Pagine

30 aprile 2009

Kyoto non basta: apriamo un ombrellone nello spazio?

Ridurre le emissioni umane di CO2 non è il solo modo per combattere il riscaldamento del clima. Ci sono altri interventi possibili, che vengono comunemente chiamati geoengineering e ricadono in due grandi categorie: rimuovere attivamente l'anidride carbonica dall'atmosfera oppure riflettere i raggi del sole verso lo spazio. Uno scienziato inglese, Tim Lenton, ha studiato le diverse tecniche e misurato le loro potenzialità di raffreddamento in uno studio, riassunto nello schema qui sotto.

1. Aerosol di zolfo nella stratosfera. L'obiettivo è creare uno schermo riflettente per far passare meno radiazioni solari, come succede con le eruzioni vulcaniche di vaste dimensioni, in modo da raffreddare la Terra quel tanto necessario a controbilanciare il riscaldamento creato dall'effetto serra. Un risultato analogo si otterrebbe con schermi riflettenti messi in orbita attorno alla Terra.

2. Produzione di nuvole. Con un sistema meccanico: spruzzando acqua di mare arricchita si confezionano nuvole con un'albedo più potente, che riflettono la luce del sole. Con un sistema biologico: si aggiunge solfuro dimetile, che ha funzione aggregante nei confronti delle particelle di vapore e provoca la formazione di nubi.

3. Potenziamento dell'albedo terrestre. Ricoprire i deserti non sabbiosi, molto poco riflettenti, con un foglio di poliuretano bianco foderato di alluminio. Selezionare o ingegnerizzare piante più riflettenti e diffonderle nelle praterie o nei campi coltivati. Dipingere gli insediamenti umani con colori chiari.

4. Sequestro dell'anidride carbonica. Usando dei prodotti chimici che assorbono la CO2, si può estrarla dai fumi delle centrali o dall'aria e poi sequestrarla in depositi geologici. La separazione della CO2 è fattibile e già praticata in via sperimentale, ma il problema del sequestro non è ancora stato risolto.

5. Afforestazione e riforestazione. Il migliore deposito per la CO2 sono le piante: piantando alberi in maniera massiccia o almeno rimpiazzando le foreste danneggiate, si aumenta la quantità di anideride carbonica assorbita naturalmente dal mondo vegetale. Queste sono tecniche già praticate e riconosciute dal protocollo di Kyoto.

6. Fertilizzazione degli oceani. Aggiungendo ferro, azoto o fosforo là dove manca, si scatena la produzione di fitoplancton, che assorbe CO2 come le piante e poi la seppellisce sul fondo. Lo stesso risultato si ottiene aspirando in superficie, con una pompa, le acque profonde, molto più ricche di sostanze nutrienti.

7. Produzione di biochar. Carbonizzando gli scarti agricoli o qualsiasi altra biomassa in assenza di ossigeno, il carbonio contenuto nelle piante non si disperde nell'atmosfera come in una combustione normale, ma si fissa all'interno del biochar, che poi può essere distribuito sui campi come fertilizzante.

Venti ragioni per diffidare del geoengineering

Da uno studio del climatologo americano Alan Robock:

1. Danni ai climi regionali. Dall'eruzione dei vulcani sappiamo che l'immissione di particelle di zolfo nell'atmosfera può causare gravi siccità localizzate.

2. Danni all'ecosistema marino. L'acidificazione degli oceani distrugge le barriere coralline e il fenomeno si accentuerà assorbendo altra CO2.

3. Riduzione dell'ozono. Le particelle spruzzate nella stratosfera scatenano reazioni chimiche analoghe a quelle che sono all'origine del buco nell'ozono.

4. Danni al mondo vegetale. Meno raggi solari, meno fotosintesi clorofilliana: cosa succederebbe alle piante e alle coltivazioni ad uso alimentare?

5. Piogge acide. Spruzzando particelle di zolfo nell'atmosfera, aumenta l'acidità dell'aria mano a mano che questo materiale si depone, danneggiando l'ambiente.

6. Formazione di cirri. L'aerosol causa la formazione di cirri, che cambiano la riflettività in tutte e due le direzioni in modi che ancora non si capiscono.

7. Cieli bianchi, tramonti rossi. Come nell'Urlo di Edvard Munch, dipinto nel 1883, dopo l'eruzione del Krakatau in Indonesia. Ci mancheranno i cieli azzurri?

8. Meno sole per i pannelli. Dopo l'eruzione del Pinatubo nelle Filippine, le radiazioni solari sono calate del 35%, tagliando la produzione fotovoltaica.

9. Inquinamento dall'industria geoingegneristica. Le migliaia di aerei o di cannoni navali utilizzati per spruzzare aerosol avrebbero un enorme impatto ambientale.

10. Riscaldamento rapido se si blocca il sistema. Una crisi potrebbe interrompere un progetto geoingegneristico a metà, con il rapido annullamento dei suoi effetti.

11. Impossibile tornare indietro. Possiamo sparare particelle nell'atmosfera, ma non riprendercele se l'eruzione di molti vulcani causasse una glaciazione.

12. Errori umani. Da Chernobyl alla Exxon Valdez, sappiamo che l'uomo spesso sbaglia: possiamo giocarci il futuro della Terra affidandoci a sistemi così complessi?

13. Indebolimento della volontà di tagliare i gas serra. Se la gente scopre che la CO2 si può nascondere sotto il tappeto, smetterà d'impegnarsi nei tagli alle emissioni.

14. Costi. Gli schermi solari proposti da Roger Angel costerebbero "alcune migliaia di miliardi". Non converrebbe usarli per produrre energia pulita?

15. Controllo commerciale della tecnologia. Chi controllerebbe questi sistemi? I governi? O le aziende proprietarie dei brevetti sulle varie tecnologie?

16. Usi militari. Gli Stati Uniti allungarono la stagione dei monsoni in Vietnam per impantanare il nemico, chi ci garantisce che qualcuno non lo rifarebbe?

17. Conflitti con gli accordi in vigore. L'Environmental Modification Convention vieta l'uso di tecniche che potrebbero modificare il clima di una regione.

18. Controllo del termostato. Come faremo a mettere d'accordo i vari Paesi sul clima ideale? Se la Russia volesse un paio di gradi in più e l'India in meno?

19. Questioni di etica. Conoscendo gli effetti dei gas serra, abbiamo il diritto di continuare a emetterli? E come giudicare il diritto di controllare il clima?

20. Chi paga le conseguenze inaspettate? Gli scienziati non hanno certezze su tutte le complesse interazioni che modificano il clima. Se qualcosa va storto, chi paga?

Datemi una tonnellata di ferro e vi darò una glaciazione

"Datemi una nave cisterna piena di fertilizzante a base di ferro e vi darò una glaciazione". Questo era lo slogan di John Martin, un oceanografo americano padre della "teoria del ferro", con cui voleva disseminare le zone morte degli oceani, per scatenare una fioritura di microalghe capaci di assorbire tonnellate di anidride carbonica dall'atmosfera. L'eredità di "Iron Man", scomparso nel '93, è stata raccolta da una startup californiana, Climos, fondata da Dan Whaley, veterano di Silicon Valley, con al suo attivo la più importante transazione cash della Net Economy, quando vendette nel 2000 la sua prima creatura, GetThere, per 750 milioni di dollari. Climos, così come la startup australiana Ocean Nourishment, spera di riuscire a commercializzare la fertilizzazione degli oceani, guadagnando crediti di carbonio, analogamente a quanto succede con i progetti di riforestazione. La teoria del ferro parte dalla constatazione che già oggi il fitoplancton assorbe con la fotosintesi clorofilliana altrettanta anidride carbonica di tutte le foreste della terra. Martin, mosso dalla convinzione che il mare potrebbe aiutare l'uomo meglio della terra a rallentare il riscaldamento del clima, con i suoi studi ha aperto la strada a uno dei primi esperimenti di geoengineering mai tentati. Nel '93, pochi mesi dopo la sua morte, la Columbus Iselin arrivò in un'area del Pacifico equatoriale che i cartografi ottocenteschi chiamavano la Zona Desolata, portando con sé 23 scienziati e mezza tonnellata di solfato ferroso, che fu disseminato su 25 miglia quadrate di oceano. I risultati furono buoni, ma non ottimali: un satellite della Nasa segnalò una produzione di clorofilla notevole, ma inferiore a quella che ci si attendeva. Nel '95 si fece il bis, distribuendo il ferro più lentamente: stavolta la fioritura fu impressionante e produsse una biomassa equivalente a 100 sequoie adulte. Da allora si sono ripetuti una decina di esperimenti analoghi. L'ultimo risale al mese scorso, quando una spedizione indo-tedesca ha "fertilizzato" 300 chilometri quadrati di oceano meridionale. In questo caso la fioritura c'è stata, ma le alghe non erano quelle giuste. L'oceanografo Victor Smetacek ha spiegato che il fitoplancton è stato subito divorato dai crostacei, dimostrando che l'area prescelta non era adatta. Il trucco, infatti, sta nello scegliere aree povere di ferro ma ricche di silicio, dove crescono soprattutto diatomee, provviste di un minuscolo astuccio siliceo che le protegge dai predatori. "Il sistema è più complesso di quanto credessimo", ha commentato Smetacek, deluso. Ma i fautori della fertilizzazione non si danno per vinti e vorrebbero continuare, nonostante le critiche degli ambientalisti, preoccupati dai danni che le fioriture indotte dall'uomo potrebbero causare all'ecosistema marino.

L'aspirapolvere dell'anidride carbonica

Ripulire l'aria dalla CO2 in eccesso è sempre stato un pallino fisso della Nasa: in una navicella spaziale, troppa anidride carbonica significa morte certa per gli astronauti. Impianti "aspira CO2", dunque, esistono fin dai tempi dell'Apollo. Ma non erano mai usciti da quell'ambito. Klaus Lackner, un geofisico della Columbia, li ha tirati fuori da là e vorrebbe piantarli in giro come grandi alberi artificiali, molto più efficienti di quelli veri. Dai suoi esperimenti è nata una startup, la Global Research Technologies, di Tucson, che spera di raggiungere presto un risultato commerciale. Il primo prototipo è recentissimo e consiste in un cassone delle dimensioni di un armadio, aperto su due lati e pieno di fogli molto sottili posizionati verticalmente. I fogli sono spalmati di un composto chimico che assorbe la CO2 e "lavati" da un altro composto che la estrae per immagazzinarla. Il bilancio energetico è positivo: per estrarre una tonnellata di CO2, la macchina consuma 100 kWh di energia, corrispondenti a un'esmissione di circa 35 chili di CO2 (3,5% di una tonnallata). Lackner è convinto che si potrebbe cominciare a installarle dovunque serva dell'anidride carbonica per uso industriale: estrarla dall'aria sarebbe sempre più economico che produrla chimicamente e farla arrivare da lontano.

Si può salvare il pianeta con il lievito per dolci?

Si può combattere il riscaldamento del clima con il lievito per dolci? Joe David Jones è convinto di sì. Il fondatore di Skyonic, una startup texana, ha inventato un processo industriale chiamato SkyMine, che cattura il 90% dell'anidride carbonica emessa da qualsiasi combustione e la fissa con l'idrossido di sodio per produrre bicarbonato, utilizzato comunemente come lievito sintetico. Il suo sistema rimuove anche il 97% dei metalli pesanti e gran parte degli ossidi di zolfo e di azoto. In pratica, è un filtro dei fumi inquinanti, ma nel contempo fissa l'anidride carbonica. La prima versione pilota è già in funzione in una grossa centrale a carbone dell'utility texana Luminant. Con un sistema analogo, la GreenFuel dell'imprenditore israeliano Isaac Berzin sta ripulendo dalla CO2 i fumi dell'Arizona, ma non ci fa lievito per dolci. Quell'anidride carbonica gli serve per alimentare tonnellate di alghe, con cui produce biocarburante. Il sistema GreenFuel ha attratto l'attenzione dell'europea Aurantia, che lo sta applicando in un cementificio spagnolo. L'idea di fondo, per tutti, è sempre la stessa: perché produrre anidride carbonica sinteticamente, quando è possibile catturarla dalle emissioni delle centrali, guadagnando anche crediti di carbonio?

16 aprile 2009

Da Buster Keaton a Barack Obama: viva il treno!

«Sono invidioso dei vostri treni, perché non possiamo avere anche noi la vostra alta velocità?» Detto, fatto. Obama, che nel primo viaggio in Europa da presidente aveva espresso a cuore aperto tutta la sua invidia per i treni del Vecchio Continente, prende la bacchetta magica e tira fuori dal cappello l’alta velocità per l’Amtrak, stanziando 8 miliardi di dollari per la rivoluzione verde del sistema dei trasporti americano. «I treni ad alta velocità che collegano le città e aprono nuove opportunità economiche sono una realtà che si sviluppa da decenni - ha detto il presidente - sono stati fatti, ma non da noi: Paesi come la Francia, la Spagna, la Cina e il Giappone hanno dimostrato il successo di questo sistema di traporto». Una novità assoluta per un Paese che non ha certo il mito del treno nel suo immaginario popolare. Bisogna risalire alle scene di assalto ai treni nel selvaggio West, ai film di Buster Keaton o all’epopea degli hobo, i vagabondi senza casa cantati da Woody Guthrie e da Bob Dylan, per capire le aspirazioni visionarie di Obama. Niente James Dean e motori rombanti per Barack, niente nastri d’asfalto infiniti in mezzo al deserto, benzinai arrostiti dal sole, né Harley-Davidson da Hells Angels. La sua America è fatta di altri panorami. Come quelli che si attraversano salendo su Zephyr, il mitico treno che collega Chicago a San Francisco, passando attraverso i campi di grano del Midwest, le Rocky Mountains del Colorado e la Sierra Nevada: 2.130 miglia da percorrere, dice l’orario dell’Amtrak, in 51 ore e 20 minuti, contro le 30 ore di macchina regolamentari. Un viaggio bellissimo, ma per chi ha fretta non c’è storia. Negli Stati Uniti, oggi i treni più veloci vanno a 90 miglia (145 chilometri) all’ora. Ma ora arriva Obama: dopo il primo investimento di otto miliardi, il presidente ha spiegato che chiederà altri 5 miliardi da essere stanziati nei prossimi cinque anni. «E’ un piano realistico in due fasi - ha spiegato - la prima prevede che venga modernizzata l’attuale rete e la seconda che si provi la costruzione di nuove linee leggere». Auguri.

12 aprile 2009

Jean-Paul Fitoussi

«Non andiamo verso la catastrofe», come si temeva. Ma secondo l’economista francese Jean-Paul Fitoussi, presidente dell’Osservatorio sulla congiuntura economica, «la recessione in Europa sarà più profonda che negli Stati Uniti e il risanamento più lento».
Perché?
«E’ semplice: i governi europei non reagiscono abbastanza, mentre il governo americano sta facendo molto e rapidamente».
Si può già vedere dai numeri?
«Certamente. Nel 2008 l’economia nordamericana è cresciuta più dell’economia europea e nel 2009 l’economia europea subirà una contrazione almeno del 3%, mentre quella americana del 2% o poco più. Nel 2010 l’Europa crescerà al massimo di mezzo punto, gli Usa di un punto almeno».
Non è una novità...
«E’ vero, è sempre così. Le crisi globali cominciano negli Stati Uniti, ma poi siamo noi europei che ce le becchiamo in pieno. E le ragioni sono sempre le stesse».
Quali sono?
«I Paesi europei sono sposati, ma insistono a vivere in stanze separate. Tra i governi manca il coordinamento, per non dire che talvolta si fanno addirittura la guerra fra di loro. Ognuno sta attento solo agli interessi nazionali e nessuno tutela quelli complessivi dell’Europa. Ma siccome a livello macroeconomico gli interessi europei contano di più di quelli dei singoli Paesi, alla fine ne soffrono tutti».
Si riferisce anche alla politica monetaria?
«La Bce reagisce troppo lentamente e in maniera poco incisiva, ma mi riferisco soprattutto alla povertà degli stimoli governativi ai consumi».
Perché manca lo stimolo ai consumi?
«Nessun governo europeo vuole stimolare i consumi, perché i suoi cittadini tendono a comprare molti beni prodotti negli altri Paesi d’Europa: così lo stimolo andrebbe a finanziare l’import più che le imprese nazionali. Ma è un ragionamento miope, che invece andrebbe fatto a livello continentale: se tutti i governi stimolassero i consumi, tutti i Paesi ne trarrebbero un beneficio».
Cosa bisognerebbe fare?
«Ci vuole una gestione più coraggiosa della macroeconomia, bisogna spendere di più. Mentre gli Stati Uniti prendono provvedimenti, in Europa si aspetta l’intervento di un misterioso destino. Gli europei sono troppo prudenti, si spaventano subito per un disavanzo del 5%, ma gli Stati Uniti avranno un disavanzo del 12% e nessuno si preoccupa! Negli Usa sono stati stanziati quasi mille miliardi, in Europa solo trecento, cioè un terzo. E poi ci si chiede perché qui la recessione dura di più?»
Eppure qualche segno di ripresa si vede...
«Ma anche diversi segni di approfondimento della crisi. La disoccupazione, ad esempio, sta crescendo molto rapidamente. Causerà enormi sofferenze sociali e una ulteriore riduzione dei consumi. Se nel 2010 l’economia europea crescerà solo di mezzo punto percentuale, non sarà sufficiente a ridurre la disoccupazione. Ci vuole uno stimolo più forte per arrivare a una svolta».

10 aprile 2009

La lunga battaglia dei biocarburanti sostenibili

Bp si allea con Verenium, azienda americana molto innovativa nella sperimentazione dell'etanolo cellulosico, e con D1Oil, specializzata nella coltivazione di jatropha, una pianta oleaginosa tossica, con cui si produce biodiesel senza interferire nella catena alimentare. Shell ha sposato Iogen, che ha già un impianto dimostrativo da 700mila litri di etanolo cellulosico all'anno, non ancora a livello commerciale. Chevron si è alleata con Solazyme, pioniera californiana del biodiesel dalle alghe. E la lista delle compagnie aeree che stanno testando biocarburanti da alghe si allunga tutti i giorni: sia i motori da jet Rolls Royce che GE Aviation li usano. Cosa hanno in comune tutti questi progetti? L'obiettivo è svincolarsi dai biocarburanti di prima generazione, accusati di aver provocato uno sconquasso nei prezzi delle granaglie e di causare danni ambientali e sociali addirittura superiori all'estrazione dei combustibili fossili: vaste aree di foresta tropicale abbattute per far posto alle coltivazioni di canna da zucchero, di palma da olio o di soia, popolazioni intere spossessate dei loro terreni, specie animali e vegetali minacciate di estinzione. Ma con quali parametri un biocarburante può essere definito sostenibile? La prima società di certificazione indipendente che si è avventurata su questo terreno è la Société Générale de Surveillance, leader mondiale della certificazione con sede a Ginevra, controllata al 15% dall'Ifil. "L'attuazione di un sistema di certificazione obbligatorio sarebbe uno strumento efficace per distinguere i biocarburanti buoni da quelli cattivi - spiegano alla Sgs - ma una certificazione obbligatoria potrebbe essere considerata una barriera commerciale dalla Wto. Al momento attuale, solo una certificazione volontaria può essere presa in considerazione su larga scala". Questo distingue nettamente la certificazione di sostenibilità dei biocarburanti dai vari bollini di qualità obbligatori. Ma non ne riduce il valore. La prima fornitura di biocarburante garantito da Sgs è stata prodotta a fine 2008 da Sekab, un'azienda scandinava che copre il 90% del fabbisogno di etanolo della Svezia, dove un'auto su tre va a biofuel. Sekab ci ha messo un anno e mezzo per ottemperare a tutti i parametri necessari, lavorando con dei coltivatori brasiliani di canna da zucchero decisi a mettersi in regola con i parametri di sostenibilità. Ha scelto con attenzione le piantagioni, ha meccanizzato il raccolto e dichiara, con il sigillo di Sgs, di produrre un carburante che fa risparmiare almeno l'85% di emissioni di gas serra rispetto alla benzina. Ora diversi Paesi stanno studiando una legislazione per concedere sconti fiscali solo ai biocarburanti considerati sostenibili. L'Unione Europea ha pubblicato in gennaio le linee guida per una direttiva che dovrebbe escludere dagli sconti fiscali tutti i biocarburanti che non consentano di risparmiare almeno il 35% di emissioni di gas serra rispetto ai combustibili fossili, esaminando l'intera filiera produttiva, dal campo alla pompa. E anche gli Stati Uniti sono sulla buona strada. Ma le legislazioni allo studio taglierebbero fuori dal mercato europeo circa metà del biocarburante attualmente utilizzato, prevalentemente quello prodotto con materia prima proveniente dai Paesi in via di sviluppo, tanto che otto Paesi - dal Brasile alla Malaysia - hanno già protestato con Bruxelles. Sarà una lunga battaglia.

8 aprile 2009

No alle New Town, sì agli eco-quartieri

Una grande tragedia. Ma anche una grande opportunità. «Quella di agganciarsi al treno degli eco-quartieri, che l’Italia ormai stava perdendo». Mario Cucinella, architetto bolognese pluripremiato per i suoi progetti di case eco-sostenibili, non fa fatica a immaginare dei quartieri modello al posto delle case crollate come un castello di carte: blindati dal punto di vista della sicurezza anti-sismica, all’avanguardia sul fronte della salubrità e dei consumi energetici.
Difficile parlare di futuro davanti alle macerie, ma non si può fare a meno di immaginare una realtà nuova al posto di queste case che non hanno protetto nessuno...
«Sarà anche difficile, ma è molto urgente. Bisogna dare a queste popolazioni una soluzione rapida e sicura perché possano ricostruire la loro normalità. L’importante è non riutilizzare gli stessi materiali e gli stessi modelli edilizi che hanno portato a questo disastro. Stavolta abbiamo l’opportunità di far vedere al mondo un Paese che reagisce non solo con l’assistenza, ma con la qualità e la creatività. E’ una grande opportunità per migliorare l’immagine cialtrona dell’Italia».
Lei parla di nuovi quartieri più che di nuove città...
«Non è pensabile sradicare completamente gli abitanti di queste zone dal contesto in cui vivevano. E del resto il concetto di new town è molto superato. Quello che invece si potrebbe inserire molto bene in questo contesto sono i nuovi quartieri eco-sostenibili, che crescono come funghi in tutta Europa e in Italia mancano del tutto».
Proviamo a fare qualche esempio?
«Mi riferisco a insediamenti come BedZed, un piccolo quartiere a Sud di Londra, realizzato nei primi anni Duemila in materiali naturali e riciclati, con un ottimo bilancio energetico grazie ai pannelli fotovoltaici e alla buona esposizione. Oppure il quartiere Vauban di Friburgo, realizzato in una zona di caserme abbandonate a costi bassissimi e tutto composto da edifici passivi, che assicurano il benessere termico senza alcun impianto di riscaldamento convenzionale».
Il suo progetto di una casa da 100mila euro sarebbe adatto alle esigenze della ricostruzione?
«La mia casa da 100mila euro si costruisce in otto mesi con materiali molto leggeri, che rispondono bene alle esigenze antisismiche del luogo. Quindi soddisfa le necessità di rapidità e sicurezza delle popolazioni colpite. E’ una casa che si avvale di tutte le tecnologie disponibili per limitare i costi di costruzione senza compromettere la qualità. E’ capace di produrre energia utilizzando ogni strategia passiva e attiva per rendere l’edificio una macchina bioclimatica. Anzi, una parte dell’energia prodotta può anche essere venduta alla rete, generando un microreddito».
Potrebbe essere la soluzione ideale.. .
«Ma non è l’unica soluzione. Bisogna dare spazio alla creatività italiana per riportare alla luce un modello di convivenza che si adatti bene al nostro territorio, senza abbandonare le popolazioni colpite alla speculazione. Il grande ostacolo nei processi di ricostruzione è la burocrazia. E’ giusto abbattere le barriere burocratiche introducendo delle deroghe, ma nel contempo ci vuole una profonda regia del governo, per non lasciare questo grande compito al caso».
Se il progettista fosse lei, che cosa privilegerebbe?
«La rapidità e la qualità dei materiali».

6 aprile 2009

Il "biomassologo" non esiste

Il segmento più in espansione nel mondo delle energie verdi è quello delle bioenergie, ma in realtà non esiste ancora una figura professionale ad hoc, una specie di "biomassologo", esperto di bioenergie. Finora il mercato si è rivolto a figure ibride, al confine tra agraria, biologia e ingegneria, in grado di sviluppare competenze trasversali. Le professionalità più richieste dalle aziende dovrebbero conoscere le logiche del mercato, i principi della sostenibilità ambientale, l’ingegneria meccanica ed energetica e un po’ di agraria. In pratica, dovrebbero saper applicare i principi della termodinamica a diverse materie prime. Ma il mondo della formazione, in Italia, resta molto frammentario. Attualmente le bioenergie sono presenti nel programma di diversi corsi di studio: scienze forestali, agraria, ingegneria, la preparazione di base è così disseminata in modo trasversale su più fronti. La specializzazione, invece, viene affidata ad alcuni master. Il più attivo è il master internazionale in Bioenergia e Ambiente (Imes), organizzato dal Centro interdipartimentale di ricerca per le energie alternative e rinnovabili dell’Università di Firenze (Crear): giunto quest'anno alla sua quarta edizione, il master focalizza la sua attenzione sulle problematiche legate ai biocombustibili e alla qualità dell’aria, senza tralasciare la legislazione in materia. Si svolge in collaborazione con la Universidade Nova de Lisboa e l’attività didattica è supportata da seminari in videoconferenza con università europee e americane.Poi c'è il master in Gestione delle biomasse e dei processi per la produzione di energia, promosso dal Centro nazionale delle ricerche (Cnr), in particolare dall’Istituto di Biologia e Biotecnologia Agraria. Fra gli iscritti dell'anno scorso, il 50% ha trovato subito un impiego, mentre gli altri avevano già un'attività, cha volevano ampliare inserendo nelle loro competenze la consulenza tecnica sulle bioenergie. Le aziende del settore (soprattutto impiantistiche) contribuiscono al master con borse di studio per formazione di proprio personale. A Padova, che vanta un centro di agraria tra i più avanzati d’Italia (l’Agripolis di Legnaro), il master in Bioenergia invece non è stato più riattivato, dopo la prima edizione, per mancanza di risorse. La prima edizione era stata avviata grazie ad alcuni fondi, appartenenti al progetto nazionale ProBio che finanziava sia la formazione che per la ricerca. Oggi questi fondi non ci sono più.

5 aprile 2009

Con le biomasse energia a 4 milioni di famiglie

Sorgerà nel Galles, avrà una potenza di 300 megawatt e quando sarà completato, nel giro di un paio d'anni, sarà il più grande impianto a biomasse del mondo, capace di fornire energia a migliaia di famiglie per almeno 25 anni bruciando trucioli di legno. Malgrado le resistenze, legate a una materia prima che viene pur sempre dalle amate foreste, le biomasse sono una fonte alternativa con un bilancio neutro in termini di emissioni e rappresentano il 5% del consumo totale di energia in Europa, con punte del 10-15% in Paesi come la Finlandia, la Svezia e l'Austria. In Italia, tra i primi a crederci è stato il fondo di private equity Clessidra, guidato da Claudio Sposito. Agli inizi del 2008, è entrato con una quota del 30% nella Global Wood Holding, società registrata in Svizzera cui fa capo la Preenergy Power, che sta costruendo il mega-impianto del Galles. Al gruppo Gwh fanno capo anche una serie di società internazionali attive nella produzione forestale, agricola e proprietarie di navi, che esauriscono l'intera catena produttiva dell'energia da residui della lavorazione del legno. Nel libro soci della holding - presieduta da Fabrizio Palenzona, vice presidente di UniCredit, e guidata dall'amministratore delegato Giorgio Casnati - figurano la Sfch, società che fa capo alle famiglie italiane Costa e Bonaldi, e la Tmt Global, uno dei principali gruppi armatoriali privati del mondo, con sede a Taipei. Ma la scommessa di Sposito non è isolata. A distanza di soli dodici mesi dall'avvio del progetto Gwh, un altro gruppo, l'inglese Drax, ha avviato il più grande investimento al mondo nelle biomasse, che prevede la costruzione di 3 impianti da 300 Mw con l'obiettivo di coprire nel 2012 il 15-16% della produzione da fonti rinnovabili nel Regno Unito e circa il 2% dei consumi nazionali. Quanto all'Italia, oggi gli impianti energetici a biomasse si attestano sui 2mila MW e sono cresciuti del 10% nel 2008. Ma i dati diffusi da Itabia (Italia Biomass Association) indicano un notevole potenziale di sviluppo per questi impianti, che possono usare non soltanto legno, ma anche molti scarti delle produzioni agricole. Le biomasse disponibili nel nostro Paese, essenzialmente residui vegetali, potrebbero fornire già oggi energia, in impianti di teleriscaldamento, riscaldamento e acqua calda, per 4 milioni di abitazioni. La sola Sicilia produce circa due milioni di tonnellate di residui potenzialmente utilizzabili. Il Piemonte ne produce 1,6 milioni. La Lombardia 1,5 milioni. I nuovi incentivi del governo, che ha applicato anche alle biomasse un sistema analogo a quello del conto energia per il fotovoltaico, innalzando la tariffa da 22 a 28 centesimi per kilowattora per gli impianti inferiori a un megawatt di potenza, dovrebbero promuovere la crescita di questa fonte. L'incentivo è cumulabile con altri contributi pubblici, purché in totale non si superi il 40% del costo dell'investimento. Non a caso le centrali a biomasse si stanno moltiplicando, ma da noi restano terreno di caccia per le aziende più piccole o per la generazione diffusa. In Calabria ci sono due tra i più innovativi impianti a biomasse d'Europa, a Strongoli (con una potenza di 40 MW) e Crotone (20 MW). In Toscana, nelle Marche e in Friuli ci sono varie esperienze di paesi che utilizzano il teleriscaldamento da una centrale a biomasse. E il gruppo Maccaferri sta riconvertendo alcuni dei suoi zuccherifici alla produzione di energia da biomasse. Ma mancano i grandi impianti sul modello di Gwh o di Drax, che invece in Italia potrebbe essere di notevole interesse, per convertire a biomasse vecchie centrali ancora alimentate a gasolio, come quella di Enel a Rossano Calabro, sempre meno utilizzata per il costo spropositato del combustibile.

1 aprile 2009

Fonti rinnovabili, in Italia meglio dei Bot

Sole, vento, maree, biomasse, calore della Terra. Con il progresso scientifico e le economie di scala, le fonti rinnovabili sono sempre più efficienti e meno costose. E la corsa alla “green economy” non si arresta nemmeno davanti alla recessione globale. Anzi. I governi di Europa, Usa, Cina, Giappone puntano su questa industria nascente per farne una delle carte cruciali nei loro pacchetti di stimolo antirecessivi. L'obbiettivo, per tutti, è di sostenere un nuovo ciclo innovativo e di posti di lavoro, per il 2009 e il 2010, tale da alimentarsi da sé anche negli anni successivi, quando alcune tecnologie chiave avranno raggiunto il punto di pareggio con il costo delle fonti fossili, anche se queste ultime, secondo un diffuso consenso tra gli esperti, ritorneranno a salire nei prezzi ai primi segnali di ripresa dell'economia mondiale. L'Italia è particolarmente favorita nel cammino planetario verso l'economia a bassa intensità di carbonio: tecnologie come il fotovoltaico, il geotermico, le biomasse, l'idroelettrico e il solare termico ben si sposano con il clima italiano e uno studio di Ernst&Young ci pone tra i Paesi europei con un potenziale naturale per le rinnovabili superiore all'obiettivo da raggiungere con il Pacchetto 20-20-20. Non a caso, nel 2008 il fotovoltaico è cresciuto del 170% e l'eolico del 35%. Oggi disponiamo di un conto energia per il solare tra i più generosi al mondo e la formula della tariffa incentivata è stata recentemente estesa anche al minieolico, alle biomasse, alla geotermia e all'energia ottenuta da moto ondoso. Investire in un impianto a ritorno garantito per vent'anni, che azzera la bolletta elettrica e genera reddito, è quasi meglio che mettere i soldi nei Bot. Il recente pacchetto anticrisi ha poi confermato l'esenzione fiscale del 55% per l'efficienza energetica abitativa che, secondo l'Assistal, ha già mosso investimenti per 1,8 miliardi nel 2008 e 2,9 miliardi prevedibili quest'anno. E ci sono ancora margini per crescere. Per esempio sulle fonti di calore rinnovabili, come quelle geotermiche, l'Italia potrebbe quintuplicare. A patto di sbloccare la burocrazia. E a patto d'investire in una rete elettrica di nuova generazione. Per supportare l'instabilità delle fonti rinnovabili, ci vuole una smart grid, capace di gestire con intelligenza la generazione verde e compensarla con quella tradizionale, ottimizzando lo storage di energia - in Italia attraverso i pompaggi nei bacini idroelettrici - per metterla in rete quando più serve. Sia negli Usa che in Europa, poi, si moltiplicano le idee e i progetti per creare "autostrade elettriche" a lunga distanza, persino transcontinentali (Europa verso Africa del Nord) tramite potenti cavi a corrente continua, capaci di portare gli elettroni rinnovabili da una costa all'altra degli Usa, o dai campi eolici del Mare del Nord al Vecchio Continente, fino a farli equilibrare con quelli provenienti dalle centrali solari del Sud-Europa o persino nel deserto del Sahara. La rivoluzione verde avrà un forte impatto anche sul mercato del lavoro: il rapporto Green Jobs delle Nazioni Unite stima in 20 milioni nel mondo, mezzo milione in Italia, i lavoratori che entro il 2030 troveranno spazio nel business delle eco-energie, dall’edilizia al riciclo dei rifiuti alle vetture eco-compatibili, con un investimento globale nel settore di 630 miliardi di dollari. In Germania, per esempio, le tecnologie ambientali negli ultimi anni sono quadruplicate e hanno raggiunto il 16% della produzione industriale totale, compreso il settore automobilistico. Negli Usa le “clean technologies” sono già al terzo posto per il venture capital, dopo l’informatica e le biotecnologie, mentre in Cina il green venture capital è più che raddoppiato, raggiungendo negli ultimi anni il 19% del totale degli investimenti. Siamo ancora solo all’inizio della salita, ma già da quest’altezza, si possono vedere i vantaggi in prospettiva: se Danimarca e Germania hanno le imprese leader nell’eolico e nel solare, è solo perché l’hanno deciso oltre dieci anni fa.

28 marzo 2009

Vuoi cambiare gestore? Aspetta il Trova Offerte

Con il petrolio a 140 dollari al barile, l'estate scorsa, andavano di moda le offerte di energia elettrica a prezzo bloccato, che hanno portato ai penosi strascichi di due settimane fa, quando l'Antitrust ha distribuito oltre un milione di euro di multe a nove società elettriche, dall'Eni (260mila euro) a Enìa (95mila), passando per Enel, Acea e altre, che avrebbero indotto in errore i consumatori sull'entità degli sconti. Ora che il barile è sceso sotto i 50 dollari, le mode sono altre. Enel, ad esempio, ha appena lanciato una “tariffa scommessa”, capace di regalare ottimi sconti sull'elettricità se si è capaci di prevedere con sufficiente precisione i propri consumi medi, ma con il rischio di pagare ben di più se i consumi, nella pratica, risultano del 30-40% superiori o inferiori al previsto. L'offerta prevede tre taglie, dalla Small (100 kilowattora mensili, 12 euro al mese fissi per due anni, escluse le imposte) alla Large (300 kWh a 44 euro mensili). E' difficile, però, metterla a confronto con altre offerte correnti, finché non verrà lanciato, fra un paio di settimane, il Trova Offerte sul sito dell'Autorità dell'Energia, uno strumento che permetterà di chiarificare i termini e confrontare le offerte di energia elettrica (non di gas) presenti nella propria zona di residenza, sul modello dell'Energy Watch gestito dalla britannica Ofgem. Il servizio, che renderà consultabili sul web delle schede annuali di prezzo divise per categorie (ad esempio tutte le forniture di energia verde verranno separate dalle altre), consentirà di mettere a confronto le offerte del mercato libero con i prezzi regolamentati dall'Authority, già scesi nel primo trimestre dell'anno e presumibilmente ancora in discesa a fine marzo, dato l'andamento delle quotazioni petrolifere.

23 marzo 2009

James Lovelock, ultimo appello del profeta di Gaia

La domanda non è quella giusta. Per James Lovelock, il biofisico inglese padre della teoria di Gaia, la questione non è più come bloccare l'effetto serra, ma come attrezzarci per affrontare al meglio l'inevitabile processo di riscaldamento del pianeta, che è già in atto. "Ormai è troppo tardi per fermare questo processo", spiega flemmatico il novantenne scienziato, che da mezzo secolo dispensa previsioni dal suo laboratorio, in un antico mulino in Cornovaglia, e ha appena pubblicato il suo ultimo libro, "The Vanishing Face of Gaia" (Penguin). Lovelock, Fellow della Royal Society e del Green College di Oxford, è noto soprattutto per aver messo a punto un metodo per lo studio dei clorofluorocarburi, che ha consentito di identificarli come principali responsabili del buco nell'ozono e ha portato al bando di questi gas dall'industria del freddo. Già negli anni Sessanta, indagando per la Nasa sulle possibili forme di vita su Marte, Lovelock cominciò a rendersi conto del riscaldamento della Terra e a denunciarne le conseguenze. "Se ci fossimo mossi allora - smettendo di bruciare combustibili fossili, per bloccare subito le emissioni umane di anidride carbonica - forse avremmo potuto ottenere qualche risultato. Invece non è stato fatto nulla: malgrado Kyoto, la concentrazione di CO2 nell'atmosfera ha continuato ad aumentare. Arrivati a questo punto, non ha più senso parlare di sviluppo sostenibile. C'è un sacco di gente che viene da me per chiedermi di non dire queste cose, perché ci toglierebbero la volontà di agire. E' vero il contrario. Dire la verità sul riscaldamento del pianeta ci impone un'enorme mole di lavoro. Ma non è lo stesso lavoro che vorrebbero fare loro". Lovelock conserva fino in fondo la verve polemica di sempre. Per decenni, la sua decisione di avallare l'energia nucleare pur di combattere l'effetto serra, gli ha alienato le simpatie dei compagni ambientalisti. Ma questo non lo ha fatto recedere. Oggi, man mano che le sue previsioni sul riscaldamento del pianeta si rivelano vicine alla realtà, questa posizione attrae sempre maggiori consensi. Tranne che ormai lui stesso l'ha superata. Sembra quasi che le sue teorie nascano dalla passione per l'eresia a tutti i costi. “Neanche per idea”, ribatte reciso. “La mia principale aspirazione è vivere in pace con tutti, ma non posso impedirmi di vedere le cose che accadono”. Nella sua ultima provocazione, Lovelock sostiene che nulla potrà più impedire alla Terra di diventare largamente inabitabile e quindi non si vede l'utilità di puntare tanto sulle fonti alternative: “E' come passare il tempo a sistemare le sedie sdraio sul ponte, mentre il Titanic affonda”. Le vere emergenze, invece, sono altre: il cibo e l'acqua. "Entro la fine di questo secolo, vaste zone del pianeta diventeranno desertiche. Questo porterà a enormi migrazioni di massa verso le aree più abitabili, nelle zone artiche, dalla Groenlandia alla Siberia. L'umanità, decimata dalla fame e dalle epidemie, finirà per ridursi a un quarto di quello che è oggi, forse meno". Una catastrofe. “Veramente, mi sembra già tanto che l'umanità sopravviva. E credo che sarà così. Eventi di questo tipo sono accaduti altre volte: fra le diverse glaciazioni ci sono state delle strozzature in cui l'umanità si è ridotta a non più di duemila esemplari. Oggi è più evoluta e quindi dovrebbe esserle più facile resistere. E' la prima volta nella vita della Terra che una specie si dimostra capace di capire come funziona e perfino di modificare il corso delle cose”. I dati forniti dall'ultimo rapporto dell'Intergovernmental Panel on Climate Change – fa notare lo scienziato - coincidono sostanzialmente con le sue previsioni, dando come probabile un innalzamento della temperatura media fra 1,1 e 6,4 gradi entro la fine di questo secolo. "Siamo tutti consapevoli di cosa comporti questo per l'umanità, solo che non tutti lo dicono chiaramente". Già un aumento di due gradi - concordano i climatologi - porterebbe alla desertificazione di buona parte delle superfici coltivabili, compresa la Corn Belt americana e il Sud dell'Europa. Lo scioglimento dei ghiacciai europei e andini causerebbe gravissime siccità. “Questa è la vera emergenza: per affrontarla bisognerebbe puntare molto sul cibo sintetico, sulla desalinizzazione e sullo sviluppo di tecnologie nuove in campo alimentare”. Per Lovelock, la logica è chiara: la nostra unica possibilità di sopravvivenza non verrà dal ritorno alla natura, ma dal sempre maggiore ricorso alla tecnologia. Non a caso, dopo la pubblicazione della sua ultima fatica, il padre di Gaia si sta dedicando con entusiasmo al progetto di un viaggio nello spazio offertogli da Richard Branson, fondatore della Virgin Galactic, per il suo novantesimo compleanno, che festeggerà in luglio. “Così finalmente potrò osservare Gaia dall'esterno”, si rallegra, entusiasta delle prove in assenza di gravità a cui si sta sottoponendo.

17 marzo 2009

Produrre energia in proprio dà fiato alle imprese

Investire in un impianto a energie rinnovabili, con gli incentivi attuali, può dare dei rendimenti che vanno dall'8% del fotovoltaico al 37% delle biomasse. E' un investimento ideale per un piccolo imprenditore, sia che abbia bisogno dell'energia prodotta per far andare i suoi impianti, sia che preferisca venderla alla rete elettrica nazionale. Alessandro Nova, docente di Finanza Aziendale alla Bocconi, ha fatto un po' di calcoli e li ha messi nello studio "Investire in energie rinnovabili – La convenienza economica per le imprese", realizzato in collaborazione con Centrobanca.
Mi faccia un esempio.
"Prendiamo un piccolo impianto idroelettrico, in grado di produrre 2 milioni di kilowattora l’anno e con una vita utile di 30 anni. Un impianto così, da sempre tipico di zone molto ricche d'acqua come la Lombardia, è capace di assicurare un tasso interno di rendimento ben superiore al costo del capitale investito, sia che l’energia sia completamente utilizzata per i processi produttivi industriali, sia che parte di essa (o al limite, tutta) sia venduta alla rete nazionale. In questo tipo di investimento, nel caso del 100% di autoconsumo, il tasso interno di rendimento raggiungerebbe il 18,3%. Anche calcolando un costo del capitale alto, al 7,5%, si ottiene una rilevante generazione di valore. Il periodo di rientro dell’investimento sarebbe di 8 anni. Se invece l'energia va in rete, tutta o in parte, il rendimento scende leggermente e il periodo di rientro si allunga di un anno".
E per il fotovoltaico, che si può installare su qualsiasi capannone, o anche sul tetto di casa?
"Il fotovoltaico è un impianto molto più costoso e quindi ha periodi di rientro più lunghi, nell'ordine dei 17-19 anni, ma anche per l'energia del sole c'è un rendimento notevole, che si aggira sull'8-9%, sempre superiore al costo del capitale. Se poi si vende alla rete il rischio è nullo e quindi il finanziamento può essere anche meno caro, nell'ordine del 5%. In questo caso il rendimento aumenta al 10% o anche oltre".
Perché il rischio è nullo?
"Grazie alla legislazione vigente, la rete è obbligata a ritirare tutta l'energia rinnovabile prodotta dai privati, pagandola a un prezzo di favore giù prefissato. Si tratta di una condizione particolarmente favorevole, sempre più rara nel panorama industriale contemporaneo: di solito quando un'azienda costruisce un impianto elettrico non sa a che congiuntura andrà incontro e quindi non ha la certezza di vendere l'energia prodotta, né a che prezzo la venderà. Oggi, ad esempio, i prezzi stanno scendendo. Ma questo non penalizza in alcun modo i produttori di energia da fonti rinnovabili, che sono protetti dall'incentivazione per tutta la vita dell'impianto".
Perché il rendimento è più alto in caso di autoconsumo?
"Quando l'impresa vende a se stessa c'è anche un dato di costo evitato. L'imprenditore paga in media l'energia 12,5-13 centesimi al kilowattora, il costo più alto d'Europa, escluse le tasse che sono equivalenti per tutti. Vende l'energia alla rete per 8 centesimi al kilowattora. Se invece di venderla la consuma in casa, evita quel costo in più di 4-5 centesimi al kWh. Se questo tipo di impianti fossero più diffusi, il sistema industriale italiano recupererebbe quel gap di competitività che ora lo distanzia dalle imprese estere sul costo dell'energia".

13 marzo 2009

Green Jobs, 20 milioni di posti di lavoro

Non ci sono solo tagli all'occupazione. Le previsioni, è vero, sono negative: il numero dei disoccupati in Italia aumenta, entro fine anno potrebbero essere due milioni. Ma in questo panorama c’è chi va controcorrente: il settore dell'energia, ad esempio, con le fonti rinnovabili in pole position nelle assunzioni. L'Enel, ad esempio, ha pianificato ben tremila assunzioni nei prossimi treanni, di cui mille nel 2009. A livello globale, il mercato del "lavoro verde" è destinato a espandersi oltre il limite di 20 milioni di lavoratori entro il 2020, di cui circa mezzo milione solo in Italia. Il business delle energie verdi, secondo il rapporto delle Nazioni Unite, "Green Jobs: Towards Decent Work in a Sustainable, Low-Carbon World", avrà un impatto sostanziale sull’orizzonte professionale dei vari Paesi. Dalla filiera di produzione delle bioenergie - intese come energia ottenuta dalla combustione di biomasse o di biocarburanti - l'Onu si attende l'apporto maggiore: 12 milioni di posti di lavoro (rispetto ai 2 milioni attuali), di cui quasi 300mila in Italia. Nella fabbricazione, installazione e manutenzione di pannelli solari saranno impiegati, entro il 2020, circa 6,3 milioni di lavoratori (rispetto ai 170mila attuali). Due milioni, invece, saranno coinvolti nel settore dell’eolico (oggi 300mila). E poi c’è la strada dell’efficienza energetica nell'edilizia, del riciclaggio dei rifiuti e quella dello sviluppo di veicoli ecologici. Alla fine dell'elenco, 20 milioni di lavoratori sembra addirittura una cifra riduttiva. Così alle tute blu, ai colletti bianchi, ai colletti grigi di chi non vuole andare in pensione, alle quote rosa e alle tute arancioni degli esploratori della net economy, oggi bisogna aggiungere un colore nuovo all'arcobaleno del mercato del lavoro: quello dei "colletti verdi", che ormai si aggirano in modo trasversale in diversi settori, dall’agricoltura all’impiantistica industriale, dall’architettura a impatto zero fino al managment ambientalista. Il problema, semmai, è la mancanza di skill professionali dedicati. "Nel mondo delle energie alternative c'è molto bisogno di manodopera specializzata e di manager con un'esperienza nel settore, ma abbiamo grandi difficoltà a trovare le competenze giuste", spiega Pietro Valdes, cacciatore di teste per Michael Page, specializzato nel mondo dell'engineering. I "colletti verdi", infatti, spaziano fra diverse figure professionali, dall’ingegnere meccanico che si dedica alla progettazione di impianti a biomasse, all’operaio eolico addetto alla manutenzione delle turbine. Cresce anche il numero di aziende che assumono figure in grado di provvedere alla razionalizzazione dei consumi e all’efficienza energetica, ricoprendo il ruolo di energy manager o di esperti del riciclo. I liberi professionisti, a partire dall’agronomo fino al consulente "verde", si stanno attrezzando per riuscire a rispondere efficacemente alle esigenze del settore, con competenze specifiche. Nasce un vero e proprio sistema verde, dunque, che in alcuni casi arriva a comprendere perfino l’idraulico ambientalista, che decide di specializzarsi nelle caldaie a biogas, o l’elettricista che installa pannelli solari, abbandonando il vecchio scaldabagno. Anche fra gli artigiani, dunque, c'è chi sceglie di legare i propri affari alla diffusione delle fonti alternative.

11 marzo 2009

La crisi del gas vista da Kiev

La crisi del gas fra Russia e Ucraina è scoppiata, come al solito, all'inizio di gennaio, quando i prezzi e il costo del transito, ridiscussi ogni anno, finiscono ostaggio del clima politico tra i due Paesi. In pochi giorni, il blocco delle forniture russe mette in ginocchio mezza Europa, fortemente dipendente dal metano che arriva dai confini orientali. Il 9 gennaio Roberta Merlo, responsabile del dispacciamento del gas per Edison, è a Kiev, nella delegazione di 18 rappresentanti delle industrie del gas europee, inviata sul posto da Bruxelles per sbloccare la situazione. “La missione doveva durare pochissimo, perché tutti credevamo che appena avviato il monitoraggio, russi e ucraini si sarebbero messi d'accordo”, spiega Roberta, 38 anni, che lavora in Edison da un decennio e si è occupata soprattutto di logistica. Ma non è stato così. Le pressioni del Cremlino sulle repubbliche ex-Urss che godono ancora di un prezzo di favore per le forniture di gas, non sono uguali per tutti. E l'arbitrarietà di queste decisioni non aiuta il dialogo. Bielorussia e Armenia, rimaste fedeli a Mosca, sono ancora sussidiate dal Cremlino. L'Ucraina no. La determinazione di Gazprom di alzare il prezzo scatta, guarda caso, con la vittoria della Rivoluzione Arancione di Viktor Yushchenko, nel 2005. All'epoca l'Ucraina pagava solo 50 dollari per mille metri cubi di gas. Al rinnovo del contratto, a fine anno, la nuova richiesta di Aleksej Miller, capo di Gazprom, lascia Kiev senza fiato: 230 dollari. Il 1° gennaio 2006, davanti alle resistenze dell'interlocutore, Gazprom passa alle vie di fatto. Siamo al primo taglio delle forniture. Ma le proteste dell'Europa, che riceve l'80% del gas russo attraverso l'Ucraina, convincono Gazprom a più miti consigli: l'accordo fissa il nuovo prezzo a 95 dollari per mille metri cubi. Seconda puntata. Nel corso del 2008, il Cremlino accusa l'Ucraina, nel frattempo sull'orlo della bancarotta, di non pagare il gas. A fine anno, il dramma si ripete. Taglio delle forniture, salvo quelle destinate all'Europa. Così dice Gazprom. L'Ucraina invece sostiene di non ricevere nulla, causa la caduta di pressione nei gasdotti, che blocca completamente il flusso. In un modo o nell'altro, gli europei sono a secco. Il Cremlino accusa Kiev di “rubare” il gas destinato all'Europa. Bruxelles di mette di mezzo e manda gli osservatori. “Una volta a Kiev – racconta Roberta – abbiamo avuto accesso ai dati del traffico, in entrata al confine russo-ucraino e in uscita verso l'Europa. Non abbiamo potuto far altro che constatare che il gas non passava. Il sistema, infatti, era già sbilanciato e mancava la pressione”. Fino al 15 gennaio, non accade nulla. I colloqui politici continuano, ma l'accordo non c'è. “Dal 15 – ricorda Roberta – abbiamo avuto accesso alle richieste di transito da parte di Gazprom per il gas da inviare all'Europa, che gli ucraini respingevano, adducendo motivi tecnici”. L'accordo politico arriva il 20. “Verso le 12 – spiega Roberta – è entrato il primo gas al confine”. Già il giorno dopo tutto il sistema funziona regolarmente. Ora non resta che aspettare la terza puntata.

9 marzo 2009

Gas, una liberalizzazione finita in farsa

L'Italia consuma quasi 90 miliardi di metri cubi di metano l'anno, di cui 80 importati dall'estero. E la domanda cresce: ogni anno partono nuove centrali elettriche alimentate a gas, che nell'ultimo decennio hanno ingigantito i consumi di metano del Paese. Il fabbisogno di queste centrali inghiotte oltre il 40% di tutto il gas che arriva in Italia, i consumi civili solo il 35%. A fronte di questa crescita, le infrastrutture di approvvigionamento restano sempre le stesse. Pur con i dovuti potenziamenti, il mercato italiano continua a dipendere essenzialmente da quattro tubi, che fanno capo all'Eni: per un terzo dalla Russia, per un altro terzo dall'Algeria e per il resto dal Mare del Nord e dalla Libia. L'unica novità è il rigassificatore di Rovigo, che entrerà in funzione nel giro di un paio di mesi, con una capacità di 8 miliardi di metri cubi l'anno: un apporto notevole, in capo a Edison, che introdurrà un minimo di flessibilità e di concorrenza in un mercato sostanzialmente bloccato. Malgrado la liberalizzazione introdotta quasi dieci anni fa, infatti, per i consumatori finora si sono visti ben pochi vantaggi. Lo dimostra lo Yellow Book, uno studio sul mercato del gas naturale, realizzato dal centro di ricerca Utilitatis in collaborazione con FederUtility, la federazione delle imprese dei servizi locali. Dallo studio si evince che ben pochi utenti hanno sfruttato la libertà di cambiare operatore, semplicemente perché le differenze di prezzo sono talmente minime da non valere la pena. Il problema, dunque, sta alla fonte: l'alto costo della materia prima da Russia e Algeria, le pretese dei Comuni nei confronti dei gestori e le tasse italiane sul gas, fra le più alte d'Europa (incidono sul prezzo finale per il 31,1% contro una media Ue del 20,5%), contribuiscono a spingere in alto i prezzi, senza consentire una reale concorrenza fra gli operatori. Per un consumo standard di 1400 metri cubi all’anno, nel Lazio si spendono 1.320 euro (seguite da Sicilia e Calabria) e in Trentino 1.123 euro (seguito da Abruzzo e Basilicata). I 200 euro di differenza, spalmati nell’arco di un anno, non sono uno stimolo sufficiente per indurre i consumatori ad avviare un cambiamento di gestore, mettendo a confronto le varie offerte. In dieci anni soltanto il 3,1% degli utenti domestici ha cambiato gestore. Le cose vanno meglio per le grandi industrie, che potendo negoziare sul prezzo hanno approfittato di più (nel 35% dei casi) della libera concorrenza. Ma il tasso complessivo di cambiamento del gestore (chiamato "tasso di switch") nel mercato italiano, al 3,4%, resta comunque fra i più bassi d'Europa.Fra le cause più evidenti dei prezzi ingessati c'è il "canone" che i Comuni chiedono ai gestori, che toglie mediamente il 53% degli incassi all’operatore. I 140 esiti delle gare presi in esame dallo studio dimostrano chiaramente che nel decidere quale offerta scegliere tra quelle presentate, per i Comuni conta molto la cifra che possono incassare dal gestore (l’offerta economica pesa per il 63% della decisione e circa metà della voce è rappresentato dal valore del canone), mentre conta poco la qualità tecnica e gestionale del servizio (pesa per il 37%) e conta pochissimo il prezzo all’utente che il gestore dichiara di voler applicare (pesa appena per lo 0,5% sulll’offerta economica). Il rischio di questo meccanismo - fa notare Adolfo Spaziani, direttore generale di Federutility - è la morte della concorrenza: "Non c’è da attendersi grandi economie per i consumatori, se l’unica leva resta la competizione tra i distributori, che pesano in piccola percentuale sulla bolletta al consumatore. Solo rendendo molto più liquido il mercato del gas, attraverso la realizzazione di infrastrutture strategiche e una politica energetica europea più efficace, si potrà evitare che l’elevato costo di questo servizio sia un vincolo allo sviluppo economico".

4 marzo 2009

L'eolico fa gola anche alla mafia

Il vento non sente la crisi. Per l'eolico italiano, il 2008 è stato un anno record: con oltre 1.000 megawatt di nuova installazione e un tasso di crescita del 35%, il Belpaese ha conquistato il sesto posto come potenza cumulata (3.736 MW) nella classifica dei top ten mondiali. Con 6 miliardi e mezzo di kilowattora prodotti, pari al consumo domestico di 6,5 milioni di italiani, la produzione elettrica dell'eolico supera ormai il 2% dei consumi nazionali. In un periodo di recessione, difficile trovare performance del genere in altri settori industriali. Non a caso tutte le grandi compagnie energetiche, da Enel a Edison, passando per Sorgenia, Falck, Api, Erg e Saras, sono impegnate alla grande su questo segmento delle rinnovabili, finito recentemente anche al centro delle mire della mafia, come emerge dalla indagini siciliane, fra Palermo e Mazara del Vallo. Un episodio sinistro, che però dimostra quanto l'energia del vento stia diventando attraente, perfino per la malavita organizzata. Certamente il quadro è radicalmente mutato rispetto a qualche anno fa, quando di eolico si occupavano solo pochi idealisti. Oggi l'azienda leader del vento italiano è il gruppo britannico International Power: possiede 1.199 MW di impianti eolici, di cui 550 MW in Italia, dove alla fine del 2008 la sua quota di mercato era di poco inferiore al 15%. A seguire, con un 10% del mercato ciascuna, si trovano quasi appaiate Enel GreenPower e la Fri-EL dei fratelli altoatesini Thomas, Josef e Ernst Gostner. In particolare la Fri-EL ha avuto un notevole sviluppo nel 2008, mettendo in esercizio oltre 150 MW, per un totale di 386 MW. Seguono con il 9% Edison Energie Speciali e la Ivpc di Oreste Vigorito, uno dei pionieri del vento italiano, con oltre 1000 MW di pale in gestione, di cui più di un terzo di sua proprietà. Ma la corsa all'energia del vento è solo all'inizio e deve superare ancora molti ostacoli. Anev, Aper, Enea e Gse, che hanno diffuso i dati dell'anno passato, sottolineano il persistere di ostacoli relativi "agli iter autorizzativi e alle lungaggini necessarie per la connessione dei nuovi impianti". Per non parlare dei blocchi ricorrenti nelle regioni più ventose d'Italia, a partire dalla Sardegna. Per vedere l'autorizzazione di un parco eolico, ci vogliono in media cinque anni. Prima c'è la valutazione ambientale, poi la conferenza dei servizi, dove decine di enti devono dare il proprio assenso, infine la rilevazione anenometrica per verificare che la zona sia adatta, quando è evidente come la società proponente abbia già valutato la ventosità della posizione, altrimenti l'impianto non sarebbe remunerativo. Malgrado la crescita degli ultimi anni, quindi, la potenza eolica italiana resta un decimo di quella tedesca e un quinto di quella spagnola. Il nostro potenziale è ben lungi dall'essere esaurito. Uno studio dell'Anev calcola un potenziale di 16.200 MW installabili, escludendo le aree protette, dove le pale eoliche non possono trovare applicazioni: se il libro dei sogni venisse realizzato, il settore che oggi impiega 15mila persone, arriverebbe a 66mila addetti e coprirebbe i consumi di oltre 23 milioni di italiani. Senza contare le installazioni offshore - considerate dagli operatori l'eolico del futuro - che in Italia non sono ancora nemmeno cominciate. Sta iniziando a muoversi, invece, il mini-eolico, cui è stato recentemente esteso un meccanismo d'incentivazione simile al conto energia fotovoltaico: la tariffa, che durerà 15 anni, sarà di 30 centesimi per kWh. In Italia, per la verità, il movimento è partito prima dell'incentivazione: esistono già diversi produttori, come Ionica Impianti, Terom, Bluminipower, Siper, Ropatec e Tozzi Nord. Ma l'energia del vento, che sulla grossa taglia è ormai competitiva con le fonti fossili e presenta tassi di crescita molto attraenti, è ancora nella culla per quanto riguarda la microgenerazione. Bisognerà attendere anni per una diffusione di massa.

1 marzo 2009

Fotovoltaico, ogni anno si radoppia

Sorpresa: l'Italia dell'energia solare sta diventando attraente per gli stranieri. Questo perché, dopo il taglio in Germania e Spagna delle tariffe per l'incentivazione all'installazione degli impianti fotovoltaici, il nostro è diventato il Paese del Vecchio Continente che può contare sugli aiuti pubblici più elevati. E nonostante gli effetti della crisi, si prevede un forte aumento della potenza installata, con tassi almeno a due cifre per i prossimi cinque anni, quando già nel 2008 la crescita si è attestata al 170%, passando dai 120 megawatt di fine 2007 ai 327 di fine 2008. Per quest'anno, Gianni Silvestrini del Kyoto Club ha appena rivisto al rialzo le sue stime, prevedendo che le installazioni sorpasseranno complessivamente la soglia dei 1000 megawatt e quella dei 2000 già nel 2010. "Il consenso fra gli operatori parla di almeno altri 400 megawatt per quest'anno, ma è una stima prudenziale e quindi l'obiettivo del Kyoto Club non sembra affatto campato per aria", conferma Gualtiero Seva, responsabile per il fotovoltaico di Mitsubishi in Italia e consigliere di Assosolare. Mitsubishi è uno dei leader mondiali di celle, che produce tutte in Giappone. L'Italia è stata il primo mercato europeo dove ha insediato una filiale. "Da quando abbiamo aperto nel 2004, ogni anno raddoppiamo le vendite: così siamo arrivati a un fatturato di 80 milioni e prevediamo di raddoppiare ancora nel 2009", commenta Seva. Ha fatto scalpore, tra gli addetti ai lavori, uno studio della McKinsey che indica l'Italia, insieme alla California, come il Paese più vicino al mondo, oggi, alla "grid parity" fotovoltaica. Ovvero a quel punto di pareggio in cui una cella solare, sotto un cospicuo irraggiamento, riesce a produrre elettricità a costi uguali o persino inferiori a quelli prevalenti di mercato, modulati sulle fonti fossili. Già l'estate scorsa, sulla Borsa elettrica del Gme vi sono stati numerosi casi di richieste spot di picco diurno giunte a 50-60 centesimi per kilowattora, soddisfatte da forniture via rinnovabili. C'è da chiedersi però quanto di questo valore rimanga in Italia, andando quindi a remunerare gli investimenti delle nostre imprese e indirettamente – attraverso l'imposizione fiscale e la creazione di posti di lavoro – il denaro pubblico messo sul piatto dagli incentivi di Conto Energia (finora 50 milioni di euro). In base a uno studio dell'Energy & Strategy Group della School of Management del Politecnico di Milano, nelle tasche del Belpaese rimarrebbe poco, perché le aziende nostrane si concentrano là dove il margine è più basso (dal 7 al 17%), cioè a valle della filiera, nella distribuzione e nell'installazione degli impianti. Mentre a monte – cioè nella produzione e vendita del silicio e dei pannelli, dove i margini superano il 50% – l'import raggiunge quota 98% e il restante 2% è rappresentato da imprese estere con filiale italiana. Bisognerebbe allora concentrarsi sulla sezione a monte della filiera, dove finora si è mosso ben poco in Italia. Non esiste una produzione nazionale di silicio policristallino, la materia prima di base dei pannelli fotovoltaici. La Silfab di Franco Traverso, insieme a due investitori asiatici, punta alla creazione di un polo produttivo italiano a Borgofranco d'Ivrea, che dovrebbe partire all'inizio del 2010. E anche sulla produzione di pannelli non siamo messi molto meglio. Ora ci sta investendo Sorgenia con un impianto in Sardegna, a Villacidro. Enel ha stretto un'alleanza con la giapponese Sharp per la realizzazione di una fabbrica in Sicilia, operativa dal 2010. Il gruppo Marcegaglia sta montando uno stabilimento ad alta tecnologia nel Varesotto. L'Electrolux di Scandicci sta per essere riconvertita a questa produzione. Solarday, che sforna già i moduli, vuole entrare nella produzione di celle su vasta scala. Poi c'è chi punta sulle tecnologie più innovative: il gruppo Moncada sta investendo nella produzione di pannelli di film sottile e la Esco Energy si sta cimentando nel solare “organico”. Ma sono successi ancora tutti da vedere.