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20 settembre 2004

Varese Ligure, campione di ecologia

Nella battaglia contro l'effetto serra, l'Italia ha già una schiera di vincitori: da Aosta a Siena, da Rimini a Jesolo, da Cavriago a Laigueglia, tutte amministrazioni locali che hanno ottenuto una certificazione ambientale riconosciuta a livello europeo, con cui si attesta il loro spiccato impegno sul fronte dello sviluppo sostenibile. Negli enti locali certificati, in tutto una quarantina di Comuni e Provincie, vivono un milione e mezzo di fortunati italiani, che si godono il talento dei propri amministratori nella raccolta differenziata dei rifiuti, nell'ottimizzazione delle risorse idriche, nella prevenzione del dissesto geologico, ma soprattutto nella generazione di energia da fonti rinnovabili. La loro associazione si chiama Qualitambiente ed è presieduta da Maurizio Caranza, ex sindaco del primo Comune europeo a ottenere una certificazione ambientale: Varese Ligure. Oggi Maurizio Caranza è l'assessore all'Ambiente di Varese Ligure, il borgo rurale più virtuoso dell'Unione europea. In dieci anni il Comune dell'entroterra spezzino, che attinge il proprio fabbisogno energetico unicamente da fonti rinnovabili, ha fermato lo spopolamento, triplicato il turismo, creato 140 nuovi posti di lavoro, raggiunto il 95% di agricoltura biologica ed è diventato il simbolo di una Liguria "pulita" che cerca d'invertire la rotta dopo anni caratterizzati da una disordinata crescita turistica e urbanistica. "Varese Ligure era un paese che stava morendo, ora è risorto", spiega Caranza, che pochi mesi fa ha ricevuto a Berlino dalle mani della commissaria Loyola De Palacio il premio dell'Unione europea Promote 100, riservato al comune rurale europeo che ha eseguito il più completo e originale progetto di sviluppo sostenibile. La storia recente del borgo spezzino, dove gli abitanti vivono sparsi in 27 frazioni dediti a pastorizia, agricoltura, commercio e turismo, è segnata da premi e certificazioni: Iso 14001, Emas e Promote 100 i più recenti. "Dieci anni fa - racconta Caranza - Varese non lo conoscevano neppure alla Spezia, era destinato a morire per spopolamento. Ci siamo dati da fare e puntando tutto sull'ambiente abbiamo ribaltato la situazione. Oggi la popolazione è stabile, con 15 nascite l'anno, e c'è anzi un piccolo afflusso di famiglie e aziende agricole attirate dall'aria buona e dalla natura incontaminata. Il turismo vive 6 mesi su 12, produciamo latticini, carne e verdure in eccedenza, tutto rigorosamente biologico". Per di più oggi Varese Ligure detiene anche il record di "supernonni": sono otto gli anziani di età compresa tra i 100 e i 103 anni e ben trenta quelli che oscillano tra i 90 e i 100, su un totale di 2.400 abitanti. Da qui i riflettori puntati sul borgo dell'alta Val di Vara da parte dei ricercatori dell'università di Bologna impegnati, per conto della Commissione Europea, in uno studio su undici paesi dell’Unione con alto tasso di longevi. L’immunologo Claudio Franceschi, che sta studiando i supernonni varesini, ritiene che la longevità sia determinata per il 75% dall’ambiente e per il 25% da fattori genetici.E qui l'ambiente è davvero ideale per vivere a lungo. Oggi Varese Ligure produce 4 milioni di Kw con due generatori eolici e ne sta installando altri due per raddoppiare le capacità dell'impianto. Un sistema fotovoltaico produce altri 23.000 Kw. E tutte insieme le installazioni consentono un taglio alle emissioni di ben 9,6 tonnellate di anidride carbonica. Solo l'impianto eolico fa risparmiare 8 tonnellate di anidride carbonica (presto saranno raddoppiate). "Inoltre con l'eolico - spiega Caranza - guadagnamo 30.000 euro l'anno grazie a un accordo con l'azienda pubblica Acam che gestisce l'impianto". Tutta la popolazione è coinvolta in questa sorta di esperimento virtuoso: i negozi, le locande, le piccole aziende e le cooperative hanno tutte la certificazione ambientale di qualità. Facendo gioco di squadra sotto l'attenta regia di Caranza, il paese ha così ridotto la produzione di rifiuti a 350 kg a testa contro i 530 di media della provincia, e ha incrementato la raccolta differenziata fino al 25% del totale. Inoltre 1.600 ettari di terre sono dedicati alla produzione biologica di carni e latticini, grazie all'allevamento di 2000 capi tra bovini e caprini. "Sono stato fortunato - racconta Caranza - perché da quando abbiamo ottenuto i primi risultati, tutti hanno cominciato a cercarmi per fare da cavia, dalla Regione al ministero dell'Ambiente. Abbiamo sperimentato il biologico, varie raccolte differenziate di rifiuti, il risparmio energetico, la produzione di energia da fonti rinnovabili". E i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

16 settembre 2004

Slovacchia atomica per l'Enel

La Slovacchia è terra di montagne drammatiche, dai Tatra ai Carpazi, e di fiumi maestosi, come il Danubio. E' anche la patria di Slovenske Elektrarne, principale azienda azienda elettrica del Paese, con una produzione complessiva che sfiora i 7.000 MW tra gas, carbone, idroelettrico e nucleare: uno dei bocconcini più appetitosi del risiko energetico in corso nell'Europa dell'Est e nei Balcani, dove le privatizzazioni cavalcano spedite. Su Slovenske Elektrarne la partita è già quasi chiusa. La settimana scorsa Enel ha ottenuto il placet del ministro dell'Economia Pavol Rusko, che si è detto "deliziato" dall'offerta italiana di 840 milioni di euro per una quota del 66%, contro i 691 milioni messi sul tavolo dalla cugina ceca Cez e i 548 milioni della joint venture russa Rao-Ues. Dicono che alla Cez, potente società pubblica praghese in piena campagna acquisti, si stiano mangiando le mani. Anche se la prudenza è d'obbligo, infatti, l'assenso del ministro competente dovrebbe essere determinante per la scelta, che dipende dal governo e verrà comunicata alla fine di settembre. Superato questo scoglio, gli uomini di Enel si metteranno a discutere con l'advisor di Bratislava, Peter Mitka di PwC, per chiarire i dettagli. E se tutto andrà bene fra qualche mese la compagnia guidata da Paolo Scaroni sarà la felice proprietaria di due bei reattori nucleari, oltre a tutto il resto. "Sarà un'ottima occasione - dicono all'Enel - per ricostruire quel know-how che abbiamo perduto, dopo quasi vent'anni di astensione dall'energia atomica". E sarà anche una buona occasione per accedere a una generosa fonte di energia a buon prezzo, così diversa da quella che è costretta a produrre in Italia. Ma Slovenske Elektrarne non è la prima preda che l'Enel mette in carniere da queste parti. In Bulgaria si è aggiudicata una centrale termoelettrica, Maritza Est, e ha preso parte alla gara per la rete di distribuzione, che è stata divisa in tre pacchetti ed è finita invece nelle mani della ceca Cez, dell'austriaca Evn e della tedesca E.on. Entro la fine di quest'anno i bulgari dovrebbero mettere in vendita altri tre impianti termoelettrici e hanno ripreso la costruzione della centrale nucleare di Belene, sul Danubio. Sofia punta chiaramente a diventare il centro principale di produzione e distribuzione elettrica nei Balcani - dov'è già oggi il primo esportatore di energia - ma anche oltre il Bosforo, verso la Turchia. Secondo stime del governo, sono previsti 6 miliardi di euro d'investimenti in progetti energetici entro il 2007. E quindi la presenza su questo mercato è altamente strategica. In Romania Enel ha acquisito due società di distribuzione: Banat, nella regione occidentale di Timisoara tanto cara agli italiani, e Dobrogea, agli antipodi, sul Mar Nero. Ma Bucarest sta per mettere in vendita entro la fine di quest'anno le tre centrali di Rovinari, Craiova e Turceni - raggruppate nella società Energy Complex, che include anche le vicine miniere di lignite - e il resto della rete di distribuzione. Tutti affari attraenti per Enel, che si trova di fronte sempre meno concorrenti occidentali, dopo l'abbuffata degli scorsi anni che ha aperto buchi notevoli nelle finenze di diverse compagnie elettriche europee, Edf in testa. Ma anche dove la privatizzazione è già a uno stadio molto avanzato, come in Ungheria, resta qualche preda interessante. Qui sono già stati ceduti diversi impianti di produzione al colosso tedesco Rwe e ai francesi di Edf, così come tutta la rete di distribuzione, che si sono spartiti in tre: Rwe, Edf e E.on. Rimane ancora in mano allo Stato, però, la principale compagnia elettrica magiara, il gruppo Mvm (Magyar Villamos Művek), su cui molti stanno mettendo gli occhi. Anche nella Repubblica Ceca il colosso Cez dev'essere prima o poi privatizzato, ma dopo un tentativo di metterlo all'asta due anni fa, cui parteciparono Enel e Edf, si sta trasformando da preda in rivale. Sotto la guida dell'aggressivo Martin Roman, Cez sta puntando a diventare la principale potenza elettrica della regione con una campagna acquisti poderosa e ha saputo tener testa ai rivali occidentali su diverse piazze importanti. E' già la maggiore esportatrice di energia dell'area e in futuro potrebbe giocare un ruolo importante anche a livello continentale. Prima o poi ce la potremmo trovare di fronte come fornitrice. A maggior ragione si è molto risentita davanti al successo di Enel in Slovacchia, un Paese che si è staccato dalla Repubblica Ceca solo dieci anni fa e dove Cez si sente quasi a casa propria. Invece non è riuscita a mettere le mani nemmeno sulla rete di distribuzione, che è stata spartita fra Rwe, E.on e Edf.In Polonia, il mercato più grande fra i nuovi membri dell'Unione, il processo di privatizzazione va a rilento, anche perché il 97% dell'energia prodotta viene dal carbone e di solito le centrali sono strettamente legate alle miniere circostanti. La svedese Vattenfall, la belga Tractabel, la spagnola Iberdrola e la francese Edf hanno già messo a segno qualche acquisto, ma di piccole dimensioni. Poco più su, in Lituania, ci troviamo invece in un mondo completamente diverso: la piccola repubblica baltica è una delle principali esportatrici di energia del mercato est europeo, che produce quasi esclusivamente con reattori nucleari, su cui ha in piedi un contenzioso con Bruxelles per questioni di incompatibilità tecniche. Quando avrà superato queste difficoltà, i suoi impianti potrebbero diventare una delle prede più ambite del continente.

13 settembre 2004

I nuovi lobbisti non operano nell'ombra

C' era una volta il faccendiere, che prendeva sottobraccio l' onorevole in Transatlantico per mettere in moto la leggina di spesa in favore del suo business o per saltare sul decreto omnibus di turno. La vigilia della finanziaria era una festa, un tripudio per il veterolobbismo di stampo pre-Tangentopoli. Poi c' è stata l' inchiesta di Mani pulite, la fine delle partecipazioni statali, l' indebolimento dei potentati familiari. Le cose si sono complicate. La finanziaria attira ancora grande interesse, ma il Parlamento non è più un astro così centrale nel firmamento del potere. Il vincolo di stabilità e la sentenza della Corte Costituzionale del 1996, che ha imposto l' omogeneità dei decreti legge, ha fatto venir meno la pratica dei decreti omnibus, che erano un buon terreno per i lobbisti. Le deleghe legislative comportano un lavoro a monte più importante, dove i contenuti sono sempre più complessi, fuori dalla portata dei faccendieri vecchio stampo. L' ondata delle privatizzazioni ha portato alla ribalta le esigenze di trasparenza del mercato. Con la creazione di autorità indipendenti, si è aperto un nuovo fronte istituzionale, chiamato a regolare interessi molto rilevanti. E i primi passi del federalismo hanno ulteriormente moltiplicato gli interlocutori. Per i lobbisti italiani è un mal di testa dietro l' altro. Ma anche un' occasione di crescita. «Il pregiudizio nei confronti dell' attività di lobbying come forma di corruzione è duro a morire, anche perché manca in Italia una consapevolezza diffusa del ruolo sociale delle imprese. Ma questa consapevolezza sta crescendo e così anche il mestiere del lobbista. Certo è importante che la tutela degli interessi delle imprese si svolga in un contesto istituzionale chiaro, che sia governata dalla trasparenza e dalla correttezza dei comportamenti e delle relazioni fra i decisori e i corpi sociali», spiega Massimo Romano, responsabile delle relazioni istituzionali di Enel dopo una lunga esperienza in Federacciai, Ilva e Lucchini. Romano fa parte di quella categoria di lobbisti «privilegiati», che possono permettersi di dedicarsi anima e corpo a una sola causa e di conseguenza conoscono fin nei minimi dettagli le esigenze che rappresentano. Si tratta di un gruppo piuttosto ristretto, composto da personaggi del calibro di Eugenio Palmieri di Eni (ex direttore dell' Agi), o Silvio Sircana di Ferrovie (già capo ufficio stampa dell' Iri e portavoce di Romano Prodi), Gina Nieri, capo delle relazioni istituzionali e consigliere d' amministrazione di Mediaset, o Giuseppe Sammartino di Farmindustria (già Tim e H3G). Accanto a questa categoria di lobbisti «tradizionali» ne emerge un' altra, sempre più attiva: quella delle società di consulenza specializzate nelle relazioni istituzionali, che rappresentano di volta in volta interessi diversi, ma sempre con un approccio molto professionale. «Questo fiorire di professionisti rappresenta la novità più significativa degli ultimi anni, una novità che segnala un progresso della cultura d' impresa italiana verso una maggiore trasparenza», commenta Ruben Razzante, docente di Diritto europeo dell' informazione e della comunicazione all' Università Cattolica di Milano. Scottate dal lobbismo alla Calisto Tanzi e dai guai dell' antico clientelismo, le imprese apprezzano sempre di più la possibilità di portare le proprie istanze all' attenzione dei decisori in maniera serena e documentata, alla luce del sole. «Il mestiere del lobbista non è più quello di un intermediario con le entrature giuste, ma del professionista che fornisce tutte le informazioni del caso a chi deve decidere», spiega Massimo Micucci, fondatore insieme a Claudio Velardi e Antonio Napoli di una delle società italiane più aggressive su questo fronte, Reti, che si occupa soprattutto di piccole e medie imprese, si muove in un mercato sempre più affollato: da Pms di Patrizio Maria Surace a Fb Communications di Fabio Bistoncini, da Barabino di Luca Barabino (che si occupa principalmente di comunicazione, ma ha anche qualche professionista a Roma e a Bruxelles impegnato sul fronte delle relazioni istituzionali), a Sec di Fiorenzo Tagliabue, la fioritura è rigogliosa. Nel loro sito, Micucci e compagni citano una frase di John Fitzgerald Kennedy: «I lobbisti mi fanno comprendere un problema in tre minuti, i miei collaboratori in tre giorni». Dalla mediazione all' informazione, quindi. «Chi fa le leggi - insiste Licia Soncini, ex Montedison, fondatrice di Nomos, una società particolarmente attiva sui temi dell' energia e dell' ambiente - non può essere onnisciente. Il compito del lobbista è appunto di spiegare nei dettagli le ricadute di un provvedimento, chiarendo preventivamente quali interessi rappresenta». L' attività di documentazione e la conoscenza approfondita delle procedure sono due punti chiave di questo lavoro. «I nuovi lobbisti - chiarisce Razzante - si studiano i dossier, approfondiscono gli aspetti critici, si presentano con una conoscenza delle regole e con una capacità d' intrecciare rapporti nel rispetto di codici etici ben precisi, tipici dei sistemi economici maturi». Non a caso a questa categoria in forte crescita appartengono anche le grandi società anglosassoni che dominano il settore, come l' americana Weber Shandwick (del gruppo Interpublic), la più grande società di pubbliche relazioni del mondo, o Burson-Marsteller (del gruppo britannico Wpp, che schiera anche Hill & Knowlton), sempre più attive in Italia. «La necessità d' intrattenere anche un dialogo con Bruxelles, dove hanno origine le linee guida più importanti per quasi tutti i settori, porta molte aziende a scegliere una multinazionale come la nostra, che nella capitale europea ha un ufficio dove sono rappresentate 21 nazionalità diverse», spiega Eric Gerritsen (ex Procter & Gamble e Armando Testa), l' olandese ormai italianizzato che guida Burson Marsteller Italia. «Ma sempre più spesso il nostro ruolo è complementare a quello di chi si occupa di relazioni istituzionali all' interno delle imprese, che ci affida dei progetti specifici o delle aree più difficili da coprire», precisa Furio Garbagnati, amministratore delegato di Weber Shandwick. La crescente complessità del panorama decisionale, la perdita di peso di centri di lobbismo istituzionale - come i sindacati o le associazioni di categoria - e la moltiplicazione dei nuovi gruppi di pressione, insomma, creano esigenze sempre più articolate di rappresentanza anche nel tessuto economico del Paese. «Non mi stupirei - sogna Razzante - di veder sorgere ben presto anche qui delle scuole di specialità, simili alle grandi scuole del mondo anglosassone».

12 settembre 2004

Dan Ahrens

Alcool e gioco d'azzardo, tabacco e armi: per molti sono strumenti di perdizione, in cui non investirebbero mai i propri soldi. Ma il vizio paga. E le aziende che lo promuovono non conoscono crisi. Ne sa qualcosa Dan Ahrens, un vivace texano che ha fondato due anni fa insieme a Eric McDonald il Vice Fund, proprio nel momento in cui diventava di moda la "finanza etica". Negli ultimi dodici mesi terminati con il 31 agosto, il Vice Fund ha messo a segno una crescita del 21%, contro l'11,45% dell'indice S&P 500.
Dopo i fondi socialmente responsabili, ecco un fondo davvero irresponsabile. Perché ha deciso di andare controcorrente?
"Non abbiamo niente contro la finanza etica, in via di principio. Ma nel momento in cui i mercati andavano male, fra il 2001 e il 2002, ci siamo accorti che i titoli delle aziende attive negli alcolici, nel gioco d'azzardo, nel tabacco e nelgli armamenti, continuavano a mettere a segno performance soddisfacenti, in netta controtendenza. Così abbiamo deciso di approfondire l'argomento e da questo studio è nato il Vice Fund".
Quattro settori soltanto rappresenta un universo piuttosto limitato da cui scegliere. Saranno poche centinaia di titoli…
"Non lo considero uno svantaggio. Questo ristretto numero di titoli da cui scegliere ci consente di identificare e investire nelle idee migliori sul lungo periodo. Non siamo interessati a perseguire la crescita fulminea, ma seguiamo un po' la filosofia di Warren Buffett. Siamo molto concentrati nella ricerca di aziende solide che ci sembrano sottovalutate e quando investiamo in un titolo, di solito lo teniamo per molto tempo. Al momento attuale ne abbiamo soltanto 45, distribuiti abbastanza equamente tra i quattro settori, anche se il tabacco pesa un po' meno degli altri tre".
E il sesso?
"Investiremmo volentieri anche in questo settore, ma è povero di grandi aziende quotate. Molti ci hanno suggerito di comprare azioni Playboy: è un'dea divertente, ma non è un buon titolo. Quando investiamo, non andiamo mica alla ricerca del vizio in quanto tale. Anche in questo settore si puo restare con il cerino in mano se non si sta attenti. In generale il vizio è un business fiorente, ma non tutto quello che è vizio paga".
Il settore più rappresentato nel vosto fondo è la difesa, che non rientra precisamente nell'area del vizio…
"Abbiamo incluso molte aziende della difesa nel nostro portafoglio proprio perché i fondi socialmente responsabili le evitano e noi puntiamo a essere identificati come un'alternativa a questi fondi. Per di più con tutti i conflitti in corso si tratta di un settore molto remunerativo. Fra i primi dieci titoli del Vice Fund ci sono ben quattro aziende di questo comparto: L-3 Communications, Northrop Grumman, United Technologies e United Defense Industries. Il nostro investimento più consistente in assoluto è L-3 Communications, un'azienda molto all'avanguardia sul fronte della guerra tecnologica. La sua specialità sono i sistemi informativi e di riconoscimento, le attrezzature per la sorveglianza e le scatole nere degli aerei, tutti dispositivi che saranno al centro di ogni azione militare nei prossimi anni. Infatti L-3 è un titolo molto dinamico".
Anche Anheuser-Busch, un'azienda molto più tradizionale, è fra i vostri investimenti principali…
"E' il secondo, dopo L-3. E' un titolo che ci piace molto: stabile, remunerativo in ogni contesto. Che i mercati vadano bene o male, i tassi d'interesse siano alti o bassi, la gente continua a bere in ogni caso. Fra i nostri primi dieci titoli abbiamo anche Fortune Brands (produttore di Absolut, ma anche di altri liquori molto conosciuti negli Usa) e Constellation Brands, che produce e distribuisce 200 marche di birra. Non sono titoli molto dinamici, ma crescono sempre in maniera costante. Anheuser-Busch è il più grande produttore di birra del mondo, ha il 50% del mercato americano e sta crescendo molto all'estero con una serie di acquisizioni. Gli analisti erano convinti che avesse raggiunto il suo apice già qualche anno fa e quindi il titolo era un po' sottovalutato. Invece ha continuato a guadagnare quote di mercato, con l'aiuto di un ottimo marketing, e sta dando grandi soddisfazioni agli investitori, sia in anni di crisi che di prosperità".
Si continua anche a fumare, malgrado i rischi alla salute sempre più evidenti?
"Mentre il mercato del tabacco è in declino negli Usa, nel resto del mondo sta crescendo rapidamente. Le aziende di questo settore sono sempre più ricche e pagano alti dividendi. Fra i primi dieci titoli del nostro portafoglio abbiamo sia Altria (la casa madre di Philip Morris) che British American Tobacco".
Malgrado i problemi legali e le campagne anti-fumo in tutto il mondo occidentale, lo considera un business in crescita sul lungo periodo?
"I rischi legali sono già inclusi nel prezzo di questi titoli. Anzi, sono decisamente sottovalutati proprio per paura delle multe, che ormai mi sembrano vicende del passato. Non bisogna dimenticare che i problemi legali e la forte ostilità nei confronti del fumo sono concentrati perloppiù negli Stati Uniti. Il mercato globale, al contrario, cresce e i marchi più noti - come Marlboro o Davidoff - si espandono, spesso rimpiazzando marchi locali all'estero. Quindi non vedo perché considerarlo un business di corto respiro".
Il terzo titolo nel vostro portafoglio, dopo L-3 e Anheuser-Busch, è Harrah's Entertainment, il gigante dei casinò. Anche questo è un settore in crescita?
"Fenomenale. Da un lato l'avvento del gioco d'azzardo online, dall'altro le leggi favorevoli ai casinò promulgate negli ultimi anni da vari Stati americani, hanno generato un boom senza precedenti. Harrah's, con 28 casinò in 13 Stati diversi, è un colosso. Ma c'è un'enorme fioritura d'iniziative in questo campo, anche piccole ma molto remunerative: scommesse sui cavalli e sui cani, giochi reali e virtuali. Tutti in grande crescita".
Ma queste attività non hanno più successo in tempi di crisi?
"E' un vecchio cliché che non trova riscontri nella realtà: il vizio non è un settore difensivo. E' semplicemente scorrelato con l'andamento dei mercati. I titoli in cui abbiamo investito hanno messo a segno ottime performance nel 2000, 2001 e 2002, in tempi di crisi, ma anche nel 2003, quando i mercati andavano benissimo. Tant'è vero che nel 2003 il nostro fondo ha superato sia l'S&P 500 che il Dow Jones".

6 settembre 2004

Ma c'è anche un'Italia pulita

Ad Acerra le tammurriate e gli scontri di piazza. A Montecorvino i blocchi ferroviari. A Rapolla le carte bollate. Per le infrastrutture italiane non c' è pace: dovunque si voglia costruire un termovalorizzatore o un elettrodotto, ma anche un collegamento ferroviario, una bretella autostradale o un parco eolico, c' è chi grida «no». E alla fine vince quasi sempre chi grida più forte, mentre i comuni cittadini si tengono gli ingorghi, le immondizie per strada e l' energia elettrica più cara e inquinante d' Europa. Gli americani la chiamano sindrome Nimby («Not in my backyard», Non nel mio cortile), o nella sua variante più perniciosa, Banana («Build absolutely nothing anywhere near anyone», Non costruire assolutamente nulla da nessuna parte vicino a nessuno) e i militanti del rifiuto vengono gratificati dal nomignolo Cave People («Citizens against virtually everything», Cittadini contro virtualmente tutto). Ma c' è chi non ha voglia di fare l' uomo delle caverne. Da Brescia a Trezzo sull' Adda, da Trieste a Piacenza, anche in Italia gli impianti modello non mancano, sostenuti dalla popolazione o addirittura richiesti a gran voce come sta succedendo in questi giorni a Giffoni Valle Piana, un paese del Salernitano a 13 chilometri da Montecorvino, che sta cercando in tutti i modi di far installare un termovalorizzatore sul proprio territorio, allettato dalla prospettiva di una pioggia di tre milioni di euro l' anno nelle casse del Comune, con cui costruire nuove strutture per i cittadini. «A Milano - spiega Andrea Gilardoni, docente alla Bocconi e direttore scientifico del Nimby Forum - quando abbiamo avviato la rivoluzione della raccolta differenziata e la costruzione del termovalorizzatore Silla 2, siamo stati "aiutati" dall' emergenza rifiuti. Nel ' 94, quando sono diventato presidente dell' Amsa, c' erano i sacchi neri per le strade e la gente era scioccata. Allora il grosso delle immondizie milanesi finiva nella discarica di Cerro Maggiore e solo il 5% veniva raccolto in maniera differenziata. Sviluppare la raccolta differenziata e costruire il termovalorizzatore significava togliere affari alle discariche. Ma davanti all' emergenza il "partito della discarica" è stato sconfitto rapidamente. Già all' inizio del ' 96 un terzo delle immondizie veniva raccolto in maniera differenziata. In pochi mesi abbiamo costruito due impianti di separazione e compostaggio e avviato la costruzione di Silla 2, un termovalorizzatore ancora oggi all' avanguardia». Rivoluzioni di questo tipo non mancano. A Brescia, dove dal lontano ' 72 funziona un sistema di teleriscaldamento simile a quello di Vienna (che descriviamo qui sotto), dal ' 98 un terzo del fabbisogno di elettricità e calore necessari agli abitanti viene dal termoutilizzatore che ingoia i rifiuti della città. «Per di più, i 55 euro che servono a smaltire una tonnellata di rifiuti nel nostro impianto, contro gli 85 euro necessari a smaltirli in una discarica, rappresentano un notevole risparmio», spiega Renzo Capra, presidente di Asm Brescia. L' impatto ambientale è bassissimo (le emissioni annuali sono inferiori a quelle di un camion), l' impatto visivo molto piacevole (le pareti di pannelli di vetro si confondono con il blu del cielo) e i rifiuti da fonte di problemi sono diventati una fonte di energia e di ricchezza. Non a caso gli abitanti di Brescia sono fieri del loro termoutilizzatore. «In queste vicende è essenziale instaurare un rapporto corretto con la popolazione», spiega Guido Berro, presidente di Federambiente, che riunisce circa 250 aziende d' igiene urbana in tutta Italia. «Bisogna illustrare bene - insiste Berro - le caratteristiche dell' impianto, senza nascondere nulla. Molto spesso è l' autorità che bara e questo crea sfiducia e malcontento. Quando invece s' instaura un rapporto decente, la popolazione capisce. A meno che non ci sia dietro chi attizza la rivolta per interessi poco chiari, come succede in questi giorni in Campania. Allora il braccio di ferro diventa molto più duro». «La trasparenza dell' impresa costruttrice - conferma Salvatore Giammusso, a.d. di Actelios, la società del gruppo Falck che fa termovalorizzatori - è cruciale. Ma anche la fermezza delle autorità. Nel caso della Campania mi pare che si percepisca un atteggiamento nuovo, che non premia chi grida di più. E questo è un notevole passo avanti». «Per vincere la diffidenza degli italiani, però, è fondamentale che la comunità scientifica assuma un ruolo più importante e avvii un' azione educativa su queste tematiche, inquinate da una coscienza ambientale terribilmente confusa», sostiene Alessandro Beulcke, presidente della società di comunicazione Allea, che ha lanciato il Nimby Forum mettendo attorno a un tavolo le maggiori aziende italiane impegnate sul fronte delle infrastrutture, dalle Ferrovie all' Aem, la comunità scientifica e i ministeri dell' Ambiente e delle Attività produttive, per analizzare il fenomeno e affrontarlo con coerenza. La sindrome Nimby nasce dunque dalla scarsa conoscenza, dalla diffidenza e dal limitato interesse per la cosa pubblica degli italiani. E il risultato si vede. In Italia ci sono 47 termovalorizzatori, di cui solo tre al Sud. In Germania e Francia oltre il doppio. In Italia ci sono 74 metri di cavi ad alta tensione per ogni chilometro quadrato. In Germania 110. La nostra rete idrica perde il 40% di quello che trasporta e al Sud 7 persone su 10 devono fare i conti con forniture a singhiozzo. L' elenco potrebbe continuare a lungo. «Allo sviluppo di un sistema infrastrutturale pensato oltre mezzo secolo fa si oppongono di solito tre fattori: problemi finanziari, burocratici e di Nimby - spiega Gilardoni - . Ma i tre fattori sono molto legati fra loro: le questioni burocratiche sono influenzate dalla sindrome di Nimby, perché spesso è l' opposizione locale il granellino di sabbia che inceppa l' ingranaggio burocratico». E gli investimenti tardano a farsi vedere nei luoghi dove i meccanismi sono perennemente inceppati.

2 settembre 2004

Vienna: rifiuti trasformati in calore

Sotto le strade di Vienna corre un labirinto lungo quasi mille chilometri, fatto di tubature interrate fino a 15 metri di profondità. E' il sistema di teleriscaldamento più grande d'Europa e funziona più o meno come qualsiasi circuito interno a un edificio: l'acqua che parte calda dai produttori si raffredda nelle case degli utenti e torna ai produttori per essere nuovamente riscaldata. In questo modo nella fredda Vienna si scaldano 200mila nuclei familiari e cinquemila clienti istituzionali (scuole, ospedali, ministeri…). Fatti i conti, circa metà della popolazione, in una città di 1.600.000 abitanti, risolve così il problema del riscaldamento. "Un quarto del calore che circola in questo sistema - spiega Philipp Krobath, l'ingegnere responsabile del termovalorizzatore di Spittelau - è generato con l'incenerimento delle immondizie". Spittelau macina 250mila tonnellate di rifiuti all'anno. Si tratta naturalmente di "Restmuell", cioè delle immondizie che restano dopo la raccolta differenziata di vetro, metallo, carta e compost (rifiuti organici adatti a essere trasformati in terriccio), destinati invece al riciclaggio. Bruciando questi rifiuti a 800 gradi, come richiesto dalla legge, le due linee dell'inceneritore producono ciascuna 90 tonnellate di vapore all'ora, che vengono condensate e trasferite alla rete del teleriscaldamento. "L'efficienza dell'impianto - fa notare Krobath - è molto alta, supera l'80%, ma naturalmente ci sono periodi dell'anno in cui tutto questo calore non serve. Perciò stiamo studiando la possibilità di produrre freddo invece di caldo, trasformando così il teleriscaldamento in un impianto di climatizzazione durante l'estate. Dal punto di vista tecnico non ci sono problemi, abbiamo già avviato alcune sperimentazioni con successo. Staremo a vedere". L'impianto di Spittelau e il labirinto di tubature sotterranee sono nati insieme: nel '69 il Comune di Vienna ha varato il piano complessivo di smaltimento dei rifiuti, da utilizzare come fonte per il teleriscaldamento. Il sistema ha cominciato a funzionare nel '71 solo per i grandi clienti istituzionali, allargandosi poi via via a tutti i cittadini interessati. "Ancora oggi - precisa Krobath - si continuano a interrare nuovi tubi per servire la città in maniera sempre più capillare". Nel frattempo si è aggiunto un secondo impianto di termovalorizzazione e un terzo sta per essere costruito. Ma Spittelau è il più centrale, a un tiro di schioppo dal Ring e dal "salotto buono" della capitale. "L'impianto di Spittelau - commenta Krobath - è sorto così in centro perché inizialmente si voleva utilizzarlo soprattutto per riscaldare il nuovo ospedale generale, che sta qui accanto. Poi il progetto è stato gradatamente ampliato, fino all'estensione attuale". Non è mancata qualche resistenza da parte della popolazione locale a costruire un inceneritore in una zona così abitata. "Ma i progressi della tecnologia fanno sì che le nostre emissioni nocive siano ormai talmente ridotte, da risultare inferiori a quelle del tubo di scappamento di un camion", puntualizza Krobath. Lo testimonia un grande display che riporta in tempo reale, ad uso e consumo dei passanti, tutti i valori dei gas inquinanti esalati in quel momento dal camino del termovalorizzatore, mettendoli a confronto con i valori consentiti dalla restrittiva legge austriaca (in genere il rapporto è di uno a cento).In più, la multiutility viennese Wiener Stadtwerke, proprietaria dell'impianto, si è sempre sforzata di mantenere vivo il dialogo con la popolazione. Nell'86, sotto il sindaco Helmut Zilk, figura leggendaria della politica austriaca, il termovalorizzatore è stato profondamente rinnovato dal punto di vista tecnologico e ristrutturato dall'architetto Friedensreich Hundertwasser, famoso per i suoi edifici in rigorosa sintonia con l'ambiente, che sembrano usciti da una fiaba di elfi e folletti. "Anche l'occhio vuole la sua parte", si entusiasma Krobath in uno slancio di riconciliazione universale. Così Spittelau non è più una brutta ciminiera puzzolente da cui difendersi e tenersi alla larga, ma attira fra le sue cupole d'oro visitatori dalla città e da tutto il mondo, offre ai bambini le strutture del suo piccolo parco giochi e funge ormai da piacevole luogo d'incontro di quartiere.

1 settembre 2004

Varese Ligure, campione di ecologia

Nella battaglia contro l'effetto serra, l'Italia ha già una schiera di vincitori: da Aosta a Siena, da Rimini a Jesolo, da Cavriago a Laigueglia, tutte amministrazioni locali che hanno ottenuto una certificazione ambientale riconosciuta a livello europeo, con cui si attesta il loro spiccato impegno sul fronte dello sviluppo sostenibile. Negli enti locali certificati, in tutto una quarantina di Comuni e Provincie, vivono un milione e mezzo di fortunati italiani, che si godono il talento dei propri amministratori nella raccolta differenziata dei rifiuti, nell'ottimizzazione delle risorse idriche, nella prevenzione del dissesto geologico, ma soprattutto nella generazione di energia da fonti rinnovabili. La loro associazione si chiama Qualitambiente ed è presieduta da Maurizio Caranza, ex sindaco del primo Comune europeo a ottenere una certificazione ambientale: Varese Ligure. Oggi Maurizio Caranza è l'assessore all'Ambiente di Varese Ligure, il borgo rurale più virtuoso dell'Unione europea. In dieci anni il Comune dell'entroterra spezzino, che attinge il proprio fabbisogno energetico unicamente da fonti rinnovabili, ha fermato lo spopolamento, triplicato il turismo, creato 140 nuovi posti di lavoro, raggiunto il 95% di agricoltura biologica ed è diventato il simbolo di una Liguria "pulita" che cerca d'invertire la rotta dopo anni caratterizzati da una disordinata crescita turistica e urbanistica. "Varese Ligure era un paese che stava morendo, ora è risorto", spiega Caranza, che pochi mesi fa ha ricevuto a Berlino dalle mani della commissaria Loyola De Palacio il premio dell'Unione europea Promote 100, riservato al comune rurale europeo che ha eseguito il più completo e originale progetto di sviluppo sostenibile. La storia recente del borgo spezzino, dove gli abitanti vivono sparsi in 27 frazioni dediti a pastorizia, agricoltura, commercio e turismo, è segnata da premi e certificazioni: Iso 14001, Emas e Promote 100 i più recenti. "Dieci anni fa - racconta Caranza - Varese non lo conoscevano neppure alla Spezia, era destinato a morire per spopolamento. Ci siamo dati da fare e puntando tutto sull'ambiente abbiamo ribaltato la situazione. Oggi la popolazione è stabile, con 15 nascite l'anno, e c'è anzi un piccolo afflusso di famiglie e aziende agricole attirate dall'aria buona e dalla natura incontaminata. Il turismo vive 6 mesi su 12, produciamo latticini, carne e verdure in eccedenza, tutto rigorosamente biologico". Per di più oggi Varese Ligure detiene anche il record di "supernonni": sono otto gli anziani di età compresa tra i 100 e i 103 anni e ben trenta quelli che oscillano tra i 90 e i 100, su un totale di 2.400 abitanti. Da qui i riflettori puntati sul borgo dell'alta Val di Vara da parte dei ricercatori dell'università di Bologna impegnati, per conto della Commissione Europea, in uno studio su undici paesi dell’Unione con alto tasso di longevi. L’immunologo Claudio Franceschi, che sta studiando i supernonni varesini, ritiene che la longevità sia determinata per il 75% dall’ambiente e per il 25% da fattori genetici.E qui l'ambiente è davvero ideale per vivere a lungo. Oggi Varese Ligure produce 4 milioni di Kw con due generatori eolici e ne sta installando altri due per raddoppiare le capacità dell'impianto. Un sistema fotovoltaico produce altri 23.000 Kw. E tutte insieme le installazioni consentono un taglio alle emissioni di ben 9,6 tonnellate di anidride carbonica. Solo l'impianto eolico fa risparmiare 8 tonnellate di anidride carbonica (presto saranno raddoppiate). "Inoltre con l'eolico - spiega Caranza - guadagnamo 30.000 euro l'anno grazie a un accordo con l'azienda pubblica Acam che gestisce l'impianto". Tutta la popolazione è coinvolta in questa sorta di esperimento virtuoso: i negozi, le locande, le piccole aziende e le cooperative hanno tutte la certificazione ambientale di qualità. Facendo gioco di squadra sotto l'attenta regia di Caranza, il paese ha così ridotto la produzione di rifiuti a 350 kg a testa contro i 530 di media della provincia, e ha incrementato la raccolta differenziata fino al 25% del totale. Inoltre 1.600 ettari di terre sono dedicati alla produzione biologica di carni e latticini, grazie all'allevamento di 2000 capi tra bovini e caprini. "Sono stato fortunato - racconta Caranza - perché da quando abbiamo ottenuto i primi risultati, tutti hanno cominciato a cercarmi per fare da cavia, dalla Regione al ministero dell'Ambiente. Abbiamo sperimentato il biologico, varie raccolte differenziate di rifiuti, il risparmio energetico, la produzione di energia da fonti rinnovabili". E i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

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Nimby e così sia

Ad Acerra le tammurriate e gli scontri di piazza. A Montecorvino i blocchi ferroviari. A Rapolla le carte bollate. A Scanzano Jonico le occupazioni. Per le infrastrutture italiane non c'è pace: dovunque si voglia costruire un termovalorizzatore, un elettrodotto, un deposito di scorie, ma anche un collegamento ferroviario, una bretella autostradale o un parco eolico, c'è chi grida "no". E alla fine vince quasi sempre chi grida più forte, mentre i comuni cittadini si tengono gli ingorghi, le immondizie per strada e l'energia elettrica più cara e inquinante d'Europa. Gli americani la chiamano sindrome Nimby ("not in my backyard"), o nella sua variante più perniciosa, Banana ("build absulutely nothing anywhere near anyone") e i militanti del rifiuto vengono gratificati del nomignolo Cave ("citizens against virtually everything") People. Ma c'è chi non ha voglia di fare l'uomo delle caverne. Da Brescia a Trezzo d'Adda, da Trieste a Piacenza, anche in Italia gli impianti modello non mancano, sostenuti dalla popolazione o addirittura richiesti a gran voce come sta succedendo in questi giorni a Giffoni Valle Piana, un paese del Salernitano a 13 chilometri da Montecorvino che sta cercando in tutti i modi di far installare un termovalorizzatore sul proprio territorio, allettato dalla prospettiva di far entrare nelle casse del Comune tre milioni di euro l'anno con cui costruire nuove strutture per i cittadini. "A Milano - spiega Andrea Gilardoni, docente alla Bocconi e direttore scientifico del Nimby Forum - quando abbiamo avviato la rivoluzione della raccolta differenziata e la costruzione del termovalorizzatore Silla 2, siamo stati 'aiutati' dall'emergenza rifiuti. Nel '94, quando sono diventato presidente dell'Amsa, c'erano i sacchi neri per le strade e la gente era scioccata, pronta a reagire. Allora il grosso delle immondizie milanesi finiva nella discarica di Cerro Maggiore di Paolo Berlusconi e solo il 5% veniva raccolto in maniera differenziata. Sviluppare la raccolta differenziata e costruire il termovalorizzatore significava togliere affari alle discariche. Ma davanti all'emergenza il 'partito della discarica' è stato sconfitto rapidamente. Già all'inizio del '96 un terzo delle immondizie veniva raccolto in maniera differenziata. In pochi mesi abbiamo costruito due impianti di separazione e compostaggio e avviato la costruzione di Silla 2, un termovalorizzatore ancora oggi all'avanguardia". Rivoluzioni di questo tipo non mancano in giro per il Paese. A Brescia, dove dal lontano '72 funziona un impianto di teleriscaldamento simile a quello di Vienna che descriviamo qui sotto, dal '98 un terzo del fabbisogno di elettricità e calore necessari agli abitanti viene dal termoutilizzatore che ingoia i rifiuti della città. "Per di più, i 55 euro che servono per smaltire una tonnellata di rifiuti nel nostro impianto contro gli 85 euro che servono per smaltirli in una discarica rappresentano un notevole risparmio", spiega Renzo Capra, presidente di Asm Brescia. L'impatto ambientale è bassissimo (le emissioni annuali sono inferiori a quelle di un camion), l'impatto visivo molto piacevole (le pareti di pannelli di vetro si confondono con il blu del cielo) e i rifiuti da fonte di problemi sono diventati una fonte di energia e di ricchezza. Non a caso gli abitanti di Brescia sono fieri del loro termoutilizzatore. "In queste vicende è essenziale instaurare un rapporto corretto con la popolazione", spiega Guido Berro, presidente di Federambiente, che riunisce circa 250 aziende d'igiene urbana in tutta Italia . "Per partire con il piede giusto - precisa Berro - bisogna spiegare bene le caratteristiche dell'impianto, senza nascondere nulla. Molto spesso è l'autorità che bara e questo crea sfiducia e malcontento, perché la gente non vuole essere presa in giro. Quando invece s'instaura un rapporto decente con la popolazione, la gente capisce. A meno che non ci sia dietro chi attizza la rivolta per interessi finanziari o politici poco chiari, come succede in questi giorni in Campania. Allora il braccio di ferro diventa molto più duro". In Italia ci sono 47 termovalorizzatori, di cui solo tre nelle regioni del Sud. In Germania e Francia oltre il doppio. In Italia ci sono 74 metri di cavi ad alta tensione per ogni chilometro quadrato. In Germania 110 e in Francia 86. La nostra rete idrica perde il 40% di quello che trasporta e al Sud 7 persone su 10 devono fare i conti con le forniture a singhiozzo. L'alta velocità ferroviaria per ora si limita alla tratta Firenze-Roma. E l'elenco potrebbe continuare a lungo.

2 agosto 2004

Ray Dalio

I tassi d'interesse in risalita tagliano le gambe ai bond: un dato di fatto da cui non si sfugge o un mito da sfatare? Ray Dalio, tra i massimi esperti americani di obbligazioni a livello globale, propende per la seconda ipotesi, soprattutto nelle attuali condizioni ambientali, che consentono di spostarsi agevolmente da un mercato all'altro per andare controcorrente.
I rialzi dei tassi stanno mettendo a dura prova il mercato obbligazionario americano e la pressione si estende anche all'Europa. Lei cosa consiglia?
"Consiglio di aspettare che il tasso sui Fed Funds arrivi al 4,25%, che sarà il suo picco, e i rendimenti dei Treasury a dieci anni al 5,75%. A quel punto si può essere sicuri che la politica monetaria della Fed avrà già raffreddato abbastanza l'economia per rendere i bond americani di nuovo attraenti. Per quanto mi riguarda, ricomincerò a comprare già quando i Treasury a dieci anni saranno arrivati al 5,25%, se l'economia mostrerà segni di rallentamento, come ad esempio due decimi di punto in più sulla disoccupazione rispetto al tasso più basso raggiunto dopo la recessione, finora il 5,6%. Nel frattempo, consiglio di andarsi a cercare altrove condizioni ambientali migliori".
Difficile, visto che l'economia americana continua a fare da traino per gran parte del mondo…
"Anche questo è un mito da sfatare. L'economia mondiale, che nell'ultimo decennio sembrava sempre più sincronizzata su un'unica lunghezza d'onda - quella americana - oggi è di nuovo una cacofonia di mercati che corrono in direzioni divergenti. Merito dei banchieri centrali, che ragionano in maniera indipendente gli uni dagli altri".
Quindi?
"Mentre la Fed rialza i tassi per raffreddare un'economia in crescita troppo rapida, il Giappone si è appena avviato verso un periodo di crescita sostenuta. L'Asia sta decelerando dopo una corsa a perdifiato e l'America Latina anche, dopo una modesta espansione. L'Europa invece continuerà a crescere adagio. Ma anche all'interno di queste aree ci sono singole economie nazionali che non vanno al passo con il resto: una delle Borse che ha fatto meglio quest'anno, con un balzo nell'ordine del 20%, è quella ungherese, che sta in Europa, mentre fra le peggiori c'è quella thailandese, che sta in Asia".
Lei come sfrutta questa cacofonia?
"Vado in giro per il mondo a cercarmi le obbligazioni prezzate in maniera più attraente, soprattutto fra quelle dove gli emittenti hanno un profilo di rischio in via di miglioramento. Il maggior valore che si può trarre dalle obbligazioni si trova dove il rischio di credito viene prezzato in maniera inefficiente dal mercato".
Quali sono i segnali da guardare?
"Bisogna combinare una visione macroeconomica globale con un minuzioso processo di selezione dei singoli titoli. La maggiore o minore volatilità dei mercati e la tenuta dei vari settori sono dati importanti di cui tener conto. Fondamentale è anche costruire un portafoglio che abbia molte parti in movimento, in modo da bilanciare le varie fasi dei cicli economici in giro per il mondo".
In pratica?
"I nostri investimenti obbligazionari sono sparsi su 30 Paesi, 40 settori e 10 diverse valute. Questa diversificazione ci tiene al riparo dai problemi delle singole economie nazionali".
Che vantaggi vi ha portato?
"Nel 2002, quando il dollaro è caduto, noi avevamo importanti posizioni su valute più piccole come la corona norvegese o il dollaro neozelandese, che sono andate molto bene quell'anno, con guadagni del 30-40%. Il 2002 è stato l'anno di Enron e WorldCom, la gente si è fatta prendere dal panico ed è uscita in massa dai corporate bond. Noi invece abbiamo aumentato la nostra esposizione sia sui titoli più sicuri che su quelli ad alto rendimento. E difatti nel 2003 c'è stato il rally dei corporate bond. Ora però abbiamo ridotto la nostra esposizione sui corporate, soprattutto ad alto rendimento, perché sarà difficile che continuino a correre".
Quali sono i Paesi che privilegiate?
"Solo il 30% dei nostri investimenti obbligazionari sono negli Stati Uniti. Il 70% sono bond non denominati in dollari. Un altro terzo è in euro, un po' meno di un decimo in yen, il 7% in sterline e il 6% in dollari canadesi. Il resto sono spiccioli. Per quanto riguarda i Paesi, dopo gli Stati Uniti viene il Canada, poi la Germania, il Regno Unito e l'Olanda".

1 agosto 2004

I compensi imbarazzanti dei manager strapagati

Ripartita Wall Street, ripartita l'economia americana, sono ripartiti anche i compensi dei top manager. E i risultati sono imbarazzanti. Cambia la posizione di qualche nome a seconda delle classifiche, ma i numeri sono sempre quelli: tra 141 e 148 milioni di dollari per Reuben Mark di Colgate-Palmolive, 75 milioni per Steve Jobs di Apple, 70 milioni per George David di United Technologies, tra 54 e 60 milioni per Henry Silverman di Cendant, 54 milioni per Sanford Weill di Citigroup (in pensione dallo scorso ottobre), tra 53 e 67 milioni per Richard Fuld di Lehman Brothers e avanti così, con Larry Ellison di Oracle a quota 40 milioni, Richard Kovacevich di Wells Fargo a quota 37 o James Cayne di Bear Stearns a quota 34. Dopo due anni di contrazione dei compensi, nel 2003 la serie A dei top manager americani è tornata a giocare sulla luna, con un aumento dei compensi che tra i meglio pagati - come Reuben Mark, Larry Ellison o Steve Jobs - è arrivato anche a decuplicare la paga del 2002. In generale il balzo è dovuto soprattutto all'incasso delle stock options. Nel caso di Reuben Mark, tanto per fare un esempio, gran parte delle sue entrate dipendono dalle opzioni che gli erano state concesse dieci anni fa: allora valevano 4 milioni e potevano essere incassate solo nel caso di un aumento dell'80% del titolo. Ma in questi dieci anni, sotto la guida di Mark (che siede da vent'anni sul trono dell'impero del dentifricio), il titolo Colgate è aumentato del 286%, più del doppio dell'indice S&P 500. E così Mark le ha incassate. Si tratta di eccezioni, naturalmente: la media dei compensi intascati dai capi delle 500 maggiori aziende americane è aumentata "solo" dell'8%, arrivando alla miserrima cifra di 6,6 milioni (circa 200 volte la paga media di uno dei loro dipendenti). E dimostrando ancora una volta che guidare una grande azienda in Nord America conviene più che in Europa. I compensi medi degli ad delle maggiori aziende europee, infatti, sono ben più bassi: si va da 3,1 milioni in Francia a 2,6 milioni in Svizzera a 2,3 milioni nel Regno Unito, per scendere fino a 1,4 milioni in Olanda e Belgio o 1 milione in Germania. La differenza dipende dal fatto che i consigli d'amministrazione europei tendono a ragionare in termini nazionali, più che globali. Anche quando si tratta di multinazionali che operano su tutti i continenti, la paga dei capi azienda resta comunque legata alle medie correnti nel Paese di riferimento. E considerando che i lavoratori europei guadagnano un terzo di meno dei lavoratori americani, anche le differenze fra i top manager diventano più comprensibili. Altrimenti si rischia di esporsi alla collera dei piccoli azionisti. Com'è successo a Anders Moberg, ex ad di Ikea, che l'anno scorso è stato chiamato a risanare Ahold, la multinazionale olandese colpita da uno dei peggiori scandali societari europei, prima di Parmalat. Lo scorso settembre, Moberg è stato aggredito dai piccoli azionisti furiosi contro gli incentivi che gli erano stati offerti e ha dovuto tagliare la sua paga - destinata a superare i 10 milioni di dollari - della metà. Anche i portafogli delle star europee della categoria sono molto meno gonfi di quelli dei colleghi d'oltre Atlantico: Daniel Vasella, capo di Novartis, ha superato di poco i 12 milioni nel 2003, come Chris Gent di Vodafone. John Browne di Bp ha intascato poco più di 10 milioni, come Igor Landau di Aventis, e Josef Ackermann di Deutsche Bank non è arrivato a 10. Lindsay Owen-Jones di L'Oréal ha superato gli 8 milioni e Jorma Ollila di Nokia si è fermato a quota 7,5. Marcel Ospel di Ubs ha sfiorato quota 6. Tom McKillop di AstraZeneca e Matthew Barrett di Barclays si sono messi in tasca 5,5 milioni. E così avanti, con Peter Brabeck-Letmathe di Nestlé a quota 5,2, Franck Riboud di Danone, Jean-Pierre Garnier di GlaxoSmithKline e Martin Bouygues a 4,9. Come si vede dall'elenco mancano in gran parte i tedeschi, anche perché in Germania non c'è obbligo di rendere pubblici i compensi dei capi azienda. Se ci fosse, è probabile che un manager come Juergen Schrempp di DaimplerChrysler sarebbe entrato nella classifica (Deutsche Bank, invece, ha scelto la trasparenza volontaria). Fra gli italiani, l'ultimo che ha fatto la sua comparsa in questo Gotha è Paolo Fresco, con 4,6 milioni nel 2002. Sia in Nord America che in Europa, nella ristretta cerchia dei meglio pagati si nota un certo affollamento di manager impegnati nei settori meno colpiti dalla crisi: parecchi sono banchieri, qualcuno vende materie prime, altri guidano aziende farmaceutiche, alimentari o produttrici di articoli per la cura personale, altri ancora sono impegnati nell'informatica o nelle tlc. Mancano i capi delle compagnie aeree e delle compagnie automobilistiche, due settori fra i più colpiti. Questo non significa che il compenso dei capi si rifletta necessariamente sulla performance dell'azienda. Larry Ellison, uno dei manager meglio pagati d'America, non ha dato molte soddisfazioni agli azionisti nell'ultimo tirennio: Oracle ha dato un rendimento negativo del 54%, contro un -19% dell'indice S&P 500. Ma tra i manager americani c'è anche chi la paga non la piglia per niente: John Chambers, che ha guidato Cisco Systems per gli ultimi nove anni, dal 2001 ha preso un salario annuale di 1 dollaro e non ha più ricevuto bonus in cash. John Wren, capo del gigante della comunicazione pubblicitaria Omnicom, ha rinunciato a ogni bonus in cash, insieme ad altri top manager della sua azienda, per consentire una maggiore generosità negli incentivi ai dipendenti dei livelli più bassi. Malgrado ciò, Wren ha guadagnato 875.000 dollari e non rischia di finire sotto i ponti. Negli ultimi tre anni, la sua azienda ha messo a segno un utile netto medio del 28%. Tra gli esempi positivi, uno dei capi azienda che ha creato più ricchezza per i suoi azionisti senza pretendere compensi stratosferici è Warren Buffett, che si è accontentato di un compenso medio di 1 milione negli ultimi tre anni e ha prodotto un rendimento del 19% per gli azionisti di Berkshire Hathaway. Steve Ballmer, di Microsoft, ha prodotto un rendimento del 27% contro una paga di 2,3 milioni. E Meg Whitman - prima e unica donna citata nelle classifiche del valore - ha fatto anche meglio: per un compenso di 3,4 milioni ha offerto un rendimento del 292% ai fortunati azionisti di eBay. Jeff Bezos, poi, svetta per la sua modestia. Da quando ha portato Amazon.com a Wall Street nel '97, ha prodotto in media un rendimento annuale del 58%, pur prendendo una paga da fame: 82.000 dollari. Se fosse ancora in lista, varrebbe la pena di calcolare su questi stessi parametri la performance di Paolo Fresco nei confronti degli azionisti Fiat.

26 luglio 2004

Jean-Paul Fitoussi

Investimenti in ricerca e innovazione. E' questo che manca all'economia italiana, ma anche a quella francese e tedesca, secondo Jean-Paul Fitoussi, presidente dell'Ofce, il prestigioso Osservatorio francese della congiuntura economica.
Lei preferisce parlare di un problema europeo, ma l'export italiano perde più quote di mercato degli altri europei. Perché?
"Italia, Francia e Germania soffrono dello stesso male: la sopravvalutazione dell'euro, che colpisce la competitività delle imprese esportatrici. Certo in Italia gli effetti sono più marcati, perché la vostra economia si basa di più sulla piccola e media impresa, particolarmente esposta alla concorrenza della Cina e degli altri Paesi asiatici emergenti. L'estrema frammentazione della struttura industriale italiana la rende più vulnerabile delle altre. Ma i problemi di fondo sono i medesimi".
Soluzioni?
"Bisogna puntare su una politica espansiva, basata sulla ricerca, l'innovazione, le infrastrutture. Bisogna trasformare l'economia italiana, insieme a quella europea, in un'economia del sapere. Gli americani, che l'hanno inventata, la chiamano knowledge economy. E' inutile combattere i cinesi sul loro stesso terreno, puntando sulla manifattura di base. E' una battaglia persa. Bisogna buttarsi sulle produzioni avanzate, ad alto valore aggiunto. Quindi bisogna investire nelle università e nella ricerca scientifica".
Tremonti aveva proposto di non conteggiare nel deficit le spese per la ricerca e quelle infrastrutturali. Lei sarebbe d'accordo?
"Qualsiasi misura espansiva va bene, purché coordinata a livello europeo. Per quanto mi riguarda, avevo proposto che l'Europa sottoscrivesse un prestito internazionale di importanti dimensioni a favore dei finanziamenti alla ricerca. Ma non è stato fatto nulla. Questa incapacità di coordinamento è il motivo per cui l'economia europea è così debole e non va mai oltre una crescita del 3%, che per i nostri standard è già miracolosa, ma non ha niente a che fare con la vera espansione come la conoscono gli Stati Uniti".
Meglio aumentare gli investimenti o tagliare le tasse?
"Per uscire dalla stagnazione le strade sono due: una di sinistra, attraverso l'aumento della spesa pubblica, e una di destra, attraverso la diminuzione delle tasse. Due politiche diverse ma entrambe valide, sia l'una che l'altra con opportuni accorgimenti possono essere indirizzate a un rilancio dell'innovazione e della diffusione del sapere. Ma l'importante è reagire per tempo, possibilmente di concerto con gli altri Paesi europei. Non lasciarsi andare come ha fatto l'Europa fino ad oggi. Gli Usa e l'Asia hanno reagito prontamente, mentre la risposta europea, sia sul fronte monetario che fiscale, è stata debolissima, se non controproducente".
E' un problema di tassi d'interesse?
"La Bce è troppo ingessata, ma in questo momento non abbiamo tanto un problema di tassi d'interesse, che sono abbastanza adeguati, quanto di cambio. L'euro è sopravvalutato e andrebbe tenuto a freno. In Europa manca una politica di cambio. Negli Stati Uniti la politica di cambio la fa il segretario al Tesoro, non la Fed. I governi europei devono mettersi d'accordo su questo punto e, se serve, devono intervenire sui cambi comprando dollari".
E il Patto di stabilità?
"Il Patto di stabilità ha costretto l'Europa a una politica restrittiva proprio quando c'era bisogno di una strategia di crescita. Quelle regole vanno cambiate, o almeno bisogna trovare un'interpretazione più flessibile, che rientri in una strategia economica complessiva di lungo periodo. Altrimenti l'Europa è destinata ad aspettare sempre che la crescita venga dall'esterno. Ma quando manca una strategia autonoma i problemi di competitività, come quelli dell'Italia, diventano subito più acuti".
Quindi lei sostiene la necessità di una governance europea?
"Non c'è altra scelta, non possiamo rimanere a lungo a metà del guado, perché è la posizione più scomoda. Ormai i governi nazionali non hanno più l'autonomia necessaria per gestire e imporre una politica economica efficace. Il caso di Tremonti, ma anche quello di Mer, dovrebbero insegnarci qualcosa. I ministri dell'Economia saltano perché sono dicasteri strategici, ma hanno una sovranità limitata. Per questo è urgente creare una governance economica europea in grado di fissare e coordinare una politica comune".

19 luglio 2004

Il piano di Terna contro il blackout

Le tempeste scoppiano sempre di domenica. E di notte. Nell' alta Val Leventina, a ridosso del Gottardo, un fulmine ha interrotto domenica scorsa la stessa direttrice del blackout del 28 settembre, la linea Musignano-Lavorgo. Tre-quattro minuti con il fiato sospeso per i tecnici del Grtn sono bastati a riportare tutti indietro, alla notte del grande buio. Ma gli italiani non se ne sono accorti. Stavolta il blackout non c' è stato. Le linee d' interconnessione non sono più sovraccariche, perché le importazioni di energia sono state ridotte. Le comunicazioni tra i tecnici ai due lati della frontiera sono migliorate, grazie all' addestramento nelle reciproche centrali operative. Le linee di difesa preventiva hanno funzionato. Ma il rischio rimane. Le linee d' interconnessione che collegano l' Italia alla rete europea sono ancora carenti. Il parco di generazione non si è ampliato di molto rispetto a un anno fa, quando ci furono i primi distacchi di corrente programmati. E i consumi continuano a galoppare. Due milioni di condizionatori comprati in un anno, fanno circa duemila megawatt in più. Per ora il tempo è stato clemente, ma basta un' ondata di caldo e la domanda s' impenna: per ogni grado in più il consumo aumenta di 500 MW. Se i picchi estivi della domanda - previsti dal Grtn a fine luglio-inizio agosto e nell' ultima settimana di agosto - dovessero rivelarsi esatti, il sistema elettrico italiano non sarebbe in grado di soddisfarli. Di conseguenza il gestore della rete, nella persona dell' amministratore delegato Luca D' Agnese, sarebbe di nuovo costretto a staccare la corrente a una parte del Paese. Il piano dei distacchi è già pronto, facilmente consultabile nel portale di Enel Distribuzione, alla voce «pianificazione emergenza blackout». È passato un anno e siamo daccapo. Che cos' è cambiato nel frattempo? «Stiamo cercando di utilizzare meglio il parco centrali, incentivando le aziende produttrici a spostare in un periodo dell' anno meno critico le manutenzioni, che di solito si facevano d' estate. Per far fronte ai casi d' emergenza abbiamo rimesso in funzione vecchi impianti che non venivano più usati perché considerati troppo inefficienti. Abbiamo introdotto il capacity payment, componente tariffaria che premia la disponibilità di generazione nei giorni critici». Così la carenza di generazione finisce nell' aumento delle tariffe. Come si spezza questo circolo vizioso? «La nostra capacità di generazione non riesce a star dietro alla crescita dei consumi: la vera soluzione verrà solo dalla costruzione di nuove centrali». Per frenare la corsa dei prezzi, l' Autorità sembrerebbe decisa ad affidare al Grtn le centrali meno efficienti, che mandano in orbita le quotazioni di Borsa (il 18 giugno siamo arrivati a un prezzo record di 163,49 euro a MWh), sottraendole alla gestione delle aziende elettriche. Lei cosa ne pensa? «Si tratta di un provvedimento estremo, pensato per evitare che nelle ore e nelle zone di massima criticità l' unico operatore disponibile sia libero d' imporre il suo prezzo. Ma spero che le brusche oscillazioni, che hanno spinto l' Autorità a prendere in considerazione questa soluzione, non si verifichino più...». In ogni caso la partenza della Borsa dovrebbe incentivare la costruzione di nuovi impianti... «La trasparenza sul fronte dell' offerta è essenziale per attirare gli investimenti: seguendo i prezzi di Borsa si vede chiaramente come il caldo fa salire la domanda. Quando si rompe un impianto, sale ancora di più. I prezzi alti diventano un incentivo a esserci nei giorni e nelle ore in cui serve». Ma anche così non è detto che si risolva il problema: in certe zone è la rete che non regge le nuove centrali. «Ci sono strozzature che vanno corrette, come la dorsale calabrese, da raddoppiare. Già oggi quella è una linea carente e in Calabria si stanno costruendo diverse centrali. Se non verrà rafforzata, l' energia prodotta non potrà arrivare a destinazione. L' elettrodotto Rizziconi-Laino, progettato nei primi anni ' 90, è molto urgente, anche se mi rendo conto che l' attraversamento del parco nazionale del Pollino è un problema delicato». Stesso discorso per la linea Matera-Santa Sofia, che dovrebbe trasportare l' energia dalle centrali pugliesi alla Campania, dove le carenze sono drammatiche. Ma è ferma da dieci anni per l' opposizione del comune di Rapolla. «Anche qui stiamo cercando da anni di raggiungere un compromesso. C' è una variante già autorizzata con un decreto presidenziale, ma la gente del paese non è d' accordo». Non avete mai pensato di riservare i distacchi di corrente soltanto alle regioni deficitarie, per indurre gli enti locali a un comportamento più responsabile? «Dal punto di vista tecnico non è impossibile, ma i problemi politici sarebbero enormi. E poi spesso non è facile circoscrivere tutte le responsabilità a un solo territorio regionale: nel caso dell' elettrodotto Matera-Santa Sofia, ad esempio, è la Campania a essere deficitaria, ma Rapolla è in Basilicata». Problemi analoghi s' incontrano sulle linee d' interconnessione con l' estero? «Sì, ma lì stiamo facendo parecchi passi avanti. Sull' elettrodotto San Fiorano-Robbia, che aumenterà di un quarto la capacità di trasporto dalla Svizzera, ci siamo già messi d' accordo con i paesi interessati della Valtellina e della Val Camonica e speriamo di concludere i lavori entro fine anno. Smantelleremo decine di vecchie linee minori, con poca capacità, che sposteremo sul nuovo elettrodotto. Così almeno ci sarà una struttura sola». E sul fronte Nord-Est? «Lì siamo deboli. Stiamo cercando di aumentare la capacità d' interconnessione con l' Austria attraverso la linea Cordignano-Lienz, e con la Slovenia attraverso la Udine-Okroglo, che rafforzerà molto quel fronte, da cui potremmo importare quantità ben maggiori di energia a buon prezzo se la rete fosse più articolata».

6 luglio 2004

Paul Krugman

“L’Italia ha bisogno di uno stimolo forte, come del resto l’Europa intera. Tagliare le tasse è una via rischiosa, ma in assenza di una politica monetaria espansionistica c’è poco altro da fare per dare un colpo di gas alla crescita”. Paul Krugman, professore di Economia a Princeton e commentatore politico sul New York Times, non è certo un appassionato di deficit di bilancio. Per stimolare l’economia italiana ed europea partirebbe da una politica monetaria diversa da quella applicata fino ad oggi dalla Banca centrale europea.
Tagliare i tassi, quindi. Non le pare un po’ tardi?
“In effetti il treno della ripresa è passato da un bel po’, ma l’Europa non ci è ancora montata sopra. La crisi più nera è superata, ma la crescita non ingrana. Perché dunque insistere con una politica monetaria che chiaramente non funziona? Sembra quasi che la crescita economica europea non interessi ai banchieri di Francoforte”.
In effetti il loro compito si limita a garantire la stabilità dei prezzi…
“Ma com’è possibile impostare una politica monetaria solo sulla difesa dall’inflazione? Se la minaccia viene da una direzione diversa che cosa si fa, si guarda da un’altra parte?”
C’è sempre la politica fiscale…
“Anche su quella la libertà di manovra è molto limitata dal Patto di stabilità, concentrato a regolare il deficit su base annuale, che tutto sommato conta poco. Sarebbe molto più sensato prendere in considerazione il peso complessivo del debito e limitare quello, o tenere sotto controllo il deficit dando un lasso di tempo più lungo di un anno per rientrare. Da quando sono entrate in vigore, le restrizioni imposte alla politica monetaria e alla politica fiscale europea hanno sicuramente aggravato la crisi, anziché alleviarla”.
Quindi via con i tagli alle tasse?
“E’ un buon sistema per rimettere in moto la domanda, ma va usato con giudizio, altrimenti si rischia di accumulare troppo debito”.
Preferisce altre misure di stimolo, come l’aumento della spesa pubblica?
“Fra le due possibilità nel caso italiano preferirei senz’altro tagliare le tasse, che da voi sono molto alte. I tagli fiscali non possono sostituire del tutto una politica monetaria espansiva, ma sono la misura che più le si avvicina. La spesa pubblica, invece, andrebbe semmai alleggerita ulteriormente, riformando il sistema pensionistico, che è troppo pesante”.
C’è già stato un tentativo in questo senso…
“Resta un sistema eccessivo, che incide troppo sul Pil. Non bisogna dimenticare che la popolazione europea – e in particolare quella italiana – sta invecchiando molto più rapidamente della popolazione americana. In queste condizioni un sistema pensionistico come il vostro non è più sostenibile. Non si può caricare sulle spalle dei giovani un peso di queste dimensioni e poi pretendere anche che si mettano a correre per far crescere l’economia”.
Quindi riforme strutturali…
“Sì, le riforme strutturali sono il segreto dei pochi Paesi europei, come il Regno Unito o la Spagna, che sono riusciti a mantenere un buon ritmo di espansione anche negli anni più difficili. La Germania invece è ferma, perché non ha messo a segno le riforme più urgenti, come quella del mercato del lavoro”.
E’ un problema anche italiano…
“Certo. Se si vuole stimolare la competitività dell’Italia bisognerebbe intervenire anche sul mercato del lavoro”.
In che modo?
“Bisogna essere chiari su un punto: la correlazione fra domanda e offerta vale anche per il mercato del lavoro. Se il governo riuscisse a far scendere i costi delle nuove assunzioni, le aziende assumerebbero di più e la disoccupazione scenderebbe”.
Quindi maggiore flessibilità?
“Maggiore flessibilità e maggiori incentivi alla mobilità. Assumere e cambiare lavoro deve diventare più facile, più naturale. Anche la contrattazione sui salari dovrebbe essere più flessibile. Queste sono le ragioni per cui negli Stati Uniti si creano più posti di lavoro che in Europa”.
Ma così non si rischia d’importare in Europa anche i problemi di povertà che lei tanto critica nel suo Paese?
“La disoccupazione è il male maggiore. Le disuguaglianze sono il male minore. Prima bisogna combattere la disoccupazione, poi le disuguaglianze, applicando misure che non interferiscano troppo con il mercato del lavoro. Quando i sussidi sono talmente alti da disincentivare la gente a trovarsi un lavoro, come in Germania, le ricadute sono devastanti”.

1 luglio 2004

Niente sole per l'Italia

Nel Paese del sole, l'energia solare resta al palo. Finanziamenti pubblici che restano inutilizzati, programmi di sviluppo che non prendono velocità, settore che non cresce: da noi i raggi ultravioletti servono soltanto per prendersi le scottature. Nel mondo, invece, negli ultimi dieci anni la produzione di energia solare, da trasformare in elettricità (fotovoltaico) oppure in acqua calda (termico), è raddoppiata. "Lo sviluppo delle energie rinnovabili in Italia - commenta Aldo Iacomelli, segretario di Ises Italia, sezione dell'International Solar Energy Society - è molto insoddifacente, ma soprattutto non si vedono grandi prospettive di sviluppo. Mentre gli altri Paesi negli ultimi anni sono andati molto avanti, l'Italia resta ferma, anche se a parole gli italiani si dichiarano sensibili a queste problematiche. Basta andare in Grecia per rendersi conto dei treni che abbiamo perso: lì i pannelli solari si comprano in una qualsiasi ferramenta, che vanno via come il pane. Qualsiasi idraulico sa come s'installano e lo fa continuamente. Da noi invece restano una merce rara". In Italia il settore commerciale e industriale, ancora molto artigianale, è costituito da 50-60 distributori di impianti termici. I 18 produttori nazionali coprono circa il 30% delle vendite annuali. Il settore fotovoltaico invece è costituito da 40 aziende con un totale di circa 750 addetti, un numero ancora modesto se confrontato con i 6000 addetti del mercato tedesco e i 16mila di quello giapponese. Sono proprio i giapponesi i leader del settore nel mondo, con 251 MW prodotti nell'ultimo anno (47% del totale), mentre l'Europa è al secondo posto con 136 MW. Eppure l'energia solare, insieme alle altre fonti rinnovabili, è una delle chiavi di volta individuate dalla Commissione europea per rispettare i criteri del protocollo di Kyoto e per emancipare l'Europa dalla dipendenza dal petrolio. In base alla direttiva 77 del 2001, recepita in Italia con un decreto legislativo in gennaio, nel 2010 l'Europa dovrebbe soddisfare il 22% del suo fabbisogno di energia con le fonti rinnovabili. Secondo l'ultimo rapporto sul solare, pubblicato in maggio a quattro anni di distanza dalla direttiva, solo la Germania, la Spagna, la Danimarca e la Finlandia sono sulla buona strada per centrare gli obiettivi posti dalla Commissione. Francia, Regno Unito, Austria, Olanda, Belgio, Irlanda e Svezia ci stanno provando. Grecia e Portogallo sono ancora troppo indietro. L'Italia e il Lussemburgo non sono stati nemmeno valutati, perché dovevano ancora recepire la direttiva quando è stato fatto lo studio. Ma a giudicare dalle valutazioni del ministero dell'Ambiente, non siamo sui binari giusti. Sia per il solare termico che per il fotovoltaico, i fondi stanziati per incentivare la costruzione di impianti tramite gli enti locali sono ancora poco sfruttati: 5 milioni e 700mila euro del bando di fine 2001 sono ancora in cassa. Malgrado nel 2003 il solare termico in Italia abbia compiuto un balzo del 25%, il totale di pannelli installati nel nostro Paese corrisponde appena a quanto la Germania installa in media in un solo anno, cioè quasi 500mila metri quadrati di superficie. Rispetto all'obiettivo del Libro Bianco italiano di 1,5 milioni di mq installati entro il 2005 e 3 milioni entro il 2010, c'è ancora molto da lavorare. Sul fotovoltaico siamo messi meglio: con i suoi 25-26 MW totali, l'Italia è al quarto posto per potenza installata nell'Ue e al settimo posto a livello mondiale. Ma è uno dei pochi Paesi che non ha registrato una crescita di questa tecnologia dal '95 al 2001, quando nel resto del mondo le installazioni galoppavano. In Italia, dopo una fase di grandi investimenti durante gli anni Ottanta e nei primi anni Novanta, in cui si sono realizzate diverse centrali fotovoltaiche, come quella di Serre (Salerno), il mercato ha vissuto una forte contrazione. Dal 2001, anno di partenza del programma "Tetti Fotovoltaici" del ministero dell'Ambiente, il settore ha ripreso a crescere, ma gli impianti installati con i finanziamenti pubblici non sono andati oltre i 4-5 MW complessivi: siamo ben lontani dall'obiettivo di 5000 impianti in più (circa 20 MW di potenza) entro il 2003, che dovevavno contribuire a centrare i 300 MW entro il 2010. Installare un impianto fotovoltaico sul tetto di una casa oggi costa circa 8mila euro per un KW di potenza e in Italia la maggior parte delle case ne ha tre. A questo vanno aggiunti i lavori in muratura, che di solito non superano i mille euro. Le spese si possono dedurre per il 36% dall'Irpef, mentre l'Iva è agevolata al 10%. Ma in complesso l'investimento è imponente. Meno costoso è un impianto di solare termico, che costa circa 4.000 euro in tutto, compresa l'installazione sul tetto, per un impianto con un servatorio da 400 litri, o 10.000 euro con un serbatorio da mille litri. Con un impianto di questo tipo si possono risparmiare fino al 70% dei costi di energia, ma non si diventa mai autosufficienti come si riesce a fare con il fotovoltaico. Se si acchiappa uno dei bandi regionali ancora in vigore, si può risparmiare circa un terzo della spesa complessiva. Tra breve dovrebbe anche entrare in vigore un incentivo per chi produce più energia di quanto consuma, che gli verrà pagata a un prezzo politico. "L'uso più conveniente dell'energia solare è nella generazione distribuita più che nelle grosse centrali - spiega Sergio Adami, reponsabile Enel per le fonti rinnovabili - anche se a livello sperimentale la stiamo sfruttando in diversi impianti. A Priolo abbiamo avviato il progetto Archimede con il solare termico e la centrale di Serre, da 3,3 MW, è una delle più grandi del mondo per il fotovoltaico". A Priolo la vecchia centrale ad olio combustibile è appena stata rimpiazzata dalle nuove turbine che bruciano metano e tra tre anni verrà alimentata anche da 360 collettori solari governati da un computer, che seguiranno i movimenti del sole sul principio degli specchi di Archimede e daranno alla centrale 20 MW in più. Ma gli specchi di Priolo occupano la bellezza di 40 ettari e la centrale di Serre è grande come nove campi di calcio. E' ovvio quindi che se il solare decollerà anche in Italia, lo farà dai tetti delle nostre case.

27 giugno 2004

Nuova corrente per il sistema

Prezzi alti e prospettive di rapida crescita della domanda: gli ingredienti per attirare investimenti nella costruzione di nuove centrali ci sarebbero tutti, ma per ora il cavallo non beve. O non beve abbastanza in fretta per mettere l’Italia al riparo da altri blackout. Delle 35 centrali autorizzate negli ultimi due anni dal ministero delle Attività produttive, per circa 18mila megawatt complessivi, quasi la metà rimane sulla carta. Dall'apertura del mercato elettrico nel marzo '99 a oggi, l'avvio di nuovi impianti in Italia si conta sulle dita di una mano. Risale appena allo scorso ottobre la partenza della prima nuova centrale, costruita da EniPower a Ferrera Erbognone, in Lomellina, con una potenza installata di oltre mille megawatt. Per quasi cinque anni, dunque, il parco di generazione italiano è rimasto sostanzialmente fermo. Poi è stata la volta dell'impianto di Ostiglia, nel Mantovano, dove Endesa Italia ha varato a fine novembre la conversione al ciclo combinato di 800 MW di potenza installata. Poco lontano, a Sermide, sono partiti i primi gruppi dei complessivi 1200 MW riconvertiti da EdiPower. Nei giorni scorsi EniPower ha cominciato a far girare le turbine della nuova centrale di Ravenna. Ed è entrato in esercizio il gruppo da 400 MW di Ponti sul Mincio, costruito da Asm Brescia e Agsm Verona. Altri impianti minori, come quello di Gorizia, cominciano a funzionare qua e là. Primi segni di una rinascita del mercato, ben lungi però dal soddisfare i picchi dei consumi di energia degli italiani, attesi nei prossimi giorni dal Grtn. Fine luglio e inizio agosto saranno le fasi più critiche - grazie al termometro che sale e al progressivo svuotamento dei bacini idroelettrici - e presenteranno la sfida più ardua anche per le quotazioni di Borsa, che in presenza di forti carenze rischiano d'impennarsi. In complesso, dei 35 via libera rilasciati dal ministero delle Attività produttive dal 2002 a oggi, per un totale di quasi 18.000 MW, solo 22 cantieri, per circa 10.000 MW, sono già stati avviati e per poco più di 2.000 MW sono già terminati. Si lavora un po' dappertutto, ma soprattutto al Sud. Enel, che giorni fa ha messo in cantiere l'avvenieristica centrale siracusana di Priolo, ha cominciato il rodaggio dell'impianto siciliano di Termini Imerese, dopo una radicale ristrutturazione. Edison ha appena avviato il quarto cantiere in due anni, in Calabria a Simeri Crichi, dove sorgerà una centrale da 800 MW a ciclo combinato, alimentata a gas naturale. Altri 2.000 MW complessivi sono già in costruzione ad Altomonte (800 MW), Candela (400 MW) e Torviscosa (800 MW). Energia (gruppo Cir) ha avviato la costruzione di una centrale da 800 MW a Termoli. Sono partiti i lavori di Aem Torino per un impianto da 770 MW a Moncalieri. Ma tutti, prima di metter mano al piccone, hanno dovuto combattere per anni contro i veti delle amministrazioni locali, i ricorsi al Tar, i picchetti e i cortei con in testa sindaci, vescovi e assessori. Agli italiani piace molto avere il frigorifero o la lavatrice (e negli ultimi tempi anche il condizionatore), ma avere una centrale dietro casa non piace a nessuno. In alcune regioni, come la Campania, il deficit energetico è tale che ci si chiede come facciano a mandare avanti le proprie industrie. Non a caso le quotazioni della Borsa elettrica sono state suddivise in zone e il prezzo dell'energia nell'area Sud risulta molto più alto. Ma non ci sono solo i ritardi causati dall'estrema litigiosità degli enti locali. Anche i produttori di energia non vedono completamente di buon occhio questa corsa ai nuovi impianti. Troppi megawatt in più potrebbero generare una sovracapacità produttiva che in qualche anno finirebbe per tagliare le gambe ai prezzi del chilowattora, com'era accaduto nel Regno Unito dopo la liberalizzazione del mercato. Anche per questo gli investimenti nel settore sono molto prudenti e più di una centrale che vede tutti d'accordo non viene costruita, tanto che al ministero hanno deciso d'istituire un limite di un anno alla validità delle autorizzazioni, che poi decadono, per incentivare i produttori ad usufruirne in tempi ragionevoli. Non a caso delle 80 domande pendenti al ministero, per circa 50mila MW complessivi, è prevedibile che solo poche verranno davvero realizzate. E anche quelle che arrivano al cantiere, spesso non vengono realizzate dalla società richiedente, che alla fine dell'iter si rivende il pacchetto di autorizzazioni a qualcun altro, con più soldi in tasca da investire su questo mercato. Com'è successo al progetto di Teverola, in provincia di Caserta, dove il gruppo Merloni ha ceduto i diritti di costruzione a Raetia Energie, l'azienda grigionese che ha costruito anche la tratta svizzera del famoso elettrodotto fra San Fiorano e Robbia, fermo da nove anni per l'opposizione degli enti locali italiani. A fronte del fabbisogno previsto per quest'anno, sarà difficile quindi superare l'estate senza distacchi di corrente, perché la potenza disponibile del sistema elettrico italiano per ora non va oltre i 50mila MW e l'import è stato ridotto a circa 5mila MW per motivi di sicurezza. Il divario fra potenza installata (quasi 77mila MW) e potenza disponibile è una delle grandi debolezze del sistema, dovuta alla variabilità delle fonti idroelettriche e alle inefficienze causate dal caldo nelle centrali termoelettriche o sulle linee ad alta tensione. L'altra è l'estrema lentezza con cui procede l'incremento della capacità produttiva rispetto al ritmo di crescita del fabbisogno di energia del Paese. In base ai calcoli del Grtn, da quest'anno l'Italia entrerà nel novero di quei Paesi ricchi dove la richiesta estiva di energia supera quella invernale: contro un picco invernale di 55.500 MW, il picco estivo potrebbe toccare i 55.800 MW. Già l'anno scorso i due picchi erano stati quasi equivalenti: 53.400 MW d'inverno contro 53.100 MW d'estate. Ma basta andare indietro di pochi anni per constatare la differenza: nel 2000 il picco invernale si era attestato sui 49.713 MW, mentre il picco estivo si era fermato a 47.383 MW. I consumi di energia degli italiani, quindi, sono a una svolta. Non così la produzione.

Liberalizzazione alla svolta

Con l'inizio di luglio anche in Italia, come nel resto d'Europa, la liberalizzazione del mercato elettrico è entrata nel vivo, ampliando il parco clienti liberi a tutte le partite Iva e lasciando nel mercato vincolato solo le utenze familiari. D'un balzo la platea dei consumatori che possono cambiare fornitore di energia è passata così da circa 150mila a 7 milioni di utenti. Il processo di liberalizzazione dei mercati energetici europei si basa su una decisone storica, adottata a Bruxelles il 25 novembre 2002, per preparare il terreno alla creazione del più vasto mercato al mondo dell’energia elettrica e del gas. L'accordo del 2002 - che ha fissato l'ultimo termine per l'avvio della concorrenza al 1° luglio 2004 per gli utenti industriali e al 1° luglio 2007 per quelli domestici - è il punto di arrivo di un lungo percorso, cominciato negli anni Novanta: la Commissione europea ha adottato una direttiva sull’elettricità nel ’96 e due anni dopo una sul gas. Grazie a questi strumenti giuridici, la maggior parte dei Paesi europei è arrivata alla scadenza dell'inizio di luglio già con un elevato grado di apertura del mercato. Attualmente, nell’Ue, sono liberalizzati in media i due terzi della domanda elettrica e circa l’80% della domanda di gas. L'Italia si colloca nella fascia intermedia per livello d'apertura, con Regno Unito e Paesi scandinavi già molto avanti nel processo e Francia e Grecia ancora molto indietro. Nel Regno Unito, considerato il benchmark europeo di tutte le liberalizzazioni, l'apertura del mercato elettrico è cominciata già negli anni Ottanta, con la privatizzazione in blocco di British Gas. Il mercato elettrico invece è stato privatizzato a settori: prima la produzione, poi la distribuzione e la vendita. Ma dopo lo "spezzatino" iniziale, ora è già ben avviata la fase della concentrazione. Delle 14 società di distribuzione uscite dalla privatizzazione non ne sono rimaste che sei, di cui la metà in mani estere. Delle società di vendita ne sono rimaste sette, su cui dominano i tedeschi con Eon e Rwe e i francesi di Edf, padroni anche di London Electricity. Dal 2001, quand'è partita la Borsa (chiamata Neta) a oggi il prezzo dell'energia all'ingrosso è crollato del 40% e per le utenze familiari le tariffe si sono ridotte del 20%. Da allora ad oggi il 40% delle famiglie ha cambiato fornitore. La situazione è del tutto antitetica in Francia, dove Edf e Gdf continuano a farla da padrone e il mercato è quasi impenetrabile agli stranieri (solo Electrabel e Vattenfall per ora sono riuscite a entrare, con quote molto basse). Nel mercato dell'elettricità, Edf ha l'80% della produzione e chiaramente le utenze familiari sono ancora vincolate, come in Italia. Anche sul mercato dei grandi consumatori industriali, il cambio di fornitore è molto modesto, attorno al 15%, quando in Italia già la metà ha cambiato fornitore e nel Regno Unito tutti. L'economia europea consuma il 15% dell'energia prodotta a livello globale, con una crescita media annua del 2% negli ultimi dieci anni. Si basa essenzialmente sui combustibili fossili (petrolio, carbone e gas naturale), che rappresentano oltre la metà del suo consumo totale, di cui circa due terzi sono importati. L'offerta interna di energia, dove il nucleare è la voce più consistente, copre appena la metà del fabbisogno. In Italia, dove i combustibili fossili coprono i quattro quinti dei consumi e manca completamente il nucleare, la dipendenza dall'estero supera l'80% del fabbisogno. Ma alla lunga, con lo sviluppo di un mercato europeo integrato, queste differenze interne dovrebbero smussarsi. La presenza di un grande mercato Ue darà un notevole contributo alla sicurezza dell’approvvigionamento, a condizione di migliorare l’attuale infrastruttura di rete e di creare un numero sufficiente d'interconnessioni fra le varie reti nazionali, oltre a stabilire regole chiare per gli scambi transfrontalieri. Nell'accordo del 2002 sono state già tracciate le linee-guida per l’integrazione del mercato, in base alle quali almeno il 10% della capacità delle reti nazionali dev'essere interconnessa. Scopo del regolamento è arrivare a un approccio armonizzato tra vari i Gestori di rete, in materia di tariffe di accesso alle reti, mediante un sistema di compensazione per i flussi transfrontalieri di energia elettrica e attraverso un meccanismo armonizzato di definizione dei corrispettivi di accesso, non correlati alla distanza. Per far crescere entro il 2005 l'interconnessione al 10%, la decisione identifica 12 assi di progetti prioritari d'interesse europeo, di cui 7 nel campo delle reti elettriche (tra questi il rafforzamento delle interconnessioni dell’Italia con la Francia, l’Austria, la Slovenia e la Svizzera) e 5 nel campo delle reti del gas (tra i quali la costruzione di gasdotti dall’Algeria alla Spagna, alla Francia e all’Italia) e fornisce l’elenco aggiornato dei progetti d'interesse comune che possono accedere al finanziamento Ten, così com'è stato fatto per le reti ferroviarie. Tra questi: la linea S.Fiorano-Robbia (Italia-Svizzera); il collegamento tra Cordignano e Lienz (Italia-Austria); lo studio per una nuova linea d'interconnessione tra l’Italia e la Slovenia; la proposta avanzata al gestore francese per una nuova interconnessione tra l’Italia e la Francia; il cavo sottomarino con la Sardegna e il collegamento tra la Calabria e la Sicilia.

17 giugno 2004

Una rete piena di buchi

A nove mesi dal blackout del 28 settembre, l'Italia brancola ancora nel buio. Sappiamo che i principali responsabili di quelle ore drammatiche sono stati gli operatori svizzeri, che non hanno comunicato con sufficiente chiarezza la gravità della situazione. Ma i difetti della rete italiana, che hanno consentito al grande buio di estendersi su tutta la penisola (tranne la Sardegna) e di rimanerci in certe zone per 19 ore filate, non sono ancora stati individuati nei dettagli. Conclusa la settimana scorsa l’indagine conoscitiva dell’Autorità, partono ora le inchieste formali fra produttori, distributori e Grtn per capire che cosa non ha funzionato in casa nostra, perché svizzeri e francesi hanno risolto i loro problemi in pochi minuti mentre da noi ci sono stati quattro morti e danni per 380 milioni di euro. E se siamo ancora in fase d’istruttoria, è legittimo supporre che le carenze di allora non siano state corrette, tranne i difetti più evidenti, come la congestione delle 16 linee d'interconnessione con l'estero, drasticamente ridotta dal Gestore della rete. Dai rilievi dell’Autorità si deduce che la principale imputata è la rete di trasmissione nazionale, in questi giorni al centro dell'attenzione degli investitori per il maxi collocamento di Terna previsto per oggi. La rete italiana ad altissima tensione è lunga 22.318 chilometri: 74,1 metri di cavo per ogni chilometro quadrato. In Germania ce ne sono 110,7, in Francia 86,4, in Austria 74,2 (ma la densità di popolazione è la metà della nostra). Perfino le linee greche sono più robuste, con 80,6 metri di cavo per chilometro. “La rete è ferma da almeno cinque anni – spiega Davide Tabarelli, direttore del Rie (Ricerche industriali energetiche) di Bologna – e quindi c’è poco da stupirsi che sia andata in tilt al primo imprevisto. In un caso come quello accaduto in settembre, un sistema che si rispetti dovrebbe quantomeno avere un automatismo per isolare Piemonte e Lombardia dal resto d’Italia”. Malgrado l'entusiasmo dei risparmiatori per un titolo sicuro come un Bot ma più remunerativo, agli italiani infatti non piace avere Terna in casa. Da Rapolla in Basilicata alle vette della Valcamonica o della Valtellina, nessuno ama i tralicci e l’inquinamento elettromagnetico che portano. “I due casi degli elettrodotti Matera-Santa Sofia e San Fiorano-Robbia, fermi da anni per l’opposizione delle comunità locali, sono solo la punta dell’iceberg”, precisa Tabarelli. Il tracciato Matera-Santa Sofia, di cui mancano solo 7 chilometri su 200 per lo stop degli abitanti del paese di Rapolla, dovrebbe collegare la zona di Napoli – gravemente deficitaria - con le due gigantesche centrali di Brindisi, che vanno al minimo per mancanza di un mercato di sbocco. “I costi di produzione nel Napoletano – fa notare Tabarelli - sono molto più alti che altrove, proprio perché scarseggia l’energia elettrica. Ma in generale tutta l’infrastruttura meridionale è molto carente: dorsale adriatica e dorsale tirrenica sono troppo poco collegate e il passaggio di energia spesso dipende da un filo singolo invece che da una rete”. Il Sud della Calabria, dove si stanno costruendo varie centrali importanti, è quasi isolato: lo collega al resto d’Italia una linea su cui non passano più di 300 MW. Ma è inutile costruire centrali se poi l’energia non può arrivare a destinazione. “Anche Sicilia e Sardegna, che producono più di quanto consumino, avrebbero bisogno di un raddoppio delle linee, per non parlare dell’interconnessione con la Grecia”, spiega Tabarelli. All’altro capo della penisola, la tratta italiana dell’elettrodotto San Fiorano-Robbia, che aumenterebbe di un quarto (1500 MW) la disponibilità di corrente importata dalla Svizzera, è ferma da nove anni per l’opposizione delle comunità locali in Valcamonica e in Valtellina. E non entrerà in funzione nemmeno quest’estate per intoppi burocratici, malgrado l’accordo già firmato da mesi al ministero delle Attività produttive. Nel frattempo la parte svizzera, da Robbia (nei Grigioni) al confine con l’Italia, è già pronta e aspetta di essere collegata. Un'altra ciambella di salvataggio contro il blackout che galleggia da sola senza pretendenti. “Ma le carenze più vistose sono nel Nord-Est – fa notare Giuseppe Gatti di Energy Advisors – dove siamo costretti a rinunciare a una linea d’interconnessione con la Slovenia da 1300 MW già esistente, per questioni di sicurezza. La strozzatura di Dolo, vicino a Venezia, isola praticamente tutta l’area orientale del Paese, da cui potremmo importare più energia se ci fossero più linee”. Non è solo una questione di dimensioni della rete, che il piano appena varato dal Gestore prevede di ampliare di 1.900 chilometri, per un investimento di 1.700 milioni di euro. “La rete italiana dovrebbe diventare più fitta e più ramificata – commenta Piero Manzoni, responsabile dell’area Power di Siemens Italia – ma soprattutto più moderna. Gli elettrodotti non significano soltanto tralicci, ma anche cavi interrati o linee gas insulated, molto meno inquinanti. I sistemi di controllo e monitoraggio digitali, che correggono l’errore umano, sono poco diffusi”. Nel caso del 28 settembre, un sistema più efficiente di sconnessioni e reinstradamenti automatici dei flussi avrebbe limitato quell’effetto domino che ha spento perfino la Sicilia. Proprio il malfunzionamento di una serie di automatismi ha reso il blackout particolarmente devastante: dagli impianti che si sono spenti, mentre avrebbero dovuto restare accesi sui gruppi ausiliari, all’azione di alleggerimento automatico, che non ha raggiunto i livelli previsti dalle regole tecniche di connessione. “E’ stato riscontrato – precisa addirittura l’Autorità – che un certo numero di imprese distributrici connesse alla rete di trasmissione nazionale non sono dotate di dispositivi di alleggerimento automatico del carico”.Sulle responsabilità della débacle non c’è ancora chiarezza. Ma sulla necessità di potenziare la rete non ci sono dubbi.

15 giugno 2004

James Surowiecki

Per sapere quanto varrà un certo titolo fra due settimane o due mesi, è meglio chiedere a un analista del settore o piazzarsi davanti alla porta della Borsa di Milano e rivolgere la stessa domanda a tutti quelli che escono, facendo poi la media delle risposte? Parrà incredibile, ma Jim Surowiecki, titolare della pagina finanziaria del "New Yorker" e autore del libro "The Wisdom of Crowds", sceglierebbe la seconda strada.
La tesi centrale del suo libro è che i gruppi hanno quasi sempre ragione e certamente molto più spesso dei singoli individui, anche dei migliori. Quindi chi punta contro l'opinione del mercato sbaglia. Ma da dove viene tutta questa fiducia nella pazza folla?
"Dalla sperimentazione scientifica. Ci sono ampi studi nell'ambito della ricerca psicologica, sociologica e finanziaria che lo dimostrano. Il primo esperimento lo ha condotto nel 1906 uno scienziato inglese, Francis Galton, un elitista convinto avversatore dei metodi democratici. Gli capitò per caso di assistere a un concorso in una fiera agricola, dove si chiedeva di stimare il peso della carne prodotta da un certo manzo dopo averlo macellato. Fra gli ottocento partecipanti c'erano anche degli allevatori, ma la grande maggioranza era composta da curiosi di passaggio, come lui. Finito il concorso, Galton comprò tutti i biglietti su cui i partecipanti avevano scritto le loro ipotesi, per farci sopra dei test. Con suo grande stupore, scoprì che la media delle soluzioni suggerite dalla folla era di 1.197 libbre e dopo la macellazione la carne del manzo ne pesava 1.198. Nessuno dei singoli scommettitori era andato così vicino alla verità".
Non poteva essere una coincidenza?
"Può essere, ma dagli esperimenti successivi sappiamo con certezza che le risposte di massa sono sempre più corrette delle risposte individuali. Una classica dimostrazione è quella del vaso pieno di mentine, condotta da Jack Treynor - un famoso economista che ha insegnato alla Columbia e ora è presidente di Treynor Capital Management, ndr. - tra i suoi studenti. Sollecitati a indovinare quante mentine erano contenute nel vaso, la risposta collettiva fu di 871, mentre nel vaso ce n'erano 850. Solo uno studente sui 56 presenti si avvicinò di più alla verità. Treynor ha ripetuto l'esperimento innumerevoli volte e il risultato non è mai molto diverso. Oppure consideriamo la trasmissione Who wants to be a Millionaire. Quando un concorrente non sa una risposta, può scegliere se farsi aiutare da una persona scelta precedentemente come l'esperto di fiducia, oppure dalla folla del pubblico. In generale verrebbe da pensare che chiedere all'esperto sia la scelta migliore, invece è stato dimostrato che le risposte degli esperti sono giuste nel 65% dei casi, mentre le risposte del pubblico (molto popolare) sono giuste nel 91% dei casi".
Ma se la folla ha sempre ragione, da dove nascono le bolle azionarie o le dittature?
"Buona domanda. Perché la folla abbia ragione ci sono quattro condizioni chiave da rispettare: dev'essere una folla diversificata, in modo che ognuno contribuisca con informazioni diverse; dev'essere composta da persone indipendenti, che non badano a quello che stanno facendo gli altri; dev'essere decentralizzata, in modo che nessuno possa pilotarla dall'alto; e deve avere a disposizione un meccanismo, come quello del prezzo per i mercati, capace di riassumere in un dato il verdetto collettivo".
Quand'è che l'opinione collettiva deraglia?
"Tutte le volte che la massa subisce una forte influenza esterna e agisce in base a dei pregiudizi collettivi, tende a prendere delle decisioni sbagliate. Ad esempio quando certe opinioni vengono soffocate o quando si comincia a dare troppa importanza a quello che stanno facendo gli altri".
Come nelle bolle…
"Esattamente. Le bolle sono un classico esempio di folla stupida: invece di badare a quanto vale davvero un'azienda, in quel caso gli investitori badano solo a quanto gli altri pensano che quell'azienda valga. Il paradosso della saggezza delle masse è che le migliori decisioni di gruppo vengono da una somma di diverse decisioni individuali, mai da un consenso collettivo".
Ma per l’investitore questo cosa comporta?
“Il mio consiglio è di comperare sempre il mercato, investendo in fondi indicizzati, perché è molto difficile riconoscere i momenti in cui bisogna andare contro l’orientamento delle masse. So che è molto noioso, ma in questo modo si circoscrivono le perdite a rare cadute momentanee, mentre sul lungo periodo si va sul sicuro”.
Allora gli investitori che cercano di andare sempre controcorrente sbagliano?
“E’ giusto andare controcorrente solo quando ci si accorge che l’opinione delle masse sta deragliando, in preda al fervore speculativo. Ma non è facile riconoscere il momento giusto: spesso si rischia di agire troppo presto e si finisce per rimetterci di più”.
In questo momento vede bolle in arrivo?
“Sì, la bolla del nanotech. Siamo ai primordi, perché la maggior parte delle società nanotech sono ancora piccole e in mano a privati. Si tratta di una fase simile a quella vissuta nel ’93 - prima dell’ipo di Netscape, ndr. - dalla bolla Internet. Probabilmente la prima grossa ipo del nanotech ci sarà l’anno prossimo. Il nanotech è una di quelle tipiche innovazioni con vaste ricadute su settori molto diversi dell’economia, come la ferrovia, l’elettricità o Internet, che tendono a scatenare delle bolle”.
Quindi meglio tenersi alla larga?
“Non dico questo. Ma è chiaro che la maggior parte delle aziende che ora piacciono tanto a Wall Street, per non parlare di quelle che sognano ipo milionarie, nel giro di un decennio saranno sparite. Questo è il modo in cui si sviluppano nuove industrie negli Stati Uniti: sorge un’orda di aziende, dopo un po’ le più deboli muoiono e solo le migliori sopravvivono, per diventare alla lunga dei colossi. Il prezzo dell’innovazione è che si finisce per mettere soldi anche nelle cattive idee oltre che nelle buone. Il paradosso è che spesso le perdite dei singoli sono un guadagno per la società. Grazie alla voglia di rischiare degli investitori, infatti, le aziende riescono a fare molta più ricerca di quanto sarebbe economicamente razionale, sperimentano nuove idee e soluzioni che con meno soldi a disposizione non verrebbero mai sperimentate. E’ un processo doloroso per chi ci perde, ma è il migliore processo mai inventato per finanziare l’innovazione”.