27 giugno 2004
Nuova corrente per il sistema
Liberalizzazione alla svolta
17 giugno 2004
Una rete piena di buchi
15 giugno 2004
James Surowiecki
La tesi centrale del suo libro è che i gruppi hanno quasi sempre ragione e certamente molto più spesso dei singoli individui, anche dei migliori. Quindi chi punta contro l'opinione del mercato sbaglia. Ma da dove viene tutta questa fiducia nella pazza folla? "Dalla sperimentazione scientifica. Ci sono ampi studi nell'ambito della ricerca psicologica, sociologica e finanziaria che lo dimostrano. Il primo esperimento lo ha condotto nel 1906 uno scienziato inglese, Francis Galton, un elitista convinto avversatore dei metodi democratici. Gli capitò per caso di assistere a un concorso in una fiera agricola, dove si chiedeva di stimare il peso della carne prodotta da un certo manzo dopo averlo macellato. Fra gli ottocento partecipanti c'erano anche degli allevatori, ma la grande maggioranza era composta da curiosi di passaggio, come lui. Finito il concorso, Galton comprò tutti i biglietti su cui i partecipanti avevano scritto le loro ipotesi, per farci sopra dei test. Con suo grande stupore, scoprì che la media delle soluzioni suggerite dalla folla era di 1.197 libbre e dopo la macellazione la carne del manzo ne pesava 1.198. Nessuno dei singoli scommettitori era andato così vicino alla verità".
Non poteva essere una coincidenza? "Può essere, ma dagli esperimenti successivi sappiamo con certezza che le risposte di massa sono sempre più corrette delle risposte individuali. Una classica dimostrazione è quella del vaso pieno di mentine, condotta da Jack Treynor - un famoso economista che ha insegnato alla Columbia e ora è presidente di Treynor Capital Management, ndr. - tra i suoi studenti. Sollecitati a indovinare quante mentine erano contenute nel vaso, la risposta collettiva fu di 871, mentre nel vaso ce n'erano 850. Solo uno studente sui 56 presenti si avvicinò di più alla verità. Treynor ha ripetuto l'esperimento innumerevoli volte e il risultato non è mai molto diverso. Oppure consideriamo la trasmissione Who wants to be a Millionaire. Quando un concorrente non sa una risposta, può scegliere se farsi aiutare da una persona scelta precedentemente come l'esperto di fiducia, oppure dalla folla del pubblico. In generale verrebbe da pensare che chiedere all'esperto sia la scelta migliore, invece è stato dimostrato che le risposte degli esperti sono giuste nel 65% dei casi, mentre le risposte del pubblico (molto popolare) sono giuste nel 91% dei casi".
Ma se la folla ha sempre ragione, da dove nascono le bolle azionarie o le dittature? "Buona domanda. Perché la folla abbia ragione ci sono quattro condizioni chiave da rispettare: dev'essere una folla diversificata, in modo che ognuno contribuisca con informazioni diverse; dev'essere composta da persone indipendenti, che non badano a quello che stanno facendo gli altri; dev'essere decentralizzata, in modo che nessuno possa pilotarla dall'alto; e deve avere a disposizione un meccanismo, come quello del prezzo per i mercati, capace di riassumere in un dato il verdetto collettivo".
Quand'è che l'opinione collettiva deraglia? "Tutte le volte che la massa subisce una forte influenza esterna e agisce in base a dei pregiudizi collettivi, tende a prendere delle decisioni sbagliate. Ad esempio quando certe opinioni vengono soffocate o quando si comincia a dare troppa importanza a quello che stanno facendo gli altri".
Come nelle bolle… "Esattamente. Le bolle sono un classico esempio di folla stupida: invece di badare a quanto vale davvero un'azienda, in quel caso gli investitori badano solo a quanto gli altri pensano che quell'azienda valga. Il paradosso della saggezza delle masse è che le migliori decisioni di gruppo vengono da una somma di diverse decisioni individuali, mai da un consenso collettivo".
Ma per l’investitore questo cosa comporta? “Il mio consiglio è di comperare sempre il mercato, investendo in fondi indicizzati, perché è molto difficile riconoscere i momenti in cui bisogna andare contro l’orientamento delle masse. So che è molto noioso, ma in questo modo si circoscrivono le perdite a rare cadute momentanee, mentre sul lungo periodo si va sul sicuro”.
Allora gli investitori che cercano di andare sempre controcorrente sbagliano? “E’ giusto andare controcorrente solo quando ci si accorge che l’opinione delle masse sta deragliando, in preda al fervore speculativo. Ma non è facile riconoscere il momento giusto: spesso si rischia di agire troppo presto e si finisce per rimetterci di più”.
In questo momento vede bolle in arrivo? “Sì, la bolla del nanotech. Siamo ai primordi, perché la maggior parte delle società nanotech sono ancora piccole e in mano a privati. Si tratta di una fase simile a quella vissuta nel ’93 - prima dell’ipo di Netscape, ndr. - dalla bolla Internet. Probabilmente la prima grossa ipo del nanotech ci sarà l’anno prossimo. Il nanotech è una di quelle tipiche innovazioni con vaste ricadute su settori molto diversi dell’economia, come la ferrovia, l’elettricità o Internet, che tendono a scatenare delle bolle”.
Quindi meglio tenersi alla larga? “Non dico questo. Ma è chiaro che la maggior parte delle aziende che ora piacciono tanto a Wall Street, per non parlare di quelle che sognano ipo milionarie, nel giro di un decennio saranno sparite. Questo è il modo in cui si sviluppano nuove industrie negli Stati Uniti: sorge un’orda di aziende, dopo un po’ le più deboli muoiono e solo le migliori sopravvivono, per diventare alla lunga dei colossi. Il prezzo dell’innovazione è che si finisce per mettere soldi anche nelle cattive idee oltre che nelle buone. Il paradosso è che spesso le perdite dei singoli sono un guadagno per la società. Grazie alla voglia di rischiare degli investitori, infatti, le aziende riescono a fare molta più ricerca di quanto sarebbe economicamente razionale, sperimentano nuove idee e soluzioni che con meno soldi a disposizione non verrebbero mai sperimentate. E’ un processo doloroso per chi ci perde, ma è il migliore processo mai inventato per finanziare l’innovazione”.
9 giugno 2004
Mercato elettrico: big bang o big flop?
7 giugno 2004
James Lovelock
6 giugno 2004
La "tassa pubblicitaria" alle tv è giustificata?
30 maggio 2004
Attenti alle api impollinatrici del marchio
Quando alla festa di compleanno un ospite trascorre la serata decantando le doti dell'ultimo modello Bmw o del nuovo telefonino Nokia, rizzate le orecchie. Che sia un agente pubblicitario sotto mentite spoglie? Un'ape indaffarata a impollinare i vostri amici? Che sia arrivato anche in Italia l'ultimo grido del marketing? Il passaparola, tanto decantato dai guru del marketing virale ma poco praticato dalle agenzie tradizionali, sta diventando un business. Si chiama BzzAgent la società di Boston che si è specializzata in questa difficile missione: propagandare un prodotto attraverso i consigli confidenziali dell'amico, del cugino, del vicino di casa. E con una rete di 25mila agenti (che si allarga al ritmo di 50 nuovi agenti al giorno) le sue campagne pubblicitarie stanno già diventando una leggenda a soli due anni dalla fondazione. Il "padre" di BzzAgent (e suo amministratore delegato) è Dave Balter, un pioniere del marketing diretto che prima di mettersi in proprio ha organizzato campagne di fidelizzazione per varie multinazionali americane. Con BzzAgent, Balter si è prefisso di imbrigliare il passaparola, per farne uno strumento disciplinato e strategico da mettere al servizio delle aziende. "Il mio obiettivo - spiega Balter - è trovare un modo per catturare il passaparola, trasformando un gruppo di consumatori appassionati in evangelisti dei prodotti in cui credono". Non più pubblicità per i consumatori, ma con i consumatori. Influenzare le scelte del pubblico con campagne massificate, del resto, diventa sempre più difficile e costoso. Secondo uno studio di Jupiter Research il numero di messaggi in competizione per attirare l'attenzione dei consumatori è quintuplicato negli ultimi dieci anni. Per di più, l'avvento della tv via cavo e via satellite ha ridotto il numero di persone raggiunte da un annuncio audiovisivo, raddoppiandone il costo. E' qui che s'inserisce Balter con la sua organizzazione. Il sistema usato da BzzAgent è molto semplice. Prima di tutto si esamina a fondo il prodotto o il servizio da propagandare per capire quale dev'essere il profilo sociologico e psicologico degli agenti che potrebbero apprezzarlo. Poi si esplora la banca dati alla ricerca degli agenti che più si avvicinano a questa tipologia, cui viene offerto l'incarico di partecipare alla campagna con una descrizione dettagliata del prodotto, per farsi un'idea. Chi accetta l'incarico riceve un campione del prodotto da propagandare e un manualetto in cui si descrivono le strategie più adatte a diffondere il messaggio. A ogni "impollinazione", l'agente manda un resoconto alla centrale descrivendo la situazione e l'impatto della sua attività promozionale. Ne riceve un feedback con ulteriori suggerimenti. E così avanti per tutto il periodo prefissato. L'effetto è stupefacente. La campagna organizzata da BzzAgent per Rock Bottom Restaurants, famosa catena di ristoranti e pub "Vecchio West" sparsi in 15 Stati del Midwest, ha fatto balzare le vendite di 1,2 milioni di dollari in un trimestre con l'impegno di un migliaio di agenti. Agli "impollinatori" sono state regalate delle carte fedeltà di Rock Bottom, che erano invitati ad estrarre "per sbaglio" quando pagavano al supermercato o ai grandi magazzini, attaccando così discorso con commesse e clienti per magnificare le specialità culinarie dei ristoranti da propagandare. Anche chiedere al tassista, al portiere dell'albergo o alla cassiera del bar dov'è il Rock Bottom più vicino può funzionare benissimo per iniziare una conversazione sul tema. Oppure buttare là un commento positivo su Rock Bottom tutte le volte che si viene coinvolti in uno scambio di opinioni sul cibo. In queste occasioni, gli agenti venivano consigliati di articolare il più possibile il loro discorso, menzionando anche specifiche pietanze o marche di birra. Una campagna di questo tipo (12 settimane con mille agenti) costa circa 85.000 dollari, esclusi i campioni del prodotto (in questo caso le carte fedeltà). Gli effetti della campagna sono stati descritti in uno studio della Harvard Business School: nel corso dei tre mesi c'è stato un aumento del 76% sulle vendite, precedentemente piatte da tre trimestri, e un aumento del 55% sulle vendite di carte fedeltà, con oltre diecimila nuovi clienti stabili acquisiti. Risultati analoghi sono stati conseguiti in altre campagne per Estée Lauder, Penguin Putnam e per i jeans Lee. Dei mille agenti coinvolti nella campagna Rock Bottom, il 40% si è dichiarato intenzionato a continuare l'opera di propaganda anche dopo la fine dell'incarico, per pura e semplice simpatia nei confronti dei ristoranti. E' proprio l'impegno sincero del network di Balter a farne uno strumento particolarmente attraente per le aziende. "Abbiamo reso il sistema sufficientemente complesso da scoraggiare la gente che vuole soltanto intascare gratuitamente qualche campione promozionale", spiega Balter. Chi partecipa lo fa soprattutto per passione, per curiosità, per sapere in anticipo che cosa si muove su un certo mercato. E anche perché ormai essere un agente di Balter va di moda, soprattutto fra i giovani. C'è chi se lo scrive sul biglietto da visita, in particolare se ha un numero basso di adesione, come Derek Archambault, agente numero 36, un architetto di Providence (Rhode Island) appassionato di musica, che ha partecipato a una campagna per propagandare un nuovo CD. L'esperienza è interessante anche per i professionisti del marketing: Steve Cook, vice presidente di Coca-Cola con delega sul marketing strategico, è stato una delle prime reclute di Balter e sta considerando l'opportunità di usare il network per generare un po' di brusio a favore del gigante delle bollicine. Fra i seguaci di Balter, insomma, non ci sono solo ragazzini in cerca di esperienze cool: il 65% degli aderenti ha più di 25 anni, il 60% sono donne e ci sono anche due amministratori delegati di multinazionali americane, che preferiscono non essere citati. Non a caso il network di Balter è stato anche usato da una major dell'entertainment per testare un nuovo videogame, che poi è stato modificato seguendo i consigli degli agenti coinvolti. Veicolo di marketing, strumento di ricerca, società di consulenza: in soli due anni BzzAgent si è fatto una bella fama. Cha abbia mandato in giro i suoi evangelisti a diffondere il verbo?
Etichette: management
Attenti alle api impollinatrici del marchio
26 maggio 2004
Basta con la ricerca in ordine sparso
24 maggio 2004
Jim Rogers
Cinicamente, viene da pensare che dopo una performance del genere, il futuro potrebbe riservare qualche delusione a chi investe oggi in questo campo… “A mio avviso le materie prime sono ancora il migliore investimento per molti anni a venire. Nel lungo periodo di crisi degli anni Ottanta e Novanta, nessuno ha investito in nuova capacità di produzione. Così l’offerta è caduta mentre la domanda continuava a progredire. Le riserve si sono esaurite. Questo significa che il Toro è destinato a regnare sulle commodities ancora per molti anni, fino a riequilibrare la domanda con l’offerta. In generale i cicli delle materie prime durano una ventina d’anni: cinque anni in questo campo è un lasso di tempo molto breve”.
Quindi lei non è molto ottimista su una ripresa stabile dell’economia e dei mercati… “La ripresa economica è reale negli Stati Uniti e in gran parte del mondo, perché i banchieri americani, giapponesi e cinesi emettono un’enorme montagna di denaro. Ma dopo le elezioni di novembre sospetto che negli Usa ci sarà un rallentamento nel 2005 e 2006 perché gli americani non possono continuare a emettere tutto questo denaro senza danneggiare il dollaro. Detto questo, ci sono Paesi che anche a lungo termine andranno molto bene: il Canada, l’Australia, la Nuova Zelanda, la Cina, l’Indonesia, il Brasile…
E l’Europa? “In Europa avete un problema demografico molto serio e dei costi sociali schiaccianti. Questo costituisce un appesantimento persistente dell’economia europea. Penso che sia meglio mettere i propri soldi nelle economie legate alle risorse naturali e con una popolazione giovane”.
E i mercati azionari, perché sono così ondivaghi in questo periodo? “In generale non ho una buona opinione dei mercati azionari, perché le azioni sono molto care nel mondo intero. Ci avviamo verso un periodo simile a quello tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Ottanta. A mio avviso i mercati stanno entrando in uno di quei periodi di fluttuazione che non vanno a parare da nessuna parte. E’ stupido comprare delle azioni che hanno già superato un valore di venti volte gli utili e pensare di diventare ricchi così. Non è mai accaduto nella storia”.
Eppure c’è un vasto consenso fra gli analisti sul fatto che Wall Street continuerà ad avanzare fino alle elezioni… “Non ragiono mai in termini così ravvicinati. Certo è che il 2005 e il 2006 saranno due brutte annate per gli Stati Uniti. E già quest’anno Wall Street rischia di chiudere sotto i valori attuali. Secondo me la gente comincerà a vendere prima delle elezioni”.
Lei in che cosa investe? “La maggior parte dei miei investimenti sono nei Paesi che beneficeranno del boom delle materie prime, ad esempio in Cina. Credo molto nella progressiva emancipazione delle donne asiatiche e quindi sono favorevole alle imprese che ne beneficeranno, come i produttori di pillole contraccettive o di cosmetici. In Europa, sono interessanti le banche di piccole dimensioni e il comparto della difesa, in previsione di un processo di consolidamento nei due settori. Ma in generale sui mercati azionari sono un venditore, non un compratore. Sul mercato americano sto vendendo le azioni delle grandi banche e delle imprese legate al boom immobiliare, come Fannie Mae (ha il bilancio più indebitato d’America). Quella immobiliare è una bolla destinata a scoppiare presto”.
Non teme un rallentamento dell’economia cinese? “Anche se l’economia cinese dovesse subire una battuta d’arresto, sul lungo termine è una scommessa sicura”.
Ma sul lungo termine, come diceva Keynes, saremo tutti morti. Bisognerà pur vendere a un certo punto per monetizzare l’investimento… “Vendere? Non sono un bravo trader. Probabilmente sono il peggiore trader che si sia mai visto sul mercato. Se fosse per me, terrei sempre tutto all’infinito. Prima di tutto se non si vende non si è costretti a pagarci sopra le tasse. E poi per decidere di vendere bisogna seguire gli investimenti passo passo. Io invece cerco delle belle storie con prospettive di lunghissimo termine, le compro e poi non ci penso più. Prendiamo il Botswana: è un Paese che ho comprato a mani basse nell’81 e non ho mai più venduto. Certo se venisse eletto un cattivo governo o le risorse naturali si esaurissero bisognerebbe vendere. Ma finora non è successo”.
Così ha più tempo per girare il mondo… “Già. Comodo no?”
17 maggio 2004
Prezzi alti, una mazzata per le aziende
10 maggio 2004
Pier Luigi Celli
9 maggio 2004
Burton Malkiel
Ma se il mercato ha sempre ragione, come lei teorizza, allora come si spiegano le bolle? E come si fa a batterle? “Bella domanda. Ammetto che il mercato non ha sempre ragione, ma sul lungo periodo non vedo nessuno che sia stato capace di trovare i titoli giusti per batterlo, nemmeno gli hedge funds. I gestori che sono riusciti a battere il mercato nel ’98-’99 poi sono andati lunghi distesi nel 2000-2002 e viceversa. Dalle mie ricerche emerge chiaramente che chi fa bene in un periodo non è mai lo stesso che fa bene nel periodo successivo: i migliori fondi degli anni Sessanta sono andati male nei Settanta e i più bravi degli Ottanta erano allo sbando nei Novanta. Perciò il mio consiglio resta sempre uguale: piuttosto che cercare un ago nel pagliaio, comperate il pagliaio”.
Un consiglio interessato da parte di uno che sta nel consiglio d’amministrazione del gruppo Vanguard, uno dei più noti fondi indicizzati del mondo? “Guardi, io ho cominciato a dire che bisognava comperare il pagliaio nel ’73, quando i fondi indicizzati non esistevano nemmeno, con la prima edizione del mio libro A Random Walk Down Wall Street. Semmai sono loro che hanno preso spunto da me, non viceversa”.
E da trent’anni ripete sempre lo stesso consiglio? “In un certo senso sì, anche se ho continuato modificare il libro, che l’anno scorso è arrivato all’ottava edizione, perché gli strumenti cambiano e gli investitori hanno bisogno di indicazioni concrete”.
Con un milione di copie vendute, ormai avrebbero dovuto capirla. Eppure oggi esistono più fondi comuni a gestione attiva che titoli a Wall Street… “Già, sembra incredibile. E nell’ultima edizione del mio libro mi sono divertito a esaminare dettagliatamente i loro rendimenti e a paragonarli con quelli dei fondi indicizzati. Il risultato non lascia spazio ad alcun dubbio. Nell’ultimo decennio, ad esempio, il Vanguard Total Stock Market Index Fund, che rappresenta il più fedelmente possibile il mercato americano, ha battuto del 41% il fondo Magellan di Fidelity, uno dei più noti fondi a gestione attiva. Per di più ha imposto commissioni molto più basse. E in una prospettiva di rendimenti modesti come quella in cui ci troviamo, ridurre i costi diventa essenziale”.
Secondo lei si va verso rendimenti molto più modesti dell’ultimo decennio? “Sì. Dall’82 al 2000, gli investitori hanno goduto di rendimenti medi annuali del 18%. Se calcoliamo il rendimento medio dal ’26 ad oggi, si va sul 10% abbondante. Da oggi in poi, secondo me, non supereremo l’8%. Sempre il doppio dei buoni del Tesoro, comunque…”
Come si arriva a questa previsione? “Molto semplice. Si tratta di una formula ben collaudata, che somma il tasso di rendimento del mercato (oggi un 2% scarso) e il tasso di crescita degli utili aziendali sul lungo periodo, che si avvicina al 6%. Mettendoli assieme si ottiene un 8% scarso ed è quello che gli investitori intascheranno secondo me, in media, nel prossimo decennio. Facendo lo stesso calcolo dal ’26 ad oggi, da qualunque momento si parta il risultato si avvicina moltissimo al rendimento effettivo ottenuto dagli investitori”.
Gli investitori che scommetteranno sul mercato… “Chiaro”.
Ma nel suo libero lei non esclude completamente l’idea di puntare su qualche singolo titolo… “Cosa vuole, dire a un investitore che deve assolutamente evitare di scommetere su singoli titoli è come dire a un bambino che Babbo Natale non esiste”.
Quali sono i suoi consigli per non fare troppi guai? “Le regole fondamentali sono quattro: comprare solo azioni di aziende in grado di sostenere una crescita media al di sopra della media, tipo Microsoft o Pfizer; non comprare mai titoli che presentino un rapporto prezzo/utili molto superiore alla media, che oggi si aggira sul 20; scegliere aziende con una bella storia da raccontare, su cui gli investitori potrebbero costruire qualche castello in aria; cambiare pochissimo. Anche qui, sono convinto che per avere rendimenti alti bisogna avere spese basse”.
Lei in cosa investe? “Il grosso è in fondi indicizzati, anche per l’obbligazionario (uso il Lehman Aggregate Bond Index Fund). Ma mi piace puntare su qualche singolo titolo. Altrimenti mi annoio”.