Pagine

29 settembre 2010

Battaglia Roma-Torino per la conquista dell'acqua

La battaglia per la conquista dell'acqua italiana si combatte fra Roma e Torino. Con la separazione da Gdf-Suez, Acea esce dalla produzione elettrica e si concentra sulle forniture idriche, di cui è già leader nazionale con 8 milioni di utenti in quattro regioni. Ma per crescere in questo mercato, che agita i sogni di tutte le ex municipalizzate, avrà bisogno di un altro socio privato, che ancora non c'è. E dovrà vedersela con Iren, che punta a diventare la protagonista del settore idrico nazionale, mettendo insieme la ligure Mediterranea delle Acque, la piemontese Smat e la siciliana Acque Potabili, in società con il fondo per le infrastrutture F2i, guidato da Vito Gamberale.  

L'accordo di separazione dai francesi, che dovrebbe essere completato entro fine anno, prevede per Acea la cessione di tutte le centrali, tranne gli impianti idroelettrici e due piccole turbogas, oltre al trasferimento a Gdf-Suez di tutte le attività di trading nell'energia. In cambio l'utility romana ottiene il totale controllo delle vendite nella capitale e spunta un contratto di fornitura di energia fino al 2016, oltre a un conguaglio di 50 milioni cash e 180 milioni come deconsolidamento del debito. Ora Acea sarà più libera di espandersi nel core business, inteso come acqua: il suo impero già si estende su ampie fette di Lazio, Campania, Umbria e Toscana, ma potrebbe espandersi ulteriormente. "A questo contribuiranno le opportunità fornite dal decreto Ronchi: parteciperemo alle gare per le gestioni idriche e delle reti di distribuzione di energia", ha detto l'amministratore delegato Marco Staderini a trattativa conclusa. Il decreto Ronchi, però, prevede anche che i Comuni riducano la loro partecipazione al di sotto del 30% nelle società quotate di servizi pubblici, se vogliono mantenere gli affidamenti. Di conseguenza Staderini e il presidente Giancarlo Cremonesi dovranno cedere almeno il 10% della società entro il 2013 e un altro 10% entro il 2015. A chi?

Difficile pensare che Francesco Gaetano Caltagirone, primo socio privato della multiutility capitolina, possa essere interessato alla quota che il Comune dovrà mettere in vendita per rispettare i nuovi tetti di legge, anche perché ha già rastrellato azioni Acea quest'estate, portando la sua partecipazione al 13,4% del capitale, con una relativa riduzione al 25% del flottante in Borsa. In questo modo, tecnicamente Acea è diventata un "titolo sottile", che non riesce a esprimere il reale valore della società, come fa notare un'analisi di Merrill Lynch. Anche per questo la banca d'affari si limita a un giudizio "neutral" e non prevede grande creazione di valore a breve.

Intanto Iren, la nuova multiutility nata dalla fusione della ligure-piemontese Iride con l'emiliana Enìa, si è già portata avanti e fa le cose sul serio: lo dimostra l'ingresso nei suoi servizi idrici di F2i, fondo privato guidato dall'ex manager pubblico Vito Gamberale, promosso dalla Cassa Depositi e Prestiti con l'immediata adesione delle fondazioni bancarie e delle grandi banche. Conclusa con successo l'Opa di Iren sulla genovese Mediterranea delle Acque e riscattata la quota del colosso francese Veolia, la nuova società San Giacomo, al termine degli aumenti di capitale previsti, avrà come azionista di maggioranza Iren al 65% e come partner industriale il fondo di Gamberale al 35%, con un'ulteriore opzione del 5%. La società così predisposta è il contenitore ideale per consolidare anche la torinese Smat, la siciliana Acque Potabili e i servizi idrici ora gestiti da Enìa, nelle province di Reggio Emilia, Parma e Piacenza, prossime a Mediterranea delle Acque per contiguità territoriale e azionaria.

Le premesse per la nascita di una Veolia italiana, dunque, ci sono tutte: l'ipotesi di un simile allargamento, dopo un anno di trattative complesse fra Iren e F2i, è la seconda fase naturale di un processo in cui la prima fase è già andata in porto. Quando la costruzione sarà completa – in tempi che potrebbero anche essere stretti - il nuovo polo dell'acqua del Nord-Ovest avrà tutte le carte in regola per competere con l'attuale leader nazionale e forse anche qualche carta in più.


28 settembre 2010

WiseEnergy prevede l'energia del sole, primo passo per le smart grid

C'è sole e sole. Basta distendersi su una spiaggia in Alto Adriatico o in Sicilia per capire la differenza. Di conseguenza, la produttività di un impianto fotovoltaico non è uguale dappertutto. Ma la posizione geografica non è una variante fissa, quindi facile da quantificare. Le condizioni meteorologiche, dall'insolazione alla temperatura, cambiano invece di momento in momento. Poi ci sono le variazioni nel flusso dell'energia interno all'impianto, che dipendono da errori o guasti anche minimi. "Per ottenere la massima efficienza e prevedere quanto produrrà il giorno dopo, non si può abbandonare un impianto a se stesso, bisogna mantenere un monitoraggio continuo", spiega Giovanni Simoni, presidente di WiseEnergy.

E' questo il primo passo per inserire gli impianti fotovoltaici in una smart grid e si sta compiendo proprio in Italia, per motivi commerciali: il nuovo Conto Energia, che entrerà in vigore all'inizio dell'anno prossimo, prevede infatti un premio del 20% sulle tariffe incentivanti per tutti gli impianti che saranno in grado di prevedere il giorno prima l'energia che inseriranno in rete il giorno dopo. Risultato: la tecnologia si sta mettendo in moto. E il primo sistema di monitoraggio di precisione offerto sul mercato è quello adottato da WiseEnergy. "Per adesso non abbiamo concorrenti nel mondo - precisa Simoni - anche se ci sono studi in corso in Germania all'istituto Fraunhofer". Ma le applicazioni italiane sono più avanzate.

Il sistema WisePower è stato ideato da Kenergia, socio tecnico di WiseEnergy, nei suoi laboratori di Roma. E' attualmente in fase di sperimentazione nell'impianto fotovoltaico di San Giorgio Jonico, in Puglia, realizzato da NextEnergy Capital, controllante di WiseEnergy. Il sistema adottato da WiseEnergy, chiamato K-PVPS (Kenergia Photovoltaic Predictability System), si basa su diversi algoritmi in grado di analizzare ora per ora le previsioni meteo specifiche del sito e di combinarle con i dati sulle prestazioni dell'impianto, per fornire un'accurata previsione dell'energia prodotta e immessa in rete il giorno dopo. "Questi mesi serviranno a testare il sistema in ambiente di produzione, dopo i test dei mesi precedenti su scala minore. Progressivamente, estenderemo l'applicazione ad altri impianti per migliorare il sistema, capire il livello d'intelligenza che sarà possibile introdurre nella nostra tecnologia e affinare i servizi collegati. Già oggi, comunque, l'efficacia di previsione del sistema è del 95%, ben superiore al requisito minimo per accedere al maggiore incentivo". Il premio del 20% del nuovo Conto Energia verrà assegnato solo alla fine dell'anno, se a conti fatti gli impianti che si sono impegnati a prevedere la propria produzione non avranno fatto errori superiori al 10% per almeno 300 giorni complessivi.

"Il nuovo meccanismo d'incentivazione richiederà una gestione più attenta e qualche costo in più, se si vuole ottenere il premio, ma a livello di sistema potrebbe portare il fotovoltaico italiano a un salto di qualità nell'accuratezza di pianificazione degli impianti e nel loro inserimento sul territorio che non ha paragoni al mondo", fa notare Simoni. Non solo: consentendo la corretta pianificazione del carico, il sistema WisePower rappresenta un passo avanti verso una produzione da fonti rinnovabili sempre più intelligente nell'uso della rete, che già oggi è sotto stress a causa dell'enorme crescita dei piccoli impianti fotovoltaici su tutto il territorio e soprattutto nel Sud. WiseEnergy gestisce dieci impianti realizzati da NextEnergy con un investimento di 100 milioni di euro e gestirà altri 400 megawatt fotovoltaici che sono in via di sviluppo in Italia. 


24 settembre 2010

I LED di Arianna, fonte di luce in armonia con il pianeta

Arianna, figlia del re di Creta Minosse, secondo la leggenda aiutò il suo amato Teseo a uscire dal labirinto del Minotauro, per poi essere ingiustamente abbandonata. In compenso fu amata da Dioniso: per le loro nozze, il dio le regalò un diadema d'oro e pietre preziose forgiato dal dio Efesto, che lanciato in aria andò a formare la Corona Boreale, una delle costellazioni più luminose nel cielo di primavera. Arianna è anche una start up, che punta ad applicare nell'illuminazione pubblica a Led alcuni principi tratti dai telescopi astronomici, per migliorare la resa della prima generazione di lampioni che utilizzano i diodi ad emissione luminosa. "I nostri lampioni a Led sono progettati per seguire il destino dei gioielli di Arianna: andare lontano e divenire una fonte di luce in armonia con il pianeta", confida poeticamente Alberto Gerli, laureato con una tesi in ingegneria sostenibile alla facoltà di ingegneria aerospaziale della Texas A&M University e co-fondatore dell'azienda insieme ad Andrea Guazzara, astronomo con master in ottica applicata all'università di Padova, che ha lavorato tre anni per la progettazione e l'ingegnerizzazione di un nuovo concetto di telescopio.

I due ragazzi padovani si sono attrezzati con tre brevetti e l'anno scorso hanno fondato Arianna, convinti che i difetti della prima generazione di lampioni a Led possano essere superati con l'esperienza dei telescopi riflettenti, che raccolgono la luce delle stelle per mezzo di uno specchio parabolico, concentrandola sul fuoco della parabola, dal quale può essere osservata, fotografata o analizzata mediante strumenti. "Basta rovesciare questo principio per ottenere un raggio di luce intenso, particolarmente adatto per illuminare rotonde, parcheggi o addirittura stadi", spiega Gerli. I telescopi Schmidt Cassegrain, i più diffusi per l'osservazione di stelle lontane, sono costituiti da due specchi: il percorso luminoso segue un doppio tragitto all'interno del tubo ottico, colpendo prima lo specchio parabolico e poi un altro che gli sta di fronte per riflettere tutti i raggi sul vertice della parabola, dov'è posto l'oculare. "Nei nostri proiettori, utilizziamo lo stesso percorso ottico a retroriflessione, ma in senso inverso: le stelle diventano il target da illuminare e l'oculare diventa il diodo ad emissione luminosa", precisa Gerli.

In pratica, nei lampioni di Arianna non c'è mai un Led che spara direttamente la sua luce puntiforme e abbagliante verso la strada, ma al contrario i Led sono sempre rivolti verso uno specchio interno all'apparecchio, che poi li riflette all'esterno raccogliendo e miscelando l'emissione luminosa per proiettarla uniformemente sulla strada. A seconda delle esigenze di illuminazione, più o meno intensa e concentrata, più o meno distante dal target, gli specchi possono essere configurati in maniera diversa. "In questo modo, i nostri lampioni sono molto più efficienti ed effiaci degli altri: gli altri tendono a illuminare solo sotto il palo, non lateralmente, il che può essere molto pericoloso per un automobilista che passa di colpo dal buio alla luce abbagliante e poi di nuovo al buio. D'altra parte, chi piazza delle lenti sotto i Led per indirizzare lateralmente il raggio luminoso, perde intensità. La nostra calotta riflettente a specchi, invece, sfrutta tutta l'emissione luminosa e la proietta uniformemente sulla strada, permettendoci di usare meno Led per un'illuminazione migliore", fa notare Gerli.

Gli apparecchi di Arianna, di conseguenza, offrono almeno il 20% in più di risparmio energetico rispetto ai competitor a Led e almeno il 60% rispetto ai lampioni al sodio. Mettendo insieme anche il risparmio sui costi di manutenzione, in tutto si ottiene un 75% di taglio sui costi medi dell'illuminazione pubblica. "Considerando che in Italia le amministrazioni locali spendono ogni anno 20 euro in illuminazione per ogni cittadino, con i nostri apparecchi si potrebbero risparmiare 15 euro pro capite", calcola Gerli. Ma non è solo l'Italia o il mondo occidentale il punto di riferimento per Arianna. Nel mondo 1 miliardo di persone vive, prevalentemente nella fascia equatoriale, in Paesi dove non esiste una rete pubblica elettrica e dove si usa illuminazione a cherosene, con consumi pari alla produzione di petrolio dell'intero Qatar. Un efficiente sistema a Led accoppiato con un pannello solare potrebbe portare a una vera e propria rivoluzione wireless nel campo dell'illuminazione, com'è successo con i telefonini. Arianna è già in cammino verso l'India e l'Angola, da dove i due padovani hanno ricevuto diverse richieste.


23 settembre 2010

Teleriscaldamento e aria pulita, la Valtellina fa scuola

Non più camini fumanti in ogni casa, ma un solo camino, molto più efficiente perché centralizzato e alimentato dalle biomasse dei boschi. Su questo principio è partito dieci anni fa il distretto energetico valtellinese, che rifornisce 1200 famiglie in Valtellina, Valchiavenna e Valcamonica. Con tre centrali di teleriscaldamento, che producono 60 milioni di kilowattora termici e 12 milioni di kilowattora elettrici all'anno, il sistema è ancora oggi all'avanguardia in Italia per la produzione di energia elettrica e termica pulita, grazie all'uso dei boschi e dei sottoprodotti agricoli.

Il teleriscaldamento è un sistema centralizzato di riscaldamento delle case e dell'acqua calda sanitaria, molto diffuso nei Paesi del Centro e Nord Europa, in Nord America e in Giappone. New York è teleriscaldata dal 1882, ma anche Berlino, Vienna, Copenhagen, Stoccolma, Barcellona, Tokyo e molte altre zone. In Italia ci sono pochi esempi virtuosi, come Brescia, Torino, Bologna o Reggio Emilia. Il vantaggio ambientale è enorme: il sistema sfrutta il calore prodotto da qualsiasi centrale elettrica, che altrimenti andrebbe perso, e lo incanala attraverso una rete di tubi nelle case private, eliminando così l'inquinamento e le emissioni di CO2 derivate da migliaia di caldaie. In Valtellina c'è un elemento in più che depone a favore di questa soluzione: sfrutta una fonte rinnovabile, migliorando lo stato dei boschi con il taglio delle piante morte, la pulizia del sottobosco e il trasporto a valle del legname da bruciare. Per i cittadini è un vantaggio secco anche dal punto di vista economico, oltre che ambientale: si liberano della caldaia, della canna fumaria, degli scarichi di sicurezza e di tutte le relative manutenzioni, inoltre non devono più acquistare il combustibile, che sia olio o metano, ma pagano solo il calore consumato, così come rilevato dai contatori installati in ogni singola abitazione. I Comuni devono, però, sobbarcarsi l'investimento iniziale e il fastidio di aprire tutte le strade per mettere giù le tubazioni.

"Abbiamo puntato tutto – spiega Walter Righini, ad della utility locale Tcvvv e presidente Fiper – sulla generazione distribuita: piccoli impianti sparsi sul territorio nel rispetto del paesaggio, che utilizzano fonti rinnovabili locali", oltre alle potature boschive anche gli scarti di lavorazione delle segherie. "Tutta questa biomassa - aggiunge Righini - rappresenta il combustibile pulito per le nostre centrali di teleriscaldamento, mentre i reflui animali alimentano la nostra centrale a biogas. Ad oggi abbiamo evitato la dispersione nell'aria di oltre 20 milioni di tonnellate di CO2 all'anno e creato una ricaduta sul territorio in termini di nuovi posti di lavoro e di investimenti".


22 settembre 2010

Lastre di ceramica come pannelli solari calpestabili

Piastrelle che producono energia, catturano gli inquinanti o trattengono e rilasciano calore, per ottimizzare la temperatura interna degli edifici. Il futuro sta nella ceramica "funzionalizzata", come la chiamano al Centro Ceramico di Bologna, l'istituto di ricerca del distretto. Ma diversi prodotti molto all'avanguardia sono già usciti dai laboratori di ricerca e lasceranno il segno nei grandi progetti architettonici di questi anni, come i grattacieli di Porta Nuova a Milano. Prime fra tutte le lastre ceramiche fotovoltaiche, lanciate già l'anno scorso dal gruppo System, con Laminam Energia, e quest'anno anche dal gruppo Panaria, con Kerlite KW.

I due prodotti, molto simili, utilizzano lo stesso supporto: una lastra in gres porcellanato spessa 3 millimetri, che può essere grande da 75 centimetri per un metro fino a un metro per un metro e mezzo. Sulla lastra sono spalmate delle celle fotovoltaiche di silicio monocristallino, incapsulate fra due fogli protettivi e ricoperte da uno strato di vetro temperato. Il tutto non supera gli 8 millimetri di spessore finale e ha diversi vantaggi rispetto ai pannelli fotovoltaici tradizionali: elevate proprietà meccaniche, resistenza alle aggressioni atmosferiche anche saline e calpestabilità, a fronte di una grande leggerezza e di un rendimento elettrico analogo a quello dei migliori pannelli sul mercato, attorno al 20%. Le lastre ceramiche fotovoltaiche possono essere utilizzate per facciate ventilate, coperture inclinate e campi fotovoltaici sui tetti, direttamente come manto di copertura al posto delle tegole. Le lastre Laminam sono disponibili in tredici diversi colori, mentre Kerlite Kw, del marchio Cotto d'Este, per ora è prodotto solo in nero.


21 settembre 2010

Eolico offshore e maree, nuova frontiera delle fonti pulite

La spagnola Iberdrola Renovables guida la seconda rivoluzione nell'eolico in Europa, con un investimento colossale in Scozia di 3,2 miliardi di euro, quasi tutti concentrati nell'eolico offshore. Tre anni fa Iberdrola ha acquisito ScottishPower, il principale operatore eolico scozzese, che grazie alla collaborazione con gli spagnoli ha sviluppato il più grande parco eolico d'Europa a Whitlee, attivo dal 2008: ora sta per aggiungere 75 nuove turbine, grazie alle quali si porterà a 215 il totale dei rotori, aumentando la generazione dell'elettricità di due terzi, andando a coprire i consumi di oltre 300mila abitazioni. L'intervento fa parte di un progetto più ampio, che vedrà la messa in opera di 250 nuove turbine in 9 parchi eolici, soprattutto offshore.

Ma oltre all'energia del vento, di cui è leader mondiale, Iberdrola Renovables ora punta al primato anche nell'energia marina. Attraverso la controllata ScottishPower, ha ottenuto il via libera per lo sviluppo di un impianto per lo sfruttamento delle correnti marine da ben 95 megawatt nel Pentland Firth, lo stretto che separa le isole Orcadi dalla parte settentrionale del Paese. Secondo un rapporto del governo, le correnti in rapido movimento del Pentland Firth potrebbero reggere fino a 4 gigawtt di potenza installata, più che sufficiente per soddisfare il fabbisogno di Glasgow e Edimburgo. Si stima che il 7 per cento delle risorse di energia marina del mondo sia localizzato in acque scozzesi. Per questo il governo scozzese si è dato fin da subito un obiettivo ambizioso: installare 2 gigawatt di capacità per le correnti e il moto ondoso entro il 2020.


20 settembre 2010

Le fonti rinnovabili vanno in Borsa con Enel Green Power

La più grande Ipo europea dal 2007 è sulla rampa di lancio: Enel Green Power, braccio "verde" di Enel nelle fonti rinnovabili, approderà in Piazza Affari e alla Bolsa di Madrid a metà ottobre, prevedibilmente il 18. "Sono convinto che l'operazione sarà un successo: Enel Green Power piacerà agli investitori istituzionali e ai risparmiatori", confida Fulvio Conti, numero uno di Enel. Anche se ottobre non è il mese ideale per le matricole e la volatilità dei mercati non lascia prevedere nulla di buono, i vertici del gruppo elettrico hanno deciso di fare in fretta. L'8 settembre c'è stata la presentazione agli analisti del consorzio di banche che seguiranno l'operazione e la settimana scorsa è stata completata l'integrazione del prospetto: il collocamento dovrebbe essere suddiviso tra un 80-85% agli istituzionali e un 15% al retail - i piccoli risparmiatori italiani e spagnoli - che potrebbe anche salire al 20%, in caso di una domanda molto elevata. Di collocamento privato a un fondo sovrano per ora non si parla più, ma non è escluso l'ingresso di un socio importante: "Tra qualche settimana avremo un quadro completo", commenta Francesco Starace, amministratore delegato di Enel Green Power.

A suo favore pesano i numeri. Il valore stimato di Enel Green Power si aggira fra i 12 e i 14 miliardi, con 2,9 miliardi di debito, un fatturato pro-forma 2009 pari a 2.109 milioni di euro e un margine operativo lordo pari a 1.331 milioni. Un colosso. Enel conta di metterne in Borsa il 30% e quindi è prevedibile un incasso di almeno 3 miliardi, ma a seconda del prezzo e delle richieste potrebbe arrivare anche a 4. Poi c'è il confronto con i competitor: "Enel Green Power è prima al mondo per ricavi ed Ebitda e seconda per produzione, in più dispone di progetti di sviluppo nei prossimi cinque anni per oltre 5 miliardi di euro, un piano d'investimenti con ben pochi paragoni al mondo che farà pressoché raddoppiare la capacità produttiva al 2014", spiega Conti. Infine la diversificazione per fonti e per Paesi: "Con impianti in 16 Paesi dell'Europa e delle Americhe, Enel Green Power è attiva in tutte le principali tecnologie rinnovabili, dall'eolico al solare, passando per un esteso parco idroelettrico e geotermico", fa notare Conti.

Il confronto con i competitor anche in questo caso è favorevole: "In un panorama di settore che di solito si basa soprattutto sull'eolico, noi rappresentiamo un'eccezione, con una vasta base nell'idroelettrico e nella geotermia, fonti che danno una redditività altissima e certa, al contrario del vento e del sole", spiega Starace. E non è l'unica eccezione: "Per i nostri investimenti, non andiamo a caccia di incentivi, ma andiamo a cercare le risorse", fa notare Starace, tanto che i due terzi del fatturato di Enel Green Power non dipendono da sussidi statali. Da qui discende la grande versatilità del know-how aziendale, dove troviamo esperti di tutte le fonti verdi interagire fra loro: "Per noi l'innovazione significa cogliere le tecnologie esistenti e combinarle in maniera originale", precisa Starace. Come nel caso delle centrali in Nevada, vicino a Reno, dove gli ingegneri di Enel Green Power puntano all'accoppiamento di fonti geotermiche e solari. Laggiù ne hanno in abbondanza, sia di un tipo che dell'altro. "Gli incentivi statali sono specchietti per le allodole, oggi te li danno e magari l'anno prossimo non te li danno più. E' molto più conveniente cercare di sfruttare le risorse naturali dove ce n'è in abbondanza: l'idroelettrico in Brasile, il vento in Grecia e Portogallo, la geotermia in Utah o in Cile", commenta Starace.

In questa logica, all'Italia cosa resta da offrire? Soprattutto il sole. Non a caso Enel Green Power ha costruito la sua prima centrale solare termodinamica in Sicilia, un esperimento basato su brevetti dell'Enea, da cui ne deriveranno altre più grandi. E ha stretto un accordo con Sharp per installare a Catania la più grande fabbrica italiana di pannelli fotovoltaici. Una mossa molto originale nel settore, dove gli operatori energetici non risalgono mai la filiera fino alla produzione di pannelli. "L'originalità non ci spaventa: la strategia integrata che abbiamo scelto nel fotovoltaico dipende dal modello specifico di questa fonte, l'unica a disposizione dei privati come scelta individuale", argomenta Starace. In altre parole, il singolo non può costruire una centrale a gas e neanche un parco eolico in giardino, ma può sempre scegliere di trasformare il tetto di casa in una centrale fotovoltaica: dietro questo modello potrebbe nascondersi una prospettiva di crescita enorme. "Proprio per questo abbiamo sviluppato un'altra originalità: una rete di 500 installatori di pannelli che operano in franchising sotto il marchio EnelSì". Un approccio unico al mercato retail, che sta avendo molto successo.


17 settembre 2010

Tav in marcia da Ovest a Est: le doglie di un parto ventennale

I finanziamenti per la realizzazione dell’Alta Velocità ferroviaria Torino-Lione sono contenuti in un allegato del Documento di programmazione economica e finanziaria del governo: lo ha detto oggi il sottosegretario ai Trasporti, Mino Giachino, nel corso di un incontro sulla Tav organizzato da Confindustria Piemonte cui hanno partecipato i parlamentari piemontesi. Malgrado le polemiche di questi giorni, il governo si è impegnato a portare al Cipe entrambi i progetti: quello di Ltf per la tratta internazionale e quello di Rfi per quella italiana.

L'opera delineata dal nuovo progetto, presentato dal commissario Mario Virano all'inizio di luglio, richiederà un investimento complessivo di 20 miliardi nell'arco di 15 anni. In particolare, 9,6 miliardi serviranno per la tratta internazionale tra St. Jean de Maurienne e Chiusa di San Michele, con il 30% a carico dell'Unione europea e il resto suddiviso tra Italia (63%) e Francia (37%) anche se le precentuali potrebbero essere riviste. La parte italiana – sino a Settimo Torinese e la connessione con la linea per Milano – richiederà altri 4,4 miliardi e quella francese 6 miliardi. Il nuovo percorso prevede 35,4 km di tratta internazionale sul versante piemontese seguiti da 45,7 km di tratta nazionale sino a Settimo. Quasi l'intero percorso in Piemonte sarà realizzato in galleria, con l'eccezione della stazione internazionale di Susa, ricavata nell'attuale autoporto, un breve tratto in trincea nella zona di Chiusa San Michele (nella sede della linea ferroviaria storica) e il tratto nel centro intermodale di Orbassano.

Sul versante Italia-Slovenia, intanto, il nuovo tracciato della Tav nella tratta Trieste-Divaccia verrà formalizzato il 12 ottobre, a Trieste, dai governi italiano e sloveno. Lo ha annunciato l’assessore ai Trasporti del Friuli Venezia Giulia Riccardo Riccardi: il tracciato su cui verrà firmato l’accordo tra Italia e Slovenia è la cosiddetta linea alta, che da Aurisina raggiunge Opicina e poi si dirige al confine. Questo percorso andrà a sostituire la variante cittadina che avrebbe attraversato la città di Trieste e aveva sollevato i malumori degli ambientalisti. Riccardi si è detto fiducioso sul rispetto dei tempi per la consegna dei progetti per la tratta Venezia-Trieste, pena la riduzione dei finanziamenti comunitari.

Come noto, la Tav tra Venezia e Trieste sta correndo una sorta di gara contro il tempo dopo l'ultimatum della Commissione europea, che ha chiesto all'Italia di presentare il progetto preliminare del tracciato entro la fine di quest'anno. La posizione del Friuli è emersa da tempo: prevede l'affiancamento del tracciato dell'autostrada A4 da Portogruaro. Si attende ancora invece l'ufficializzazione del tracciato scelto dal Veneto. Le ipotesi allo studio sono due: il tracciato "basso", parallelo al litorale, oppure uno alternativo, intermedio tra quello vicino alla costa e quello, archiviato, che avrebbe affiancato l'autostrada. Per fare il punto sul tracciato Veneto-Friuli è stata fissata una riunione tra i due governatori e Laurens Jan Brinkhorst, coordinatore per il progetto europeo  del Corridoio 5 da Barcellona a Kiev, il 13 ottobre, sempre a Trieste.

 


15 settembre 2010

Ponte sullo Stretto? Sì, ma elettrico

Altro che ponte sullo Stretto: finalmente è arrivata l'ora del ponte elettrico tra Sicilia e Calabria. Il cavo più invocato d'Italia ha ottenuto il via libera definitivo dal Minambiente e dallo Sviluppo Economico e il cantiere di Terna è già partito per posarlo tra Sorgente e Rizziconi, dalla provincia di Messina a quella di Reggio Calabria. Sarà la più lunga linea elettrica sottomarina in corrente alternata del mondo, con un tratto di 38 chilometri sotto le acque del Tirreno che aggira lo stretto di Messina.

Il collegamento, che richiede 700 milioni di investimenti, porterà 800 milioni annui di risparmio per il sistema elettrico italiano, risolvendo un'annosa congestione e garantendo finalmente la produzione delle centrali eoliche in grande sviluppo in Sicilia. Ma soprattutto, legando l'isola al continente, il nuovo elettrodotto permetterà di farla finita con i "giochetti" che mandano alle stelle il prezzo dell'energia elettrica siciliana. A spese non solo delle imprese e dei cittadini locali, ma anche di quelli nazionali, visto che il prezzo dell'area siciliana fa media con le altre zone d'Italia e quindi contribuisce a far salire il Pun, il prezzo unico nazionale.. Per vederlo realizzato, comunque, ci vorranno almeno tre anni, avvertono da Terna, facendo notare che l'avvio del processo autorizzativo per questa linea così importante risale al 2006. E non è l'unica strozzatura nella rete, bloccata dalla lentenzza delle autorizzazioni, che spesso vanifica la produzione elettrica dei campi eolici che spuntano come funghi in tutto il Centro-Sud. Come nel caso del famoso collegamento Foggia-Benevento, fermo dal 2006.

E' chiaro che la proliferazione di impianti diffusi, tipici delle fonti rinnovabili, crea un forte stress per il sistema. Terna ha investito oltre 1,5 miliardi per opere realizzate o in cantiere tra Puglia, Campania, Calabria e Sicilia, destinate principalmente al trasporto di energia da fonte eolica, e nei prossimi mesi investirà 2,1 miliardi in altre linee per questo settore. Ma le infrastrutture di rete non bastano mai. Il problema spesso sta nel modello autorizzativo utilizzato: invece dell'"autorizzazione unica", che accomuna nello stesso provvedimento sia l'impianto di produzione che gli interventi di rete, si continua a usare il vecchio modello che li teneva separati, generando problemi analoghi a quelli dei quartieri costruiti senza le strade e le fognature. D'altra parte non si può pensare di realizzare tutte le connessioni per cui è stata presentata una domanda: "Attualmente le richieste di connessione da impianti di fonti rinnovabili ammontano a 120mila megawatt, un valore pari al doppio di tutta la capacità di generazione elettrica italiana ", fanno notare da Terna. Va da sé che tutti questi impianti non verranno mai costruiti. Come scegliere quali arriveranno davvero in porto? C''è bisogno di maggiore chiarezza e a questo dovrebbe servire il provvedimento "sblocca reti" appena diventato legge.

Intanto, Terna punta a fare dell'Italia l'hub elettrico del Mediterraneo, costruendo il primo ponte elettrico con i Balcani, con quasi 400 chilometri di cavo sottomarino attraverso l'Adriatico, fra l'Abruzzo e il Montenegro, e un'interconnessione con la Francia, che scavalca le Alpi. Un altro progetto, ancora di là da venire, è il collegamento sottomarino tra Sicilia e Tunisia.. Progetti di alta tecnologia, che gettano le basi per un sistema di scambio tra l'Europa e i Paesi dirimpettai, con al centro le nostre autostrade dell'elettricità.


13 settembre 2010

Le rinnovabili italiane a un cambio di passo

Meno burocrazia e più trasparenza per le fonti rinnovabili. La svolta, inaspettatamente, è arrivata in pieno agosto: con la conversione in legge del decreto energia, altrimenti detto “sblocca reti”, vengono rimossi gli ultimi ostacoli burocratici per la crescita degli impianti di produzione elettrica verde in Italia, mentre con le Linee Guida per l'inserimento degli impianti nel paesaggio - in particolare quelli eolici - vengono finalmente uniformate le discipline autorizzative delle varie Regioni, ponendo così fine al proliferare di legislazioni incoerenti da parte degli enti locali. Da qui in poi, sarà più semplice ottenere finanziamenti per la crescita. Crescita peraltro già galoppante: nel 2009 l’energia rinnovabile incentivata dal Gestore dei Servizi Energetici con i certificati verdi (escluso quindi il fotovoltaico, incentivato con il conto energia, di cui parliamo nella pagina accanto) è stata pari a 16,6 terawattora, mettendo a segno un +50% rispetto al 2008.

Le due riforme sono la premessa necessaria al Piano d'Azione Nazionale per le rinnovabili, appena presentato dal governo alla Commissione Europea per adeguarsi agli obiettivi vincolanti 20-20-20, che punta a raggiungere una produzione elettrica verde di 99 terawattora complessivi al 2020. "Adesso un Piano al 2020 l’abbiamo e non si può tornare indietro", commenta soddisfatto Marco Pigni, direttore dell'Associazione Produttori di Energia da Fonti Rinnovabili. "Però ci manca il pianista", aggiunge Pigni, riferendosi al ministero dello Sviluppo Economico, vacante dai primi di maggio. "Un 'pianista' che, investito degli idonei poteri istituzionali, sappia dotare il contenitore del contenuto: gli strumenti attuativi".

Per centrare l'ambizioso target, intanto, sarà utile la velocizzazione degli investimenti impressa dal provvedimento sblocca-reti, che concede una corsia preferenziale ai progetti davvero certificati e impone un drastico stop alle speculazioni sui cosiddetti "progetti di carta", basati su autorizzazioni chieste solo per rivenderle poi al miglior offerente. La nomina di uno o più commissari straordinari per le opere energetiche ritenute di "preminente interesse nazionale" dovrebbe levare dal pantano i tanti impianti bloccati dalle lungaggini della burocrazia, mentre una drastica "moralizzazione" dei criteri per chiedere e ottenere le licenze dovrebbe arginare la gran mole di richieste speculative che si concentrano sugli impianti ad energia rinnovabile. D'ora in poi chi chiederà un'autorizzazione dovrà accompagnarla con "congrue garanzie finanziarie" correlate al progetto. Nel frattempo il ministero dello Sviluppo Economico dovrà studiare e varare un sistema di regole per la qualificazione non solo dei progetti ma anche dei singoli operatori titolari delle richieste.

In questo contesto, l'autunno si annuncia carico di novità: prima fra tutte l'Ipo dell'anno, quella di Enel Green Power. Il progetto di quotazione procede spedito, con l'obiettivo di "chiudere l'operazione entro ottobre", ha recentemente confermato il numero uno Fulvio Conti. "Vogliamo raccogliere almeno 3 miliardi di euro", ha detto Conti, senza specificare quale sarà la percentuale da collocare. Sul completamento dell'operazione, il cui road show potrebbe iniziare a fine settembre, molto dipende dalle trattative in corso con alcuni fondi sovrani (non quello libico), interessati ad acquisire attraverso un collocamento privato una quota di Enel Green Power.

A fine agosto è partito intanto il riassetto di Actelios, in cui sono state consolidate tutte le attività Falck nelle fonti rinnovabili, creando un gruppo che dispone di 454 megawatt di potenza, con l’obiettivo di raggiungere i 1.100 megawatt nel 2014. Edison cresce nelle rinnovabili attraverso la controllata Edens, che ha concluso nei giorni scorsi l’acquisto da Gamesa di un parco eolico da 26 megawatt vicino Crotone: il gruppo guidato da Umberto Quadrino arriva così a gestire 2.100 megawatt da fonti rinnovabili, di cui oltre 400 megawatt eolici e punta a 450 entro il 2012. Erg Renew è tornata in attivo grazie all'eolico, che ha fatto volare i ricavi operativi nei primi sei mesi dell'anno a 29,3 milioni, in aumento del 27%, grazie alla maggiore ventosità dei parchi italiani. Crescita esponenziale anche per TerniEnergia, che ha triplicato l'utile nel primo semestre.


10 settembre 2010

I Frecciarossa 'volano' all'aeroporto di Malpensa

Da lunedì due coppie di Frecciarossa collegheranno l'aeroporto di Malpensa con le città servite dall'alta velocità sulla dorsale Milano-Napoli. Si eviteranno così cambi di treno e chi deve prendere un volo avrà un veloce accesso al check-in. Con l'orario in vigore dal 13 settembre, Ferrovie dello Stato inaugura cosiì un servizio che abbatte i tempi per raggiungere l'aeroporto di Malpensa, un problema spesso al centro di polemiche proprio per i lunghi e costosi collegamenti. Da Napoli si partirà alle 10.50 e dopo le fermate a Roma, Firenze, Bologna e Milano Centrale si arriverà all'aeroporto alle 16.40. Un altro treno Av partirà alle 7 da Firenze e arrivera' a Malpensa alle 9.40. Allo studio, inoltre, un collegamento che coinvolga anche i territori del Nord Est. Il tempo di percorrenza rispetto ai convogli che fanno capolinea nel capoluogo lombardo si allunga di 42 minuti, tanti quanti sono necessari per attraversare la città e raggiungere lo scalo grazie al "passantino", i binari che mettono in collegamento la rete di Rfi con quella di Ferrovie Nord. Tuttavia, fanno notare alcuni addetti ai lavori, in questa prima fase si è dovuto tener conto del traffico già esistente sulla rete per non penalizzare troppo i pendolari sul nodo di Milano. Da dicembre, inoltre, a differenza di quanto avviene adesso si potrà raggiungere Malpensa anche da Milano Centrale. Verranno attivate due coppie di treni all'ora che si affiancheranno a quelle già in servizio tra l'aeroporto e la stazione delle Ferrovie Nord Milano Cadorna, portando a otto i collegamenti orari disponibili.


7 settembre 2010

New Deal delle infrastrutture: nuovo piano di Obama da 50 miliardi

Il presidente Obama lancia un piano di investimenti in grandi opere pubbliche, soprattutto nel settore dei trasporti, da 50 miliardi di dollari in sei anni, per rimettere in moto l'azienda Usa.

Seppure non della portata del Recovery Act, il piano di stimolo economico da 787 miliardi di dollari approvato il 17 febbraio dell'anno scorso, i numeri del piano delineato ieri a Milwaukee, in occasione del Labor Day, sono significativi: 240mila chilometri di strade da risistemare, 6.400 chilometri di linee ferroviarie da ammodernare o costruire da zero (incluse quelle della rete ad alta velocità) e di 240 chilometri di piste di atterraggio, alle quali si aggiungerà un nuovo sistema di controllo del traffico aereo su base satellitare.

In più, il presidente Usa ha annunciato l'intenzione di dare vita a una banca per gli investimenti infrastrutturali che avrà come propria mission esclusiva la realizzazione di opere pubbliche e che ridurrebbe non poco il peso e i margini di manovra del Congresso in questo settore.

Come intenda finanziare queste iniziative Obama non lo ha detto, lasciando ad anonimi "funzionari governativi" il compito di far capire che i fondi dovrebbero venire dal taglio ai sussidi economici concessi all'industria del petrolio e del gas.


3 settembre 2010

Energia del sole sempre più competitiva con le celle a film sottile

Meno silicio significa abbassare i costi delle celle fotovoltaiche e la diminuzione dei costi significa un passo avanti verso la grid parity, cioè il momento in cui l'energia del sole sarà davvero competitiva con quella prodotta bruciando combustibili fossili.

Solar targets

Le celle a film sottile impiegano molto meno silicio (da 0,4 grammi per Watt contro i 20 grammi per Watt dei pannelli "tradizionali") e in più hanno la capacità di sfruttare la luce diffusa e la maggiore integrabilità architettonica, grazie alla flessibilità e in certi casi alla semi-trasparenza del materiale ottenuto. Per questo motivo, la domanda di moduli fotovoltaici a film sottile è cresciuta in maniera esponenziale nel mondo. La quota di mercato del thin-film, che oggi non va oltre il 15%, ha una buona prospettiva di arrivare al 40% nel giro di quattro anni. Lo stabilimento Sharp di Sakai, in Giappone, sarà la più grande fabbrica di celle a film sottile del mondo. Sakai sforna da quest'estate celle solari a tripla giunzione utilizzando un substrato di vetro della dimensione di 1000 x 1400 mm. Per aumentare l’efficienza delle celle solari a tripla giunzione è importante migliorare la cristallinità - la regolarità della disposizione atomica – in ciascuno strato. È inoltre essenziale utilizzare composizioni di materiali che permettano di massimizzare l’effetto dell’energia solare. Il germanio (Ge), posizionato nello strato sottostante delle celle convenzionali, produce un’ampia quantità di corrente. Questa corrente però, veniva in parte persa senza essere convertita efficacemente in energia elettrica. La soluzione è venuta dall’uso di InGaAs, arseniuro di indio e gallio, in grado di convertire la luce in elettricità con un alto grado di efficienza.

Un processo simile verrà utilizzato anche nello stabilimento di Catania, frutto della joint venture fra Sharp, Enel Green Power e StMicroelectronics, operativo dall'inizio del 2011.

 


26 agosto 2010

L'Italia punta sul Mediterraneo per diventare hub elettrico d'Europa

L'Italia come hub elettrico d'Europa: sono stati avviati gli iter autorizzativi di due nuove interconnessioni con il Montenegro e la Francia, che si aggiungeranno alle 22 autostrade dell’energia che già collegano il sistema elettrico italiano a quello dei Paesi confinanti, con 2.000 MW di capacità di trasporto aggiuntiva.

I collegamenti con il Montenegro da un lato e con la Francia dall'altro potrebbero completarsi in un prossimo futuro con un cavo sottomarino di collegamento con la Tunisia, facendo così dell'Italia la piattaforma di scambio per l'energia elettrica prodotta nel Mediterraneo e consumata in Europa.

Aumentare il numero delle interconnessioni transfrontaliere significa maggiore sicurezza per il sistema elettrico nazionale e internazionale, diversificazione del mix di combustibili, minore dipendenza del Paese da un ristretto numero di “sistemi” fornitori di energia e minori costi per il sistema Italia.

La nuova super smart grid, avviata grazie agli investimenti di Terna, si completa attraverso i collegamenti di Sardegna e Sicilia con la Penisola, attualmente in costruzione, che risolveranno le congestioni del mercato elettrico e consentiranno di trasportare l’ingente produzione rinnovabile che si sta sviluppando nel Sud Italia.


23 agosto 2010

Raddoppia la rete cinese dei treni ad alta velocità

La Cina investirà 120 miliardi di dollari per raddoppiare la rete di linee ad alta velocità entro il 2012, nell'ambito di un gigantesco programma di ampliamento delle ferrovie. Il governo di Pechino, che oggi dispone di 6.920 chilometri di binari per l'alta velocità, conta di metterne giù altri 6mila nel giro di un paio d'anni, per arrivare almeno a 16mila chilometri entro il 2020. E c'è da credergli, a giudicare dalla partenza col turbo dei lavori per la linea più importante, quella che collegherà Pechino a Shanghai, che sarà lunga 1.318 chilometri e verrà completata (nelle infrastrutture principali) entro l'anno, per entrare poi in funzione a pieno regime nel 2012.
A fine luglio sono stati posati i primi binari e secondo il direttore dei lavori le forze in campo sono in grado di posizionarne 6 km al giorno, che a breve potrebbero diventare 12. I lavori per la costruzione, con la progettazione e l'individuazione delle aree, sono cominciati nel 2008, con un investimento totale stimato di 23 miliardi di euro. Con il completamento della ferrovia che prevede 24 nuove stazioni, per raggiungere Shanghai da Pechino ci vorranno meno di cinque ore, (la velocità max. è di 380 km/ora) riducendo di oltre la metà l'attuale tempo necessario di oltre 10 ore.

12 agosto 2010

Tirrenia come Alitalia: monopolista naufraga in un mare di debiti

Tirrenia come Alitalia. Il tribunale fallimentare di Roma ha dichiarato oggi lo stato d'insolvenza per l'ex monopolista dei traghetti italiani. Si apre quindi la strada dell'amministrazione straordinaria nel solco della legge Marzano. Di fatto è un crac. Anche in Tirrenia, come in Alitalia, i sindacati erano riusciti a strappare negli anni contratti superiori di circa il 25% rispetto alle altre compagnie nate sul libero mercato. Addirittura fino a qualche anno fa ogni nave aveva due equipaggi visto che ogni giorno di lavoro dava il diritto a un giorno di riposo. La crisi, come in Alitalia, era emersa già negli anni Novanta. E nel frattempo il costo per i contribuenti è stato di circa 2 miliardi. Anche il modello della bad company a questo punto potrebbe essere duplicato visto che la situazione è molto simile a quella della compagnia aerea: flotta in gran parte vetusta e antieconomica e contratti e numero dei dipendenti non più compatibili con la realtà di un ex monopolista che se la deve vedere con il mercato. Dopo 26 anni di regno del boiardo di Stato Franco Pecorini, ora sarà compito del commissario straordinario Giancarlo D' Andrea massimizzare gli asset per ripianare i debiti. Ex Iri, ex Alitalia, D'Andrea è uomo di fiducia dell'azionista unico Fintecna. E si capisce perché: dei 580 milioni di euro di debiti del gruppo dei traghetti circa 100 sono proprio nei confronti di Fintecna. Il resto è nei confronti delle banche. Tra le più esposte Mps, Bnl, Intesa attraverso il Banco di Napoli, Unicredit e il Credit Agricole. Insomma, per le banche ora la situazione non è certo delle migliori e si tratterà di capire se si potrà trovare un qualche tipo di accordo. Il nodo restano gli asset vendibili: la flotta è a bilancio per 800 milioni circa ma secondo alcuni operatori dalla flotta Tirrenia non si potrebbe ricavare più di 400-450 milioni. Sullo sfondo ci sono le concessioni per la garanzia del servizio pubblico: l' attuale convenzione, che garantiva a Tirrenia e alle altre società regionali come Siremar circa 200 milioni l' anno, scadrà il 30 settembre, proprio la deadline concessa dalla Ue per concludere la privatizzazione. Per la cessione era stata preparata una bozza di nuova convenzione che considerava i servizi sulle rotte nazionali come un unicum, quindi non riducibili a spezzatino. Ma adesso il timore dei 4.000 dipendenti è che si possa procedere alla «distribuzione» di quei diritti, una decisione che corrisponderebbe di fatto alla morte della compagnia dei traghetti. Un indizio che si possa procedere su questa strada è l' ipotesi di una scissione di Siremar dalla Tirrenia, anche in seguito all' interesse già manifestato da imprenditori del settore, come Vincenzo Onorato della Moby, per una vendita separata. Su questo deciderà il commissario straordinario Giancarlo D' Andrea, ma i sindacati si oppongono ad ogni ipotesi di «spezzatino». La compagnia sembra davvero in tempesta e sulle migliaia di turisti che quest'estate hanno prenotato i passaggi sulle sue navi soffia il vento della protesta: la Uiltrasporti ha già proclamato uno sciopero il 30 e il 31 agosto, proprio nei giorni di rientro dei vacanzieri dalle isole.


11 agosto 2010

Si allargano le smart grid in Europa con i contatori elettronici

Si allargano le smart grid in Europa: dopo gli apripista Italia e Scandinavia, saranno ora Francia, Spagna e Regno Unito i mercati di maggiore sviluppo per i contatori elettronici, che al 2015 saranno installati presso 111,4 milioni di famiglie europee. I contatori elettronici sono universalmente considerati la base di partenza per le reti intelligenti. E' dalla nascita delle utilities elettriche nel tardo 19.mo secolo che la distribuzione di elettricità si basa sulla lettura manuale dei contatori. Ma ora l'Europa si sta muovendo: Tobias Ryberg di Berg Insight spiega in uno studio che Edf, Endesa, Iberdrola e British Gas hanno avviato progetti pilota su larga scala in Francia, Spagna e Regno Unito, che presto si evolveranno in un vero sviluppo dei contatori elettronici in questi Paesi. In base allo studio, il tasso di crescita annuo del settore sarà del 17,9% nel quinquennio 2009-2015. Il primo Paese dove ha preso avvio la rivoluzione dello smart metering è stata l'Italia, dove l'Enel ha da poco completato l'installazione di 30 milioni di contatori elettronici.


5 agosto 2010

Parte la più grande fabbrica italiana di pannelli fotovoltaici

Parte finalmente la più grande fabbrica italiana di pannelli fotovoltaici, in quel di Catania, frutto della joint-venture Enel Green Power, Sharp ed STMicroelectronics, che hanno finalizzato ieri un accordo di project financing per 150 milioni di euro destinati allo sviluppo dell progetto. La svolta è arrivata con l’approvazione del Cipe dello stanziamento di 49 milioni di euro per supportare l’iniziativa.

Entra così nella fase operativa (l’accordo iniziale risale a gennaio) la joint venture paritetica 3Sun, di cui sono stati nominati ieri gli organi societari, che ha come obiettivo la messa in opera dello stabilimento a Catania destinato a produrre in modo integrato celle e moduli innovativi.La capacità produttiva iniziale di pannelli, prevista dal secondo semestre 2011, sarà pari a 160 MW all’anno, ma si prevede che la produzione, possa essere incrementata nel corso dei prossimi anni a 480 MW all’anno.

Enel Green Power e Sharp hanno inoltre costituito un’ulteriore joint venture, la Esse (Enel Green Power & Sharp Solar Energy), che ha come obiettivo la realizzazione e gestione congiunta di campi fotovoltaici in Sicilia per un totale di oltre 500 MW entro il 2016, utilizzando i pannelli prodotti dallo stabilimento.

La produzione della fabbrica catanese sarà infatti destinata a soddisfare la domanda dei mercati di Europa, Medioriente e Africa, con particolare riguardo all’area mediterranea, nella quale Enel Green Power e Sharp contano già su un’importante rete di vendita.


2 agosto 2010

Sarà l'acqua di mare a dissetare l'umanità?

Visto che l'acqua sulla Terra è al 97% salata, non stupisce l'accanimento con cui l'umanità cerca da sempre un sistema efficiente di dissalazione. Tra il 1995 e il 2006, sostiene il Worldwatch Institute, gli impianti di dissalazione nel mondo sono raddoppiati e dovranno raddoppiare di nuovo entro il 2016. In origine tutti i dissalatori erano di tipo evaporativo, ma operando a temperature alte, da 40 a 200 gradi, sono molto energivori. Il più grande impianto del mondo di questo tipo è quello di Jebel Ali, negli Emirati, che può produrre 300 milioni di metri cubi d'acqua dolce all'anno. Oggi si tentano strade diverse, dall'osmosi inversa allo scambio ionico, per ridurre i consumi di energia e rendere il sistema più efficiente. Nell'osmosi inversa sono molto forti gli spagnoli, ma il più grande impianto del mondo di questo tipo è in Israele, a Hadera, con una capacità di 130 milioni di metri cubi all'anno. L'osmosi inversa è un processo in cui si forza, applicando una pressione, il passaggio delle molecole di acqua salata attraverso una membrana, che permette di ricavare acqua purissima. Piccoli filtri a osmosi inversa, azionabili a mano, erano stati inizialmente progettati per i militari nei tardi anni '70 o per corredare come equipaggiamento di sicurezza le scialuppe e i gommoni di salvataggio a bordo delle navi, ma ora si stanno diffondendo impianti molto più grandi, come quello israeliano. Ma anche questo sistema consuma parecchia elettricità: i migliori impianti a osmosi inversa hanno bisogno di 3,7 kilowattora per produrre mille litri di acqua potabile. Ibm sta sviluppando un impianto a osmosi inversa in Arabia Saudita alimentato dal fotovoltaico.

L'invenzione di due ingegneri canadesi dell'università di Vancouver, Ben Sparrow e Joshua Zoshi, va ancora più in là: nell'impianto pilota della loro Saltworks, appena realizzato, si sperimenta un sistema che utilizza il calore del sole per l'evaporazione e riesce a produrre mille litri d'acqua con meno di 1 kilowattora. Il loro processo si basa sul diverso livello di salinità tra diverse vasche d'acqua. Quattro flussi di acqua con diversi livelli di salinità vengono convogliati nell'impianto, innescando un processo simile a un circuito elettrico, in cui la corrente non è trasportata da elettroni ma da ioni, che sono atomi caricati elettricamente. La vasca A contiene acqua di mare con una concentrazione salina più alta del normale (18% contro il 3,5% del mare), ottenuta tramite evaporazione, mentre le altre tre vasche, chiamiamole B, C e D, contengono acqua di mare a concentrazione salina normale. L'invenzione di Saltworks consiste in un filtro che consente di passare solo agli ioni caricati positivamente o negativamente, tenendo fermi gli altri. Il sale è composto da due ioni, il sodio positivo e il cloro negativo. La vasca A ha una concentrazione maggiore di sale e quindi i suoi ioni di cloro e sodio verranno naturalmente attratti verso le vasche B e C, ma i filtri lasceranno passare solo gli ioni di sodio nella vasca B e gli ioni di cloro nella vasca C. Quando questo accade, nelle vasche B e C si crea uno squilibrio: B ha un surplus di ioni di sodio e C di cloro. A questo punto le vasche B e C vengono messe in collegamento con la vasca D, da cui attraggono gli ioni mancanti, rispettivamente cloro e sodio. Il risultato è che l'acqua della vasca D resta completamente senza sale.


29 luglio 2010

Con l'acqua di raffreddamento si scaldano le serre



L'acqua è una risorsa limitata e, in alcune aree del mondo, scarsa. La quota di esseri umani a corto di acqua era dell'8% (500 milioni) all'inizio del secolo, ma sarà del 45% (4 miliardi) nel 2050. E anche se questa carenza non è uguale dappertutto, l'Italia non se la passa benissimo: in vaste zone del Meridione le forniture sono spesso erratiche, soprattutto d'estate.


Uno dei punti importanti in qualsiasi processo produttivo attento all'ambiente, quindi, è l'utilizzo sostenibile dell'acqua.


Per chi la usa solo nei processi di raffreddamento, come le compagnie elettriche, il riutilizzo è più semplice: basta convogliarla con dei tubi là dove l'acqua calda può essere utile. Per le aziende che invece la "sporcano" nei loro processi produttivi, si tratta di aggiungere dei sistemi di depurazione e rimetterla in circolo.


Un esempio del primo caso è la centrale Enel di Civitavecchia: Torrevaldaliga Nord preleva l’acqua dal mare per il raffreddamento degli impianti e invece di ributtarla in mare come si faceva un tempo, da anni ormai la riutilizza per altri fini: la centrale fornisce gratuitamente energia termica all'impianto di floricoltura di Pantano, dove vengono coltivati cactus, gerani, rose, garofani, petunie e altre varietà. Tutto avviene in serre che occupano una superficie dl circa 18 ettari, con un'occupazione media di 330 persone. Il riscaldamento delle colture avviene utilizzando l'acqua calda che attraverso apposite tubazioni viene portata dalla centrale alle serre. Ma il calore residuo della produzione di elettricità non è destinato solo ai fiori. Viene utilizzato anche per l'allevamento di orate e spigole. L’impianto di itticoltura è situato sul terreno Enel nella zona Nord Ovest della centrale. E' composto dalle 44 vasche della avannotteria e da altrettante vasche esterne, che occupano circa 18.000 metri quadri e sono dedicate al pre-ingrasso e all'ingrasso finale del pesce, con ricambio continuo di acqua di mare. Questa viene fornita da Enel tramite quattro pompe, di cui due alimentate ad acqua fredda e due da acqua calda prelevata dal circuito della centrale. I pesci vengono allevati fino a raggiungere i 350-500 grammi di peso e poi venduti sul mercato nazionale. L’occupazione media è di circa 35 persone.


Un esempio del secondo caso è la nuova fabbrica che Renault sta costruendo a Tangeri, in Marocco, che sarà operativa dall'inizio del 2012 e a pieno regime sfornerà a 400mila veicoli all’anno. Il nuovo stabilimento, realizzato in partnership con Veolia, ridurrà l'impatto ambientale a livelli mai raggiunti finora per una fabbrica di montaggio carrozzeria: le emissioni di CO2 saranno ridotte del 98% e l'utilizzo dell'acqua verrà tagliato del 70% per cento rispetto agli standard del settore. Questo risultato strabiliante si ottiene alimentando lo stabilimento con energia da fonti rinnovabili e incrementando l'efficienza energetica dei processi produttivi: il fabbisogno di energia termica sarà ridotto del 35% rispetto a una fabbrica con una capacità produttiva equivalente. La quantità di CO2 residua sarà compensata infine con l'acquisto di crediti di carbonio, ottenuti sempre dalla produzione di energia verde.


L’acqua utilizzata nell'impianto, inoltre, sarà riciclata consentendo di ridurre i prelevamenti di risorse d'acqua per i processi industriali del 70 per cento: una quantità equivalente, secondo i calcoli della casa francese, a 175 piscine olimpioniche (430mila metri cubi d'acqua). E nessuno scarico di origine industriale sarà mai riversato nell'ambiente: l'impiego di speciali processi di depurazione consentiranno di trasformare i deflussi industriali in acqua purificata. Renault e Veolia hanno lavorato insieme alla riduzione dei consumi del sito, ridefinendo in profondità tutti i processi di produzione. La combinazione tra l'utilizzo di tecnologie innovative e pratiche migliori in termini di recupero delle risorse si dimostra così ancora una volta essenziale per ridurre l'impatto ambientale di una produzione che di solito ha ricadute pesanti sul territorio circostante.

28 luglio 2010

L'Aie bacchetta la Francia: "Poca concorrenza"

L'Agenzia Internazionale dell'Energia chiede alla Francia di “aumentare la concorrenza nella generazione elettrica e nel mercato al dettaglio, abolendo in una prima fase le tariffe regolate per i clienti non residenziali e quindi arrivare ai prezzi di mercato per tutti i consumatori”. Presentando il rapporto sulla Francia, il direttore esecutivo dell’agenzia, Nobuo Tanaka, ha spiegato che “la concorrenza resta limitata a causa del controllo da parte dell’ex monopolista Edf di un grande parco nucleare, con costi di produzione generalmente più bassi rispetto ai prezzi all’ingrosso: questo dà a Edf un vantaggio competitivo significativo e limita la convenienza dei concorrenti a sviluppare quote di mercato”. Secondo il rapporto, la Francia dovrebbe anche “promuovere lo sviluppo della rete di trasmissione elettrica, sia per quanto riguarda le interconnessioni transfrontaliere che all’interno del Paese”, e “aumentare la flessibilità del sistema al fine di raggiungere un equilibrio strutturale tra la generazione di base e la domanda di picco”.


Olanda e Regno Unito collegati da un elettrodotto sottomarino

E’ terminata la posa dell’ultima sezione del BritNed, l’elettrodotto di 260 km tra Olanda e Regno Unito. La posa, spiegano gli operatori National Grid e TenneT, è iniziata a settembre 2009 ed è stata divisa in 6 sezioni. La prossima fase riguarderà la realizzazione di 7 connessioni (4 in terraferma e 3 offshore) e l’interramento delle parti onshore. Il tutto sarà completato a settembre, con l’obiettivo di avviare le operazioni commerciali nel primo trimestre 2011. La capacità di BritNed sarà di 1.000 MW, l’investimento di 600 milioni di euro.

Il progetto è considerato d'interesse europeo, poiché un presupposto fondamentale per un mercato integrato dell’elettricità e del gas è che i Paesi siano sufficientemente connessi e che le interconnessioni siano utilizzate con efficacia. L’aumento degli scambi transfrontalieri che ne deriva aiuterà ad attenuare il potere di mercato degli operatori e con l’aumento della competitività dei mercati i consumatori potranno beneficiare di prezzi e servizi migliori.

21 luglio 2010

No alle scorie nucleari italiane nello Utah

No alle scorie nucleari italiane nello Utah. Energy Solutions, azienda con sede a Salt Lake City che opera in tutto il mondo nel settore nucleare, ha deciso di rinunciare al programma di smaltimento delle scorie italiane nello Utah e ha comunicato che potrebbe dirottare le scorie verso un centro di smaltimento in Italia. Peccato che a un quarto di secolo dalla fine del nucleare italiano non ne abbiamo ancora istituito uno e non siamo ancora riusciti a smaltire nemme lo scorie di allora.

L'azienda dello Utah aveva provato a importare 20.000 tonnellate di rifiuti radioattivi italiani. Dopo il trattamento circa 1.600 tonnellate sarebbero state portate nella discarica dell'azienda nel deserto dello Utah, l'unica discarica di materiali a basso livello di radioattività degli Stati Uniti.

L'idea ha però incontrato la ferma opposizione dei repubblicani dello Utah, che hanno spinto l'approvazione di una legge che vieta l'importazione di scorie radioattive straniere.

Nella stessa Ue, del resto, domina l'orientamento che le scorie nucleari siano un problema della politica nazionale e che quindi ogni Stato dovrebbe stoccarle all’interno dei propri confini. Ne è convinto il commissario Ue all’Energia, Guenther Oettinger, che in una recente intervista rilasciata a Financial Times Deutschland ha definito l’esportazione dei rifiuti nucleari “scandalosa”, chiedendo agli operatori di provvedere al più presto alla creazione di depositi sicuri. Non solo. Secondo il commissario andrebbe esclusa ogni ipotesi di stoccaggio in siti comuni o la loro esportazione al di fuori della Ue (citando come esempio l’ipotesi di un sito in Russia), sottolineando quanto sia pericoloso il commercio di rifiuti in generale e di quelli radioattivi in particolare.


19 luglio 2010

L'acqua a referendum? Pubblica o privata, basta che arrivi!

Acqua pubblica o privata? L'acqua è una risorsa limitata e, in alcune aree del mondo, scarsa. La quota di esseri umani a corto di acqua era dell'8% (500 milioni) all'inizio del secolo e sarà del 45% (4 miliardi) nel 2050. Ma questa carenza non è uguale dappertutto: 9 Paesi hanno la fortuna di controllare il 60% della disponibilità globale di acqua dolce e tra questi solo Brasile, Canada, Colombia, Congo, Indonesia e Russia ne hanno davvero in abbondanza. Cina e India, con oltre un terzo della popolazione mondiale, devono accontentarsi del 10% dell'acqua dolce e stanno esaurendo le riserve presenti nel sottosuolo. Lo stesso accade in molte grandi città: l'acqua di Città del Messico viene al 70% da una falda che sarà esaurita nel giro di un secolo al ritmo di estrazione attuale, tanto che la città sta sprofondando per l'assottigliarsi della falda. Situazioni simili si trovano a Bangkok, Buenos Aires e anche a Barcellona.

In Italia ci si preoccupa di altro: ben due referendum sono in preparazione sul tema, ma nessuno dei due parla di come incentivare l'utilizzo sostenibile dell'acqua con adeguate normative. Oltre un milione di firme sono state raccolte dal comitato Acqua Pubblica e saranno depositate oggi in Cassazione per indire un referendum abrogativo di tutte le norme che hanno sancito l'apertura ai privati nel settore dei servizi idrici, dalla legge Galli in poi. Antonio Di Pietro, da parte sua, sta raccogliendo le firme per un referendum contro il decreto Ronchi, che accentua l'approccio di mercato, imponendo entro il 2013 agli enti pubblici di scendere sotto il 40% del capitale delle società che gestiscono servizi pubblici essenziali, quindi anche le reti idriche.

Tutti e due i referendum ignorano il problema di fondo: gli acquedotti italiani sono un colabrodo e quasi metà dell'acqua che si mette in rete va sprecata nelle perdite (42% in media). In vaste aree del Paese i rubinetti buttano acqua poche ore alla settimana e quindi l'acqua è "privatizzata" per forza: bisogna comprarla dalle autobotti, spesso gestite dalla malavita organizzata, o in bottiglia. Ma nessuno si preoccupa di questa situazione da Terzo Mondo. Anzi, ben vengano le autobotti che portano soldi nelle tasche della mafia. Ben vengano i buchi nei tubi, che spesso servono per attingere abusivamente. Viva l'acqua pubblica, possibilmente gratuita. E continuiamo a farci del male.

Nessuno valuta che per evitare gli sprechi e far uscire acqua potabile dai rubinetti c'è bisogno di impianti di depurazione, distribuzione e misura funzionanti, che costano. Per coprire questi costi, dare un prezzo adeguato all'acqua consumata è il modo più equo, altrimenti vanno nella fiscalità generale e il poveretto che consuma due litri d'acqua al giorno sovvenziona il riccone che si riempie la piscina. Quindi l'acqua non può essere "gratuita", come blatera da anni Riccardo Petrella, guru dell'acqua libera, chiamato incautamente da Nichi Vendola a presiedere l'Acquedotto Pugliese e ben presto cacciato per manifesta incapacità.

L'acqua, dunque, va pagata. O meglio: le infrastrutture che servono per incanalarla, pulirla e distribuirla vanno pagate. Gli italiani la pagano in media 1,1 euro al metro cubo, contro 2 in Spagna e 5 in Germania. Ma che il sistema sia pubblico o privato è indifferente: basta che funzioni su regole di mercato. Ci sono sistemi gestiti da enti pubblici in giro per il mondo che funzionano benissimo, perfino in Africa. Altri malissimo, come nel disastro dei rifiuti campani. Con i privati di solito ci sono maggiori garanzie di buona gestione, per ovvi motivi economici, ma non è un passaggio obbligatorio.

Per mantenere l'acqua nel sistema pubblico non servono referendum: basterebbe pagare le bollette e vigilare sull'impiego di quei soldi nella manutenzione dei tubi, non per foraggiare le tasche di questo o quel politico, di questo o quel mafioso, così come succede oggi, senza alcuna obiezione da parte dei promotori dei referendum. L'apertura ai privati discende dalla banale constatazione che il pubblico in Italia fa acqua da tutte le parti, per l'appunto. E che il sistema, così com'è adesso, non funziona.

Resta importante chiarire che l'acqua gratuita incentiva sempre lo spreco, non il risparmio, e quindi aggrava il problema delle carenze idriche.


15 luglio 2010

Archimede, fase due: chi c'è dietro al sole di notte

Questa dev'essere la volta buona. Archimede, la prima centrale solare italiana a concentrazione, è stata inaugurata ieri a Priolo alla presenza del numero uno dell'Enel, Fulvio Conti, e del ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo. Ma non è la prima volta. Il primo avvio ufficiale fu celebrato in gran pompa il 19 maggio 2004, alla presenza del suo inventore, Carlo Rubbia, allora presidente dell'Enea, l'ente che grazie a lui detiene il brevetto di questa tecnologia innovativa. Da allora ad oggi l'impianto non ha funzionato, da un lato perché non era ancora perfettamente a punto, dall'altro perché non erano ancora entrati in vigore gli incentivi statali che lo rendono remunerativo. Ora gli incentivi ci sono e Archimede può partire.


La sua particolarità risiede nella capacità di raccogliere e conservare per molte ore l’energia termica del sole per generare energia elettrica anche di notte o quando il cielo è coperto. Grandi impianti solari termodinamici a concentrazione sono già in funzione con successo, in particolare in Spagna e Stati Uniti, ma l'invenzione sviluppata dal fisico italiano durante la sua presidenza dell'Enea ha dato una marcia in più a questo tipo di fonte rinnovabile. Rispetto al metodo "tradizionale" che usa lunghe file di specchi a parabola per concentrare il calore del sole su un tubo dove scorre olio sintetico, la centrale Enel utilizza i sali fusi come fluido termovettore al posto dell'olio. Questi sali raggiungono infatti temperature molto più elevate (550 gradi anziché 400), permettendo all'impianto di restare in funzione quasi a ciclo continuo, senza doversi fermare nelle ore di buio o in caso di nuvole.



Ma le altissime temperature, che presentano grandi vantaggi, hanno dato anche parecchi grattacapi ai tecnici che dovevano realizzare l'impianto. Per questo dietro ad Archimede non c'è solo l'Enea, ma anche l'azienda umbra che produce i tubi di scorrimento dei sali fusi e detiene il brevetto insieme all'Enea. Gianluigi Angelantoni, amministratore delegato dell'omonimo gruppo, crede moltissimo in questa nuova tecnologia. E anche Siemens, che ha appena acquisito il 45% di Archimede Solar Energy, la società del gruppo che si occupa di solare termodinamico. "Con il nuovo stabilimento, che abbiamo appena inaugurato, sforneremo centomila tubi all'anno, adatti sia per i circuiti a olio sintetico che arriva a 350 gradi, sia per scaldare sali fusi fino a 550 gradi", spiega Angelantoni, che ne ha già prodotte alcune migliaia in uno stabilimento più piccolo.


"Già nel 2012 il fatturato generato dal solare termodinamico andrà a superare quello che fatturiamo oggi nel nostro business tradizionale", precisa Angelantoni. Laddove il suo "business tradizionale", del resto, non è nient'altro che la premessa per questo exploit. L'azienda di Massa Martana produce già da decenni macchine estremamente innovative: è tra le imprese leader nel campo dei simulatori per i test e delle apparecchiature biomedicali a basse temperature. Con le sue camere di simulazione ambientale e spaziale, i banchi di collaudo e i sistemi di vibrazione elettrodinamici, serve l'industria automobilistica, aerospaziale, elettronica e della difesa in Italia, Francia, Germania, Cina e India. Non a caso l'8% del fatturato nella sede centrale è dedicato alla ricerca. E questo sforzo innovativo rappresenta un traino non indifferente per tutto il distretto, dove diverse imprese sono state coinvolte nel progetto Archimede. "L'energia solare e fotovoltaica ha enormi prospettive di sviluppo e noi vogliamo essere al centro di questo processo, che potrebbe portare l'Italia all'avanguardia in un campo dove siamo ancora molto indietro", sostiene Angelantoni. La sua azienda, infatti, non è impegnata solo nel solare termodinamico, ma produce anche macchine per fare celle fotovoltaiche a film sottile, un'altra nuova frontiera del solare. "Abbiamo realizzato una linea completa di produzione, lunga 130 metri, per Arendi del gruppo Marcegaglia, la società che produce per prima in Italia moduli al tellururo di cadmio", una tecnologia molto innovativa - sviluppata da Nicola Romeo, docente di Fisica all'università di Parma - che punta a fare a meno del silicio.

"Se vogliamo innovare, in questo Paese - commenta Angelantoni - dobbiamo dare più soldi ai ricercatori, nelle università e negli istituti di ricerca. Poi ci vorrebbe anche un miglior rapporto delle università con le imprese, ma il problema fondamentale sono i mezzi finanziari alla ricerca di base, che mancano". In pratica, i suoi tubi rappresentano l'anima delle grandi centrali solari a concentrazione, dov'è cruciale l'immagazzinamento del calore, per continuare a produrre energia anche con diversi giorni di tempo coperto: nei sistemi utilizzati fino ad oggi, i grandi specchi parabolici concentrano il calore su un tubo sottovuoto dove scorre olio sintetico, che a sua volta deve scaldare con uno scambiatore di calore un grande serbatoio pieno di sali fusi. Nelle centrali di nuova generazione, come Archimede, tutto il circuito è pieno di sali fusi, che raggiungono temperature impossibili per l'olio sintetico e non hanno bisogno dello scambiatore. Angelantoni si muove su un confine oltre il quale fino ad oggi non è andato nessuno: i suoi tubi, spalmati internamente di un coating chiamato Cermet, sono gli unici al mondo capaci di contenere un fluido a temperature così elevate. Questa tecnologia nuova migliora molto l'efficienza del solare termodinamico, tanto che Angelantoni ha già ricevuto diverse ordinazioni, soprattutto dall'Estremo Oriente. Il mercato, infatti, è in piena esplosione, con 12 centrali in costruzione in Spagna e decine di altre in tutto il mondo, dall'India agli Stati Uniti.


14 luglio 2010

Nasce il polo dell'acqua italiana, da Torino a Reggio Emilia

E' partita questa settimana e si conclude il 6 agosto l'Opa totalitaria su Mediterranea delle Acque promossa dalla neonata utility piemontese-ligure-emiliana Iren e il fondo F2i, che fa capo a Vito Gamberale, per acquisire il controllo congiunto della società (60% Iren e 40% F2i), che sarà poi delistata.

Con la nuova partnership Iren-F2i nasce un polo che si candida a diventare protagonista nell'ambito del settore idrico in Italia, dopo la svolta impressa dal decreto Ronchi, che impone entro il 2013 agli enti pubblici di scendere sotto il 40% del capitale delle società che gestiscono servizi pubblici essenziali. Il mercato idrico italiano vale circa 6 miliardi e si stima possa crescere entro il 2020 a 8 miliardi, con margini che sfiorano il 30-40% e garanzie di stabilità in termini di sviluppo e redditività grazie al sistema regolatorio, ma con una struttura ad alta intensità di capitale, che richiede investimenti alti e di lungo periodo: la sola Mediterranea delle Acque sarà chiamata a un impegno per manutenzione e nuovi depuratori di oltre 740 milioni.

Le tariffe nel nostro Paese oggi sono pari, in media, a 1,1 euro al metro cubo (contro 2 in Spagna e 5 in Germania) e le perdite di rete, in media, sono del 42%. Il che significa che quasi metà dell'acqua messa in rete in Italia va sprecata. Si stima che le tariffe possano salire a 1,5-1,6 euro e si spera che nel contempo vengano anche tappati i buchi. Ecco dunque la necessità di aggregazioni e di investitori finanziari che affianchino stabilmente quelli industriali. Gamberale punta a entrare con il suo fondo (al quale partecipano Cdp, Intesa, Unicredit, Merrill Lynch, sette fondazioni e due casse di previdenza) nelle grandi reti infrastrutturali, come Enel Rete Gas, di cui ha il 60%.


13 luglio 2010

Sicilia-Calabria, via libera all'elettrodotto sottomarino

Ci siamo: l’elettrodotto Sicilia-Calabria ha ottenuto il via libera definitivo dal Minambiente e dal Mse. Ora non ci saranno più scuse per nessuno. Terna dava la colpa al ministero dell'Ambiente che non rilasciava la valutazione di impatto ambientale. Il ministero di Stefania Prestigiacomo ce l'aveva con la regione Sicilia che bloccava tutto per i possibili danni all' avifauna. Ieri, invece, con la firma del ministero dello Sviluppo (interim del premier, ma a cura del sottosegretario Stefano Saglia) gli ostacoli al benedetto elettrodotto Sicilia-Calabria paiono essere spazzati via. Il cavo elettrico più invocato d'Italia potrà ora essere finalmente posato tra Sorgente (Messina) e Rizziconi (Reggio Calabria): sarà la più lunga linea elettrica sottomarina in corrente alternata del mondo, con un tratto di 38 chilometri sotto le acque del Tirreno che aggira lo stretto di Messina. Ma soprattutto, legando l'isola al continente, permetterà di farla finita con quei «giochetti» che facevano salire il prezzo dell'energia elettrica a livelli esagerati. A spese non solo delle imprese e dei cittadini locali, ma anche di quelli nazionali, visto che il prezzo dell'area siciliana «fa media» con le altre zone d'Italia e quindi contribuisce a far salire il Pun, il prezzo unico nazionale.

Si confida, ora, che i lavori possano procedere speditamente. Il collegamento Sorgente-Rizziconi, che richiede 700 milioni di investimenti, avrà 2.000 MW di potenza, 105 km di lunghezza (38 km di cavo sottomarino) e porterà 800 milioni annui di risparmio per il sistema elettrico italiano.

Ma il problema è che per vedere realizzato il cavo ci vorranno comunque “3-4 anni”, come ha sottolineato  lo stesso gestore. E in questo lasso di tempo l’impatto degli altissimi prezzi siciliani sul prezzo unico nazionale dell'energia non verrà meno, mentre i margini degli operatori con impianti nel Sud Italia, Sorgenia in testa, rischiano di essere erosi irrimediabilmente.

Per questo lo sblocco dell’opera non ha fermato il dibattito su una soluzione che anticipi i benefici del cavo. Domani ci sarà una riunione del tavolo tecnico tra Assoelettrica e i rappresentanti della domanda. Le parti presenteranno le rispettive proposte, utilizzando come base di partenza l’emendamento Piscitelli al Dl manovra, bocciato in commissione al Senato (insieme alla proposta del senatore Tancredi sull’elettrodotto virtuale). Nella sua formulazione originaria il testo non soddisfaceva pienamente né i consumatori, né Enel, né Sorgenia. Ma l’idea della compensazione da attribuire ai produttori sulla base della differenza tra il Pun e il prezzo zonale potrebbe trovare un accordo comune. Gli energivori chiedono di beneficiare anche loro della misura, l’ex monopolista vuole rassicurazioni sul fatto che non dovrà sobbarcarsi tutti gli oneri, mentre a Sorgenia e agli altri operatori attualmente penalizzati potrebbero essere riconosciuti dei diritti particolari in base all’efficienza degli impianti. Un compromesso, quindi, è fattibile ma non facile.


7 luglio 2010

La rete mobile rischia il collasso: bella scoperta!

«E’ tre anni che lo ripeto: la rete mobile rischia il collasso».

Maurizio Decina, docente di telecomunicazioni al Politecnico di Milano e principale esperto di tlc in Italia, è stato il primo a lanciare l’allarme.

Adesso sembra che anche l’Authority venga sulle tue...
«Per forza: il traffico su banda larga in Italia raddoppia ogni anno. Era già chiaro da anni che prima o poi ci saremmo trovati in un’emergenza. Gli altri Paesi ci hanno pensato prima: francesi, inglesi e americani hanno già messo all’asta le frequenze tv inutilizzate per darle alla banda larga. Il governo tedesco ha appena incassato 4,4 miliardi di euro per 72 megahertz di banda larga, le stesse risorse di spettro che avevo proposto anni fa di mettere a disposizione della rete mobile».
Un bel vantaggio per le casse dello Stato.
«E’ quello che dico anch’io. Con la crisi che c’è, perché non mettere in vendita le licenze? Già allora avevo previsto un incasso analogo a quello messo a segno dai tedeschi. Sarebbe un guadagno per lo Stato e un vantaggio per i cittadini, che con l’attuale saturazione non riescono a navigare. Ora sembra che il vento stia girando, ma bisogna vedere che tempi ci sono. I tedeschi hanno fatto le gare in sei mesi e avranno a disposizione le nuove risorse di spettro entro la fine di quest’anno. In Italia, quanto ci metteremo?»
E’ così urgente?
«Bisogna farcela entro l’estate del 2012, se non si vuole andare al collasso. Abbiamo due anni, non dovrebbe essere difficile. Ma se si continua a rimandare per non togliere alla tv nemmeno le frequenze che le emittenti non riescono a utilizzare...»
Ora però Calabrò propone qualcosa di più rispetto a quello che avevi proposto tu anni fa.
«Calabrò ha detto che il governo potrebbe mettere a gara una banda molto più larga: parla addirittura di 300 megahertz entro il 2015. In pratica, propone di assegnare alla banda larga mobile le frequenze tv liberate con il passaggio al digitale terrestre. Alcune, già nel breve periodo. E le altre entro il 2015, come richiesto anche dalla Commissione Europea».
E’ fattibile?
«Tecnicamente si può fare tutto, se c’è la volontà politica. Non c’è dubbio che sarebbe un gran vantaggio per il Paese dare fiato alla banda larga mobile, dove il traffico cresce in maniera esponenziale».

6 luglio 2010

Fatih Birol denuncia i sussidi alle fonti fossili: 440 miliardi nel mondo, 4 in Italia

Oltre 440 miliardi di euro all'anno: è questa la "tassa" pagata dall'economia mondiale per sovvenzionare le fonti fossili. Non l'eolico o il fotovoltaico, famigerati divoratori di sussidi statali. Non il nucleare, da sempre accusato di pesare surrettiziamente sui bilanci pubblici. Ma il petrolio, il gas o il carbone, materie prime già ampiamente remunerate dal mercato. "L'Iran è il Paese che spende di più in questa corsa dissennata contro il prezzo del petrolio: 101 miliardi, un terzo del suo bilancio, più dei fondi destinati all'istruzione", spiega Fatih Birol, capo economista dell'International Energy Agency, il cane da guardia dei consumi mondiali di energia. Ma nelle casse delle compagnie petrolifere non si riversano fondi pubblici solo dal terzo mondo, succede anche da noi: nel 2008 gli italiani hanno speso quasi 4 miliardi in sussidi alle fonti fossili.


"Se questi incentivi fossero eliminati, la domanda globale di petrolio si ridurrebbe di 6 milioni e mezzo di barili al giorno, equivalenti a un terzo dei consumi americani", precisa Birol. Lo studio dell'Agenzia, che il Corriere ha potuto leggere, sarà al centro del G20 di Toronto a fine mese, dove si annunciano provvedimenti severi contro questa pratica, che ha un enorme impatto sul consumo globale di combustibili fossili. L'analisi punta il dito in particolare contro 37 Paesi in via di sviluppo, che nel 2008 hanno buttato 557 miliardi di dollari in tutto, incentivando lo spreco delle materie prime e distorcendo il mercato mondiale: 312 miliardi per il petrolio, 204 per il gas e 40 per il carbone. In testa alla lista, dopo il caso eclatante dell'Iran, ci sono Russia, Arabia Saudita, India e Cina.


E in Europa? "Qui abbiamo di solito sussidi che incidono più sul lato dell'offerta che sulla domanda, mirati a difendere certi settori industriali", fa notare Birol. Come in Italia, dove il salasso del Cip6 drena ogni anno, attraverso le bollette, miliardi di euro dalle tasche degli utenti elettrici verso le casse dei produttori di energia. Nel 2008, ben 3,9 miliardi sono andati a 46 centrali che bruciano principalmente scarti di raffineria, mentre solo 1,48 miliardi sono finiti a 300 piccoli impianti alimentati da fonti rinnovabili. "E' un caso tipico", commenta Birol. "In generale il pubblico crede che siano le fonti rinnovabili o il nucleare a ricevere il grosso del denaro pubblico, invece dai nostri studi sta emergendo il contrario", rileva Birol. "Certo l'Italia - aggiunge - spicca fra i Paesi europei per la dimensione del sussidio alle fonti fossili". E anche per quanto la nostra economia sia dipendente da queste fonti. Nel 2008 la bolletta petrolifera dell'Italia è stata di 32,6 miliardi di euro (il 2% del Pil) per importare 165 milioni di tonnellate di petrolio o equivalenti, l'86,8% del fabbisogno complessivo di energia, contro una media europea del 53,8%: solo Malta, Cipro e il Lussemburgo sono più dipendenti di noi. "Certi Paesi avanzano motivi di giustizia sociale o di difesa di un settore che ha rilevanza nazionale - fa notare Birol - ma non mi sembra che l'Italia possa avere motivi di questo tipo".


Uno sforzo per eliminare l'incentivazione alle centrali alimentate da fonti fossili era stato fatto alla fine del 2009, quando l'ex ministro Claudio Scajola aveva varato un sistema per la risoluzione anticipata delle convenzioni con gli operatori di questi impianti. La risoluzione è volontaria, a fronte di un risarcimento: i produttori non si sono tirati indietro, ma ora il ministero sta cercando di quantificare i corrispettivi da riconoscere per la chiusura anticipata e la questione è ancora in alto mare. I primi decreti potrebbero essere pronti per la fine di giugno, ma interesseranno solo pochi impianti a gas, i più omogenei fra loro. Per gli altri, che usano prevalentemente scarti di raffineria, ci vorrà qualche mese. Ma la materia è ingarbugliata anche dall'ammissione ai benefici Cip6 di impianti recenti, come alcuni termovalorizzatori nell'ambito dell'emergenza rifiuti campana.


Birol è convinto che siamo alla fine di questi sussidi anche a livello globale: "Il vento soffia nella direzione giusta". In base alle stime dell'Agenzia, il G20 potrebbe tagliare dalle emissioni globali di CO2 l'equivalente dei fumi tedeschi, francesi, inglesi, italiani e spagnoli in un colpo solo, se riuscisse a imporre un'eliminazione graduale delle sovvenzioni da qui al 2020. Sarebbe un brutto colpo per le compagnie petrolifere. "Certamente, se l'intervento del G20 avrà successo, i fondamentali del business petrolifero cambieranno parecchio", commenta Birol. "D'altra parte, sarebbe una buona notizia per le fonti rinnovabili, ma anche per il nucleare".


5 luglio 2010

Via alla rete euromediterranea Transgreen

Il ministro dell’Ecologia e dell’Energia francese, Jean-Louis Borloo, ha sancito oggi la nascita di Transgreen, consorzio d’imprese voluto da Parigi che svilupperà una rete di elettrodotti sottomarini nel Mediterraneo per portare in Europa l’energia rinnovabile prodotta in Africa. Nella capitale francese, 12 aziende tra cui l’italiana Prysmian hanno firmato l’accordo costitutivo della partnership industriale che studierà la fattibilità e realizzerà la super-rete.

Oltre a Prysmian, a Transgreen hanno aderito Abengoa, Alstom, Areva, Atos, Origin, Cdc Infrastructure, Edf, Nexans, Ree, Rte, Siemens e Veolia. I 12 partner, cui potranno unirsi altre aziende europee e della sponda sud del Mediterraneo, faranno capo a un’entità giuridica comune, che avrà per obiettivo lo studio degli aspetti tecnici, industriali, economici, finanziari, regolatori e istituzionali del progetto.

Inizialmente costituito per 3 anni, Transgreen si inserisce nel quadro del Piano Solare Mediterraneo  - che include tra l’altro il progetto Desertec - e lavorerà a stretto contatto con le autorità dei Paesi coinvolti, la Commissione europea, la comunità scientifica, le banche di sviluppo e le organizzazioni non governative.

La milanese Prysmian (ex Pirelli Cavi), leader mondiale dei sistemi in cavo interrato e sottomarino per la trasmissione di energia, è anche tra i fondatori del gruppo industriale per la super-rete europea per l’eolico offshore Friends of the Supergrid.


2 luglio 2010

La corsa all'oro nell'Italia Saudita



Li chiamano wildcatters. Spuntano come funghi dopo la pioggia quando il prezzo del petrolio sale e la ricerca di nuovi giacimenti diventa remunerativa anche per i piccoli esploratori, che non possono usufruire di economie di scala, ma hanno la flessibilità del mordi e fuggi. Di solito è gente del mestiere, che ha fatto esperienza nelle grandi compagnie petrolifere e ora cerca la fortuna in proprio, come ai tempi della corsa all'oro. In Europa, il loro Eldorado è l'Italia, molto meglio del Mare del Nord, dove la trivellazione in acque profonde ha costi proibitivi. Sono prevalentemente australiani, britannici, canadesi o texani, ma sempre coadiuvati da una quinta colonna locale. Le loro società si chiamano Northern Petroleum o Petroceltic, Mediterranean Gas o Po Valley, a seconda delle zone in cui operano. In Italia ce n'è una cinquantina, che trivellano allegramente sotto i nostri piedi senza che nessuno se ne accorga. Nel 2006 sono stati perforati ben 49 pozzi, di cui 34 per raggiungere giacimenti già scoperti e 15 per cercare nuove riserve. Nel 2007 37, di cui 10 in località non ancora sfruttate, su un centinaio di concessioni di ricerca. Nel 2008 altri 40. E malgrado la marea nera sulle coste della Louisiana, le trivellazioni continuano.


Basta scorrere l'elenco dei titolari di concessione nel bollettino ufficiale della Direzione Generale Energia e Risorse Minerarie del ministero dello Sviluppo Economico, per scoprire anche qualche wildcatter locale. Tra le 52 ditte esploratrici, accanto a Eni, Edison, alle municipalizzate e a multinazionali come Shell, Total, Esso e Bp, figura il geometra Paolo Bonucci, che scava su un terreno di 3 chilometri quadrati a Lizzano in provincia di Bologna, o il signor Maurizio Turchi, che oltre a gestire la sua lavanderia industriale perfora un'area di 670 metri quadri a Trignano nel Modenese. Sono loro i Glenn McCarthy della nuova corsa all'oro all'italiana, anche se assomigliano poco al leggendario texano che tra il '30 e il '40 ci ha preso ben 38 volte, costruendo un impero sul petrolio per poi sperperarlo al gioco. Il mitico capostipite dei wildcatters fu interpretato da James Dean nel film “Giant”, con Elizabeth Taylor e Rock Hudson, uscito nel '56 quando ormai il povero Jimmy si era già schiantato con la sua Spider.


Più somiglianti al capostipite della categoria sono i suoi conterranei di Panther Gas, che hanno tentato per anni di sfruttare un giacimento di metano in una delle zone più trivellate d'Italia, fra Noto e Ragusa, dove l'Eni estrae petrolio. Jim Smitherman, rampollo di una dinastia di petrolieri texani, aveva ottenuto nel marzo 2004 una concessione dalla Regione Sicilia per esplorare un'area di 700 chilometri quadrati, contigua ai campi dell'Eni fra Modica e Ragusa. Ma l'esploratore yankee ha estratto solo guai dal territorio siciliano, cui era stato introdotto da Guglielmo Moscato, ex presidente dell'Eni e ora consulente indipendente con la sua GM&P, una società di studi d'ingegneria attiva anche in Kazakhstan. La sua vasta e articolata esperienza non è stata sufficiente ad appianare le resistenze incontrate dalle attività di esplorazione in prossimità dei tesori del barocco siciliano, difesi da Andrea Camilleri con un appello che ha raccolto 70mila firme. Il caso del Val di Noto non è un'eccezione assoluta. C'è il blocco allo sfruttamento dei giacimenti di metano in Alto Adriatico. E ci sono altre opposizioni sparse lungo la penisola, spesso dovute alla cronica incapacità di comunicazione fra le aziende e gli enti locali. Ma tra un blocco e l'altro il clima da corsa all'oro resta vivo: non stupisce, con i prezzi che corrono...


Pozzi se ne trovano nelle zone più impensate. Basta un po' d'occhio e si scoprono facilmente: dal terreno esce un tubo d'acciaio alto un metro e mezzo con un paio di grosse valvole, di solito recintato in qualche modo per difenderlo dalle macchine agricole o dai vandalismi. Come nel caso del giacimento di Villafortuna, sotto il Parco del Ticino, che è stato raggiunto perforando orizzontalmente per sbucare lontano dalle zone protette. Ma non ne mancano neanche nel pieno degli insediamenti urbani: nel quartiere milanese di Lambrate ci sono quattro pozzi di metano trivellati dall'Agip, che arrivano fino a 1.700 metri di profondità. Due sono considerati ancora validi e attingono a un giacimento di gas che si estende sotto i piedi dei milanesi, fra il quartiere dell'Ortica, lo stabilimento dell'Innocenti e la tangenziale. A Roma, a due passi dal Vaticano, ci sono due pozzi di petrolio che si spingono fino a 3mila metri. E di lato al Viale Cristoforo Colombo, non lontano dal raccordo anulare, è stato avviato un pozzo esplorativo dall'Italmin. I britannici di Ascent Resources stanno trivellando alla ricerca di gas accanto all'aeroporto di Fiumicino: il loro obiettivo sono gli strati sabbiosi del Pliocene a circa mille metri di profondità. In complesso, il territorio italiano è sbucherellato da quasi settemila pozzi alla ricerca di metano e di greggio. Al momento attuale ce n'è una sessantina in attività, per un'area complessiva di quasi ventimila chilometri quadrati.


Sotto all'Italia ci sono riserve sicure e documentate ancora da estrarre di 800 milioni di barili di greggio e 150 di metano. Altre, tutte da scoprire, tra i 400 e gli 800 milioni di barili di petrolio e da 120 a 200 miliardi di metri cubi di gas, dicono i geologi. Non sono giacimenti da nababbi del Golfo Persico, ma sufficienti a mettere il Belpaese tra i produttori più rilevanti.


Le riserve scoperte finora dormono nel sottosuolo di una specie di mezzaluna che percorre l'area padana, la costa adriatica per poi tagliare la Puglia e l'Appennino Lucano (dov'è nascosto l'Eldorado italiano, la Val d'Agri e Tempa Rossa) fino alla Sicilia. Il grosso dei giacimenti sta in Basilicata, dove si estraggono quasi 80mila barili al giorno sugli oltre centomila della produzione italiana complessiva. In base agli accordi con la Regione, entro il 2012 dai campi di Pisticci e Viggiano si estrarranno 150.000 barili al giorno. Di questi, 20.000 barili proverranno dallo sviluppo delle attività di Agip nei campi già attivi in Val d’Agri e circa 50.000 dal secondo centro oil, quello di Tempa Rossa, operato da Total (50%), Esso e Shell (25% ciascuna).


Ma dall'Italia Saudita stanno emergendo nuove zone interessanti: le più appetitose per le future scoperte di giacimenti sono al largo della costa ionica della Calabria, la Sicilia occidentale, il braccio di mare tra la Sicilia e Malta. La maggior parte delle perforazioni esplorative attualmente si concentra in Emilia Romagna, Basilicata, Abruzzo, Lombardia e Piemonte. In mare, si cerca soprattutto in Adriatico, Ionio e nel Canale di Sicilia.


L'anno scorso, stando ai dati del ministero, la produzione domestica di petrolio si è attestata a 42,6 milioni di barili. La Basilicata continua a farla da padrone, arrivando a coprire il 74% della produzione petrolifera nazionale con i suoi 3,2 milioni di barili. A seguire, i campi offshore (con un peso del 13%), la Sicilia (9%) e il Piemonte (2%). Considerando un prezzo medio annuo di 51 euro a barile per il greggio italiano, il valore complessivo del bottino supera i 2,17 miliardi. Quanto al gas naturale, la produzione italiana è stata di 9,6 miliardi di metri cubi. Considerando un prezzo medio di 24,5 eurocent al metro cubo, il valore complessivo arriva a 2,33 miliardi di euro. Il bilancio dell'anno in corso sarà ovviamente molto più interessante, visto l'aumento delle quotazioni del greggio.

1 luglio 2010

Le reti elettriche a Piazza Affari: Tesmec ipo dell'anno



Le reti elettriche sfidano le turbolenze e vanno in Borsa. La prima e probabilmente unica matricola di quest'anno, che affronterà oggi la prova della Borsa, sarà il gruppo Tesmec, uno dei primi player mondiali nella posa delle reti elettriche ad alto voltaggio. Mentre tutte le altre Ipo continuano a slittare, il gruppo bergamasco ha deciso di tener fede agli annunci e ha concluso venerdì scorso il collocamento di oltre 53 milioni di azioni, più gli 8 milioni della greeenshoe.


"La quotazione in Borsa fa parte di un progetto di lungo periodo, è un passaggio obbligato per competere sul piano globale, su appalti miliardari dove la solidità finanziaria e la credibilità del fornitore sono molto importanti", spiega il presidente e amministratore delegato Ambrogio Caccia Dominioni. Al termine dell'operazione, la capitalizzazione oscillerà fra 75 e 107 milioni di euro, ma solo 16,5 milioni derivano da un aumento di capitale, mentre il resto verrà dalla vendita della partecipazione del socio finanziario, Gianluca Vacchi, che scende dal 40 al 2%. In pratica, considerando che così andrà sul mercato oltre il 57% del capitale e la società diventerà contendibile, lo sbarco in Piazza Affari rappresenta per la famiglia anche un modo per facilitare alleanze di ampio raggio e per gestire meglio, in futuro, la successione. Ecco perché lo scorso autunno Caccia Dominioni lasciò cadere l'offerta del fondo di private equity di Giuseppe Tronchetti Provera, Ambienta, che sarebbe entrato a un prezzo superiore di quello oggi pagato dal mercato.


"Il nostro settore è al centro di una rivoluzione epocale, le reti diventano internazionali e sempre più intelligenti, devono reggere la produzione incostante delle fonti rinnovabili e sviluppare funzioni di misurazione che una volta non avevano, si parla di smart grid e di generare energia in luoghi sempre più lontani dai centri di consumo", spiega Caccia Dominioni. Non a caso il gruppo bergamasco, che può contare su trecento dipendenti e su un fatturato superiore a 86 milioni di euro e utili oltre i 7 milioni, fa il 95 per cento del suo giro d'affari all'estero. Ha contribuito ad esempio alla posa della prima linea ad altissimo voltaggio del mondo, appena completata in Cina, capace di reggere una tensione fino a 1000 kilovolt e lunga 623 chilometri, su tralicci alti quanto la Tour Eiffel.


L'asso nella manica di Tesmec sono le sue macchine. I bestioni, sfornati dai tre stabilimenti lombardi e da una fabbrica ad Alvarado, in Texas, sono specializzati da un lato nella tesatura di linee elettriche (anche ferroviarie) e cavi in fibra ottica, dall'altro negli scavi in linea per la posa di reti e di tubi interrati. Nei due settori, complementari e fondamentali per le opere infrastrutturali, il gruppo ha il 17 e il 16 per cento del mercato globale. L'obiettivo, ora, è crescere nei Paesi dove le infrastrutture sono al centro dello sviluppo, dall'India alla Cina al Medio Oriente, tutte economie che godono di ampie riseve di liquidità, con cui i governi pianificano importanti investimenti. Lo sbarco in Borsa aiuterà a finanziare l'espansione e a ottenere maggiore visibilità a livello internazionale.