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23 ottobre 2009

Ammalati di solastalgia: ci manca il clima di una volta

I cambiamenti climatici non degradano solo il paesaggio attorno a noi, ma anche il nostro paesaggio interiore. La psiche umana è la prossima vittima del riscaldamento globale: il primo ad accorgersene è stato l'australiano Glenn Albrecht. In una ricerca condotta tra i suoi connazionali, sconvolti dalla devastante siccità che sta riducendo il continente australe a una distesa polverosa, Albrecht ha riscontrato marcati segnali di depressione e li ha messi in relazione con la scomparsa dell'ambiente naturale abituale, sofferta negli ultimi cinque anni. Nel corso del suo studio, centinaia di australiani gli hanno descritto il profondo senso di perdita scatenato dalla morte degli alberi, dai giardini inariditi e dalla sparizione degli uccelli. “Hanno l'impressione di non riconoscere più il luogo in cui vivono”, spiega Albrecht, che ha riscontrato similitudini con la depressione provata dalle popolazioni deportate forzatamente dalla loro patria d'origine. Ma in questo caso non sono gli abitanti che abbandonano la patria d'origine, è la patria che se ne va. Albrecht ha dato a questa sindrome un nome evocativo: solastalgia, contrazione di solacium e algia, una strana nostalgia di casa, di quel sollievo derivato dalla permanenza in un ambiente abituale, che oggi ci è negato pur restando a casa nostra. Gli indiani Hopi usavano la parola koyaanisqatsi per indicare il disagio causato dalla vita che si disintegra e gli Inuit dell'isola di Baffin hanno esteso al clima sempre più imprevedibile un aggettivo, uggianaqtuq, che di norma serviva per definire un amico che si comporta in modo bizzarro. Comunque la si chiami, resta il fatto che la sindrome depressiva descritta da Albrecht in un paper pubblicato da “Australasian Psychiatry” sta dando parecchio filo da torcere agli australiani. E non solo a loro. Reazioni analoghe sono state registrate nella popolazione colpita dall'uragano Katrina o dallo tsunami in Thailandia, dove le malattie mentali sono raddoppiate negli anni successivi ai due disastri. Ma il disagio per i cambiamenti climatici emerge anche lontano dai luoghi più esposti al riscaldamento globale. “Ci piace credere alla nostra immagine di freddi neo-capitalisti, nomadi e sempre interconnessi, ma in realtà il legame di base con la terra è ancora forte”, fa notare Albrecht. Non ci siamo ancora evoluti abbastanza da poter fare a meno del nostro ambiente naturale. E infatti anche fra le tribù più smaliziate del pianeta, quelle che affollano i grandi agglomerati urbani sulle due coste del Nord America, l'ansia ecologica dilaga e gli psicoterapeuti sono costretti ad attrezzarsi per far fronte al nuovo disagio. Linda Buzzell e Sarah Anne Edwards hanno fondato un'associazione dedicata, l'International Association for Ecotherpy, che propone agli stressati connazionali - colpiti da sindromi depressive e da insonnia di fronte al clima impazzito - di prendere il toro per le corna e cercare sollievo nella coscienza pulita, cambiando le abitudini antiecologiche, per rendere più sostenibile la propria vita quotidiana. Assicurano risultati entusiasmanti. Sulla stessa linea anche Lise van Susteren, nota psichiatra docente alla Georgetown University, che ha sperimentato l'ansia ecologica direttamente su se stessa, con una sindrome depressiva da cui è uscita solo recentemente, affiancando Al Gore nella sua campagna per la ratifica del protocollo di Kyoto.

20 ottobre 2009

Torna di moda anche in Italia l'impiantistica nucleare

Si torna sui banchi per prendere una specializzazione che in Italia fino a poco tempo fa non apriva alcuna prospettiva: impiantistica nucleare. Invece stavolta c'è la certezza del posto assicurato. A Genova, il nuovo master in Scienze e tecnologie degli impianti nucleari, che prende il via oggi con il test di ammissione, offre ai venti prescelti una garanzia all'80% di essere assunti subito dalle aziende partner dell'iniziativa, fra cui Ansaldo e D'Apollonia. A Pisa, il nuovo master in Tecnologie degli impianti nucleari, diretto da Giuseppe Forasassi, dà una garanzia altrettanto sicura, considerato il livello degli insegnanti: i 20 studenti che riusciranno a entrare potranno accedere facilmente alle nuove posizioni che si aprono nel settore (i termini di ammissione scadono il 30 ottobre). A Bologna, il master in Progettazione e gestione di sistemi nucleari avanzati, inaugurato l'anno scorso in collaborazione con Enel e Edison, si ripete quest'anno. E poi c'è il master storico in Tecnologie nucleari a Pavia. I candidati ideali per queste specializzazioni sono gli ingegneri nucleari usciti dai sei corsi di laurea rimasti in vita in Italia dopo lo stop al nucleare di oltre vent'anni fa: Torino, Milano, Padova, Pisa, Roma e Palermo, raggruppate nel Consorzio Interuniversitario per la Ricerca Tecnologica Nucleare. Anche nei sei corsi di laurea, che sfornano un centinaio di laureati all'anno, spira aria di boom. Il Politecnico di Milano sta investendo ben 12 milioni di euro nei nuovi laboratori nucleari in via di realizzazione alla Bovisa: un edificio di tre piani oltre a un bunker per gli esperimenti con la radioattività. Basta dare un'occhiata alla rinascita in giro per il mondo per capire da cosa dipende questo balzo. Areva ha lanciato quest'anno una campagna assunzioni per 12.000 persone e Westinghouse prevede di reclutare 1.200 persone all'anno nei prossimi 5 anni. Ma anche le prospettive di riaprire un capitolo nucleare in Italia attirano gli studenti. Ansaldo Nucleare, partner nel nuovo master di Genova, conta si assumere dai 20 ai 30 neolaureati all'anno. Il braccio atomico di Finmeccanica, con uno staff di 200 specialisti in impianti nucleari, ha un accordo con Westinghouse per condividere gli appalti di reattori AP1000 e si candida per l'altra metà della torta italiana. Sulla prima metà punta già Enel (in consorzio con Edf), che sta ricostruendo la sua squadra nucleare e ha già assorbito 150 specialisti, assegnati ai progetti in corso in Francia e in Slovacchia. “Ma in prospettiva contiamo di raddoppiare questo numero”, spiega Giancarlo Aquilanti, numero uno della nuova squadra atomica dell'Enel. Solo per partecipare alla costruzione dell'Epr (European Pressurized Reactor) a Flamanville, in Normandia, l'Enel ha piazzato una sessantina di specialisti in loco. “Questo training sul campo – precisa Aquilanti – è volto a ricreare le competenze e i profili professionali in grado di gestire l'intero ciclo di vita di un impianto, che oggi ci mancano. Ci tornerà utile per formare le squadre direttive che poi andranno a gestire le operazioni nei cantieri italiani”.

12 ottobre 2009

Il caro-bolletta e l'illusione del prezzo bloccato

L'Italia ha le bollette più salate d'Europa. Gli italiani, secondo l'ultimo rapporto dell'Ocse sul mercato dell'energia comunitario, pagano l'elettricità cinque volte più dei francesi - 200 euro al megawattora contro 40 - e molto più che in Irlanda, il secondo Paese più caro, dove il costo medio di un megawattora è pari a poco più di 120 euro. Questo divario, sostiene l'Ocse, riflette non solo le differenze nei costi di generazione dell'elettricità, dovuti al tipo di combustibile utilizzato (in Italia prevalentemente il gas, in Francia il nucleare), ma anche "la mancanza di concorrenza e di integrazione nel mercato europeo dell'elettricità, che intralcia l'esportazione dai Paesi a basso costo a quelli ad alto costo", oltre alle notevole disparità fiscali. Il divario sui costi di generazione emerge non solo con un Paese dominato dal nulceare come la Francia, ma anche con Norvegia e Austria, che pagano l'elettricità meno di 50 euro per megawattora senza il nucleare, approfittando di risorse naturali abbondanti: il petrolio del Mare del Nord e l'idroelettrico. L'energia atomica sarà invece utile, avverte l'Ocse, per ridurre le emissioni di anidride carbonica, che presto diventeranno un costo aggiuntivo. Per l'organizzazione parigina, la liberalizzazione del mercato europeo dell'energia dovrebbe essere rafforzata, anche chiedendo ai singoli Paesi la separazione completa della proprietà per le reti di trasporto dell'energia, non solamente nell'elettricità (dove l'Italia è già in linea) ma anche nel metano, tema caro al presidente dell'Authority Sandro Ortis, che si batte da anni per la separazione di Snam Rete Gas dall'Eni. Il caro-energia è particolarmente penalizzante per le aziende esportatrici, che devono competere in Europa e nel mondo con concorrenti che producono a costi più bassi. Ma anche per le famiglie che non si rassegnano a pagare bollette salate, ora è possibile fare shopping tra i vari gestori. Bisogna fare attenzione, però, a non cadere dalla padella nella brace. In Italia, fare shopping quando il prezzo del petrolio è alto non conviene, perché nel nostro mercato l'elettricità si produce principalmente bruciando gas e il prezzo del gas è ancora strettamente legato a quello del petrolio. Per poter beneficiare delle migliori tariffe sul mercato, i contratti di fornitura avrebbero dovuto essere firmati la scorsa primavera, tra febbraio e maggio. Rispetto a febbraio, per esempio, i prezzi dell'energia sul mercato libero sono più alti del 13% e del 10% per l'acquisto di metano. Non solo. E' probabile – se la ripresa economica procederà come si spera – che nei primi mesi del 2010 i prezzi salgano ancora, seguendo la curva del petrolio, che è passato da un valore medio sotto i 40 dollari al barile a febbraio, agli attuali 70. In ogni caso oggi i prezzi, pur in risalita in confronto ai minimi della primavera, sono ancora mediamente più bassi del 2-3% rispetto al 2008. Per le piccole e medie imprese, l'acquisto dell'energia non è un compito facile: la chiusura di un contratto vantaggioso è una scommessa contro il tempo, bisogna ragionare attentamente su quelli che potrebbero essere i fabbisogni, sul tasso di cambio euro-dollaro e sugli scenari futuri delle materie prime. Lo stesso vale anche per le famiglie, che prima di accedere alle varie offerte lanciate sul mercato un po' da tutti i grandi operatori, da Enel a Edison, da Eni a Sorgenia, dovrebbero fare mente locale sul fatto che le aziende di vendita non regalano nulla e se si vuole risparmiare è essenziale conoscere il mercato e scegliere il momento giusto per cambiare contratto. Chi ha approfittato dei prezzi bloccati offerti dagli operatori all'inizio di quest'anno, ad esempio, ha fatto un affare, ma accettare oggi la stessa offerta non sarebbe altrettanto vantaggioso.

8 ottobre 2009

I megawatt costano, i negawatt fanno guadagnare

I megawatt costano, i “negawatt” fanno guadagnare. Il sistema casa e il sistema uffici, dove si consuma quasi la metà del fabbisogno di energia del pianeta, è il campo dove, nei prossimi anni, si potranno realizzare i guadagni più sensibili sui consumi globali di energia. E l'efficienza energetica potrebbe essere il motore con cui far ripartire il business delle costruzioni. La ristrutturazione verde dell'Empire State Building fa scuola: il palazzo più rappresentativo di New York avrà ben presto 6.500 nuove finestre, un sistema più efficiente di illuminazione e una batteria di caldaie high-tech, che consentiranno, con un investimento di 500 milioni di dollari, di tagliare i suoi costi energetici di 5 milioni l'anno. Uno studio McKinsey valuta che con un investimento di 520 miliardi di dollari gli Stati Uniti potrebbero tagliare del 23% i consumi di energia del Paese (trasporti esclusi), il che farebbe risparmiare 1.200 miliardi all'economia americana da qui al 2020. Un taglio che, da solo, sarebbe ampiamente sufficiente per rispettare i parametri di Kyoto. Europa e Giappone sono già un po' più efficienti degli Usa, ma anche qui c'è molto da lavorare. E infatti questo tipo di interventi sono fra i pochi grandi investimenti che si stanno realizzando nel settore, come al Savoy di Londra, dove la società Evolve Energy è stata incaricata di tagliare di un terzo i consumi di energia del grande albergo. Il sogno degli efficientisti è un involucro abitativo senza dispersioni termiche, ben orientato (di solito verso Sud) e protetto da piante. L'edificio dev'essere dotato internamente di sistemi di climatizzazione a pannelli radianti, pompe di calore ad alta efficienza, pozzi geotermici di geoscambio, pannelli solari termici e fotovoltaici. E ancora di elettrodomestici di classe A+, di illuminazione con lampade a fluorescenza o meglio a led e di tutti i possibili automatismi di domotica. Come si vede, quindi, l'efficienza energetica coinvolge un'ampia gamma di settori, dai servizi ingegneristici agli elettrodomestici, dall'illuminazione all'impiantistica, con ampi spazi di manovra per la creatività individuale, allo scopo di adattare gli interventi alle esigenze del singolo. Un edificio costruito in Norvegia non avrà le stesse esigenze climatiche di un altro costruito in Sicilia e quindi ogni azienda del settore ha maggiori chance di sviluppare una specializzazione sul territorio di pertinenza. Ma il mercato globale premia chiunque sia impegnato su questo fronte, anche grazie alle prospettive aperte dagli incentivi governativi: nel primo semestre di quest'anno, i titoli degli specialisti dell'efficienza e del management energetico hanno messo a segno la performance migliore non solo rispetto al mercato, ma anche rispetto agli altri componenti degli indici di tecnologie pulite, secondo uno studio di Hsbc. Pioniere e leader in Italia di questa nuova filosofia del costruire è il metodo architettonico e insieme salone CasaClima, che si tiene ogni anno a Bolzano a fine gennaio. Ma oggi l'offerta di eco-abitabilità si sta rapidamente espandendo. Al Saie di Bologna, dal 28 al 31 ottobre, sarà esposta una parata delle proposte di giovani progettisti sul tema Low Cost & Low Energy Sustainable Housing, selezionate da Mario Cucinella, uno degli architetti italiani più impegnati sul tema della sostenibilità. Leaf House, l'edificio sperimentale a impatto zero, costruito dal gruppo marchigiano Loccioni, è un altro esempio eccellente. CasaClima (www.agenziacasaclima.it) non è solo una proposta per gli architetti attenti all'edilizia sostenibile, ma rappresenta uno standard costruttivo che assegna agli edifici una serie di classi energetiche (A,B,C...) a seconda di quanta energia consumino annualmente, proprio come avviene per i più comuni elettrodomestici. Con questo sistema tutti possono capire facilmente il “valore energetico” della propria abitazione o di quella che stanno per acquistare. Ancora più articolata è la certificazione Leed, Leadership in Energy and Environmental Design, ma ormai diffusa in 41 Paesi, compresa l'Italia (www.gbcitalia.org). Sviluppata dall'associazione americana Green Building Council, con una griglia di valutazione in 69 crediti su sei categorie, la certificazione Leed dà un voto a tutti gli aspetti che caratterizzano un edificio, dalla sua collocazione sul territorio (si può raggiungere facilmente a piedi o con i mezzi pubblici?) fino all'impiantistica interna. L'obiettivo è fornire un bollino di qualità a quegli edifici che garantiscano, con un aumento dei costi contenuto (in media +3% rispetto a un cantiere convenzionale), un ciclo vitale in grado di limitare al massimo l'impatto ambientale e il consumo di energia. La differenza, poi, la fa il mercato: un edificio certificato Leed vede crescere in media il proprio valore fino al 7,5%.

20 settembre 2009

L'auto ecologica sta per scendere in pista

Il presente dell'auto elettrica è poca cosa, per lo più confinata alle flotte aziendali e sempre come auto ibrida, che affianca a un motore elettrico quello a combustione interna. Ma le previsioni indicano una quota di mercato del 20-25% entro i prossimi 5-10 anni, di cui la metà per le auto esclusivamente ad alimentazione elettrica, quindi a emissioni zero, con batterie al litio ricaricabili inserendo una spina nella rete. L'aria nuova che tira nell'industria più devastata dalla crisi si è vista al salone di Francoforte, appena concluso, dove la sfida delle auto verdi è stata raccolta in pieno. Gran parte delle 82 prime mondiali erano ibride o 'full electric', a dimostrazione che nessuno ormai può tirarsi fuori dalla corsa all'auto pulita del futuro. I tedeschi - forti del piano del governo che punta a un milione di auto elettriche entro il 2020 e ha stanziato 500 milioni di euro per accelerare la ricerca sulle batterie - sono come sempre i primi della classe. Bmw ha lanciato le versioni ActiveHybrid di X6 e Serie 7, ma nel 2010 sarà ibrida anche la Serie 5 Pas finora mostrata come concept car. Mercedes ha risposto con le BlueHybrid S400 e Ml450, Audi con Q5 e Q7, Volkswagen con la Touareg e anche la nascente quattro porte Panamera avrà nel 2010 una versione ibrida. Tra le novità elettriche di Francoforte c'è anche un concept della Trabant, brand icona della Germania dell'Est che rinasce in versione ad impatto zero. Daimler si è anche assicurata una quota azionaria del 10% in Tesla, la regina californiana delle auto elettriche, famosa per aver conquistato il cuore di George Clooney, Matt Damon, Arnold Schwarzenegger e sbarcata recentemente in Italia grazie alla marchigiana Energy Resources. La partnership con Energy Resources, azienda leader nel settore delle fonti rinnovabili, è nata dalla convinzione che chi guida una Tesla, completamente elettrica, abbia bisogno di energia verde per ricaricarla: "Un'auto a emissioni zero può diventare ancora più pulita se anche l'energia che consuma proviene da fonti rinnovabili, per esempio grazie all'insatallazione di pannelli solari", spiegano da Energy Resources, specializzata nella progettazione e installazione di sistemi fotovoltaici, geotermici, eolici e domotici. Ma sulla diffusione dell'auto elettrica come prodotto di massa, i francesi sono molto più avanti. Carlos Ghosn a Francoforte ha lanciato la sua provocazione con una dichiarazione forte: "Stiamo investendo quattro miliardi di euro nel settore e abbiamo già stipulato oltre trenta accordi affinché l’alleanza Renault-Nissan conquisti la leadership mondiale nel campo delle auto elettriche. Prevedo che entro il 2015 il 10% della produzione auto complessiva sarà elettrica". Renault-Nissan ha esposto quattro concept 100% elettriche (di cui due derivate da Megane e Kangoo) che la casa francese immetterà a partire dal 2011 nel progetto Better Place, destinato a sperimentare l'auto elettrica, le sue modalità di gestione e di utilizzo, in Israele, Danimarca e Portogallo. Il passaggio a una vera filiera industriale, infatti, deve superare il problema dei costi e delle infrastrutture di rete. Il progetto Better Place, guidato dal guru di Silicon Valley Shai Agassi, prefigura un modello simile a quello dei telefonini: l'acquisto della macchina non comprende la batteria, che rimane di proprietà della compagnia di gestione della rete, a cui ci si affida per le ricariche o per un cambio rapido, negli appositi distributori, in caso di viaggi lunghi. Questo abbatte di molto i costi della vettura e anche il problema dell'autonomia limitata. Le batterie al litio di ultima generazione, infatti, non vanno oltre un'autonomia di 100-150 chilometri e ci mettono molte ore a ricaricarsi, per cui non consentono l'utilizzo della macchina per lunghe percorrenze. L'alternativa più interessante, prodotta sempre dai francesi della Peugeot, è la nuova minicar elettrica iOn, basata sulla Mitsubishi i-MIEV: la novità è che si tratta di una vettura ricaricabile completamente in sei ore (utilizzando una tradizionale presa di corrente a 220 volt) o all'80% in trenta minuti, grazie al sistema ricarica rapida.

16 settembre 2009

I leader del futuro? Socialmente responsabili

La notte porta consiglio. La crisi porta nuovi modelli. Dopo lo scoppio della bolla immobiliare, abbiamo scoperto che la crescita infinita dei beni non rappresenta più la soluzione di tutti i problemi. A dire la verità, c'è chi l'aveva capito già da prima: crescita sostenibile è il mantra che Bill Clinton ripete in ogni occasione della sua Clinton Global Initiative. Il Nobel per la Pace Rajendra Pachauri, presidente dell’Intergovernmental Panel on Climate Change, batte da anni sulla necessità di "pensare in verde", come anche i due guru del management Gary Hamel e Jim Collins. E lo ribadiranno nella due giorni milanese del World Business Forum, il 28-29 ottobre. Non è una novità per moltissime aziende, come le 320 selezionate dal Dow Jones Sustainability Index, in cui quest'anno sono entrate anche 11 italiane, dall'Enel a StM, da Telecom a Fiat. Un piccolo segnale di modernità per il nostro Paese, che si deve confrontare con partner internazionali come la Gran Bretagna - con 58 compagnie selezionate - o gli Stati Uniti con 50. Sono queste, secondo i profeti della sostenibilità, le forze su cui dovremo basarci per lo sviluppo futuro. "Una rivoluzione necessaria", come annuncia il titolo dell'ultimo libro di Peter Senge, il guru della "quinta disciplina" che ha elencato con precisione i casi più eclatanti di leadership nella crescita sostenibile. Senge, dal suo ufficio del Mit, cita come esempio più significativo il caso di un prodotto di estremo successo, che ha cambiato l'approccio di un intero settore: la Toyota Prius. "Quando è uscita la Prius, ero consulente di diverse aziende di Detroit e tutti i top manager che ho interpellato mi diedero la stessa interpretazione: 'E' un prodotto di nicchia'. Basavano questa idea sui gruppi di ascolto dei consumatori, a cui veniva chiesto quanto fossero disposti a pagare per un aumento di efficienza nei consumi di carburante. Erano sempre cifre minuscole. Ma le richieste latenti dei consumatori non verranno mai espresse in questi gruppi di ascolto". E quindi? "Le aziende non possono limitarsi a farsi trainare dai gusti dei consumatori, devono anche avere una funzione educativa. E' ampiamente dimostrato che i prodotti ecologicamente virtuosi diventano in breve prodotti trainanti, anche se nessuno li aveva chiesti prima. Così è successo con la Prius. Toyota non l'ha prodotta per andar dietro ai gruppi di ascolto, ma perché era convinta che le auto andassero ripensate. E ha fatto centro". L'esempio di Senge può essere esteso a molti altri settori: dai prodotti di largo consumo all'alimentare, dalle costruzioni all'abbigliamento. Questa crisi, nonostante la sua gravità, può allora essere un'opportunità per aprire davvero un dibattito sulla sostenibilità del modello di sviluppo a cui abbiamo dato vita, creando le condizioni culturali perché altre economie possano svilupparsi e per far nascere nuovi stili di gestione delle aziende. "Il credo di base dell'era industriale - fa notare Senge - consiste nel considerare il Pil la misura del progresso: che tu sia il presidente della Cina o degli Stati Uniti, se il tuo Paese non cresce sei nei guai. Ma tutti noi sappiamo che oltre un certo livello di benessere, ulteriori acquisizioni materiali non rendono la vita migliore, anzi. Così ci troviamo a praticare un modello economico di crescita ininterrotta, anche se a livello personale nessuno crede nella sua validità". E' per questo che oggi - ci dicono Rajendra Pachauri e il suo co-premiato a Stoccolma, Al Gore - serve una svolta decisa, nella costruzione di imprese, mercati e aziende decisamente orientati alla sostenibilità. E' proprio la costruzione di un futuro sostenibile, di un'economia verde, di un'impresa responsabile e una cittadinanza consapevole a fornire il quadro in cui queste aspettative si producono e si rafforzano, attraverso la costruzione del bene comune e di un'economia civile. "Una partnership più costruttiva fra il mondo degli affari e i governi è molto più efficace della predominanza dell'uno sugli altri", sostiene Clinton, che in quanto 42° presidente degli Stati Uniti, di governo se ne intende. Ma se si vuole evitare che l’adozione di obiettivi ambientali e sociali sempre più precisi e stringenti venga letta come una graduale perdita di libertà nella sfera personale, bisogna introdurre nell'opinione pubblica un radicale ribaltamento di prospettiva. Questa sarà la sfida più difficile da affrontare nei prossimi anni, per i governi e per le aziende: il problema del riscaldamento del clima, la crescita della popolazione globale e l'accesso al benessere di aree del mondo oggi depresse porranno dei fortissimi limiti alla libertà individuale di inquinare e di sprecare le risorse che abbiamo. "Lo spreco - riassume Clinton - verrà punito". I leader del futuro, quindi, dovranno impegnarsi nel comunicare l’idea che solo il rispetto degli spazi ambientali e sociali comuni può garantire ed espandere la libertà delle persone, mettendo in correlazione libertà e responsabilità, obiettivi locali e obiettivi globali, profitti aziendali e tutela del pianeta.

14 settembre 2009

La crisi fa bene agli investimenti verdi

La crisi fa bene agli investimenti verdi. Nei pacchetti di stimolo destinati a rimettere in moto l'economia globale, infatti, si trovano ben 512 miliardi di incentivi governativi destinati alle tasche di chi è impegnato sul fronte dell'energia verde, con un effetto moltiplicatore che - secondo uno studio di HSBC – potrebbe andare oltre la soglia dei 1.000 miliardi. Ricomincia a crescere da qui un settore, quello delle fonti alternative, che nei primi mesi dell'anno aveva sofferto per gli effetti delle limitazioni al credito. E le prospettive di business migliorano ancora di più se si considerano gli sviluppi del dopo-Copenhagen. La tornata di spesa pubblica verde rappresenta un'opportunità unica per questo settore: la spinta governativa, infatti, potrebbe indurre un maggior numero di cittadini a utilizzare le fonti rinnovabili e creare milioni di nuovi posti di lavoro nel business sotenibile, innescando un circolo virtuoso di crescente efficienza nello sfruttamento delle risorse che abbiamo a disposizione. La crescita del settore è dimostrata anche dall'enorme successo di tutte le manifestazione connesse: ZeroEmission Rome, la fiera di riferimento del settore, organizzata da ArtEnergy all'inizio di ottobre, ha registrato una crescita del 30%, mentre si preannuncia altrettanto vivace GreenEnergy Expo, che si terrà a Milano dal 25 al 28 novembre. Dopo quattro anni di crescita fenomenale, i nuovi investimenti globali nelle fonti pulite erano precipitati dai 41 miliardi di dollari del primo trimestre 2008 ai 13,3 miliardi del primo trimestre 2009, secondo le stime di New Energy Finance. Ma gli investitori che hanno tenuto botta e non sono usciti, hanno avuto di che rallegrarsene, data la ripresa spettacolare del secondo trimestre. Le quotazioni del New Energy Global Innovation Index, comunemente considerato il più rappresentativo del settore, sono cresciute del 36% tra il 1° aprile e il 30 giugno di quest'anno, contro una ripresa del 15% per l'S&P 500. Nel secondo trimestre, infatti, i nuovi investimenti sono quasi triplicati, a quota 36,2 miliardi di dollari. E sembrano destinati a continuare su questo ritmo. Oltre ai pacchetti governativi di stimolo all'economia, c'è stato un altro fattore importante che ha spinto in alto i nuovi investimenti: il prezzo del petrolio è raddoppiato rispetto ai minimi di febbraio, rendendo le fonti alternative di nuovo competitive rispetto ai combustibili fossili. Dal vento al sole, dai biocarburanti all'efficienza energetica, tutti gli aspetti del business verde ne hanno approfittato. Inoltre, le crescenti preoccupazioni sulla sicurezza energetica e sull'effetto serra sono destinate, secondo tutti gli esperti, ad aumentare le regolamentazioni per limitare l'utilizzo dei combustibili fossili nella produzione di energia. Ragione di più per prevedere una rapida crescita delle fonti alternative. L'energia del vento è la più competitiva e secondo il Global Wind Energy Council dovrebbe crescere in media del 22% all'anno nei prossimi cinque anni, con grandi differenze, però, a seconda delle diverse aree. L'anno scorso gli Stati Uniti, con una potenza installata di 25 gigawatt, hanno superato la Germania, che era a quota 24, diventando il più forte produttore mondiale di energia eolica. Il colosso americano, però, potrebbe ben presto essere superato dai cinesi, che oggi sono a quota 12 gigawatt ma crescono molto più rapidamente. Anche l'India e la Spagna, con 10 e 17 gigawatt di potenza installata, sono due mercati in forte crescita. L'energia del sole è molto meno competitiva, per ora, ma potrebbe riservare le potenzialità di crescita maggiori. Basti pensare al progetto Desertec, che nel giro di un decennio potrebbe rifornire il Vecchio Continente di energia solare in arrivo dal Sahara, per il 15% dei suoi consumi. Al progetto partecipano fra gli altri Deutsche Bank, Siemens, Rwe, E.on e in prospettiva potrebbero essere invitate anche imprese italiane e spagnole. Non sarà facile da realizzare, ma è il segno che il sole è pronto a fare un salto di qualità nell'economia del mondo. Germania e Spagna, per ora, sono in pole position per guidare le danze.Ma sia per il vento che per il sole le prospettive più attraenti stanno nei Paesi in via di sviluppo. La Cina, l'India e il Sud del Mediterraneo potrebbero diventare i prossimi giganti delle fonti alternative, se sapranno giocare bene le loro carte. E potrebbero attirare il grosso degli investimenti messi in moto dai pacchetti di stimolo finanziati dai contribuenti dei Paesi industrializzati.

Enel fa bingo negli Usa con la geotermia

Enel ha fatto bingo negli Stati Uniti con la geotermia, aggiundicandosi oltre 60 milioni di dollari d'incentivi nell'ambito del programma di stimolo varato dall'amministrazione Obama, finalizzato allo sviluppo delle fonti rinnovabili e alla creazione di green jobs. Gli impianti geotermici di Stillwater e Salt Wells, in Nevada, hanno ottenuto un incentivo di 61.520.872 dollari, grazie all'impatto positivo sul territorio, valutabile in oltre 4 milioni di dollari, e alla creazione di 25 posti di lavoro permanenti per i prossimi trent'anni. Inoltre i due impianti, i più grandi della loro categoria al mondo, sono stati realizzati intermente con componenti prodotte negli Stati Uniti. L'entrata in produzione di Stillwater e Salt Wells quadruplica il quantitativo di energia elettrica prodotta da Enel Green Power da fonte geotermica negli Stati Uniti, dando un contributo al raggiungimento dell'obiettivo del Nevada di realizzare il 20% della produzione da fonti rinnovabili entro il 2015.

13 settembre 2009

Il carburante biotech emerge dallo stagno

Exxon ha investito 600 milioni di dollari nella società di Craig Venter, il mappatore del genoma umano, che sta cercando di avviare una produzione di massa di biocarburanti dalle alghe. Bp lavora con DuPont. Shell con HR BioPetroleum alle Hawaii. Chevron si è alleata con Solazyme, pioniera californiana del biodiesel dalle alghe. E la lista delle compagnie aeree che stanno testando i combustibili biotech si allunga tutti i giorni, da Continental a Virgin. Le biotecnologie, che hanno sconvolto il mondo della medicina e dato una marcia in più all'agricoltura contro i parassiti, ora si stanno mettendo alla testa della rivoluzione verde nell'energia. Gli imprenditori che si occupano di biocarburanti di seconda generazione, prodotti senza interferire con la catena alimentare, attraggono miliardi di investimenti, sia dalle compagnie petrolifere che dai capitalisti di ventura. Silicon Valley si sta riconvertendo dai microchip alle acque stagnanti che brulicano di microrganismi fotovoltaici. E' proprio da quelle acque stagnanti che potrebbero nascere i protagonisti del nostro futuro energetico: batteri, cianobatteri, funghi e microalghe sono piccoli “impianti chimici” efficienti ed economici per produrre biocombustibili a basso impatto ambientale. Il caso italiano si chiama Microlife ed è nato a Padova dalla determinazione di cinque soci privati, che hanno dato vita alla prima società di biotecnologie fotosintetiche in grado di sviluppare, ingegnerizzare, costruire e condurre impianti su scala industriale per la produzione di microalghe a fini energetici. “Abbiamo un impianto pilota a Roccasecca, sul sito di una discarica molto innovativa, dove recuperiamo l'anidiride carbonica e gli ossidi di azoto, che servono per alimentare le microalghe allevate in quattro fotobioreattori”, spiega l'amministratore delegato Matteo Villa. Microlife è già stata adocchiata dall'Enea e dall'Institut Francais du Pétrole, con cui ha appena stretto un accordo di collaborazione per avviare la coltivazione di microalghe su dieci ettari di terreno, un progetto all'avanguardia in Europa. “Chiuderemo il 2009 con quattro brevetti, non solo in campo energetico, ma anche farmaceutico e alimentare”, precisa Villa. La strada battuta da Villa e compagni è molto importante, perché in tutto il mondo l'obiettivo è svincolarsi dai biocarburanti di prima generazione, che si ottengono principalmente dalla canna da zucchero, dai legumi o dai cereali, con effetti distorsivi del mercato alimentare, accusati di provocare uno sconquasso nei prezzi delle granaglie, oltre a danni ambientali e sociali addirittura superiori all'estrazione dei combustibili fossili: vaste aree di foresta tropicale abbattute per far posto alle coltivazioni di canna da zucchero, di palma da olio o di soia, popolazioni intere spossessate dei loro terreni, specie animali e vegetali minacciate di estinzione. Ma con quali parametri un biocarburante può essere definito sostenibile? La prima società di certificazione indipendente che si è avventurata su questo terreno è la Société Générale de Surveillance, leader mondiale della certificazione con sede a Ginevra, controllata al 15% dall'Ifil (presidente Sergio Marchionne). "L'attuazione di un sistema di certificazione obbligatorio sarebbe uno strumento efficace per distinguere i biocarburanti buoni da quelli cattivi - spiegano alla Sgs - ma una certificazione obbligatoria potrebbe essere considerata una barriera commerciale dalla Wto. Al momento attuale, solo una certificazione volontaria può essere presa in considerazione su larga scala". Uno strumento ancora più efficace sarebbe togliere le sovvenzioni pubbliche ai biocarburanti “cattivi”. L'Unione Europea ha pubblicato le linee guida per una direttiva che dovrebbe ottenere proprio questo, escludendo dagli sconti fiscali tutti i biocarburanti che non consentano di risparmiare almeno il 35% di emissioni di gas serra rispetto ai combustibili fossili, esaminando l'intera filiera produttiva, dal campo alla pompa. Ma la legislazione allo studio taglierebbero fuori dal mercato europeo circa metà del biocarburante attualmente utilizzato, prevalentemente quello prodotto con materia prima proveniente dai Paesi in via di sviluppo, tanto che otto Paesi - dal Brasile alla Malaysia - hanno già protestato con Bruxelles. Sarà una lunga battaglia.

22 agosto 2009

Addio alle vecchie lampadine, con qualche lacrima

Cala il sipario sulle vecchie lampadine a incandescenza. Da oggi cominciano a sparire dai negozi quelle da 100 watt in su: stop alle forniture. Dopo 130 anni di onorato servizio – da quel lontano 1879, quando Thomas Alva Edison iniziò a commercializzarle – i bulbi di vetro contenenti un filo di tungsteno stanno per uscire di scena, messi al bando sia dall’Unione Europea che dagli Stati Uniti. Il motivo è chiaro: con il loro stentato 10% di efficienza (il resto dell’energia immessa va disperso in calore), le lampadine a incandescenza sprecano troppa elettricità. La loro sostituzione con fluorescenti compatte, se fosse realizzata entro il 2015 in tutto il Vecchio Continente, porterebbe a un taglio di emissioni pari a 23 milioni di tonnellate di anidride carbonica, con un risparmio di 7 miliardi di euro. In Italia, invece, la messa al bando delle vecchie luci permetterebbe di tagliare 3 milioni di tonnellate di CO2 e di risparmiare 5,6 miliardi di kilowattora all’anno, con un beneficio di oltre un miliardo di euro ogni dodici mesi.Il nostro Paese su questo tema si era mosso prima di altri, con un articolo ad hoc della Finanziaria 2008, che prescriveva il divieto di mettere in commercio lampadine a incandescenza di qualsiasi potenza dal 1° gennaio 2011. Ma l’attuale governo ha rivisto le date per mandare in pensione l’incandescenza, adeguandole a quelle del resto d’Europa. Da oggi, quindi, cominciano a sparire le luci a incandescenza con una potenza maggiore o uguale a 100 watt, dopo un anno toccherà a quelle da 75 watt, nel 2011 alle 60 watt, fino al blocco totale nel 2016. Tra i produttori di lampadine, che nel 2008 hanno avuto un giro d’affari di 400 milioni, nessuno è contrario, anzi: la “rottamazione” dell’incandescenza a favore delle fluorescenti compatte potrebbe essere redditizia per loro. Un vecchio bulbo costa infatti un cifra non lontana da un euro contro i 7-15 euro delle luci di ultima generazione.Sono i consumatori, da un lato, e gli architetti della luce, dall’altro, a ribellarsi. Il motivo è semplice: le fluorescenti compatte saranno anche risparmiose, ma gettano sul tavolo da pranzo una pessima luce, che trasforma un’allegra cena fra amici in un funerale. Infatti nel Regno Unito, dove il governo si è mosso prima, anticipando il bando al 1° gennaio di quest’anno, i giornali gridano allo scandalo: “La grande rivolta delle lampadine”, titolava il Daily Mail a tutta pagina qualche settimana fa. E i piccoli negozi che avevano stoccato abbastanza incandescenti a 100 watt da riuscire ancora a venderle per molti mesi dopo il bando, hanno fatto affari d’oro, con file davanti alla porta per accaparrarsi i pochi bulbi rimasti, a prezzi doppi del normale. Si può star certi che la reazione degli inglesi si ripeterà nel resto d’Europa appena il divieto entrerà in vigore, come in una rappresentazione teatrale già vista.La sfida, per l’industria dell’illuminazione, sarà migliorare sempre di più questi prodotti, che però sono già migliorati tantissimo: le prime fluorescenti, qualche anno fa, facevano una luce ben peggiore, pur consentendo risparmi del 70-80% sui consumi. Non a caso l’illuminazione industriale si è già orientata in questa direzione: su circa 400 milioni di sorgenti luminose italiane, ormai più del 10% è fatta di fluorescenti a risparmio energetico. Ma c’è un paradosso: il mondo dell’illuminazione ecosostenibile, se da un lato consente di risparmiare sui consumi, dall’altro pone il problema dello smaltimento, visto che le fluorescenti contengono piccole quantità di materiali tossici come il mercurio, “che con un solo milligrammo – spiegano i ricercatori dell’Università americana di Standford – può comunque contaminare 4mila litri d’acqua”. Un problema che i produttori non si nascondono: se è vero che con queste nuove lampadine limiteremo le emissioni di anidride carbonica, è anche vero anche che da un punto di vista ambientale il loro bilancio di sostenibilità non è poi così favorevole, perché per produrle ci vogliono materiali più inquinanti. Ecco perché la scommessa è anche sulle nuove alogene, che coniugano un’ottima qualità della luce con un risparmio del 30% rispetto alle più comuni incandescenti e costano la metà delle fluorescenti. Ma i produttori puntano soprattutto sui Led, i diodi semiconduttori nati negli anni ’80, che emettono luce a partire da minuscoli chip di silicio. Peccato che oggi un 7 watt a Led, che esprime la potenza di un 35 watt, costi 30-35 euro e presenti caratteristiche d’instabilità che ne fanno una tecnologia non ancora matura per il mercato di massa.

Mario Nanni: "Decisione frettolosa e sbagliata"

"Il consumo eccessivo di energia elettrica non è dato tanto dall'utilizzo diffuso di lampadine a incandescenza, quanto dall'uso poco consapevole della luce in generale". Mario Nanni (www.marionanni.com), designer della luce e progettista romagnolo, titolare dell'azienda Viabizzuno, è uno dei più battaglieri avversari della normativa che manderà presto in soffitta le lampadine a incandescenza.
Perché?
"Sono convinto che anche in un'epoca come la nostra, in cui l'efficienza energetica è importante, ci possa essere spazio per tutte le sorgenti luminose, a patto di usare la potenza giusta per ogni ambiente e il consumo giusto in base alle necessità. E' inutile buttare via l'incandescenza a favore delle fluorescenti a basso consumo, se poi l'illuminazione non viene progettata bene, si lasciano le lampade sempre accese o se ne accendono troppe. Per non parlare del problema della qualità della luce".
E dunque?
"L'incandescenza è solo il capro espiatorio per ottenere un altro risultato, la riduzione dei consumi energetici complessivi. E' giusto: nei miei progetti, come ad esempio il Museo del Design alla Triennale, faccio molta attenzione a questo aspetto. Ma non si possono considerare solo i consumi finali, bisogna tener conto dell'intera filiera: la produzione delle fluorescenti compatte, ad esempio, implica consumi energetici notevolmente superiori e il loro smaltimento è molto più complesso e oneroso rispetto a quello delle comuni lampadine a incandescenza. Inoltre non tutti sanno che per i Led e le lampadine a ioduri metallici è necessario un alimentatore, che a sua volta consuma e quindi fa diminuire del 15% il rendimento dell'apparecchio".
Possibile che il legislatore si sia sbagliato così clamorosamente?
"Non dico questo. Ma se si vogliono tagliare le emissioni, sarebbe molto più efficace limitare per legge i consumi complessivi destinati all'illuminazione, lasciando poi al progettista la scelta delle sorgenti luminose più adatte, invece che mettere al bando una singola tecnologia".

30 luglio 2009

La rivincita di Thomas Alva: nuova vita per l'incandescenza

Europei e nordamericani sono convinti di poter fare a meno di lui, ma Thomas Alva Edison se la ride in un angolo: il De Profundis per le sua lampadine a incandescenza gli sembra prematuro. E in effetti ha ragione. Da quando il Congresso americano e la Commissione Europea hanno deciso di sostituirle con le lampadine fluorescenti, per migliorare l'efficienza dei rispettivi sistemi di illuminazione e risparmiare energia, la ricerca sull'incandescenza ha moltiplicato i suoi sforzi, producendo rapidamente una serie di risultati mai visti in 130 anni di storia. Il primo prodotto industriale derivato da questa gara all'innovazione è già sugli scaffali dei supermercati: un'alogena disegnata con la stessa forma delle lampadine tradizionali, ma del 30% più efficiente e dalla durata doppia. La nuova nata nella famiglia delle incandescenti, uscita dagli stabilimenti della Philips e della Osram, non riesce a competere, per ora, con l'efficienza delle fluorescenti, che possono ridurre il consumo di energia fino al 75% rispetto alla vecchia lampadina con il filo di tungsteno, ma rientra in una classe di efficienza destinata a sopravvivere ancora a lungo, sia in Europa che in Nord America. Almeno fino al 2016. E le novità in pipeline nei laboratori più innovativi lasciano prevedere che in breve entreranno in produzione lampadine a incandescenza del 50% più efficienti rispetto alle attuali, destinate a competere quasi ad armi pari con le fluorescenti. Quasi. Le nuove lampadine a incandescenza, infatti, hanno qualcosa che le fluorescenti non hanno: una luce calda, identica a quella emessa dai vecchi bulbi di Edison, capace di soddisfare i consumatori e gli architetti che si rifiutano di usare le fluorescenti, per evidenti motivi illuminotecnici. E non contengono mercurio. Due vantaggi di non poco conto. Non a caso la catena americana Home Depot, dov'è entrata recentemente in commercio l'Halogena Energy Saver della Philips, ha registrato in poche settimane il tutto esaurito, malgrado la nuova lampadina costi 5 dollari, dieci volte di più delle incandescenti tradizionali (ma la metà di una fluorescente). Deposition Sciences, l'azienda di Santa Rosa, in California, che ha sviluppato la tecnologia alla base delle nuove lampadine Philips, spiega così il segreto di questo successo: “Normalmente, solo una piccola porzione dell'energia immessa in una lampadina a incandescenza viene convertita in luce, mentre il resto si disperde sotto forma di calore. Noi abbiamo applicato un rivestimento riflettente alla capsula di vetro piena di gas dov'è racchiuso il filamento. Il rivestimento riflette il calore come una specie di specchio e lo rimanda indietro al filamento, che lo trasforma in luce”. In questo modo, la nuova lampadina produce la stessa quantità di luce consumando il 30% di energia in meno. E il processo continua: “Abbiamo costruito in laboratorio una trappola ancora migliore, che aumenta l'efficienza del 50%, ma non abbiamo ancora trovato un produttore disposto a lanciarla sul mercato”. Non ci metteranno molto, visto che tutte le grandi aziende produttrici di lampadine, da General Electric a Toshiba, oltre a Philips e Osram, stanno lavorando in questa direzione. La stessa direzione in cui corrono molti altri ricercatori. David Cunningham, un inventore di Los Angeles che ha già brevettato diverse innovazioni in campo illuminotecnico, sta studiano un nuovo rivestimento riflettente, che potrebbe rendere le lampadine a incandescenza più efficienti del 100%. E Chunlei Guo, un professore dell'università di Rochester, ha annunciato il mese scorso una nuova rivoluzione: la scalfittura con il laser della superficie del filamento di tungsteno, che raddoppierebbe la sua luminosità. Di qui al 2016, c'è da scommetterci, ne vedremo delle belle.

24 luglio 2009

L'energia del sole taglia il traguardo dei 500 megawatt

Tagliato il traguardo dei 500 megawatt di potenza per il fotovoltaico italiano. Il contatore del Gestore dei servizi elettrici, che indica gli impianti incentivati con il conto energia, ha dato per raggiunta quota 500 a metà giugno, per un totale di 39.753 impianti realizzati. Ma probabilmente siamo già molto oltre, perché il contatore del Gse registra le nuove installazioni con 40-50 giorni di ritardo. Se si guarda al numero di impianti, il primato lo detiene la Lombardia, ma se si considera la potenza in kilowatt, la regione leader è la Puglia. Detto in altri termini, il 25% degli impianti installati in Italia si concentra tra Lombardia e Puglia. Una volta tanto Nord e Sud riescono a camminare insieme. E se verranno superati gli ostacoli burocratici che si frappongono a ulteriori fasi di crescita del settore, il business del fotovoltaico diventerà ancora più interessante sia per il Nord che per il Sud, commentano gli esperti. Nel solo 2008, in Italia si sono registrati 338 megawatt di impianti installati (che hanno spinto il nostro Paese al quarto posto nel ranking internazionale dello scorso anno), due miliardi di euro di fatturato e la conseguente creazione di 15mila nuovi posti di lavoro.Questo risultato, sostengono gli operatori del settore, sarebbe stato ancora migliore se gli impedimenti creati dalle autorità locali per la costruzione di impianti di vaste dimensioni non avessero ritardato e bloccato progetti molto ambiziosi. Il grafico ci dice, ad esempio, che ci sono regioni come l'Emilia Romagna, il Piemonte e il Veneto, dove gli impianti sono anche più numerosi di quelli installati in Puglia, ma se si osserva la potenza complessiva si scopre che la Puglia, con un totale di 2.489 impianti, raggiunge una potenza superiore a quella dei 5.138 impianti installati in Lombardia. In Puglia, quindi, l'estensione di ogni singolo impianto è molto superiore a quella di altre regioni. Questo spesso dipende dalle resistenze di alcune amministrazioni locali nei confronti delle installazioni più grandi. Solo pochi giorni fa, gli imprenditori del fotovoltaico associati al Gifi-Anie hanno sottolineato in una nota come i ritardi nella semplificazione normativa stiano producendo un pericoloso rallentamento proprio nelle regioni più assolate ma più ostiche nella normativa: la Sicilia e la Basilicata. Il governo italiano, del resto, ha da tempo indicato l'obiettivo di raggiungere, entro il 2020, un mix energetico composto per il 50% da fonti fossili e da rinnovabili e nucleare per le due restanti quote del 25%. Quindi ha tutto l'interesse a spingere sull'acceleratore. Oggi la quota di rinnovabili si aggira intorno al 16%. In pratica, per raggiungere lobiettivo del governo, nei prossimi anni si dovranno installare oltre 20mila megawatt di nuovi impianti, il che vuol dire investire qualcosa come 40 miliardi di euro. Per raggiungere il target europeo, che è addirittura superiore, l'investimento lieviterà ulteriormente. Per tradurre in realtà questi obiettivi d'investimento, che le aziende del settore di dicono disponibili a sostenere, occorrono una serie di condizioni, prima tra tutte semplificazione e affidabilità nel tempo della normativa, essenziale per un business con tempi di ritorno decennali. Nell'immediato, quindi, si lavora all'approvazione delle linee guida nazionali per il procedimento di autorizzazione unica, in modo da superare le frammentazioni regionali. Il ministero dello Sviluppo Economico ha appena prodotto una bozza del provvedimento, che è attualmente all'esame delle organizzazioni di settore. Le nuove procedure, stando alla bozza, ruoteranno attorno al principio dell'autorizzazione unica e del silenzio-assenso da parte della Regione e della Provincia interessata. Il punto più problematico, contestato dalle associazioni di settore, è "l’invasione di campo del ministero dei Beni Culturali", la cui partecipazione è prevista in tutti i procedimenti di autorizzazione unica, anche quando i progetti non ricadono in aree vincolate. Altro nodo irrisolto è proprio quello della dimensione degli impianti: la bozza del ministero, infatti, esclude gli impianti superiori ai 20 kilowatt di potenza. Osserva Assosolare: "Ci pare limitativo escludere l’autorizzazione unica unicamente con il criterio delle dimensioni dell’impianto, posto che per altre rinnovabili il tetto è ben superiore".

21 luglio 2009

Gli investimenti nell'energia pulita resistono alla crisi

Sicurezza energetica e minore dipendenza dall'estero. Salvaguardia ambientale. Ma anche buoni affari: il business dell'energia pulita, in tempi di crisi, viene ormai indicato come settore anticiclico che può rappresentare la base e l'opportunità per un nuovo modello di sviluppo economico. Non a caso gli investimenti nelle fonti rinnovabili si sono moltiplicati per quattro dal 2004 al 2008 e l'anno scorso hanno superato per la prima volta quelli nelle fonti tradizionali. È il ritratto di un mondo avviato decisamente sulla strada del low-carbon quello che emerge dall’ultimo report dell'Unep (United Nations Environment Program) sugli investimenti nel settore. Le fonti pulite hanno attirato nel 2008 capitali per 140 miliardi di dollari, contro i 110 delle fonti tradizionali. Nonostante la crisi, il giro d’affari delle energie pulite non ha interrotto la sua crescita, registrando un +5% rispetto al 2007, anche se gli investimenti hanno visto un calo del 17% dal primo al secondo semestre. La frenata si è fatta sentire anche nel primo trimestre del 2009, ma i dati sul secondo trimestre, appena diffusi da New Energy Finance, dimostrano che la battuta d'arresto per le rinnovabili è durata giusto lo spazio d'un mattino: con 24,3 miliardi di dollari investiti da aprile a giugno, il settore può considerarsi già in ripresa. E' un terzo in meno rispetto ai 36,2 miliardi di un anno fa, ma ben l’82% in più rispetto ai 13,3 miliardi del primo trimestre. Una ripresa che si è sentita più forte al di qua dell’oceano, in Europa, Africa e Medio Oriente. Qui - complice anche l’approvazione di alcuni maxi progetti come quello eolico off-shore del London Array - questo secondo trimestre 2009 è stato il più fruttuoso di sempre, con 14,4 miliardi di dollari investiti nelle fonti pulite. Meno investimenti invece negli Usa, dove il low-carbon ha raccolto capitali per soli 1,6 miliardi di dollari, il 66% in meno rispetto all’anno scorso. Ma qui si tratta solo di aspettare un po': gli investimenti sono rimasti congelati, in attesa che il Dipartemento del Tesoro e quello dell’Energia rendano note le nuove regole per i fondi di garanzia, cosa che dovrebbe avvenire nel mese in corso. Insomma, il settore delle rinnovabili è sulla buona strada per superare questa battuta d'arresto. "Ma non è ancora il caso di festeggiare", sottolinea Michael Liebreich, direttore di New Energy Finance. Secondo gli analisti, a fine 2009 gli investimenti del settore arriveranno al massimo a 115 miliardi di dollari, contro i 140 del 2008, anno record. Nel 2008, infatti, su un totale di 250 miliardi di dollari investiti complessivamente in energia, 35 miliardi sono andati a grandi progetti idroelettrici e 105 miliardi è andato alle tecnologie solari, eolico, mini-idroelettrico, biomasse e geotermia. L’eolico si è confermato il settore in cui si investe di più a livello assoluto: 51 miliardi di dollari e una crescita dell’1% rispetto al 2007, mentre il solare è la fonte che è cresciuta maggiormente in quanto a investimenti: +49%, per un totale di 33,5 miliardi di dollari. Crescita esponenziale anche degli investimenti in geotermia +149% per 1,3 gigawatt di nuova capacità installata, mentre l’unica fonte rinnovabile in cui gli investimenti sono diminuiti sono i biocarburanti: -9% a 16,9 miliardi di dollari.Il futuro degli investimenti nell’energia pulita, sottolinea il rapporto dell'Unep, dipende soprattutto dai pacchetti di stimolo e dal prossimo accordo internazionale sul clima. Per una ripresa economica sostenibile, dal 2009 al 2011 nel mondo si dovrebbero stanziare almeno 750 miliardi di dollari, cioè l’1% del prodotto interno lordo mondiale o il 37% del totale delle misure anticrisi adottate dai vari Paesi. "Ma il più grande pacchetto stimolo per le rinnovabili – ha sottolineato Achim Steiner, direttore dell’Unep, nel presentare il rapporto – può arrivare dal vertice sul clima di Copenhagen. È lì che i governi devono chiudere un accordo che porti certezze ai mercati della CO2 e che possa dare il via a investimenti trasformativi nelle tecnologie pulite ed efficienti".

19 luglio 2009

Rinascita nucleare? Location, location, location...

Rinascita nucleare. E' la parola d'ordine lanciata a livello globale dall'Economist nel 2007, la stessa ripresa dal Ddl Sviluppo appena approvato dal Senato italiano. Ora ci sono 45 reattori in costruzione in giro per il mondo, mentre nel nostro Paese il governo si è dato sei mesi per decidere dove mettere le nuove centrali e il sito di stoccaggio delle scorie. Ma emergono subito i primi ostacoli. In Europa, il primo reattore di terza generazione, in costruzione in Finlandia, subisce un ritardo dopo l'altro. In Italia, la collocazione delle centrali non sarà affatto semplice. Dopo una prima apertura, sia il presidente veneto Giancarlo Galan che il siciliano Raffaele Lombardo, si sono fatti più cauti. Il Veneto ne parlerà solo dopo una dettagliata anamnesi tecnico-scientifica e la Sicilia si appellerà in ogni caso a un referendum popolare. Gli esperti, intanto, puntano il dito su Montalto di Castro, al confine tra Lazio e Toscana, come primo sito da prendere in considerazione: lì stava sorgendo l'ultima centrale nulceare italiana, mai terminata a causa dello stop all'atomo dopo il referendum dell'86 e poi riconvertita dall'Enel alla tecnologia policombustibile, ora datata e antieconomica. Sul problema stanno lavorando i dieci "saggi" incaricati dal governo, da Adriano De Maio a Luigi De Paoli, da Giuseppe De Rita ad Alberto Lina. Vedremo che cosa ci diranno. Nell'attesa, sono le imprese interessate a esporsi di più. A2A, insieme a Edison, è fra le più attive. "In Italia esistono le condizioni per una ripresa - spiega Silvio Bosetti, direttore di EnergyLab e molto vicino a Giuliano Zuccoli, oltre che a.d. delle ex municipalizzate di Como e Monza - ma occorre che queste siano concretizzate attraverso immediate, intelligenti e ponderate azioni di governance del sistema: integrare l’assetto normativo e legislativo, costituire l’Agenzia per la sicurezza, gestire le ricadute sul mercato elettrico, garantire i profili di competitività, allinearsi negli accordi internazionali sulle tecnologie e sulla gestione del ciclo dei rifiuti, favorire la diffusione e crescita delle competenze, aprire e garantire opportunità per l’industria e l’ingegneria nazionale, facilitare un'adeguata attività di divulgazione pubblica e individuare delle compensazioni per il territorio". Come dire, bisogna ricostruire un sistema industriale che non c'è più. Ma il punto più dolente sono gli aspetti economico-finanziari. Se serviranno, come dicono gli analisti, almeno 10 reattori per centrare l'obiettivo del 25% di produzione elettrica tracciato dal governo, chi li finanzierà? E con quali effettive convenienze per gli investitori? "Per gli aspetti economici - fa notare Bosetti - sono disponibili i primi studi, che documentano la percorribilità degli investimenti e la competitività del kilowattora da fonte nucleare con quello prodotto da altre fonti, in particolare dalle centrali a combustibile fossile. Gli operatori industriali europei sono pronti a entrare sul mercato nazionale. Il recente accordo tra Enel e Edf apre sicuramente la strada, con la presenza annunciata del maggior player mondiale del settore". Il credit crunch, però, non aiuta. "Altro discorso riguarda l’impegno finanziario, essendo iniziative di investimento ad altissima intensità di capitale. Qui occorre un approccio adeguato ai finanziamenti, che sono oggettivamente ingenti. Il costo del denaro è una variabile molto significativa e determinante i risultati degli investimenti. Un possibile modello economico e industriale è quello dei consorzi, un modello utile anche a valorizzare le principali aziende energetiche locali (Acea, A2A, Hera, Iride...) così come già accade in Finlandia o Germania". In pratica, le municipalizzate lombarde vorrebbero replicare il modello seguito in Finlandia, dove si è costituita una società senza scopo di lucro, la Tvo, per costruire la nuova centrale di Olkiluoto. La Tvo è un consorzio fra sessanta azionisti, operatori elettrici e industriali della carta, che si sono impegnati a ritirare a prezzo di costo tutta l'energia prodotta, per soddisfare il proprio fabbisogno. Così hanno abbattuto il rischio di mercato e sono riusciti a farsi finanziare l'investimento dalle banche all'80%, con un tasso molto contenuto. Ma anche lassù non tutto sta filando liscio, tanto che l'entrata in funzione della centrale continua a slittare. Ora si parla, forse, del 2012.

16 luglio 2009

Prezzi ai minimi, ma dietro l'angolo è in arrivo lo shock

La crisi attanaglia le imprese, calano i consumi di energia, si riduce il prezzo del kilowattora. A giugno la quantità di energia elettrica richiesta in Italia, pari a 26,3 miliardi di kilowattora, è calata del 7,6% rispetto ai volumi richiesti a giugno dell'anno precedente. Un calo in linea con quelli registrati nei mesi precedenti: -7,3% a maggio, -8,8% ad aprile, -9% a marzo e via così. Nel primo semestre del 2009, il fabbisogno complessivo di energia elettrica ha registrato un calo dell'8,2% rispetto allo stesso periodo del 2008. Di conseguenza, scende ancora il prezzo di acquisto dell'elettricità, scambiata in media a 51,82 euro al megawattora, l'11,4% in meno rispetto al mese precedente. Si tratta dell'ottavo calo congiunturale consecutivo e porta il prezzo vicino al minimo storico. Dividendo per tecnologie, però, si nota una crescita delle vendite per l'energia prodotta da fonti verdi (eolico +42,4% e idroelettrico +9,5%), mentre perdono terreno gli impianti termoelettrici e i cicli combinati a gas (rispettivamente -19% e -24,4%). Così va anche nel resto del mondo e, per adesso, gli utenti si fregano le mani. Ma il grande guaio - ammoniscono gli analisti dell'Agenzia internazionale per l'energia - potrebbe venire, paradossalmente, dopo. Sotto forma di una crisi energetica da rimbalzo, che potrebbe mettere al tappeto le ambizioni di nuova crescita. Il fenomeno trainante di questo scenario non è nuovo: la crisi deprime gli investimenti, strozza la ricerca, smobilita gli impegni. Poi, una volta agganciata la ripresa, l'effetto boomerang: la richiesta riprende a decollare, le emissioni (calate grazie alla crisi) tornano a gonfiarsi, gli approvvigionamenti faticano a tenere il passo. E i prezzi dell'energia, inevitabilmente, s'impennano. Il presente, insomma, inganna, perché dietro l'apparente abbondanza di energia a prezzo calmierato c'è soltanto la crisi. Tant'è che il 2009 si chiuderà per la prima volta con una discesa dei consumi elettrici globali: -3,5 per cento. Difficile, con questo trend, pretendere la salvaguardia dei piani d'investimento. "Le compagnie petrolifere - si legge nell'ultimo rapporto dell'Agenzia - hanno cancellato o rinviato investimenti per circa 170 miliardi di dollari, che nel futuro prossimo sottrarranno alla disponiblità mondiale almeno 2 milioni di barili di petrolio al giorno. E se il trend rimarrà quello attuale, nei prossimi 18 mesi si aggiungeranno ulteriori tagli per 4,2 milioni di barili". Non meno marcato - sottolinea il rapporto Iea - il taglio dei progetti nel gas: i 28 milioni di metri cubi al giorno di tagli alla nuova capacità programmata potrebbero arrivare a fine anno a 100 milioni e oltre. Una frenata, nei piani per incrementare l'upstream di petrolio e gas, di oltre il 20 per cento. E per il carbone potrebbe andare anche peggio: la contrazione degli investimenti raggiungerà a fine anno il 40 per cento. Le nuove previsioni di medio termine dell'Agenzia non brillano dunque per ottimismo, anche se riservano uno spiraglio di fiducia alla possibilità che il mondo abbia finalmente imboccato in modo definitivo la via del risparmio e dell'efficienza energetica. "Forse è troppo presto per parlare di un cambiamento strutturale verso un minore impiego di petrolio – si afferma nel rapporto – ma ci sono indizi che questo accadrà". La nascita di una nuova coscienza ecologica in Paesi come gli Stati Uniti resta comunque sullo sfondo. L'Agenzia ritiene ora che tra il 2008 e il 2014 la domanda globale di petrolio crescerà in media di appena lo 0,6% l'anno, portandosi da 85,8 a 89 milioni di barili al giorno. Solo nel 2012, a 86,8 milioni di barili al giorno, i consumi saranno più alti che nel 2008. Ma fare previsioni attendibili, avverte il direttore dell'Agenzia, Nobuo Tanaka, è difficilissimo: "Nel 2013 o nel 2014 potremmo avere di nuovo una crisi da carenza di offerta, come quella dell'anno scorso, quando il prezzo del greggio superò i 147 dollari al barile. Se invece la ripresa sarà lenta, potremmo ritrovarci con un'ampia capacità produttiva di riserva". Le previsioni base dell'Aie indicano in effetti che l'anno prossimo avremo un cuscinetto più che confortevole, di 7,7 milioni di barili al giorno, pari all'8% della domanda. Ma è bene non sentirsi troppo rassicurati, perché in mancanza di un'inversione di tendenza sul fronte degli investimenti, un nuovo shock petrolifero sembra essere solo rinviato.

9 luglio 2009

Un futuro verde: dev'essere un sogno, non un incubo

Se la chiamano carbon tax non piace. E’ un balzello ingiusto. Se invece la chiamano carbon offset, diventa subito più simpatica. E’ sempre una tassa, che alza il prezzo del biglietto aereo o della bolletta elettrica. Ma il nome è cambiato e non ce ne accorgiamo più. Il motivo per cui ci viene richiesta, in fondo, è poco rilevante. Le temperature globali aumentano, la calotta artica si scioglie, gli scienziati sono concordi nell’attribuire all’economia del carbonio la responsabilità delle devastazioni future, ma l’umanità non sembra interessata a correggere il tiro. I climatologi hanno un bel dire che il livello dei mari sta già salendo e New York sarà sott’acqua entro la fine del secolo se non riduciamo le emissioni di anidride carbonica del 50%. L’umanità da quest’orecchio non ci sente. Perché? La risposta è sepolta nei nostri geni: l’evoluzione ci ha attrezzati per reagire correttamente a una minaccia immediata, che vediamo o sentiamo. “La percezione fisica di un pericolo, come il ringhio di un animale o l’odore di bruciato, ci provoca una reazione emotiva di paura, che ci induce ad agire immediatamente”, spiega Elke Weber, una psicologa della Columbia University. “Ma i pericoli che minacciano oggi l’umanità non sono di questo tipo. Possono essere ben più gravi di un pitbull che ringhia, ma sono lontani nel tempo e nello spazio. Di conseguenza, anche se razionalmente ci rendiamo conto che bisogna fare qualcosa contro l’effetto serra, ci manca il classico campanello d’allarme per metterci davvero in moto”. Le nostre emozioni, dunque, si sono formate in base alle esperienze passate della specie: ma la specie umana, dall’origine a oggi, non aveva mai portato il pianeta al punto di “cottura” in cui è adesso. Weber, insieme a una manciata di altri ricercatori sparsi fra gli Usa e l’Europa, sta cercando di risolvere questo gap cognitivo: “Se il riscaldamento del clima dipende dal comportamento degli uomini, e il mondo scientifico è più o meno concorde su questo punto, bisognerà cambiare questo comportamento per risolvere il problema, no?” Partendo da questo ragionamento, Weber ha fondato qualche anno fa, insieme al collega David Krantz, il Center for Research on Environmental Decisions, pioniere di una disciplina che si colloca all’incrocio fra psicologia ed economia e trae le proprie origini dagli studi del Nobel Daniel Kahneman sulle decisoni finanziarie. Dai suoi test, sappiamo che la gente non segue la logica, ma altri tipi di considerazioni quando è messa di fronte a semplici scelte quotidiane: installiamo i pannelli solari sul tetto perché l’hanno fatto i vicini, non per salvare il pianeta, oppure compriamo l’auto ibrida perché è uno status symbol, non per il bene delle generazioni future. E sappiamo anche che le nostre risposte sono spesso dipendenti dal modo in cui la domanda viene posta. Chi si sottoporrebbe a un’operazione chirurgica che ha un tasso di mortalità del 20%? Ma con un tasso di successo dell’80%, la questione cambia, anche se l’operazione è la stessa.Se le politiche ambientaliste hanno poco seguito, dunque, vuol dire che il messaggio è sbagliato, così come spiegano anche Cass Sunstein e Richard Thaler nel loro libro “Nudge”, uscito l’anno scorso ma già un classico della psicologia applicata alla politica: Sunstein, un giurista, è stato chiamato da Obama alla Casa Bianca per applicare le sue teorie alla legislazione promossa dalla nuova amministrazione. “Il messaggio centrale del movimento ambientalista va ristrutturato”, spiega Tony Leiserowitz, direttore dello Yale Project on Climate Change. “Gli ambientalisti – precisa - hanno fatto un ottimo lavoro descrivendo il problema in termini di perdita: l’estinzione delle specie, la deforestazione… E questo è un bene, perché l’umanità è marcatamente contraria alle perdite. Ma non sono stati bravi a descrivere le soluzioni, che sembrano a loro volta delle perdite: disfatevi dell’auto, tagliate i consumi… In questo modo la gente si scoraggia e non fa più nulla”. Le soluzioni, invece, vanno presentate in termini positivi, parlando prima dei benefici e poi dei costi. La natura umana chiede alternative piacevoli, come nel caso delle British Transition Towns, dove si propone uno stile di vita sostenibile, ma pieno di significato e perfino di felicità, alla faccia dell’effetto serra. Martin Luther King non ha detto ai suoi seguaci “ho un incubo”, ma “ho un sogno”. E’ questo che li ha portati a marciare in prima linea per un futuro migliore.

Quattro test per scoprire quant'è verde la mente

David Hardistry, un ricercatore della Columbia, ha offerto due biglietti aerei da 385 e 392 dollari a due gruppi omogenei. Nel costo del secondo biglietto era incluso il finanziamento di un programma per il sequestro della CO2, ma era definito in maniera diversa per ciascun gruppo: carbon tax o carbon offset. Nel primo caso la maggioranza ha optato per il biglietto più economico, nel secondo caso per l'altro.
Anthony Leiserowitz, direttore dello Yale Project on Climate Change, ha esaminato sul campo la percezione dell'effetto serra negli abitanti dell'Alaska, gli unici americani che possono toccare con mano lo scioglimento della calotta artica, constatando un enorme divario fra gli abitanti del Nord Ovest più estremo e i cittadini di Anchorage, che non si discosatano molto dai concittadini più meridionali.
A Hood River, in Oregon, l'amministrazione locale ha sollecitato i cittadini a migliorare l'isolamento delle case per ridurre i consumi di energia, senza alcun incentivo economico. La campagna procedeva per zone, in modo da ottimizzare il lavoro degli operai. Era prevista un'adesione del 20-30%, ma l'influenza sociale dei vicini ha contribuito ad alzare la quota fino al 90%, con enormi risparmi di energia.
Peter H. Kahn, dell’università di Washington, ha messo a confronto tre gruppi di 30 persone, che lavoravano in uffici analoghi: il primo poteva osservare un bel paesaggio dalla finestra, il secondo aveva degli schermi al plasma con l’immagine di quel paesaggio, il terzo pareti bianche. Monitorando il battito cardiaco emerge che solo la finestra vera allevia lo stress: schermo e parete bianca sono egualmente inefficaci.

8 luglio 2009

Natura contro tecnologia, un dilemma virtuale

Natura contro tecnologia. E’ questo il dilemma che l’umanità si trova ad affrontare oggi, a quanto sembra. In realtà, si tratta di un dilemma apparente. Da un lato, è ormai superato, perché la tecnologia prevale. Già nel 1988 Don Norman, un neuroscienziato e informatico dell’università della California a San Diego, calcolò che l’americano medio incontra ben 20mila manufatti nella sua vita quotidiana, molti di più degli animali e delle piante che sarebbe in grado di distinguere. Le specie catalogate sulla Terra, del resto, sono un milione e mezzo in tutto, contro i 7 milioni di brevetti registratti solo negli Stati Uniti. La tecnosfera, quindi, supera di gran lunga la biosfera. Dall’altro lato, però, la natura è talmente ingranata nella psiche dell’uomo, che non c’è gara. La nostra specie ha trascorso gran parte della sua esistenza nella savana africana. C’è dibattito sui dettagli, ma è certo che la nostra mente non si è formata per vivere in un mondo popolato da miliardi di individui: la vita di un milanese o di un newyorkese, circondati da una moltitudine di estranei, è una novità assoluta nella storia dell’evoluzione. Migliaia di anni fa non c’erano la televisione, i McDonald’s, la pillola, la chirurgia plastica, gli orologi o la luce artificiale. C’erano solo alberi, torrenti, animali, il sole e la luna. Questo lungo passato ha lasciato un’impronta indelebile nella nostra mente. La gente ama stare vicina al mare, alle montagne e alle piante. Basta consultare i prezzi degli appartamenti che danno su Central Park o cercare una casa con “vista mare” per rendersene conto. Nei palazzi più lussuosi l’atrio è pieno di verde. Se vogliamo fare un piacere a qualcuno, gli portiamo dei fiori. Teniamo degli animali da compagnia nelle nostre case, un pezzo di natura, per quanto selezionata e “costruita” dagli uomini. E molti di noi fuggono dagli ambienti artificiali non appena possibile, per camminare, remare o andare a vela nella natura. Edward Osborne Wilson, un biologo di Harvard, ha condensato queste considerazioni nel concetto di “Biophilia”, su cui ha scritto un libro uscito nell’84. Non a caso, questo concetto sta alla base di vere e proprie terapie: è noto da innumerevoli test che un bel panorama aiuta la convalescenza e il contatto con gli animali serve per superare certi disturbi nervosi. In pratica, la natura ci fa bene alla salute. Non c’è verso di sostituirla con la tecnologia: ce ne accorgiamo istintivamente. Da questa consapevolezza deriva l’ansia che proviamo di fronte alla sua distruzione. Ci fa star male, ma non è ancora abbastanza acuta per portarci ad agire.

28 giugno 2009

Bioagricoltura e Ogm: un'alleanza che salverà il mondo?

Nell'orto botanico di Cascina Rosa, della Statale di Milano, cresce un melo più potente degli altri. E' stato creato per resistere alla melolonta, un elegante maggiolino che sta distruggendo i meli della Val d'Aosta. Le sue larve fanno strage delle radici e in breve tempo uccidono alberi di grande valore. Il melo valdostano così rischia l'estinzione, ma il suo omologo più resistente, costruito inserendo nel portainnesto un gene di Bacillus thuringiensis, è illegale in Italia. Non può essere piantato in terra e oggi non potrebbe nemmeno nascere, perché dal 2002 è bloccata anche la ricerca sugli Ogm, non solo la sperimentazione in campo. "In questo modo, per salvare il melo valdostano resta soltanto la chimica, ma anche quella in molti casi non basta: ci sono mele molto presenti sulle tavole degli italiani che subiscono ben 34 trattamenti antiparassitari all'anno, ma nessuno se ne preoccupa, invece dove gli Ogm sono legali, l'uso della chimica diminuisce drasticamente, come in Cina dove il cotone Ogm ha portato all'eliminazione quasi totale nell'uso di pesticidi, a tutto vantaggio della salute degli agricoltori e dei consumatori, per non parlare del risparmio sui costi di produzione", spiega Francesco Sala, il professore della Statale che ha creato i meli resistenti alla melolonta, inutilizzabili in Italia. "Le chiamano piante Frankenstein, ma mancano le prove che siano pericolose. Anzi, per la prima volta nella storia dell'agricoltura, gli ibridi prodotti con le biotecnologie devono essere sottoposti al vaglio di molte analisi scientifiche. Le piante utilizzate oggi in agricoltura, invece, non sono mai naturali, ma sono state selezionate senza tutti questi controlli. Per questo spesso sono più buone, ma più fragili dei loro antenati e hanno bisogno di interventi continui a base di pesticidi", precisa Sala. La situazione attuale dipende dalle condizioni storiche in cui si è sviluppata l'industria agraria nell'ultimo cinquantennio. La rivoluzione verde seguita alla seconda guerra mondiale ha contribuito a un enorme efficientamento delle tecniche agricole, ma alla perdita del 90% delle varietà di sementi utilizzate, rendendo gli agricoltori dipendenti da una o poche sementi, laddove un tempo ne usavano centinaia. Alla perdita di biodiversità, corrisponde la concentrazione dei produttori e rivenditori di sementi: nel 1990 le prime dieci società sementiere controllavano un quinto del mercato mondiale e nel 2000 il 32%, su un giro d'affari complessivo di 23 miliardi di dollari. Di pari passo, negli anni Settanta i produttori di pesticidi negli Usa erano 30, negli anni Novanta una decina. Sul fronte della ricerca, da un lato è cresciuta la genetica, che ha cercato di rendere le piante più resistenti dall'interno, ma nel contempo è cresciuta anche la chimica, da Montedison in poi, che punta allo stesso risultato con interventi esterni. Le multinazionali hanno utilizzato l'una e l'altra, creando un sistema integrato, fra sementi sterili, che devono essere ricomperate ogni anno, e trattamenti chimici mirati, a cui gli agricoltori non possono sottrarsi se entrano in quel sistema. "Alle multinazionali va sempre bene: se vogliamo gli Ogm ci danno gli Ogm, altrimenti ci danno i pesticidi, i loro guadagni li fanno comunque", commenta Sala. Per spezzare questo circolo vizioso, sta nascendo una rivoluzione verde 2.0, che punta a mettere a disposizione degli agricoltori le scoperte biotecnologiche, senza dover passare attraverso il sistema chiuso delle multinazionali. Richard Jefferson, un biologo australiano, ha fondato un movimento open source, Bios, che vorrebbe offrire al singolo gli strumenti di base per applicare da soli le biotecnologie, scegliendo liberamente l'approccio che preferisce. A chi è contrario agli Ogm si aprono così possibilità alternative d'intervento, come lo "smart breeding", una via di mezzo fra ingegneria genetica e selezione tradizionale. Con lo smart breeding si selezionano in laboratorio i geni da inserire per sviluppare determinate caratteristiche, si identifica la specie portatrice e poi si incrocia con la varietà locale usando le tecniche tradizionali. Il prodotto non è un Ogm e quindi non è brevettabile, ma la selezione è molto più rapida e precisa. In questo modo si potrebbe facilitare l'avvicinamento fra l'ingegneria genetica e l'agricoltura biologica, che molti genetisti considerano la carta vincente per il futuro. "L'agricoltura biologica ha dimostrato che è possibile ridurre drasticamente l'uso dei pesticidi", spiega Pamela Ronald, una genetista dell'Università della California a Davis, che ha isolato un gene capace di rendere il riso resistente a un batterio devastante per le risaie cinesi, brevettandolo e poi regalandolo a un gruppo di agronomi cinesi, che lo stanno inserendo nelle varietà ibride locali. "Ma le tecniche bio – aggiunge Ronald - presentano alcuni limiti invalicabili: molti parassiti e malattie delle piante non possono essere controllati con un approccio di questo tipo". Qui s'inserisce la prospettiva di un connubio con l'ingegneria genetica, che potrebbe diventare la soluzione migliore per saziare il mondo senza danneggiare l'ambiente.