20 aprile 2010
Dal Laki all'Eyjafjallajökull: l'Europa al freddo per un vulcano
15 aprile 2010
Eco-fronte del porto: il traffico marittimo si fa verde
"In definitiva, l'80 per cento delle vendite di qualsiasi settore produttivo dipende dai porti, eppure i consumi portuali non vengono mai menzionati nel bilancio energetico delle grandi aziende", fa notare Henrik Kristensen, responsabile ambientale della Apm, il braccio portuale del gruppo Maersk, colosso danese dello shipping. Maersk è una delle compagnie che più si stanno impegnando sul fronte dell'efficienza. Fra le novità applicate dal suo operatore portuale, che ha come obiettivo il taglio di un quarto delle emissioni nel giro di tre anni, c'è un sistema di recupero dell'energia cinetica analogo al freno rigenerativo della Prius, ma su scala molto più vasta, che consente alle gru di accumulare energia mentre movimentano tonnellate di container e di restituirla alla rete come un generatore. Nel porto di Rotterdam, l'area concessa alla Apm ha già tagliato le sue emissioni del 45% con il passaggio all'energia del vento, generata da un parco eolico interno allo scalo, alla foce del fiume Maas, nella zona più esposta ai venti del Nord. E con il nuovo sistema regenerativo applicato alle gru, farà ancora meglio: nei test è stata ottenuta una riduzione dei consumi elettrici del 38 per cento. Non a caso Hutchison Wampoa ha equipaggiato così tutte le sue gru nello Yantian Terminal del porto di Shenzhen.
Ma già l'utilizzo di energia elettrica, di qualsiasi fonte, al posto degli sporchissimi motori diesel che di solito alimentano le navi ferme in porto, è una buona notizia. Le banchine elettrificate si usano in Nord America nei porti di Los Angeles, Seattle, Juneau e Vancouver, in Europa a Goteborg, Lubecca, Zeebrugge e in tre porti finlandesi. In Italia, il primo scalo che utilizzerà l'elettrificazione delle banchine, consentendo così lo spegnimento dei motori ausiliari di bordo, sarà Civitavecchia. Il sistema di cold ironing, disegnato dall'Enel, verrà poi applicato anche a Venezia e La Spezia. Un'iniziativa importante, considerato che si tratta di strutture che accolgono un gran numero di navi da crociera e da trasporto. Grazie alla maggiore efficienza e ai sistemi di abbattimento delle emissioni presenti nelle centrali elettriche, il cold ironing permette, rispetto ai tradizionali generatori di bordo, una riduzione di oltre il 30 per cento delle emissioni di CO2 e del 95 per cento degli ossidi di azoto e del particolato, oltre all'azzeramento dell'inquinamento acustico.
Il problema di base è che le navi non ancora predisposte a questo tipo di tecnologia dovranno pagare un costo di conversione che non è di certo irrisorio, si parla di cifre che vanno tra i 500 mila e il milione di euro per imbarcazione. E prima di decidere questo investimento gli armatori voranno sicuramente avere la possibilità di utilizzare il cold ironing in tutti i porti di attracco. Per facilitare la riconversione, quindi, la diffusione del sistema è fondamentale. Il passo successivo sarà imporre agli armatori l'uso di combustibili a basso tenore di zolfo (<0,1%),>
Da Goteborg a Los Angeles, le banchine elettrificate
A Genova l'import-export non ha più bisogno di carta
A la Spezia i container si muoveranno su rotaia
13 aprile 2010
Se non misuri quanto sporchi, come fai a pulire?
12 aprile 2010
Acqua azzurra, azienda chiara
10 aprile 2010
Per fermare l'effetto serra bisogna investire: quanto?
8 aprile 2010
Una rete di città per salvare il clima
25 marzo 2010
Tutta legno e domotica: la casa del futuro
Tutta legno e domotica. Grazie a un sistema che integra pannelli solari,fotovoltaico, minieolico e geotermia con le strategie bioclimatiche, la casaZero Energy bilancia consumi e produzione energetica per arrivare all'impattozero sull'ambiente. Il primo esemplare, costruito in Friuli dal gruppo Polovicino a Tricesimo, è stato appena inaugurato.

"Ci abbiamo messo due anni per arrivare a questo risultato, con un monitoraggio continuo del prototipo che è stato via via modificato e perfezionato in base ai risultati della ricerca", spiega Antonio Frattari, direttore del Centro Universitario Edifici Intelligenti dell'università di Trento e ordinario di Architettura del legno, oltre che presidente del Green Building Council Italia, l'organismo che conferisce la certificazione Leed. Frattari ha seguito tutto il progetto dall'inizio e continuerà a seguirlo anche quando la casa sarà abitata, per mettere a confronto il comportamento teorico dell'edificio con il benessere effettivo degli abitanti. La casa, progettata dall’architetto Arnaldo Savorelli dello Studio Solarch a Bussolengo, ha una struttura in legno lamellare a telaio e sfrutta una serie di elementi passivi, sia per il riscaldamento invernale sia per la ventilazione e il raffrescamento estivo. La facciata Sud, disposta verso il giardino, ha un’ampia superficie vetrata e una serra che sfrutta i raggi del sole permettendone l’ingresso durante l’inverno, mentre in estate le vetrate sono schermate da brise-soleil per evitare il surriscaldamento. La facciata Nord, al contrario, è caratterizzata da aperture di piccole dimensioni, utilizzate in estate per la ventilazione notturna. L'abitazione è collegata alla rete elettrica, ma potrebbe anche essere off grid, perché produrrà energia in eccedenza rispetto al fabbisogno e quindi la rivenderà alla rete. L'ampio utilizzo della domotica ne farà una casa intelligente, in grado di integrare i vari sistemi e di percepire le variazioni esterne per regolare in modo autonomo la climatizzazione. "L’edificio è realizzato con materiali naturali e rinnovabili, esclusa la ferramenta della carpenteria che dev'essere in acciaio. E’ quindi classificabile come natural building", spiega Frattari. "I montanti sono prodotti secondo dimensioni modulari, in modo da potersi adattare alle altezze standard delle diverse tipologie edilizie, e gli elementi costruttivi sono maneggevoli, tanto che le pareti possono essere realizzate da una sola persona", fa notare Frattari, che vede in questo prototipo l'elemento di partenza per un sistema replicabile industrialmente, da utilizzare ad esempio in quartieri ecologici, come quelli costruiti a Friburgo o i BedZed inglesi.
20 marzo 2010
Otto miliardi in fumo: recuperiamo lo spreco energetico!
13 marzo 2010
L'agricoltura urbana salverà il mondo
Le due opere sono state progettate dalla stessa coppia di architetti, la libanese Amale Andraos e l'americano Dan Wood, entrambi usciti dallo studio di Rem Koolhaas e impegnati da anni nella creazione di edifici urbani che diano spazio alle piante, come la nuova biblioteca dei Kew Gardens, coperta da un tetto erboso. Il progetto Edible Schoolyard, che stanno realizzando a Brooklyn, nasce dall'impegno di Alice Waters, fra i più seguiti guru americani dell'alimentazione naturale, che gestisce in California un tempio della cucina biologica, Chez Panisse. Waters, autrice di molti libri sull'argomento, ha contribuito negli anni Ottanta a Berkeley alla fondazione del primo Edible Schoolyard, dove il rapporto diretto con la terra viene utilizzato come strumento pedagogico. A Brooklyn il progetto è molto più ambizioso: la scuola costerà 1,6 milioni di dollari e sarà più grande, dovendo ospitare 500 ragazzini dall'asilo fino alle medie, con ampie zone a pannelli fotovoltaici per abbattere i consumi di combustibili fossili.
Una novità ancora più importante sta sorgendo dall'altra parte dell'East River: il primo edificio completamente carbon neutral di Manhattan, chiamato Solar2 e disegnato da Kiss & Cathcart, dove il pezzo forte sarà una serra integrata verticale progettata da BrightFarm Systems. Il sistema di BrightHouse, una società specializzata nella coltivazione idroponica, che ha già costruito varie serre sui tetti di New York, consiste nell'orticoltura senza bisogno di terra: il nutrimento necessario viene fornito alle piante direttamente sciolto nell'acqua con cui vengono irrigate. In questo caso lattuga, pomodori e cetrioli verrebbero inseriti in doppia fila nell'intercapedine fra le due superfici di vetro della facciata ventilata, esposta a Est sulla riva del fiume, appoggiate su dei vassoi irrigati sempre in movimento, che salgono fino in cima alla parete trainati da cavi laterali e poi scendono dall'altra parte. Il movimento perpetuo permette d'intercettare il massimo della luce e il sistema di cavi consente di lasciare più o meno spazio fra un vassoio e l'altro per far entrare più o meno luce nell'edificio, a seconda delle stagioni. La presenza delle piante aumenta l'isolamento del palazzo, riducendo i costi di riscaldamento, raffreddamento e insonorizzazione, mentre la vendita del "raccolto" (che avviene sempre alla base) offre un'entrata fissa agli abitanti.
Ma New York non è l'unico laboratorio dell'agricolutra prossima ventura. A Londra si progetta una fattoria urbana al posto della centralissima Leadenhall Tower, il grattacielo di 48 piani disegnato da Richard Rogers in piena City, che i londinesi avevano già soprannominato Cheese Grater per la sua parete inclinata. La crisi immobiliare ha bloccato la costruzione quest'estate, prima di cominciare e British Land in autunno ha indetto un concorso per riutilizzare il prezioso appezzamento: "Abbiamo bisogno di qualcosa di rapido per tappare il buco e non è l'unico buco in città che andrà tappato", ha detto Christine Cohen, presidente del comitato progettuale, spiegando il cambio di programma. Il concorso è stato vinto dalla fattoria urbana di Piers Taylor, un'architetto di Bath con ampia esperienza in urban farming. E così a Leadenhall Street si coltiveranno su una serie di fantasiose piattaforme le carote e i pomodori che andranno poi in vendita in una serie di chioschetti in mezzo alla City. Ma altri preziosi buchi neri londinesi sembrano destinati a trovare lo stesso uso. La società immobiliare che stava sviluppando il sito dell'ex ospedale di Middlesex, a Noho (North Soho), ha deciso di virare verso un progetto "Growho" finché non passa la buriana. E anche per un isolato sventrato su Oxford Street si comincia a parlare di fattoria urbana.
Ben più ambizioso è il progetto di Andrew Maynard, un giovane architetto australiano molto noto per il suo impegno ambientalista, che sta cercando di convertire a Urban Orchard i tetti dei grattacieli di Melbourne, con un sistema che si autoalimenta attraverso la produzione di energia dalle biomasse di scarto: ogni tetto riconvertito dovrebbe avere alla base un punto vendita per le verdure coltivate in loco, aumentando così decisamente la sostenibilità del prodotto, che non avrebbe più bisogno di essere trasportato a Melbourne da lontano. Il suo progetto ha vinto il concorso Growing Up 2009, indetto dalla città di Melbourne per riconvertire i tetti dei grattacieli a verde pubblico, e ha buone probabilità di essere presto tradotto in pratica.