalza e Gavio, ma in luglio il gruppo Messina ha rilevato le quote degli altri due per realizzare uno stabilimento di pannelli, di cui in Italia c’è fortissima domanda. Inizialmente, Ferrania Solis occuperà direttamente una settantina di persone.
SCANDICCI L’impianto ex-Electrolux passa dai frigoriferi al fotovoltaico e all’eolico. Con un investimento di 45 milioni in tre anni Energia Futura, società controllata dal fondo italo-americano Mercatech e dalla famiglia Lanari, la produzione verrà riconvertita in 3 linee produttive per l’assemblaggio di pannelli fotovoltaici e una linea di fabbricazione di rotori eolici. I 370 lavoratori saranno reimpiegati in scaglioni tra gennaio 2009 e il terzo trimestre del 2010. Energia Futura è attiva in tutte le fonti rinnovabili: fotovoltaico (sta costruendo in Sicilia l’impianto più grande d’Europa), termodinamico (partecipa agli studi Enea per il progetto Archimede), idroelettrico, eolico e biomasse.
MARZABOTTO L’idea di un polo energetico sulle ceneri della cartiera Burgo di Marzabotto nasce dal progetto di Dufenergy, braccio energetico del gruppo acciaiero Duferco, d’installare una serie di impianti specializzati nella produzione di energia per i picchi di domanda. Sui 12 ettari occupati dalla cartiera - un impianto di produzione ad altissimo impatto ambientale già abbandonato e quindi destinato al progressivo degrado – saranno installati diversi impianti energetici di piccola taglia, fra cui un campo fotovoltaico, una centralina idroelettrica e un ciclo combinato a gas, per una potenza complessiva di 60 MW.
Via la cravatta per risparmiare energia
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Nucleare? Il modello giusto è finlandese
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Joi Ito
In che cosa consiste la sharing economy? Quale modello di business si può creare con la condivisione delle risorse in rete? “La sharing economy non vuole distruggere i modelli di business dell'economia tradizionale, ma trovare un suo spazio al suo fianco. Nella fotografia amatoriale, per esempio, chiunque può scattare una fotografia e se è vero che le gallerie non guadagnano nulla, è comunque un settore che ha alle spalle un grande business, decisamente maggiore di quello della fotografia professionale. Allo stesso modo, ci sono diversi soggetti economici nella sharing economy: i produttori di software e di hardware e chi fornisce l’infrastruttura. Quindi non si guadagna più sul copyright, ma sugli strumenti che permettono alle persone di creare contenuti e di condividerli. L’industria che produce contenuti protetti da copyright non scomparirà, così come non è scomparso il segmento della fotografia professionale, ma si stabiliranno nuovi rapporti e nuovi equilibri. Io non credo che bisognerebbe permettere la condivisione di materiale sotto copyright, ma sono convinto che occorra consentire alle persone di condividere i contenuti prodotti da loro stessi”.
Ma i blog dei singoli, ad esempio, non hanno un marchio consolidato che permetta ai lettori di valutarli, nel bene e nel male. Come si risolvono questi problemi di valutazione? “La questione si sta evolvendo, ma ci sono essenzialmente due meccanismi che determinano la valutazione dei blog. Il primo è la reputazione e già oggi un blogger ben conosciuto probabilmente ha una reputazione pari a quella di un redattore di un quotidiano. Ma esiste anche un secondo modello di autorevolezza online, incarnato tipicamente da Wikipedia, dato dal fatto che gli articoli, anonimi, devono riuscire a sopravvivere alla lettura di centinaia di migliaia di persone, con un meccanismo molto democratico. Quindi dei metodi alternativi esistono, oggi non conta più solo il marchio di una testata con un centinaio di anni di storia alle spalle e io credo che il pubblico si abituerà a sfruttare sia il modello della reputazione tipico dei blog, sia il modello anonimo e democratico di Wikipedia”.
Lei parla di una classe creativa universale che incarna questa nuovo modello di economia condivisa. Da come la descrive lei sembrerebbe un gruppo molto omogeneo, ma ci saranno pure differenze culturali fra queste persone a seconda della provenienza... "Naturalmente le differenze ci sono. Ad esempio Internet e i blog sono molto di moda negli Stati Uniti, in Cina, in Iran e in Polonia. Oltre 200 milioni di americani hanno un indirizzo di posta elettronica e una ventina di milioni hanno un blog, mentre in Germania o in Italia molta gente non sa nemmeno che cosa sono. In alcuni Paesi asiatici e in Israele ci sono ormai più telefonini che persone. In Europa, invece, la televisione digitale è a uno stadio molto più avanzato che altrove. Ma la convergenza fra queste varie piattaforme è ormai talmente sviluppata che le diverse categorie cominciano a sovrapporsi e i consumatori di punta dei vari generi rientrano nello stesso calderone comune. Si forma così una classe sovranazionale, che secondo le stime più attendibili in Europa arriva a circa 35 milioni di persone mentre negli Stati Uniti sfiora i 40 milioni, con molte caratteristiche comuni. Ci sono più similitudini, ad esempio, fra i bloggers americani e iraniani che non tra gli abitanti dello stesso Paese che usano o non usano Internet".
Qual'è la funzione di questa classe creativa? "Di fare da apripista ai consumi culturali e tecnologici del futuro. In generale si tratta di opinion leader, molto interessati alle novità ma con una spiccata tendenza al pensiero autonomo, alla creazione e allo scambio di contenuti piuttosto che alla fruizione passiva. Quindi con loro non funziona il normale ciclo di produzione: sviluppare nuove idee e nuovi prodotti per poi calarli dall'alto sul mercato con forti investimenti pubblicitari per diffonderli. Con questo target invece funziona meglio il procedimento contrario: bisogna indagare le mode e le necessità di questa gente e sviluppare prodotti che le soddisfino. In questo modo non serve investire cifre colossali in pubblicità: basta il passaparola, con cui si ottiene una diffusione molto più efficace spendendo poco".
Procedimento molto complesso. Proviamo a fare un esempio... "La nascita dell'I-Mode è un buon esempio. La madre di questo sistema che ha rivoluzionato il mondo della telefonia cellulare si chiama Mari Matsunaga ed è una top manager di Ntt DoCoMo. Nei primi anni Novanta, Mari ha osservato come i ragazzini giapponesi si scambiassero messaggi usando i codici numerici dei cercapersone, gli antenati dei telefonini. Il primo pensiero è stato di creare uno strumento che rispondesse meglio alle loro esigenze e così è nato un sistema di messaggistica con le lettere dell'alfabeto, che facilitava molto le comunicazioni e ha avuto un successo istantaneo. Oggi Ntt fattura 8 miliardi di euro solo sul traffico I-Mode".
Dunque partire dal basso e far circolare le idee. Ma come la mettiamo con il copyright? "Il problema della proprietà intellettuale è la questione fondamentale da risolvere: è la ragione principale per cui i media tradizionali non riescono a comunicare con questa classe creativa. Per cogliere lo spirito del tempo c'è bisogno di grande flessibilità e di grande libertà, altrimenti si rischia di soffocare la creatività dei singoli. Le normative vigenti in materia di copyright e i regolamenti fissi sulle architetture dei diversi sistemi di comunicazione non tengono conto di questi nuovi modelli di fruizione e finiscono per ostacolare l'emergere di killer application per i dispositivi mobili di nuova generazione, per la televisione interattiva e per tutti gli altri sistemi di comunicazione digitale".
Quindi? "Quindi le media companies tradizionali devono convincersi che conviene anche a loro mettere in circolazione liberamente almeno una parte dei contenuti proprietari".
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