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18 dicembre 2008

Informatica in ritardo, ma il futuro non è nero

Un miliardo di fatturato bruciato in quattro anni. E l' involuzione dell' industria informatica italiana continua: dopo un annus horribilis come il 2004, il 2005 non si annuncia molto migliore. «Solo il mondo consumer fa crescere l' hi-tech italiano - spiega Roberto Schisano, amministratore delegato di Getronics -. Mentre l' amministrazione pubblica continua a battere la fiacca e le imprese stanno ancora alla finestra, accumulando un ritardo sempre più vistoso rispetto all' Europa». Le famiglie italiane hanno speso quest' anno circa 33 miliardi di euro per le nuove tecnologie, con un incremento dell' 8,4% rispetto al 2004. E anche sull' anno prossimo le previsioni sono buone, con un aumento della spesa del 7,1%. Ma la domanda di hi-tech per intrattenimento domestico e personale non basta a tenere su il mercato. Alla fine del 2005, secondo dati Eito (European information technology observatory), la crescita della domanda italiana d' informatica sarà dell' 1,5% contro il 3,5% europeo, con una spesa pro capite di 1.064 euro contro una media europea di 1.487 e americana di 2.240. Se poi dai dati di settore si separano le tlc, il ritardo appare ancora più marcato. Non a caso il 10% delle 85 mila aziende che gravitano sul comparto è in crisi, cioè in fallimento o in liquidazione. «Sono evidenze - precisa Schisano - che non possono essere ridotte a questioni di settore, perché i Paesi che più investono in Ict sono anche i più competitivi e in crescita». Il letargo del sistema industriale italiano si vede in particolare sul comparto dei software e servizi, che rappresentano la vera anima del mercato It, non solo per la loro rilevanza sul totale, pari a poco meno del 70%, ma anche perché rappresentano il vero motore dei progetti e della domanda. «Il clima che si respira oggi in Italia sembra confinare l' innovazione a fattore di sopravvivenza piuttosto che di sviluppo: mentre l' hardware prosegue la sua corsa, spinto soprattutto dalla domanda di pc da parte delle famiglie - spiega Alberto Tripi, presidente di Federcomin, la federazione di settore più concentrata sui servizi -, il mercato dei software è sostanzialmente piatto e i servizi vanno indietro, con un calo che continua da anni». Tripi, il «re dei call-center», si è imbarcato quest' anno nell' avventura della sua vita, rilevando da Telecom Finsiel, cioè tutto quel che resta dell' informatica italiana di Stato, per accorparla al suo gruppo Cos. Con questa acquisizione, l' Italia ha messo la parola fine al sogno, vagheggiato a lungo, di creare un campione nazionale, fondendo Finsiel con le altre realtà più importanti della tradizione informatica nostrana, da Elsag (gruppo Finmeccanica) a Engineering, passando forse per Getronics, che ha inglobato l' eredità di Olivetti. Il progetto del grande polo informatico nazionale si è infranto proprio sulle difficoltà attraversate dal comparto, che bloccano le grandi ristrutturazioni. Ma Tripi vede buone prospettive di crescita: «Pensiamo alle crescenti esigenze d' informatizzazione delle amministrazioni locali, così come al gap d' innovazione da colmare per le piccole e medie imprese. Pensiamo a quei processi di convergenza tra settori differenti dell' Ict, che sull' esempio di realtà straniere molti gruppi italiani stanno perseguendo nella ridefinizione del loro business. Su questa strada le imprese informatiche possono trovare nuove opportunità di business». Insomma, qualcosa si muove sotto la cenere. Ma soprattutto per le piccole realtà, più flessibili e rapide nel cogliere le occasioni al volo. «La pressione in atto sui prezzi, tipica di un mercato in contrazione, favorisce le piccole imprese più innovative», spiega Luciano Marini, presidente di SoftPeople, azienda che l' anno scorso ha stupito il mercato mettendo a segno una crescita record, passando da 53 a 78 milioni di euro, e quest' anno arriva a quota 100. Dalle sei sedi sparse sul territorio, Softpeople fornisce ai propri clienti servizi abbastanza eterogenei, dalle soluzioni software per le imprese pubbliche e private alle infrastrutture di sicurezza e tlc, fino alla comunicazione via web e all' outsourcing della gestione della clientela. Il segreto della crescita sta in un' organizzazione aziendale davvero non comune: tante piccole Srl che agiscono sul mercato come delle business unit vere e proprie, ma con ampia libertà di manovra. Su un' organizzazione snella e flessibile punta anche Enterprise Digital Architects, uno spin-off italiano di Ericsson che si sta cimentando su tutti i settori più nuovi dell' Ict, dal Voip al digitale terrestre, dalla sicurezza all' outsourcing. «Per star dietro al ritmo dell' innovazione - spiega Luigi Caruso, amministratore delegato di Enterprise - bisogna seguire un' altra logica rispetto a quella pachidermica delle grandi aziende». Caruso, che dirigeva l' unità di business Enterprise prima ancora dello spin-off, concepisce il distacco dal colosso scandinavo come un' emancipazione necessaria per adeguarsi ai nuovi ritmi: «Le nuove piattaforme tecnologiche modificano rapidamente la domanda e richiedono un cambiamento fortissimo nella risposta delle imprese». Per questo Enterprise, che ha raddoppiato in quattro anni da 350 a 700 addetti, con un fatturato di 300 milioni, rifugge le strutture rigide e organizza il lavoro a progetti, concentrando l' operatività dei dipendenti su temi anche molto diversi a seconda delle necessità. E la contaminazione incrociata per stimolare intuizione e creatività ha già dato qualche frutto: Enterprise è stata la prima impresa in Italia a occuparsi di digitale terrestre ed è una delle poche aziende ad avere già ultimato la sperimentazione del WiMax, disseminando di antenne Roma e Torino. Commenta Caruso: «C' è una bella rivoluzione in atto».

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