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27 giugno 2004

Nuova corrente per il sistema

Prezzi alti e prospettive di rapida crescita della domanda: gli ingredienti per attirare investimenti nella costruzione di nuove centrali ci sarebbero tutti, ma per ora il cavallo non beve. O non beve abbastanza in fretta per mettere l’Italia al riparo da altri blackout. Delle 35 centrali autorizzate negli ultimi due anni dal ministero delle Attività produttive, per circa 18mila megawatt complessivi, quasi la metà rimane sulla carta. Dall'apertura del mercato elettrico nel marzo '99 a oggi, l'avvio di nuovi impianti in Italia si conta sulle dita di una mano. Risale appena allo scorso ottobre la partenza della prima nuova centrale, costruita da EniPower a Ferrera Erbognone, in Lomellina, con una potenza installata di oltre mille megawatt. Per quasi cinque anni, dunque, il parco di generazione italiano è rimasto sostanzialmente fermo. Poi è stata la volta dell'impianto di Ostiglia, nel Mantovano, dove Endesa Italia ha varato a fine novembre la conversione al ciclo combinato di 800 MW di potenza installata. Poco lontano, a Sermide, sono partiti i primi gruppi dei complessivi 1200 MW riconvertiti da EdiPower. Nei giorni scorsi EniPower ha cominciato a far girare le turbine della nuova centrale di Ravenna. Ed è entrato in esercizio il gruppo da 400 MW di Ponti sul Mincio, costruito da Asm Brescia e Agsm Verona. Altri impianti minori, come quello di Gorizia, cominciano a funzionare qua e là. Primi segni di una rinascita del mercato, ben lungi però dal soddisfare i picchi dei consumi di energia degli italiani, attesi nei prossimi giorni dal Grtn. Fine luglio e inizio agosto saranno le fasi più critiche - grazie al termometro che sale e al progressivo svuotamento dei bacini idroelettrici - e presenteranno la sfida più ardua anche per le quotazioni di Borsa, che in presenza di forti carenze rischiano d'impennarsi. In complesso, dei 35 via libera rilasciati dal ministero delle Attività produttive dal 2002 a oggi, per un totale di quasi 18.000 MW, solo 22 cantieri, per circa 10.000 MW, sono già stati avviati e per poco più di 2.000 MW sono già terminati. Si lavora un po' dappertutto, ma soprattutto al Sud. Enel, che giorni fa ha messo in cantiere l'avvenieristica centrale siracusana di Priolo, ha cominciato il rodaggio dell'impianto siciliano di Termini Imerese, dopo una radicale ristrutturazione. Edison ha appena avviato il quarto cantiere in due anni, in Calabria a Simeri Crichi, dove sorgerà una centrale da 800 MW a ciclo combinato, alimentata a gas naturale. Altri 2.000 MW complessivi sono già in costruzione ad Altomonte (800 MW), Candela (400 MW) e Torviscosa (800 MW). Energia (gruppo Cir) ha avviato la costruzione di una centrale da 800 MW a Termoli. Sono partiti i lavori di Aem Torino per un impianto da 770 MW a Moncalieri. Ma tutti, prima di metter mano al piccone, hanno dovuto combattere per anni contro i veti delle amministrazioni locali, i ricorsi al Tar, i picchetti e i cortei con in testa sindaci, vescovi e assessori. Agli italiani piace molto avere il frigorifero o la lavatrice (e negli ultimi tempi anche il condizionatore), ma avere una centrale dietro casa non piace a nessuno. In alcune regioni, come la Campania, il deficit energetico è tale che ci si chiede come facciano a mandare avanti le proprie industrie. Non a caso le quotazioni della Borsa elettrica sono state suddivise in zone e il prezzo dell'energia nell'area Sud risulta molto più alto. Ma non ci sono solo i ritardi causati dall'estrema litigiosità degli enti locali. Anche i produttori di energia non vedono completamente di buon occhio questa corsa ai nuovi impianti. Troppi megawatt in più potrebbero generare una sovracapacità produttiva che in qualche anno finirebbe per tagliare le gambe ai prezzi del chilowattora, com'era accaduto nel Regno Unito dopo la liberalizzazione del mercato. Anche per questo gli investimenti nel settore sono molto prudenti e più di una centrale che vede tutti d'accordo non viene costruita, tanto che al ministero hanno deciso d'istituire un limite di un anno alla validità delle autorizzazioni, che poi decadono, per incentivare i produttori ad usufruirne in tempi ragionevoli. Non a caso delle 80 domande pendenti al ministero, per circa 50mila MW complessivi, è prevedibile che solo poche verranno davvero realizzate. E anche quelle che arrivano al cantiere, spesso non vengono realizzate dalla società richiedente, che alla fine dell'iter si rivende il pacchetto di autorizzazioni a qualcun altro, con più soldi in tasca da investire su questo mercato. Com'è successo al progetto di Teverola, in provincia di Caserta, dove il gruppo Merloni ha ceduto i diritti di costruzione a Raetia Energie, l'azienda grigionese che ha costruito anche la tratta svizzera del famoso elettrodotto fra San Fiorano e Robbia, fermo da nove anni per l'opposizione degli enti locali italiani. A fronte del fabbisogno previsto per quest'anno, sarà difficile quindi superare l'estate senza distacchi di corrente, perché la potenza disponibile del sistema elettrico italiano per ora non va oltre i 50mila MW e l'import è stato ridotto a circa 5mila MW per motivi di sicurezza. Il divario fra potenza installata (quasi 77mila MW) e potenza disponibile è una delle grandi debolezze del sistema, dovuta alla variabilità delle fonti idroelettriche e alle inefficienze causate dal caldo nelle centrali termoelettriche o sulle linee ad alta tensione. L'altra è l'estrema lentezza con cui procede l'incremento della capacità produttiva rispetto al ritmo di crescita del fabbisogno di energia del Paese. In base ai calcoli del Grtn, da quest'anno l'Italia entrerà nel novero di quei Paesi ricchi dove la richiesta estiva di energia supera quella invernale: contro un picco invernale di 55.500 MW, il picco estivo potrebbe toccare i 55.800 MW. Già l'anno scorso i due picchi erano stati quasi equivalenti: 53.400 MW d'inverno contro 53.100 MW d'estate. Ma basta andare indietro di pochi anni per constatare la differenza: nel 2000 il picco invernale si era attestato sui 49.713 MW, mentre il picco estivo si era fermato a 47.383 MW. I consumi di energia degli italiani, quindi, sono a una svolta. Non così la produzione.

Liberalizzazione alla svolta

Con l'inizio di luglio anche in Italia, come nel resto d'Europa, la liberalizzazione del mercato elettrico è entrata nel vivo, ampliando il parco clienti liberi a tutte le partite Iva e lasciando nel mercato vincolato solo le utenze familiari. D'un balzo la platea dei consumatori che possono cambiare fornitore di energia è passata così da circa 150mila a 7 milioni di utenti. Il processo di liberalizzazione dei mercati energetici europei si basa su una decisone storica, adottata a Bruxelles il 25 novembre 2002, per preparare il terreno alla creazione del più vasto mercato al mondo dell’energia elettrica e del gas. L'accordo del 2002 - che ha fissato l'ultimo termine per l'avvio della concorrenza al 1° luglio 2004 per gli utenti industriali e al 1° luglio 2007 per quelli domestici - è il punto di arrivo di un lungo percorso, cominciato negli anni Novanta: la Commissione europea ha adottato una direttiva sull’elettricità nel ’96 e due anni dopo una sul gas. Grazie a questi strumenti giuridici, la maggior parte dei Paesi europei è arrivata alla scadenza dell'inizio di luglio già con un elevato grado di apertura del mercato. Attualmente, nell’Ue, sono liberalizzati in media i due terzi della domanda elettrica e circa l’80% della domanda di gas. L'Italia si colloca nella fascia intermedia per livello d'apertura, con Regno Unito e Paesi scandinavi già molto avanti nel processo e Francia e Grecia ancora molto indietro. Nel Regno Unito, considerato il benchmark europeo di tutte le liberalizzazioni, l'apertura del mercato elettrico è cominciata già negli anni Ottanta, con la privatizzazione in blocco di British Gas. Il mercato elettrico invece è stato privatizzato a settori: prima la produzione, poi la distribuzione e la vendita. Ma dopo lo "spezzatino" iniziale, ora è già ben avviata la fase della concentrazione. Delle 14 società di distribuzione uscite dalla privatizzazione non ne sono rimaste che sei, di cui la metà in mani estere. Delle società di vendita ne sono rimaste sette, su cui dominano i tedeschi con Eon e Rwe e i francesi di Edf, padroni anche di London Electricity. Dal 2001, quand'è partita la Borsa (chiamata Neta) a oggi il prezzo dell'energia all'ingrosso è crollato del 40% e per le utenze familiari le tariffe si sono ridotte del 20%. Da allora ad oggi il 40% delle famiglie ha cambiato fornitore. La situazione è del tutto antitetica in Francia, dove Edf e Gdf continuano a farla da padrone e il mercato è quasi impenetrabile agli stranieri (solo Electrabel e Vattenfall per ora sono riuscite a entrare, con quote molto basse). Nel mercato dell'elettricità, Edf ha l'80% della produzione e chiaramente le utenze familiari sono ancora vincolate, come in Italia. Anche sul mercato dei grandi consumatori industriali, il cambio di fornitore è molto modesto, attorno al 15%, quando in Italia già la metà ha cambiato fornitore e nel Regno Unito tutti. L'economia europea consuma il 15% dell'energia prodotta a livello globale, con una crescita media annua del 2% negli ultimi dieci anni. Si basa essenzialmente sui combustibili fossili (petrolio, carbone e gas naturale), che rappresentano oltre la metà del suo consumo totale, di cui circa due terzi sono importati. L'offerta interna di energia, dove il nucleare è la voce più consistente, copre appena la metà del fabbisogno. In Italia, dove i combustibili fossili coprono i quattro quinti dei consumi e manca completamente il nucleare, la dipendenza dall'estero supera l'80% del fabbisogno. Ma alla lunga, con lo sviluppo di un mercato europeo integrato, queste differenze interne dovrebbero smussarsi. La presenza di un grande mercato Ue darà un notevole contributo alla sicurezza dell’approvvigionamento, a condizione di migliorare l’attuale infrastruttura di rete e di creare un numero sufficiente d'interconnessioni fra le varie reti nazionali, oltre a stabilire regole chiare per gli scambi transfrontalieri. Nell'accordo del 2002 sono state già tracciate le linee-guida per l’integrazione del mercato, in base alle quali almeno il 10% della capacità delle reti nazionali dev'essere interconnessa. Scopo del regolamento è arrivare a un approccio armonizzato tra vari i Gestori di rete, in materia di tariffe di accesso alle reti, mediante un sistema di compensazione per i flussi transfrontalieri di energia elettrica e attraverso un meccanismo armonizzato di definizione dei corrispettivi di accesso, non correlati alla distanza. Per far crescere entro il 2005 l'interconnessione al 10%, la decisione identifica 12 assi di progetti prioritari d'interesse europeo, di cui 7 nel campo delle reti elettriche (tra questi il rafforzamento delle interconnessioni dell’Italia con la Francia, l’Austria, la Slovenia e la Svizzera) e 5 nel campo delle reti del gas (tra i quali la costruzione di gasdotti dall’Algeria alla Spagna, alla Francia e all’Italia) e fornisce l’elenco aggiornato dei progetti d'interesse comune che possono accedere al finanziamento Ten, così com'è stato fatto per le reti ferroviarie. Tra questi: la linea S.Fiorano-Robbia (Italia-Svizzera); il collegamento tra Cordignano e Lienz (Italia-Austria); lo studio per una nuova linea d'interconnessione tra l’Italia e la Slovenia; la proposta avanzata al gestore francese per una nuova interconnessione tra l’Italia e la Francia; il cavo sottomarino con la Sardegna e il collegamento tra la Calabria e la Sicilia.

17 giugno 2004

Una rete piena di buchi

A nove mesi dal blackout del 28 settembre, l'Italia brancola ancora nel buio. Sappiamo che i principali responsabili di quelle ore drammatiche sono stati gli operatori svizzeri, che non hanno comunicato con sufficiente chiarezza la gravità della situazione. Ma i difetti della rete italiana, che hanno consentito al grande buio di estendersi su tutta la penisola (tranne la Sardegna) e di rimanerci in certe zone per 19 ore filate, non sono ancora stati individuati nei dettagli. Conclusa la settimana scorsa l’indagine conoscitiva dell’Autorità, partono ora le inchieste formali fra produttori, distributori e Grtn per capire che cosa non ha funzionato in casa nostra, perché svizzeri e francesi hanno risolto i loro problemi in pochi minuti mentre da noi ci sono stati quattro morti e danni per 380 milioni di euro. E se siamo ancora in fase d’istruttoria, è legittimo supporre che le carenze di allora non siano state corrette, tranne i difetti più evidenti, come la congestione delle 16 linee d'interconnessione con l'estero, drasticamente ridotta dal Gestore della rete. Dai rilievi dell’Autorità si deduce che la principale imputata è la rete di trasmissione nazionale, in questi giorni al centro dell'attenzione degli investitori per il maxi collocamento di Terna previsto per oggi. La rete italiana ad altissima tensione è lunga 22.318 chilometri: 74,1 metri di cavo per ogni chilometro quadrato. In Germania ce ne sono 110,7, in Francia 86,4, in Austria 74,2 (ma la densità di popolazione è la metà della nostra). Perfino le linee greche sono più robuste, con 80,6 metri di cavo per chilometro. “La rete è ferma da almeno cinque anni – spiega Davide Tabarelli, direttore del Rie (Ricerche industriali energetiche) di Bologna – e quindi c’è poco da stupirsi che sia andata in tilt al primo imprevisto. In un caso come quello accaduto in settembre, un sistema che si rispetti dovrebbe quantomeno avere un automatismo per isolare Piemonte e Lombardia dal resto d’Italia”. Malgrado l'entusiasmo dei risparmiatori per un titolo sicuro come un Bot ma più remunerativo, agli italiani infatti non piace avere Terna in casa. Da Rapolla in Basilicata alle vette della Valcamonica o della Valtellina, nessuno ama i tralicci e l’inquinamento elettromagnetico che portano. “I due casi degli elettrodotti Matera-Santa Sofia e San Fiorano-Robbia, fermi da anni per l’opposizione delle comunità locali, sono solo la punta dell’iceberg”, precisa Tabarelli. Il tracciato Matera-Santa Sofia, di cui mancano solo 7 chilometri su 200 per lo stop degli abitanti del paese di Rapolla, dovrebbe collegare la zona di Napoli – gravemente deficitaria - con le due gigantesche centrali di Brindisi, che vanno al minimo per mancanza di un mercato di sbocco. “I costi di produzione nel Napoletano – fa notare Tabarelli - sono molto più alti che altrove, proprio perché scarseggia l’energia elettrica. Ma in generale tutta l’infrastruttura meridionale è molto carente: dorsale adriatica e dorsale tirrenica sono troppo poco collegate e il passaggio di energia spesso dipende da un filo singolo invece che da una rete”. Il Sud della Calabria, dove si stanno costruendo varie centrali importanti, è quasi isolato: lo collega al resto d’Italia una linea su cui non passano più di 300 MW. Ma è inutile costruire centrali se poi l’energia non può arrivare a destinazione. “Anche Sicilia e Sardegna, che producono più di quanto consumino, avrebbero bisogno di un raddoppio delle linee, per non parlare dell’interconnessione con la Grecia”, spiega Tabarelli. All’altro capo della penisola, la tratta italiana dell’elettrodotto San Fiorano-Robbia, che aumenterebbe di un quarto (1500 MW) la disponibilità di corrente importata dalla Svizzera, è ferma da nove anni per l’opposizione delle comunità locali in Valcamonica e in Valtellina. E non entrerà in funzione nemmeno quest’estate per intoppi burocratici, malgrado l’accordo già firmato da mesi al ministero delle Attività produttive. Nel frattempo la parte svizzera, da Robbia (nei Grigioni) al confine con l’Italia, è già pronta e aspetta di essere collegata. Un'altra ciambella di salvataggio contro il blackout che galleggia da sola senza pretendenti. “Ma le carenze più vistose sono nel Nord-Est – fa notare Giuseppe Gatti di Energy Advisors – dove siamo costretti a rinunciare a una linea d’interconnessione con la Slovenia da 1300 MW già esistente, per questioni di sicurezza. La strozzatura di Dolo, vicino a Venezia, isola praticamente tutta l’area orientale del Paese, da cui potremmo importare più energia se ci fossero più linee”. Non è solo una questione di dimensioni della rete, che il piano appena varato dal Gestore prevede di ampliare di 1.900 chilometri, per un investimento di 1.700 milioni di euro. “La rete italiana dovrebbe diventare più fitta e più ramificata – commenta Piero Manzoni, responsabile dell’area Power di Siemens Italia – ma soprattutto più moderna. Gli elettrodotti non significano soltanto tralicci, ma anche cavi interrati o linee gas insulated, molto meno inquinanti. I sistemi di controllo e monitoraggio digitali, che correggono l’errore umano, sono poco diffusi”. Nel caso del 28 settembre, un sistema più efficiente di sconnessioni e reinstradamenti automatici dei flussi avrebbe limitato quell’effetto domino che ha spento perfino la Sicilia. Proprio il malfunzionamento di una serie di automatismi ha reso il blackout particolarmente devastante: dagli impianti che si sono spenti, mentre avrebbero dovuto restare accesi sui gruppi ausiliari, all’azione di alleggerimento automatico, che non ha raggiunto i livelli previsti dalle regole tecniche di connessione. “E’ stato riscontrato – precisa addirittura l’Autorità – che un certo numero di imprese distributrici connesse alla rete di trasmissione nazionale non sono dotate di dispositivi di alleggerimento automatico del carico”.Sulle responsabilità della débacle non c’è ancora chiarezza. Ma sulla necessità di potenziare la rete non ci sono dubbi.

15 giugno 2004

James Surowiecki

Per sapere quanto varrà un certo titolo fra due settimane o due mesi, è meglio chiedere a un analista del settore o piazzarsi davanti alla porta della Borsa di Milano e rivolgere la stessa domanda a tutti quelli che escono, facendo poi la media delle risposte? Parrà incredibile, ma Jim Surowiecki, titolare della pagina finanziaria del "New Yorker" e autore del libro "The Wisdom of Crowds", sceglierebbe la seconda strada.
La tesi centrale del suo libro è che i gruppi hanno quasi sempre ragione e certamente molto più spesso dei singoli individui, anche dei migliori. Quindi chi punta contro l'opinione del mercato sbaglia. Ma da dove viene tutta questa fiducia nella pazza folla?
"Dalla sperimentazione scientifica. Ci sono ampi studi nell'ambito della ricerca psicologica, sociologica e finanziaria che lo dimostrano. Il primo esperimento lo ha condotto nel 1906 uno scienziato inglese, Francis Galton, un elitista convinto avversatore dei metodi democratici. Gli capitò per caso di assistere a un concorso in una fiera agricola, dove si chiedeva di stimare il peso della carne prodotta da un certo manzo dopo averlo macellato. Fra gli ottocento partecipanti c'erano anche degli allevatori, ma la grande maggioranza era composta da curiosi di passaggio, come lui. Finito il concorso, Galton comprò tutti i biglietti su cui i partecipanti avevano scritto le loro ipotesi, per farci sopra dei test. Con suo grande stupore, scoprì che la media delle soluzioni suggerite dalla folla era di 1.197 libbre e dopo la macellazione la carne del manzo ne pesava 1.198. Nessuno dei singoli scommettitori era andato così vicino alla verità".
Non poteva essere una coincidenza?
"Può essere, ma dagli esperimenti successivi sappiamo con certezza che le risposte di massa sono sempre più corrette delle risposte individuali. Una classica dimostrazione è quella del vaso pieno di mentine, condotta da Jack Treynor - un famoso economista che ha insegnato alla Columbia e ora è presidente di Treynor Capital Management, ndr. - tra i suoi studenti. Sollecitati a indovinare quante mentine erano contenute nel vaso, la risposta collettiva fu di 871, mentre nel vaso ce n'erano 850. Solo uno studente sui 56 presenti si avvicinò di più alla verità. Treynor ha ripetuto l'esperimento innumerevoli volte e il risultato non è mai molto diverso. Oppure consideriamo la trasmissione Who wants to be a Millionaire. Quando un concorrente non sa una risposta, può scegliere se farsi aiutare da una persona scelta precedentemente come l'esperto di fiducia, oppure dalla folla del pubblico. In generale verrebbe da pensare che chiedere all'esperto sia la scelta migliore, invece è stato dimostrato che le risposte degli esperti sono giuste nel 65% dei casi, mentre le risposte del pubblico (molto popolare) sono giuste nel 91% dei casi".
Ma se la folla ha sempre ragione, da dove nascono le bolle azionarie o le dittature?
"Buona domanda. Perché la folla abbia ragione ci sono quattro condizioni chiave da rispettare: dev'essere una folla diversificata, in modo che ognuno contribuisca con informazioni diverse; dev'essere composta da persone indipendenti, che non badano a quello che stanno facendo gli altri; dev'essere decentralizzata, in modo che nessuno possa pilotarla dall'alto; e deve avere a disposizione un meccanismo, come quello del prezzo per i mercati, capace di riassumere in un dato il verdetto collettivo".
Quand'è che l'opinione collettiva deraglia?
"Tutte le volte che la massa subisce una forte influenza esterna e agisce in base a dei pregiudizi collettivi, tende a prendere delle decisioni sbagliate. Ad esempio quando certe opinioni vengono soffocate o quando si comincia a dare troppa importanza a quello che stanno facendo gli altri".
Come nelle bolle…
"Esattamente. Le bolle sono un classico esempio di folla stupida: invece di badare a quanto vale davvero un'azienda, in quel caso gli investitori badano solo a quanto gli altri pensano che quell'azienda valga. Il paradosso della saggezza delle masse è che le migliori decisioni di gruppo vengono da una somma di diverse decisioni individuali, mai da un consenso collettivo".
Ma per l’investitore questo cosa comporta?
“Il mio consiglio è di comperare sempre il mercato, investendo in fondi indicizzati, perché è molto difficile riconoscere i momenti in cui bisogna andare contro l’orientamento delle masse. So che è molto noioso, ma in questo modo si circoscrivono le perdite a rare cadute momentanee, mentre sul lungo periodo si va sul sicuro”.
Allora gli investitori che cercano di andare sempre controcorrente sbagliano?
“E’ giusto andare controcorrente solo quando ci si accorge che l’opinione delle masse sta deragliando, in preda al fervore speculativo. Ma non è facile riconoscere il momento giusto: spesso si rischia di agire troppo presto e si finisce per rimetterci di più”.
In questo momento vede bolle in arrivo?
“Sì, la bolla del nanotech. Siamo ai primordi, perché la maggior parte delle società nanotech sono ancora piccole e in mano a privati. Si tratta di una fase simile a quella vissuta nel ’93 - prima dell’ipo di Netscape, ndr. - dalla bolla Internet. Probabilmente la prima grossa ipo del nanotech ci sarà l’anno prossimo. Il nanotech è una di quelle tipiche innovazioni con vaste ricadute su settori molto diversi dell’economia, come la ferrovia, l’elettricità o Internet, che tendono a scatenare delle bolle”.
Quindi meglio tenersi alla larga?
“Non dico questo. Ma è chiaro che la maggior parte delle aziende che ora piacciono tanto a Wall Street, per non parlare di quelle che sognano ipo milionarie, nel giro di un decennio saranno sparite. Questo è il modo in cui si sviluppano nuove industrie negli Stati Uniti: sorge un’orda di aziende, dopo un po’ le più deboli muoiono e solo le migliori sopravvivono, per diventare alla lunga dei colossi. Il prezzo dell’innovazione è che si finisce per mettere soldi anche nelle cattive idee oltre che nelle buone. Il paradosso è che spesso le perdite dei singoli sono un guadagno per la società. Grazie alla voglia di rischiare degli investitori, infatti, le aziende riescono a fare molta più ricerca di quanto sarebbe economicamente razionale, sperimentano nuove idee e soluzioni che con meno soldi a disposizione non verrebbero mai sperimentate. E’ un processo doloroso per chi ci perde, ma è il migliore processo mai inventato per finanziare l’innovazione”.

9 giugno 2004

Mercato elettrico: big bang o big flop?

Il big bang del mercato elettrico italiano non farà molto rumore. L'allargamento del parco utenti liberi da 150mila a circa sette milioni, che il calendario europeo fissa alla fine di questo mese, avverrà in sordina, "perché energia competitiva sul mercato italiano non ce n'è". Questa è la previsione di Giuseppe Gatti di Energy Advisors e di tutti gli altri esperti di energia, oltre che della maggior parte degli operatori. Mentre la domanda sale già alle stelle con i primi caldi - insieme alla febbre dei prezzi all'ingrosso, che superano ormai del doppio il prezzo di generazione preso a riferimento dall'Autorità per definire le attuali tariffe - sul mercato italiano continua a mancare la materia prima. Ma a ogni apertura del mercato, si sa, c'è bisogno di materia prima in eccesso per scatenare la concorrenza. Nelle fasi precedenti sono state usate le importazioni o l'energia Cip 6 per ampliare i margini di manovra. Oggi invece non c'è moneta corrente per dar fiato alla nuova tappa della liberalizzazione. "In queste condizioni - fa notare Gatti - per i concorrenti di Enel sarà molto difficile fare offerte convenienti ai nuovi utenti liberi". Con l'allargarsi del numero di clienti idonei, il delta di prezzo fra mercato libero e vincolato tenderà anzi a ridursi. A farne le spese saranno le piccole e piccolissime imprese (attive soprattutto nei settori del commercio e dei servizi) che con il 1° luglio speravano di accedere al meraviglioso mondo degli sconti sulla bolletta elettrica e che invece si troveranno davanti a un sistema ancora troppo ingessato per offrire grandi limature. Con la prossima tappa, solo le utenze domestiche rimarranno affidate al mercato vincolato, cioè 23-24 milioni di famiglie che consumano meno di 60 terawattora (miliardi di kilowattora) l'anno sui 310 complessivi. Tutto il resto del mercato - ben tre quarti dei consumi - sarà potenzialmente libero. "E' un passaggio cruciale - spiega Davide Tabarelli, direttore del Rie (Ricerche industriali energetiche) di Bologna - perché stavolta avviene a valle della Borsa elettrica, partita in aprile. Anche se i prezzi sono destinati ad aumentare nelle prossime settimane e sono ancora molto legati all'operatore dominante, almeno c'è una certa trasparenza, che alla lunga stimola una maggiore concorrenza". Ma anche per Tabarelli nell'immediato non può esserci vera competizione: "Al massimo gli utenti potranno usare questa nuova apertura come uno strumento per chiedere servizi migliori, sarà difficile che riescano a spuntare grandi sconti". Il passaggio più difficile, per gli utenti decisi a usufruire della libertà di scegliere, sarà trovare un fornitore alternativo: pochi nuovi entranti sono disposti a sviluppare un servizio commerciale capace di reggere l'impatto del mass market, visti i margini risicatissimi. A parte le inziative di aggregazione delle varie associazioni di categoria, infatti, di solito è grazie all’azione di un nuovo fornitore impegnato sul fronte della vendita, che un utente vincolato, soprattutto se di dimensioni piccole, accede al mercato libero. "Ma calcolando che un cliente costa ogni anno 40-50 euro di fatture e che il guadagno di vendita su ogni utente finale allacciato in bassa tensione è di due euro l'anno, per chi svolge solo l'attività di vendita il trade-off è improponibile", fa notare Antonio Urbano di Dynameeting, operatore indipendente leader nella fornitura alle piccole e medie imprese. Solo chi ha anche un'attività di produzione può estrarre qualche margine in più dai nuovi utenti liberi. Fra i più ottimisti, Mario Molinari, direttore generale di Energia (gruppo Cir), prende la prossima tappa con slancio, malgrado le difficoltà: "Tra i principali scogli tecnici da superare - spiega Molinari - ci sono i costi di trasporto diversi a seconda delle varie reti di distribuzione, quello che nella telefonia si chiamerebbe l'ultimo miglio. Per offrire un prodotto ugualmente valido a un utente di Milano, di Bologna o di Napoli, il nostro modo di prezzare l'energia deve tener conto di queste differenze. E quando si tratta di gestire migliaia di piccoli clienti la questione si complica". Malgrado ciò, Molinari è convinto che se non dal 1° luglio almeno dal 1° gennaio successivo (i contratti di fornitura in genere si stipulano su base annuale) qualcosa comincerà a muoversi. Anche Enel concorda e dopo le dolorose esperienze precedenti comincia già ad attrezzarsi, mettendo in moto la sua potente macchina commerciale per far rientrare dalla finestra i clienti che rischia di perdere dalla porta. Chi sa meglio dell'ex monopolista come affrontare il mass market?

7 giugno 2004

James Lovelock

Per salvare la Terra dalla catastrofe climatica bisogna ricorrere all' uso massiccio del nucleare. L' appello lanciato qualche giorno fa da James Lovelock, uno dei più famosi scienziati verdi del pianeta, fra i primi a denunciare l' effetto serra, sta sollevando un vivace dibattito fra gli ambientalisti e dovunque l' uso del nucleare sia stato fortemente limitato, come in Germania, dove non si costruiscono più centrali nuove e si punta a chiudere quelle esistenti man mano che invecchiano. Il primo effetto della moratoria nucleare è stato il ricorso crescente all' uso di combustibili fossili, come petrolio, gas o carbone, visto che le nuove fonti (soprattutto eolico e solare), non sono ancora sufficientemente competitive per sostenere il fabbisogno energetico di un Paese industrializzato. Con la conseguenza di aumentare significativamente le emissioni di anidride carbonica, principale responsabile dell' effetto serra, insieme ai prezzi dell' energia, sempre più legati alle quotazioni del petrolio. In Italia, l' unico grande Paese d' Europa che non si è limitato alla moratoria, ma ha anche chiuso le sue uniche quattro centrali funzionanti, oggi l' 80% dell' energia deriva da combustibili fossili e il suo prezzo medio è quasi doppio rispetto al resto d' Europa. Secondo gli ultimi dati dell' Enea, nel 2001 il nostro Paese ha conquistato il terzo posto nell' Ue per le emissioni di anidride carbonica dal sistema energetico (14%) e la tendenza è in forte crescita. Per Lovelock, biologo inglese diventato famoso per la teoria di Gaia, secondo cui la Terra sarebbe simile a un organismo vivente in grado di autoregolarsi, questo circolo vizioso va assolutamente spezzato. E in fretta. Perché tanta fretta? «Il ritmo del surriscaldamento della Terra è stato ampiamente sottostimato anche da chi, come me, se ne occupa da oltre vent' anni. Che la temperatura sia cambiata ce ne siamo accorti tutti in Europa: gli inverni sono più caldi, la primavera arriva in anticipo e si trasforma subito in estate, i ghiacciai delle Alpi si sciolgono sotto i nostri occhi. L' ondata di caldo che ha colpito l' anno scorso l' Europa continentale ha fatto ventimila morti e secondo un approfondito studio di un gruppo di scienziati svizzeri, il fenomeno è certamente legato all' effetto serra. Ma quello che gli europei non vedono sono le conseguenze sui ghiacci artici, dove il riscaldamento del clima è circa doppio rispetto alla fascia temperata. Dalla Groenlandia scende acqua a fiumi e nel giro di trent' anni la calotta artica, ancora più vulnerabile, potrebbe essere già completamente sciolta. A quel punto potremmo già avere grandi città costiere, come Londra, New York, Tokio o Calcutta, minacciate dall' acqua alta. Per non parlare di Venezia, dove il danno sarà ormai irrimediabile». Non le sembra un catastrofismo da film The day after tomorrow? «Quello è un film del tutto antiscientifico, ma coglie un dato di fondo: l' urgenza. A poco a poco i popoli dell' Occidente industrializzato si stanno accorgendo che andiamo incontro a un' emergenza. Le conseguenze dell' effetto serra si amplificano a vicenda, creando un' accelerazione complessiva del fenomeno finora mai vista. Ci resta pochissimo tempo per contrastare questa gravissima minaccia alla civiltà umana». Ma perché proprio con l' energia nucleare? «L' effetto serra va affrontato con misure immediate, come se fossimo in guerra. Ma l' industrializzazione non si può spegnere come una lampadina, perciò bisogna sostituire ai combustibili fossili una fonte alternativa già pronta. Il nucleare è l' unica fonte alternativa immediatamente fruibile: in attesa di svilupparne altre in futuro, non c' è altra soluzione. Bisogna che i miei amici verdi accettino l' evidenza e smettano di contrastarla». E il problema delle scorie? «L' opposizione all' energia nucleare è basata su timori irrazionali e del tutto antiscientifici, amplificati ad arte dalla lobby ambientalista. Anch' io sono un ambientalista, ma resto uno scienziato e basta leggere le statistiche per rendersi conto che il nucleare è la fonte energetica più sicura del mondo. I danni causati dalle fughe radioattive sono ridicoli rispetto a quelli derivanti dalla combustione di carbone o petrolio, ma perfino dalle dighe dell' idroelettrico. Bisogna smettere di demonizzare le scorie come pericolose. Sono sorvegliatissime e occupano un volume infinitesimale del nostro spazio: tutte le scorie prodotte dai reattori del Regno Unito, che funzionano da decine di anni, non riempirebbero uno stanzone di dieci metri per dieci». Ma allora perché insistere tanto sulla ratifica del protocollo di Kyoto da parte della Russia e degli Usa? «Già, perché? La ratifica della Russia è imminente, ma non sarà certo l' applicazione di queste regole ridicole a salvare l' umanità. È molto più utile quello che stanno facendo gli Usa, con tutti gli investimenti sull' idrogeno e lo sviluppo di un nuovo tipo di reattore nucleare ancora più sicuro ed efficiente. Purtroppo anche gli americani non percepiscono ancora quanto sia urgente intervenire in maniera radicale, anche se ci sono alcuni singoli Stati - come la California - che hanno introdotto restrizioni molto severe alle emissioni di anidride carbonica. Molto più severe degli accordi di Kyoto».

6 giugno 2004

La "tassa pubblicitaria" alle tv è giustificata?

Il programma s'interrompe, parte lo spot pubblicitario e la mano corre al telecomando. E' un riflesso condizionato, ormai, per milioni di telespettatori. Soprattutto nei Paesi, come gli Stati Uniti, dove l'enorme numero di canali televisivi invita allo zapping continuo, ma anche nelle aree ancora soggette all'oligopolio di poche emittenti, come in Italia, il salto dello spot è uno sport molto praticato. E c'è chi comincia a mettere seriamente in dubbio l'efficacia della pubblicità televisiva, in particolare per i marchi più maturi dei beni di largo consumo. "Negli ultimi cinquant'anni, le emittenti televisive hanno ricavato una sorta di tassa fissa dalle aziende produttrici di beni di largo consumo. Ma ho l'impressione che siamo entrati in una nuova fase, in cui queste aziende si stanno accorgendo che gli spot televisivi non funzionano più", spiega Andrew Shore, analista di Deutsche Bank e autore di un approfondito studio sul rendimento della pubblicità televisiva per i marchi maturi. "Le spese di questo tipo - secondo Shore - sono la prossima voce destinata a cadere sotto la scure delle grandi multinazionali". Non stiamo parlando di noccioline: dei 500 miliardi di dollari spesi quest'anno nel mondo in pubblicità, circa il 40% finirà in spot televisivi. Ma per i colossi americani dei beni di largo consumo la "tassa alle tv" arriva al 60% di tutte le spese pubblicitarie, cioè circa 12 miliardi l'anno scorso. E secondo l'approfondito studio di Shore, gran parte di questi soldi è stata spesa a vuoto. Dopo aver esaminato la ricaduta degli investimenti pubblicitari televisivi sull'aumento dei volumi e degli utili nei principali 23 marchi dei prodotti di largo consumo lungo un arco di tre anni, Shore sostiene infatti che quegli spot hanno prodotto un ritorno positivo solo nel 18% dei casi sul breve termine e nel 45% dei casi sul lungo termine. Nella migliore delle ipotesi, quindi, meno della metà di quei soldi valeva la pena di essere spesa. Un'affermazione ardita, che non tutti condividono. Secondo Robert Heath, docente di marketing all'università di Bath, è riduttivo calcolare le ricadute della pubblicità televisiva in base al puro e semplice ritorno sull'investimento: "Anche quando sono deliberatamente ignorati, i messaggi pubblicitari televisivi vengono comunque assorbiti a livello inconscio. E siccome la memoria implicita dura molto più a lungo della memoria esplicita, le immagini che associamo a un marchio, una volta imparate non si dimenticano più". Ma il tentativo di Shore di calcolare in maniera più precisa le ricadute degli investimenti pubblicitari in tv suscita il plauso di molte aziende. Jim Stengel, capo del marketing di Procter & Gamble (principale inserzionista Usa con 2,8 miliardi spesi in pubblicità nel 2003), tuona: "Muoviamo 500 miliardi di dollari all'anno con meno disciplina e meno dati di quanti ne abbiamo in mano per decidere se spendere centomila dollari in altri settori". P&G è l'unica casa produttrice di beni di largo consumo che ha cominciato recentemente a usare dei modelli basati sulle vendite per stimare il ritorno sugli investimenti nelle campagne pubblicitarie e anche dai suoi calcoli emergono forti dubbi sull'efficacia degli spot televisivi tradizionali. L'avvento della tv via cavo, con la conseguente frammentazione dell'audience (vent'anni fa le "big three" Abc, Nbc e Cbs avevano l'80% dell'audience, oggi il 40%) e la diffusione dei videoregistratori digitali, con cui si possono saltare gli spot, sta rendendo la pubblicità televisiva obsoleta. Ma se è vero che gli spot tradizionali non funzionano più, quali sono le alternative? Per trovare altri canali bisogna fare i conti con la proliferazione dei media. I ragazzini americani passano ormai oltre 7 ore alla settimana alla consolle dei videogiochi, i quattro quinti delle famiglie hanno un allacciamento a Internet, di cui un quarto a banda larga (sarà la metà nel 2008) e un altro quarto ad alta velocità. Ne approfittano le pubblicità interattive, in cui si può rispondere a determinati segnali nei programmi tv attraverso il telecomando, un telefonino o Internet. Si usano gli sms per far partire campagne di marketing virale. Si mettono provocazioni in rete con metodi da guerilla marketing. Steve Heyer, presidente di Coca-Cola, ha recentemente dichiarato l'intenzione di abbandonare la tv per portare le bollicine fra i giovani con il cinema, la musica, i videogiochi, attraverso il product placement. Nel 2003 la spesa di Coca-Cola in pubblicità televisiva è scesa del 60%. Nel frattempo, il gigante di Atlanta ha aperto delle aree chiamate Coke Red Lounge nei centri commerciali, dove si può sentire musica o vedere un film e dove i giovani possono rilassarsi con un bicchiere di Coca-Cola in mano. Lo stesso ha fatto anche la Campbell, aprendo una catena di Soup Sanctuaries, dove offre una minestra rigenerante ai forzati dello shopping. La promozione attraverso esperienze positive s'inserisce perfettamente nel tentativo di vendere uno stile di vita più che un prodotto. Aziende come Estée Lauder o Starbucks si basano su questa concezione già da anni: sono molto parche nelle spese pubblicitarie e fanno piuttosto assegnamento sull'esperienza positiva dei clienti e sul loro passaparola. L'anno scorso Amazon ha bloccato una campagna televisiva giudicata inefficace e da allora si basa su promozioni dirette o su incentivi come la spedizione gratuita per attirare clienti. Di qui a soppiantare la tv, naturalmente, c'è tantissima strada da fare. Ma la fuga dal piccolo schermo è già cominciata.

30 maggio 2004

Attenti alle api impollinatrici del marchio

Quando alla festa di compleanno un ospite trascorre la serata decantando le doti dell'ultimo modello Bmw o del nuovo telefonino Nokia, rizzate le orecchie. Che sia un agente pubblicitario sotto mentite spoglie? Un'ape indaffarata a impollinare i vostri amici? Che sia arrivato anche in Italia l'ultimo grido del marketing? Il passaparola, tanto decantato dai guru del marketing virale ma poco praticato dalle agenzie tradizionali, sta diventando un business. Si chiama BzzAgent la società di Boston che si è specializzata in questa difficile missione: propagandare un prodotto attraverso i consigli confidenziali dell'amico, del cugino, del vicino di casa. E con una rete di 25mila agenti (che si allarga al ritmo di 50 nuovi agenti al giorno) le sue campagne pubblicitarie stanno già diventando una leggenda a soli due anni dalla fondazione. Il "padre" di BzzAgent (e suo amministratore delegato) è Dave Balter, un pioniere del marketing diretto che prima di mettersi in proprio ha organizzato campagne di fidelizzazione per varie multinazionali americane. Con BzzAgent, Balter si è prefisso di imbrigliare il passaparola, per farne uno strumento disciplinato e strategico da mettere al servizio delle aziende. "Il mio obiettivo - spiega Balter - è trovare un modo per catturare il passaparola, trasformando un gruppo di consumatori appassionati in evangelisti dei prodotti in cui credono". Non più pubblicità per i consumatori, ma con i consumatori. Influenzare le scelte del pubblico con campagne massificate, del resto, diventa sempre più difficile e costoso. Secondo uno studio di Jupiter Research il numero di messaggi in competizione per attirare l'attenzione dei consumatori è quintuplicato negli ultimi dieci anni. Per di più, l'avvento della tv via cavo e via satellite ha ridotto il numero di persone raggiunte da un annuncio audiovisivo, raddoppiandone il costo. E' qui che s'inserisce Balter con la sua organizzazione. Il sistema usato da BzzAgent è molto semplice. Prima di tutto si esamina a fondo il prodotto o il servizio da propagandare per capire quale dev'essere il profilo sociologico e psicologico degli agenti che potrebbero apprezzarlo. Poi si esplora la banca dati alla ricerca degli agenti che più si avvicinano a questa tipologia, cui viene offerto l'incarico di partecipare alla campagna con una descrizione dettagliata del prodotto, per farsi un'idea. Chi accetta l'incarico riceve un campione del prodotto da propagandare e un manualetto in cui si descrivono le strategie più adatte a diffondere il messaggio. A ogni "impollinazione", l'agente manda un resoconto alla centrale descrivendo la situazione e l'impatto della sua attività promozionale. Ne riceve un feedback con ulteriori suggerimenti. E così avanti per tutto il periodo prefissato. L'effetto è stupefacente. La campagna organizzata da BzzAgent per Rock Bottom Restaurants, famosa catena di ristoranti e pub "Vecchio West" sparsi in 15 Stati del Midwest, ha fatto balzare le vendite di 1,2 milioni di dollari in un trimestre con l'impegno di un migliaio di agenti. Agli "impollinatori" sono state regalate delle carte fedeltà di Rock Bottom, che erano invitati ad estrarre "per sbaglio" quando pagavano al supermercato o ai grandi magazzini, attaccando così discorso con commesse e clienti per magnificare le specialità culinarie dei ristoranti da propagandare. Anche chiedere al tassista, al portiere dell'albergo o alla cassiera del bar dov'è il Rock Bottom più vicino può funzionare benissimo per iniziare una conversazione sul tema. Oppure buttare là un commento positivo su Rock Bottom tutte le volte che si viene coinvolti in uno scambio di opinioni sul cibo. In queste occasioni, gli agenti venivano consigliati di articolare il più possibile il loro discorso, menzionando anche specifiche pietanze o marche di birra. Una campagna di questo tipo (12 settimane con mille agenti) costa circa 85.000 dollari, esclusi i campioni del prodotto (in questo caso le carte fedeltà). Gli effetti della campagna sono stati descritti in uno studio della Harvard Business School: nel corso dei tre mesi c'è stato un aumento del 76% sulle vendite, precedentemente piatte da tre trimestri, e un aumento del 55% sulle vendite di carte fedeltà, con oltre diecimila nuovi clienti stabili acquisiti. Risultati analoghi sono stati conseguiti in altre campagne per Estée Lauder, Penguin Putnam e per i jeans Lee. Dei mille agenti coinvolti nella campagna Rock Bottom, il 40% si è dichiarato intenzionato a continuare l'opera di propaganda anche dopo la fine dell'incarico, per pura e semplice simpatia nei confronti dei ristoranti. E' proprio l'impegno sincero del network di Balter a farne uno strumento particolarmente attraente per le aziende. "Abbiamo reso il sistema sufficientemente complesso da scoraggiare la gente che vuole soltanto intascare gratuitamente qualche campione promozionale", spiega Balter. Chi partecipa lo fa soprattutto per passione, per curiosità, per sapere in anticipo che cosa si muove su un certo mercato. E anche perché ormai essere un agente di Balter va di moda, soprattutto fra i giovani. C'è chi se lo scrive sul biglietto da visita, in particolare se ha un numero basso di adesione, come Derek Archambault, agente numero 36, un architetto di Providence (Rhode Island) appassionato di musica, che ha partecipato a una campagna per propagandare un nuovo CD. L'esperienza è interessante anche per i professionisti del marketing: Steve Cook, vice presidente di Coca-Cola con delega sul marketing strategico, è stato una delle prime reclute di Balter e sta considerando l'opportunità di usare il network per generare un po' di brusio a favore del gigante delle bollicine. Fra i seguaci di Balter, insomma, non ci sono solo ragazzini in cerca di esperienze cool: il 65% degli aderenti ha più di 25 anni, il 60% sono donne e ci sono anche due amministratori delegati di multinazionali americane, che preferiscono non essere citati. Non a caso il network di Balter è stato anche usato da una major dell'entertainment per testare un nuovo videogame, che poi è stato modificato seguendo i consigli degli agenti coinvolti. Veicolo di marketing, strumento di ricerca, società di consulenza: in soli due anni BzzAgent si è fatto una bella fama. Cha abbia mandato in giro i suoi evangelisti a diffondere il verbo?

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Attenti alle api impollinatrici del marchio

Quando alla festa di compleanno un ospite trascorre la serata decantando le doti dell'ultimo modello Bmw o del nuovo telefonino Nokia, rizzate le orecchie. Che sia un agente pubblicitario sotto mentite spoglie? Un'ape indaffarata a impollinare i vostri amici? Che sia arrivato anche in Italia l'ultimo grido del marketing? Il passaparola, tanto decantato dai guru del marketing virale ma poco praticato dalle agenzie tradizionali, sta diventando un business. Si chiama BzzAgent la società di Boston che si è specializzata in questa difficile missione: propagandare un prodotto attraverso i consigli confidenziali dell'amico, del cugino, del vicino di casa. E con una rete di 25mila agenti (che si allarga al ritmo di 50 nuovi agenti al giorno) le sue campagne pubblicitarie stanno già diventando una leggenda a soli due anni dalla fondazione. Il "padre" di BzzAgent (e suo amministratore delegato) è Dave Balter, un pioniere del marketing diretto che prima di mettersi in proprio ha organizzato campagne di fidelizzazione per varie multinazionali americane. Con BzzAgent, Balter si è prefisso di imbrigliare il passaparola, per farne uno strumento disciplinato e strategico da mettere al servizio delle aziende. "Il mio obiettivo - spiega Balter - è trovare un modo per catturare il passaparola, trasformando un gruppo di consumatori appassionati in evangelisti dei prodotti in cui credono". Non più pubblicità per i consumatori, ma con i consumatori. Influenzare le scelte del pubblico con campagne massificate, del resto, diventa sempre più difficile e costoso. Secondo uno studio di Jupiter Research il numero di messaggi in competizione per attirare l'attenzione dei consumatori è quintuplicato negli ultimi dieci anni. Per di più, l'avvento della tv via cavo e via satellite ha ridotto il numero di persone raggiunte da un annuncio audiovisivo, raddoppiandone il costo. E' qui che s'inserisce Balter con la sua organizzazione. Il sistema usato da BzzAgent è molto semplice. Prima di tutto si esamina a fondo il prodotto o il servizio da propagandare per capire quale dev'essere il profilo sociologico e psicologico degli agenti che potrebbero apprezzarlo. Poi si esplora la banca dati alla ricerca degli agenti che più si avvicinano a questa tipologia, cui viene offerto l'incarico di partecipare alla campagna con una descrizione dettagliata del prodotto, per farsi un'idea. Chi accetta l'incarico riceve un campione del prodotto da propagandare e un manualetto in cui si descrivono le strategie più adatte a diffondere il messaggio. A ogni "impollinazione", l'agente manda un resoconto alla centrale descrivendo la situazione e l'impatto della sua attività promozionale. Ne riceve un feedback con ulteriori suggerimenti. E così avanti per tutto il periodo prefissato. L'effetto è stupefacente. La campagna organizzata da BzzAgent per Rock Bottom Restaurants, famosa catena di ristoranti e pub "Vecchio West" sparsi in 15 Stati del Midwest, ha fatto balzare le vendite di 1,2 milioni di dollari in un trimestre con l'impegno di un migliaio di agenti. Agli "impollinatori" sono state regalate delle carte fedeltà di Rock Bottom, che erano invitati ad estrarre "per sbaglio" quando pagavano al supermercato o ai grandi magazzini, attaccando così discorso con commesse e clienti per magnificare le specialità culinarie dei ristoranti da propagandare. Anche chiedere al tassista, al portiere dell'albergo o alla cassiera del bar dov'è il Rock Bottom più vicino può funzionare benissimo per iniziare una conversazione sul tema. Oppure buttare là un commento positivo su Rock Bottom tutte le volte che si viene coinvolti in uno scambio di opinioni sul cibo. In queste occasioni, gli agenti venivano consigliati di articolare il più possibile il loro discorso, menzionando anche specifiche pietanze o marche di birra. Una campagna di questo tipo (12 settimane con mille agenti) costa circa 85.000 dollari, esclusi i campioni del prodotto (in questo caso le carte fedeltà). Gli effetti della campagna sono stati descritti in uno studio della Harvard Business School: nel corso dei tre mesi c'è stato un aumento del 76% sulle vendite, precedentemente piatte da tre trimestri, e un aumento del 55% sulle vendite di carte fedeltà, con oltre diecimila nuovi clienti stabili acquisiti. Risultati analoghi sono stati conseguiti in altre campagne per Estée Lauder, Penguin Putnam e per i jeans Lee. Dei mille agenti coinvolti nella campagna Rock Bottom, il 40% si è dichiarato intenzionato a continuare l'opera di propaganda anche dopo la fine dell'incarico, per pura e semplice simpatia nei confronti dei ristoranti. E' proprio l'impegno sincero del network di Balter a farne uno strumento particolarmente attraente per le aziende. "Abbiamo reso il sistema sufficientemente complesso da scoraggiare la gente che vuole soltanto intascare gratuitamente qualche campione promozionale", spiega Balter. Chi partecipa lo fa soprattutto per passione, per curiosità, per sapere in anticipo che cosa si muove su un certo mercato. E anche perché ormai essere un agente di Balter va di moda, soprattutto fra i giovani. C'è chi se lo scrive sul biglietto da visita, in particolare se ha un numero basso di adesione, come Derek Archambault, agente numero 36, un architetto di Providence (Rhode Island) appassionato di musica, che ha partecipato a una campagna per propagandare un nuovo CD. L'esperienza è interessante anche per i professionisti del marketing: Steve Cook, vice presidente di Coca-Cola con delega sul marketing strategico, è stato una delle prime reclute di Balter e sta considerando l'opportunità di usare il network per generare un po' di brusio a favore del gigante delle bollicine. Fra i seguaci di Balter, insomma, non ci sono solo ragazzini in cerca di esperienze cool: il 65% degli aderenti ha più di 25 anni, il 60% sono donne e ci sono anche due amministratori delegati di multinazionali americane, che preferiscono non essere citati. Non a caso il network di Balter è stato anche usato da una major dell'entertainment per testare un nuovo videogame, che poi è stato modificato seguendo i consigli degli agenti coinvolti. Veicolo di marketing, strumento di ricerca, società di consulenza: in soli due anni BzzAgent si è fatto una bella fama. Cha abbia mandato in giro i suoi evangelisti a diffondere il verbo?

26 maggio 2004

Basta con la ricerca in ordine sparso

Basta con la ricerca in ordine sparso. Bisogna far convergere le risorse sui temi d'eccellenza, confrontarsi con il panorama internazionale, individuare i settori in cui si può correre più degli altri. Ora le linee guida per riformare il Consiglio nazionale delle ricerche ci sono. I quattro comitati, in cui Adriano De Maio ha riunito i migliori cervelli d'Italia, hanno lavorato giorno e notte per mesi. Il serbatorio di conoscenze avanzate più capiente d'Italia, con dentro oltre quattromila ricercatori e 2.600 tecnici, è stato passato al settaccio per individuare i settori di eccellenza e le teste migliori. La chiamano "anagrafe strategica" del Cnr: "Ma quella che abbiamo scritto in questi mesi è solo l'introduzione a un libro di mille pagine. Ora bisogna vedere se ci saranno la volontà e le risorse per scrivere il resto, per mettere in pratica il nostro piano di rilancio", spiega il fondatore del Cefriel Maurizio Decina, uno degli esperti che hanno contribuito alla stesura della piattaforma Ict. Insieme alle altre tre piattaforme, dedicate alle Scienze della vita, alle Scienze della materia e alla Progettazione molecolare, si è lavorato per mettere su un binario unitario un carrozzone pieno di meraviglie, che finora vagava a briglia sciolta senza una direzione chiara. I risultati di questo lavoro verranno presentati la settimana prossima da De Maio, che si appresta ad abbandonare il posto di comando del Cnr, dov'è stato commissario per un anno. Il testimone passa nelle mani del fisico Fabio Pistella, membro fresco di nomina dell'Autorità per l'energia e vice-commissario al Cnr, designato a sorpresa presidente con un mese di anticipo sulla scadenza del mandato di De Maio. "L'importante è che tutto il lavoro fatto in questi mesi non resti solo sulla carta", si augura Enrico Drioli, uno dei massimi esperti mondiali di tecnologia delle membrane e direttore dell'omonimo istituto del Cnr, che ha animato la piattaforma sulla Progettazione molecolare. "L'operazione avviata da De Maio - spiega Drioli, che ha coinvolto nel suo lavoro di setaccio un migliaio di ricercatori - ha messo in moto per la prima volta tutto il Cnr, nello sforzo di capire che cosa facciamo e dove stiamo andando. I problemi che abbiamo riscontrato sono molti: la frammentazione delle competenze in 107 istituti diversi che viaggiano slegati, la mancanza di multidisciplinarietà, l'età troppo elevata dei ricercatori, la mancanza di competizione interna e di riconoscimento delle professionalità, la carenza di riscontri e di valutazioni, la concentrazione del personale amministrativo là dove non serve, la burocrazia eccessiva. Ma non si può prescindere dalla questione dei finanziamenti: con un budget da 680 milioni non si va da nessuna parte. Per fare un lavoro serio bisognerebbe almeno recuperare quel 30-40% che ci è stato tolto negli ultimi anni. Per adeguarsi ai livelli degli altri Paesi ci vorrebbe un raddoppio". "Se crediamo di poter essere bravi soltanto sull'orizzonte italiano, siamo destinati a morte certa", mette il dito sulla piaga Gian Nicola Babini, direttore dell'Istituto di scienza e tecnologia dei materiali ceramici di Faenza, uno dei fiori all'occhiello del Cnr. Babini si riconosce nella struttura dei sette progetti abbozzati dalle linee guida di De Maio: terra e ambiente, salute, energia, alimentare, valorizzazione del patrimonio culturale, manufacturing, identità culturale. Buoni punti di aggregazione per concentrare le forze, ma al momento dell'allocazione delle risorse sarà necessario tener conto del mercato. "Bisogna valutare il sistema produttivo italiano nel quadro europeo e mondiale. Solo partendo dal mercato mondiale si possono operare delle scelte in una prospettiva dinamica", insiste Babini. Di casa nel distretto delle piastrelle, Babini ha ben presente la rapida avanzata della Cina e delle altre potenze asiatiche sul fronte delle alte tecnologie. E capisce che il tempo stringe. L'anno scorso la Cina ha speso 60 miliardi di dollari per la ricerca. L'Italia, che pure ha un Pil superiore, non è andata oltre i 10 miliardi. Non a caso la quota italiana del commercio mondiale nei beni ad alta tecnologia si è ridotta ormai al lumicino: siamo all'1,64%. Fra la trentina di Paesi dell'Ocse, solo Polonia, Grecia e Turchia stanno peggio. "La quota di brevetti depositati dall’Italia presso l'ufficio europeo di Monaco è solo il 3,5% contro il 6,9% della Francia e il 19,6% della Germania. D’altro canto l’Italia è tra i maggiori acquirenti di brevetti stranieri", spiega il presidente dell'Istituto di promozione industriale Riccardo Gallo. In questi numeri ci sono tutti i limiti della ricerca italiana, compresa quella fatta al Cnr. "E' mancata l'attenzione dello Stato, ma anche del Paese reale, nei confronti della ricerca scientifica", fa notare Luciano Caglioti, ordinario di Chimica alla Sapienza, consulente del Cnr e coordinatore del Comitato per il trasferimento tecnologico dell'Ipi. "Le carenze che troviamo oggi nel Cnr sono le stesse che affliggono l'università, dove negli ultimi cinquant'anni sono stati scoraggiati in tutti i modi i rapporti dei professori con il mercato", precisa Caglioti. Ci vuole uno sforzo ciclopico e collettivo per invertire una tendenza così radicata. Ammesso che basti.

24 maggio 2004

Jim Rogers

Jim Rogers è l’uomo dei record: due volte nel Guinness dei primati per aver fatto il giro del mondo in moto e in fuoristrada, ha fondato Quantum insieme a George Soros nel ’73 mettendo poi a segno con la sua gestione un rendimento del 4.000 per cento fino alla fine degli anni Settanta (nello stesso periodo l’S&P 500 era cresciuto meno del 50%). Dopo quell’esperienza Rogers ha abbandonato gli investimenti di corto respiro per dedicarsi ad altre storie, con prospettive di maggiore ampiezza. Ad esempio le materie prime, su cui ha lanciato un indice e poi, nel ’98, un fondo di cui è appena partita la versione denominata in euro (Diapason Rogers Commodity Index Fund). Segno che il naso è sempre quello di una volta, visto il boom vissuto dalle materie prime negli ultimi anni: dal ’98 a oggi, il fondo è cresciuto del 156%.
Cinicamente, viene da pensare che dopo una performance del genere, il futuro potrebbe riservare qualche delusione a chi investe oggi in questo campo…
“A mio avviso le materie prime sono ancora il migliore investimento per molti anni a venire. Nel lungo periodo di crisi degli anni Ottanta e Novanta, nessuno ha investito in nuova capacità di produzione. Così l’offerta è caduta mentre la domanda continuava a progredire. Le riserve si sono esaurite. Questo significa che il Toro è destinato a regnare sulle commodities ancora per molti anni, fino a riequilibrare la domanda con l’offerta. In generale i cicli delle materie prime durano una ventina d’anni: cinque anni in questo campo è un lasso di tempo molto breve”.
Quindi lei non è molto ottimista su una ripresa stabile dell’economia e dei mercati…
“La ripresa economica è reale negli Stati Uniti e in gran parte del mondo, perché i banchieri americani, giapponesi e cinesi emettono un’enorme montagna di denaro. Ma dopo le elezioni di novembre sospetto che negli Usa ci sarà un rallentamento nel 2005 e 2006 perché gli americani non possono continuare a emettere tutto questo denaro senza danneggiare il dollaro. Detto questo, ci sono Paesi che anche a lungo termine andranno molto bene: il Canada, l’Australia, la Nuova Zelanda, la Cina, l’Indonesia, il Brasile…
E l’Europa?
“In Europa avete un problema demografico molto serio e dei costi sociali schiaccianti. Questo costituisce un appesantimento persistente dell’economia europea. Penso che sia meglio mettere i propri soldi nelle economie legate alle risorse naturali e con una popolazione giovane”.
E i mercati azionari, perché sono così ondivaghi in questo periodo?
“In generale non ho una buona opinione dei mercati azionari, perché le azioni sono molto care nel mondo intero. Ci avviamo verso un periodo simile a quello tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Ottanta. A mio avviso i mercati stanno entrando in uno di quei periodi di fluttuazione che non vanno a parare da nessuna parte. E’ stupido comprare delle azioni che hanno già superato un valore di venti volte gli utili e pensare di diventare ricchi così. Non è mai accaduto nella storia”.
Eppure c’è un vasto consenso fra gli analisti sul fatto che Wall Street continuerà ad avanzare fino alle elezioni…
“Non ragiono mai in termini così ravvicinati. Certo è che il 2005 e il 2006 saranno due brutte annate per gli Stati Uniti. E già quest’anno Wall Street rischia di chiudere sotto i valori attuali. Secondo me la gente comincerà a vendere prima delle elezioni”.
Lei in che cosa investe?
“La maggior parte dei miei investimenti sono nei Paesi che beneficeranno del boom delle materie prime, ad esempio in Cina. Credo molto nella progressiva emancipazione delle donne asiatiche e quindi sono favorevole alle imprese che ne beneficeranno, come i produttori di pillole contraccettive o di cosmetici. In Europa, sono interessanti le banche di piccole dimensioni e il comparto della difesa, in previsione di un processo di consolidamento nei due settori. Ma in generale sui mercati azionari sono un venditore, non un compratore. Sul mercato americano sto vendendo le azioni delle grandi banche e delle imprese legate al boom immobiliare, come Fannie Mae (ha il bilancio più indebitato d’America). Quella immobiliare è una bolla destinata a scoppiare presto”.
Non teme un rallentamento dell’economia cinese?
“Anche se l’economia cinese dovesse subire una battuta d’arresto, sul lungo termine è una scommessa sicura”.
Ma sul lungo termine, come diceva Keynes, saremo tutti morti. Bisognerà pur vendere a un certo punto per monetizzare l’investimento…
“Vendere? Non sono un bravo trader. Probabilmente sono il peggiore trader che si sia mai visto sul mercato. Se fosse per me, terrei sempre tutto all’infinito. Prima di tutto se non si vende non si è costretti a pagarci sopra le tasse. E poi per decidere di vendere bisogna seguire gli investimenti passo passo. Io invece cerco delle belle storie con prospettive di lunghissimo termine, le compro e poi non ci penso più. Prendiamo il Botswana: è un Paese che ho comprato a mani basse nell’81 e non ho mai più venduto. Certo se venisse eletto un cattivo governo o le risorse naturali si esaurissero bisognerebbe vendere. Ma finora non è successo”.
Così ha più tempo per girare il mondo…
“Già. Comodo no?”

17 maggio 2004

Prezzi alti, una mazzata per le aziende

I consumi corrono, le centrali non decollano, domanda e offerta di energia sono sempre più distanti. Per di più, a differenza degli altri Paesi europei, oltre due terzi dell' elettricità italiana viene prodotta da idrocarburi, che seguono le quotazioni del petrolio. E il greggio ormai buca il soffitto. C' è poco da stupirsi, dunque, se il prezzo dei chilovattora in Italia viaggia su valori quasi doppi rispetto alla media europea e la bolletta scoppia. «Nel primo mese di vita, sulla piattaforma dell' Ipex sono stati scambiati ben 7,4 teravattora (sui 25 complessivi del mercato italiano), per un controvalore di 408 milioni di euro», spiega Sergio Agosta, amministratore delegato del Gme (il Gestore del mercato elettrico, che gestisce la Borsa). Il prezzo medio ponderato in base ai volumi scambiati è stato di 51,83 euro al MWh, che evidenzia una divaricazione del 14% rispetto al prezzo di generazione (Pgn) preso a riferimento dall' Autorità per definire le attuali tariffe del mercato vincolato. Il confronto lascia il tempo che trova, naturalmente, perché non ha senso paragonare un prezzo regolamentato con quello emerso dall' incrocio tra domanda e offerta sul libero mercato; tuttavia a fine giugno l' Autorità di Alessandro Ortis dovrà pur tener conto del divario per stabilire quanto incideranno i rincari della materia prima sulle bollette degli italiani. «Va ricordato - risponde Ortis - che gli aggiornamenti tariffari restano trimestrali, e quindi si tratterà sempre di medie che per loro natura appiattiscono le punte. Inoltre, per proteggere i consumatori vincolati dalla volatilità dei prezzi, l' Acquirente Unico acquista fuori Borsa più della metà dell' energia che gli serve. Ad aprile si è rifornito anche attraverso contratti bilaterali diretti con i produttori (27% del fabbisogno), attraverso gli approvvigionamenti di energia Cip6 (11%), l' import (13%) e gli acquisti in Borsa a prezzo garantito (10%, contratti differenziali). Quindi, per aprile, meno del 40% degli acquisti risente del prezzo di Borsa». Fatti i conti, la ricaduta potrebbe essere del 2-2,5% secondo le stime di Energy Advisors, una delle prime società di consulenza nel settore. Sulle imprese che si possono approvvigionare al mercato libero, invece, le ricadute sono già evidenti. «L' effetto Borsa sta causando rincari del 5-10%», spiega Carlo Tortato, presidente del consorzio veneto Unindustria Multiutilities, che l' anno scorso ha intermediato 836 mila MWh per 230 siti produttivi. I contratti bilaterali stipulati dalle piccole e medie aziende del consorzio infatti prevedono uno sconto fisso rispetto al prezzo di riferimento. «Se sale il prezzo di riferimento, alla fine aumenta anche il nostro», puntualizza Tortato. Sommando all' effetto Borsa le ricadute delle nuove fasce orarie decise in marzo dall' Autorità, contro cui Unindustria ha presentato un ricorso al Tar insieme ad altri 12 consorzi, si arriva a un rincaro medio annuale del 10-15%. «Ma non basta: a questo vanno aggiunte le nuove componenti tariffarie, gli oneri di capacità e di perdite, che ci costeranno un altro 5%», conclude Tortato, stimando sul 15-20% l' aumento complessivo della bolletta energetica cui dovranno far fronte le imprese italiane nel corso di quest' anno. «E sono stime prudenziali - precisa Tortato -, perché tengono conto solo dei rincari di aprile, un mese tradizionalmente molto tranquillo per i prezzi dell' energia, con i riscaldamenti al minimo, i condizionatori spenti e i bacini idroelettrici pieni». Secondo le stime del Grtn (il gestore della rete), da quest' anno l' Italia entrerà nel novero dei Paesi ricchi dove il fabbisogno estivo di energia supera il fabbisogno invernale: contro un picco invernale di 55.500 MW, il picco estivo potrebbe raggiungere i 55.800 MW. Giugno e luglio saranno i due mesi a rischio blackout e presenteranno la sfida più ardua anche per le quotazioni di Borsa, che in presenza di forti carenze rischiano d' impennarsi. L' anno scorso i due picchi erano già quasi equivalenti: 53.400 MW d' inverno contro 53.100 d' estate. Ma basta andare indietro di pochi anni per constatare la differenza: nel 2000 il picco invernale si era attestato sui 49.713 MW, mentre il picco estivo si era fermato a 47.383. I consumi di energia degli italiani, quindi, sono a una svolta. Non così la produzione. A fronte del fabbisogno previsto per quest' anno, sarà difficile superare l' estate senza distacchi di corrente, perché la potenza disponibile del sistema elettrico italiano per ora non supera i 50 mila MW (a fronte di una potenza installata di oltre 76 mila MW) e l' import è stato ridotto a 5 mila MW. Il divario fra potenza installata e potenza disponibile è una grande debolezza del sistema, dovuta alla variabilità delle fonti idroelettriche e alle inefficienze causate dal caldo nelle centrali termoelettriche o sulle linee ad alta tensione. L' altra è l' estrema lentezza con cui procede l' incremento della capacità produttiva. «Nonostante piccoli passi avanti, non abbiamo ancora superato le resistenze opposte da più parti alla costruzione di nuove centrali», ammette Giovanni Dell' Elce, sottosegretario alle Attività produttive e promotore di un Osservatorio per sveltire le procedure. «Decine di progetti sono bloccati dai veti locali, da complessità burocratiche o dalle incertezze normative che frenano gli investitori finanziari», rincara Dell' Elce, che punta sulla riforma delle politiche energetiche messa in campo dal ministro Marzano, in attesa del via libera parlamentare. «La prossima settimana vogliamo riportare il decreto al Senato e siamo decisi a porre la fiducia se incontrerà altre resistenze», ammonisce Dell' Elce. Dei 12.600 MW di produzione autorizzati dal ministero, in effetti, ben pochi sono stati realizzati e per quest' estate saranno disponibili al massimo un paio di migliaia di megawatt in più rispetto all' anno scorso.

10 maggio 2004

Pier Luigi Celli

Anima, identità, esperienza, narrazione. Le parole chiave che usa Pier Luigi Celli nel suo ultimo libro sarebbero adatte a descrivere un organismo vivente più che un' azienda. Celli, responsabile dell' identità aziendale del gruppo Unicredit, è stato direttore generale della Rai e ha costruito la squadra di alcuni grandi gruppi italiani, uno per tutti Omnitel. E questo bagaglio si vede: in Impresa e classi dirigenti (editore Baldini Castoldi Dalai, pagg. 144, 13 euro), sembra quasi di sentir parlare John Browne, l' amministratore delegato di Bp e il pioniere della cosiddetta adaptive enterprise. Immaginare l' interazione dei dipendenti di un' azienda come un complesso gioco di cellule all' interno di un organismo, del resto, è una metafora molto attraente, tipica delle teorie manageriali postfordiste, che hanno mandato in soffitta la concezione piramidale dell' impresa come macchina manovrata dall' amministratore delegato per utilizzare l' esasperata connettività introdotta con lo sviluppo di Internet: reti piatte ed estese i cui nodi sono perennemente in collegamento, anche quando si trovano a migliaia di chilometri di distanza. Ma non è da tutti il dono di saper insufflare la vita nella propria azienda, rendendola capace di trasformarsi con abilità camaleontica a seconda delle esigenze del mercato, pur senza smarrire la propria identità. Celli mette in luce questi limiti. Limiti ormai endemici nella grande industria italiana, che perde un pezzo dopo l' altro senza apparenti prospettive di resurrezione. Limiti imputati principalmente a una classe dirigente «egoista e senza anima, abile a semplificare e a controllare». Troppo poco in un mondo globalizzato in cui lo spessore degli individui si misura ormai su un' arena sempre più vasta e dove le competenze tecniche non bastano a dominare il presente e a scrutare il futuro. Alla tavola imbandita da Celli siede chiaramente un convitato di pietra, anche se non viene mai chiamato per nome: è Silvio Berlusconi, il sottinteso modello negativo di leader che recita la vita «come un teatrino, uno studio televisivo dalle pareti di cartongesso», a cui gran parte del libro s' ispira e si rivolge. La maledizione di una classe dirigente arrogante, ma al tempo stesso volatile e insicura, è secondo Celli alla base della decadenza che ha colpito l' Italia su tutti i fronti, sia su quello aziendale che su quello politico, diventati ormai intercomunicanti. «Nessuna élite degna di questo nome è mai nata nel deserto culturale in cui il confronto, il dibattito, la messa in discussione di idee, di punti di vista o di scelte di vita (in una parola: di valori), fossero considerati un inciampo per un pragmatico affermarsi degli interessi individuali o di gruppo, come scelta di fondo». Al fallimento e alla rinuncia della grande impresa s' intreccia così l' indebolimento della politica alta, producendo la legittimazione incrociata tra sistemi deboli. E siamo al «deserto narrativo» in cui, «inariditi gli antichi racconti che avevano celebrato il successo di uomini e imprese spesso memorabili (Olivetti, Pirelli, Fiat, Eni, Iri ), c' è dato solo di constatare la mancanza di nuovi filoni di racconto, di nuovi casi emblematici a cui poter attaccare nuovo slancio e nuova vitalità imprenditoriale». Resta il mito delle piccole e medie imprese, come serbatoio di ricchezza del Paese e sua assicurazione sul futuro. «Il piccolo - risponde Celli - ha fatto più della sua parte, ma il respiro, in difetto di strutture di supporto, di reti di connessione, di servizi rapidi ed efficienti, di istituzioni che non sanno uscire da una cronica irriformabilità, non può che restare corto». E allora? Allora non basta turare le falle, farsi il lifting. «Bisogna rovesciare il modello: dare per scontato che ciò che è piccolo e vitale può continuare anche a crescere, ma è alla politica vera che bisogna tornare se si vuole offrire un ancoraggio serio a quanti cercano un orientamento e una prospettiva». La politica «vera» come grimaldello per riproporre quella mediazione fra locale e globale fallita dalla grande industria: per riavviare un dibattito alto, ma soprattutto per tirare su nuovi «produttori di luoghi». Il vero leader, per Celli, è chi riempie di senso uno spazio e un tempo che prima non c' erano o non erano riconoscibili. Solo con gente così, che non ha bisogno di teatrini, si può rianimare un organismo ormai sull' orlo del collasso.

9 maggio 2004

Burton Malkiel

Chi gioca a fare il prossimo Warren Buffett, non vada a chiedere consigli a Burton Malkiel, docente di Economia a Princeton e grande fautore dei fondi indicizzati. In una delle sue molte frasi celebri, Malkiel ha sostenuto che uno scimpanzé bendato potrebbe selezionare un portafoglio tirando freccette sulle pagine finanziarie di un quotidiano molto meglio di un qualsiasi esperto. E che il segreto di un buon investimento, soprattutto in periodi di rendimenti modesti come questo, sta nel contenimento dei costi, non nella scelta dei titoli.
Ma se il mercato ha sempre ragione, come lei teorizza, allora come si spiegano le bolle? E come si fa a batterle?
“Bella domanda. Ammetto che il mercato non ha sempre ragione, ma sul lungo periodo non vedo nessuno che sia stato capace di trovare i titoli giusti per batterlo, nemmeno gli hedge funds. I gestori che sono riusciti a battere il mercato nel ’98-’99 poi sono andati lunghi distesi nel 2000-2002 e viceversa. Dalle mie ricerche emerge chiaramente che chi fa bene in un periodo non è mai lo stesso che fa bene nel periodo successivo: i migliori fondi degli anni Sessanta sono andati male nei Settanta e i più bravi degli Ottanta erano allo sbando nei Novanta. Perciò il mio consiglio resta sempre uguale: piuttosto che cercare un ago nel pagliaio, comperate il pagliaio”.
Un consiglio interessato da parte di uno che sta nel consiglio d’amministrazione del gruppo Vanguard, uno dei più noti fondi indicizzati del mondo?
“Guardi, io ho cominciato a dire che bisognava comperare il pagliaio nel ’73, quando i fondi indicizzati non esistevano nemmeno, con la prima edizione del mio libro A Random Walk Down Wall Street. Semmai sono loro che hanno preso spunto da me, non viceversa”.
E da trent’anni ripete sempre lo stesso consiglio?
“In un certo senso sì, anche se ho continuato modificare il libro, che l’anno scorso è arrivato all’ottava edizione, perché gli strumenti cambiano e gli investitori hanno bisogno di indicazioni concrete”.
Con un milione di copie vendute, ormai avrebbero dovuto capirla. Eppure oggi esistono più fondi comuni a gestione attiva che titoli a Wall Street…
“Già, sembra incredibile. E nell’ultima edizione del mio libro mi sono divertito a esaminare dettagliatamente i loro rendimenti e a paragonarli con quelli dei fondi indicizzati. Il risultato non lascia spazio ad alcun dubbio. Nell’ultimo decennio, ad esempio, il Vanguard Total Stock Market Index Fund, che rappresenta il più fedelmente possibile il mercato americano, ha battuto del 41% il fondo Magellan di Fidelity, uno dei più noti fondi a gestione attiva. Per di più ha imposto commissioni molto più basse. E in una prospettiva di rendimenti modesti come quella in cui ci troviamo, ridurre i costi diventa essenziale”.
Secondo lei si va verso rendimenti molto più modesti dell’ultimo decennio?
“Sì. Dall’82 al 2000, gli investitori hanno goduto di rendimenti medi annuali del 18%. Se calcoliamo il rendimento medio dal ’26 ad oggi, si va sul 10% abbondante. Da oggi in poi, secondo me, non supereremo l’8%. Sempre il doppio dei buoni del Tesoro, comunque…”
Come si arriva a questa previsione?
“Molto semplice. Si tratta di una formula ben collaudata, che somma il tasso di rendimento del mercato (oggi un 2% scarso) e il tasso di crescita degli utili aziendali sul lungo periodo, che si avvicina al 6%. Mettendoli assieme si ottiene un 8% scarso ed è quello che gli investitori intascheranno secondo me, in media, nel prossimo decennio. Facendo lo stesso calcolo dal ’26 ad oggi, da qualunque momento si parta il risultato si avvicina moltissimo al rendimento effettivo ottenuto dagli investitori”.
Gli investitori che scommetteranno sul mercato…
“Chiaro”.
Ma nel suo libero lei non esclude completamente l’idea di puntare su qualche singolo titolo…
“Cosa vuole, dire a un investitore che deve assolutamente evitare di scommetere su singoli titoli è come dire a un bambino che Babbo Natale non esiste”.
Quali sono i suoi consigli per non fare troppi guai?
“Le regole fondamentali sono quattro: comprare solo azioni di aziende in grado di sostenere una crescita media al di sopra della media, tipo Microsoft o Pfizer; non comprare mai titoli che presentino un rapporto prezzo/utili molto superiore alla media, che oggi si aggira sul 20; scegliere aziende con una bella storia da raccontare, su cui gli investitori potrebbero costruire qualche castello in aria; cambiare pochissimo. Anche qui, sono convinto che per avere rendimenti alti bisogna avere spese basse”.
Lei in cosa investe?
“Il grosso è in fondi indicizzati, anche per l’obbligazionario (uso il Lehman Aggregate Bond Index Fund). Ma mi piace puntare su qualche singolo titolo. Altrimenti mi annoio”.

5 maggio 2004

Kilowatt salato? Per qualcuno è una manna

"In Italia il prezzo dell'energia è alto e resterà alto ancora per molti anni". Una iattura per i consumatori finali, ma Gianni Locatelli sorride soddisfatto a questa constatazione. Dopo una vita passata ai vertici del Sole 24 Ore, della Rai, dell'Istituto Tumori (e anche del movimento Libertà e Giustizia), oggi Locatelli punta a un futuro con la scossa come presidente della consociata italiana del gruppo Trafigura, uno dei primi trader mondiali di materie prime, sbarcata a Milano per cogliere le occasioni offerte dalla liberalizzazione del mercato dell'energia. E approfittare dei suoi prezzi stratosferici. "Ai prezzi alti - argomenta Locatelli - in Italia non c'è scampo: prima di soddisfare appieno la domanda, in forte crescita, ci vorranno molti anni, perché nessuno ha interesse a investire pesantemente nella generazione finché il mercato resterà così dominato dall'Enel e perché le autorizzazioni a nuove linee d'interconnessione con l'estero arrivano con il contagocce. Il petrolio resterà molto caro e il dollaro è destinato a salire. Così continueremo a produrre energia costosa, perché da noi manca il nucleare e in parte anche il carbone". Trafigura - società olandese specializzata nel trading di idrocarburi con un giro d'affari da 12 miliardi di dollari, una centrale operativa a Lucerna e uffici in tutto il mondo - vede nel mercato italiano una piazza molto appetitosa, poiché da noi l'energia si fa soprattutto con il petrolio e il gas. Ma lo considera soprattutto un buon trampolino per allargare ai chilovattora l'esperienza maturata nelle altre commodities. Trafigura Italia - con un giro d'affari di 165 milioni nel 2003 - compra e vende all'ingrosso anche sul mercato francese e tedesco. Importa energia in Italia da tutti i Paesi confinanti: "L'energia che ha rimesso in moto la centrale di Brindisi bloccata dal blackout - spiega Locatelli - l'abbiamo importata noi dalla Grecia". Riesce persino ad esportarla, una contraddizione in termini vista la carenza sul mercato domestico: "Dopo il blackout, quando il Grtn ridusse il carico delle importazioni dalla Svizzera - ricorda Locatelli - noi utilizzammo la linea per portare in Svizzera 250 MW di energia italiana". Vende all'ingrosso alle municipalizzate e ai grandi distributori. Al dettaglio a oltre 400 clienti idonei. E rappresenta una delle poche società indipendenti, non legate a grandi compagnie elettriche, produttori o distributori, che opererà sulla Borsa italiana dell'energia dalla fine di quest'anno. "Ma non vogliamo soltanto vendere e comprare energia come stiamo facendo adesso - precisa l'amministratore delegato Vincenzo Vadacca, ingegnere nucleare ex Ansaldo - perché nelle condizioni attuali i margini più interessanti si ottengono sulla generazione più che sul trading puro". Ecco perché Trafigura Italia ha messo mano al piccone, per costruire una piccola centrale turbogas a Gorizia in società con la municipalizzata triestina Acegas e un'altra un po' più grande a Nola, oltre a tre merchant lines d'interconnessione con la Slovenia e la Croazia. Per ora tutti i grandi investimenti successivi alla liberalizzazione si sono concentrati soprattutto sul repowering di centrali già esistenti, comperate da Enel al momento della dismissione delle tre gen.co oppure interne agli stabilimenti produttivi delle grandi industrie. Pochissimi hanno costruito centrali da zero. Trafigura lo sta facendo perché le sue centrali non saranno come tutte le altre. "La nuova struttura dei consumi elettrici, derivata dal declino del settore manifatturiero, sconsiglia la costruzione di impianti molto grandi, che sono i più lenti ad accendersi", spiega Vadacca. Piccolo è bello, per saltare agilmente di picco in picco, accendendo l'impianto quando la domanda è più forte e i prezzi volano, per spegnerlo invece nei periodi di calma. Flessibilità è la parola d'ordine in un mercato come quello italiano, l'unico in Europa dove si possa contare su picchi frequenti e costosissimi. Con appena 60 MW di potenza e una turbina d'aereo GE per partire a razzo, la centrale a gas di Gorizia (un investimento da 35 milioni) avrà un costo di generazione molto basso: 590 euro per kW contro costi oscillanti fra i 640 e gli 830 euro per le centrali dismesse da Enel. Entrerà in funzione a fine luglio. Per Nola, un investimento da 63 milioni con potenza doppia, ci vorrà più tempo: il via alla produzione è previsto per la fine dell'anno prossimo.Sulle linee d'interconnessione con Slovenia e Croazia Trafigura è ancora in attesa dell'autorizzazione da parte del Grtn, che si attende di giorno in giorno. "In questo modo - commenta Locatelli - avremo accesso a due mercati molto interessanti. Quello della Slovenia perché ha molta energia da esportare e quello della Croazia perché ha delle ottime interconnessioni con Bulgaria e Romania, grandi produttori di energia destinati a entrare ben presto nell'Unione europea". Sul fronte sloveno l'investimento da 140 milioni sarà condiviso con Terna e Acegas, mentre sul versante croato (un cavo sottomarino da altri 140 milioni) solo con Acegas e la croata Montmontaza. Bucare i confini è il sogno di tutti i trader: sul trucco di comperare a buon mercato di là per vendere a caro prezzo di qua si reggono i bilanci di diverse compagnie elettriche italiane. Peccato che i consumatori non possano fare shopping all'estero. Ancora.

3 maggio 2004

Nero, sporco e cattivo. O no?

Nero, sporco e cattivo. Fa tanto «fumo di Londra» e soffre del complesso di Kyoto. Eppure il carbone è una fonte energetica molto economica, largamente disponibile e priva di controindicazioni geopolitiche. Non a caso il suo uso è cresciuto quasi del 50% negli ultimi 25 anni, sfidando ambientalisti e luoghi comuni. In Europa il 32% dell' energia elettrica proviene dal carbone, con punte del 52% in Germania (come negli Stati Uniti), o del 40% nel Regno Unito. La Francia, che ha appena chiuso la sua ultima miniera in Lorena, fa eccezione: con un 76% di energia prodotta dal nucleare se lo può permettere. «L' Italia è l' unico Paese d' Europa che, pur non facendo ricorso al nucleare, ha una quota molto bassa di utilizzo del carbone, sul 9%», spiega Andrea Clavarino, presidente di Assocarboni e anche dell' associazione europea Euracoal. È questa anomalia, dovuta a motivi storici ma anche a pregiudizi duri a morire, una delle cause principali del caro-bolletta in Italia rispetto agli altri Paesi d' Europa. Petrolio e gas, entrambi combustibili costosi, coprono infatti il 70% del nostro fabbisogno energetico. E con la progressiva riduzione dell' olio, caro e inefficiente, la quota del metano è destinata ad aumentare: così nel 2006, mentre l' Europa continuerà a basare la propria produzione elettrica sull' accoppiata nucleare e carbone almeno al 60%, l' Italia andrà per la stessa percentuale a gas naturale, che importiamo soprattutto da Russia ed Algeria. «Al contrario del petrolio e del gas - commenta Clavarino - il carbone garantisce la sicurezza dell' approvvigionamento energetico, perché le riserve mondiali sono distribuite su oltre cento Paesi diversi, dagli Stati Uniti alla Cina, dalla Germania all' Australia, dalla Russia al Sudafrica, in concorrenza fra di loro. Non c' è il rischio di cartelli o di crisi politiche dirompenti, perché si può facilmente cambiare fornitore. Può viaggiare senza problemi perché non è esplosivo né inquinante per il suolo o per l' acqua. Se va a fondo si può addirittura recuperare senza micidiali maree oleose. E il prezzo basso unito ai minori costi di produzione lo rende veramente competitivo rispetto alle altre fonti». Secondo l' ultima rilevazione dell' Autorità per l' energia, in effetti, produrre un chilowattora di energia con il carbone costa 2,18 centesimi, con l' olio combustibile 5,51 centesimi e con il metano 6,34 centesimi. È da questo dato che l' amministratore delegato dell' Enel, Paolo Scaroni, è partito quando ha deciso di aumentare fino al 20% l' uso del carbone nella produzione di energia dell' ex monopolista. Un proposito destinato a sollevare non poche polemiche. Ma Enel, che ha sette centrali a carbone e ne sta riconvertendo un' ottava nei pressi di Civitavecchia, ha fatto i compiti a casa. «Oggi possiamo abbattere quasi completamente, con tecnologie molto sofisticate, le emissioni nocive alla salute, come l' anidride solforosa, gli ossidi di azoto e le polveri», spiega Gennaro De Michele, responsabile della ricerca Enel. Una centrale a carbone può ridurre anche del 70-80% le emissioni nocive rispetto ad una vecchia a olio. Nell' ultimo quinquennio i produttori italiani di energia hanno investito complessivamente oltre 4 miliardi di euro per l' ambientalizzazione delle centrali a carbone. «Gli inquinanti - precisa De Michele - vengono abbattuti con la combustione a stadi del carbone e con la depurazione dei fumi. Quel che non si può abbattere è l' anidride carbonica». Il carbone, quando brucia, produce quasi il doppio di anidride carbonica rispetto al metano. Il gas non è nocivo per l' uomo, ma è additato dal protocollo di Kyoto come il principale responsabile dell' effetto serra. Può essere compensato con un maggiore ricorso alle fonti rinnovabili, su cui Enel ha un piano di sviluppo da un miliardo entro il 2008. O si può cercare di sequestrarlo in depositi naturali sotterranei. Oppure si può seguire la via dell' efficienza: usando meno combustibile per gli stessi chilowattora si riducono le emissioni di CO2. L' Enel segue tutte e tre le strade. «Stiamo studiando insieme all' Istituto nazionale di vulcanologia e all' Enea - racconta De Michele - la possibilità di sequestrare l' anidride carbonica nei giacimenti petroliferi esauriti della Pianura Padana. E stiamo costruendo accanto alla centrale di Fusina (Ve), nell' Hydrogen Park di Porto Marghera, un impianto di gassificazione ad altissima efficienza per trarre l' idrogeno dal carbone». Entrerà in funzione nel giro di due anni.

26 aprile 2004

A Torino decolla l'economia all'idrogeno

L' economia all' idrogeno, tanto cara a Jeremy Rifkin, comincia a prendere forma anche in Italia. E Torino è la sua capitale. In maggio, dopo l' ultimo test fissato per venerdì prossimo, il Gruppo Torinese Trasporti metterà in circolazione il primo e unico autobus italiano all' idrogeno, che potrebbe diventare il fratello maggiore di una piccola flotta di bus puliti da utilizzare in occasione delle Olimpiadi del 2006. Poche settimane dopo, a Settimo Torinese, sarà completato il primo edificio italiano all' idrogeno: un palazzo di quattro piani dove ha sede l' Asm, la municipalizzata locale sponsor del progetto, che sarà totalmente autosufficiente e produrrà abbastanza idrogeno da alimentare anche un distributore per autoveicoli. Pianeta, la società guidata dall' ex «Mister Vitaminic» Adriano Marconetto che ha costruito questo primo impianto, conta di utilizzare il know-how acquisito per dare energia a un centro accoglienza atleti nell' ex colonia Italsider di San Sicario. Mentre all' Environment Park, il parco tecnologico della Torino verde, bollono in pentola diversi progetti per l' utilizzo dell' idrogeno nella microcogenerazione e nell' alimentazione elettrica in condizioni estreme, ad esempio sui grandi yacht della Azimut Benetti. L' ultimo nato nell' EnviPark, che ospita una sessantina di imprese con oltre 600 addetti, è HySyLab (acronimo di Hydrogen system laboratory), un centro d' eccellenza completamente dedicato all' idrogeno a cui guardano con grande interesse tutte le imprese regionali impegnate nella componentistica auto, nell' industria meccanica e nel tessile, in cerca di nuovi sbocchi per riconvertire la produzione. HySyLab, che offre alle imprese strutture e competenze molto avanzate nella filiera dell' idrogeno, è stato realizzato con un investimento iniziale di 3 milioni di euro (finanziato al 70% dai fondi strutturali europei), in collaborazione con il gruppo Sapio, specializzato nella produzione di gas industriali, con il Gruppo Torinese Trasporti e con gli enti locali, ma è un' emanazione diretta del Politecnico di Torino, dove il preside della facoltà d' Ingegneria, Francesco Profumo, anima già da anni un gruppo interdisciplinare cui partecipano una cinquantina di docenti e ricercatori attivi a vario titolo sul fronte dell' idrogeno. «Per sviluppare una tecnologia nuova come questa - spiega Profumo - c' è bisogno di fare massa, di concentrare gli sforzi e i finanziamenti, indirizzandoli poi sui tre binari paralleli della formazione, della ricerca di base e della ricerca applicata. Solo così, coinvolgendo gli enti locali e le imprese in un sistema organico, si può competere a livello internazionale». Profumo ha lanciato quest' anno un programma di dottorato sulle tecnologie dell' idrogeno finanziato dalla Regione Piemonte e il mese scorso ha firmato un accordo di collaborazione con il Berkeley Lab, il tempio californiano della ricerca in materia di energia. Ha costituito una rete regionale di laboratori in collaborazione con la grande industria, dal Centro Ricerche Fiat al Centro Ricerche Edison, passando per le Fabbricazioni Nucleari di Bosco Marengo, che produce componenti di celle a combustibile. E ha fondato HySyLab, cuore pulsante di un distretto in via di formazione. Non sorprende che da questo sistema sapientemente ramificato comincino a maturare i primi frutti. Il bus a idrogeno, che nasce da una collaborazione fra Irisbus-Iveco, Sapio, Ansaldo, Enea e Compagnie Valdotaine des Eaux sotto la direzione del Gruppo Torinese Trasporti, entrerà fin dal primo giorno in concorrenza con una flotta di trenta bus appena messa in circolazione da DaimlerChrysler in altrettante capitali europee, da Londra a Lisbona, da Madrid a Stoccolma. «Naturalmente non si tratta ancora di una tecnologia matura per lo sviluppo industriale - commenta Davide Gariglio, amministratore delegato del Gtt - ma bisogna scendere in campo per sviluppare soluzioni originali. Se si aspetta che maturi, si perde la gara prima di cominciare». «Senza contare tutta la ricerca, un bus come questo - precisa il responsabile del progetto, Armando Cocuccioni - costa due milioni di euro, contro i 220-240 mila euro di un normale bus diesel. Per renderlo competitivo, bisognerebbe abbassare i costi almeno al livello di un filobus, che costa 5-600 mila euro. Anche questo è un problema di quantità: è diverso ripartire i costi su dieci bus o su un milione». L' eco-bus ha un' autonomia di 200 chilometri e può viaggiare a 80 chilometri orari, emettendo solo qualche goccia d' acqua. Per Adriano Marconetto, pioniere della musica in rete con Vitaminic (di cui è ancora socio), e oggi dell' energia pulita, la strada è più in discesa: mentre l' idrogeno nell' automotive ci metterà probabilmente altri 10-15 anni per arrivare a maturazione, le applicazioni stazionarie di modeste dimensioni come la sua potrebbero diventare remunerative già nel giro di 4-5 anni. «Entro l' estate - assicura Marconetto - i 160 dipendenti di Asm lavoreranno in una sede autosufficiente, che trarrà energia dai pannelli solari in parte per utilizzarla direttamente e in parte per estrarre l' idrogeno dall' acqua con l' elettrolisi. L' idrogeno verrà usato nelle celle a combustibile per alimentare il palazzo quand' è buio o nuvoloso, ma potrà anche andare ad alimentare un distributore che stiamo costruendo sul posto». Pianeta, la società che ha sviluppato il progetto da poco più di un milione di euro, è controllata al 51% da Asm e per il resto è in mano a Marconetto ed Emilio Paolucci, docente di Economia al Politecnico di Torino.

22 aprile 2004

Hydrogen highway

Quando Arnold Schwarzenegger, nella sua campagna elettorale, ha dichiarato di voler realizzare stazioni di rifornimento per l'idrogeno ogni 20 miglia su tutte le autostrade della California, molti gli hanno dato del populista visionario. Ma si sbagliavano: la settimana scorsa Schwarzy ha inaugurato la prima di 200 stazioni già pianificate sulla "hydrogen highway" che attraversa lo Stato più popoloso dell'unione e prevede di completare il progetto entro il 2010. Nell'uso dell'idrogeno per autotrazione, gli Stati Uniti sono all'avanguardia. L'anno scorso il presidente George Bush ha proposto al Congresso uno stanziamento di 1,2 miliardi di dollari per accelerare la ricerca nel settore delle vetture alimentate ad idrogeno il segretario del Dipartimento per l'Energia Spencer Abraham Abraham ha precisato che i finanziamenti ammonteranno ad una cifra di 720 milioni di dollari nel corso dei prossimi cinque anni, finalizzati allo sviluppo delle infrastrutture necessarie per la produzione, stoccaggio e distribuzione di idrogeno da utilizzare in propulsori con tecnologia "Fuel cells" e generatori di corrente per uso civile. Ulteriori 500 milioni di dollari faranno parte di un programma quinquennale denominato "Freedom Car" annunciato nel 2002 e mirato alla realizzazione di veicoli a combustione tradizionale alimentati ad idrogeno. la notizia è rivoluzionaria: sono le carenze nella distribuzione, infatti, a porre i maggiori problemi alle case automobilistiche che stanno sperimentando questo nuovo carburante. I più avanzati nel campo dei prototipi sono i giapponesi: per inaugurare la prima stazione di servizio californiana, il governatore ha guidato una Honda, ma anche la Toyota ha prodotto diversi modelli. In Europa, la Bmw è stata la prima a impegnarsi sul fronte delle auto e la DaimlerChrysler sul fronte dei bus, anche se oggi un po' tutte le case stanno cominciando a lavorarci. Ma non sarà certo l'automotive il primo ambito in cui l'idrogeno sfonderà a livello di massa, perché le difficoltà tecniche da superare sono ancora molte e i costi proibitivi.

19 aprile 2004

Borsa o non Borsa, restiamo i più cari

Prezzi lievemente in calo per l' energia in queste prime due settimane di Borsa elettrica, ma pur sempre molto alti rispetto alle analoghe Borse estere, che in questo periodo si godono la tranquillità dei riscaldamenti al minimo, dei condizionatori ancora spenti e delle centrali idroelettriche al massimo della potenza. Mentre i prezzi medi dell' Ipex continuano a mantenersi attorno ai 50 euro al MWh, quelli del Nordpool (la principale Borsa mondiale dell' energia), della tedesca Eex, della francese Powernext, dell' olandese Apx e della spagnola Omel si aggirano attorno ai 30 euro. Non stupisce, in queste condizioni, che il prezzo finale al consumatore in Italia sia più alto che all' estero. La Borsa elettrica, partita all' inizio di aprile con oltre due anni di ritardo rispetto ai tempi previsti dal decreto Bersani che ha avviato la liberalizzazione, porta sul mercato italiano una trasparenza senza precedenti: oggi tutti possono conoscere il prezzo dell' energia per ognuna delle 24 ore del giorno successivo e le medie giornaliere sia aritmetica che ponderata in base ai volumi scambiati. Ma da qui a introdurre un vero e proprio regime di concorrenza, ce ne passa. Così tutti attendono l' Ipex, già in tensione a causa della carenza di energia ormai endemica nel nostro Paese, alla prova dei mesi estivi, quando è previsto un incremento della domanda per l' uso sempre più esteso dei condizionatori, in coincidenza con la riduzione fisiologica della potenza degli impianti. «La Borsa elettrica non può fare altro che rispecchiare un mercato bloccato dal punto di vista dell' offerta», commenta l' amministratore delegato dell' Ipex, Sergio Agosta. E non potrà certo impedire da sola altri blackout, anche se uno dei suoi obiettivi è proprio di incentivare gli investimenti in nuove centrali, fornendo uno sbocco sicuro alla futura produzione di energia. «L' avvio delle contrattazioni - fa notare Agosta - aiuterà a gestire i momenti critici della domanda, perché l' aumento dei prezzi indurrà i produttori a mettere sul mercato tutta l' energia che riescono a generare e gli utenti a contenere i consumi. Naturalmente potremo evitare con certezza di restare al buio solo quando aumenterà la capacità di generazione complessiva, probabilmente non prima del 2006-2007, quando verranno immessi nel sistema i 12 mila MW degli impianti attualmente in costruzione». Per ora Agosta si rallegra soprattutto della liquidità che l' Ipex è riuscita ad attirare: «Si temeva che non saremmo riusciti a catturare volumi importanti e invece ci ritroviamo a essere la prima Borsa europea (tranne quella spagnola che è obbligatoria), con una liquidità attorno al 32% ed è probabile che questo trend continui o si accresca, anche perché l' Acquirente Unico è stato molto incentivato con sconti a fare in Borsa i suoi acquisti per il mercato vincolato e quindi si procurerà qui quasi due terzi del suo fabbisogno». Ma i consumatori si attendevano dall' avvio della Borsa una maggior concorrenza fra i produttori e quindi un calo dei prezzi, non certo un aumento come sembra probabile. «Mentre i grandi consumatori possono almeno tutelarsi con i contratti bilaterali - si lamenta Marco Pierani di Altroconsumo - i clienti vincolati rischiano di restare imprigionati nel meccanismo e di doversi accollare tutti gli oneri del sistema». Il dito è puntato contro l' Enel, che controlla oltre metà della capacità di generazione in Italia. In condizioni di carenza di materia prima come queste, l' ex monopolista può fare il bello e il brutto tempo, senza alcuna possibilità di controbilanciare il suo potere di mercato. «L' Enel ha in mano le redini dei prezzi - spiega Antonio Urbano di Dynameeting, principale grossista indipendente attivo sul mercato italiano - anche perché possiede gli impianti strategici, quelli a olio combustibile, che sono i più flessibili ma anche i più costosi e quindi vengono utilizzati solo in caso di necessità, spingendo in alto le quotazioni». In altri termini, Borsa o non Borsa, nelle condizioni attuali il prezzo dell' energia in Italia lo fa l' Enel. È l' ex monopolista che decide quanto chiedere per mettere a disposizione la sua preziosa materia prima. Ed è impensabile che la società guidata da Paolo Scaroni e controllata dal Tesoro riduca i suoi margini solo per far piacere ai consumatori italiani. Per instaurare un regime più favorevole alla concorrenza ci sono solo due strade: una rapida crescita della potenza produttiva dei rivali - da Edison a Endesa, da Atel a E.On passando per la varie municipalizzate - oppure un' ulteriore ondata di dismissioni dopo quella delle prime tre Genco, già proposta a suo tempo dall' Antitrust e bocciata dal Tar del Lazio.