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13 marzo 2010

L'agricoltura urbana salverà il mondo

Nel 1900, solo il 10% della popolazione mondiale viveva in città. Quest'anno, per la prima volta nella storia dell'umanità, oltre la metà di noi risulta concentrata in agglomerati urbani sempre più densi. E le previsioni dicono che già nel 2030 saremo all'80% cittadini. Da qui nasce l'idea dell'agricoltura urbana. Per alimentare tutta questa gente, quale sistema migliore di costruire in loco le fattorie dove cresceranno le piante destinate a sfamarli? Ma anche per ridurre l'impronta agricola delle città, che divora sempre più territorio. L'impronta agricola di New York, ad esempio, ha ormai raggiunto le dimensioni della Virginia. Non a caso, è proprio New York il principale laboratorio mondiale in materia di urban farming, a partire da Dickson Despommier, un professore della Columbia che predica l'agricoltura urbana già da vent'anni, fino ai progetti più recenti, realizzati o in via di realizzazione. Come la trasformazione del cortile interno al Contemporary Art Center di Queens in un enorme orto urbano distribuito su grandi bidoni verticali, o la costruzione, appena cominciata a Brooklyn, di una scuola con spettacolare serra annessa, dove i ragazzi coltiveranno quello che mangiano a pranzo. Le due opere sono state progettate dalla stessa coppia di architetti, la libanese Amale Andraos e l'americano Dan Wood, entrambi usciti dallo studio di Rem Koolhaas e impegnati da anni nella creazione di edifici urbani che diano spazio alle piante, come la nuova biblioteca dei Kew Gardens, coperta da un tetto erboso. Il progetto Edible Schoolyard, che stanno realizzando a Brooklyn, nasce dall'impegno di Alice Waters, fra i più seguiti guru americani dell'alimentazione naturale, che gestisce in California un tempio della cucina biologica, Chez Panisse. Waters, autrice di molti libri sull'argomento, ha contribuito negli anni Ottanta a Berkeley alla fondazione del primo Edible Schoolyard, dove il rapporto diretto con la terra viene utilizzato come strumento pedagogico. A Brooklyn il progetto è molto più ambizioso: la scuola costerà 1,6 milioni di dollari e sarà più grande, dovendo ospitare 500 ragazzini dall'asilo fino alle medie, con ampie zone a pannelli fotovoltaici per abbattere i consumi di combustibili fossili. Una novità ancora più importante sta sorgendo dall'altra parte dell'East River: il primo edificio completamente carbon neutral di Manhattan, chiamato Solar2 e disegnato da Kiss & Cathcart, dove il pezzo forte sarà una serra integrata verticale progettata da BrightFarm Systems. Il sistema di BrightHouse, una società specializzata nella coltivazione idroponica, che ha già costruito varie serre sui tetti di New York, consiste nell'orticoltura senza bisogno di terra: il nutrimento necessario viene fornito alle piante direttamente sciolto nell'acqua con cui vengono irrigate. In questo caso lattuga, pomodori e cetrioli verrebbero inseriti in doppia fila nell'intercapedine fra le due superfici di vetro della facciata ventilata, esposta a Est sulla riva del fiume, appoggiate su dei vassoi irrigati sempre in movimento, che salgono fino in cima alla parete trainati da cavi laterali e poi scendono dall'altra parte. Il movimento perpetuo permette d'intercettare il massimo della luce e il sistema di cavi consente di lasciare più o meno spazio fra un vassoio e l'altro per far entrare più o meno luce nell'edificio, a seconda delle stagioni. La presenza delle piante aumenta l'isolamento del palazzo, riducendo i costi di riscaldamento, raffreddamento e insonorizzazione, mentre la vendita del "raccolto" (che avviene sempre alla base) offre un'entrata fissa agli abitanti. Ma New York non è l'unico laboratorio dell'agricolutra prossima ventura. A Londra si progetta una fattoria urbana al posto della centralissima Leadenhall Tower, il grattacielo di 48 piani disegnato da Richard Rogers in piena City, che i londinesi avevano già soprannominato Cheese Grater per la sua parete inclinata. La crisi immobiliare ha bloccato la costruzione quest'estate, prima di cominciare e British Land in autunno ha indetto un concorso per riutilizzare il prezioso appezzamento: "Abbiamo bisogno di qualcosa di rapido per tappare il buco e non è l'unico buco in città che andrà tappato", ha detto Christine Cohen, presidente del comitato progettuale, spiegando il cambio di programma. Il concorso è stato vinto dalla fattoria urbana di Piers Taylor, un'architetto di Bath con ampia esperienza in urban farming. E così a Leadenhall Street si coltiveranno su una serie di fantasiose piattaforme le carote e i pomodori che andranno poi in vendita in una serie di chioschetti in mezzo alla City. Ma altri preziosi buchi neri londinesi sembrano destinati a trovare lo stesso uso. La società immobiliare che stava sviluppando il sito dell'ex ospedale di Middlesex, a Noho (North Soho), ha deciso di virare verso un progetto "Growho" finché non passa la buriana. E anche per un isolato sventrato su Oxford Street si comincia a parlare di fattoria urbana. Ben più ambizioso è il progetto di Andrew Maynard, un giovane architetto australiano molto noto per il suo impegno ambientalista, che sta cercando di convertire a Urban Orchard i tetti dei grattacieli di Melbourne, con un sistema che si autoalimenta attraverso la produzione di energia dalle biomasse di scarto: ogni tetto riconvertito dovrebbe avere alla base un punto vendita per le verdure coltivate in loco, aumentando così decisamente la sostenibilità del prodotto, che non avrebbe più bisogno di essere trasportato a Melbourne da lontano. Il suo progetto ha vinto il concorso Growing Up 2009, indetto dalla città di Melbourne per riconvertire i tetti dei grattacieli a verde pubblico, e ha buone probabilità di essere presto tradotto in pratica.

12 marzo 2010

Jared Blumenfeld: com'è verde la mia San Francisco

"Se potessimo ridurre l'impronta ambientale delle città, sarebbe un enorme passo avanti per il pianeta intero". Jared Blumenfeld, per otto anni zar dell'ambiente a San Francisco, sa di che cosa parla. Sotto la sua direzione, il dipartimento Ambiente del Comune è diventato un punto di riferimento centrale nella vita politica cittadina. Ma la sua missione parte da molto più lontano: prima di entrare nella pubblica amministrazione, Jared ha combattutto contro le baleniere giapponesi e norvegesi per l'International Fund for Animal Welfare e per EarthJustice, mettendo la sua specializzazione in giurisprudenza ambientale al servizio della battaglia animalista. All'inizio del 2010, Jared è stato chiamato a dirigere la regione Pacific South West del ministero dell'Ambiente Usa, che comprende California, Arizona, Hawaii, Nevada e le isole del Pacifico. Negli ultimi due anni ha percorso in bicicletta tutti i 220 parchi pubblici di San Francisco e come viaggio d'addio si è arrampicato in bici fino a Camp Mather, il rifugio gestito dalla città sulla Sierra Nevada: 160 miglia coperte in due giorni.
Otto anni alla guida del dipartimento Ambiente di San Francisco: qual'è stato il successo più importante?
"Aver spostato l'ambiente al centro del dibattito cittadino. All'inizio del mio mandato, quando parlavo di protezione ambientale la gente pensava a Yosemite o a Yellowstone. Adesso pensano a San Francisco: è questo l'ambiente che devono proteggere. Naturalmente ci sono stati successi simbolici, come aver bandito i sacchetti di plastica e il polistirolo dalla città. Ma il successo più grande è stato mobilitare l'impegno dei cittadini. Quando ho cominciato, il 46% dei rifiuti veniva riciclato, ora siamo al 70%. Questo dimostra alla gente che con l'impegno si possono raggiungere obiettivi importanti, senza danneggiare la qualità della nostra vita, anzi, migliorandola".
E qual'è stata la sfida più difficile?
"Colpire l'attenzione della gente. Siamo bombardati da così tanti messaggi e il ritmo è talmente accelerato che diventa difficile spiegare le misure di largo respiro. Bisogna competere con tanti altri messaggi e riuscire più interessanti di loro. Per questo abbiamo avviato un programma molto importante con Cisco, che ha scelto San Francisco, Amsterdam e Seul per applicare le tecnologie informatiche alla difesa dell'ambiente, soprattutto in relazione ai gas serra. L'obiettivo è ottenere informazioni in tempo reale sull'impronta energetica, sul traffico, sullo smaltimento rifiuti di ogni quartiere e metterle online, in modo che tutti i cittadini le possano vedere. Così potranno confrontare i vari quartieri e vedere qual'è più verde, e anche San Francisco con Amsterdam o con Seul. In questo modo, avranno un feedback immediato sulle iniziative che prendono. Capiranno che le azioni individuali contano e influenzano quelle degli altri, vicini e lontani".
San Francisco si considera un esempio a livello globale?
"La realtà è che le città si assomigliano tutte e pongono sempre gli stessi problemi: producono l'80% dei gas serra globali e attirano un'enorme massa di prodotti da molto lontano. Hanno un'impronta ambientale del tutto sproporzionata rispetto alle loro dimensioni. San Francisco ha alcuni vantaggi che altre città non hanno: siamo circondati dall'oceano su tre lati e anche il quarto è chiaramente definito, quindi non rischiamo un'espansione disordinata. Siamo una città ricca, abitata da gente molto consapevole dal punto di vista ambientale. Siamo guidati da politici progressisti. Abbiamo un mondo d'innovazione tutto attorno a noi, da Silicon Valley a Stanford a Berkeley. Abbiamo più premi Nobel nella Bay Area che in qualunque altro posto del mondo. E ne vogliamo altri. Vogliamo che la gente venga volentieri a vivere qui e ci viva bene. Se non riusciamo noi a trovare le soluzioni migliori a questi problemi, chi altro ci può riuscire? Ma ci sono altre città in pole position in questo sforzo: Portland, Seattle, Vancouver, e poi Stoccolma, Copenhagen o Curitiba in Brasile. Certo, è vero che San Francisco rientra probabilmente fra le prime dieci".
Quali sono gli obiettivi ancora da raggiungere?
"Puntiamo a eliminare completamente ogni tipo di rifiuto da discarica entro il 2020, a ridurre le nostre emissioni di gas serra sotto il livello del 1990, a bandire ogni sorta di veleni chimici dai nostri parchi. Tutti gli acquisti alimentari fatti nelle strutture pubbliche del Comune, dalle scuole agli ospedali, devono certificare la provenienza del cibo, con l'obiettivo di ampliare il più possibile gli acquisti locali. E tutti i nuovi edifici sono obbligati ad applicare altissimi standard ambientali, con l'obiettivo di arrivare a un obbligo di certificazione Leed Gold, la più ambiziosa, al 2012".
Un'ultima domanda: con che mezzo ti sposti in città?
"Con la bici".

11 marzo 2010

Friburgo, la città del sole che batte la Grecia

Con quasi 5 megawatt installati, Friburgo è la città campione d'Europa per il fotovoltaico: incastonata fra il Reno e la Foresta Nera, produce più energia solare della Svezia, del Belgio, della Grecia o del Portogallo. Tutti i progetti urbani più recenti, dall'eco-quartiere di Vauban alla Solar City di Schlierberg, sono stati improntati a criteri draconiani di sostenibilità ambientale. Combinando materiali da costruzione riciclabili, un'esposizione strategica alla luce del sole con vaste vetrate orientate a Sud e i tetti di pannelli al posto delle tegole, le case solari dell'architetto Rolf Disch producono più energia di quella che consumano. Condizione d'entrata: lasciare fuori la macchina dall'insediamento. Per chi non può proprio farne a meno, si tratta di comprare a caro prezzo un posto nel garage sotterraneo all'entrata del quartiere. D'altra parte, Vauban non è certo l'unica area car-free di Friburgo. In città, la bicicletta è il mezzo principe per gli spostamenti: negli ultimi trent’anni le piste ciclabili sono aumentate in lunghezza da 29 a oltre 500 chilometri. E il Comune è orgoglioso di sottolineare che in media ci sono tre biciclette per ogni due abitanti, una statistica impressionante. Ma la ragione fondamentale del successo sta nell’efficacia con cui sono collegati i diversi mezzi pubblici e nella facilità con cui le due ruote vengono caricate sui tram e sui treni leggeri, la Breisgau S-Bahn, una rete ferroviaria suburbana da 400 milioni di euro che collega Friburgo con i paesi e le città vicine.

10 marzo 2010

Energia del sole: la grande corsa agli incentivi

Grande corsa all’energia del sole. Con buoni motivi di soddisfazione, visto che nel 2009 abbiamo superato il muro di un gigawatt di potenza installata e ci stiamo progressivamente riallineando ai campioni europei delle fonti rinnovabili, Spagna e Germania in testa. Ma con qualche incognita per il futuro, perché la nostra corsa è trainata dall’imminente scadenza dei vecchi e generosi incentivi pubblici al fotovoltaico. E il dibattito è ancora aperto sul nuovo regime, con tutta probabilità più avaro, che dovrebbe scattare entro fine anno. Sta di fatto che il fotovoltaico italiano chiude il 2009 con un raddoppio rispetto a fine 2008, con oltre 1000 megawatt di potenza e 70mila impianti capaci di generare 1.300 gigawattora l'anno. Abbastanza per dare luce a 500mila famiglie, cioè 1,2 milioni di persone, corrispondenti all'intera popolazione del Friuli-Venezia Giulia. Un record raggiunto grazie all'accelerazione dell'ultimo biennio, ma che la Germania o il Giappone avevano già superato nel 2004, favorendo la nascita di colossi come Q-Cells o Solarworld, Sharp Solar o Mitsubishi Electric, marchi che oggi siamo abituati a leggere sui pannelli intallati in Italia. Il nostro ritardo, infatti, non ha favorito la nascita di una filiera produttiva locale, per cui la crescita del fotovoltaico italiano si basa sulla massiccia importazione di pannelli e apparati di controllo dall'estero. L'industria fotovoltaica nazionale è in forte crescita, ma è principalmente costituita da distributori e installatori: nel 2009 è arrivata a un migliaio di imprese, molte delle quali di nuova creazione, con un fatturato complessivo stimato in almeno 2,5 miliardi di euro e più di 20mila occupati, direttamente o indirettamente. Mentre a monte – cioè nella produzione e vendita del silicio e dei pannelli, dove i margini sono ben più alti – l'import raggiunge quota 98%. Non esiste una produzione nazionale di silicio policristallino, la materia prima di base dei pannelli fotovoltaici, e la Silfab di Franco Traverso, che voleva creare un polo produttivo italiano a Borgofranco d'Ivrea, ha appena annunciato il trasferimento del progetto in Nord America, dove ha ricevuto aperture di credito più consistenti. E anche sulla produzione di pannelli non siamo messi molto meglio. Ora ci stanno investendo Enel e StMicroelectronics, che hanno stretto un'alleanza con la giapponese Sharp per la realizzazione di una fabbrica da 770 milioni di euro a Catania, operativa dall'anno prossimo. Solarday, che sforna già i moduli, vuole entrare nella produzione di celle su vasta scala. La Ferrania di Cairo Montenotte si è riconvertita in Ferrania Solis, dalle lastre radiografiche ai pannelli. L'Electrolux di Scandicci sta per essere riconvertita a questa produzione. Ma il grosso degli investimenti sta nell'ultima parte della filiera, l'installazione di pannelli per produrre energia. Il Gse, il gestore dei servizi energetici che coordina i sussidi pubblici, prevede che entro il prossimo luglio si arriverà ai 1.200 megawatt incentivati, il massimo previsto dal regime in scadenza. E quindi infuria l'assalto finale ai 200 megawatt incentivabili con il regime attuale. Con attori vecchi e nuovi che moltiplicano gli sforzi. Ternienergia quest'anno costruirà sei impianti fotovoltaici per una potenza di 14,5 megawatt investendo 45 milioni. Helio Capital mette in campo un investimento di 60 milioni, con l'obiettivo di raggiungere i 16 megawatt di potenza installata entro la fine dell'anno. E la neonata Solar fa cassa fra fondi europei di private equity e punta addirittura a 40 impianti da altrettanti megawatt, sparsi fra Puglia, Sicilia e Basilicata. Solar Investment Group, che parte con un capitale iniziale di 32 milioni ma conta di mobilitarne altri 150 entro la fine dell'anno, è sostenuto da un parterre de roi di non poco conto. L'ad è Luca Concone, ex McKinsey poi chiamato da Letizia Moratti a fare da super-manager nel Comune di Milano, senza grande successo. Insieme al co-fondatore Paolo Pagella, aveva già avviato un'altra azienda fotovoltaica, Enexon. Il terzo co-fondatore è Fabio Cannavale, ex-AT Kearney e fondatore di Volagratis. Presidente è Achille Colombo, ex ad del gruppo Falck. Tra i soci Roger Abravanel (già stratega di McKinsey), Andrea Casalini (ad di Buongiorno), Stefano Ferro (ad di B&B Italia), Carlo Micheli (fondatore di Fastweb), Andrea Rossi (ad di Axa Italia). Non tutti ce la faranno a rientrare nel tetto dei 1.200 megawatt incentivabili, ma è previsto un meccanismo che garantisce l'incentivo ora in vigore anche a tutti gli impianti autorizzati che entreranno in funzione nei 14 mesi successivi.

8 marzo 2010

Le piccole imprese alla sfida del nucleare

La sfida del nucleare si riaffaccia sul panorama industriale italiano. Piccole e grandi, le imprese della penisola non vogliono perdere l'occasione della rinascita dell'atomo, in patria e all'estero. Dopo vent'anni di sonno, oggi ci sono 53 centrali nucleari in costruzione nel mondo, di cui 4 di terza generazione, due in Europa di tecnologia francese e due in Cina di tecnologia nippo-americana. Un primo censimento è stato fatto il mese scorso dall'Enel e da Confindustria, che ha ospitato in un meeting ad hoc 351 imprese già qualificate o interessate alle qualifiche per lavorare nel nucleare. I grandi gruppi - come Saipem, Maire Tecnimont, Techint, Ansaldo - che hanno continuato a operare nel nucleare all'estero dopo lo stop italiano del 1987, si contano sulle dita di due mani. Ma fra le piccole e medie ce n'è almeno una trentina già qualificate e molte altre che avrebbero tutte le carte in regola per mettere a disposizione della rinascita atomica la loro professionalità nella componentistica, nell'elettronica, nei cementi di alta qualità, negli acciai speciali. Per la realizzazione di un impianto di terza generazione di tecnologia francese, si prevede un investimento di 4-4,5 miliardi di euro, di cui solo la metà è destinato alla cosiddetta isola nucleare, che comprende il reattore e gli apparati connessi, come i generatori di vapore, le sale controllo, gli impianti di sicurezza. Il resto va nell'isola convenzionale, che raccoglie i sistemi di conversione in elettricità - turbine, alternatori, ausiliari - dell'energia termica sviluppata dal reattore, e per un 20% nelle opere civili. In tutti e tre questi ambiti ci sono imprese italiane che già contribuiscono alla realizzazione del primo reattore francese di terza generazione, in costruzione a Flamanville, in Normandia: dal gruppo Aturia al gruppo Belleli, da Mangiarotti Nuclear a Tectubi (nell'articolo qui accanto), da Fomas alle Acciaierie Valbruna, da Forgiatura Modena a Sesia Fucine, tanto per citarne alcune. Molte di loro erano rimaste al palo con la conclusione della prima avventura nucleare italiana e si stanno attrezzando per partecipare alla rinascita dell'atomo. Mangiarotti Nuclear, ad esempio, ha ereditato il know-how nucleare con l'acquisizione della fabbrica di componenti ex-Breda, poi Ansaldo, della Bicocca a Milano, che ora vorrebbe trasferire nel nuovo stabilimento di Monfalcone, pronto entro la fine dell'anno. Impianti di dimensioni importanti come i generatori a vapore che costruiva l'ex Breda sono molto pesanti e il gruppo Mangiarotti ha investito 100 milioni per trasferire la produzione sul mare, da dove spera sarà più facile vincere le gare di appalto. La brianzola Fomas, da parte sua, ha investito 250 milioni per ampliare 4 siti produttivi, di cui 2 in Italia, uno in Cina e uno in India, per star dietro alle commesse di forgiati destinati al circuito primario e secondario nelle centrali nucleari di tutto il mondo, dalla Francia alla Svezia, dalla Cina agli Stati Uniti. Nel Vicentino è nato addirittura un polo nucleare con tre imprese già qualificate, Forgital Italy di Velo d'Astico, Acciaierie Valbruna e Safas di Vicenza, grazie alla lunga tradizione nella lavorazione dei metalli e a un'esperienza consolidata nel comparto energetico e in settori contigui, come l'aerospaziale, in cui la qualità delle leghe e la precisione realizzativa sono fondamentali. Ma la rivoluzione in corso non investe solo il mondo del manifatturiero. Il ritorno del nucleare ha vaste ripercussioni di sistema, dalla ricerca alla formazione, fino a tutti i servizi collaterali. In prima linea c'è l'Enea, con il commissario Giovanni Lelli, che si candida a certificare il nucleare italiano, offrendo alle imprese italiane le sue strutture altamente specializzate per le prove di qualificazione nucleare di componenti e sistemi da installare nelle centrali. Sul piano nucleare italiano, dopo il via al decreto sui criteri per i siti, aleggia ancora l'incertezza politica. La guerra governo-Regioni infuria a colpi di ricorsi alla Consulta e tra gli stessi amministratori di centro-destra la linea prevalente è quella del "sì, ma non qui". Si compatta, a maggior ragione, l'opposizione: il "no" va da Rifondazione fino al referendum no nukes dell'Italia dei Valori, attraversando anche uomini del Pd, come Pier Luigi Bersani, che antinuclearisti non sono. Passate le regionali se ne parlerà con meno intralci? Certo è che la difficile corsa nel labirinto normativo è molto in ritardo. Lo statuto dell'Agenzia per la sicurezza nucleare, che doveva essere varato entro il 15 novembre, non si è ancora visto. E manca anche il nome del presidente. La posa della prima pietra entro fine legislatura, cioè entro il 2013, diventa sempre più improbabile. Ma se alla fine i quattro reattori Enel-Edf dei progetti governativi venissero davvero realizzati, nonostante l'opposizione e i ritardi, si parla di 16-18 miliardi d'investimento, di cui almeno 12 potrebbero andare in commesse alle aziende italiane. Per la seconda cordata, interessata a realizzare l'altra metà del programma nucleare del governo, i tempi sono ancora più lunghi, ma già diversi colossi elettrici si sono dichiarati interessati, dalla tedesca E.on alla milanese A2A. L'ipotesi della seconda cordata è una scelta politica importante, perché consentirebbe di diversificare le imprese e le tecnologie adottate. L'asse italo-francese si basa sul reattore Epr da 1600 megawatt, progettato da Areva (il braccio nucleare di Edf) e già in costruzione in Normandia, con la partecipazione dell'Enel. La seconda cordata, invece, potrebbe adottare la tecnologia di terza generazione nippo-americana, l'AP1000 di Westinghouse, in cui Ansaldo svolge un ruolo centrale.

6 marzo 2010

Patrick Moore: da Greenpeace all'atomo

"All'inizio degli Anni '70, quando ho contribuito a fondare Greenpeace, credevo che l'energia atomica fosse sinonimo di olocausto nucleare. E così la pensavano i miei compagni. Ora, a distanza di trent'anni, il mio punto di vista è cambiato e ritengo che tutti i militanti del movimento ambientalista dovrebbero aggiornare il loro. Perché il nucleare potrebbe essere la sola fonte energetica in grado di salvare il nostro pianeta dall'inquinamento e dai cambiamenti climatici". Patrick Moore, che negli anni Settanta e Ottanta fece di Greenpeace il riferimento mondiale del movimento ambientalista e poi saltò il fosso, passando dalla parte dei fautori dell'atomo, è il capostipite di una specie nuova: quella del "verde nuclearista" che va dall'inventore della teoria di Gaia, James Lovelock, fino al promotore del casalingo referendum italiano dell'87, Chicco Testa. Moore e Testa, infatti, si sono dati appuntamento la settimana scorsa a Roma per la prima uscita pubblica da sinistra in favore del ritorno italiano al nucleare.
Perché ha cambiato idea?
"Pensavamo all'atomo come alla fine dell'umanità. Una paura che nel '79 si è avverata con l'incidente nucleare dell'impianto di Three Mile Island, in Pennsylvania. Ma a ben guardare, quella è una storia di successo: le strutture di cemento dell'impianto hanno impedito qualsiasi fuga di radiazioni, sia all'interno che all'esterno. Non ci sono stati morti nè feriti, fra gli operai come fra gli abitanti della zona. E l'ambiente non ha subito alcun danno. In 50 anni di utilizzo di questa fonte energetica, in Nord America non c'è mai stato alcun problema vero. Proviamo a confrontare questo dato con i danni all'ambiente e alle persone causati in 50 anni dal carbone o dal petrolio".
E Chernobyl?
"Chernobyl è frutto della grave irresponsabilità e della pessima qualità tecnica prodotta da un sistema ormai in decomposizione come quello sovietico, che infatti dopo tre anni si è sfaldato. Comunque anche un disastro come Chernobyl non è niente al confronto dei 5mila minatori che muoiono ogni anno nel mondo".
Quindi vede con favore la nuova svolta dell'amministrazione Obama?
"Il presidente Obama ha espresso un concetto molto importante: basterà una delle prime due centrali che verranno costruite in Georgia per tagliare 16 milioni di tonnellate all'anno di CO2 rispetto a un impianto equivalente a carbone, è come togliere 3,5 milioni di veicoli dalle strade. Il nucleare può fornirci già oggi tutta l'energia elettrica di cui abbiamo bisogno senza danneggiare l'ambiente. Negli Usa, il 20% del fabbisogno elettrico è assicurato da 103 reattori nucleari e l'80% delle persone che vivono nel raggio di 10 chilometri dicono di non avere alcuna preoccupazione".
E perché non possiamo andare avanti con i combustibili fossili?
"Le oltre 600 centrali elettriche a carbone americane producono il 36% di tutte le emissioni di CO2 negli Usa, il 10% delle emissioni mondiali. E' questa la prima causa dell'effetto serra e dei cambiamenti climatici. Quanto al petrolio e al gas naturale, oltre a inquinare sono già oggi troppo costosi e lo diventeranno sempre di più".
Ma non è meglio puntare su eolico e fotovoltaico?
"Non scherziamo. Gli impianti eolici e fotovoltaici non forniscono neanche l'1% dell'energia elettrica mondiale, sono costosissimi e offrono un'erogazione intermittente e scarsamente prevedibile. Al momento attuale non possono certamente essere considerati un'alternativa alle fonti fossili. Il 99% dell'elettricità pulita nel mondo viene prodotta da centrali nucleari e idroelettriche".
E lo smaltimento delle scorie radioattive?
"Se tutta l'elettricità che serve per l'intera esistenza di un individuo venisse dall'energia atomica, le tanto temute scorie starebbero dentro una lattina di Coca-Cola e solo una loro traccia avrebbe una lunga vita radioattiva. Quelle che impropriamente vengono definite scorie sono in realtà, per la gran parte, combustibili nucleari che contengono ancora energia e dopo essere stati utilizzati per un ciclo possono essere riciclati e riutilizzati".
E quel che resta alla fine del riciclo?
"Dev'essere conservato come un'importante risorsa per il futuro. Le ricerche per arrivare ai reattori autofertilizzanti, che riutilizzano tutto il combustibile producendone addirittura di nuovo, sono a buon punto e quando saranno concluse, anche quei residui radioattivi ci torneranno utili. Del resto già oggi gli Stati Uniti stanno riutilizzando per usi civili 12.000 testate nucleari acquistate dall'ex Unione Sovietica. E ne riutilizzeranno molte di più negli anni a venire".

25 febbraio 2010

Reti di dialogo fra Nord e Sud del mondo

Tangeri e Oujda sono le due province africane che generano più emigrazione verso il Nord del Mediterraneo. La fortezza Europa si difende con ogni mezzo: nell'ultimo decennio ci sono stati quasi tremila morti e altrettanti dispersi nel flusso continuo di migranti dal Marocco verso la costa andalusa. Ma ci sono altri modi per difendersi. Un esempio fra i tanti: l'introduzione della fibra ottica, supportata dalle province lombarde, ha consentito a Tangeri e Oujda di realizzare dei servizi di anagrafe telematica, che permettono ai cittadini di ottenere in loco i mille certificati necessari per qualsiasi iniziativa imprenditoriale, senza doversi imbarcare in lunghi viaggi per raggiungere la capitale. "La cooperazione decentrata, che punta a instaurare reti di dialogo fra le popolazioni del Nord e del Sud, promuovendo il protagonismo delle comunità locali per rispondere meglio, con interventi innovativi, alle esigenze delle comunità più svantaggiate, ha avuto un enorme successo negli ultimi anni e sta diventando il modello vincente della cooperazione allo sviluppo", spiega Giovanni Camilleri, coordinatore internazionale dell'iniziativa Art, braccio operativo dell'United Nations Development Programme (Undp) nel multiculturalismo attivo. La cooperazione delle province lombarde con Tangeri e Oujda rientra appunto tra i moltissimi progetti di Art, che sta per Articolazione di Reti Territoriali. "Le province lombarde hanno offerto tecnici e materiali al servizio del decentramento amministrativo, un mestiere che sanno fare benissimo: con una cooperazione concreta, efficace e rapida abbiamo migliorato la vita di queste aree poverissime, senza tante formalità", fa notare Camilleri. Magari non sarà sufficiente per convincerli a restare a casa loro, ma almeno è un piccolo passo per rendere più vivibile la loro condizione. "Ci sono temi, come gli spostamenti di popolazione, l'influenza suina o il riscaldamento globale, che richiedono di operare sulla testa e sulla coda del problema in maniera articolata e spesso bidirezionale, soprattutto se si vogliono applicare soluzioni innovative", commenta Camilleri. In pratica, Art mette in rete i programmi e le attività di diverse agenzie delle Nazioni Unite, in modo da creare contatti diretti Nord-Sud e Sud-Sud a livello di comunità di base. Gli obiettivi sono sempre gli stessi: sradicare la povertà estrema, offrire un'educazione primaria a tutti i bambini, promuovere l'emancipazione delle donne, ridurre la mortalità infantile, aiutare la maternità, combattere l'Aids, promuovere la sostenibilità ambientale, sostenere lo sviluppo. In molti casi l'idea innovativa viene da una comunità del Nord e aiuta lo sviluppo di una comunità del Sud, come nel progetto di depurazione naturale dell'acqua realizzato dall'Agenzia regionale per la protezione ambientale della Toscana nel villaggio albanese di Narta. Ma nel programma Art chiamato Ideass (Innovation for Development and South-South Cooperation) rientrano molti progetti innovativi nati nel Sud per il Sud, dalla disidratazione dei limoni sviluppata in Guatemala allo stabilizzatore del latte inventato a Cuba (vedi box qui accanto). "Le invenzioni pensate nel Sud sono più facili da applicare al Sud, dove le risorse sono sempre scarse e i materiali diversi da quelli che usiamo nel Nord del mondo", sostiene Camilleri. Le invenzioni di Ideass si sono misurate nel premio Eco-Innovation, consegnato il 27 gennaio a Bruxelles dall'Undp e dall'European Business and Innovation Network, in occasione del 25° anniversario della nascita di Ebn: hanno vinto le torri agricole di Courtirey - una piccola impresa francese nata dal Centro Europeo d'Impresa e d'Innovazione dell'Alta Savoia - che consentono di coltivare verdure impilate su diversi piani usando pochissima acqua. Il team arrivato alla vittoria verrà assegnato a una delle sedi di Ideass e stipendiato per lavorare alla diffusione del suo progetto. "Un modo per promuovere la disseminazione tecnologica", specifica Camilleri. Così, a quattro anni dalla sua istituzione, Art tira le somme e si propone come modello vincente nel mondo della cooperazione allo sviluppo: sono sempre più numerose le comunità che chiedono agli uffici dell'Undp di poter accedere a questo tipo di programmi, considerati molto più efficaci pur spostando risorse limitate. Sono 33 i Paesi coinvolti nei progetti Art, 15 ne hanno usufruito in passato e 18 continuano a beneficiarne ancora oggi. Gli "attori" italiani coinvolti sono oltre 400 tra Regioni, enti locali, associazioni, organizzazioni non governative e università. "Se il 2009 è stato l'anno del consolidamento dell'iniziativa, il 2010 e il 2011 saranno gli anni del mainstreaming, cioè dell'inserimento delle modalità di azione di Art nelle politiche Onu", prevede Camilleri. Sarà un altro passo avanti per superare la logica assistenziale, in cui i Paesi ricchi danno dei soldi ai Paesi poveri instaurando relazioni fra gruppi ristretti di potere, che creano inevitabilmente corruzione o nella migliore delle ipotesi benefici temporali, spesso annullati nel giro di pochi mesi: è inutile regalare una pompa o un sistema fotovoltaico, se poi nessuno è in grado di farli funzionare o di ripararli se si rompono. "Nel nostro caso invece - precisa Camilleri - le comunità locali restano in contatto e continuano a sostenere le loro iniziative per tutto il tempo necessario".

Da Cuba il latte che resiste al sole del Sud

Stabilak è una sostanza che mescolata al latte appena munto permette di conservarlo tra 8 e 24 ore anche ad alte temperature, senza che vada a male e cominci a sviluppare germi nocivi. L'invenzione è semplice e del tutto naturale. Si basa sul lactoperoxidasi, un enzima con proprietà antimicrobiche e antiossidanti che attiva un sistema di difese naturali presenti nel latte di tutti i mammiferi. Il lactoperoxidasi è approvato dal codice alimentare della Fao, che lo considera del tutto innocuo per la salute umana. L'ingegnere cubano Pastor Ponce Ceballo, PhD del Centro Nacional de Sanidad Agropecuaria (Censa) di Cuba, ha trovato il modo di usare questo enzima per farne un prodotto che ha chiamato appunto Stabilak. Si presenta sotto forma di una polverina o di compresse, in entrambi i casi da sciogliere nel latte appena munto. L'uso è semplicissimo e il latte a cui viene aggiunto può essere conservato tra 8 e 24 ore dopo la mungitura a temperature che variano tra 20 e 34 gradi centigradi: quanto basta per trasportarlo dove sarà pastorizzato e consumato, o trasformato in formaggio e altri latticini. L'uso è evidente: nelle economie agricole di zone remote, o comunque dove gli allevatori non hanno accesso alla catena del freddo, mettere questa polverina nel latte appena munto abbassa il rischio di malattie causate da microorganismi patogeni, permette agli allevatori di produrre latticini anche se non dispongono di frigoriferi, diminuisce le perdite (il latte buttato via perchè andato a male), aumentando la quantità di cibo disponibile al consumo. E' efficace con il latte di mucca, pecora, capra, bufalo e cammello. A Cuba è usato dal 1992, ormai un terzo del latte fresco prodotto nell'isola viene trattato con Stabilak. Il costo poi è irrisorio: i cubani lo hanno calcolato in circa 0,5 centesimi di dollaro per 100 litri di latte. La Fao ha sponsorizzato le ricerche e incoraggia la diffusione di questo sistema, che ora è usato in una ventina di Paesi, in gran parte latinoamericani, ma anche in Vietnam.

Il filtro d'argilla per dare acqua ai Paesi poveri

Nel ‘98, quando l’uragano Mitch lasciò l’America Centrale senza acqua potabile, Ron Rivera, un portoricano nato nel Bronx, si mosse in aiuto delle popolazioni colpite, avviando la produzione di massa di un filtro per l’acqua di concezione semplice e antichissima. Il sistema, già noto ai tempi dei maya, consiste in un vaso di argilla impastata con segatura o bucce di riso, tritate finissime. Quando l’argilla è cotta in forno, la materia organica si brucia, lasciando un reticolo di pori sottilissimi, che fanno passare l’acqua, ma trattengono i micro-organismi nocivi. Infine, il filtro viene rivestito d’argento colloidale, che uccide i batteri residui, responsabili della diarrea, la piaga infantile più letale del Terzo Mondo. Inserito in cima a un bidone dotato di un rubinetto alla base, il filtro depura quattro litri d’acqua all’ora. La produzione è anche una buona iniziativa imprenditoriale, perché un laboratorio con tre o quattro addetti può sfornare venti filtri al giorno, che si vendono al prezzo di pochi dollari ciascuno. Sotto l'insegna di Pottery for Peace, Rivera si pose l'obiettivo di aprire cento laboratori in cento Paesi e si mise all’opera: Africa, Asia, America Latina, ovunque c’era bisogno del suo filtro, dalla Cambogia al Ghana, dal Bangladesh alla Nigeria. Proprio qui la storia di Rivera si è fermata: due anni fa ha contratto la forma più grave di malaria ed è morto all’età di 60 anni. Ma il suo filtro ormai cammina da solo. Diffuso da Pottery for Peace, è stato testato da diverse università americane, è consigliato dal manuale di tecnologia di base delle Nazioni Unite, è adottato da organizzazioni come la Croce Rossa, l’Unicef, Oxfam. Finora almeno trecentomila filtri sono stati fabbricati e vengono usati da un milione e mezzo di persone, contribuendo a salvare ogni giorno vite umane che altrimenti andrebbero perdute.

Bio-pesticida per salvare le olive dai parassiti

La mosca delle olive o mosca olearia (Bactrocera oleae) è presente in tutto il bacino del Mediterraneo ed è responsabile ogni anno di una perdita media del 30-40 per cento dei raccolti, che arriva fino all'80 per cento nelle zone più colpite. Per combattere la diffusione della mosca olearia, negli ultimi decenni sono state spruzzate tonnellate di insetticidi generici, con conseguenze disastrose per l'ecosistema dei territori interessati e senza grande successo nello sterminio della mosca. Un consorzio albanese di coltivatori biologici, invece, ha messo a punto una strategia di difesa da questo parassita, sviluppata dall'Istituto di Protezione delle Piante albanese - in collaborazione con la Penn University, l'università della California e il Virginia Tech - e certificata da Biosuisse, una delle più importanti società internazionali di certificazione di prodotti bio. Produrre secondo il metodo dell'agricoltura biologica vuol dire prima di tutto migliorare la capacità autoregolativa dell'ecosistema nell'area di coltivazione e nel territorio che la circonda. In olivicoltura biologica, un corretto controllo alle avversità non si può fare se non si hanno conoscenze sulla biologia dei parassiti, i loro comportamenti, i nemici naturali, in modo da poter definire con esattezza il momento dell'intervento e la scelta dei prodotti più opportuni. Proprio su queste conoscenze si basa il pacchetto Integrated Pest Management messo a punto dai coltivatori albanesi, che consiste in tre fasi: un monitoraggio molto attento della presenza di parassiti; un intervento mirato appendendo alle piante delle esche piene di bicarbonato d'ammonio che le attrae e spalmate di piretro che le uccide; un timing attento per il raccolto, che non deve avvenire troppo tardi perché le mosche amano le temperature più basse. L'utilizzo del metodo albanese mantiene la presenza delle mosche a livelli accettabili, con grandi benefici per l'ambiente e offre ai coltivatori il vantaggio di produrre olio biologico, con un rendimento ben superiore.

Dal Guatemala limoni disidratati senza chimica

Il metodo naturale per disidratare i limoni è stato messo a punto in Guatemala da una cooperativa di produttori di agrumi chiamata Coelmon. Far essiccare i piccoli limoni tropicali - là li chiamano limòn criollo, un frutto che ha caratteristiche del limone e del bergamotto, originario dell’Asia ma adattato da tempo al Centro America - è una tradizione della zona. Ma il sistema inventato dalla cooperativa e certificato come biologico, permette di disidratare completamente in modo naturale, senza additivi chimici, e impacchettare un prodotto che poi serve per la cucina - dalle minestre ai piatti di carne - o per preparare tisane e bevande, per uso domestico o per l’industria. Ora la cooperativa esporta i suoi limoni disidratati negli Stati Uniti e in molti Paesi del Golfo Persico. Il processo di produzione messo in piedi da Coelmon ha portato all'introduzione di nuove tecnologie in un'area marginale, alla promozione dell'export e allo sfruttamento sostenibile di risorse locali. La diffusione della coltivazione di limoni tropicali rappresenta una risposta sostenibile alla necessità di generare lavoro e reddito in zone semiaride, dov'è difficile trovare altre opzioni produttive. L'esperienza del Guatemala dimostra che lo stesso sistema può essere applicato dovunque ci sia molto sole e poca umidità. Il clima ideale deve avere temperature di 28-40 gradi e non oltre 500 millimetri di pioggia all'anno. Il processo di disidratazione dura diversi mesi, ma non ha bisogno di strutture complesse, per cui può essere replicato in comunità povere. Chi ha i mezzi per investire di più, può usare i moderni essiccatori alimentati a energia solare, che sono altrettanto ecologici e accorciano i tempi. La cooperativa Coelmon li ha sperimentati e garantisce l'ottima qualità del prodotto. Ma continua a preferire l'esposizione diretta dei frutti al sole tropicale.

20 febbraio 2010

Vancouver sul podio delle Olimpiadi verdi

Vancouver ha vinto la sua sfida. Aveva annunciato con orgoglio che le sue olimpiadi invernali sarebbero state le più sostenibili di sempre, con una proiezione di 118.000 tonnellate di CO2 nei sette anni dal progetto iniziale alla fine dei giochi. Quattro anni fa Torino si fermò a 160.000, nel 2002 Salt Lake City non scese sotto le 248.000 tonnellate. E malgrado le temperature primaverili, che hanno costretto gli organizzatori a trasportare la neve con i camion nei siti olimpici per sopperire alle scarse nevicate, il bilancio resta positivo. Linda Coady, che nel comitato olimpico si occupa di sostenibilità, ha spiegato che la carenza di neve influirà molto poco sull'impatto ambientale dei giochi. Fosse anche necessario utilizzare gli elicotteri per trasportare la neve in città ogni giorno fino alla fine dei giochi, le emissioni di CO2 crescerebbero al massimo di un modesto 1%. Lo testimonia il premio consegnato al comitato olimpico dalla Fondazione David Suzuki, che finanzia progetti sostenibili in onore del noto genetista e ambientalista nippo-americano. E lo ricordano i fatti. Accorpare è stata la prima parola d'ordine, perché razionalizzare significa pure risparmiare. Grazie a questo approccio compatto, solo 5,9 chilometri quadrati di territorio sono stati modificati in totale, per ben 11 posti di gara, con annessi servizi e centri stampa. Il raddoppio da due a quattro corsie della strada Vancouver-Whistler è stato condotto con raro buonsenso: le rocce fatte brillare con la dinamite sono state riutilizzate per realizzare massicciate e il fondo del nuovo percorso. Qua e là si scoprono poi autentiche chicche di ecologia applicata: per deviare un ruscello è stato seguito un criterio teso a tutelare le abitudini delle rane che lo abitano. Dicono con orgoglio al comitato organizzatore: "Altri, per costruire un impianto, avrebbero preso un'area e l'avrebbero spianata. Noi, invece, abbiamo fatto il ragionamento contrario: abbiamo edificato attorno o a fianco degli alberi o di una zona verde da preservare". Il segreto del successo sta tutto nell'impegno di lungo periodo: il comitato olimpico si è impegnato, per la prima volta nella storia, a ridurre al minimo tutte le emissioni nocive fin dal 2003, compiendo scelte oculate circa i luoghi in cui costruire gli impianti, i materiali impiegati, i mezzi di trasporto, l’approvigionamento energetico, i metodi di riscaldamento e la gestione organizzativa. Per tutte le emissioni impossibili da ridurre, inoltre, ha stipulato un accordo con l’agenzia canadese Offsetters, che si occupa di neutralizzare le emissioni residue grazie a progetti che sviluppano le fonti rinnovabili, interventi di risparmio energetico e di riforestazione, anche fuori dal Canada. Gli sport invernali, del resto, dipendono dalle condizioni della neve e del ghiaccio: è naturale che gli organizzatori siano particolarmente sensibili all'effetto dei cambiamenti climatici, che rischiano di far sparire la neve dalle montagne e creano sbalzi sempre più imprevedibili nelle condizioni atmosferiche, come quello che quest'inverno ha lasciato Vancouver all'asciutto.

Il vento olimpico soffia da Vipiteno

In cima a Grouse Mountain svetta una gigantesca pala eolica made in Italy, che dà energia all'intera stazione sciistica ospite dei giochi olimpici invernali. Viene da Vipiteno e in tutto il Nord America non ce n'è altre come questa. In primo luogo perché è una pala straniera: finora il vento del grande Nord faceva girare solo pale americane. E poi perché è la prima di queste dimensioni a osare così in alto. "Le nostre macchine sono più leggere delle altre e facilmente smontabili: sono state progettate da ingegneri specializzati nella costruzione di impianti di risalita e quindi molto sensibili alle problematiche del trasporto ad alta quota", spiega Anton Seeber, responsabile di Leitwind, il braccio operativo nelle rinnovabili del gruppo Leitner. Il gruppo è leader mondiale nel mercato degli impianti di risalita, con 147 impianti installati nel 2009 e grandi progetti in questo campo, come il villaggio alpino costruito a 250 chilometri da Pechino per soddisfare la voglia di sciare dei cinesi. Anton è figlio del patron del gruppo, Michael Seeber. E giustamente rappresenta il futuro dell'azienda: su un fatturato complessivo di 620 milioni nel 2009, il business del vento rappresenta già il 20%. "Ma quest'anno conteremo ancora di più, perché nel mondo servono più pale eoliche di impianti di risalita e si possono piantare ovunque, non solo dove c'è neve", sostiene Anton.Il gruppo Leitner ha spiccato il volo da poco, ma è già nel drappello di testa delle aziende che servono il mercato globale degli aerogeneratori, dominato dalla danese Vestas. Unico produttore italiano di macchine così grandi, i suoi generatori senza moltiplicatori di giri convincono per l'elevato rendimento, la semplicità d'installazione e la minima usura, in particolare nel mercato asiatico. "L'anno scorso ne abbiamo installati 15 in India. Quest'anno potremo usufruire dell'impianto di produzione appena avviato a Chennai e abbiamo già un'ottantina di ordini", fa notare Seeber. Ma la testa dell'azienda rimane a Vipiteno: "Qui abbiamo creato il nostro particolare sistema a presa diretta e qui stiamo sviluppando i nuovi generatori da 2 megawatt e da 2 e mezzo, progettati in modo tale da poterli trasportare anche su strade di montagna". L'Asia rappresenta invece il mercato di sbocco del futuro: "In India la domanda energetica cresce al ritmo del 16 per cento l'anno, è chiaro che la risposta a questa domanda non potrà venire solo dai combustibili fossili, altrimenti in breve l'aria si farà irrespirabile. La stessa Cina, la Mongolia e altri Paesi asiatici stanno dimostrando grande interesse per le nostre proposte". Ma Leitwind ha il vento in poppa anche in Europa, dalla Francia alla Bulgaria, con l'Italia in testa: quest'anno ha già in ordine una ventina di pale da installare in tutta la penisola, dalla Liguria alla Puglia.

10 febbraio 2010

Mille green jobs tra nucleare e rinnovabili

Crisi o non crisi, l'energia elettrica gira sempre. Crescono soprattutto le fonti rinnovabili e il nucleare, ma anche gli altri impianti e le reti elettriche si sviluppano di continuo. Per dare energia alle case degli italiani e al sistema industriale, servono ingegneri, tecnici e anche economisti destinati alle strutture commerciali. Assumono sia i grandi operatori che le piccole aziende specializzate nell'energia distribuita, dal fotovoltaico alle pompe di calore. Nelle fonti rinnovabili, il solo settore fotovoltaico avrà bisogno di 20mila addetti quest'anno, secondo uno studio dell'università di Padova, per usufruire degli incentivi in scadenza. Nel nucleare, il piano atomico italiano potrebbe creare almeno duemila posti di lavoro, senza contare l'indotto. Ma i tecnici più specializzati mancano all'appello, soprattutto nell'impiantistica nucleare: l'università italiana non riesce a star dietro alla domanda. “Il nostro candidato ideale ha conseguito la laurea con ottimi voti, ha una buona conoscenza della lingua inglese, una spiccata propensione all'innovazione e una buona capacità di muoversi in contesti multiculturali e in evoluzione”, spiega Monica Procaccianti, responsabile dell'Enel per la selezione e i rapporti con le università. “Nel 2009 sono state assunte circa 1000 persone in azienda, per i tre quarti giovani neolaureati e neodiplomati. Quest'anno prevediamo numeri analoghi. Il nostro obiettivo è continuare a inserire forze giovani, con la finalità di avviarli alle diverse professioni, offrendo loro l'opportunità di confrontarsi con un business sfidante in un contesto multinazionale”. Il gruppo Enel ha 85mila dipendenti a livello globale, di cui 38mila in Italia. I titoli di studio più gettonati sono, per le lauree, prevalentemente quelle in ingegneria ed economia, mentre per i diplomi quelli a indirizzo tecnico (periti elettrici, elettronici, meccanici). “Verosimilmente – aggiunge Procaccianti - gli inserimenti andranno a rafforzare alcune aree tecniche su cui abbiamo già investito significativamente in termini di capitale umano, in particolare quella nucleare, dell'impiantistica e delle energie rinnovabili, dove prevediamo di ricercare anche persone con skill professionali consolidati da esperienze lavorative svolte tanto in Italia quanto all'estero”. I professionisti senior, esperti di macchinari specifici o di impiantistica nucleare, sono i più difficili da trovare per l'ex monopolista elettrico. Su 11mila laureati in ingegneria sfornati ogni anno dai nostri atenei, gli ingegneri elettrici o nucleari sono una frazione minuscola, poche centinaia. Di conseguenza, l'Enel cerca di spingere gli universitari in questa direzione, con borse di studio e premi di laurea per giovani studenti in ingegneria nucleare ed energetica con un ottimo curriculum, provenienti dai Politecnici di Milano e Torino, dalla Sapienza di Roma e dalle università di Pisa e di Palermo. “Proseguiranno inoltre le ricerche sia nelle altre funzioni legate al nostro core business, come l'energy managment, le aree tecniche della generazione e della distribuzione dell'energia, sia in funzioni di staff, soprattutto in ambito amministrazione, pianificazione e controllo”, precisa Procaccianti. Tra gli altri operatori, continuano le assunzioni in Edison, dove entrano forze nuove al ritmo di 280-300 all'anno, anche qui prevalentemente ingegneri, su quasi 4mila dipendenti complessivi. In formazione, Edison investe oltre 2 miliardi all'anno. Edf, che in parte controlla Edison, ma ha anche una presenza autonoma in Italia, assume prevalentemente sviluppatori di parchi eolici, l'area in cui sta crescendo di più. Sorgenia, che nel 2009 ha fatto una cinquantina di assunzioni, avvicindandosi a quota 400 dipendenti, inserisce forze nuove soprattutto nelle fonti rinnovabili e in nuove aree di business come l'estrazione e produzione di idrocarburi, oltre che nel potenziamento della divisione commerciale. In considerazione della crescita della società, Sorgenia ha creato da pochi mesi la funzione di direttore del personale: il responsabile, Luigi Maienza, arriva dall'Eni.

5 febbraio 2010

Dalla monnezza napoletana a Piazza Affari

Dalla "monnezza" napoletana a Piazza Affari: il percorso virtuoso della famiglia Colucci, capitanata oggi dai due fratelli Pietro e Francesco, copre in vent'anni una vasta parabola ascendente, pur restando sempre nello stesso settore, lo smaltimento dei rifiuti. "Crediamo nella possibilità di quotazione per crescere e creare un polo aggregante in un mercato molto frammentato, dove le aziende private che si occupano di gestione dei rifiuti sono una miriade, ma in realtà i sistemi di smaltimento corretti sono pochi", spiega Francesco Colucci, presidente e amministratore delegato del gruppo Unendo, la holding di famiglia condivisa al 50% con il fratello Pietro. Il gruppo, con 250 milioni di fatturato e 80 milioni di margine operativo lordo, è cresciuto negli anni a colpi di acquisizioni e risulta oggi fra i principali attori privati nella gestione e nell'impiantistica dello smaltimento dei rifiuti. L'ultimo riassetto risale al 2008, quando i Colucci si sono separati dai Fabiani, soci di antica data, spartendo i diversi business del gruppo: ai Fabiani sono rimasti gli asset energetici e ai Colucci i servizi ambientali. Ora le attività del gruppo Unendo sono divise in due rami: rifiuti urbani e industriali. Sul fronte industriale c'è la candidata a quotazione, Waste Italia, leader italiana nella gestione dei rifiuti speciali non pericolosi. Waste Italia è partecipata al 32% dal fondo Synergo di Gianfilippo Cuneo e presieduta da Pietro Colucci, che è anche presidente di Assoambiente e controlla a titolo personale un'altra azienda quotata, Kinexia (ex Schiapparelli), impegnata nelle energie rinnovabili. Sul fronte dei rifiuti urbani c'è Daneco, ex Danieli e poi Montedison, specializzata nell'impiantistica per la selezione, il trattamento e la termovalorizzazione. Daneco ha appena presentato un'offerta formale per rilevare Greenvision, il ramo d'azienda più profittevole del gruppo Burani, a sua volta quotata in Borsa e controllata da Greenholding (80% Burani, 20% Mittel). "Unire le forze con Greenvision - spiega Pietro Colucci - ha senso perché Greenvision controlla Ladurner, una società gemella di Daneco nella progettazione e costruzione di impianti. La fusione ci permetterebbe di aumentare il nostro peso specifico in Italia e di competere meglio sul piano internazionale". Daneco, con 100 milioni di fatturato e 27 di margine operativo lordo, ha realizzato e gestisce una ventina di impianti di selezione e smaltimento in Italia, quattro centrali elettriche da biogas estratto dalle discariche ed è impegnata in vari progetti in Cina, in Moldavia, in Croazia e in Lituania, ma ha perso, insieme a Falck, la grande scommessa dei termovalorizzatori siciliani. "Non abbiamo condiviso, ovviamente, la scelta della Regione Sicilia di risolvere la concessione, ma ci dispiace osservare che dopo il blocco del nostro progetto non si è più mosso nulla e Palermo sta precipitando nell'emergenza", rileva Francesco Colucci. "Credo che il caso Campania abbia insegnato a tutti - commenta - a cosa porta l'immobilismo delle istituzioni". Malgrado la battuta d'arresto, Daneco ha forti prospettive di crescita, soprattutto dopo la recentissima riforma delle utility, che obbliga gli enti locali a cedere ai privati il controllo delle società miste di gestione dell'acqua, dei rifiuti e del trasporto locale su gomma. "Finora il pubblico occupava l'85 per cento del mercato e i privati dovevano competere per spartirsi la fetta rimanente, ma con la nuova legge la quota pubblica dovrà scendere sotto il 40% entro il 2013 e sotto il 30% entro il 2015", ragiona Colucci. E' chiaro che questa fetta aggiuntiva scatenerà una rivoluzione nel business dei servizi locali, attirando i colossi europei, in parte già attivi sul mercato italiano, finora poco liberalizzato. "Questa sarà per noi la sfida centrale dei prossimi anni", prevede Colucci. Una prospettiva non da poco, per un mercato che oggi vale complessivamente 40 miliardi di euro e occupa oltre 170mila addetti.

1 febbraio 2010

La casa del futuro? Sarà in legno

La casa del futuro? Sarà in legno. Un materiale leggero, veloce ed economico, capace di sopportare terremoti e incendi, comodo da lavorare come la plastica, resistente per millenni immerso nell'acqua. E non si tratta di copiare le tecniche costruttive americane, dove il 90% dell'edilizia residenziale è realizzata in legno. “La tecnologia americana delle case a telaio ha un rapporto costi-benefici molto interessante, ma non può reggere oltre i 3-4 piani”, spiega il presidente di Assolegno Paolo Ninatti. La novità che sta mettendo il turbo alle costruzioni in legno, invece, è tutta italiana e si chiama X-Lam: una specie di “supercompensato” sviluppato dall'Istituto per la valorizzazione del legno del Cnr nel quadro del progetto Sofie, il Sistema costruttivo Fiemme. “Sono pannelli che possono arrivare anche a 30 centimetri di spessore, realizzati incrociando assi di abete di due centimetri e incollandole assieme: con questi si costruiscono palazzi sempre più alti, dopo due anni di utilizzo si parla già di 14 piani”, specifica Ninatti. Il sistema, realizzato dalla Rasom Holz di Predazzo, in provincia di Trento, verrà utilizzato a Milano nell'ambito del progetto Social Main Street della Bicocca, promosso dalla Compagnia delle Opere. Per l'Italia si tratta di una novità assoluta, anche se metà della periferia di Londra è costituita da case in legno. “Qui è davvero difficile vendere edifici di questo tipo, la gente ha una paura atavica degli incendi e dei crolli, pensando che il legno sia meno resistente del calcestruzzo”, fa notare Ninatti. In realtà, gli edifici in legno possono essere molto più tosti del cemento: un palazzo di sette piani, interamente costruito in legno made in Italy, ha resistito senza fare un plissé a un test sismico dell'istituto Miki di Tokio, che ha simulato gli effetti del devastante terremoto di Kobe, di magnitudo 7,2. Grazie alla sua flessibilità. “Quando costruiamo in zona sismica con il legno, non dobbiamo fare nulla di diverso dal solito, mentre il calcestruzzo va armato con tonnellate di ferro”, commenta Ninatti. Un altro test, realizzato nel laboratorio dell'Ivalsa di Trento, ha dimostrato una resistenza al fuoco ben superiore a quella del cemento armato: l'incendio scatenato in una stanza, con temperature superiori ai mille gradi, ha intaccato le pareti interne, ma non si è propagato al resto della casa. Una casa in legno, pur bruciacchiata, resta in piedi, mentre una con le travi d'acciaio, colpita da un incendio, cede di schianto quando l'acciaio raggiunge una temperatura critica oltre la quale perde la capacità portante. Per di più, il legno è molto più leggero da trasportare, veloce da assemblare ed economico: un metro cubo di legno lamellare pesa meno di 500 chili, mentre uno di acciaio oltre 7.500. “Per costruire un edificio in calcestruzzo – precisa Ninatti - bisogna tenere aperto un cantiere almeno un anno e mezzo, con tutti gli azzardi del caso. Per il legno bastano 30 giorni e la costruzione è completamente a secco”. Questa è una delle ragioni della rapida crescita del suo utilizzo, anche in Italia, dove pure resta la Cenerentola dei materiali da costruzione. “In Germania il 20% degli edifici è di legno e in Francia il 15%, da noi non si va oltre lo 0,4%. Eppure – concede Ninatti – negli ultimi dieci anni il consumo pro capite di legno da costruzione è più che raddoppiato in Italia. L'industria della lavorazione sta crescendo moltissimo e al di là della crisi attuale ha grandi prospettive di sviluppo”. All'origine del boom ci sono anche i vantaggi ambientali. Il legno è il materiale eco-sostenibile per eccellenza: tagliando un albero maturo si creano le condizioni per farne crescere tre nuovi. Basta gestire le foreste in maniera oculata per ottenere tutto il legno di cui abbiamo bisogno senza danneggiare neanche un metro quadro di bosco. Anzi, rinnovando le foreste, si aumenta la loro capacità di assorbire anidride carbonica, il più diffuso gas serra. Grazie alla fotosintesi clorofilliana, l'albero assorbe CO2 ed emette ossigeno. In un metro cubo di legno, equivalente a 5 metri quadri di parete, sono imprigionati 900 metri cubi di CO2, che restano stoccati lì dentro per l'eternità, a meno che non venga bruciato naturalmente. Ma non c'è motivo di bruciarlo: a fine vita può essere tritato e riciclato all'infinito, evitando la combustione.

In Abruzzo vince il legno: è antisismico

La terra trema, il legno ondeggia ma non crolla. Non a caso in Abruzzo, dopo il disastro dello scorso aprile, di legno se n'è usato tantissimo. Le prime case di Onna, regalate dal Trentino e consegnate da Silvio Berlusconi a 94 famiglie il 15 settembre, sono di legno. Non si tratta di baracche provvisorie, come si tende a credere, ma di vere case che possono durare per la vita. I produttori di strutture in legno per l'edilizia hanno fatto a gara per offrire il loro know-how alla ricostruzione. Dalle imprese trentine, come il gruppo Perini con Cosbau e Damiani Legnami, alla modenese Sistem Costruzioni, hanno fornito centinaia di abitazioni ai terremotati in tempi brevissimi. “Per una palazzina di 3 piani con 29 appartamenti, ci bastano 12 giorni di cantiere per completare il grezzo e 80 giorni al massimo dal progetto alla consegna chiavi in mano”, spiega Emanuele Orsini, uno dei soci di Sistem Costruzioni. La realizzazione a secco, con pareti e solai in pannelli di legno a cinque strati incrociati, rende tutto più rapido. “Devo dirlo con orgoglio - racconta Orsini - siamo stati i primi a completare i lavori, tanto che Palazzo Chigi ci ha aumentato il lavoro, da 5 a 7 palazzine, con 200 appartamenti, nella cittadella di Cese, il nuovo quartiere della ricostruita L’Aquila”.

25 gennaio 2010

Imprese più avanti dei politici sul cleantech

Appoggiando le mani sui fori praticati nei pannelli delle sale macchine per far passare i cavi, gli addetti del centro elaborazione dati di Boeing, uno dei più grandi del mondo, si sono accorti che l'aria fredda utilizzata per mantenere bassa la temperatura dei computer usciva rapidamente. E' bastato tappare quei buchi, per evitare uno spreco di energia da 685mila kilowattora, che costava al colosso di Seattle 55mila dollari all'anno. In questo modo, Boeing ha fatto un passo in avanti verso l'obiettivo di tagliare il 25% dei suoi consumi elettrici entro il 2012. E ha dato una mano all'ambiente, limando le sue emissioni di anidride carbonica. Ma non è la sola. Nel grande business l'efficienza energetica e le soluzioni ecosostenibili sono ormai considerate universalmente necessarie, non solo per migliorare l'immagine, ma anche per tagliare i costi. Lo dice l'ultimo rapporto Cleantech Matters di Ernst & Young, condotto su più di 300 aziende a livello mondiale. Nel delineare la corsa agli investimenti verdi delle loro aziende, i manager intervistati hanno indicato come fattore più importante "l’efficienza nelle operazioni per ridurre i costi" insieme a quello di "soddisfare gli obiettivi di sostenibilità interna e di cambiamento climatico" e non molto lontano da questi hanno posizionato l’esigenza di "incrementare le entrate tramite prodotti e servizi nuovi o già esistenti". Il 77% considera "molto importante" il beneficio sui costi, che è il principale elemento per determinare l’investimento in prodotti e servizi di tecnologia pulita per le aziende. Non è un caso, del resto, che per rimettere in moto l'economia mondiale abbattuta dalla crisi si sia ricorsi a un Green New Deal: il 15% dei piani di stimolo all'economia varati globalmente l'anno scorso, stimati sui 2.800 miliardi di dollari complessivi, sono diretti a interventi verdi, nella convinzione che la riconversione del sistema energetico rilancerà l'occupazione e creerà nuove aziende innovative. Malgrado gli esiti del vertice di Copenhagen, dunque, le tecnologie pulite continuano a correre in Borsa. "E non siamo che all'inizio", precisa Will Oulton, responsabile del Ftse Group per gli investimenti sostenibili. Gli indici della Borsa di Londra legati al green business - dal Ftse4Good al Ftse Environmental Opportunities - hanno una capitalizzazione complessiva di 23 miliardi di euro e sono ormai da anni il segmento che cresce più in fretta. Il mercato è convinto che la macchina per la riconversione dell'economia mondiale verso una bassa intensità di carbonio non abbia bisogno dei politici: ha già caricato a bordo le multinazionali e ormai viaggia da sola. Anzi, nel grande business ci sono almeno una decina di coalizioni che fanno da traino alla politica, cercando di stimolare l'assunzione di provvedimenti seri di fronte ai rischi del cambiamento climatico. E ne nascono continuamente di nuove. Una di queste, il Carbon Disclosure Project, raccoglie 330 delle maggiori compagnie americane comprese nell'S&P 500 e altri duemila colossi a livello mondiale, fra cui la russa Gazprom e la cinese Huaxin Cement. "Le grandi aziende – sostiene Paul Dickinson, il capo del progetto – dimostrano di essere pronte, capaci e perfino desiderose di intraprendere misure per il taglio dell'anidride carbonica". "Se non ci muoviamo subito – conferma Brad Figel, direttore degli affari pubblici della Nike – tutto diventerà più costoso, più arduo e rischioso". "Il 95% dei nostri prodotti è basato sul cotone – fa notare a sua volta Anna Walker di Levi Strauss – e la scarsità d'acqua potrebbe diventare un dramma". "Gli obblighi regolamentari rappresentano un forte incentivo all'innovazione e l'innovazione spinge il pubblico ad accettare modelli più efficienti, creando nuovi segmenti di mercato. Chi sarà capace di prevenire questi obblighi e di implementare fin d'ora standard rigorosi di efficienza, acquisirà un vantaggio competitivo sui concorrenti", commenta Volkswagen, che partecipa al progetto. Nell'ambito delle telecomunicazioni, è di questi giorni la nascita della Green Touch Initiative, un consorzio su scala planetaria promosso e organizzato dai Bell Labs di Alcatel-Lucent con lo scopo di sviluppare le tecnologie necessarie per rendere le reti di comunicazione mille volte più efficienti dal punto di vista energetico rispetto ad oggi. Una riduzione di mille volte corrisponde alla possibilità di alimentare le reti di comunicazione – a parità di prestazioni - per tre anni con la stessa quantità di energia oggi impiegata per il loro funzionamento in un solo giorno. Il consorzio Green Touch unisce leader nel mondo industriale, come At&t e China Mobile, e del mondo accademico, come Stanford e il Mit, con centri pubblici di ricerca per inventare e rendere disponibili approcci radicalmente nuovi al tema dell’efficienza energetica, che saranno al centro delle reti ecosostenibili dei prossimi decenni. La sfida è enorme, ma evidentemente qualcosa si sta muovendo. Non solo nei laboratori degli scienziati, ma anche nelle stanze dei bottoni ai piani alti delle imprese.

21 gennaio 2010

Batteri, funghi e alghe come raffinerie

Exxon ha investito 600 milioni di dollari nella società di Craig Venter, che sperimenta nella produzione di biocarburanti dalle alghe. Chevron si è alleata con la pioniera californiana Solazyme. Bp lavora con DuPont. Shell con HR BioPetroleum alle Hawaii. Le biotecnologie, che hanno sconvolto il mondo della medicina e dato una marcia in più all'agricoltura, ora si stanno mettendo alla testa della rivoluzione verde nell'industria petrolifera. Gli imprenditori che si occupano di biocarburanti di seconda generazione, prodotti senza interferire con la catena alimentare, attraggono miliardi di investimenti, sia dalle compagnie petrolifere che dai capitalisti di ventura. Silicon Valley si sta riconvertendo dai microchip alle acque stagnanti che brulicano di microrganismi fotovoltaici. E' proprio da quelle acque stagnanti che potrebbero nascere i protagonisti del nostro futuro energetico: batteri, cianobatteri, funghi e microalghe sono piccoli “impianti chimici” efficienti ed economici per produrre biocombustibili a basso impatto ambientale. Il caso italiano si chiama Microlife ed è nato a Padova dalla determinazione di cinque soci privati, che hanno dato vita alla prima società di biotecnologie fotosintetiche in grado di sviluppare, ingegnerizzare, costruire e condurre impianti su scala industriale per la produzione di microalghe a fini energetici. “Abbiamo un impianto pilota a Roccasecca, sul sito di una discarica molto innovativa, dove recuperiamo l'anidiride carbonica e gli ossidi di azoto, che servono per alimentare le microalghe allevate in quattro fotobioreattori”, spiega l'amministratore delegato Matteo Villa. Microlife è già stata adocchiata dall'Enea e dall'Institut Francais du Pétrole, con cui ha appena stretto un accordo di collaborazione per avviare la coltivazione di microalghe su dieci ettari di terreno, un progetto all'avanguardia in Europa.

20 gennaio 2010

Una pellicola per spalmare il sole sui palazzi

Con lo sviluppo tecnologico diminuisce lo spessore: da cento micron a meno di un micron. E' il caso del fotovoltaico a film sottile, che permette costi inferiori e una migliore integrazione architettonica, grazie alla sua flessibilità: il materiale ideale per aumentare la sostenibilità degli edifici, estendendo a tutte le pareti, non solo al tetto, la conduttività elettrica. Pramac è la prima azienda italiana che si lancia nel fotovoltaico di seconda generazione, con uno stabilimento in Svizzera, a Riazzino, operativo dall'estate scorsa. I moduli, sviluppati dalla Oerlikon Solar con tecnologia micromorph, sono già utilizzati in un impianto da 1 megawatt di picco in provincia di Foggia, di proprietà di ErgyCapital. La certificazione dei moduli Pramac Luce Micromorph è stata appena estesa da 115 a 125 watt di picco, uno dei valori più alti raggiunti dai produttori del settore: i nuovi moduli, ancora più efficienti, saranno messi in produzione dallo stabilimento di Riazzino entro la prossima estate. “Le recenti certificazioni dimostrano non solo l’efficienza, ma anche l’affidabilità dei nostri moduli”, commenta l'amministratore delegato Paolo Campinoti. L'energia verde è stata una via per restare competitivi per Campinoti, che ha cominciato la sua attività imprenditoriale negli anni Sessanta a Casole d'Elsa, vicino a Siena. All'inizio era la produzione di materiale edile il core business dell'azienda che, negli anni, ha ampliato i suoi orizzonti e ha creato il gruppo Pramac, attivo nella produzione e commercializzazione a livello mondiale di gruppi elettrogeni con stabilimenti in tutto il mondo, quotato in Borsa dal 2007. Il gruppo oggi punta sul sole per garantirsi uno sviluppo concorrenziale, ma anche sul vento: il 27 gennaio presenterà al pubblico la nuova microturbina eolica di Philip Starck, già nota in forma di prototipo, che ora sta per entrare in produzione.

18 gennaio 2010

Le piastrelle del futuro come centrali elettriche

Le piastrelle del futuro potrebbero diventare delle centrali elettriche, "spalmate" sull'esterno degli edifici: la conduttività elettrica è l'ultima trovata dell'industria ceramica italiana, all'avanguardia di una vera e propria rivoluzione nelle costruzioni. Ma già oggi il distretto di Sassuolo cerca di soddisfare i clienti più esigenti in fatto di sostenibilità: per produrre una tonnellata di piastrelle consuma meno della metà dell'energia utilizzata negli anni ‘70. Idem dicasi per i principali inquinanti, generati nella fase di cottura: il fluoro, il piombo e le polveri, ridotti a un decimo rispetto agli anni Settanta. Anche i consumi idrici sono molto diminuiti, grazie alle buone pratiche di riclaggio delle acque. Al giorno d’oggi, uno stabilimento riutilizza - direttamente o indirettamente - tutte le acque reflue e tutti i residui di fabbricazione, con un notevole risparmio di acqua, energia e materie prime. E c'è anche chi cerca di riciclare materiali esterni alla sua produzione, come il gruppo Concorde, che ha appena realizzato il primo prodotto industriale incorporando nell'impasto il vetro dei tubi catodici rottamati: le piastrelle così ottenute sono preferite dagli architetti che vogliono ottenere una certificazione Leed, lo standard americano per gli edifici verdi. Ma la ricerca non si ferma qui. “Uno dei campi più promettenti è quello della funzionalizzazione delle piastrelle”, spiega Giorgio Timellini, direttore del Centro Ceramico di Bologna e professore di Scienza dei materiali all'università di Bologna. “Con l'uso di materiali nanostrutturati da sovrapporre al supporto ceramico, si possono fornire alle piastrelle funzionalità nuove e speciali, come ad esempio la produzione di energia fotovoltaica, attraverso un film sottile di silicio amorfo, o degli effetti fotocromatici e termici, utili per ottimizzare l'isolamento degli edifici”.

14 gennaio 2010

Dalmine riparte dall'efficienza energetica

Con un fabbisogno di 600 milioni di kilowattora all'anno, lo stabilimento siderurgico di Dalmine è il quinto consumatore di energia elettrica in Italia: il 30% dei suoi costi di trasformazione derivano dall'energia. Oltre a far bene all'ambiente, quindi, tagliare i consumi qui conviene davvero. "Dall'inizio del 2007 abbiamo attivato un sistema molto articolato di controllo degli sprechi, il Tenaris Energy Monitor, e da allora ad oggi siamo riusciti a risparmiare il 14% dei consumi elettrici e il 6% di gas", spiega Antonio Caprera, direttore di fabbricazione TenarisDalmine, che è stato affiancato in quest'avventura da Innowatio, giovane società fondata da un gruppo di ingegneri usciti da Tenaris proprio per dedicarsi solo all'efficienza energetica. Ma l'obiettivo di Caprera è ancora più ambizioso: "Nel giro di un paio d'anni vorremmo arrivare a risparmiare il 20% di energia elettrica e il 15% di gas". Il progetto, quindi, è un work in progress, che punta a migliorare continuamente l'efficienza degli impianti. Gli interventi realizzati sono vari, ma la rivoluzione verde a Dalmine è partita da un cambiamento culturale. "Abbiamo lanciato un piano di formazione per modificare l'approccio alla questione energetica di tutti i dipendenti, per educarli a evitare gli sprechi, anche nelle piccole cose, come spegnere il computer quando vanno via", precisa Caprera. "E abbiamo creato una struttura specifica per l'efficienza energetica, che riporta direttamente a me", aggiunge. La nuova consapevolezza dei dipendenti è un punto chiave per la realizzazione del resto. "Abbiamo installato centinaia di contatori all'interno dello stabilimento, per monitorare i consumi e individuare gli sprechi: così ogni capo reparto può controllare i suoi consumi in tempo reale". Il Tenaris Energy Monitor di Dalmine è talmente efficace che ora viene installato in tutti gli altri stabilimenti Tenaris, dalla Romania all'Argentina, dal Messico agli Stati Uniti. E l'energy manager di Dalmine, Alexander Corrà, andrà a dirigere la rivoluzione verde di tutto il gruppo. Sul fronte delle macchine, sono stati sostituiti molti bruciatori (Dalmine consuma 100 milioni di metri cubi di gas all'anno), sono state riviste le specifiche di acquisto dei motori, migliorando la classe di efficienza, sono state scandagliate tutte le tubature e tappate le perdite di aria compressa o altro, sono stati modificati i tempi di accensione degli impianti, è stata razionalizzata l'illuminazione. Fra gli investimenti principali c'è l'installazione di decine di inverter: i motori elettrici sono i primi consumatori di energia elettrica nei siti produttivi, con un peso pari a circa la metà di tutta l’energia utilizzata in Europa e a due terzi dell’energia usata nell’industria. L'accoppiamento di un inverter a un motore, per controllare la velocità e gestire il carico, riduce sensibilmente il consumo di energia e il periodo di payback di un inverter è molto breve: in genere l'investimento si recupera in meno di due anni. "I 6 milioni complessivi che abbiamo investito, non soltanto in inverter ma in tutto il resto, ci sono ritornati in tasca nel giro di due anni", conferma Caprera, anche grazie al sistema dei certificati bianchi, che premia l'efficenza energetica: a Dalmine ne verranno riconosciuti 25mila in 5 anni, per un valore di 2 milioni di euro. Oltre al guadagno per il portafoglio, naturalmente, anche i benefici per l'ambiente sono tutt'altro che trascurabili: da un lato il taglio delle emissioni di anidride carbonica - che provoca l'effetto serra ma non inquina l'aria che respiriamo - e dall'altro la riduzione degli ossidi di azoto e di zolfo emessi dalla ciminiera di Dalmine, vanno a tutto vantaggio dei bergamaschi. Non a caso gli sforzi di Tenaris sono stati premiati nel 2008 con l'ABB Energy Efficiency Award e nel 2009 con l'ambito European Motor Challenge Program Award, che promuove l'efficenza energetica in ambito industriale.

10 gennaio 2010

Da Walmart a Pam, sfida ecologica sullo scaffale

“Save money. Live better”. In fondo è tutto qui. Il motto di Sam Walton, che sta alla base della crescita fenomenale di Walmart, la più grande compagnia non petrolifera del mondo, è perfettamente in sintonia con la nuova filosofia verde del colosso americano della distribuzione, che sta diventando uno dei principali player Usa nel fotovoltaico, con 22 dei suoi centri commerciali coperti di pannelli e il più grande impianto fotovoltaico dell'America Latina appena aperto in Messico. Ma non basta. I 360 supermercati Walmart del Texas vanno a vento dallo scorso aprile, grazie a un parco eolico costruito apposta da Duke Energy. E l'intenzione dell'azienda è quella di replicare l'accordo anche in altri Stati americani, in modo da abbattere il più possibile le emissioni di CO2 e nel contempo tagliare i costi di energia. L'obiettivo è arrivare a emissioni zero, grazie al 100% di copertura energetica da fonti rinnovabili per tutti i supermercati della catena. E non basta ancora. L’iniziativa riguarda anche i fornitori di Walmart, invitati a sbarazzarsi di tutte le forme di energia non rinnovabile e a ridurre la quantità degli imballaggi che utilizzano. Solo riducendo del 5% gli imballaggi, la compagnia di distribuzione potrebbe ottenere un risparmio di 3,4 miliardi di dollari: il traguardo è stato fissato per il 2013. Sul fronte dei trasporti, il leader mondiale dei supermercati ha già superato uno dei suoi obiettivi - che era ottenere il 25% di miglioramento della propria efficienza tra il 2005 e il 2009 - e adesso sta testando nuovi modi per migliorare la propria flotta, adottando dei camion ibridi e riciclando come carburante i grassi da cucina esausti dei suoi negozi e della clientela. Ma si sa, dove va Walmart, gli altri seguono. Anche Tesco, principale rivale della catena americana, si è adeguata al suo motto originario: "Every Little Helps". Il principio ovviamente si riferiva al taglio dei prezzi, ma oggi è applicabile anche al taglio delle emissioni, calate del 13% dall'inizio 2007, quando Terry Lehay ha lanciato la svolta ecologica. Gli ultimi supermercati di Tesco sono tutti costruiti secondo i parametri della bioarchitettura: i due primi capolavori verdi sono il negozio di Cheetham Hill, alla periferia di Manchester, e quello di Ramsey vicino a Cambridge. Il primo ha tutte le caratteristiche tipiche degli edifici passivi, il secondo è addirittura a emissioni zero, perché produce da fonti rinnovabili l'enegia che consuma. Anche Tesco vuole arrivare a zero emissioni entro il 2050. La ricetta è sempre la stessa: risparmi energetici puntando sull'efficienza nell'illuminazione, nella refrigerazione, nei trasporti. E poi taglio degli imballaggi, dei rifiuti, utilizzo di prodotti più concentrati, infine pressione sui fornitori perché si adeguino alla nuova filosofia verde. La grande distribuzione ha un enorme potere contrattuale nei confronti dei fornitori, che volenti o nolenti finiscono per adeguarsi ai nuovi standard imposti dalle grandi catene. In Italia siamo ancora all'inizio, ma qualcosa si muove. "I marchi principali della grande distribuzione, da Esselunga a Pam, da Auchan a Bennet, hanno lanciato un programma comune di risparmio energetico che punta alla telegestione intelligente dei consumi", spiega Fabio Grosso di Innowatio, la società specializzata nella gestione del portafoglio energetico e nell'efficientamento degli impianti, che sta seguendo il progetto. L'esperienza è nata dall'avvio di Centomilacandele, un consorzio di acquisto dell'energia, da cui si è sviluppato il progetto di puntare anche su una maggiore efficienza nei consumi. "Innowatio interviene su entrambi i fronti del problema: con la società YouTrade assicura un buon vantaggio economico sugli acquisti di energia e con la società YouSave cerca di ottimizzare i consumi", precisa Grosso, che è amministratore delegato di YouSave. Il progetto Smart Market consiste nel monitoraggio dei consumi per individuare gli sprechi e, in prospettiva, nella creazione di una rete intelligente per controllare e regolare i carichi di tutti i supermercati da una postazione centralizzata. Già oggi i primi interventi hanno consentito di realizzare risparmi per circa il 20% della bolletta annuale. Ma c'è ancora molto lavoro da fare.

6 gennaio 2010

Ferragamo vira con un tocco di verde

Quattro milioni di pacchi e pacchetti in un anno, usciti da 570 negozi in giro per il mondo, convertiti in materiali rigorosamente ecologici. E' questa la svolta verde di Salvatore Ferragamo, uno dei leader mondiali del lusso, che punta a diventare un modello di sostenibilità per il settore. "In un momento in cui l’attenzione a preservare le risorse del pianeta per le generazioni future è altissima, abbiamo voluto farci portatori di un approccio responsabile, che coniuga l’estetica all’attenzione per le risorse della natura, a dimostrazione che si può fare business in maniera ecologica", spiega l'amministratore delegato Michele Norsa, che ha seguito personalmente la riconversione, includendo anche tutto il materiale di cancelleria interno al gruppo. "E' un progetto di grande complessità, che ci è costato molto lavoro, ma ne vale la pena, visti i risultati". In pratica, il gruppo ora usa scatole e borse ecologiche, certificate Forest Stewardship Council, il marchio che identifica i prodotti contenenti legno proveniente da foreste gestite in maniera corretta e responsabile, secondo rigorosi standard ambientali, sociali ed economici. "Di primo acchito, il packaging sembra un'area secondaria, invece è molto più vasta di quanto sembri. L'abbiamo scelta perché ci ha consentito un intervento immediato, con effetti pratici notevoli e anche visibili all'esterno", precisa Norsa. Per il nuovo packaging, sempre Made in Italy, viene utilizzata una carta naturale (40% deinchiostrata post-consumer Fsc, 55% pura cellulosa ecologica Fsc e 5% fibra di cotone) trattata con sistemi tecnologicamente avanzati, che assicurano resistenza e tenuta colore. Anche le finiture sono certificate Fsc: i manici delle borse sono in cotone e per il bordeaux tipico della maison sono stati utilizzati pigmenti coloranti studiati appositamente per rispettare tutti i parametri relativi all'eco-compatibilità. "Abbiamo cercato di semplificare alcuni aspetti, come ad esempio il colore delle scatole: prima erano tutte rosse, mentre ora l'interno è bianco, per ridurre la quantità di pigmenti utilizzati", fa notare Norsa. In questo modo i conti tornano e la riconversione non pesa troppo sui bilanci del gruppo. Rigorosamente ecologici anche i sacchettini che accompagnano le calzature, le borse e gli accessori, tutti in puro cotone non sbiancato. Per realizzare i nuovi eco-packaging, sono state coinvolte diverse aziende italiane, come ad esempio le cartiere Fedrigoni, che hanno creduto nel progetto e ora accompagnano Ferragamo in questa esperienza. I nuovi packaging ecologici sono già presenti nelle boutique della maison e il processo di sostituzione a livello worldwide sarà completato entro febbraio 2010. "Il dialogo instaurato con la clientela da quando abbiamo avviato le vendite online dirette dimostra che i nostri consumatori più sofisticati sono molto interessati alla difesa dell'ambiente", spiega Norsa. In particolare i clienti giapponesi, "dove ormai i bambini sognano la Prius invece della Ferrari". E infatti la svolta verde del gruppo non si limita al packaging: nell'arredamento dei negozi monomarca Ferragamo utilizza il legno compresso al posto di quello massiccio e pone grande attenzione all'illuminazione per non sprecare elettricità, negli stabilimenti produttivi sta installando pannelli solari per il riscaldamento. Sul fronte del prodotto, da anni ormai applica un codice etico rigoroso nei confronti dei propri fornitori, per assicurarsi materie prime prodotte in armonia con l'ambiente. Alcune linee di accessori sono state prodotte "metal free", sostituendo le parti in metallo con legno o pelle. "Per le suole di gomma delle scarpe stiamo facendo una ricerca per individuare un materiale più facilmente biodegradabile", rileva Norsa. Resta, come sempre, molto da fare in questa direzione. "Per noi è un work in progress - promette Norsa - a cui continueremo a dedicare attenzione".

25 dicembre 2009

Natale? E' uno stress per il pianeta

La stagione delle feste è il periodo più stressante dell'anno per il pianeta. Consumi alle stelle, viaggi aerei e una montagna di rifiuti allargano a dismisura l'impronta umana sulla natura. Basti pensare che in dicembre il mondo industrializzato produce il 25% di monnezza in più rispetto alla media degli altri mesi. E lo stress non colpisce solo l'ambiente: "digerire" l'enorme quantità di oggetti che ci scambiamo in questa stagione spesso mette in difficoltà anche i fortunati destinatari e la statica delle loro abitazioni. Contro l'ansia da monnezza, l'unica difesa è il riciclo. Ma per offrire un dono veramente sostenibile, bisogna cominciare a pensarci prima ancora dell'acquisto. Shopping online. Gli acquisti online sono decisamente più verdi dello shopping nei negozi reali, sia in termini di carburante consumato (tante macchine in giro per la città contro un singolo camion), sia in relazione all'impronta ambientale complessiva dei singoli dettaglianti rispetto alla filiera del commercio online. Se si tratta di una spedizione via terra, un dono comprato online consuma in media un decimo, via air mail la metà del carburante bruciato comprandolo personalmente. Riciclo. Per un regalo verde vanno privilegiati gli oggetti facili da riciclare, di materiali biodegradabili, come un libro. Ma se proprio ci si sente in dovere di soddisfare la fame di gadget elettronici dell'amico smanettone, bisogna almeno includere una nota con le istruzioni per il riciclo, indicando precisamente dove e come liberarsi in maniera sostenibile dell'oggetto in questione quando non serve più. I marchi che offrono già un programma di riciclo ben organizzato, come ad esempio Vodafone per i cellulari, naturalmente sono da preferire. Ri-dono. Rimettere in circolazione come dono all'amica new-age la candela aromatica regalataci da una lontana cugina, che mai useremo, era considerato in passato un gesto di cui vergognarsi, indice di animo gretto e insensibile. Oggi, con le dovute cautele, può invece diventare prova di autentica sensibilità ambientale. A fine stagione, c'è perfino chi mette apertamente all'asta i regali superflui, fra amici o su eBay. Packaging sostenibile. Riutilizzare carta già usata consente di salvare 17 alberi per ogni tonnellata, 26 metri cubi di acqua, 4.000 kilowattora di elettricità e 2 barili di petrolio, equivalenti a 630 chili di CO2. Il regalo verde, quindi, non va mai impacchettato con carta nuova di zecca. Può essere avvolto in carta di giornale, carte geografiche da gettare, il cartoccio del panettiere o altre carte, meglio se assemblate in maniera creativa. Può essere infilato in una borsa di carta riutilizzabile o in una borsa di stoffa, oppure impacchettato in un altro regalo, come una sciarpa, un foulard o uno strofinaccio da cucina. Un bel fiocco e via. Batterie. Il 40% di tutte le batterie si vende in dicembre: meglio comprarle riciclabili e magari includere un bel caricatore!Alberi di Natale. Ogni anno si vendono 30-35 milioni di alberi di Natale in Nord America e altrettanti in Europa. Prima di acquistarne uno bisognerebbe decidere cosa farne dopo le feste: se lo si compra in vaso poi si potrà ripiantare in un bosco o in un parco, sennò si pone il problema di trasformarlo in composto organico o in pacciamatura, altrimenti finirà in discarica a produrre CO2. Conviene informarsi in un vivaio o in Comune.

18 dicembre 2009

Dave Keeling: la fatica di setacciare l'aria

Il vulcano di Mauna Loa emerge di colpo dall'oceano e sale su drammatico, un cono alto più di 4000 metri. In cima l'aria è straordinariamente pura: siamo in mezzo al Pacifico, niente traffico o ciminiere all'orizzonte. Ogni tanto il vulcano si risveglia, ma di rado, l'ultima eruzione risale al 1984. E' da qui sopra, da un piccolo laboratorio costruito negli anni Cinquanta, il Mauna Loa Observatory, che Charles "Dave" Keeling ha misurato giorno dopo giorno, per quasi cinquant'anni, la concentrazione di CO2 nell'atmosfera terrestre, tracciando così la famosa Keeling Curve, oggi considerata la teoria della relatività del riscaldamento globale. La prima misurazione risale al marzo 1958: quell'ampolla d'aria conteneva 316 parti per milione di CO2. Al tempo nessuno, nemmeno Keeling stesso, aveva la più pallida idea di quanto ci sarebbe tornato utile questo monitoraggio. Nel 2005, anno della sua morte, la concentrazione era salita a 378 parti per milione. A fine 2009, siamo arrivati a 386 parti per milione. Oggi i climatologi ritengono che 500 parti per milione sia il limite massimo che non possiamo permetterci di oltrepassare, se vogliamo evitare eventi catastrofici. L'osservatorio di Mauna Loa, con il suo combattivo staff di dieci scienziati, ha continuato a funzionare regolarmente anche dopo la scomparsa del suo paladino. Steve Ryan continua a misurare quotidianamente la concentrazione di anidride carbonica e di metano nell'atmosfera (i due principali gas serra), il monossido di carbonio, l'anidride solforosa (causa principale delle piogge acide) e controlla settimanalmente la concentrazione dell'ozono con dei palloni sonda. Ma nella curva di Keeling c'è un buco di qualche mese, nel '64, a testimonianza di quanto sia stato difficile mantenere in vita per mezzo secolo questa struttura modesta, eppure rivelatasi così importante per il futuro dell'umanità. Prima della nascita dell'osservatorio di Mauna Loa, si sapeva poco o niente della CO2 presente in atmosfera. Keeling cominciò a studiarla nel '56, quand'era ancora un postdoc al CalTech, per puro interesse nella geofisica. Riuscì ad avere un primo finanziamento dalla Los Angeles Weather Pollution Foundation e poi dall'US Weather Bureau, spiegando genericamente che voleva individuare "i fattori che controllano la presenza di CO2 nell'atmosfera". Dave Keeling cominciò a prendere campioni in giro per la California, mentre un gruppo di scandinavi stava facendo lo stesso in Svezia. Raffinando laboriosamente le sue tecniche di campionatura con strumenti sempre più sofisticati e ingegnosi, si rese conto che più le località erano isolate e più i valori misurati erano stabili e affidabili. Il suo mentore al CalTech, il geochimico Harrison Brown, era uno dei pochi scienziati ad aver studiato le possibili influenze sul clima derivanti dall'aumento di CO2 in atmosfera. Ma non aveva alcuna speranza di finanziamento per un programma di lungo periodo. Il monitoraggio "in situ" è la Cenerentola della scienza, poco amata e miseramente finanziata. Ancora oggi è così: per il gigantesco programma europeo Global Monitoring for Environment and Security, ad esempio, destinato programmaticamente a incrociare i dati registrati dai satelliti con quelli raccolti a terra, sono stati stanziati ben 3 miliardi di euro fino al 2013. Ma i finanziamenti sono destinati solo ai progetti satellitari, neanche un centesimo andrà nelle misurazioni a terra. Le agenzie che gestiscono i fondi sono sedotte dalla ricerca di base solo se consente una verifica di ipotesi già delineate, rapidamente "spendibili", o comporta lo sviluppo di tecniche spettacolari. Nessuna di queste motivazioni anima il banale monitoraggio a terra e la soddisfazione di requisiti analitici severi non è vista come un valore in cui valga la pena d'investire. Gli svedesi, non a caso, lasciarono perdere quasi subito. Keeling, invece, ebbe un colpo di fortuna. Nel '56 si stava preparando l'Anno Internazionale della Geofisica e due scienziati già famosi, Roger Revelle e Hans Suess, portarono l'argomento all'attenzione del comitato incaricato dal governo americano di organizzare l'evento. L'importanza di capire i "possibili effetti sul clima dell'aumento nella produzione industriale di CO2 previsto nei prossimi 50 anni" fu accettata dal comitato e Revelle invitò il giovane ricercatore a proseguire le sue misurazioni all'istituto di oceanografia che dirigeva, lo Scripps, a La Jolla, vicino a San Diego. Keeling rimase poi affiliato allo Scripps per tutta la vita. Ma non si fermò lì. Riuscì a farsi comprare dal comitato una serie di spettrofotometri, macchinari costosi e considerati del tutto eccessivi per la sua missione, ma rivelatisi poi essenziali per un monitoraggio accurato, e li piazzò in Antartide e a Mauna Loa, dove si stava costruendo l'osservatorio. Nel '58 cominciarono a fluire i primi dati. Man mano che le curve dei dati si allungavano, emergevano modelli. I cambiamenti stagionali e le differenze tra emisferi tracciavano il respiro della biosfera, dominato dall'inspirazione primaverile di CO2 e dall'espirazione autunnale dell'emisfero Nord, il più ricco di vegetazione. Keeling misurò l'abbondanza isotopica del carbonio 13 nella CO2 per dimostrare che le variazioni stagionali erano causate dalle piante presenti sulla superficie terrestre. Il primo rapporto di Keeling è una pietra miliare, che documenta il ciclo stagionale e l'aumento costante della CO2 su base annuale. Entro gli anni '70, divenne chiaro il nesso fra fenomeni catastrofici ricorrenti come El Niño e l'alterazione del ciclo stagionale della CO2. E l'aumento della CO2 venne attribuito al consumo crescente di combustibili fossili, dimostrando che una frazione consistente di CO2 aggiunta dalle attività umane rimane nell'atmosfera e non viene rimossa dalla biosfera. Malgrado la portata dei risultati, il lavoro di Keeling fu continuamente minacciato, come dimostra il salto registrato nel 1964, quando il blocco dei finanziamenti fermò per breve tempo le misurazioni. A un certo punto, gli fu richiesto di garantire due scoperte l'anno, come scrsse nel '98 nel resoconto delle sue tribolazioni, "Rewards and Penalties of Monitoring the Earth". Ma la sua testarda costanza è riuscita a prevalere anche oltre la morte: Ralph Keeling, scienziato come il padre, dirige oggi il programma di monitoraggio della CO2 di Scripps.

15 dicembre 2009

Copenhagen, una città che va a vento

Uscendo in barca dal canale del vecchio porto di Copenhagen, il panorama che si offre al visitatore non poterbbe essere più rappresentativo della rivoluzione industriale messa a segno da questa città negli ultimi vent'anni. Sulla sinistra un'infilata di pale eoliche macinano allegramente kilowattora nel vento forte e nelle acque basse del Baltico. Da qui arriva l'energia che fa girare Copenhagen: nei giorni di festa, quando i negozi sono chiusi, il suo milione e mezzo di abitanti va a vento. Sulla destra, l'impianto di smaltimento e termovalorizzazione dei rifiuti che fornisce energia e calore a 150mila famiglie, bruciando le immondizie di mezzo milione di cittadini. Questo è il cuore del sistema di smaltimento della città, dove arriva ogni giorno da otto stazioni di riciclaggio quel 26% di rifiuti che non può essere riutilizzato, per alimentare la centrale di Amagerforbraending. L'impianto, praticamente nel centro di Copenhagen, sulla riva dello stretto di Oeresund, di fronte al teatro dell'Opera, smaltisce 500mila tonnellate di materiale all'anno, il 10% di tutti i rifiuti della Danimarca e riscalda così buona parte della città. "Mostrare ai cittadini, senza ipocrisie, dove vanno a finire le loro immondizie è un monito sempre utile, per aiutarli a sprecare di meno e a procedere in maniera responsabile con i materiali che gettano via", spiega la direttrice Ulla Roettger, che ospita spesso scolaresce e comitive in visita. L'impianto, del resto, non inquina più di una qualsiasi centrale termoelettrica a combustione, come sanno bene gli abitanti di molte altre città vicine e lontane, da Vienna a Tokio, che ne ospitano uno tra le vie del centro. Copenhagen, Porto dei Mercanti nell'antico dialetto basso tedesco che poi si è trasformato in danese, è oggi la città più verde d'Europa, secondo l'European Green City Index stilato da Siemens sulla base delle performance e delle politiche ambientali delle trenta più importanti città europee. Questo riconoscimento non stupisce per nulla i suoi abitanti, che ci lavorano da vent'anni. Quando la Danimarca ha deciso di emanciparsi dall'oro nero degli sceicchi, dopo la batosta della crisi petrolifera dei primi anni Ottanta, tra le scelte più importanti c'è stata quella di sfruttare una risorsa che in mezzo al mare non potrebbe essere più abbondante: il vento. Da allora a oggi, il piccolo Paese baltico è diventato leader mondiale dell'eolico: "La metà delle pale piantate per terra e per mare in giro per il mondo è fatto da noi", spiega con fierezza Connie Hedegaard, ministra danese e neo-commissaria europea al Clima. La compagnia danese Vestas, infatti, è leader mondiale nella produzione di turbine eoliche e uno dei pilastri della green economy danese. La capitale ha condiviso con entusiasmo questa scelta, diventando la vetrina di un Paese che sta uscendo dall'economia del carbonio. "Il nostro obiettivo è diventare la prima città carbon neutral del mondo, entro il 2025", precisa Klaus Bondam, assessore all'Ambiente di Copenhagen. Sia Bondam, un ex attore di 46 anni, che Hedegaard, 49 anni, ex giornalista, non sono due politici verdi: lei fa parte del partito conservatore oggi al governo, lui è un liberale che fa politica con i radicali a livello cittadino. Bondam non limita le parole quando parla della sua città: "Qui a Copenhagen siamo alla ricerca di soluzioni per salvare il mondo. Vogliamo diventare un modello per motivare le altre città a muoversi nella stessa direzione". Bondam, opportunamente, non parla di una città carbon free, ma carbon neutral. Non è un venditore di patacche. Sa benissimo che una città di queste dimensioni avrà sempre bisogno, seppure in piccola parte, di bruciare qualche combustibile con relative emissioni di carbonio, se vuole mantenere il suo stile di vita attuale. Ma vuole fare di tutto per comprimere al massimo queste emissioni inevitabili. E poi vuole compensarle piantando alberi.Il piano è chiaro e segue un percorso già segnato dai suoi predecessori: "Vent'anni fa Copenhagen era una città molto povera, piena di vecchi e di studenti. La gente se ne andava. Ma la mia generazione ha deciso di restare dopo aver finito gli studi". Sono i mitici anni di Christiania, la città libera inventata dagli squatters fra i magazzini anseatici del vecchio porto e le costruzioni militari abbandonate a ridosso degli antichi bastioni difensivi. "Pensavamo che Copenhagen avesse delle caratteristiche uniche e volevamo inventarci una città nuova a partire da queste", racconta Bondam. Al centro di questo percorso, ci sono i cittadini e la loro qualità della vita. Da allora ad oggi il vecchio porto, ormai obsoleto, è stato spostato da un'altra parte e l'area riqualificata: il tratto di mare fra le due isole maggiori di Copenhagen è di nuovo balneabile e la costa è diventata un polo d'attrazione outdoors, con giardini e due spiagge libere. Una terza spiaggia è in via di apertura. "Oggi il nostro primo obiettivo è dare al 90 per cento dei cittadini una zona verde o una spiaggia nel raggio di 15 minuti a piedi", ragiona Bondam, che cita come suo ispiratore principale l'urbanista Jan Gehl, teorico degli spazi pubblici, che ha contribuito a liberare dalle macchine e pedonalizzare parte del centro di Londra, New York e Sydney. La nuova infrastruttura verde comprende 14 piccoli parchi e la piantumazione di 14mila alberi, che faranno parte di una rete verde in divenire. Per diluire la presenza delle auto, sarà ampliata a 110 chilometri la rete di piste ciclabili, già estesa e trafficatissima, molto usata dagli stessi ministri del governo danese. Il terzo elemento è l'alimentazione: metà del cibo consumato nelle strutture pubbliche cittadine è biologico e si vuole arrivare al 90%. "Non vogliamo solo rendere Copenhagen carbon neutral al 2025 - fa notare Bondam - ma anche il miglior ambiente urbano del mondo entro il 2015". E sono già a buon punto.

9 dicembre 2009

L'ecologia vale 23 miliardi sul listino inglese

Gli esiti del vertice di Copenhagen sul futuro verde del mondo non preoccupano i guru del mercato. Gli indici della Borsa di Londra legati al green business - dal Ftse4Good Index al Ftse Environmental Opportunities Index - hanno una capitalizzazione complessiva di 23 miliardi di euro e sono ormai da anni il segmento del mercato che cresce più in fretta. “Ma non siamo che all'inizio”, precisa Will Oulton, responsabile del Ftse Group per gli investimenti sostenibili. La carica della finanza verde è appena partita, concorda Peter Dickson, responsabile del Fortis Clean Energy Fund. “E non è una bolla - aggiunge - anzi, l'impatto della rivoluzione sostenibile si allarga e influenza già diverse categorie di asset correlate, dalle materie prime all'immobiliare”. Sono queste le idee raccolte a una conferenza organizzata dalle banche più coinvolte nel green business a margine del vertice di Copenhagen. "Le società che salteranno per prime sul treno andranno lontano, le altre resteranno a piedi", prevede Eric Borremans, capo degli investimenti sostenibili di Bnp Paribas. I dubbi della politica non sono entrati in sala, perché tutti sanno che il business corre più veloce. “L'evoluzione darwiniana – rileva Oulton – si applica anche alle aziende, oltre che alle specie animali: non sono le più forti a sopravvivere, né le più intelligenti, ma quelle che si adattano meglio ai cambiamenti”. Basta osservare i numeri per capire quali saranno i settori che nei prossimi anni avranno i tassi di crescita più marcati. In ordine di rilevanza, secondo uno studio di New Energy Finance: le fonti di energia alternative ai combustibili fossili, l'efficienza energetica, i servizi di supporto ambientale, le tecnologie e infrastrutture idriche, le tecnologie di gestione dei rifiuti, le tecniche di controllo dell'inquinamento. New Energy Finance stima che gli investimenti globali nelle energie pulite dovranno spingersi fino a 500 miliardi di dollari l'anno, quasi il triplo del livello raggiunto nel 2008 (comunque già triplicato rispetto alla quota del 2005), se vogliamo ottenere una stabilizzazione delle emissioni di CO2, principale responsabile dell'effetto serra, e un declino dopo il 2020. Tutti i Paesi industrializzati, chi prima e chi poi, vanno in questa direzione. Lo schema europeo 20-20-20, già vincolante a prescindere dagli esiti di Copenhagen, mira a coprire entro il 2020 il 20% del fabbisogno di energia primaria con le fonti pulite, che oggi non arrivano neanche al 10%. Lo spazio di crescita, dunque, è enorme. Per centrare l'obiettivo, ogni Paese dovrà aumentare l'utilizzo di fonti rinnovabili nell'elettricità, nel riscaldamento e nei trasporti. Solo sul fronte dalla produzione elettrica pulita, gli investimenti europei dovrebbero passare da 3 a 8 miliardi l'anno. Va da sé che le fonti più interessate a questa crescita saranno l'eolico, il solare e le biomasse: nei prossimi dieci anni ci vorranno 6 miliardi d'investimenti per potenziare l'eolico, 16 miliardi per il solare e altri 16 per le biomasse. Ma l'Europa non è sola. Il Congresso americano si appresta a varare una legislazione analoga e il Giappone ha già messo in cantiere tagli del 30%. La Cina, primo inquinatore mondiale, sta facendo rapidi passi avanti sulla via delle fonti pulite e ormai è leader nella produzione di pannelli solari. Perfino la Corea del Sud, unico fra i Paesi in via di sviluppo, ha deciso un taglio delle emissioni del 4% entro il 2020. Su questa base funzionano diversi mercati di scambio dei crediti di carbonio, a partire da quello europeo. “Chi teme di trovarsi di fronte a una bolla può stare tranquillo”, spiega Peter Dickson di Fortis. “Il quadro legislativo internazionale è già a un livello avanzato di sviluppo, con meccanismi di remunerazione stabili e mercati trasparenti di scambio dei crediti di carbonio. Le tecnologie sono provate e sempre più efficienti. La crescita sui mercati globali è costante”. Il settore presenta caratteristiche anticicliche, come s'è visto nella continua crescita anche in questo periodo di vacche magre. E risponde a spinte di lungo periodo, che prescindono dagli esiti del vertice di Copenhagen: l'aumento della domanda energetica causato dalla crescita della popolazione mondiale, la necessità di emanciparsi da fornitori inaffidabili e dai prezzi volatili dell'energia, l'esigenza di migliorare la qualità dell'aria. “Attenzione, quindi, a non sottovalutarlo”, ammonisce Dickson. Chi continua a finanziare l'economia del carbonio, rischia prima o poi di rimanere con il cerino in mano.