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14 maggio 2009

Da Obama a Marchionne: i manager della nuova era

Non più di 18 mesi fa, le metafore più idonee nel mondo della finanzaerano militari e i capi più riveriti erano tipi duri, bravi a dare ordini,stile Top Gun: si pensi a Dick Fuld di Lehman Brothers o a Sir Fred «TheShred» Goodwin di Royal Bank of Scotland. Tutti e due sono stati inghiottitidal gorgo della crisi e oggi l’umiltà ha rimpiazzato l’arroganza ai pianialti dei colossi della finanza. Come al solito, Goldman Sachs ne ha presocoscienza per prima, con la contrita ammissione di Lloyd Blankfein in undiscorso di qualche settimana fa a Washington, in cui ha riconosciuto che«l’anno scorso è stato profondamente umiliante» e che molte iniziativeindustriali degli anni passati, «col senno di poi, sembrano finalizzate allucro e all’ingordigia».Il modello di direzione aziendale basato sul maschio Alfa è passato di modacosì brutalmente che viene persino biasimato a livello ormonale: alcuni studiaccademici suggeriscono, infatti, che gli uomini con un elevato tasso ditestosterone abbiano una maggiore propensione alle transazioni commercialialtamente rischiose, cosa non necessariamente positiva in un momento in cui larecessione globale viene imputata a un’errata valutazione del rischio. E lostile «femminile» di gestione, più posato e ricettivo, diventa sempre piùdi moda. I fautori del femminismo devono trattare questi argomenti con grandecautela: le teorie economiche che favoriscono le donne in fase di recessionepotrebbero trasformarsi troppo facilmente in giustificazione intellettualepro-discriminazione durante il prossimo boom. Tuttavia, considerare come unosvantaggio il fatto che in alcuni quartieri generali sia presente troppotestosterone è sicuramente segno di un profondo mutamento culturale.Una prova di quanto ampia sia stata l’oscillazione del pendolo l’ha dataJack Welch, ex capo di General Electric e icona del vecchio modello imperiale,che ha conferito a Barack Obama un «10 e lode» per il suo stile al comando,nonostante dissenta su molti aspetti della sua politica. Il nuovo presidenteamericano, soprannominato dai suoi detrattori «Obambi» per indicare unaleadership debole, è il simbolo più accalamato del cambiamento. «Una storiadi successo fenomenale», fa notare Marco Rotondi, autore insieme a FedericoMioni di Obama Leadership (Franco Angeli), in libreria a fine maggio. Partitoda una startup con un ufficetto e una segretaria, in due anni Obama èriuscito a costruire un’«azienda» da 1.200 dipendenti. Ai nastri dipartenza, lo davano all’8 per cento. E invece lui ha sbaragliato una decinadi concorrenti con molta più esperienza di lui, in un mercato maturo, comequello della politica, dove gli outsider non sono precisamente i benvenuti.Tutto ciò, utilizzando uno stile di gestione completamente nuovo.L’Obama Style rompe decisamente con l’atteggiamento da Top Gun dei suoipredecessori. Rispetto al capo che impone la sua volontà in manierasbrigativa oppure, in alternativa, delega certe decisioni al collaboratorepiù competente, l’uomo nuovo sceglie una terza via: Rotondi l’ha chiamata«comprensione ossessiva». Chiede spiegazioni, vuole capire i problemi, va afondo delle questioni e solo alla fine decide. Cerca di condividere con glialtri le sue scelte, ma non si sottrae mai alle sue responsabilità. «Quandoi mercati prosperano, è facile coprire gli errori dei manager autoritari, cheprivilegiano le decisioni rapide e poco discusse, quindi rischiose», fanotare Rotondi. Oggi è più adatta la strategia di Obama, che preferiscedarsi il tempo per ascoltare gli altri. È facile capire il perché. Il nostromondo globalizzato, collegato in rete, multipolare, senza chiare linee didemarcazione ideologiche da guerra fredda, è diventato troppo complesso peressere gestito con un approccio di tipo comanda-e-controlla. L’Obama Styleaccetta la complessità invece di respingerla. Non cerca soluzionisemplicistiche e tagliate con l’accetta. Preferisce i compromessi, lesfumature.Non stupisce, dopo tanto successo, che più di un manager sia attratto dal suostile e molti abbiano tentato di metterci sopra il cappello. «Ma le adesionisuperficiali non bastano - commenta Rotondi - perché la strategia delcambiamento è molto più difficile da applicare di quanto non sembri». Fra idirigenti d’azienda che possono fregiarsi dell’Obama Style, secondoRotondi, l’esempio più fulgido lo abbiamo a casa nostra: è SergioMarchionne, il capitano che ha trasformato la Fiat da una carretta dei mari inuna portaerei. Senza mai alzare la voce.

10 maggio 2009

Google Earth arma segreta per la difesa del pianeta

Vedere per credere. L'evidenza fotografica ha un'abilità unica di trasmettere la realtà concreta del riscaldamento del clima alla gente comune. James Balog, fotogiornalista di grido, ha inserito in Google Earth le immagini delle sue fotocamere di monitoraggio, undici occhi virtuali che registrano lo scioglimento dei ghiacci eterni, dalla Groenlandia al massiccio del Monte Bianco, per rendere consapevole il mondo di quello che sta succedendo, in tempo reale. Il suo è uno dei grandi progetti di tutela ambientale che stanno portando alla ribalta Google Earth come uno strumento fra i più potenti per la difesa del pianeta. Ma ce ne sono altri. Julian Bayliss, uno studioso dei Royal Botanical Gardens inglesi, ha scoperto quest'inverno una vasta regione di foresta vergine in Mozambico, sul monte Mabu, semplicemente esaminando con attenzione le mappe di quel Paese in Google Earth, da cui saltava all'occhio una densa macchia verde ancora inesplorata: la spedizione nata dalle sue scorribande virtuali ha portato alla luce una sacca perduta di biodiversità, con tre nuove specie di farfalle e una rarissima orchidea. Per non parlare del monitoraggio delle emissioni eseguito dal Carbon Dioxide Information Analysis Center, dalla vigilanza sulla deforestazione del World Resources Institute o dello studio del Natural Resources Defence Council sulle aree più adatte a essere sfruttate per la produzione di elettricità da fonti rinnovabili. Il primo lancio di un satellite per usi civili non limitati alle previsioni del tempo risale al 1972, quando la Nasa piazzò in orbita il Landsat per monitorare lo sfruttamento del territorio ad usi agricoli e la desertificazione del pianeta. Da allora ad oggi, sono andati in orbita molti altri satelliti, con una grande varietà di telecamere e di sensori, capaci di penetrare oltre le nuvole, di misurare le temperature sulla superficie terrestre e perfino di percepire il progressivo assottigliamento dei ghiacci artici. Molti Paesi usano i satelliti per sorvegliare il proprio territorio, compreso il Brasile, che ha uno dei sistemi più sofisticati del mondo per il monitoraggio istantaneo della deforestazione, ma non sempre dimostra la volontà politica di bloccarla. Solo dal 2005, però, Google Earth organizza queste immagini e le aggrega con le fotografie aeree e le riproduzioni del territorio in 3D da un'ampia varietà di fonti, per presentarle e renderle accessibili gratuitamente agli utenti della rete. Il linguaggio KLM di programmazione di Google Earth è stato subito identificato dai conservazionisti come il gergo ideale per "interagire" con il pianeta, da un lato utilizzando i dati geospaziali per scoprire le modifiche sul territorio, dall'altro per metterle in evidenza con immagini e informazioni raccolte personalmente, in una vasta impresa collettiva di documentazione. Oggi ne vediamo i primi frutti.

7 maggio 2009

Smart Planet: l'informatica a servizio dell'ambiente

Nel Saguaro National Park di Tucson, in Arizona, ci sono quasi due milioni di cactus. Bob Love, il capo dei ranger, è costretto a difenderli con il fucile spianato insieme ai suoi uomini, perché quelle monumentali succulente, molto amate dal pubblico, possono valere migliaia di dollari. I più antichi arrivano anche a 200 anni, ma sono troppo grandi per essere trafugati. I ladri preferiscono i saguari di 40-50 anni, che di solito non superano i due metri d'altezza. Scavano sotto le radici e li avvolgono in un tappeto per non farsi massacrare dalle spine. Due di loro sono stati colti sul fatto recentemente con 18 saguari già caricati su un camion. Ma adesso basta. Love ha deciso di usare i moderni mezzi della tecnologia per difendere i suoi cactus e ha ordinato alcune migliaia di chip Rfid da iniettare nelle piante per poterle rintracciare. I chip, in realtà, non sono in grado di svegliare i ranger nel cuore della notte se arrivano i ladri, ma la gente ne è convinta lo stesso. Il punto vero è che i cactus rubati possono essere facilmente identificati con un apposito scanner nei vivai dei dintorni. Sia come sia, l'effetto deterrenza è assicurato, perché il sistema è già stato sperimentato in altri parchi naturali. A Lake Mead, vicino a Las Vegas, non sono i saguari a far gola ai ladri, ma un'altra succulenta tondeggiante di cui il parco è pieno, chiamata in inglese “barrel cactus”, meglio nota in italiano come “cuscino della suocera”. La direttrice Alice Newton ha già iniettato migliaia di chip nei suoi preziosi cactus, con ottimi risultati. I furti, cominciati nel 2000 con danni milionari, sono cessati dopo l'operazione Rfid. Questi sono solo due esempi di come le tecnologie di riconoscimento in radiofrequenza possano essere utilizzate per la tutela dell'ambiente. Ma se ne possono citare molti altri. Per difendere i cinghiali dell'Amazzonia dall'estinzione, gli attivisti del Wwf inseriscono un trasmettitore Rfid nell'orecchio di tutti gli esemplari che riescono ad acchiappare. Piazzando poi delle colonnine riceventi nei luoghi dove i cinghiali vanno ad abbeverarsi, il dispositivo segnala le strategie e gli spostamenti dei branchi senza bisogno di un trasmettitore satellitare, molto più costoso. Nel Kerala, in India, si usa lo stesso sistema per controllare gli spostamenti degli elefanti nelle riserve. L'estrema economicità dei trasmettitori in radiofrequenza è una delle ragioni principali di questo successo: per utilizzare un sistema Vhf si spenderebbero almeno 300 dollari per animale e con il Gps addirittura 3.000, mentre una cimice Rfid costa 3-4 dollari. Non a caso, l'idea di sfruttare a beneficio dell'ambiente questi sistemi, nati per facilitare la logistica della grande distribuzione, comincia ad attrarre anche le aziende che li producono. Ibm si è inserita nel nuovo filone coniando il marchio Smart Planet: sotto questo ombrello vende sofisticati sensori e sistemi che consentano di risparmiare risorse migliorando l'efficienza delle reti di elettricità, gas e acqua, di abbattere l'inquinamento evitando gli ingorghi, di gestire meglio la generazione elettrica dai tetti fotovoltaici e la raccolta dei rifiuti. La reazione delle amministrazioni pubbliche dimostra che la tecnologia verde ha già un mercato. Stoccolma ha chiesto un sistema per ridurre l'inquinamento rendendo più fluido il traffico, Seattle e Portland (Oregon) puntano a riequilibrare la domanda di energia con una tariffazione flessibile, Pechino a migliorare la gestione del bacino fluviale dello Yangtze. Per non parlare della raccolta differenziata dei rifiuti, su cui un ex consulente della Deloitte, Ron Gonen, ha fondato la sua startup RecycleBank. Il principio generale è che migliorando la qualità delle informazioni, la gente tende a prendere decisioni migliori. Trent'anni di studi sul risparmio energetico dimostrano, ad esempio, che semplicemente osservando in tempo reale l'impatto delle proprie azioni porta a un taglio dei consumi dal 5 al 15%. Agilewaves, una startup di ex scienziati della Nasa, punta proprio su questo: portare i consumi energetici fuori dal vano contatori, trasferendoli in tempo reale sul desktop di ogni utente, dovrebbe indurlo a tagliare le spese inutili. Gonen va ancora più in là e suggerisce alle municipalità di premiare i riciclatori più bravi con un sistema a punti. Il suo sistema consiste nel distribuire agli utenti dei contenitori per il riciclaggio dotati di un chip: ogni contenitore viene pesato dallo stesso braccio meccanico che lo svuota nei rispettivi camion di raccolta, per poi trasmettere i dati a un server centrale, dove le quantità riciclate vengono tradotte in un punteggio. La gente può scaricare i propri punti da un sito e utilizzarli poi in una serie di negozi convenzionati. Il suo sistema ha già attirato l'attenzione di diverse amministrazioni locali americane, fra cui quella di Dallas, che lo sta applicando. In termini più generali, l’idea di sposare le tecnologie di trasmissione in radiofrequenza, quelle satellitari e Internet per catturare, analizzare e interpretare i dati ambientali trova sempre nuove applicazioni. L’ultima si chiama Planetary Skin e la sta sviluppando Cisco insieme alla Nasa. Si tratta di una piattaforma di collaborazione online che punta a incrociare i dati satellitari dell’agenzia spaziale con quelli rilanciati da una miriade di sensori piazzati in cielo, in mare e sul territorio di tutto il pianeta, che finora viaggiavano su sistemi isolati fra loro. L’obiettivo è trasformare questi dati in informazioni, che governi e aziende possano utilizzare, per gestire le risorse naturali globali in maniera più efficiente e ridurre le emissioni climalteranti. In pratica, John Chambers sta lanciando un panopticon di vigilanza dell’intero pianeta, basandosi su reti già esistenti, ma scollegate fra loro, come le telecamere di monitoraggio del traffico, le centraline di registrazione dell’inquinamento o i satelliti che osservano lo scioglimento dei ghiacci e il depauperamento delle foreste, sfruttando lo stesso tipo di software che Wal-Mart utilizzerebbe per le consegne just-in-time dei suoi rifornimenti dalla Cina. Il suo occhio informatico avrà una prima applicazione, come si conviene, a San Francisco, dove tutte le informazioni provenienti dai sensori che misurano le emissioni cittadine, zona per zona, saranno messe in rete dalla fine di maggio. Una versione beta del sistema è già online nel sito di EcoMap. In questo sito, costruito con sistemi aperti, tutti i cittadini potranno verificare quali sono i quartieri più o meno virtuosi e anche aggiungere informazioni, raccolte personalmente. Il prossimo progetto si chiama Rainforest Skin e si focalizzerà sull’integrazione dei sensori di monitoraggio delle foreste mondiali, integrando il più possibile anche i dati forniti dagli indigeni. L’aperura del sistema al dialogo con le comunità locali non è casuale: l’occhio informatico di Chambers, infatti, può risultare inquietante per i tutori della privacy dei singoli. Non in tutte le culture si privilegia la trasparenza e anche là dov’è riconosciuta come un valore inestimabile - che induce inevitabilmente a comportamenti più civili e responsabili - la potenza di fuoco di un sistema informativo come quello concepito da Cisco potrebbe dare qualche mal di pancia. E’ chiaro che dotare Planetary Skin dell’aura di un sistema al servizio della comunità darà una mano a superare queste perplessità.

30 aprile 2009

Kyoto non basta: apriamo un ombrellone nello spazio?

Ridurre le emissioni umane di CO2 non è il solo modo per combattere il riscaldamento del clima. Ci sono altri interventi possibili, che vengono comunemente chiamati geoengineering e ricadono in due grandi categorie: rimuovere attivamente l'anidride carbonica dall'atmosfera oppure riflettere i raggi del sole verso lo spazio. Uno scienziato inglese, Tim Lenton, ha studiato le diverse tecniche e misurato le loro potenzialità di raffreddamento in uno studio, riassunto nello schema qui sotto.

1. Aerosol di zolfo nella stratosfera. L'obiettivo è creare uno schermo riflettente per far passare meno radiazioni solari, come succede con le eruzioni vulcaniche di vaste dimensioni, in modo da raffreddare la Terra quel tanto necessario a controbilanciare il riscaldamento creato dall'effetto serra. Un risultato analogo si otterrebbe con schermi riflettenti messi in orbita attorno alla Terra.

2. Produzione di nuvole. Con un sistema meccanico: spruzzando acqua di mare arricchita si confezionano nuvole con un'albedo più potente, che riflettono la luce del sole. Con un sistema biologico: si aggiunge solfuro dimetile, che ha funzione aggregante nei confronti delle particelle di vapore e provoca la formazione di nubi.

3. Potenziamento dell'albedo terrestre. Ricoprire i deserti non sabbiosi, molto poco riflettenti, con un foglio di poliuretano bianco foderato di alluminio. Selezionare o ingegnerizzare piante più riflettenti e diffonderle nelle praterie o nei campi coltivati. Dipingere gli insediamenti umani con colori chiari.

4. Sequestro dell'anidride carbonica. Usando dei prodotti chimici che assorbono la CO2, si può estrarla dai fumi delle centrali o dall'aria e poi sequestrarla in depositi geologici. La separazione della CO2 è fattibile e già praticata in via sperimentale, ma il problema del sequestro non è ancora stato risolto.

5. Afforestazione e riforestazione. Il migliore deposito per la CO2 sono le piante: piantando alberi in maniera massiccia o almeno rimpiazzando le foreste danneggiate, si aumenta la quantità di anideride carbonica assorbita naturalmente dal mondo vegetale. Queste sono tecniche già praticate e riconosciute dal protocollo di Kyoto.

6. Fertilizzazione degli oceani. Aggiungendo ferro, azoto o fosforo là dove manca, si scatena la produzione di fitoplancton, che assorbe CO2 come le piante e poi la seppellisce sul fondo. Lo stesso risultato si ottiene aspirando in superficie, con una pompa, le acque profonde, molto più ricche di sostanze nutrienti.

7. Produzione di biochar. Carbonizzando gli scarti agricoli o qualsiasi altra biomassa in assenza di ossigeno, il carbonio contenuto nelle piante non si disperde nell'atmosfera come in una combustione normale, ma si fissa all'interno del biochar, che poi può essere distribuito sui campi come fertilizzante.

Venti ragioni per diffidare del geoengineering

Da uno studio del climatologo americano Alan Robock:

1. Danni ai climi regionali. Dall'eruzione dei vulcani sappiamo che l'immissione di particelle di zolfo nell'atmosfera può causare gravi siccità localizzate.

2. Danni all'ecosistema marino. L'acidificazione degli oceani distrugge le barriere coralline e il fenomeno si accentuerà assorbendo altra CO2.

3. Riduzione dell'ozono. Le particelle spruzzate nella stratosfera scatenano reazioni chimiche analoghe a quelle che sono all'origine del buco nell'ozono.

4. Danni al mondo vegetale. Meno raggi solari, meno fotosintesi clorofilliana: cosa succederebbe alle piante e alle coltivazioni ad uso alimentare?

5. Piogge acide. Spruzzando particelle di zolfo nell'atmosfera, aumenta l'acidità dell'aria mano a mano che questo materiale si depone, danneggiando l'ambiente.

6. Formazione di cirri. L'aerosol causa la formazione di cirri, che cambiano la riflettività in tutte e due le direzioni in modi che ancora non si capiscono.

7. Cieli bianchi, tramonti rossi. Come nell'Urlo di Edvard Munch, dipinto nel 1883, dopo l'eruzione del Krakatau in Indonesia. Ci mancheranno i cieli azzurri?

8. Meno sole per i pannelli. Dopo l'eruzione del Pinatubo nelle Filippine, le radiazioni solari sono calate del 35%, tagliando la produzione fotovoltaica.

9. Inquinamento dall'industria geoingegneristica. Le migliaia di aerei o di cannoni navali utilizzati per spruzzare aerosol avrebbero un enorme impatto ambientale.

10. Riscaldamento rapido se si blocca il sistema. Una crisi potrebbe interrompere un progetto geoingegneristico a metà, con il rapido annullamento dei suoi effetti.

11. Impossibile tornare indietro. Possiamo sparare particelle nell'atmosfera, ma non riprendercele se l'eruzione di molti vulcani causasse una glaciazione.

12. Errori umani. Da Chernobyl alla Exxon Valdez, sappiamo che l'uomo spesso sbaglia: possiamo giocarci il futuro della Terra affidandoci a sistemi così complessi?

13. Indebolimento della volontà di tagliare i gas serra. Se la gente scopre che la CO2 si può nascondere sotto il tappeto, smetterà d'impegnarsi nei tagli alle emissioni.

14. Costi. Gli schermi solari proposti da Roger Angel costerebbero "alcune migliaia di miliardi". Non converrebbe usarli per produrre energia pulita?

15. Controllo commerciale della tecnologia. Chi controllerebbe questi sistemi? I governi? O le aziende proprietarie dei brevetti sulle varie tecnologie?

16. Usi militari. Gli Stati Uniti allungarono la stagione dei monsoni in Vietnam per impantanare il nemico, chi ci garantisce che qualcuno non lo rifarebbe?

17. Conflitti con gli accordi in vigore. L'Environmental Modification Convention vieta l'uso di tecniche che potrebbero modificare il clima di una regione.

18. Controllo del termostato. Come faremo a mettere d'accordo i vari Paesi sul clima ideale? Se la Russia volesse un paio di gradi in più e l'India in meno?

19. Questioni di etica. Conoscendo gli effetti dei gas serra, abbiamo il diritto di continuare a emetterli? E come giudicare il diritto di controllare il clima?

20. Chi paga le conseguenze inaspettate? Gli scienziati non hanno certezze su tutte le complesse interazioni che modificano il clima. Se qualcosa va storto, chi paga?

Datemi una tonnellata di ferro e vi darò una glaciazione

"Datemi una nave cisterna piena di fertilizzante a base di ferro e vi darò una glaciazione". Questo era lo slogan di John Martin, un oceanografo americano padre della "teoria del ferro", con cui voleva disseminare le zone morte degli oceani, per scatenare una fioritura di microalghe capaci di assorbire tonnellate di anidride carbonica dall'atmosfera. L'eredità di "Iron Man", scomparso nel '93, è stata raccolta da una startup californiana, Climos, fondata da Dan Whaley, veterano di Silicon Valley, con al suo attivo la più importante transazione cash della Net Economy, quando vendette nel 2000 la sua prima creatura, GetThere, per 750 milioni di dollari. Climos, così come la startup australiana Ocean Nourishment, spera di riuscire a commercializzare la fertilizzazione degli oceani, guadagnando crediti di carbonio, analogamente a quanto succede con i progetti di riforestazione. La teoria del ferro parte dalla constatazione che già oggi il fitoplancton assorbe con la fotosintesi clorofilliana altrettanta anidride carbonica di tutte le foreste della terra. Martin, mosso dalla convinzione che il mare potrebbe aiutare l'uomo meglio della terra a rallentare il riscaldamento del clima, con i suoi studi ha aperto la strada a uno dei primi esperimenti di geoengineering mai tentati. Nel '93, pochi mesi dopo la sua morte, la Columbus Iselin arrivò in un'area del Pacifico equatoriale che i cartografi ottocenteschi chiamavano la Zona Desolata, portando con sé 23 scienziati e mezza tonnellata di solfato ferroso, che fu disseminato su 25 miglia quadrate di oceano. I risultati furono buoni, ma non ottimali: un satellite della Nasa segnalò una produzione di clorofilla notevole, ma inferiore a quella che ci si attendeva. Nel '95 si fece il bis, distribuendo il ferro più lentamente: stavolta la fioritura fu impressionante e produsse una biomassa equivalente a 100 sequoie adulte. Da allora si sono ripetuti una decina di esperimenti analoghi. L'ultimo risale al mese scorso, quando una spedizione indo-tedesca ha "fertilizzato" 300 chilometri quadrati di oceano meridionale. In questo caso la fioritura c'è stata, ma le alghe non erano quelle giuste. L'oceanografo Victor Smetacek ha spiegato che il fitoplancton è stato subito divorato dai crostacei, dimostrando che l'area prescelta non era adatta. Il trucco, infatti, sta nello scegliere aree povere di ferro ma ricche di silicio, dove crescono soprattutto diatomee, provviste di un minuscolo astuccio siliceo che le protegge dai predatori. "Il sistema è più complesso di quanto credessimo", ha commentato Smetacek, deluso. Ma i fautori della fertilizzazione non si danno per vinti e vorrebbero continuare, nonostante le critiche degli ambientalisti, preoccupati dai danni che le fioriture indotte dall'uomo potrebbero causare all'ecosistema marino.

L'aspirapolvere dell'anidride carbonica

Ripulire l'aria dalla CO2 in eccesso è sempre stato un pallino fisso della Nasa: in una navicella spaziale, troppa anidride carbonica significa morte certa per gli astronauti. Impianti "aspira CO2", dunque, esistono fin dai tempi dell'Apollo. Ma non erano mai usciti da quell'ambito. Klaus Lackner, un geofisico della Columbia, li ha tirati fuori da là e vorrebbe piantarli in giro come grandi alberi artificiali, molto più efficienti di quelli veri. Dai suoi esperimenti è nata una startup, la Global Research Technologies, di Tucson, che spera di raggiungere presto un risultato commerciale. Il primo prototipo è recentissimo e consiste in un cassone delle dimensioni di un armadio, aperto su due lati e pieno di fogli molto sottili posizionati verticalmente. I fogli sono spalmati di un composto chimico che assorbe la CO2 e "lavati" da un altro composto che la estrae per immagazzinarla. Il bilancio energetico è positivo: per estrarre una tonnellata di CO2, la macchina consuma 100 kWh di energia, corrispondenti a un'esmissione di circa 35 chili di CO2 (3,5% di una tonnallata). Lackner è convinto che si potrebbe cominciare a installarle dovunque serva dell'anidride carbonica per uso industriale: estrarla dall'aria sarebbe sempre più economico che produrla chimicamente e farla arrivare da lontano.

Si può salvare il pianeta con il lievito per dolci?

Si può combattere il riscaldamento del clima con il lievito per dolci? Joe David Jones è convinto di sì. Il fondatore di Skyonic, una startup texana, ha inventato un processo industriale chiamato SkyMine, che cattura il 90% dell'anidride carbonica emessa da qualsiasi combustione e la fissa con l'idrossido di sodio per produrre bicarbonato, utilizzato comunemente come lievito sintetico. Il suo sistema rimuove anche il 97% dei metalli pesanti e gran parte degli ossidi di zolfo e di azoto. In pratica, è un filtro dei fumi inquinanti, ma nel contempo fissa l'anidride carbonica. La prima versione pilota è già in funzione in una grossa centrale a carbone dell'utility texana Luminant. Con un sistema analogo, la GreenFuel dell'imprenditore israeliano Isaac Berzin sta ripulendo dalla CO2 i fumi dell'Arizona, ma non ci fa lievito per dolci. Quell'anidride carbonica gli serve per alimentare tonnellate di alghe, con cui produce biocarburante. Il sistema GreenFuel ha attratto l'attenzione dell'europea Aurantia, che lo sta applicando in un cementificio spagnolo. L'idea di fondo, per tutti, è sempre la stessa: perché produrre anidride carbonica sinteticamente, quando è possibile catturarla dalle emissioni delle centrali, guadagnando anche crediti di carbonio?

16 aprile 2009

Da Buster Keaton a Barack Obama: viva il treno!

«Sono invidioso dei vostri treni, perché non possiamo avere anche noi la vostra alta velocità?» Detto, fatto. Obama, che nel primo viaggio in Europa da presidente aveva espresso a cuore aperto tutta la sua invidia per i treni del Vecchio Continente, prende la bacchetta magica e tira fuori dal cappello l’alta velocità per l’Amtrak, stanziando 8 miliardi di dollari per la rivoluzione verde del sistema dei trasporti americano. «I treni ad alta velocità che collegano le città e aprono nuove opportunità economiche sono una realtà che si sviluppa da decenni - ha detto il presidente - sono stati fatti, ma non da noi: Paesi come la Francia, la Spagna, la Cina e il Giappone hanno dimostrato il successo di questo sistema di traporto». Una novità assoluta per un Paese che non ha certo il mito del treno nel suo immaginario popolare. Bisogna risalire alle scene di assalto ai treni nel selvaggio West, ai film di Buster Keaton o all’epopea degli hobo, i vagabondi senza casa cantati da Woody Guthrie e da Bob Dylan, per capire le aspirazioni visionarie di Obama. Niente James Dean e motori rombanti per Barack, niente nastri d’asfalto infiniti in mezzo al deserto, benzinai arrostiti dal sole, né Harley-Davidson da Hells Angels. La sua America è fatta di altri panorami. Come quelli che si attraversano salendo su Zephyr, il mitico treno che collega Chicago a San Francisco, passando attraverso i campi di grano del Midwest, le Rocky Mountains del Colorado e la Sierra Nevada: 2.130 miglia da percorrere, dice l’orario dell’Amtrak, in 51 ore e 20 minuti, contro le 30 ore di macchina regolamentari. Un viaggio bellissimo, ma per chi ha fretta non c’è storia. Negli Stati Uniti, oggi i treni più veloci vanno a 90 miglia (145 chilometri) all’ora. Ma ora arriva Obama: dopo il primo investimento di otto miliardi, il presidente ha spiegato che chiederà altri 5 miliardi da essere stanziati nei prossimi cinque anni. «E’ un piano realistico in due fasi - ha spiegato - la prima prevede che venga modernizzata l’attuale rete e la seconda che si provi la costruzione di nuove linee leggere». Auguri.

12 aprile 2009

Jean-Paul Fitoussi

«Non andiamo verso la catastrofe», come si temeva. Ma secondo l’economista francese Jean-Paul Fitoussi, presidente dell’Osservatorio sulla congiuntura economica, «la recessione in Europa sarà più profonda che negli Stati Uniti e il risanamento più lento».
Perché?
«E’ semplice: i governi europei non reagiscono abbastanza, mentre il governo americano sta facendo molto e rapidamente».
Si può già vedere dai numeri?
«Certamente. Nel 2008 l’economia nordamericana è cresciuta più dell’economia europea e nel 2009 l’economia europea subirà una contrazione almeno del 3%, mentre quella americana del 2% o poco più. Nel 2010 l’Europa crescerà al massimo di mezzo punto, gli Usa di un punto almeno».
Non è una novità...
«E’ vero, è sempre così. Le crisi globali cominciano negli Stati Uniti, ma poi siamo noi europei che ce le becchiamo in pieno. E le ragioni sono sempre le stesse».
Quali sono?
«I Paesi europei sono sposati, ma insistono a vivere in stanze separate. Tra i governi manca il coordinamento, per non dire che talvolta si fanno addirittura la guerra fra di loro. Ognuno sta attento solo agli interessi nazionali e nessuno tutela quelli complessivi dell’Europa. Ma siccome a livello macroeconomico gli interessi europei contano di più di quelli dei singoli Paesi, alla fine ne soffrono tutti».
Si riferisce anche alla politica monetaria?
«La Bce reagisce troppo lentamente e in maniera poco incisiva, ma mi riferisco soprattutto alla povertà degli stimoli governativi ai consumi».
Perché manca lo stimolo ai consumi?
«Nessun governo europeo vuole stimolare i consumi, perché i suoi cittadini tendono a comprare molti beni prodotti negli altri Paesi d’Europa: così lo stimolo andrebbe a finanziare l’import più che le imprese nazionali. Ma è un ragionamento miope, che invece andrebbe fatto a livello continentale: se tutti i governi stimolassero i consumi, tutti i Paesi ne trarrebbero un beneficio».
Cosa bisognerebbe fare?
«Ci vuole una gestione più coraggiosa della macroeconomia, bisogna spendere di più. Mentre gli Stati Uniti prendono provvedimenti, in Europa si aspetta l’intervento di un misterioso destino. Gli europei sono troppo prudenti, si spaventano subito per un disavanzo del 5%, ma gli Stati Uniti avranno un disavanzo del 12% e nessuno si preoccupa! Negli Usa sono stati stanziati quasi mille miliardi, in Europa solo trecento, cioè un terzo. E poi ci si chiede perché qui la recessione dura di più?»
Eppure qualche segno di ripresa si vede...
«Ma anche diversi segni di approfondimento della crisi. La disoccupazione, ad esempio, sta crescendo molto rapidamente. Causerà enormi sofferenze sociali e una ulteriore riduzione dei consumi. Se nel 2010 l’economia europea crescerà solo di mezzo punto percentuale, non sarà sufficiente a ridurre la disoccupazione. Ci vuole uno stimolo più forte per arrivare a una svolta».

10 aprile 2009

La lunga battaglia dei biocarburanti sostenibili

Bp si allea con Verenium, azienda americana molto innovativa nella sperimentazione dell'etanolo cellulosico, e con D1Oil, specializzata nella coltivazione di jatropha, una pianta oleaginosa tossica, con cui si produce biodiesel senza interferire nella catena alimentare. Shell ha sposato Iogen, che ha già un impianto dimostrativo da 700mila litri di etanolo cellulosico all'anno, non ancora a livello commerciale. Chevron si è alleata con Solazyme, pioniera californiana del biodiesel dalle alghe. E la lista delle compagnie aeree che stanno testando biocarburanti da alghe si allunga tutti i giorni: sia i motori da jet Rolls Royce che GE Aviation li usano. Cosa hanno in comune tutti questi progetti? L'obiettivo è svincolarsi dai biocarburanti di prima generazione, accusati di aver provocato uno sconquasso nei prezzi delle granaglie e di causare danni ambientali e sociali addirittura superiori all'estrazione dei combustibili fossili: vaste aree di foresta tropicale abbattute per far posto alle coltivazioni di canna da zucchero, di palma da olio o di soia, popolazioni intere spossessate dei loro terreni, specie animali e vegetali minacciate di estinzione. Ma con quali parametri un biocarburante può essere definito sostenibile? La prima società di certificazione indipendente che si è avventurata su questo terreno è la Société Générale de Surveillance, leader mondiale della certificazione con sede a Ginevra, controllata al 15% dall'Ifil. "L'attuazione di un sistema di certificazione obbligatorio sarebbe uno strumento efficace per distinguere i biocarburanti buoni da quelli cattivi - spiegano alla Sgs - ma una certificazione obbligatoria potrebbe essere considerata una barriera commerciale dalla Wto. Al momento attuale, solo una certificazione volontaria può essere presa in considerazione su larga scala". Questo distingue nettamente la certificazione di sostenibilità dei biocarburanti dai vari bollini di qualità obbligatori. Ma non ne riduce il valore. La prima fornitura di biocarburante garantito da Sgs è stata prodotta a fine 2008 da Sekab, un'azienda scandinava che copre il 90% del fabbisogno di etanolo della Svezia, dove un'auto su tre va a biofuel. Sekab ci ha messo un anno e mezzo per ottemperare a tutti i parametri necessari, lavorando con dei coltivatori brasiliani di canna da zucchero decisi a mettersi in regola con i parametri di sostenibilità. Ha scelto con attenzione le piantagioni, ha meccanizzato il raccolto e dichiara, con il sigillo di Sgs, di produrre un carburante che fa risparmiare almeno l'85% di emissioni di gas serra rispetto alla benzina. Ora diversi Paesi stanno studiando una legislazione per concedere sconti fiscali solo ai biocarburanti considerati sostenibili. L'Unione Europea ha pubblicato in gennaio le linee guida per una direttiva che dovrebbe escludere dagli sconti fiscali tutti i biocarburanti che non consentano di risparmiare almeno il 35% di emissioni di gas serra rispetto ai combustibili fossili, esaminando l'intera filiera produttiva, dal campo alla pompa. E anche gli Stati Uniti sono sulla buona strada. Ma le legislazioni allo studio taglierebbero fuori dal mercato europeo circa metà del biocarburante attualmente utilizzato, prevalentemente quello prodotto con materia prima proveniente dai Paesi in via di sviluppo, tanto che otto Paesi - dal Brasile alla Malaysia - hanno già protestato con Bruxelles. Sarà una lunga battaglia.

8 aprile 2009

No alle New Town, sì agli eco-quartieri

Una grande tragedia. Ma anche una grande opportunità. «Quella di agganciarsi al treno degli eco-quartieri, che l’Italia ormai stava perdendo». Mario Cucinella, architetto bolognese pluripremiato per i suoi progetti di case eco-sostenibili, non fa fatica a immaginare dei quartieri modello al posto delle case crollate come un castello di carte: blindati dal punto di vista della sicurezza anti-sismica, all’avanguardia sul fronte della salubrità e dei consumi energetici.
Difficile parlare di futuro davanti alle macerie, ma non si può fare a meno di immaginare una realtà nuova al posto di queste case che non hanno protetto nessuno...
«Sarà anche difficile, ma è molto urgente. Bisogna dare a queste popolazioni una soluzione rapida e sicura perché possano ricostruire la loro normalità. L’importante è non riutilizzare gli stessi materiali e gli stessi modelli edilizi che hanno portato a questo disastro. Stavolta abbiamo l’opportunità di far vedere al mondo un Paese che reagisce non solo con l’assistenza, ma con la qualità e la creatività. E’ una grande opportunità per migliorare l’immagine cialtrona dell’Italia».
Lei parla di nuovi quartieri più che di nuove città...
«Non è pensabile sradicare completamente gli abitanti di queste zone dal contesto in cui vivevano. E del resto il concetto di new town è molto superato. Quello che invece si potrebbe inserire molto bene in questo contesto sono i nuovi quartieri eco-sostenibili, che crescono come funghi in tutta Europa e in Italia mancano del tutto».
Proviamo a fare qualche esempio?
«Mi riferisco a insediamenti come BedZed, un piccolo quartiere a Sud di Londra, realizzato nei primi anni Duemila in materiali naturali e riciclati, con un ottimo bilancio energetico grazie ai pannelli fotovoltaici e alla buona esposizione. Oppure il quartiere Vauban di Friburgo, realizzato in una zona di caserme abbandonate a costi bassissimi e tutto composto da edifici passivi, che assicurano il benessere termico senza alcun impianto di riscaldamento convenzionale».
Il suo progetto di una casa da 100mila euro sarebbe adatto alle esigenze della ricostruzione?
«La mia casa da 100mila euro si costruisce in otto mesi con materiali molto leggeri, che rispondono bene alle esigenze antisismiche del luogo. Quindi soddisfa le necessità di rapidità e sicurezza delle popolazioni colpite. E’ una casa che si avvale di tutte le tecnologie disponibili per limitare i costi di costruzione senza compromettere la qualità. E’ capace di produrre energia utilizzando ogni strategia passiva e attiva per rendere l’edificio una macchina bioclimatica. Anzi, una parte dell’energia prodotta può anche essere venduta alla rete, generando un microreddito».
Potrebbe essere la soluzione ideale.. .
«Ma non è l’unica soluzione. Bisogna dare spazio alla creatività italiana per riportare alla luce un modello di convivenza che si adatti bene al nostro territorio, senza abbandonare le popolazioni colpite alla speculazione. Il grande ostacolo nei processi di ricostruzione è la burocrazia. E’ giusto abbattere le barriere burocratiche introducendo delle deroghe, ma nel contempo ci vuole una profonda regia del governo, per non lasciare questo grande compito al caso».
Se il progettista fosse lei, che cosa privilegerebbe?
«La rapidità e la qualità dei materiali».

6 aprile 2009

Il "biomassologo" non esiste

Il segmento più in espansione nel mondo delle energie verdi è quello delle bioenergie, ma in realtà non esiste ancora una figura professionale ad hoc, una specie di "biomassologo", esperto di bioenergie. Finora il mercato si è rivolto a figure ibride, al confine tra agraria, biologia e ingegneria, in grado di sviluppare competenze trasversali. Le professionalità più richieste dalle aziende dovrebbero conoscere le logiche del mercato, i principi della sostenibilità ambientale, l’ingegneria meccanica ed energetica e un po’ di agraria. In pratica, dovrebbero saper applicare i principi della termodinamica a diverse materie prime. Ma il mondo della formazione, in Italia, resta molto frammentario. Attualmente le bioenergie sono presenti nel programma di diversi corsi di studio: scienze forestali, agraria, ingegneria, la preparazione di base è così disseminata in modo trasversale su più fronti. La specializzazione, invece, viene affidata ad alcuni master. Il più attivo è il master internazionale in Bioenergia e Ambiente (Imes), organizzato dal Centro interdipartimentale di ricerca per le energie alternative e rinnovabili dell’Università di Firenze (Crear): giunto quest'anno alla sua quarta edizione, il master focalizza la sua attenzione sulle problematiche legate ai biocombustibili e alla qualità dell’aria, senza tralasciare la legislazione in materia. Si svolge in collaborazione con la Universidade Nova de Lisboa e l’attività didattica è supportata da seminari in videoconferenza con università europee e americane.Poi c'è il master in Gestione delle biomasse e dei processi per la produzione di energia, promosso dal Centro nazionale delle ricerche (Cnr), in particolare dall’Istituto di Biologia e Biotecnologia Agraria. Fra gli iscritti dell'anno scorso, il 50% ha trovato subito un impiego, mentre gli altri avevano già un'attività, cha volevano ampliare inserendo nelle loro competenze la consulenza tecnica sulle bioenergie. Le aziende del settore (soprattutto impiantistiche) contribuiscono al master con borse di studio per formazione di proprio personale. A Padova, che vanta un centro di agraria tra i più avanzati d’Italia (l’Agripolis di Legnaro), il master in Bioenergia invece non è stato più riattivato, dopo la prima edizione, per mancanza di risorse. La prima edizione era stata avviata grazie ad alcuni fondi, appartenenti al progetto nazionale ProBio che finanziava sia la formazione che per la ricerca. Oggi questi fondi non ci sono più.

5 aprile 2009

Con le biomasse energia a 4 milioni di famiglie

Sorgerà nel Galles, avrà una potenza di 300 megawatt e quando sarà completato, nel giro di un paio d'anni, sarà il più grande impianto a biomasse del mondo, capace di fornire energia a migliaia di famiglie per almeno 25 anni bruciando trucioli di legno. Malgrado le resistenze, legate a una materia prima che viene pur sempre dalle amate foreste, le biomasse sono una fonte alternativa con un bilancio neutro in termini di emissioni e rappresentano il 5% del consumo totale di energia in Europa, con punte del 10-15% in Paesi come la Finlandia, la Svezia e l'Austria. In Italia, tra i primi a crederci è stato il fondo di private equity Clessidra, guidato da Claudio Sposito. Agli inizi del 2008, è entrato con una quota del 30% nella Global Wood Holding, società registrata in Svizzera cui fa capo la Preenergy Power, che sta costruendo il mega-impianto del Galles. Al gruppo Gwh fanno capo anche una serie di società internazionali attive nella produzione forestale, agricola e proprietarie di navi, che esauriscono l'intera catena produttiva dell'energia da residui della lavorazione del legno. Nel libro soci della holding - presieduta da Fabrizio Palenzona, vice presidente di UniCredit, e guidata dall'amministratore delegato Giorgio Casnati - figurano la Sfch, società che fa capo alle famiglie italiane Costa e Bonaldi, e la Tmt Global, uno dei principali gruppi armatoriali privati del mondo, con sede a Taipei. Ma la scommessa di Sposito non è isolata. A distanza di soli dodici mesi dall'avvio del progetto Gwh, un altro gruppo, l'inglese Drax, ha avviato il più grande investimento al mondo nelle biomasse, che prevede la costruzione di 3 impianti da 300 Mw con l'obiettivo di coprire nel 2012 il 15-16% della produzione da fonti rinnovabili nel Regno Unito e circa il 2% dei consumi nazionali. Quanto all'Italia, oggi gli impianti energetici a biomasse si attestano sui 2mila MW e sono cresciuti del 10% nel 2008. Ma i dati diffusi da Itabia (Italia Biomass Association) indicano un notevole potenziale di sviluppo per questi impianti, che possono usare non soltanto legno, ma anche molti scarti delle produzioni agricole. Le biomasse disponibili nel nostro Paese, essenzialmente residui vegetali, potrebbero fornire già oggi energia, in impianti di teleriscaldamento, riscaldamento e acqua calda, per 4 milioni di abitazioni. La sola Sicilia produce circa due milioni di tonnellate di residui potenzialmente utilizzabili. Il Piemonte ne produce 1,6 milioni. La Lombardia 1,5 milioni. I nuovi incentivi del governo, che ha applicato anche alle biomasse un sistema analogo a quello del conto energia per il fotovoltaico, innalzando la tariffa da 22 a 28 centesimi per kilowattora per gli impianti inferiori a un megawatt di potenza, dovrebbero promuovere la crescita di questa fonte. L'incentivo è cumulabile con altri contributi pubblici, purché in totale non si superi il 40% del costo dell'investimento. Non a caso le centrali a biomasse si stanno moltiplicando, ma da noi restano terreno di caccia per le aziende più piccole o per la generazione diffusa. In Calabria ci sono due tra i più innovativi impianti a biomasse d'Europa, a Strongoli (con una potenza di 40 MW) e Crotone (20 MW). In Toscana, nelle Marche e in Friuli ci sono varie esperienze di paesi che utilizzano il teleriscaldamento da una centrale a biomasse. E il gruppo Maccaferri sta riconvertendo alcuni dei suoi zuccherifici alla produzione di energia da biomasse. Ma mancano i grandi impianti sul modello di Gwh o di Drax, che invece in Italia potrebbe essere di notevole interesse, per convertire a biomasse vecchie centrali ancora alimentate a gasolio, come quella di Enel a Rossano Calabro, sempre meno utilizzata per il costo spropositato del combustibile.

1 aprile 2009

Fonti rinnovabili, in Italia meglio dei Bot

Sole, vento, maree, biomasse, calore della Terra. Con il progresso scientifico e le economie di scala, le fonti rinnovabili sono sempre più efficienti e meno costose. E la corsa alla “green economy” non si arresta nemmeno davanti alla recessione globale. Anzi. I governi di Europa, Usa, Cina, Giappone puntano su questa industria nascente per farne una delle carte cruciali nei loro pacchetti di stimolo antirecessivi. L'obbiettivo, per tutti, è di sostenere un nuovo ciclo innovativo e di posti di lavoro, per il 2009 e il 2010, tale da alimentarsi da sé anche negli anni successivi, quando alcune tecnologie chiave avranno raggiunto il punto di pareggio con il costo delle fonti fossili, anche se queste ultime, secondo un diffuso consenso tra gli esperti, ritorneranno a salire nei prezzi ai primi segnali di ripresa dell'economia mondiale. L'Italia è particolarmente favorita nel cammino planetario verso l'economia a bassa intensità di carbonio: tecnologie come il fotovoltaico, il geotermico, le biomasse, l'idroelettrico e il solare termico ben si sposano con il clima italiano e uno studio di Ernst&Young ci pone tra i Paesi europei con un potenziale naturale per le rinnovabili superiore all'obiettivo da raggiungere con il Pacchetto 20-20-20. Non a caso, nel 2008 il fotovoltaico è cresciuto del 170% e l'eolico del 35%. Oggi disponiamo di un conto energia per il solare tra i più generosi al mondo e la formula della tariffa incentivata è stata recentemente estesa anche al minieolico, alle biomasse, alla geotermia e all'energia ottenuta da moto ondoso. Investire in un impianto a ritorno garantito per vent'anni, che azzera la bolletta elettrica e genera reddito, è quasi meglio che mettere i soldi nei Bot. Il recente pacchetto anticrisi ha poi confermato l'esenzione fiscale del 55% per l'efficienza energetica abitativa che, secondo l'Assistal, ha già mosso investimenti per 1,8 miliardi nel 2008 e 2,9 miliardi prevedibili quest'anno. E ci sono ancora margini per crescere. Per esempio sulle fonti di calore rinnovabili, come quelle geotermiche, l'Italia potrebbe quintuplicare. A patto di sbloccare la burocrazia. E a patto d'investire in una rete elettrica di nuova generazione. Per supportare l'instabilità delle fonti rinnovabili, ci vuole una smart grid, capace di gestire con intelligenza la generazione verde e compensarla con quella tradizionale, ottimizzando lo storage di energia - in Italia attraverso i pompaggi nei bacini idroelettrici - per metterla in rete quando più serve. Sia negli Usa che in Europa, poi, si moltiplicano le idee e i progetti per creare "autostrade elettriche" a lunga distanza, persino transcontinentali (Europa verso Africa del Nord) tramite potenti cavi a corrente continua, capaci di portare gli elettroni rinnovabili da una costa all'altra degli Usa, o dai campi eolici del Mare del Nord al Vecchio Continente, fino a farli equilibrare con quelli provenienti dalle centrali solari del Sud-Europa o persino nel deserto del Sahara. La rivoluzione verde avrà un forte impatto anche sul mercato del lavoro: il rapporto Green Jobs delle Nazioni Unite stima in 20 milioni nel mondo, mezzo milione in Italia, i lavoratori che entro il 2030 troveranno spazio nel business delle eco-energie, dall’edilizia al riciclo dei rifiuti alle vetture eco-compatibili, con un investimento globale nel settore di 630 miliardi di dollari. In Germania, per esempio, le tecnologie ambientali negli ultimi anni sono quadruplicate e hanno raggiunto il 16% della produzione industriale totale, compreso il settore automobilistico. Negli Usa le “clean technologies” sono già al terzo posto per il venture capital, dopo l’informatica e le biotecnologie, mentre in Cina il green venture capital è più che raddoppiato, raggiungendo negli ultimi anni il 19% del totale degli investimenti. Siamo ancora solo all’inizio della salita, ma già da quest’altezza, si possono vedere i vantaggi in prospettiva: se Danimarca e Germania hanno le imprese leader nell’eolico e nel solare, è solo perché l’hanno deciso oltre dieci anni fa.

28 marzo 2009

Vuoi cambiare gestore? Aspetta il Trova Offerte

Con il petrolio a 140 dollari al barile, l'estate scorsa, andavano di moda le offerte di energia elettrica a prezzo bloccato, che hanno portato ai penosi strascichi di due settimane fa, quando l'Antitrust ha distribuito oltre un milione di euro di multe a nove società elettriche, dall'Eni (260mila euro) a Enìa (95mila), passando per Enel, Acea e altre, che avrebbero indotto in errore i consumatori sull'entità degli sconti. Ora che il barile è sceso sotto i 50 dollari, le mode sono altre. Enel, ad esempio, ha appena lanciato una “tariffa scommessa”, capace di regalare ottimi sconti sull'elettricità se si è capaci di prevedere con sufficiente precisione i propri consumi medi, ma con il rischio di pagare ben di più se i consumi, nella pratica, risultano del 30-40% superiori o inferiori al previsto. L'offerta prevede tre taglie, dalla Small (100 kilowattora mensili, 12 euro al mese fissi per due anni, escluse le imposte) alla Large (300 kWh a 44 euro mensili). E' difficile, però, metterla a confronto con altre offerte correnti, finché non verrà lanciato, fra un paio di settimane, il Trova Offerte sul sito dell'Autorità dell'Energia, uno strumento che permetterà di chiarificare i termini e confrontare le offerte di energia elettrica (non di gas) presenti nella propria zona di residenza, sul modello dell'Energy Watch gestito dalla britannica Ofgem. Il servizio, che renderà consultabili sul web delle schede annuali di prezzo divise per categorie (ad esempio tutte le forniture di energia verde verranno separate dalle altre), consentirà di mettere a confronto le offerte del mercato libero con i prezzi regolamentati dall'Authority, già scesi nel primo trimestre dell'anno e presumibilmente ancora in discesa a fine marzo, dato l'andamento delle quotazioni petrolifere.

23 marzo 2009

James Lovelock, ultimo appello del profeta di Gaia

La domanda non è quella giusta. Per James Lovelock, il biofisico inglese padre della teoria di Gaia, la questione non è più come bloccare l'effetto serra, ma come attrezzarci per affrontare al meglio l'inevitabile processo di riscaldamento del pianeta, che è già in atto. "Ormai è troppo tardi per fermare questo processo", spiega flemmatico il novantenne scienziato, che da mezzo secolo dispensa previsioni dal suo laboratorio, in un antico mulino in Cornovaglia, e ha appena pubblicato il suo ultimo libro, "The Vanishing Face of Gaia" (Penguin). Lovelock, Fellow della Royal Society e del Green College di Oxford, è noto soprattutto per aver messo a punto un metodo per lo studio dei clorofluorocarburi, che ha consentito di identificarli come principali responsabili del buco nell'ozono e ha portato al bando di questi gas dall'industria del freddo. Già negli anni Sessanta, indagando per la Nasa sulle possibili forme di vita su Marte, Lovelock cominciò a rendersi conto del riscaldamento della Terra e a denunciarne le conseguenze. "Se ci fossimo mossi allora - smettendo di bruciare combustibili fossili, per bloccare subito le emissioni umane di anidride carbonica - forse avremmo potuto ottenere qualche risultato. Invece non è stato fatto nulla: malgrado Kyoto, la concentrazione di CO2 nell'atmosfera ha continuato ad aumentare. Arrivati a questo punto, non ha più senso parlare di sviluppo sostenibile. C'è un sacco di gente che viene da me per chiedermi di non dire queste cose, perché ci toglierebbero la volontà di agire. E' vero il contrario. Dire la verità sul riscaldamento del pianeta ci impone un'enorme mole di lavoro. Ma non è lo stesso lavoro che vorrebbero fare loro". Lovelock conserva fino in fondo la verve polemica di sempre. Per decenni, la sua decisione di avallare l'energia nucleare pur di combattere l'effetto serra, gli ha alienato le simpatie dei compagni ambientalisti. Ma questo non lo ha fatto recedere. Oggi, man mano che le sue previsioni sul riscaldamento del pianeta si rivelano vicine alla realtà, questa posizione attrae sempre maggiori consensi. Tranne che ormai lui stesso l'ha superata. Sembra quasi che le sue teorie nascano dalla passione per l'eresia a tutti i costi. “Neanche per idea”, ribatte reciso. “La mia principale aspirazione è vivere in pace con tutti, ma non posso impedirmi di vedere le cose che accadono”. Nella sua ultima provocazione, Lovelock sostiene che nulla potrà più impedire alla Terra di diventare largamente inabitabile e quindi non si vede l'utilità di puntare tanto sulle fonti alternative: “E' come passare il tempo a sistemare le sedie sdraio sul ponte, mentre il Titanic affonda”. Le vere emergenze, invece, sono altre: il cibo e l'acqua. "Entro la fine di questo secolo, vaste zone del pianeta diventeranno desertiche. Questo porterà a enormi migrazioni di massa verso le aree più abitabili, nelle zone artiche, dalla Groenlandia alla Siberia. L'umanità, decimata dalla fame e dalle epidemie, finirà per ridursi a un quarto di quello che è oggi, forse meno". Una catastrofe. “Veramente, mi sembra già tanto che l'umanità sopravviva. E credo che sarà così. Eventi di questo tipo sono accaduti altre volte: fra le diverse glaciazioni ci sono state delle strozzature in cui l'umanità si è ridotta a non più di duemila esemplari. Oggi è più evoluta e quindi dovrebbe esserle più facile resistere. E' la prima volta nella vita della Terra che una specie si dimostra capace di capire come funziona e perfino di modificare il corso delle cose”. I dati forniti dall'ultimo rapporto dell'Intergovernmental Panel on Climate Change – fa notare lo scienziato - coincidono sostanzialmente con le sue previsioni, dando come probabile un innalzamento della temperatura media fra 1,1 e 6,4 gradi entro la fine di questo secolo. "Siamo tutti consapevoli di cosa comporti questo per l'umanità, solo che non tutti lo dicono chiaramente". Già un aumento di due gradi - concordano i climatologi - porterebbe alla desertificazione di buona parte delle superfici coltivabili, compresa la Corn Belt americana e il Sud dell'Europa. Lo scioglimento dei ghiacciai europei e andini causerebbe gravissime siccità. “Questa è la vera emergenza: per affrontarla bisognerebbe puntare molto sul cibo sintetico, sulla desalinizzazione e sullo sviluppo di tecnologie nuove in campo alimentare”. Per Lovelock, la logica è chiara: la nostra unica possibilità di sopravvivenza non verrà dal ritorno alla natura, ma dal sempre maggiore ricorso alla tecnologia. Non a caso, dopo la pubblicazione della sua ultima fatica, il padre di Gaia si sta dedicando con entusiasmo al progetto di un viaggio nello spazio offertogli da Richard Branson, fondatore della Virgin Galactic, per il suo novantesimo compleanno, che festeggerà in luglio. “Così finalmente potrò osservare Gaia dall'esterno”, si rallegra, entusiasta delle prove in assenza di gravità a cui si sta sottoponendo.

17 marzo 2009

Produrre energia in proprio dà fiato alle imprese

Investire in un impianto a energie rinnovabili, con gli incentivi attuali, può dare dei rendimenti che vanno dall'8% del fotovoltaico al 37% delle biomasse. E' un investimento ideale per un piccolo imprenditore, sia che abbia bisogno dell'energia prodotta per far andare i suoi impianti, sia che preferisca venderla alla rete elettrica nazionale. Alessandro Nova, docente di Finanza Aziendale alla Bocconi, ha fatto un po' di calcoli e li ha messi nello studio "Investire in energie rinnovabili – La convenienza economica per le imprese", realizzato in collaborazione con Centrobanca.
Mi faccia un esempio.
"Prendiamo un piccolo impianto idroelettrico, in grado di produrre 2 milioni di kilowattora l’anno e con una vita utile di 30 anni. Un impianto così, da sempre tipico di zone molto ricche d'acqua come la Lombardia, è capace di assicurare un tasso interno di rendimento ben superiore al costo del capitale investito, sia che l’energia sia completamente utilizzata per i processi produttivi industriali, sia che parte di essa (o al limite, tutta) sia venduta alla rete nazionale. In questo tipo di investimento, nel caso del 100% di autoconsumo, il tasso interno di rendimento raggiungerebbe il 18,3%. Anche calcolando un costo del capitale alto, al 7,5%, si ottiene una rilevante generazione di valore. Il periodo di rientro dell’investimento sarebbe di 8 anni. Se invece l'energia va in rete, tutta o in parte, il rendimento scende leggermente e il periodo di rientro si allunga di un anno".
E per il fotovoltaico, che si può installare su qualsiasi capannone, o anche sul tetto di casa?
"Il fotovoltaico è un impianto molto più costoso e quindi ha periodi di rientro più lunghi, nell'ordine dei 17-19 anni, ma anche per l'energia del sole c'è un rendimento notevole, che si aggira sull'8-9%, sempre superiore al costo del capitale. Se poi si vende alla rete il rischio è nullo e quindi il finanziamento può essere anche meno caro, nell'ordine del 5%. In questo caso il rendimento aumenta al 10% o anche oltre".
Perché il rischio è nullo?
"Grazie alla legislazione vigente, la rete è obbligata a ritirare tutta l'energia rinnovabile prodotta dai privati, pagandola a un prezzo di favore giù prefissato. Si tratta di una condizione particolarmente favorevole, sempre più rara nel panorama industriale contemporaneo: di solito quando un'azienda costruisce un impianto elettrico non sa a che congiuntura andrà incontro e quindi non ha la certezza di vendere l'energia prodotta, né a che prezzo la venderà. Oggi, ad esempio, i prezzi stanno scendendo. Ma questo non penalizza in alcun modo i produttori di energia da fonti rinnovabili, che sono protetti dall'incentivazione per tutta la vita dell'impianto".
Perché il rendimento è più alto in caso di autoconsumo?
"Quando l'impresa vende a se stessa c'è anche un dato di costo evitato. L'imprenditore paga in media l'energia 12,5-13 centesimi al kilowattora, il costo più alto d'Europa, escluse le tasse che sono equivalenti per tutti. Vende l'energia alla rete per 8 centesimi al kilowattora. Se invece di venderla la consuma in casa, evita quel costo in più di 4-5 centesimi al kWh. Se questo tipo di impianti fossero più diffusi, il sistema industriale italiano recupererebbe quel gap di competitività che ora lo distanzia dalle imprese estere sul costo dell'energia".

13 marzo 2009

Green Jobs, 20 milioni di posti di lavoro

Non ci sono solo tagli all'occupazione. Le previsioni, è vero, sono negative: il numero dei disoccupati in Italia aumenta, entro fine anno potrebbero essere due milioni. Ma in questo panorama c’è chi va controcorrente: il settore dell'energia, ad esempio, con le fonti rinnovabili in pole position nelle assunzioni. L'Enel, ad esempio, ha pianificato ben tremila assunzioni nei prossimi treanni, di cui mille nel 2009. A livello globale, il mercato del "lavoro verde" è destinato a espandersi oltre il limite di 20 milioni di lavoratori entro il 2020, di cui circa mezzo milione solo in Italia. Il business delle energie verdi, secondo il rapporto delle Nazioni Unite, "Green Jobs: Towards Decent Work in a Sustainable, Low-Carbon World", avrà un impatto sostanziale sull’orizzonte professionale dei vari Paesi. Dalla filiera di produzione delle bioenergie - intese come energia ottenuta dalla combustione di biomasse o di biocarburanti - l'Onu si attende l'apporto maggiore: 12 milioni di posti di lavoro (rispetto ai 2 milioni attuali), di cui quasi 300mila in Italia. Nella fabbricazione, installazione e manutenzione di pannelli solari saranno impiegati, entro il 2020, circa 6,3 milioni di lavoratori (rispetto ai 170mila attuali). Due milioni, invece, saranno coinvolti nel settore dell’eolico (oggi 300mila). E poi c’è la strada dell’efficienza energetica nell'edilizia, del riciclaggio dei rifiuti e quella dello sviluppo di veicoli ecologici. Alla fine dell'elenco, 20 milioni di lavoratori sembra addirittura una cifra riduttiva. Così alle tute blu, ai colletti bianchi, ai colletti grigi di chi non vuole andare in pensione, alle quote rosa e alle tute arancioni degli esploratori della net economy, oggi bisogna aggiungere un colore nuovo all'arcobaleno del mercato del lavoro: quello dei "colletti verdi", che ormai si aggirano in modo trasversale in diversi settori, dall’agricoltura all’impiantistica industriale, dall’architettura a impatto zero fino al managment ambientalista. Il problema, semmai, è la mancanza di skill professionali dedicati. "Nel mondo delle energie alternative c'è molto bisogno di manodopera specializzata e di manager con un'esperienza nel settore, ma abbiamo grandi difficoltà a trovare le competenze giuste", spiega Pietro Valdes, cacciatore di teste per Michael Page, specializzato nel mondo dell'engineering. I "colletti verdi", infatti, spaziano fra diverse figure professionali, dall’ingegnere meccanico che si dedica alla progettazione di impianti a biomasse, all’operaio eolico addetto alla manutenzione delle turbine. Cresce anche il numero di aziende che assumono figure in grado di provvedere alla razionalizzazione dei consumi e all’efficienza energetica, ricoprendo il ruolo di energy manager o di esperti del riciclo. I liberi professionisti, a partire dall’agronomo fino al consulente "verde", si stanno attrezzando per riuscire a rispondere efficacemente alle esigenze del settore, con competenze specifiche. Nasce un vero e proprio sistema verde, dunque, che in alcuni casi arriva a comprendere perfino l’idraulico ambientalista, che decide di specializzarsi nelle caldaie a biogas, o l’elettricista che installa pannelli solari, abbandonando il vecchio scaldabagno. Anche fra gli artigiani, dunque, c'è chi sceglie di legare i propri affari alla diffusione delle fonti alternative.

11 marzo 2009

La crisi del gas vista da Kiev

La crisi del gas fra Russia e Ucraina è scoppiata, come al solito, all'inizio di gennaio, quando i prezzi e il costo del transito, ridiscussi ogni anno, finiscono ostaggio del clima politico tra i due Paesi. In pochi giorni, il blocco delle forniture russe mette in ginocchio mezza Europa, fortemente dipendente dal metano che arriva dai confini orientali. Il 9 gennaio Roberta Merlo, responsabile del dispacciamento del gas per Edison, è a Kiev, nella delegazione di 18 rappresentanti delle industrie del gas europee, inviata sul posto da Bruxelles per sbloccare la situazione. “La missione doveva durare pochissimo, perché tutti credevamo che appena avviato il monitoraggio, russi e ucraini si sarebbero messi d'accordo”, spiega Roberta, 38 anni, che lavora in Edison da un decennio e si è occupata soprattutto di logistica. Ma non è stato così. Le pressioni del Cremlino sulle repubbliche ex-Urss che godono ancora di un prezzo di favore per le forniture di gas, non sono uguali per tutti. E l'arbitrarietà di queste decisioni non aiuta il dialogo. Bielorussia e Armenia, rimaste fedeli a Mosca, sono ancora sussidiate dal Cremlino. L'Ucraina no. La determinazione di Gazprom di alzare il prezzo scatta, guarda caso, con la vittoria della Rivoluzione Arancione di Viktor Yushchenko, nel 2005. All'epoca l'Ucraina pagava solo 50 dollari per mille metri cubi di gas. Al rinnovo del contratto, a fine anno, la nuova richiesta di Aleksej Miller, capo di Gazprom, lascia Kiev senza fiato: 230 dollari. Il 1° gennaio 2006, davanti alle resistenze dell'interlocutore, Gazprom passa alle vie di fatto. Siamo al primo taglio delle forniture. Ma le proteste dell'Europa, che riceve l'80% del gas russo attraverso l'Ucraina, convincono Gazprom a più miti consigli: l'accordo fissa il nuovo prezzo a 95 dollari per mille metri cubi. Seconda puntata. Nel corso del 2008, il Cremlino accusa l'Ucraina, nel frattempo sull'orlo della bancarotta, di non pagare il gas. A fine anno, il dramma si ripete. Taglio delle forniture, salvo quelle destinate all'Europa. Così dice Gazprom. L'Ucraina invece sostiene di non ricevere nulla, causa la caduta di pressione nei gasdotti, che blocca completamente il flusso. In un modo o nell'altro, gli europei sono a secco. Il Cremlino accusa Kiev di “rubare” il gas destinato all'Europa. Bruxelles di mette di mezzo e manda gli osservatori. “Una volta a Kiev – racconta Roberta – abbiamo avuto accesso ai dati del traffico, in entrata al confine russo-ucraino e in uscita verso l'Europa. Non abbiamo potuto far altro che constatare che il gas non passava. Il sistema, infatti, era già sbilanciato e mancava la pressione”. Fino al 15 gennaio, non accade nulla. I colloqui politici continuano, ma l'accordo non c'è. “Dal 15 – ricorda Roberta – abbiamo avuto accesso alle richieste di transito da parte di Gazprom per il gas da inviare all'Europa, che gli ucraini respingevano, adducendo motivi tecnici”. L'accordo politico arriva il 20. “Verso le 12 – spiega Roberta – è entrato il primo gas al confine”. Già il giorno dopo tutto il sistema funziona regolarmente. Ora non resta che aspettare la terza puntata.

9 marzo 2009

Gas, una liberalizzazione finita in farsa

L'Italia consuma quasi 90 miliardi di metri cubi di metano l'anno, di cui 80 importati dall'estero. E la domanda cresce: ogni anno partono nuove centrali elettriche alimentate a gas, che nell'ultimo decennio hanno ingigantito i consumi di metano del Paese. Il fabbisogno di queste centrali inghiotte oltre il 40% di tutto il gas che arriva in Italia, i consumi civili solo il 35%. A fronte di questa crescita, le infrastrutture di approvvigionamento restano sempre le stesse. Pur con i dovuti potenziamenti, il mercato italiano continua a dipendere essenzialmente da quattro tubi, che fanno capo all'Eni: per un terzo dalla Russia, per un altro terzo dall'Algeria e per il resto dal Mare del Nord e dalla Libia. L'unica novità è il rigassificatore di Rovigo, che entrerà in funzione nel giro di un paio di mesi, con una capacità di 8 miliardi di metri cubi l'anno: un apporto notevole, in capo a Edison, che introdurrà un minimo di flessibilità e di concorrenza in un mercato sostanzialmente bloccato. Malgrado la liberalizzazione introdotta quasi dieci anni fa, infatti, per i consumatori finora si sono visti ben pochi vantaggi. Lo dimostra lo Yellow Book, uno studio sul mercato del gas naturale, realizzato dal centro di ricerca Utilitatis in collaborazione con FederUtility, la federazione delle imprese dei servizi locali. Dallo studio si evince che ben pochi utenti hanno sfruttato la libertà di cambiare operatore, semplicemente perché le differenze di prezzo sono talmente minime da non valere la pena. Il problema, dunque, sta alla fonte: l'alto costo della materia prima da Russia e Algeria, le pretese dei Comuni nei confronti dei gestori e le tasse italiane sul gas, fra le più alte d'Europa (incidono sul prezzo finale per il 31,1% contro una media Ue del 20,5%), contribuiscono a spingere in alto i prezzi, senza consentire una reale concorrenza fra gli operatori. Per un consumo standard di 1400 metri cubi all’anno, nel Lazio si spendono 1.320 euro (seguite da Sicilia e Calabria) e in Trentino 1.123 euro (seguito da Abruzzo e Basilicata). I 200 euro di differenza, spalmati nell’arco di un anno, non sono uno stimolo sufficiente per indurre i consumatori ad avviare un cambiamento di gestore, mettendo a confronto le varie offerte. In dieci anni soltanto il 3,1% degli utenti domestici ha cambiato gestore. Le cose vanno meglio per le grandi industrie, che potendo negoziare sul prezzo hanno approfittato di più (nel 35% dei casi) della libera concorrenza. Ma il tasso complessivo di cambiamento del gestore (chiamato "tasso di switch") nel mercato italiano, al 3,4%, resta comunque fra i più bassi d'Europa.Fra le cause più evidenti dei prezzi ingessati c'è il "canone" che i Comuni chiedono ai gestori, che toglie mediamente il 53% degli incassi all’operatore. I 140 esiti delle gare presi in esame dallo studio dimostrano chiaramente che nel decidere quale offerta scegliere tra quelle presentate, per i Comuni conta molto la cifra che possono incassare dal gestore (l’offerta economica pesa per il 63% della decisione e circa metà della voce è rappresentato dal valore del canone), mentre conta poco la qualità tecnica e gestionale del servizio (pesa per il 37%) e conta pochissimo il prezzo all’utente che il gestore dichiara di voler applicare (pesa appena per lo 0,5% sulll’offerta economica). Il rischio di questo meccanismo - fa notare Adolfo Spaziani, direttore generale di Federutility - è la morte della concorrenza: "Non c’è da attendersi grandi economie per i consumatori, se l’unica leva resta la competizione tra i distributori, che pesano in piccola percentuale sulla bolletta al consumatore. Solo rendendo molto più liquido il mercato del gas, attraverso la realizzazione di infrastrutture strategiche e una politica energetica europea più efficace, si potrà evitare che l’elevato costo di questo servizio sia un vincolo allo sviluppo economico".

4 marzo 2009

L'eolico fa gola anche alla mafia

Il vento non sente la crisi. Per l'eolico italiano, il 2008 è stato un anno record: con oltre 1.000 megawatt di nuova installazione e un tasso di crescita del 35%, il Belpaese ha conquistato il sesto posto come potenza cumulata (3.736 MW) nella classifica dei top ten mondiali. Con 6 miliardi e mezzo di kilowattora prodotti, pari al consumo domestico di 6,5 milioni di italiani, la produzione elettrica dell'eolico supera ormai il 2% dei consumi nazionali. In un periodo di recessione, difficile trovare performance del genere in altri settori industriali. Non a caso tutte le grandi compagnie energetiche, da Enel a Edison, passando per Sorgenia, Falck, Api, Erg e Saras, sono impegnate alla grande su questo segmento delle rinnovabili, finito recentemente anche al centro delle mire della mafia, come emerge dalla indagini siciliane, fra Palermo e Mazara del Vallo. Un episodio sinistro, che però dimostra quanto l'energia del vento stia diventando attraente, perfino per la malavita organizzata. Certamente il quadro è radicalmente mutato rispetto a qualche anno fa, quando di eolico si occupavano solo pochi idealisti. Oggi l'azienda leader del vento italiano è il gruppo britannico International Power: possiede 1.199 MW di impianti eolici, di cui 550 MW in Italia, dove alla fine del 2008 la sua quota di mercato era di poco inferiore al 15%. A seguire, con un 10% del mercato ciascuna, si trovano quasi appaiate Enel GreenPower e la Fri-EL dei fratelli altoatesini Thomas, Josef e Ernst Gostner. In particolare la Fri-EL ha avuto un notevole sviluppo nel 2008, mettendo in esercizio oltre 150 MW, per un totale di 386 MW. Seguono con il 9% Edison Energie Speciali e la Ivpc di Oreste Vigorito, uno dei pionieri del vento italiano, con oltre 1000 MW di pale in gestione, di cui più di un terzo di sua proprietà. Ma la corsa all'energia del vento è solo all'inizio e deve superare ancora molti ostacoli. Anev, Aper, Enea e Gse, che hanno diffuso i dati dell'anno passato, sottolineano il persistere di ostacoli relativi "agli iter autorizzativi e alle lungaggini necessarie per la connessione dei nuovi impianti". Per non parlare dei blocchi ricorrenti nelle regioni più ventose d'Italia, a partire dalla Sardegna. Per vedere l'autorizzazione di un parco eolico, ci vogliono in media cinque anni. Prima c'è la valutazione ambientale, poi la conferenza dei servizi, dove decine di enti devono dare il proprio assenso, infine la rilevazione anenometrica per verificare che la zona sia adatta, quando è evidente come la società proponente abbia già valutato la ventosità della posizione, altrimenti l'impianto non sarebbe remunerativo. Malgrado la crescita degli ultimi anni, quindi, la potenza eolica italiana resta un decimo di quella tedesca e un quinto di quella spagnola. Il nostro potenziale è ben lungi dall'essere esaurito. Uno studio dell'Anev calcola un potenziale di 16.200 MW installabili, escludendo le aree protette, dove le pale eoliche non possono trovare applicazioni: se il libro dei sogni venisse realizzato, il settore che oggi impiega 15mila persone, arriverebbe a 66mila addetti e coprirebbe i consumi di oltre 23 milioni di italiani. Senza contare le installazioni offshore - considerate dagli operatori l'eolico del futuro - che in Italia non sono ancora nemmeno cominciate. Sta iniziando a muoversi, invece, il mini-eolico, cui è stato recentemente esteso un meccanismo d'incentivazione simile al conto energia fotovoltaico: la tariffa, che durerà 15 anni, sarà di 30 centesimi per kWh. In Italia, per la verità, il movimento è partito prima dell'incentivazione: esistono già diversi produttori, come Ionica Impianti, Terom, Bluminipower, Siper, Ropatec e Tozzi Nord. Ma l'energia del vento, che sulla grossa taglia è ormai competitiva con le fonti fossili e presenta tassi di crescita molto attraenti, è ancora nella culla per quanto riguarda la microgenerazione. Bisognerà attendere anni per una diffusione di massa.

1 marzo 2009

Fotovoltaico, ogni anno si radoppia

Sorpresa: l'Italia dell'energia solare sta diventando attraente per gli stranieri. Questo perché, dopo il taglio in Germania e Spagna delle tariffe per l'incentivazione all'installazione degli impianti fotovoltaici, il nostro è diventato il Paese del Vecchio Continente che può contare sugli aiuti pubblici più elevati. E nonostante gli effetti della crisi, si prevede un forte aumento della potenza installata, con tassi almeno a due cifre per i prossimi cinque anni, quando già nel 2008 la crescita si è attestata al 170%, passando dai 120 megawatt di fine 2007 ai 327 di fine 2008. Per quest'anno, Gianni Silvestrini del Kyoto Club ha appena rivisto al rialzo le sue stime, prevedendo che le installazioni sorpasseranno complessivamente la soglia dei 1000 megawatt e quella dei 2000 già nel 2010. "Il consenso fra gli operatori parla di almeno altri 400 megawatt per quest'anno, ma è una stima prudenziale e quindi l'obiettivo del Kyoto Club non sembra affatto campato per aria", conferma Gualtiero Seva, responsabile per il fotovoltaico di Mitsubishi in Italia e consigliere di Assosolare. Mitsubishi è uno dei leader mondiali di celle, che produce tutte in Giappone. L'Italia è stata il primo mercato europeo dove ha insediato una filiale. "Da quando abbiamo aperto nel 2004, ogni anno raddoppiamo le vendite: così siamo arrivati a un fatturato di 80 milioni e prevediamo di raddoppiare ancora nel 2009", commenta Seva. Ha fatto scalpore, tra gli addetti ai lavori, uno studio della McKinsey che indica l'Italia, insieme alla California, come il Paese più vicino al mondo, oggi, alla "grid parity" fotovoltaica. Ovvero a quel punto di pareggio in cui una cella solare, sotto un cospicuo irraggiamento, riesce a produrre elettricità a costi uguali o persino inferiori a quelli prevalenti di mercato, modulati sulle fonti fossili. Già l'estate scorsa, sulla Borsa elettrica del Gme vi sono stati numerosi casi di richieste spot di picco diurno giunte a 50-60 centesimi per kilowattora, soddisfatte da forniture via rinnovabili. C'è da chiedersi però quanto di questo valore rimanga in Italia, andando quindi a remunerare gli investimenti delle nostre imprese e indirettamente – attraverso l'imposizione fiscale e la creazione di posti di lavoro – il denaro pubblico messo sul piatto dagli incentivi di Conto Energia (finora 50 milioni di euro). In base a uno studio dell'Energy & Strategy Group della School of Management del Politecnico di Milano, nelle tasche del Belpaese rimarrebbe poco, perché le aziende nostrane si concentrano là dove il margine è più basso (dal 7 al 17%), cioè a valle della filiera, nella distribuzione e nell'installazione degli impianti. Mentre a monte – cioè nella produzione e vendita del silicio e dei pannelli, dove i margini superano il 50% – l'import raggiunge quota 98% e il restante 2% è rappresentato da imprese estere con filiale italiana. Bisognerebbe allora concentrarsi sulla sezione a monte della filiera, dove finora si è mosso ben poco in Italia. Non esiste una produzione nazionale di silicio policristallino, la materia prima di base dei pannelli fotovoltaici. La Silfab di Franco Traverso, insieme a due investitori asiatici, punta alla creazione di un polo produttivo italiano a Borgofranco d'Ivrea, che dovrebbe partire all'inizio del 2010. E anche sulla produzione di pannelli non siamo messi molto meglio. Ora ci sta investendo Sorgenia con un impianto in Sardegna, a Villacidro. Enel ha stretto un'alleanza con la giapponese Sharp per la realizzazione di una fabbrica in Sicilia, operativa dal 2010. Il gruppo Marcegaglia sta montando uno stabilimento ad alta tecnologia nel Varesotto. L'Electrolux di Scandicci sta per essere riconvertita a questa produzione. Solarday, che sforna già i moduli, vuole entrare nella produzione di celle su vasta scala. Poi c'è chi punta sulle tecnologie più innovative: il gruppo Moncada sta investendo nella produzione di pannelli di film sottile e la Esco Energy si sta cimentando nel solare “organico”. Ma sono successi ancora tutti da vedere.

25 febbraio 2009

L'energia viene da un batterio

La pietra filosofale dell'energia è un batterio. Chi riuscirà a programmarlo per fargli trasformare gli scarti agricoli direttamente in bioetanolo - saltando il passaggio di conversione della cellulosa in glucosio, che rende la catena di produzione troppo lunga e costosa - avrà vinto la scommessa dei biocarburanti e tagliato il nodo gordiano, che oggi li mette inevitabilmente in concorrenza con l'industria alimentare. Al momento attuale, i biocarburanti si ottengono principalmente dalla canna da zucchero o dai cereali, con effetti distorsivi del mercato alimentare, che nei mesi scorsi hanno finito per scatenare vere e proprie rivolte del pane in giro per il mondo. Eliminare questa concorrenza deleteria è la missione di Jay Keasling, un ingegnere chimico dell'università della California a Berkeley. Keasling proviene dal Lawrence Berkeley Laboratory, il laboratorio diretto dal nuovo ministro Usa dell'Energia, Steven Chu, che lo ha appena chiamato a gestire il Joint BioEnergy Institute, uno dei tre centri di ricerca creati per aiutare l'America a svezzarsi dal petrolio: qui dirigerà un piccolo esercito di 150 scienziati, con cinque anni e 134 milioni di dollari a disposizione, per costruire il batterio giusto, efficiente e di poche pretese. Non sarebbe la prima volta che compie il miracolo. Keasling ha già messo a segno un primo successo, che gli è valso un mega-finanziamento dalla Fondazione Gates: è riuscito a riprogrammare i geni di un lievito e così ha creato un microrganismo capace di trasformare lo zucchero nel più potente principio attivo antimalarico presente sul mercato, l'artemisinina, riducendo i costi di produzione del farmaco a pochi centesimi per dose. Ora che è stato dirottato da Chu sui biocarburanti, ha immediatamente attratto l'attenzione di BP, che finanzierà il suo lavoro al Jbei (Jay-Bay per gli intimi, data la vicinanza della baia di San Francisco) con 50 milioni all'anno per i prossimi dieci anni. Nell'attuale congiuntura economica, 500 milioni di dollari in un colpo solo non li prendono in tanti. E non è l'unico segnale che in quella pentola stia bollendo qualcosa di molto importante. Dai laboratori di ingegneria genetica di Stanford, di Harvard e dell'Mit gli scienziati fioccano in una serie di nuove startup, che puntano tutte nella medesima direzione: sviluppare un microrganismo capace di trasformare quello che mangia – dagli scarti agricoli ai residui industriali – in idrocarburi utilizzabili come carburanti. Ognuno batte la propria strada. Amyris, la più avanzata della schiera, sta seguendo il tracciato di Keasling e ha già aperto un impianto pilota per la produzione di biodiesel a Emeryville, in California. LS9, un'azienda fondata a San Francisco da George Church, professore di genetica a Harvard, vuole arrivarci modificando i processi metabolici di un altro batterio, l'Escherichia coli. LS9 è finanziata da Vinod Khosla, mitico co-fondatore di Sun Microsystems e uno dei più influenti protagonisti della Silicon Valley. Altre lavorano con le alghe. Ma la più interessante delle startup californiane è Synthetic Genomics, fondata a La Jolla da Craig Venter, un intraprendente genetista, famoso per essere riuscito a battere sul tempo, negli anni Novanta, un esercito di scienziati governativi impegnati nella prima mappatura del genoma umano. Venter vuole andare ancora più lontano, eliminando la materia prima di partenza: perché sobbarcarsi la fatica di mettere in piedi un processo pianta-microbo-carburante, quando esistono batteri fotosintetici in grado di elaborare nei loro processi metabolici direttamente il carbonio che c'è nell'aria, utilizzando l'energia che ricevono dal sole? In questo modo, Synthetic Genomics riuscirebbe addirittura a prendere due piccioni con una fava: produrre biocarburante assorbendo anidride carbonica, un pericoloso gas serra, dall'atmosfera. Dal 2005 Venter, insieme al Premio Nobel Hamilton Smith, direttore scientifico della sua azienda, ha battuto i sette mari per scovare questo tipo di batteri e adattarli ai suoi scopi. Ora si dice pronto ad avviare un impianto pilota. I biocarburanti che Venter e gli altri stanno tentando di produrre rappresentano un salto di qualità epocale nella storia dell'ingegneria genetica. Questa scienza nuova, che non si accontenta più di trasformare l'esistente, ma punta a costruire organismi viventi che prima non esistevano, viene comunemente definita biologia sintetica. Chi la pratica, è convinto che sia destinata a modificare radicalmente le regole del gioco dell'energia. Se darà i suoi frutti – come li ha dati l'ingegneria genetica, da cui si è sviluppata negli ultimi vent'anni un'industria biotecnologica da 80 miliardi di dollari – non ci sarà più bisogno di trivellare nelle viscere della terra per estrarre combustibili fossili costosi e inquinanti. Qualsiasi batterio, opportunamente riprogrammato, può diventare una vera e propria raffineria vivente, capace di portare a termine complesse reazioni chimiche, che una fabbrica costruita dall'uomo può soltanto imitare in maniera molto meno efficiente. Ecco perché i biologi sintetici sono coperti di finanziamenti che nessun altro riesce a ottenere in questo periodo: i loro carburanti, quando arriveranno sul mercato, promettono di diventare più competitivi del petrolio.

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Biologia sintetica, da Bologna a Boston

Nel primo weekend di novembre, smaltito Halloween, il campus del Mit si riempie di una folla colorata, proveniente da tutto il mondo. Sono i ragazzi dell'iGem, che mettono a confronto le loro Genetically Engineered Machines, circuiti molecolari costruiti ricombinando materiale genetico clonato, per ottenere funzioni utili all'uomo, che non sono presenti in natura. L'ultima volta erano oltre 800 da 21 Paesi diversi e ognuno di loro aveva addosso una delle 84 t-shirt, con il logo della propria università, che definiscono i team in competizione. Tra quelle 84 magliette, c'erano anche Bologna e Pavia. Ma quest'anno gli organizzatori dell'iGem contano su una partecipazione molto più vasta, infatti le iscrizioni sono già aperte, da ieri. "Per costruire i circuiti biologici da mettere in gara si lavora parecchio e soprattutto d'estate", spiega Silvio Cavalcanti, professore di bioingegneria elettronica e informatica all'università di Bologna, che fin dal 2006 guida il team degli studenti bolognesi al concorso. "In primavera riceviamo il kit di materiale genetico da mettere assieme – aggiunge Cavalcanti - poi il lavoro comincia a giugno e termina a ottobre. Per tutto il tempo bisogna documentare passo passo ogni sviluppo nel wiki che ci viene assegnato. Questa documentazione è determinante per il piazzamento finale”. Nel 2007, il suo team ha vinto una medaglia d'oro nella categoria Foundational Research. L'anno scorso, gli 11 ragazzi di Bologna sono arrivati sul podio per la categoria Experimental Measurement, costruendo un flip-flop biologico - simile ai circuiti utilizzati nell'elettronica come dispositivi di memoria elementare -con una colonia di batteri Escherichia coli geneticamente modificati. Tutti i dispositivi che escono dal concorso vanno ad arricchire la banca del Mit (Registry of Standard Biological Parts), costruita dal “padre” della biologia sintetica, Tom Knight, inventore del concetto di BioBricks, cioè parti standardizzate di Dna, da utilizzare come pezzi di un circuito informatico per ottenere funzioni biologiche nuove. Partito nel 2004 con una cinquantina di parti, oggi il registro ne ha raccolte molte migliaia, grazie al lavoro dei ragazzi di tutto il mondo. “Un patrimonio inestimabile – commenta Cavalcanti – da cui si sta sviluppando una branca della scienza che domani sarà la più feconda di invenzioni e di applicazioni industriali al servizio dell'uomo e dell'ambiente, ma su cui purtroppo l'Italia è molto indietro, a livello accademico e soprattutto a livello industriale”. Su questa branca nuova della scienza, la biologia sintetica, si punta con decisione negli Usa per ottenere i nuovi biocarburanti. E non sarà l'unico campo di applicazione.

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Biologia sintetica, da Bologna a Boston

Nel primo weekend di novembre, smaltito Halloween, il campus del Mit si riempie di una folla colorata, proveniente da tutto il mondo. Sono i ragazzi dell'iGem, che mettono a confronto le loro Genetically Engineered Machines, circuiti molecolari costruiti ricombinando materiale genetico clonato, per ottenere funzioni utili all'uomo, che non sono presenti in natura. L'ultima volta erano oltre 800 da 21 Paesi diversi e ognuno di loro aveva addosso una delle 84 t-shirt, con il logo della propria università, che definiscono i team in competizione. Tra quelle 84 magliette, c'erano anche Bologna e Pavia. Ma quest'anno gli organizzatori dell'iGem contano su una partecipazione molto più vasta, infatti le iscrizioni sono già aperte, da ieri. "Per costruire i circuiti biologici da mettere in gara si lavora parecchio e soprattutto d'estate", spiega Silvio Cavalcanti, professore di bioingegneria elettronica e informatica all'università di Bologna, che fin dal 2006 guida il team degli studenti bolognesi al concorso. "In primavera riceviamo il kit di materiale genetico da mettere assieme – aggiunge Cavalcanti - poi il lavoro comincia a giugno e termina a ottobre. Per tutto il tempo bisogna documentare passo passo ogni sviluppo nel wiki che ci viene assegnato. Questa documentazione è determinante per il piazzamento finale”. Nel 2007, il suo team ha vinto una medaglia d'oro nella categoria Foundational Research. L'anno scorso, gli 11 ragazzi di Bologna sono arrivati sul podio per la categoria Experimental Measurement, costruendo un flip-flop biologico - simile ai circuiti utilizzati nell'elettronica come dispositivi di memoria elementare -con una colonia di batteri Escherichia coli geneticamente modificati. Tutti i dispositivi che escono dal concorso vanno ad arricchire la banca del Mit (Registry of Standard Biological Parts), costruita dal “padre” della biologia sintetica, Tom Knight, inventore del concetto di BioBricks, cioè parti standardizzate di Dna, da utilizzare come pezzi di un circuito informatico per ottenere funzioni biologiche nuove. Partito nel 2004 con una cinquantina di parti, oggi il registro ne ha raccolte molte migliaia, grazie al lavoro dei ragazzi di tutto il mondo. “Un patrimonio inestimabile – commenta Cavalcanti – da cui si sta sviluppando una branca della scienza che domani sarà la più feconda di invenzioni e di applicazioni industriali al servizio dell'uomo e dell'ambiente, ma su cui purtroppo l'Italia è molto indietro, a livello accademico e soprattutto a livello industriale”. Su questa branca nuova della scienza, la biologia sintetica, si punta con decisione negli Usa per ottenere i nuovi biocarburanti. E non sarà l'unico campo di applicazione.

18 febbraio 2009

Dopo il petrolio, il litio

Dopo il petrolio, il litio. E’ questa la materia prima del futuro. E Obama l'ha capito: nel pacchetto di stimolo all’economia Usa, ha inserito un corposo capitolo da 5 miliardi per sviluppare la produzione su larga scala di batterie agli ioni di litio, che servono a mandare avanti le auto elettriche. Una somma notevole, che indica senza ombra di dubbio qual’è la strada scelta dal neo-presidente per riscattare l’industria automobilistica americana dal baratro in cui è caduta. Obama è molto sensibile all’economia verde, allo sviluppo tecnologico e al futuro di Detroit. Vuole salvare le tre major dell’auto, ma vuole anche spingerle verso una crescita sostenibile. Una spinta da 5 miliardi non basterà per segnare un’istantanea inversione di marcia, ma potrebbe essere sufficiente per oliare un meccanismo che si è già messo in moto da solo.L’auto elettrica, infatti, è già partita. Se n’è avuta una prova all’ultimo salone di Detroit, dove hanno presentato modelli elettrici tutte le case presenti, da Gm (con la futura Volt) alla cinese Byd (leader nelle batterie, oggi lanciata anche nell’auto) fino a Honda e Mercedes-Benz, passando per Renault e Peugeot. Le sperimentazioni ci sono già: a New York (Bmw-Mini elettriche), Parigi (Renault con Edf), Berlino (Smart elettriche), Israele e Danimarca (Renault Nissan). In questi due Paesi è in costruzione anche una rete di distribuzione lanciata da un’azienda californiana, Better Place, che copia il modello di business dei telefonini: auto gratis o quasi, con sottoscrizione di un piano tariffario basato sul chilometraggio. Del resto su percorsi di mobilità urbana e di breve raggio, entro i 150 chilometri, le batterie di ultima generazione sono già competitive con il motore a combustione.L’economia al litio, dunque, è già cominciata. Con grande soddisfazione della Bolivia, dove si trova il 50% delle riserve conosciute sfruttabili di questo metallo, nei laghi salati prosciugati sulle Ande.

29 gennaio 2009

In Israele l'auto elettrica è già arrivata

Herzliya è un elegante sobborgo a Nord di Tel Aviv, con le sue spiagge sul Mediterraneo, la sua marina piena di barche, i centri commerciali e i cinema. Nel parcheggio di uno di questi, Cinema City, il futuro è già arrivato. Ha la forma di una serie di colonnine grigio-azzurre - base triangolare e design minimalista - attrezzate con due prese sicure per ricaricare le auto elettriche che tra poco saranno in circolazione nel Paese. Shai Agassi, il profeta delle reti di distribuzione per l'auto elettrica nel mondo, ha scelto Israele, dov'è nato, come Paese pilota per realizzare il suo progetto Better Place. Non per motivi affettivi, ma logistici: si tratta di un territorio limitato, più piccolo della Lombardia, ma occupato per metà dal deserto del Negev e circondato da vicini ostili, quasi come un'isola. La popolazione è molto concentrata nel corpo centrale del Paese, largo appena 15 chilometri nella fascia più stretta, perciò è raro percorrere in macchina più di 70 chilometri alla volta, il raggio d'azione ideale per una batteria con autonomia ridotta, che per ora non supera i 150 chilometri. Poi sarà la volta della Danimarca, un territorio grande il doppio d'Israele, ma pur sempre delimitato tutto intorno dal mare. Sia in Israele che in Danimarca, per motivi diversi, i governi puntano a emanciparsi in tempi brevi dalla schiavitù del petrolio e hanno risposto molto bene al progetto, defiscalizzando completamente le auto elettriche. "Entro la fine dell'anno, avremo installato un migliaio di punti di ricarica come questo", spiega Tal Agassi, fratello minore di Shai e responsabile dell'infrastruttura di rete per Better Place. Nell'area della grande Tel Aviv ce ne saranno centinaia: i primi nel parcheggio dell'albergo Basel (sul lungomare del centro), sotto l'Europa House (in pieno quartiere degli affari) e nel piazzale davanti al campus Ibm, snodo chiave del Silicon Wadi. "Abbiamo cercato di distribuirli su diverse tipologie di insediamento, dalle case private ai parcheggi degli uffici, dagli spazi pubblici agli autosilo, per gettare le basi di un approccio schematizzato per ciascuna tipologia, sia sul piano tecnico che delle normative di sicurezza o dei contratti di allacciamento alla rete elettrica. In questo modo abbiamo stabilito una procedura standard che ora stiamo replicando rapidamente in tutto il Paese", da Haifa a Gerusalemme, da Kfar Sava a Holon. "L'esperienza sul campo è importante per allineare tutti i passaggi in uno schema generale che ci faciliterà l'approccio con gli altri Paesi". In Israele il progetto procede speditamente: gli accordi con le municipalità sono firmati, l'infrastruttura di base in via di realizzazione, le colonnine in deposito. Renault Nissan ha già fornito alcuni prototipi di auto elettriche, con batterie agli ioni di litio: Renault Mégane e Nissan Rogue. Il primo obiettivo è di avere una cinquantina di macchine in circolazione in Israele e una cinquantina in Danimarca entro la fine di quest'anno. Nel 2010 centomila punti di ricarica in funzione, le stazioni di ricambio delle batterie, la versione definitiva del software gestionale del sistema e il primo gruppo di clienti paganti. Nel 2011 il debutto sul mass market. Il bello dell'impresa è che la tecnologia esiste già. Non c'è niente di nuovo da inventare, ma solo due problemi fondamentali da risolvere: l'autonomia limitata e l'alto costo delle batterie attuali. L'intuizione di Agassi sta tutta nel modello di business, che elimina le batterie dai costi attribuiti al cliente, lasciandone la proprietà nelle mani del gestore del sistema, come nella telefonia cellulare, dove il cliente non compra più l'oggetto ma l'esperienza di comunicazione mobile, sotto forma di minuti di conversazione. Better Place farà pagare ai suoi clienti i chilometri invece dei minuti, offrendo diversi piani tariffari in base alle esigenze dei singoli automobilisti. Chi avrà uno schema di spostamenti regolari potrà lasciare l'auto sotto carica nel parcheggio dell'ufficio o sotto casa. Per chi avrà bisogno invece di viaggiare oltre il limite fatidico delle 150 miglia, ci saranno le stazioni di ricambio, dove un sistema robotizzato estrarrà la batteria scarica e la sostituirà con un'altra carica. I problemi pratici da superare, evidentemente, sono infiniti. Primo fra tutti, l'approccio psicologico al nuovo sistema, che comporta una certa programmazione e incrina il mito dell'auto come strumento di libertà assoluta. Ma Better Place sembra inarrestabile. In pochi mesi ha raccolto 200 milioni di finanziamento e miete consensi in tutto il mondo. Dopo Israele e Danimarca, le tappe successive sono San Francisco e la Bay Area (dove ha sede l'azienda), le Hawaii, l'Australia e la provincia canadese dell'Ontario. In Giappone è appena partita l'alleanza con Subaru e il governo ha chiamato Agassi a realizzare un primo network. L'entusiasmo del quarantenne imprenditore è contagioso: tipico geek israeliano, entrato giovanissimo al Technion di Haifa, è approdato a 34 anni ai vertici di Sap, colosso tedesco del software gestionale, per poi licenziarsi nel 2007 e dedicarsi alla sua seconda vita, il business verde. Il suo mantra è: "Non abbiamo aspettato di avere i migliori chip per mettere sul mercato i pc, né di avere una tecnologia perfetta per lanciare la rivoluzione dei telefonini, dunque perché attendere le batterie ottimali per diffondere l'auto elettrica su vasta scala?"

12 gennaio 2009

Rigassificatori: Spagna batte Italia 2 a 0 (o 6 a 1)

Spagna batte Italia 2 a 0. Dall'ultima crisi del gas, scoppiata nell'inverno 2005-2006, a oggi gli spagnoli hanno acceso due rigassificatori, a Sagunto (2006) e El Ferrol (2007), entrambi con la partecipazione dell'Eni. Noi italiani nemmeno uno. L'unica novità qui è il terminale quasi pronto al largo di Rovigo, di Edison, ExxonMobil e Qatar Petroleum. Ma non ci aiuterà in questa crisi: a differenza di quanto sostenuto dal ministro Claudio Scajola, non sarà operativo prima del secondo trimestre dell'anno. Per realizzarlo, ci sono voluti 12 anni: 2 per la costruzione, 10 di carte bollate. In realtà, il divario è ancora più grande. Nel '69 Italia e Spagna erano alla pari: qui un rigassificatore a Panigaglia, nel golfo di La Spezia, laggiù uno a Barcellona. Tutti e due nuovi di zecca. Il gas naturale liquefatto - che può essere trasportato come il petrolio su navi gasiere da qualunque impianto di liquefazione nel mondo a qualunque terminale di rigassificazione - era agli inizi della sua storia. Nessuno sapeva ancora che in pochi decenni questo modello alternativo al tubo, molto più flessibile e poco adatto ai sistemi monopolistici, avrebbe avuto uno sviluppo straordinario, con oltre sessanta terminali operativi e una ventina in costruzione. Sono stati i Paesi periferici, come gli Usa, il Giappone, la Corea, l'India e la Cina, a spingere su questa tecnologia, più rapida e semplice dei gasdotti, che come si vede in questi giorni sono soggetti alle intemperanze di tutti i Paesi che attraversano. L'Italia, collocata in mezzo al Mediterraneo, era abbastanza centrale da non porsi il problema. Infatti oggi, a quarant'anni dalla costruzione del terminale di Panigaglia e nel bel mezzo della seconda crisi del gas, siamo esattamente allo stesso punto di allora. Nel frattempo, gli spagnoli ne hanno costruiti cinque: Huelva ('88), Cartagena ('89), Bilbao (2003), Sagunto (2006) e El Ferrol (2007). Gli ultimi rientrano nel serrato programma d'investimenti spinto dal governo di Madrid, che ha portato le società energetiche iberiche a stanziare 2,7 miliardi complessivi in questa direzione, pianificati su un decennio. Entro il 2011 dovrebbero essere completati altri due terminali alle Canarie, oltre a un potenziamento degli esistenti con il raddoppio dei serbatoi.

7 gennaio 2009

L'Italia appesa a quattro tubi

L'Italia divora gas naturale al ritmo vertiginoso di quasi 300 milioni di metri cubi al giorno, più di tutti gli altri partner europei. Ma per approvvigionarsi si basa solo su quattro tubi: dall'Algeria, dalla Libia, dalla Russia e dell'Olanda. I rigassificatori, unica alternativa ai gasdotti per diversificare i fornitori, da noi non si costruiscono. O meglio, si costruiscono con grandissima fatica. Il rigassificatore al largo di Rovigo (Edison, ExxonMobil, Qatar Petroleum) sarà il primo a tagliare il traguardo dell'operatività dopo il piccolo dinosauro di Panigaglia (Eni), che risale agli anni Sessanta. Ma non ci aiuterà in questa crisi del gas: "Le verifiche sul consolidamento meccanico della struttura sono ancora in corso - spiega un portavoce di Edison - e poi ci vorrà il collaudo". In breve, l'impianto non sarà operativo prima del secondo trimestre dell'anno, quando la crisi tra Russia e Ucraina sarà ampiamente conclusa. Per realizzarlo, ci saranno voluti ben 12 anni: i primi studi sono stati avviati nel '97, la valutazione d'impatto ambientale è stata ripetuta tre volte e nel maggio 2005 finalmente sono partiti i lavori, interrotti da diversi bracci di ferro con le autorità locali fino alla conclusione quest'autunno. Ora siamo al collaudo. Eppure, fanno notare all'Edison, si tratta di una struttura piuttosto banale, che in media ha bisogno di 24-30 mesi per essere realizzata. Un rigassificatore non è una centrale nucleare: se è onshore, si tratta di uno scatolone cilindrico di trenta metri per trenta, con uno scambiatore di calore per restituire il gas liquido alla sua forma gassosa e poi immetterlo in rete. Se è offshore ci vuole anche una piattaforma di cemento armato per sostenerlo (nel caso di Rovigo i serbatori sono due). In altri casi, come quello in via di realizzazione al largo di Livorno, si tratta semplicemente una nave gasiera riadattata. Ancora più semplice. In teoria, se venisse realizzata la quindicina di rigassificatori proposti da diversi operatori, l'Italia potrebbe godere di un import aggiuntivo di circa cento miliardi di metri cubi di gas l'anno, pari a tutti i consumi attuali. E diventare l'hub del gas del Mediterraneo, come vorrebbe l'Authority. Ma le resistenze locali mettono talmente tanti bastoni fra le ruote alle procedure autorizzative, che gli impianti non giungono mai a realizzazione. Basta prendere in considerazione la storia del terminale di Brindisi: un impianto già autorizzato e i cui lavori di costruzione erano già stati avviati, che si è arenato sulle contestazioni dei brindisini e le inchieste della magistratura, finite con il sequestro del sito nel febbraio 2007. British Gas, uno dei primi operatori mondiali nel mercato del gas, ha già speso 200 milioni di euro sui 500 previsti inizialmente: per sbloccarlo era dovuto intervenire anni fa addirittura Tony Blair, ma invano. Gli altri due investimenti proposti in Puglia sono di Sorgenia (Gruppo Cir) a Trinitapoli (Foggia) e della catalana Gas Natural a Taranto. Nessuno di questi trova un forte consenso locale.Alcuni progetti sono molto avanti. È il caso di Gioia Tauro (primo proponente, di nuovo Sorgenia), un impianto colossale da 12 miliardi di metri cubi. Hanno ottime speranze anche l'Enel a Porto Empedocle (Agrigento) e il progetto che E.on ha ereditato dalla madrilena Endesa al largo di Livorno. In altri casi si delineano alleanze possibili per dare più forza all'investimento. Si parla ad esempio di una possibile alleanza con l'Eni sul rigassificatore che Gas Natural vuole costruire a Trieste, per il quale a fine giugno il ministero dell'Ambiente ha dato la Via libera. Tra le proposte più recenti ci sono quelle dell'Api davanti alla sua raffineria di Falconara (Ancona) e l'innovativo progetto Tritone della Gaz de France, per una nave rigassificatrice da ormeggiare a una trentina di chilometri al largo di Recanati. Ma ben pochi della quindicina di progetti riusciranno a vedere la luce.