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15 novembre 2008

No alle New Town, sì agli eco-quartieri

Una grande tragedia. Ma anche una grande opportunità. «Quella di agganciarsi al treno degli eco-quartieri, che l’Italia ormai stava perdendo». Mario Cucinella, architetto bolognese pluripremiato per i suoi progetti di case eco-sostenibili, non fa fatica a immaginare dei quartieri modello al posto delle case crollate come un castello di carte: blindati dal punto di vista della sicurezza anti-sismica, all’avanguardia sul fronte della salubrità e dei consumi energetici.
Difficile parlare di futuro davanti alle macerie, ma non si può fare a meno di immaginare una realtà nuova al posto di queste case che non hanno protetto nessuno...
«Sarà anche difficile, ma è molto urgente. Bisogna dare a queste popolazioni una soluzione rapida e sicura perché possano ricostruire la loro normalità. L’importante è non riutilizzare gli stessi materiali e gli stessi modelli edilizi che hanno portato a questo disastro. Stavolta abbiamo l’opportunità di far vedere al mondo un Paese che reagisce non solo con l’assistenza, ma con la qualità e la creatività. E’ una grande opportunità per migliorare l’immagine cialtrona dell’Italia».
Lei parla di nuovi quartieri più che di nuove città...
«Non è pensabile sradicare completamente gli abitanti di queste zone dal contesto in cui vivevano. E del resto il concetto di new town è molto superato. Quello che invece si potrebbe inserire molto bene in questo contesto sono i nuovi quartieri eco-sostenibili, che crescono come funghi in tutta Europa e in Italia mancano del tutto».
Proviamo a fare qualche esempio?
«Mi riferisco a insediamenti come BedZed, un piccolo quartiere a Sud di Londra, realizzato nei primi anni Duemila in materiali naturali e riciclati, con un ottimo bilancio energetico grazie ai pannelli fotovoltaici e alla buona esposizione. Oppure il quartiere Vauban di Friburgo, realizzato in una zona di caserme abbandonate a costi bassissimi e tutto composto da edifici passivi, che assicurano il benessere termico senza alcun impianto di riscaldamento convenzionale».
Il suo progetto di una casa da 100mila euro sarebbe adatto alle esigenze della ricostruzione?
«La mia casa da 100mila euro si costruisce in otto mesi con materiali molto leggeri, che rispondono bene alle esigenze antisismiche del luogo. Quindi soddisfa le necessità di rapidità e sicurezza delle popolazioni colpite. E’ una casa che si avvale di tutte le tecnologie disponibili per limitare i costi di costruzione senza compromettere la qualità. E’ capace di produrre energia utilizzando ogni strategia passiva e attiva per rendere l’edificio una macchina bioclimatica. Anzi, una parte dell’energia prodotta può anche essere venduta alla rete, generando un microreddito».
Potrebbe essere la soluzione ideale.. .
«Ma non è l’unica soluzione. Bisogna dare spazio alla creatività italiana per riportare alla luce un modello di convivenza che si adatti bene al nostro territorio, senza abbandonare le popolazioni colpite alla speculazione. Il grande ostacolo nei processi di ricostruzione è la burocrazia. E’ giusto abbattere le barriere burocratiche introducendo delle deroghe, ma nel contempo ci vuole una profonda regia del governo, per non lasciare questo grande compito al caso».
Se il progettista fosse lei, che cosa privilegerebbe?
«La rapidità e la qualità dei materiali».

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